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The Project Twins

Lo scorso giugno, quasi in contemporanea, sono apparsi due documenti di grande interesse sulla questione ecologica: Economics For a Full World  dell’economista Herman Daly e l’enciclica Laudato Si’ di Jorge Maria Bergoglio. Di quest’ultimo, la grancassa mediatica ha enfatizzato un generico messaggio d’ amore e rispetto per tutte le creature del pianeta; mentre la critica, radicale, all’ideologia della crescita economica, pur centrale nell’enciclica, è rimasta ai margini del dibattito pubblico.

Bergoglio stigmatizza il consumismo delle società opulente, benedendo la decrescita economica dei più ricchi in modo da disinquinare il Pianeta (Cap. V, par. IV, 189:198). Le sue parole non possono non interrogare l’economista sensibile ai problemi della disoccupazione e della diseguaglianze. Come conciliare, infatti, il segno meno nella produzione di beni e servizi con l’ incremento di benessere, di lavoro, di capabilities degli individui? La questione è cruciale.

Per la teoria macroeconomica keynesiana insegnata nei corsi universitari, il livello dell’ occupazione è determinato dal livello dell’attività economica, misurata dal Prodotto interno Lordo (PIL). Le imprese producono di più ( e assumono) se cresce la domanda di merci, se aumentano i consumi domestici e esteri. Viceversa, minori consumi portano, a catena, ad un crollo di produzione, licenziamenti, esplosione della disoccupazione: dinamica tristemente nota a noi italiani. Proporre una decrescita dei consumi danneggerebbe soprattutto i più poveri, negando loro un lavoro. Sarebbe politicamente perdente e socialmente insostenibile. Né aiuterebbe a disinquinare ambiente. I dati confermano che, nei paesi con livelli di PIL più elevato, le produzioni diventano sempre più efficienti e a minor impatto ambientale (si veda, a mo’ di esempio, quanto consumava un’automobile solo trent’anni fa rispetto ad oggi).

David Hubbs - Man Vs. Nature

David Hubbs – Man Vs. Nature

A queste (ragionevoli) argomentazioni tenta di rispondere il saggio di Herman Daly richiamato in precedenza. Il sistema economico, ricorda Daly, è un sottoinsieme aperto di un più ampio sistema chiuso, l’Ecosfera, ed è quindi soggetto alle leggi della termodinamica. Ciò implica che l’economia non produce né distrugge nulla, ma trasforma materia ed energia a bassa entropia in rifiuti, scarti e emissioni ad alta entropia. Più il sistema economico cresce all’interno dell’Ecosfera, più questo processo (irreversibile) di degradazione di materia ed energia aumenta, e si scontra con i limiti naturali delle risorse stesse, oltre che con la capacità portante (carrying capacity) del Pianeta. In quest’ottica, la crescita illimitata dei consumi e del PIL è in nessun modo auspicabile. Anche il progresso tecnologico non può fare miracoli: i guadagni d’efficienza che si ottengono diminuendo il consumo di una data risorsa per unità di prodotto, infatti, vengono poi più che compensati dal maggior sfruttamento della risorsa stessa a livello aggregato.

La contabilità basata sul PIL, continua Daly, non distingue lo sviluppo qualitativo (development) dalla crescita quantitativa (growth): non può perciò dirci quando la crescita (di persone e cose) oltrepassa la soglia di sostenibilità ecologica, mettendo così a repentaglio lo stesso sviluppo. Per quanto concerne il tema dell’occupazione, va rilevato che la relazione lineare tra crescita del PIL e aumento dei posti di lavoro ormai non sussiste più. La diffusione delll’automazione nei processi produttivi fa sì che l’aumento della produzione richiede e richiederà sempre meno lavoro umano, non solo nella manifattura ma anche nei servizi più avanzati (cfr. Brynjolfsson E., Mcafee A., The Second Age Machine, 2014).

Davide Bonazzi - Beegood x Giunti

Davide Bonazzi – Beegood x Giunti

Resta però l’esigenza di conciliare la tutela del lavoro e la difesa dell’ambiente, garantendo una vita dignitosa a tutti. Se la crescita del PIL non è più la soluzione per i paesi ricchi, l’alternativa potrebbe essere un’economia di “sviluppo senza crescita” così come viene declinata da Daly ( e auspicata da Bergoglio)? La tutela dell’occupazione dovrebbe passare da un’incisiva riduzione degli orari di lavoro nei settori a più alta produttività, e dallo sviluppo di posti qualificati in settori ad alta intensità di lavoro e bassa produttività (tipicamente i servizi di cura, la cultura, l’istruzione). La salvaguardia dell’ambiente dovrebbe essere raggiunta sia alterando i prezzi relativi dei beni con la tassazione – rendendo più costose le produzioni inquinanti e sussidiando quelle ad impatto ecologico più lieve – sia seguendo tre regole auree: a) il prelievo di risorse rinnovabili non deve eccedere la loro capacità di rigenerarsi; b) l’utilizzo di risorse non rinnovabili va sostituito con quelle rinnovabili; c) la produzione di scarti e rifiuti non deve superare la capacità di assorbimento della biosfera. Per garantire ua vita dignitosa a tutti, che preveda accesso al cibo, all’acqua, alle cure, all’istruzione, è necessario inoltre redistribuire la ricchezza (ripagando così il “debito ecologico” che i Paesi sviluppati hanno storicamente accumulato verso il Terzo Mondo).

