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meritocracy

La democrazia è lenta, burocratica, sovente corrotta, mediocre. In ultima analisi, inefficiente. Così, il nuovo mito dei nostri tempi è diventata la cosiddetta “meritocrazia”, spesso senza riflettere appieno sulle sue implicazioni.

“Meritocrazia” è un termine inventato dal sociologo inglese Michael Young nella sua satira del 1958, The Rise of Meritocracy. 1870-2033[1], per designare una società in cui si è insediata una élite che fonda la sua ricchezza e il suo potere non sul censo, né sullo status, ma sull’intelligenza, misurata scientificamente. E’ il trionfo finale del “capitale umano” su quello fisico, materiale. Lo impone la competizione economica internazionale. La scuola è stata riformata in senso meritocratico. I bambini con Quoziente Intellettivo (QI) più elevato – non importa da qualche famiglia provengano – vengono avviati alle scuole più prestigiose, fin dai primi anni d’età. Gli insegnanti sono valutati con test severi e ai più bravi è riconosciuto uno stipendio più elevato.  Nelle fabbriche i dirigenti e quadri anziani vengono spodestati dai giovani più brillanti. La burocrazia pubblica assume i laureati delle migliori università tramite concorso. Si avanzano proposte per subordinare il diritto di voto al possesso di un determinato QI, in modo che il Parlamento sia espressione dell’”aristocrazia dell’intelletto”.  Anche i partiti di sinistra e il sindacato si adeguano alla nuova realtà, rottamando la vecchia idea di eguaglianza per quella di giustizia sociale come merito: ““Laburismo” era un macigno; “lavoratore” era tabù; ma “tecnico” che parola magica! E così nacque l’attuale partito dei tecnici..I sindacati seguirono l’esempio. La Transport and General Workers’ Union diventò la tran sport and General Technicians’ Union” (p. 146).

meritocraziaTutti gli altri, i meno dotati, vengono ammassati nelle scuole che insegnano il “Mito del Muscolo”, l’esercizio del corpo e il godimento attivo e passivo dello sport; avviati a lavori manuali degradanti; considerati, nella nuova società meritocratica, biologicamente inferiori. Certificata la loro stupidità con ricorrenti test psicoattitudinali, sostituiti dai robot nel lavoro di fabbrica, a costoro non resta che eseguire in silenzio servizi domestici prescritti dai loro superiori.  Si sentono frustati, umiliati, ma di cosa dovrebbero lamentarsi? La disuguaglianza tra le classi, ancorché abissale, per la prima volta nella storia è fondata su un criterio oggettivo, misurabile e universalmente rispettato: il QI, l’intelligenza, il motore della crescita economica e del progresso sociale. “La civiltà non dipende dalla stolida massa, dall’”uomo medio sensuale”, ma dalla minoranza creatrice, dall’innovatore che con un solo gesto può far risparmiare il lavoro di diecimila persone, dalla dinamica élite che ha reso la mutazione un fatto sociale non meno che biologico” (p.29).  Peccato che la meritocrazia si dimostri, nei fatti, un regime castale e antidemocratico peggiore dei precedenti. L’élite diventa infatti ereditaria: i princìpi dell’ereditarietà e del merito tendono a fondersi, provocando, nel finale del libro, la ribellione della maggioranza oppressa.

Oggi la profezia di Young – l’avvento della “meritocrazia” – si sta avverando un po’ ovunque. Negli Stati Uniti e il Regno Unito si misura la più alta concentrazione di redditi e patrimoni tra i paesi OCSE, e la più bassa mobilità sociale. Non si è ricchi perché meritevoli; si è meritevoli perché ricchi; l’opposto di quanto recita la vulgata mediatica. In Europa, le decisioni politiche vengono affidate ai tecnici illuminati, che saprebbero fare, loro sì, l’interesse generale, a differenza dei politici incompetenti e corrotti. La politica economica, un tempo prerogativa dei parlamenti democratici, è ora delegata al “senato virtuale” dei mercati finanziari, che la teoria economica mainstream ritiene infallibili. Si valutano ( e finanziano) le scuola e le università nella misura in cui si conformano, nell’insegnamento e nella ricerca, al paradigma utilitaristico dominante, che trascura tutte quelle “skills” non quantificabili che fanno la democrazia come l’empatia e il pensiero critico.

L’élite meritocratica è apolide. Rifiuta sdegnosamente qualsiasi legame e responsabilità nei confronti del territorio in cui opera, delle persone con cui vive e lavora. Giustifica il fatto di guadagnare 400 volte più di un normale dipendente con le presunte differenze di competenze, di capitale umano. Esasperato da tale arroganza e malafede, Michael Young scrisse nel 2001 un corrosivo articolo sul “The Guardian”, in cui riaffermava le ragioni di una democrazia basata sulla conoscenza aperta e diffusa contro l’imperante ideologia del merito. Il titolo del pezzo, che facciamo nostro, suonava così: “Down with Meritocracy”, “Abbasso la Meritocrazia”!

Federico Stoppa

NOTE:

[1] La versione italiana del libro di Young, L’avvento della meritocrazia, è stata pubblicata per la prima volta nel 1962 dalle Edizioni di Comunità di Adriano Olivetti. Oggi, grazie alla casa editrice di Ivrea, è di nuovo disponibile per il lettore italiano.

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Scrisse Volponi“chi è partito ha ragione” ma “chi fugge salva solo se stesso / come un passero, se un passero / si salva fuori del branco”. C’è qualcosa di molto simile in questa tentazione alla “fuga” degli anni raccontati da Volponi e quelli in corso, che vedono sempre più giovani italiani partire per l’estero. Sono anni di profonda mutazione, in cui il cambiamento scuote ogni ambito dell’esistenza: dalla politica, al lavoro, al rapporto degli uomini con se stessi e con gli spazi che vivono.
Dinanzi ad un disorientamento tanto forte il comportamento più naturale è quello di provare a razionalizzare ciò che accade. Prima ancora, è però necessario trovare un punto di riferimento solido e stabile su cui poter agganciare i ragionamenti. Numerose discipline, dalla critica letteraria, alla storia, alla geografia, negli ultimi anni sono arrivate a convergere sullo stesso punto di partenza: il territorio. La coordinata spaziale sembra l’unica ad aver conservato la sua “realtà” dopo che quella temporale ha iniziato a sfaldarsi e relativizzarsi con mezzi di trasporto e comunicazione sempre più veloci. 
L’obiettivo, oggi, è diventato allora quello di comprendere ciò che succede nel mondo guardando innanzitutto alla sua concretezza territoriale.

I poeti e gli scrittori marchigiani hanno saputo captare questa tendenza con grande lungimiranza, riflettendo instancabilmente su quale potesse essere, per ogni autore così come per ogni uomo, il senso di vivere in un determinato territorio anziché in un altro. Per questo parlare oggi del rapporto di Volponi con la sua città di Urbino non vuole essere un autoreferenziale discorso estetico, ma piuttosto una preziosa occasione per conoscere più da vicino il rapporto di questo autore con gli spazi, il modo in cui questi hanno attraversato la sua poetica e, soprattutto, la realtà sociale e i modelli culturali del contesto in cui quelle sue parole sono nate, cioè gli anni della mutazione dell’Italia industriale e post-industriale. A questo scopo la letteratura può vantare una grande ricchezza, e cioè quella di essere, nelle sue descrizioni e riflessioni, libera da qualunque interesse o ambizione dogmatica. I poeti e i narratori con grande acume e sensibilità scrivono “solo” per comprendere essi stessi, per guardare con occhio critico e analitico ciò che accade, e per provare a confrontarsi e capire. Per questo, anche le “scienze esatte” come la geografia o la sociologia, sempre più spesso ricorrono a fonti letterarie per avere coscienza del rapporto degli uomini con la realtà.