É evidente l’enorme diffidenza ( al limite dell’ostilità ) che incontrano queste proposte tra le classi dirigenti del mondo sviluppato. Servirebbe una collaborazione più stretta tra i Paesi, mentre assistiamo ad un continuo fallimento dei summit dei grandi capi di Stato (specie sull’emergenza ambientale). Servirebbe un cambio di paradigma culturale, etico, una “conversione ecologica” delle stesse popolazioni, così come sollecitato dal pontefice. Di certo, interrogarsi sui veri fini dell’economia (la vita buona, la prosperità condivisa) diventa oggi più importante e urgente che scoprire nuovi mezzi tecnici per accrescere una ricchezza materiale che va sempre di più concentrandosi in poche mani.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Edna Arauz

 

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L’Esilio di Elena

Pubblicato: aprile 18, 2015 da Federico Stoppa in Cultura
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di Albert Camus

Il Mediterraneo ha la propria tragicità solare che non è quella delle nebbie. Certe sere, sul mare, ai piedi delle montagne, cade la notte sulla curva perfetta d’una piccola baia e allora sale dalle acque silenziose un angosciante senso di pienezza. In questi luoghi si può capire come i Greci abbiano sempre parlato della disperazione solo attraverso la bellezza e quanto essa ha di opprimente. In questa infelicità dorata la tragedia giunge al sommo. Invece la nostra epoca ha nutrito la propria disperazione nella bruttezza e nelle convulsioni. Ecco perché l’Europa sarebbe ignobile, se mai il dolore potesse esserlo.

Noi abbiamo esiliato la bellezza, i Greci per essa han preso le armi. È la prima differenza, ma risale molto addietro. Il pensiero greco si è sempre trincerato nell’idea di limite. Non ha spinto nulla all’estremo, nè il sacro, nè la ragione, perché non ha negato nulla, né il sacro, né la ragione. Ha tenuto conto di tutto, equilibrando l’ombra con la luce. Invece la nostra Europa, lanciata alla conquista della totalità, è figlia della dismisura. Essa nega la bellezza come nega tutto quello che non esalta. E, per quanto in modo diverso, esalta una sola cosa: l’impero futuro della ragione. Nella sua follia, essa allontana i limiti eterni e, nello stesso istante, oscure Erinni le si avventano sopra e la straziano. Vecchia Nemesi, dea della misura, non della vendetta. Chi supera il limite, ne è castigato senza pietà.

esilio di elenaI Greci, che per secoli si sono interrogati su che cosa sia giusto, non potrebbero capir nulla della nostra idea di giustizia. Per loro l’equità supponeva un limite mentre tutto il nostro continente spasima alla ricerca di una giustizia che vuole totale. Già all’aurora del pensiero greco, Eraclito immaginava che la giustizia ponga limiti allo stesso universo fisico. <<Il sole non oltrepasserà i suoi limiti, altrimenti le Erinni, custodi della giustizia, sapranno scoprirlo. >> Noi, che abbiamo scardinato l’universo e lo spirito, ridiamo di quella minaccia. Accendiamo in un cielo ebbro i soli che vogliamo. Ma questo non toglie che i limiti esistano, e noi lo sappiamo. All’estremo delle nostre demenze, fantastichiamo di un equilibrio che ci siamo lasciati alle spalle e che ingenuamente crediamo di ritrovare in fondo ai nostri errori. Presunzione puerile che giustifica come popoli infantili, eredi delle nostre follie, guidino oggi la storia.

Un frammento, attribuito sempre a Eraclito, enuncia semplicemente:  <<Presunzione, regresso del progresso. >> E molti secoli dopo il filosofo di Efeso, davanti alla minaccia di una condanna a morte, Socrate non si riconosceva altra superiorità che questa: non credeva di sapere quello che ignorava. La vita e il pensiero più esemplari di quei secoli terminano con una fiera ammissione di ignoranza. Dimenticandolo, abbiamo dimenticato la nostra virilità. Abbiamo preferito la potenza che scimmiotta la grandezza, prima Alessandro e poi i conquistatori romani che, con incomparabile bassezza d’animo, gli autori dei nostri manuali ci insegnano ad ammirare. Anche noi, a nostra volta, abbiamo conquistato, spostato limiti, dominato cielo e terra. La nostra ragione ha fatto il vuoto. Finalmente soli, portiamo a compimento il nostro dominio su un deserto. Come potremmo dunque immaginare quel superiore equilibrio in cui la natura bilanciava la storia, la bellezza il bene, e che portava la musica dei numeri fin nella tragedia del sangue? Noi voltiamo le spalle alla natura, ci vergogniamo della bellezza. Le nostre miserevoli tragedie si trascinano dietro un odore di scrivania e il sangue di cui grondano ha il colore dell’inchiostro grasso.

Perciò oggi è indecente proclamare che siamo figli della Grecia. Oppure ne siamo i figli rinnegati. Mettendo la storia sul trono di Dio, andiamo verso la teocrazia, come quelli che i Greci chiamavano barbari, combattendoli a morte nelle acque di Salamina. Per afferrare bene la differenza bisogna ricorrere a quello fra i nostri filosofi che è il vero rivale di Platone. <<Solo la città moderna>> osa scrivere Hegel, <<offre allo spirito il terreno in cui può prendere coscienza di sé>>. Cosi noi viviamo l’epoca delle grandi città. Il mondo è stato deliberatamente amputato di ciò che ne costituisce la permanenza: la natura, il mare, la collina, la meditazione serale. C’è coscienza ormai solo nelle strade, perché c’è storia solo nelle strade, questo è il decreto. E in quella scia, le nostre opere più significative attestano lo stesso partito preso. Dopo Dostoevskij, si cercano invano i paesaggi nella grande letteratura europea. La storia non spiega ne l’universo naturale che c’era prima, ne la bellezza che sta sopra alla storia. Quindi ha scelto di ignorare l’uno e l’altra. Mentre Platone comprendeva tutto in sé, l’assurdo, la ragione e il mito, i nostri filosofi, che hanno chiuso gli occhi sul resto, non contengono che l’assurdo o la ragione. La talpa medita.

l'eteHa cominciato il cristianesimo a sostituire alla contemplazione del mondo la tragedia dell’anima. Ma almeno si riferiva ad una natura spirituale, e, mediante quella, manteneva una certa fissità. Morto Dio, non rimane altro che la storia e  la potenza. Da molto tempo ogni sforzo dei nostri filosofi non mira ad altro che a sostituire alla nozione di natura umana quella di situazione, e all’armonia antica l’impeto disordinato del caso o il moto spietato della ragione. Mentre i Greci ponevano alla volontà i limiti della ragione, noi, per finire, abbiamo messo la spinta della volontà al centro della ragione, che ne è diventata micidiale. Per i Greci i valori preesistevano ad ogni azione e ne segnavano esattamente i limiti. La filosofia moderna colloca i propri valori al termine dell’azione. I valori non sono, divengono, e li conosceremo interamente solo aI compiersi della storia. Coi valori, sparisce il limite, e dal momento che le concezioni differiscono su quel ch’essi saranno, dal momento che non c’è lotta che, senza il freno di quegli stessi valori, non si estenda all’infinito, oggi i messianismi si affrontano e i loro clamori si fondono nell’urto degli imperi. Secondo Eraclito, la dismisura è un incendio. L’incendio avanza, Nietzsche è superato. L’Europa non filosofeggia più a colpi di martello, ma di cannone.

Però la natura è sempre lì. Alla follia degli uomini contrappone i cieli calmi e le proprie ragioni. Fino a che anche l’atomo prenda fuoco e la storia si compia col trionfo della ragione e l’agonia della specie. Ma i Greci non hanno mai detto che il limite non poteva essere varcato. Hanno detto che esisteva e che veniva colpito senza pietà chi osava oltrepassarlo. Nella storia di oggi non c’è nulla che li possa contraddire.

Lo storico e l’artista vogliono entrambi rifare il mondo. Ma l’artista, costrettovi dalla propria natura, conosce i suoi limiti e lo storico li disconosce. Perciò il fine di quest’ultimo è la tirannia, mentre la passione del primo è la libertà. Tutti coloro che oggi lottano per la libertà combattono in ultima analisi per la bellezza. Non si tratta, beninteso, di difendere la bellezza per se stessa. La bellezza non può fare a meno dell’uomo; ma solo seguendo la nostra epoca nella sua sventura noi le daremo grandezza e serenità. Non saremo mai più solitari. Ma è altrettanto vero che l’uomo non può fare a meno della bellezza e la nostra epoca finge di volerlo ignorare. Essa s’irrigidisce per raggiungere l’assoluto e il dominio, vuole trasfigurare il mondo prima di averlo esaurito, ordinarlo prima d’averlo capito. Per quanto dica, essa diserta da questo mondo.

Nell’isola di Calipso, Ulisse può scegliere fra l’immortalità e la terra della patria. Sceglie la terra, e insieme la morte. Oggi una grandezza cosi semplice ci è estranea. Altri dirà che manchiamo d’umiltà. Ma, tutto considerato, la parola è ambigua. Simili ai buffoni di Dostoevskij che si vantano di tutto, salgono alle stelle e finiscono con l’esibire la propria vergogna nel primo locale pubblico, noi manchiamo di quella fierezza dell’uomo che è fedeltà ai propri limiti, amore chiaroveggente della propria condizione.