Quello di Volponi, in particolare, è un caso di studio molto interessante perchè egli ebbe con la sua Urbino un rapporto complesso e viscerale, tale per cui le descrizioni paesaggistiche sono un dato ricorrente di tutta la sua produzione, dalle prime poesie del 1948 fino agli ultimi romanzi degli anni Novanta. Ma non solo: Volponi ebbe anche la possibilità di conoscere altre realtà quale, ad esempio, quella iper-modernizzata di Ivrea dove sorgeva l’industria Olivetti in cui lavorava. Ad Ivrea Volponi conobbe la nuova società italiana, la corsa capitalistica e l’apocalisse culturale e umana che questa portò con sé. Ad essa affiancò lo sguardo sui suoi spazi natali, la bellezza rinascimentale della città di Urbino, i suoi palazzi, lo splendore pittorico, la grandezza storica. Il mito e la riflessione su quale potesse essere una città ideale non lo abbandonò mai, anche quando si sentì oppresso e spinto alla fuga da quei luoghi o quando gli apparvero come rovine mummificate di un passato ormai scomparso: “Il paesaggio collinare di Urbino, / che innocente appare quercia per quercia / mentre colpevole muore zolla per zolla / è politicamente uguale / […] ai giardini della utopica Ivrea / ricca casa per casa: / tutti nella nebbia che sale / dal mare aureo del capitale”.

Per comprendere questo sguardo “strabico” che Volponi volse all’Italia è interessante leggere il brevissimo testo in prosa intitolato La mia Urbino e contenuto nella raccolta di testi minori Del naturale e dell’artificiale. Qui Volponi scrive in modo autobiografico ma senza per questo rinunciare ad una grande ricercatezza stilistica e densità conoscitiva, tanto che sarebbe una forzatura parlare di questo testo soltanto come di un bozzetto paesaggistico. Si tratta invece di una riflessione sulla città di Urbino nel tempo presente con sguardo al futuro, che svela uno dei grandi meccanismi di fondo del pensiero volponiano: il partire dal dato reale e concreto per andare a proiettarsi verso un altrove, verso una dimensione di progettualità: “si tratta di riprendere e di rianimare i vecchi posti assegnati, di riaprire la città e la sua terra a una cultura nuova, di arrestare la sua museificazione, di interrompere la retorica degli autoappagamenti.” Un approccio, questo, di grande fierezza morale che il poeta non smise mai di avere, nemmeno negli ultimi anni dinanzi alla costatazione del fallimento di un’epoca. Lo sguardo al futuro, però, non è un’evasione, ma l’esito di una tensione dialettica tra passato e presente che, nella loro materialità, restano le cifre dominanti della descrizione. Spiega Emanuele Zinato nell’introduzione alla raccolta: «per contrappeso rispetto a una tale irruzione di soggettività, Volponi attinge i propri strumenti espressivi dalla concretezza plastica delle arti figurative, restando sempre attaccato all’oggetto della propria rappresentazione, alle luci, ai volumi». La concretezza fisica, corporea, dei luoghi e di ogni presenza in essi sono, dunque, la risposta dell’autore ad un mondo che tende a virtualizzarsi, a relativizzarsi con il rischio di perdere ogni punto di riferimento. Aggiunge ancora Zinato: «questo nesso dell’arte con la realtà, prefigurante nuovi rapporti delle cose con lo spazio circostante, precede ogni scissione tra arte e vita». Scrittura autobiografica e scrittura narrativa, infatti, proprio come spazialità e descrizione letteraria, non sono altro che esperienze di una stessa realtà, compresenti e indispensabili l’una all’altra. Sono gli strumenti, dunque, di cui dovremmo avvalerci anche oggi per afferrare il senso profondo nella nostra società e, in essa, del nostro essere uomini.

Martina Daraio 

(L’articolo è tratto da ” nostro lunedì “ Periodico di scritture, immagini e voci ideato da Francesco Scarabicchi con Francesca Di Giorgio, n.2 nuova serie “Paolo Volponi e Urbino”. Ringraziamo l’Autrice per aver accettato di riprodurre il pezzo sul nostro blog). 

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La lunga e appassionata riflessione che il grande geografo e politologo inglese David Harvey svolge in “Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo” (Feltrinelli, 2014, pp. 332) ha un effetto rivitalizzante, terapeutico, per tutti coloro che, nonostante lo sconfortante stato del Mondo, non vogliono cedere all’apatia, al cinismo, alla rassegnazione, al fatalismo.

Harvey illumina le forze e le tendenze contraddittorie sottostanti alla dinamica capitalistica, provando su questa base a delineare un progetto politico alternativo a quello neo-liberista. Le contraddizioni qui analizzate sono diciassette e vengono raggruppate in tre tipologie: fondamentali, in movimento, pericolose.  Le contraddizioni che appaiono più rilevanti sono quelle tra valore d’uso e valore di scambio delle merci; tra appropriazione privata e ricchezza comune, tra produzione e realizzazione. Indagarne il meccanismo di funzionamento, andando oltre le apparenze del quotidiano, si rivela indispensabile non solo per comprendere il mondo in cui viviamo ma soprattutto per trasformarlo.

VALORE D’USO E VALORE DI SCAMBIO

La contraddizione fondamentale tra valore d’uso e di scambio viene chiarita da Harvey con l’esempio della casa. L’abitazione, come tutte le merci, ha un valore d’uso – offre protezione e riparo, costituisce il centro della vita affettiva e familiare, etc – ma soprattutto un valore di scambio. Il valore di scambio delle abitazioni ha acquisito sempre più importanza in Occidente dagli anni Ottanta in poi, tanto che l’epicentro degli ultimi terremoti economico – finanziari (Stati Uniti, 1928, 2008; Spagna, Irlanda, 2008; Giappone, 1990; Svezia, 1993; Cina, 2012)  è sempre stato il mercato immobiliare. 9788807105098_quarta.jpg.448x698_q100_upscale

Nel secondo dopoguerra, almeno nell’Europa socialdemocratica, l’accesso alla casa per un’ampia fascia della popolazione avveniva attraverso l’edilizia pubblica  (o attraverso misure come il controllo degli affitti): lo scopo era garantire il valore d’uso dell’abitazione anche a quelli sprovvisti di valore di scambio adeguato. Smantellando l’edilizia pubblica o rendendola marginale in molti paesi, il neo-liberismo ha affidato al mercato autoregolato l’offerta di abitazioni alla popolazione .

La casa è diventata prima una forma di risparmio – contraggo un mutuo trentennale e alla fine ne acquisisco la proprietà – e, negli ultimi anni, una fonte di guadagno speculativo:  le banche ne spingono sia l’offerta, sovvenzionando i costruttori, che la domanda, concedendo mutui anche a persone a reddito basso o nullo (subprime); la crescita dei prezzi delle case consente ai proprietari di ottenere un plusvalore finanziario (capital gain), che a sua volta può essere impiegato per consumi o per accendere altri mutui. Si forma una gigantesca bolla immobiliare che, quando scoppia, lascia insolventi molti debitori. Le case vengono pignorate. “Nel crollo recente del mercato immobiliare negli States, circa 4 milioni di persone hanno perso la loro casa per espropriazione forzata. Per loro il perseguimento del valore di scambio ha distrutto l’accesso all’abitazione come valore d’uso” (p.33).

In definitiva, la gestione della “questione delle abitazioni” attraverso la via del mercato – celebrata dai leader politici neoliberisti con la retorica del “tutti proprietari” – si è rivelata disastrosa dal punto di vista economico e sociale, distruggendo ricchezza ed esacerbando le iniquità distributive.