<<Odio il mio tempo,>> scriveva Saint-Exupéry prima di morire, per ragioni che non sono molto lontane da quelle di cui ho parlato. Ma, per quanto conturbante sia questo grido che viene da chi aveva amato gli uomini in quel che hanno di ammirevole, noi non lo faremo nostro. Eppure, in certi momenti, che tentazione di abbandonare questo mondo triste e scarno! Ma questo tempo è il nostro, e noi non possiamo vivere odiandoci. L’uomo è caduto cosi in basso solo per l’eccesso delle sue virtù e per la grandezza dei suoi difetti. Lotteremo per quella fra le sue virtù che risale a tempi lontani. Quale? I cavalli di Patroclo piangono il loro padrone morto in battaglia.. Tutto è perduto. Ma il combattimento riprende con Achille e alla fine c’è la vittoria, perché l’amicizia è stata assassinata: l’amicizia è una virtù.

Ammettere l’ignoranza, rifiutare il fanatismo, por limiti al mondo e all’uomo, il viso amato, la bellezza insomma, è questo il terreno su cui ci ricongiungeremo ai Greci. Il senso della storia di domani non è in certo modo quel che si crede. Esso è nella lotta fra creazione e inquisizione. Nonostante il prezzo che agli artisti costeranno le loro mani vuote, si può sperare nella loro vittoria. Sopra il mare scintillante ancora una volta si dissiperà la filosofia delle tenebre. O pensiero meridiano, la guerra di Troia viene combattuta lontano dai campi di battaglia! Anche questa volta le terribili mura della città moderna cadranno, per darci, <<anima serena come la calma dei mari>>, la bellezza di Elena.

(da L’ Estate e altri saggi solari, Bompiani, 2003)

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La lunga e appassionata riflessione che il grande geografo e politologo inglese David Harvey svolge in “Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo” (Feltrinelli, 2014, pp. 332) ha un effetto rivitalizzante, terapeutico, per tutti coloro che, nonostante lo sconfortante stato del Mondo, non vogliono cedere all’apatia, al cinismo, alla rassegnazione, al fatalismo.

Harvey illumina le forze e le tendenze contraddittorie sottostanti alla dinamica capitalistica, provando su questa base a delineare un progetto politico alternativo a quello neo-liberista. Le contraddizioni qui analizzate sono diciassette e vengono raggruppate in tre tipologie: fondamentali, in movimento, pericolose.  Le contraddizioni che appaiono più rilevanti sono quelle tra valore d’uso e valore di scambio delle merci; tra appropriazione privata e ricchezza comune, tra produzione e realizzazione. Indagarne il meccanismo di funzionamento, andando oltre le apparenze del quotidiano, si rivela indispensabile non solo per comprendere il mondo in cui viviamo ma soprattutto per trasformarlo.

VALORE D’USO E VALORE DI SCAMBIO

La contraddizione fondamentale tra valore d’uso e di scambio viene chiarita da Harvey con l’esempio della casa. L’abitazione, come tutte le merci, ha un valore d’uso – offre protezione e riparo, costituisce il centro della vita affettiva e familiare, etc – ma soprattutto un valore di scambio. Il valore di scambio delle abitazioni ha acquisito sempre più importanza in Occidente dagli anni Ottanta in poi, tanto che l’epicentro degli ultimi terremoti economico – finanziari (Stati Uniti, 1928, 2008; Spagna, Irlanda, 2008; Giappone, 1990; Svezia, 1993; Cina, 2012)  è sempre stato il mercato immobiliare. 9788807105098_quarta.jpg.448x698_q100_upscale

Nel secondo dopoguerra, almeno nell’Europa socialdemocratica, l’accesso alla casa per un’ampia fascia della popolazione avveniva attraverso l’edilizia pubblica  (o attraverso misure come il controllo degli affitti): lo scopo era garantire il valore d’uso dell’abitazione anche a quelli sprovvisti di valore di scambio adeguato. Smantellando l’edilizia pubblica o rendendola marginale in molti paesi, il neo-liberismo ha affidato al mercato autoregolato l’offerta di abitazioni alla popolazione .

La casa è diventata prima una forma di risparmio – contraggo un mutuo trentennale e alla fine ne acquisisco la proprietà – e, negli ultimi anni, una fonte di guadagno speculativo:  le banche ne spingono sia l’offerta, sovvenzionando i costruttori, che la domanda, concedendo mutui anche a persone a reddito basso o nullo (subprime); la crescita dei prezzi delle case consente ai proprietari di ottenere un plusvalore finanziario (capital gain), che a sua volta può essere impiegato per consumi o per accendere altri mutui. Si forma una gigantesca bolla immobiliare che, quando scoppia, lascia insolventi molti debitori. Le case vengono pignorate. “Nel crollo recente del mercato immobiliare negli States, circa 4 milioni di persone hanno perso la loro casa per espropriazione forzata. Per loro il perseguimento del valore di scambio ha distrutto l’accesso all’abitazione come valore d’uso” (p.33).

In definitiva, la gestione della “questione delle abitazioni” attraverso la via del mercato – celebrata dai leader politici neoliberisti con la retorica del “tutti proprietari” – si è rivelata disastrosa dal punto di vista economico e sociale, distruggendo ricchezza ed esacerbando le iniquità distributive.

APPROPRIAZIONE PRIVATA E RICCHEZZA COMUNE

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Assegnare un valore di scambio a ciò che non lo ha è un tratto distintivo del capitalismo neo-liberista. Si tratta di un processo – ben visibile ovunque – che Harvey chiama “ appropriazione e accumulazione per espropriazione” e che si realizza prevalentemente con la trasformazione di lavoro, terra e moneta in merci fittizie. Perché fittizie? Perché – come spiegato magistralmente dallo storico dell’economia Karl Polanyi nel suo capolavoro “La Grande Trasformazione” (Einaudi, 1974,  pp. 93-94) – “Il lavoro è soltanto un altro nome per un’attività umana che si accompagna alla vita stessa, la quale non è prodotta per essere venduta ma per ragioni del tutto diverse, né può essere distaccato dal resto della vita, essere accumulato o mobilitato; la terra è un altro nome per la natura che non è prodotta dall’uomo, la moneta infine è soltanto un simbolo del potere d’acquisto che di regola non è affatto prodotto ma si sviluppa attraverso il meccanismo della banca e della finanza di Stato. Nessuno di questi elementi è prodotto per la vendita. La descrizione, quindi, del lavoro, della terra e della moneta come merce è interamente fittizia” ( p. 93-94).

Pure, il processo di commodification – complice la crisi fiscale dello Stato in molte economie avanzate – ha subìto un’impennata negli ultimi decenni: dai fenomeni di land grabbing in Africa e Sud America da parte della Cina, all’inflazione di diritti di edificabilità concessi ai grandi immobiliaristi sul suolo agricolo e urbano;  dalla cancellazione delle normative sul controllo dei flussi internazionali dei capitali, alla cessione della sovranità monetaria a organismi non soggetti a controllo democratico e ossessionati dall’inflazione come le banche centrali; dalla creazione di mercati per scambiare diritti di inquinamento, alla costruzione di un mercato del lavoro atomistico, individualistico, spietatamente concorrenziale; in cui i moventi del lavoro delle persone si riducono alla sete di profitto o al “timore della fame”.  La conseguenza è stata “ la crescita continua del potere dei redditieri non produttivi e parassitari, non semplicemente dei proprietari delle terre e di tutte le risorse che vi si trovano, ma dei possessori di beni patrimoniali, dei potentissimi detentori di bond, dei possessori di potere monetario indipendente e dei detentori di brevetti e diritti di proprietà che sono semplicemente esclusive sul lavoro sociale svincolate da ogni obbligo di mobilitarlo per usi produttivi” [..] mentre sulle persone incombe minaccioso un forte senso di alienazione universale. Questo costituisce una delle contraddizioni più pericolose, assieme a  quelle della crescita composta senza fine e del degrado ambientale, per il perpetuarsi del capitale e del capitalismo” (p.243).

PRODUZIONE E REALIZZAZIONE

capitalism isn't workingKarl Marx e John Maynard Keynes ci hanno insegnato che la ragione che muove il capitale non è la produzione di merci che soddisfino i bisogni delle persone, ma di valori di scambio che procurino sempre più denaro ai produttori. Ma questa logica alimenta un’altra contraddizione fondamentale – quella tra produzione e realizzazione – che spesso sfocia in una crisi. Ogni impresa, infatti, cerca di comprimere il più possibile il costo del lavoro: inibendo il sindacato, delocalizzando gli impianti dove la manodopera è meno cara e il fisco meno esoso, ricercando continuamente innovazioni tecnologiche che sostituiscano lavoro morto (macchinari) a lavoro vivo. Tale strategia, se può far spuntare margini di guadagno elevati nel breve termine, si scontra però con il limite della domanda di mercato nel medio-lungo termine. Infatti, se i lavoratori sono costi per la singola azienda, sono tuttavia anche potenziali clienti e quindi fonti di ricavo.  Se però il loro potere d’acquisto crolla, le merci rimangono dentro i magazzini, invendute. I profitti calano; le imprese licenziano ancora; ma così la domanda consumo cala ulteriormente; fino a generare fallimenti di massa. Lo Stato può intervenire trasferendo capacità di spesa ai lavoratori, creando lavoro e pagando stipendi, pensioni, sussidi di disoccupazione: compensando così il crollo della domanda privata (consumi + investimenti + esportazioni nette) con quella pubblica. La spesa pubblica in deficit è in questo caso perfettamente funzionale all’accumulazione capitalistica, al sostegno dei profitti privati. E’ la soluzione keynesiana alla crisi del capitalismo, che ha garantito all’Occidente tassi di crescita elevati nel trentennio 1945-75, prima di perdere la sua forza propulsiva. Il paradigma neoliberista – egemone dagli anni Ottanta in poi – stigmatizza invece il ruolo economico dello Stato ( a parte quando si fa garante dei “diritti acquisiti” dei più ricchi e quando è militare) e punta sulla finanza, sul debito privato, per sostenere la domanda di merci: è l’economia dei mutui subprime e delle carte di credito, delle bolle finanziarie e immobiliari, del consumismo sfrenato; rivelatesi iniqua e insostenibile.  Oggi, segnatamente in Europa, il pensiero economico dominante è quello degli ordoliberali tedeschi, per cui il debito privato e soprattutto il debito pubblico costituiscono peccato mortale (nella lingua tedesca, il termine “die Schuld” è sia “colpa” che “debito”). Non essendo forse perfettamente al corrente che mettere fine al debito equivale a condannare a morte il capitalismo.