APPROPRIAZIONE PRIVATA E RICCHEZZA COMUNE

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Assegnare un valore di scambio a ciò che non lo ha è un tratto distintivo del capitalismo neo-liberista. Si tratta di un processo – ben visibile ovunque – che Harvey chiama “ appropriazione e accumulazione per espropriazione” e che si realizza prevalentemente con la trasformazione di lavoro, terra e moneta in merci fittizie. Perché fittizie? Perché – come spiegato magistralmente dallo storico dell’economia Karl Polanyi nel suo capolavoro “La Grande Trasformazione” (Einaudi, 1974,  pp. 93-94) – “Il lavoro è soltanto un altro nome per un’attività umana che si accompagna alla vita stessa, la quale non è prodotta per essere venduta ma per ragioni del tutto diverse, né può essere distaccato dal resto della vita, essere accumulato o mobilitato; la terra è un altro nome per la natura che non è prodotta dall’uomo, la moneta infine è soltanto un simbolo del potere d’acquisto che di regola non è affatto prodotto ma si sviluppa attraverso il meccanismo della banca e della finanza di Stato. Nessuno di questi elementi è prodotto per la vendita. La descrizione, quindi, del lavoro, della terra e della moneta come merce è interamente fittizia” ( p. 93-94).

Pure, il processo di commodification – complice la crisi fiscale dello Stato in molte economie avanzate – ha subìto un’impennata negli ultimi decenni: dai fenomeni di land grabbing in Africa e Sud America da parte della Cina, all’inflazione di diritti di edificabilità concessi ai grandi immobiliaristi sul suolo agricolo e urbano;  dalla cancellazione delle normative sul controllo dei flussi internazionali dei capitali, alla cessione della sovranità monetaria a organismi non soggetti a controllo democratico e ossessionati dall’inflazione come le banche centrali; dalla creazione di mercati per scambiare diritti di inquinamento, alla costruzione di un mercato del lavoro atomistico, individualistico, spietatamente concorrenziale; in cui i moventi del lavoro delle persone si riducono alla sete di profitto o al “timore della fame”.  La conseguenza è stata “ la crescita continua del potere dei redditieri non produttivi e parassitari, non semplicemente dei proprietari delle terre e di tutte le risorse che vi si trovano, ma dei possessori di beni patrimoniali, dei potentissimi detentori di bond, dei possessori di potere monetario indipendente e dei detentori di brevetti e diritti di proprietà che sono semplicemente esclusive sul lavoro sociale svincolate da ogni obbligo di mobilitarlo per usi produttivi” [..] mentre sulle persone incombe minaccioso un forte senso di alienazione universale. Questo costituisce una delle contraddizioni più pericolose, assieme a  quelle della crescita composta senza fine e del degrado ambientale, per il perpetuarsi del capitale e del capitalismo” (p.243).

PRODUZIONE E REALIZZAZIONE

capitalism isn't workingKarl Marx e John Maynard Keynes ci hanno insegnato che la ragione che muove il capitale non è la produzione di merci che soddisfino i bisogni delle persone, ma di valori di scambio che procurino sempre più denaro ai produttori. Ma questa logica alimenta un’altra contraddizione fondamentale – quella tra produzione e realizzazione – che spesso sfocia in una crisi. Ogni impresa, infatti, cerca di comprimere il più possibile il costo del lavoro: inibendo il sindacato, delocalizzando gli impianti dove la manodopera è meno cara e il fisco meno esoso, ricercando continuamente innovazioni tecnologiche che sostituiscano lavoro morto (macchinari) a lavoro vivo. Tale strategia, se può far spuntare margini di guadagno elevati nel breve termine, si scontra però con il limite della domanda di mercato nel medio-lungo termine. Infatti, se i lavoratori sono costi per la singola azienda, sono tuttavia anche potenziali clienti e quindi fonti di ricavo.  Se però il loro potere d’acquisto crolla, le merci rimangono dentro i magazzini, invendute. I profitti calano; le imprese licenziano ancora; ma così la domanda consumo cala ulteriormente; fino a generare fallimenti di massa. Lo Stato può intervenire trasferendo capacità di spesa ai lavoratori, creando lavoro e pagando stipendi, pensioni, sussidi di disoccupazione: compensando così il crollo della domanda privata (consumi + investimenti + esportazioni nette) con quella pubblica. La spesa pubblica in deficit è in questo caso perfettamente funzionale all’accumulazione capitalistica, al sostegno dei profitti privati. E’ la soluzione keynesiana alla crisi del capitalismo, che ha garantito all’Occidente tassi di crescita elevati nel trentennio 1945-75, prima di perdere la sua forza propulsiva. Il paradigma neoliberista – egemone dagli anni Ottanta in poi – stigmatizza invece il ruolo economico dello Stato ( a parte quando si fa garante dei “diritti acquisiti” dei più ricchi e quando è militare) e punta sulla finanza, sul debito privato, per sostenere la domanda di merci: è l’economia dei mutui subprime e delle carte di credito, delle bolle finanziarie e immobiliari, del consumismo sfrenato; rivelatesi iniqua e insostenibile.  Oggi, segnatamente in Europa, il pensiero economico dominante è quello degli ordoliberali tedeschi, per cui il debito privato e soprattutto il debito pubblico costituiscono peccato mortale (nella lingua tedesca, il termine “die Schuld” è sia “colpa” che “debito”). Non essendo forse perfettamente al corrente che mettere fine al debito equivale a condannare a morte il capitalismo.

FINE DEL CAPITALISMO?

Nell’epilogo del libro, Harvey sviluppa idee interessanti per una prassi politica alternativa, all’insegna di un nuovo umanesimo che liberi “potenzialità, capacità, e poteri umani” (p.279). L’orizzonte verso cui tendere è un sistema economico dove l’offerta di valori d’uso adeguati per tutti (casa, istruzione, sicurezza alimentare, assistenza sanitaria, accesso ai trasporti, etc) abbia la precedenza sulla loro offerta attraverso un sistema di mercato orientato alla massimizzazione dei profitti, che concentra i valori di scambio nelle mani di pochi privati e distribuisce i beni sulla base delle possibilità di pagarli. Proposte concrete in questo senso sono quelle di istituire una moneta che funga da lubrificante degli scambi ma non da riserva di valore (il modello è la stamped money di Silvio Gesell);  implementare un reddito di base per garantire il risparmio e sconfiggere la povertà; tutelare i beni comuni attraverso nuovi regimi giuridici che superino la dicotomia Stato-privato; dar vita a imprese che innovino le modalità e soprattutto i fini della produzione. In queste proposte c’è più Polanyi che Marx, più l’Olivetti del “socializzare senza statizzare” che Keynes. Nell’idea di contromovimento di Polanyi, infatti, è la società – non lo Stato – che organizza contrappesi istituzionali alla mercificazione di terra, lavoro e denaro.  Questa società si trova, oggi, nella realtà –  magmatica, frammentata e alienata – di chi produce e riproduce la vita urbana. Soggetti che devono trovare il modo di parlarsi, di ricompattarsi, per riprendere in mano il loro destino.  Poiché, oggi più che mai, “l’innovazione politica sta nel comporre in modo diverso possibilità politiche già esistenti ma fin qui isolate e separate” (p. 220).

Federico Stoppa

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Alessia Izzo - Bologna

Alessia Izzo – Bologna

La “questione urbana” – il dibattito sul futuro delle città – occupa ormai da molti anni una posizione preminente nel discorso pubblico europeo, ma non sembra attecchire in quello italiano. Nessun grande quotidiano nazionale – figuriamoci la televisione – ha dato spazio al workshop, organizzato dalla Commissione Europea a Bruxelles il 17-18 febbraio scorso, sui contenuti programmatici della nuova Agenda Urbana Europea integrata per il 2020. Un’iniziativa che ha rimarcato il ruolo strategico delle città nella realizzazione di un’economia sociale di mercato orientata alla conoscenza, inclusiva ed ecologicamente sostenibile: l’architrave del Progetto europeo.

L’Agenda urbana Europea integrata è il punto di arrivo di un lungo percorso di riflessione partito nel 1997, che ha i suoi tratti salienti nella Carta di Lipsia sulle città sostenibili (2007), nella Dichiarazione di Toledo (2010) e nel report “Cities of Tomorrow” del 2011. Un discorso maturato sullo sfondo dei grandi cambiamenti tecnologici e istituzionali – la liberalizzazione dei movimenti dei capitali e delle merci e la diffusione dell’Information and communication technology nei processi di produzione – che hanno segnato la società europea negli ultimi decenni, in termini di de-industrializzazione, perdita di posti di lavoro qualificato, crisi dei bilanci pubblici, disparità sociali.

In questo contesto, l’Unione Europea ha assegnato principalmente alle città (e alle regioni) il compito di gestire le politiche pubbliche per la crescita e la coesione sociale[1].  Esse sono state così chiamate a ri-pensare, ri-progettare le proprie traiettorie di sviluppo economico di lungo periodo per attrarre individui e imprese, oltre che i finanziamenti europei. Gli agenti economici sono in cerca di città capaci di trasformare reddito in benessere e di creare un ambiente favorevole all’innovazione, tramiteinfrastrutture in grado di ridurre i costi individuali e sociali della mobilità, spazi verdi ampi e diffusi,  servizi pubblici accessibili, politiche dell’alloggio per i giovani.

Negli ultimi decenni, alcune città europee – Berlino, Monaco, Barcellona, Rotterdam, Amsterdam – hanno saputo ri-configurare la propria struttura economica e istituzionale, adattandola ai vincoli di tipo ecologico e alle mutate preferenze (e valori) dei cittadini e delle imprese globali. Non si può dire altrettanto per le città italiane, vittime, secondo Antonio G. Calafati (Economie in cerca di città, Donzelli, 2009) dell’incapacità – da parte di politici e società civile – di elaborare una strategia comune per mitigare gli effetti degli shock esogeni (globalizzazione, moneta unica) sui nostri territori. Un  “blocco cognitivo” ci ha impedito di prendere atto che gli spostamenti quotidiani degli individui – per lavorare, socializzare, scambiare merci -, quelli che descrivono l’”area urbana funzionale” (FUA), non coincidevano più con i confini politico-amministrativi dei singoli comuni[2], e che quindi era necessario un accorpamento delle funzioni politico-amministrative locali ad un unico livello, inter (o sovra) – comunale.

Elena Colombo - Bologna

Elena Colombo – Bologna

Un governo unico della città si imponeva per adeguare – attraverso congrui investimenti pubblici – le prestazioni economiche e sociali dei territori italiani agli standard europei, impossibili da sostenere (finanziariamente) per il singolo comune.  Nonostante gli ostacoli normativi per una simile operazione fossero venuti meno (la legge n. 142/90 individuava 9 Aree metropolitane e dava il nulla osta alla formazione delle Città metropolitane[3]), si è preferito mantenere una anacronistica poliarchia territoriale – regioni, province, 8092 comuni, di cui il 70% con meno di 5000 abitanti), che ha reso impossibile una pianificazione sistemica, generando costi sociali e ambientali enormi (dispersione insediativa, consumo e impermeabilizzazione dei suoli, carenza di servizi e spazi pubblici, infrastrutture inadeguate, congestione automobilistica, inquinamento), oltre che una straordinaria perdita di competitività economica del Paese.

D’altro canto, qualcuno che ha preso sul serio la questione urbana, in Italia, c’è stato. Nell’agosto 2012, l’ex Ministro della coesione territoriale (governo Monti) Fabrizio Barca ha istituito un Comitato interministeriale per le politiche urbane (Cipu). Ne è scaturito un Rapporto, presentato a Marzo 2013,  che offre spunti di grande interesse per disegnare politiche della città all’altezza delle migliori esperienze europee.  Dalla necessità di ristrutturare le reti di trasporto pubblico regionale su ferro per favorire la mobilità sostenibile, all’adozione di norme che limitino drasticamente la distruzione dei suoli; da una tassazione più gravosa sulla rendita fondiaria urbana per procurare adeguati servizi e spazi pubblici; al ritorno di una vera politica pubblica della casa, con la fissazione di quote minime di edilizia sociale nell’offerta abitativa.  C’è poi il grande tema della riqualificazione urbana, a cominciare dal “rammendo” delle periferie di cui parla Renzo Piano, per proseguire con i siti industriali dismessi (si guardi, in proposito, cosa sono stati capaci di fare i tedeschi con l’ex area carbonifera della Ruhr!) e con la manutenzione degli edifici pubblici.

L’innovazione più urgente da introdurre è però di tipo istituzionale: dare un “governo” e quindi un “progetto” di sviluppo futuro alle città. Il disegno di legge Delrio – approvato alla Camera e in discussione al Senato – sembra andare nella giusta direzione. “Svuota” di poteri le Province, spinge i comuni verso forme di aggregazione e fusione, e soprattutto rende operative le Città metropolitane. È un passo avanti importante: le città più grandi potranno attuare piani di sviluppo economico e spaziale senza dover subire il veto dei mille comuni limitrofi, godendo inoltre di maggiori risorse per fornire servizi migliori ai cittadini.  Ma ci si potrebbe spingere più in là, riscaldando l’asettico linguaggio delle leggi con la fiamma dell’Ideale. Si tratterebbe di riprendere la grande riforma dello Stato su base federale immaginata da Adriano Olivetti nel 1946[4]“sciogliere” i comuni in 400-500 Comunità autonome – strutturate poi in macro regioni da 3 a 5 milioni di abitanti – governate sinergicamente da tre ordini distinti: politico, economico, culturale[5]. Alle Comunità verrebbero assegnati ampi poteri decisionali nel campo dell’urbanistica, dei trasporti, dell’ambiente, dell’economia, del sociale. In questo modo le città, attualmente sequestrate dalle cattedrali del consumo e dalle automobili, rinascerebbero come spazi “pubblici”; luoghi di confronto aperto dove i cittadini  tornerebbero a progettare insieme il loro futuro.

Federico Stoppa

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[1] Il paradigma territoriale delle politiche europee si è consolidato con i seguenti documenti: lo Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo (1999), l’Agenda Territoriale dell’Unione Europea (2007), il Trattato di Lisbona (2008) e l’Agenda Territoriale dell’Unione Europea 2020 (2011). Inoltre, ammontano a 351,8 i miliardi di fondi comunitari stanziati nel periodo 2014-20 per la coesione sociale territoriale.

[2] Alcuni esempi per rendere l’idea (v. Calafati, 2009, p. 135): l’area funzionale di Milano conta più di 3,5 milioni di individui, mentre la sola città amministrativa è pari a 1, 3 milioni di abitanti; la FUA di Bologna racchiude  più di 500mila individui, contro i 350mila del comune; ad Ancona la FUA è 220mila abitanti contro i 100mila che popolano la città amministrativa.

[3] “Un’Area Metropolitana è costituita da uno dei 9 comuni-capoluogo identificati ex-lege (Torino, Milano, Genova, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Bari) e dai comuni ad essi integrati dal punto di vista territoriale, delle attività economiche, dei servizi essenziali alla vita sociale e delle relazioni culturali. il comune capoluogo e gli altri comuni ad esso uniti da contiguità territoriale e da rapporti funzionali possono costituirsi in Città Metropolitane ad ordinamento differenziato”  (Compagnucci, 2013).