FINE DEL CAPITALISMO?

Nell’epilogo del libro, Harvey sviluppa idee interessanti per una prassi politica alternativa, all’insegna di un nuovo umanesimo che liberi “potenzialità, capacità, e poteri umani” (p.279). L’orizzonte verso cui tendere è un sistema economico dove l’offerta di valori d’uso adeguati per tutti (casa, istruzione, sicurezza alimentare, assistenza sanitaria, accesso ai trasporti, etc) abbia la precedenza sulla loro offerta attraverso un sistema di mercato orientato alla massimizzazione dei profitti, che concentra i valori di scambio nelle mani di pochi privati e distribuisce i beni sulla base delle possibilità di pagarli. Proposte concrete in questo senso sono quelle di istituire una moneta che funga da lubrificante degli scambi ma non da riserva di valore (il modello è la stamped money di Silvio Gesell);  implementare un reddito di base per garantire il risparmio e sconfiggere la povertà; tutelare i beni comuni attraverso nuovi regimi giuridici che superino la dicotomia Stato-privato; dar vita a imprese che innovino le modalità e soprattutto i fini della produzione. In queste proposte c’è più Polanyi che Marx, più l’Olivetti del “socializzare senza statizzare” che Keynes. Nell’idea di contromovimento di Polanyi, infatti, è la società – non lo Stato – che organizza contrappesi istituzionali alla mercificazione di terra, lavoro e denaro.  Questa società si trova, oggi, nella realtà –  magmatica, frammentata e alienata – di chi produce e riproduce la vita urbana. Soggetti che devono trovare il modo di parlarsi, di ricompattarsi, per riprendere in mano il loro destino.  Poiché, oggi più che mai, “l’innovazione politica sta nel comporre in modo diverso possibilità politiche già esistenti ma fin qui isolate e separate” (p. 220).

Federico Stoppa

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Papa Francesco

Papa Francesco

È questo rifiuto che potrebbe dunque simboleggiare la Chiesa: ritornando alle origini, cioè all’opposizione e alla rivolta“. P. P. Pasolini, 1974

Il pontificato di Jorge Maria Bergoglio si sta distinguendo per prese di posizione sulle grandi questioni sociali del nostro tempo radicalmente alternative al pensiero unico neoliberista.  Nei suoi scritti e discorsi risaltano due aspetti: la critica ad una società economica i cui difetti più evidenti sono “ l’incapacità a provvedere alla piena occupazione e la distribuzione iniqua e arbitraria dei redditi e della ricchezza” (Keynes, General Theory, 1936) e la proposta di un suo superamento in direzione di un’economia sociale di mercato al servizio dell’uomo e del bene comune.

UN SISTEMA ECONOMICO RADICALMENTE INGIUSTO 

Per Francesco, l’attuale sistema sociale ed economico “è ingiusto alla radice” e “procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria”. Viene promossa una cultura che fa dell’esclusione e dell’indifferenza sociale il suo tratto distintivo. Un potere inedito, che non opprime più direttamente le membra più deboli del corpo sociale – anziani, giovani, donne – ma le lascia piuttosto marcire ai margini. In questa cornice, l’invito di Bergoglio è quello di far sentire, forte e chiaro, il nostro “No!” : no alla globalizzazione dell’indifferenza, no al denaro che governa invece che servire.  No a questa economia necrofila, per cui “un ribasso di due punti della borsa fa più notizia di un anziano morto assiderato per strada”.

LA DIFESA DELLO STATO DI DIRITTO SOCIALE 

Bergoglio è convinto che lo strumento più idoneo per combattere le iniquità distributive sia lo Stato di diritto sociale, in specie nelle tre voci dell’istruzione, dell’accesso alle cure e del diritto al lavoro. E’ una visione agli antipodi di quella della maggioranza dei centri studi economici e delle cancellerie internazionali, la cui Agenda di riforme prevede di sostituire il lavoro ben retribuito e tutelato con impieghi flessibili e sottopagati, appaltare al privato sanità e previdenza, appiattire l’istruzione sulla componente utilitaristica, strumentale al mercato. Nella convinzione che qualche goccia di PIL in più raggiunga anche i piani bassi, come recita la teoria della “ricaduta favorevole” (trickle-down). Secondo il Papa,  “questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante”. La crescita ha promesso pane per tutti ma finora ha dato solo pietre per i più svantaggiati. La giustizia sociale, conclude in Pontefice, esige profonde riforme che prevedano la ridistribuzione della ricchezza prodotta e una rinnovata attenzione alla “questione ecologica”.

DISOCCUPAZIONE E DIGNITA’ DEL LAVORO

Bergoglio interpreta la crescente disoccupazione europea come conseguenza di un sistema malato, incapace di creare lavoro perché costantemente a caccia di profitti a brevissimo termine.  Per il neoliberismo Il lavoro è infatti una variabile dipendente dai mercati finanziari e monetari; per la Dottrina sociale della Chiesa un veicolo di realizzazione della persona e di riconoscimento sociale. In quest’ultima accezione, una buona prestazione lavorativa non può ridursi a un mero dare per avere o per dovere, ma incorpora sempre un sovrappiù di creatività, di dono, di libertà – peculiare a ciascun individuo. Compito delle imprese è creare le condizioni affinché ciò si manifesti.

“NON CI SONO ALTERNATIVE” FALSO!

Se la teoria economica dominante rappresenta l’uomo come campione di opportunismo, la riflessione di Bergoglio – sulla scia di pensatori come Amartya Sen e Albert Hirschman – ci porta a considerare fattori che hanno un ruolo altrettanto importante degli interessi personali nel guidare le sue decisioni economiche: i codici morali e le passioni. Nell’epoca dei pensieri deboli, Egli sprona così i giovani a non scadere nel pessimismo e ad andare controcorrente, a giocare la vita per grandi ideali. “Lottate per questo, lottate. Non lasciatevi intrappolare dal vortice del pessimismo, per favore! Se ciascuno farà la propria parte, se tutti metteranno sempre al centro la persona umana, non il denaro, con la sua dignità, se si consoliderà un atteggiamento di solidarietà e condivisione fraterna, ispirato al Vangelo, si potrà uscire dalla palude di una stagione economica e lavorativa faticosa e difficile”.

Federico Stoppa

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REFERENZE BIBLIOGRAFICHE

Discorso pronunciato durante la visita a Lampedusa, 8 Luglio 2013 (link)

Evangelii Gaudium, Esortazione apostolica,  24 novembre 2013 (link)

Ai dirigenti e operai delle Acciaierie di Terni, 20 marzo 2014 (link )

Ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, 2 ottobre 2014 (link)

gabbry08 - Vallata a Colle dell'Orso

gabbry08 – Vallata a Colle dell’Orso

La green economy nuoce all’ambiente. Dai pannelli fotovoltaici alle auto elettriche, le tecnologie “pulite” consumano troppe risorse naturali, e per questo sono ” veleno per l’ecosistema” (p.19).  E’ la tesi, provocatoria, che Friedrich Schmidt-Bleek –  fondatore del Wuppertal Institute für Umwelt, Energie und Klima  – discute in “Grüne Lügen. Nichts für die Umwelt, alles furs Geschäft – wie Politik und Wirtschaft die Welt zugrunde richten” (Ludwig, München, 2014, pp. 301, euro 19; trad italiana: Bugie Verdi. Nulla per l’ambiente, tutto per il commercio – come politica e economia mandano in rovina il mondo).

La riflessione di Bleek muove dalla critica alle politiche ambientali del governo tedesco[1], concentrate esclusivamente su efficienza energetica e lotta alle emissioni di CO2, e cieche di fronte alla causa precipua del “degrado ambientale”[2]: il consumo eccessivo di risorse naturali che la nostra economia richiede (vedi i paragrafi “Grüne Politik?”, pp. 36-37 e “Die Energiewende:grüne Augenwischerei, pp.82-85).

Schmidt-Bleek introduce nei capitoli 3 e 4  i concetti di “zaino ecologico” e di “MIPS“, (intensità materiale e energetica del prodotto per unità di servizio), termini chiave del suo lavoro. Ogni bene, nel tragitto che percorre dalla “miniera” alla vendita, consuma una determinata quantità di Natura (acqua, suolo, materie prime biotiche e abiotiche, energia), non computata nel prezzo finale di mercato. Si parla, in proposito, di “zaino ecologico” (der ökologische Rucksack) delle merci, pari alla differenza tra kg di risorse naturali utilizzate per la sua produzione e peso del prodotto (in kg).  L’intensità materiale va calcolata considerando tutte le fasi di vita del prodotto (lebenszyklussweite materielle Intensität) – estrazione, produzione, distribuzione, uso, riciclo/smaltimento – e rapportata alla durata del servizio offerto dal bene. L’impronta ecologica di una merce sarà quindi tanto più bassa quanto minore è il suo zaino ecologico e quanto maggiore è la durata della sua vita utile e più intenso il suo utilizzo.