[4] L’Ordine Politico delle Comunità. Dello Stato secondo le leggi dello Spirito, Edizioni di Comunità, 1946.

[5] Nello schema olivettiano, tre persone costituiscono il nucleo centrale dell’autorità di una Comunità:1) un Presidente eletto a suffragio universale; 2) un Vicepresidente eletto solo dai lavoratori; 3) un rappresentante della cultura, cooptato per meriti scientifici.

Margnac - Olivetti's factory

Margnac – Olivetti’s factory

Riportiamo, di seguito, ampi stralci di un’intervista di Roberto Petrini all’economista Giorgio Fuà, apparsa nel 2000. Fuà è stato uno dei più grandi economisti italiani del secondo dopoguerra; ha lavorato per molti anni con Adriano Olivetti, Enrico Mattei e il premio Nobel Gunnar Myrdal; nel 1980 ha curato il rapporto Ocse sui problemi dei paesi europei a sviluppo tardivo (quelli oggi noti con il poco rispettoso acronimo PIIGS). Ha fatto parte, con Paolo Sylos Labini ed altri economisti,  della commissione per la programmazione economica in Italia, voluta dal primo centrosinistra (1962). Ha fondato, nel 1959, la Facoltà di Economia di Ancona in cui ha insegnato fino a poco prima della morte, avvenuta all’inizio del nuovo secolo. Alcune sue riflessioni contenute in questo dialogo ci appaiono di sconcertante attualità: la necessità di diffondere tra i giovani una mentalità lavorativa e imprenditoriale  che recuperi la dimensione creativa e personale del lavoro, contrapposta ad una visione del lavoro come male spiacevole ma “necessario” per produrre e acquistare sempre più merci; l’urgenza di adottare forme di partecipazione dei lavoratori alla gestione d’impresa e l’importanza di superare, almeno nelle società affluenti, l’ossessione del Prodotto Interno Lordo (PIL) come unico indicatore di “benessere” da massimizzare. (F.S).

Professor Fuà, cominciamo dall’abc: chi è questo strano personaggio che passa sotto il nome di imprenditore?

I vecchi manuali di economia dicevano: è colui che combina i fattori produttivi (lavoro, capitale e terra). È una definizione poco suggestiva ed è molto insoddisfacente anche l’indicazione del criterio che guiderebbe l’imprenditore e cioè quello della massimizzazione del profitto.

Se il profitto non è sufficiente, come comunemente si ritiene, per qualificare e definire la figura dell’imprenditore, quali sono, o dovrebbero essere, i suoi scopi? Qualcuno potrebbe ricordare che l’imprenditore crea posti di lavoro e dedurne che si tratta di un compito già sufficiente. Non le pare?

Non occorre soltanto un imprenditore che crei posti di lavoro ma occorre un imprenditore che coinvolga i dipendenti in una avventura interessante. Che dia un senso al loro lavoro. Ricordo una frase di Adriano Olivetti, il quale si chiedeva: può l’impresa darsi uno scopo? La risposta implicita era sì. “Bisogna dare consapevolezza di fini al lavoro” diceva Adriano Olivetti. Ma ciò implica, aggiungeva, l’aver preventivamente risposto a una domanda che non esito a definire una delle domande fondamentali della mia vita, profondamente discriminante per la fede che presuppone e per gli impegni che implica. “Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? 0 non vi è, al di là del ritmo apparente, qualcosa di più affascinante, una trama ideale, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?”

Quale scopo? Coinvolgere i dipendenti, lavorare con soddisfazione, fare genericamente del bene? Lei cita Olivetti e parla addirittura di avventura. Sono concetti difficili da accettare al giorno d’oggi. Non crede?

Io credo che il lavoro in genere deve essere gratificante e coinvolgente: non deve essere soltanto una pena volta allo scopo di guadagnare  e, successivamente, acquistare merci e goderne nel tempo libero. Per creare questa condizione ci vogliono imprenditori leader come Adriano Olivetti, Enrico Mattei o come alcuni imprenditori marchigiani che conosco. Purtroppo non tutti gli imprenditori hanno le caratteristiche del leader: c’è chi si limita a comporre una combinazione favorevole di fattori di produzione; c’è l’inventore, come Guglielmo Marconi o Henry Ford; c’è chi accumula potere e ricchezza e persegue una strategia di piazzamento di capitali anche senza produrre alcunché. È sbagliata l’idea di vedere il compito dell’imprenditore come quello di produrre merce e il compito del lavoro come un mezzo per riuscire a consumare altra merce. È sbagliata l’idea che la gente che lavora nell’impresa debba avere come fine quello di fare tristemente la propria attività dentro l’impresa per guadagnare e potersi poi comprare altra merce di cui godrà nel tempo libero. Insomma, la cosa più importante è fondare un gruppo di persone che faccia con convinzione il proprio lavoro. È la cosa più importante perché ormai di merce ne produciamo abbastanza e il problema non è quello di produrne di più ma di produrla con piacere, non con sofferenza.

Questa non sembra l’opinione più diffusa. Se si pone la questione ad un passante, ma anche a qualche capitano d’industria, risponderà senz’altro: guadagnare, per consumare e godersi il tempo libero. Non è così?

Mica è giusto! Noi nel lavoro, e negli spostamenti ad esso connessi, passiamo la maggior parte della vita, almeno metà del tempo durante il quale siamo svegli. E se questa parte della nostra vita occupata da quello che chiamiamo lavoro e che serve per guadagnare ciò che poi si “gode” nel tempo libero, è penosa, il godimento diventa assai discutibile. In una situazione come quella che abbiamo appena ipotizzato, la parte creativa di noi, quella che ci dà maggiore soddisfazione, dispone di uno spazio sempre più limitato. Io continuo a sostenere che bisogna generare e produrre qualcosa che valga di per sé, che pensiamo che sia un bene e che ci piace. Tutti gli imprenditori che sono riusciti a creare una comunità appassionata al lavoro, che sono amati da chi ha avuto la fortuna di lavorare con loro, pensano che il loro prodotto contribuisce anche se in piccola parte a rendere migliore il mondo.

Oggi si impone la grande corporation, la multinazionale. È pensabile e realistico creare un clima del genere in strutture grandi e impersonali per definizione?

Si può creare il clima di squadra anche nelle grandi multinazionali. Ricordo che alla Olivetti noi tutti ne eravamo fieri. L’idea che ci animava era semplice ma efficace: questa è un’impresa bella e facciamo un prodotto bello. Adriano si lamentava perché gli impiegati (in Italia ormai il 60 per cento dei lavoratori dipendenti lavora negli uffici) sono circondati da macchine e mobili brutti. Perché devono essere brutti? Il loro ambiente può essere gradevole. E Adriano Olivetti diceva: mi piace dare soddisfazione alla gente che lavora.

Va bene. L’impresa ideale è quella dove si lavora con godimento, si conta di migliorare il mondo, si mira a creare una squadra affiatata. Ma come si può raggiungere questo obiettivo?

Vuole delle “ricettine”? Ebbene, l’imprenditore deve pensare nel seguente modo: la gente che lavora con me la voglio migliorare, perché nel lavoro si passa gran parte della propria vita e il lavoro ci deve migliorare e non peggiorare. Insegniamo loro anche un po’ di filosofia e, se possiamo, facciamo loro apprezzare anche della musica buona. Facciamo vedere intorno a loro delle architetture belle: questo migliora e rende più civili coloro che lavorano con me. La prima regola è quella di amare il prodotto che si fa ed essere convinti che si tratta di una cosa buona. Se invece si dice: il prodotto mi serve solo per guadagnare e non importa se imbroglio il consumatore, come si può coinvolgere, appassionare, la gente?