Nella nuova prospettiva delle “risorse”, tecnologie che appaiono eco-compatibili secondo il parametro delle emissioni di carbonio e del consumo di combustibili fossili, risultano dannose per l’ambiente. Prendiamo l’auto elettrica e quella a motore ibrido. In generale, nel Material Input complessivo di un’autovettura il consumo di carburante incide solo per il 15-20%. Concentrandoci solo sulle emissioni nocive di CO2 riconducibili a questo, ci si dimentica del restante 80%, responsabile dei maggiori danni all’ambiente.  Schmidt – Bleek può affermare a ragione che “Il prezzo ecologico dell’auto elettrica è notevolmente più elevato di quello delle vetture che vanno a benzina e diesel” (p.82), perché la sua produzione richiede materiali rari come rame e litio, che portano “sulle proprie spalle”, secondo le tabelle inserite in appendice al libro (pp. 260-287), zaini ecologici molto pesanti. Per ogni kilogrammo di rame prelevato, per esempio, vengono “disturbati” 500 kg di altri materiali. L’estrazione massiva di litio dai laghi salati di Cina e Sudamerica sconvolge inoltre l’equilibro di quegli ecosistemi, con effetti sistemici imprevedibili (p.65).

Ampie controindicazioni presentano anche l’utilizzo di biomassa come combustibile “pulito” e i pannelli fotovoltaici. La produzione di biocarburanti sottrae terreni per l’autosufficienza alimentare delle popolazioni del Sud America, mentre i pannelli fotovoltaici hanno ancora un’efficienza ecologica molto bassa: 1,8 kg di materiali naturali per kilowattora prodotto (pp.60-63).

Schmidt Bleek critica l’ottimismo naive di chi ritiene che la maggior incidenza dei servizi sul PIL nelle economie avanzate si traduca automaticamente in una de-materializzazione delle merci, tale da disaccoppiare la crescita economica dal consumo di risorse.  E’ un’illusione: le tecnologie dell’informazione e comunicazione sono tutte estremamente material intensive: la produzione di un computer richiede circa 1500 kg di materiali naturali,  uno smartphone di circa 150 grammi, 70 kg.

Una politica che punti seriamente a preservare le essenziali funzioni dell’ecosistema dovrebbe, per Schmidt Bleek, impegnarsi su due fronti: migliorare la produttività delle risorse (minimizzando l’input di materia-energia impiegato nell’intero ciclo di vita del prodotto)  di un fattore 10 nell’arco dei prossimi 30 anni da un lato, e ridurre il flusso di merci prodotte, aumentandone nel contempo la durata e l’intensità d’utilizzo, dall’altro. Ciò è fondamentale, perché se “si riducesse l’intensità materiale ed energetica di auto e telefonini, ma nello stesso tempo si aumentasse del doppio la loro produzione, l’effetto positivo di un minor zaino ecologico per unità di prodotto si annullerebbe”(p.70).

Per conseguire il primo obiettivo andrebbe reso decisamente più caro per le imprese l’utilizzo del fattore di produzione “natura”, oggi praticamente gratuito, a differenza del fattore “lavoro”, sul quale ricade un abnorme fardello fiscale. Una riforma fiscale ecologica tale da rendere più costoso il consumo di risorse naturali e più economico il lavoro, spingerebbe – attraverso il potere segnaletico dei prezzi – gli attori economici a orientare in senso sostenibile il sistema dell’estrazione delle risorse e della produzione, quello della logistica, dello smaltimento e del riciclo; oltre a combattere la piaga della disoccupazione.

Il secondo fine – il progresso sociale dissociato dalla crescita di merci (Fortschritt ohne Güterwachstum) – implica la realizzazione di una “società dei servizi” (Dienstleistunggesellschaft), fondata su un paradigma culturale radicalmente alternativo a quello dell’attuale società dello scarto (Wegwerfgesellschaft): “utilizzare, manutenere, riparare” in luogo di “produrre, possedere, gettare via ”. Si tratta di un passaggio epocale che trasformerà il mondo delle imprese – le quali venderanno sempre meno la proprietà di un bene (es. un’auto), e sempre più il servizio associato allo stesso (es. il trasporto individuale) – il mercato del lavoro, le scelte dei consumatori, le modalità di misurazione della ricchezza e del benessere delle nazioni.

La posta in gioco è, in ultima analisi, il nostro modello di sviluppo futuro. Tanti sembrano voler riproporre quello che ha appena fallito, solo con un packaging diverso, verde.

Federico Stoppa

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NOTE AL TESTO:

[1] La transizione energetica (Energiewende) è un punto nodale del patto di grande coalizione tra SPD e CDU e prevede, in estrema sintesi,  a) lo smantellamento delle centrali a carbone e nucleari,  e l’incremento del fabbisogno energetico coperto da fonti rinnovabili al 40/45% entro il 2025, 55%/60% entro il 2050; b) la riduzione, nel 2020, delle emissioni di CO2 del 40% rispetto al 1990.

[2]  Per “degrado ambientale” si intende il deterioramento o la perdita di alcuni servizi essenziali procurati dell’ecosistema, come a) la disponibilità di acqua e aria pulite, b) la formazione e la preservazione di terreni fertili, c) la protezione da radiazioni pericolose,  d) la salvaguardia della diversità delle specie.

APPROFONDIMENTI:

Intervista a Friedrich Schmidt-Bleek nel settimanale tedesco “Wirtschaft Woche”

Sito del Wuppertal Institute

Sito del Factor 10 Institute

Sito informativo sulla transizione energetica in Germania