Non vorrei costringerla, nel corso di una semplice conversazione, ad elaborazioni teoriche che comporterebbero un lavoro ben più ampio e meditato. Tuttavia, mi pare che al centro della sua critica al concetto di impresa ci sia l’obiettivo della massimizzazione del profitto. È così?

A me interessa proporre ai giovani un modello secondo il quale il lavoro è uno degli aspetti positivi della vita. Tra le fonti di soddisfazione della vita il consumo è secondario rispetto al lavoro. La creazione può dare molta più soddisfazione che la distrazione, divertirsi è distrarsi, cioè fare qualche cosa al di fuori di un’altra. Il lavoro può essere vissuto con passione e si dovrebbe anche cambiare nome al lavoro, se questo termine si associa ancora all’idea di “guadagnerai il pane con il sudore della tua fronte”.

Gli economisti hanno sempre sottolineato l’aspetto della fatica, anche perché semplificava il discorso. Il lavoro come mezzo e il consumo come risultato. Dunque: minimo mezzo, minimo lavoro, massimo consumo. Invece io, avendo visto intorno a me gli artigiani, i coltivatori, mio padre medico e tutta la famiglia appassionati al lavoro da cui non si volevano staccare un momento, credo che il lavoro possa essere la ragione e la passione di una vita e credo che non debba essere vissuto come una sofferenza.

E chi fa un lavoro faticoso?

Anche in campagna dove il lavoro era pesantissimo non si sarebbero tirati indietro, volevano farlo ancora anche da anziani.

E quello della catena di montaggio?

Una volta c’erano “Charlot” e “Tempi moderni”, oggi c’è il computer. Non cambia molto: forse il problema è di non continuare a chiamarlo lavoro, magari chiamiamolo attività.

C’è bisogno di una nuova etica del lavoro?

Stare in società o in un gruppo per produrre qualche cosa mi pare un punto importante della vita. Ma le ripeto ci vuole, e ci vorrà in eterno, un Mosè o qualcun altro che dica: “Ora vi mostro io come facciamo”. Io chiamo costui imprenditore. Ciò che mi colpisce di più è che la maggior parte dei miei studenti universitari non ha mai sentito o concepito l’idea di fare un lavoro indipendente. Arrivano all’università e mi dicono che dopo laureati cercheranno “un posto”.

Margnac - Olivetti Ivrea. Visite d'usine. Ektachrome, novembre 1970.

Margnac – Olivetti Ivrea. Visite d’usine. Ektachrome, novembre 1970.

Riepiloghiamo: il profitto non deve essere l’obiettivo, il consumo non è il fine principale della vita, bisogna lavorare con godimento. Il mercato, tuttavia, è spesso il luogo della competizione e della violenza. Si può sopravvivere sul mercato adottando questi criteri?

Perché no? Il mercato non è il luogo della violenza, è semplicemente quello della concorrenza. Non si può concorrere facendo cose buone? Non mi pare che ci sia un contrasto con l’idea di concorrenza. Il profitto non è un obiettivo, è semplicemente una delle condizioni perché una organizzazione di mercato o d’impresa possa vivere. Pensiamo al lavoro senza scopo di lucro: le organizzazioni di volontariato che hanno un ruolo crescente, le comunità per i tossicodipendenti, la Croce Rossa ecc. La vita di queste aziende, che si risolve in parte fuori dal mercato, è simile a quella delle imprese commerciali. Anche in questo caso ci vuole il leader, come Muccioli che fondò San Patrignano, come il Filo d’Oro di Osimo creato da un prete straordinario.

Eppure professore, nel linguaggio comune parole come profitto, lavoro e reddito vengono intese come addendi di una somma che alla fine dà come totale la crescita del benessere. Lei contesta questa impostazione?

È vero. Nell’ottica abituale degli economisti, il lavoro viene considerato per la sua capacità di produrre merci (quindi di contribuire al prodotto nazionale, al PIL) e per quella di procurare al lavoratore un guadagno, che significa poi capacità di acquistare merci.  Ma il lavoro ha anche un altro aspetto, in quanto può procurare a chi lo compie un senso di alienazione, pena, o, al contrario, un senso di soddisfazione. Ho scritto nel mio libro “Crescita economica. Le insidie delle cifre” (Il Mulino, 1993) che il lavoro può risultare più interessante se chi lo fa è posto nella condizione di sentirsi partecipe della gestione dei successi dell’operazione produttiva in cui viene impiegato, se ha modo di riconoscere nel prodotto una propria creazione. Oggi nei paesi ricchi è probabilmente più urgente studiare le vie per restituire interesse al lavoro, piuttosto che le vie per aumentare di qualche punto percentuale la quantità della merce prodotta o il potere d’acquisto ottenuto come retribuzione per ora di lavoro erogata. Eppure noi economisti continuiamo a dedicare tanti studi alla produttività e al salario, ma quasi nessuno alla soddisfazione del lavoratore. Dunque, aggiungo ora, dovremmo studiare più attentamente come su questa soddisfazione influiscano la forma giuridica, la dimensione e la modalità di organizzazione dell’impresa. Dovremmo esplorare meglio la praticabilità di un sistema di partecipazione dei lavoratori agli utili e alla gestione dell’impresa e gli eventuali vantaggi che esso offrirebbe non solo dal punto di vista del livello di occupazione, produzione e retribuzione (vantaggi già indicati da economisti come Martin Weitzman), ma anche dal punto di vista dell’integrazione sociale e dell’autorealizzazione che si possono ottenere attraverso il lavoro.

È il solo modo di dirigere un’impresa?

Non sto dicendo che si può dirigere un’impresa soltanto così. Una organizzazione produttiva si può dirigere anche in altro modo, in questo caso tuttavia si paga un prezzo: chi ci lavora si sente estraneo. Spero che si possa insegnare ai giovani che non si fa l’imprenditore per fare più soldi possibile. È una comune avventura che ci appassiona tutti, se l’obiettivo ci piace. Non misureremo il nostro successo con quanto abbiamo guadagnato o con che rapidità abbiamo vinto un concorso.

La scuola dovrebbe dedicare più attenzione al compito di far riflettere i giovani sull’importanza delle insoddisfazioni e delle soddisfazioni non valutabili in moneta che possono accompagnare il lavoro.

La maggior parte dei miei studenti, interrogati su quali requisiti dovrebbe avere un lavoro per attrarli, rispondono in prima battuta che l’ideale è trovare un posto sicuro, che procuri il massimo di reddito e il minimo di preoccupazione possibile, e il massimo di tempo libero. È una risposta del tutto in linea con la mentalità consumistica, propagata dai mezzi di comunicazione di massa, recepita e trasmessa dalle famiglie, e non contrastata dalla scuola. Apre una prospettiva squallidissima: prendendo questa via, i giovani finirebbero con lo svendere metà del proprio tempo di vita in una routine tediosa per pagarsi qualche svago o lusso nella modesta quota di ore di veglia restante.

La scuola fa troppo poco per indirizzare l’interesse dei giovani verso lavori indipendenti e verso le attività imprenditoriali. Andiamo verso un mondo in cui quasi tutti i giovani puntano sulla prospettiva che qualcuno dia loro un posto (nel senso di impiego), mentre scarseggiano quelli che si preparano a creare (inventare) un posto di lavoro almeno per sé e possibilmente anche per gli altri, perché a troppo pochi ne è stata suggerita l’idea. Ma affinché ci siano occasioni di lavoro occorre che il sistema economico funzioni, e per funzionare normalmente il sistema esige l’opera di imprese; è improbabile allora che la funzione di guidare un’impresa possa essere svolta in modo soddisfacente da soggetti impersonali. Occorre ancora una volta la persona dell’imprenditore.

C’è il rischio di un declino dello spirito imprenditoriale?

Certamente. Se scarseggiano nuove leve di imprenditori, chi fornirà tutti i posti di lavoro desiderati? Lo Stato, altri enti, nuovi carrozzoni? Penso che il punto che sto toccando costituisca una seria minaccia al benessere collettivo, non dico del momento presente, ma degli anni che verranno. In una prospettiva di lungo termine, la carenza di capacità imprenditoriali potrebbe rivelarsi uno degli aspetti più gravi del problema dell’occupazione (o della disoccupazione), che oggi è tornato al centro dell’attenzione generale.

da R.Petrini, Uomini e Leader, Considerazioni e ricordi di Giorgio Fuà,  Centro studi Piero Calamandrei, Jesi 2000.

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grizzleur / Flickr

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“Il compito della scuola e dell’università è preparare i ragazzi al mondo del lavoro.  Solo così possiamo sperare di sconfiggere – in futuro – le piaghe dell’abbandono scolastico e della disoccupazione giovanile. Dovremmo per questo istituire, nelle scuole secondarie, stage obbligatori in azienda”. “I neodiplomati vanno indirizzati verso percorsi di laurea dove avranno opportunità di trovare occupazione, non certo verso facoltà umanistiche come lettere, filosofia, scienze politiche, belle arti. Oppure, meglio che facciano gli idraulici, piuttosto che studiare”. “Finanziamo soltanto la ricerca applicata, che dà risultati misurabili in termini economici. Valutiamo severamente i nostri insegnanti attraverso parametri quantitativi, che tengano conto di quanto un professore contribuisce, con le sue pubblicazioni, agli introiti della facoltà”. “Semplifichiamo i programmi scolastici: basta latino, basta greco, basta lettura dei classici, basta libri; meglio optare per riassunti delle opere principali, fotocopie, belle slides colorate e animate. Invece che perdere tempo ad insegnare vecchie teorie, cari insegnanti, insistete sulle competenze pratiche che serviranno ai ragazzi nel mondo globalizzato, utilizzate una pedagogia incentrata sulle tre I: Inglese, Impresa, Internet”.

Quando l’oggetto di discussione è il binomio istruzione & mondo del lavoro, non c’è persona di buon senso che non ricorra, in ordine sparso, ad una delle tesi di cui sopra. Vi è un diffuso consenso sul fatto che scuola e università debbano modernizzarsi, diventando mere propaggini di un’azienda. La filosofia sottesa a questo ragionamento – esteso a tutto il variegato mondo della cultura – è l’utilitarismo: un museo, una scuola, una biblioteca, una materia scolastica è ritenuta meritevole di essere conservata a seconda del profitto monetario (utile) che genera.

Seguendo questa visione, tutti quei saperi e luoghi culturali che non hanno utilità “pratica” possono essere soppressi: l’arte, la musica, la letteratura, la filosofia, la storia, il cinema, il teatro. La cultura umanistica tutta. Ma anche la ricerca pura in ambito scientifico; si pensi a quei fisici, per esempio, che indagano la struttura fondamentale dell’Universo.  A che serve sprecare soldi pubblici per finanziare costoro, quando la popolazione annaspa nella più grande crisi economica dal dopoguerra?
Agli utilitaristi nostrani è vivamente consigliata la lettura di un libricino di Nuccio Ordine, dedicato appunto, come recita il titolo, all’ utilità del sapere inutile, gratuito, disinteressato.  In appendice è riportato un mini saggio di Abrahm Flexner, grande pedagogo e fondatore dell’Institute for Advanced Study di Princeton, che ha ospitato, tra gli altri, scienziati del calibro di Albert Einstein, Niels Bohr, Thorstein Veblen,  John von Neumann. Flexner ci fa riflettere su come apparirebbe oggi il nostro mondo senza l’apporto della useless knowledge: non solo un deserto d’immaginazione, fantasia, spirito critico e libertà spirituale, ma anche un luogo più povero in senso materiale. Infatti, alcune grandi innovazioni del secolo scorso non sarebbero state possibili senza il contributo decisivo di scienziati totalmente disinteressati ai risvolti pratici delle loro teorie. Si pensi alle ricerche sulle onde elettromagnetiche da parte di Maxwell e Rudolf Hertz, senza le quali non avremmo potuto disporre di uno strumento che ha rivoluzionato la comunicazione come la radio. O agli studi prettamente teorici di Michal Faraday sulla corrente elettrica e di Paul Ehrlich sulla batteriologia.  Come non ricordare poi i vari Galileo, Newton, Einstein, Heisenberg; tutta gente che non aveva alcuno scopo pratico nelle ricerca, né provava interesse a rincorrere carriere e denari. Erano solo spinti dalla santa curiositas e dal desiderio di squarciare il velo di Maya, che cela il vero volto del Cosmo. Ricercatori puri, filosofi nel senso alto del termine. Ma di grande beneficio per l’umanità.

L’inutile può essere utile, mentre sovente il perseguimento del profitto fine a sé stesso nel campo dell’istruzione e della conoscenza porta al disastro, come ci hanno ammonito, nei secoli, filosofi come Aristotele e Platone, scrittori come Baudelaire, Leopardi, Gautier, Calvino, Hugo, Cioran, drammaturghi come Ionesco. E come testimoniano, ahinoi, le fallimentari riforme in ambito scolastico che si sono susseguite in Italia negli ultimi decenni – a cominciare dalla riforma Berlinguer del 2000. I frutti avvelenati di tali interventi non si contano più: scuole e università trasformate in aziende, con tanto di rivoluzione lessicale al passo con i tempi  (l’uso smodato dei vocaboli economici “crediti” e “debiti” nei piani di studio); la moltiplicazione delle sedi di studio e la concorrenza al ribasso tra gli atenei, attraverso il marketing pubblicitario, la semplificazione della didattica,  la distribuzione di lauree fittizie per attirare gli studenti (retrocessi oramai al rango di clienti);  la riduzione dei professori a scadenti manager-burocrati che passano ore e ore a organizzare consigli e a preparare tabelle per questionari inutili, invece che a formare e a formarsi. Si potrebbe continuare all’infinito.

Persino lo studio delle lingue antiche, che serviva “per conoscere direttamente la civiltà dei popoli, cioè per conoscere sé stessi” (Gramsci), sta per scomparire anche nei licei e sarà soppiantato dalle nuove lingue del commercio, inglese e cinese, con la motivazione che servono per lavorare nel mondo globale e fare soldi (e non per aprire la propria mente, viaggiare, scoprire la cultura dei paesi!).
“Solo i Fatti servono nella vita. Non piantate altro e sradicate tutto il resto. Solo con i fatti si plasma la mente di un animale dotato di ragione; nient’altro gli tornerà mai utile. In questa vita non abbiamo bisogno d’altro che di Fatti!”. La società di Coketown, descritta da Charles Dickens nel suo romanzo distopico Tempi difficili, dove “ciò che non si poteva tradurre in cifre o che non si poteva acquistare più a buon mercato e vendere al prezzo più alto, non esisteva e non avrebbe mai dovuto esistere” non è poi tanto diversa da quella che ci siamo affrettati a costruire con così tanta solerzia in questi anni. Una società informata dalla logica dell’Homo oeconomicus, che ragiona esclusivamente in termini di costi benefici di carattere pecuniario;  mentalità adottata non solo nelle scelte individuali, ma anche in quelle collettive, riguardanti la gestione dei beni culturali. In ossequio a questo principio, assistiamo rassegnati alla morìa di piccole biblioteche storiche e al depauperamento di quelle comunali; alla chiusura -per mancanza di fondi – di istituti di cultura che custodiscono la nostra memoria; all’orrenda visione di musei prestigiosi costretti, per attirare persone, ad ospitare sfilate di moda al loro interno e a vendere ogni sorta di gadgets e souvenir.

L’unico argine all’utilitarismo dilagante è, io credo, di tipo culturale: la diffusione capillare di idee diverse, che mettano in luce le contraddizioni teoriche e gli innumerevoli guasti prodotti in tutti i campi della società dal pensiero unico. Per questo sono importanti, oltre a quello di Ordine, i contributi della filosofa di Harvard Martha Nussbaum (v. Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Il Mulino, 2011), dove viene affermato con decisione che scuole e università devono tornare ad essere palestre di pensiero critico; luoghi dove non si acquisiscono solamente professionalità specifiche, ma dove si coltivano anche fantasia e immaginazione, e si costruiscono personalità aperte alla discussione ed empatiche nei confronti delle grandi problematiche sociali.

Inoltre, “occorre un’attitudine che non persegua l’utile, anzi, che addestri a quanto è più inutile. Cosicché l’arte, la religione, la scienza, si emancipino dal capitalismo. Solo la liberazione delle spirito delimita l’economia” (Alvi, 2011, p.293).  L’utilitarismo, nato come corrente filosofica, si è trasformato successivamente in dottrina economica, prescrivendo l’estensione dello scambio mercantile ad ogni sfera della vita sociale, perché “efficiente”. Gli economisti, oltre ad evidenziare la pervasività dei “fallimenti del mercato” (da Pigou a Stiglitz) e gli insostenibili costi ecologici e sociali generati dal laissez-faire (inquinamento, distruzione del capitale naturale, disoccupazione, disuguaglianze, vedi i fondamentali contributi di Kapp, 1950 e Polanyi, 1944), hanno sottolineato la necessità – per il buon funzionamento dello stesso capitalismo – del dono, come atto economico e non solo morale (distinto quindi dalla semplice carità).  Solo riconoscendo l’importanza di un atto asimmetrico che trascenda il calcolo capitalista – come il dono – può darsi un’economia sana.  


Possiamo fare diversi esempi.  
E’ economia del dono quella praticata all’interno della famiglia, con i genitori che pagano gli studi ai figli.  Fu economia del dono quella delle élites italiane del Rinascimento, che invece di investire in capitale “produttivo” (macchinari), hanno sprecato denaro in palazzi, chiese, arte, paesaggi, facendo dell’Italia la nazione più bella del mondo. Ancora, grandiosi esperimenti di economia del dono furono : il Piano Marshall, l’ingente trasferimento di risorse con cui gli americani fecero rinascere l’Europa occidentale nel secondo dopoguerra; la riforma dell’impresa ideata dall’utopista “concreto” Adriano Olivetti, che prevedeva l’obbligo di cessione dell’azienda alla Comunità locale alla morte del proprietario :1/3 al comune, 1/3 ai lavoratori, 1/3 all’università; l’emissione di denaro a scadenza teorizzata da Rudolf Steiner, con il quale sarebbero state finanziate, da parte di imprese e privati, le università, le scuole, gli ospedali. E’ economia del dono quella praticata dalle imprese sociali, dal mondo del no profit, molto attive anche nel nostro Paese. Infine, la pratica del dono e della condivisione è la cifra della Rete (v. Aime e Cossetta, il dono al tempo di Internet, Einaudi, 2010).

Se non rimetteremo al centro del nostro sistema economico e culturale il dono; se non torneremo a ridare il giusto spazio ad un’istruzione libera, a un sapere slegato da qualunque fine utilitaristico e giustificato solo dal piacere della conoscenza, non avremo futuro. “Se non si comprende l’utilità dell’inutile, non si comprende l’arte, e un paese dove non si comprende l’arte è un paese di schiavi e di robots, un paese di persone infelici, dove non c’è umorismo, non c’è il riso, c’è la collera e l’odio. (Eugène Ionesco)

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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“Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare infinito” Antoine de Saint-Exupéry

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Chi vuole parlare in modo credibile di sviluppo economico e civile del nostro paese deve rompersi il capo sul modo di affrontare problemi come l’abbandono scolastico e la disoccupazione del capitale umano più qualificato. Sono queste le questioni cruciali da cui dipende la sopravvivenza del Paese. Vanno affrontate in modo radicale, recuperando alcune esperienze del nostro passato più insigne. Proponiamo tre figure: Don Milani, come pedagogo. Enrico Mattei, come manager pubblico di formazione tecnoscientifica e non finanziaria, attento quindi più ai risultati di lungo periodo che agli sbalzi giornalieri dei titoli in borsa. Adriano Olivetti, infine, come modello di imprenditore innovativo e solidale e cerniera tra cultura scientifica e umanistica. Tutti e tre sono in grado di illuminare come pochi altri il tempo in cui viviamo.

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Nell’Italia rurale degli anni ‘50 in cui viveva Don Lorenzo Milani, la maggior parte della gente era analfabeta. Allora come oggi, si considerava l’istruzione una perdita di tempo. Certo, nell’Italietta pre boom economico si pativa la fame ed era quasi obbligatorio mandare i figli a lavorare presto. Ma questa forma mentis mercantile, che privilegia il guadagno immediato, sicuro, senza particolare sforzo, piuttosto che il faticoso e lento apprendimento che produrrà i suoi frutti solo in futuro, pervade anche la nostra società. Ovviamente, questo atteggiamento favorisce le classi più ricche, che possono permettersi di mandare i propri figli ad istruirsi nei migliori istituti e perpetuare così le disuguaglianze. I dati Ocse (Draghi, 2010) certificano che l’Italia è uno dei paesi a più bassa mobilità sociale intergenerazionale: le prospettiva di carriera e i redditi degli individui dipendono sempre meno da capacità e impegno personale e sempre più dalla situazione familiare di partenza. Don Milani non si arrese però a una scuola classista: la sua pedagogia era centrata non sul livellamento verso il basso dei più meritevoli, ma nella promozione in alto di quei ragazzi che, per scarso interesse e condizioni economiche sfavorevoli, faticavano ad apprendere. Suo obbiettivo era riaccendere la passione dello studente attraverso la partecipazione attiva a dibattiti, la formazione di uno spirito critico, e l’ascolto delle ragioni altrui. La Scuola di Barbiana fondata da questo prete toscano, divenne così famosa a livello internazionale: va recuperato quel modello, liberato dalle incrostazioni del peggior ‘68, se si vuole sconfiggere l’abbandono scolastico.

© SILVIO DURANTE / LaPresse ARCHIVIO STORICO TORINO 15 MAGGIO 1954 Enrico Mattei Nella foto: IL PRESIDENTE DELL'ENI ENRICO MATTEI ALL'INAUGURAZIONE DI UNA NUOVA STAZIONE DI SERVIZIO AGIP NEG- 59708

© SILVIO DURANTE / LaPresse
ARCHIVIO STORICO
TORINO 15 MAGGIO 1954
Enrico Mattei
Nella foto: IL PRESIDENTE DELL’ENI ENRICO MATTEI ALL’INAUGURAZIONE DI UNA NUOVA STAZIONE DI SERVIZIO AGIP
NEG- 59708

Servono manager formati da istituti tecnici e scientifici, non da business schools americane. Manager che non obbediscano alla stupida teoria dello shareholder value, secondo cui l’obiettivo non sia la crescita di breve termine del valore delle azioni dell’impresa nei mercati finanziari; ma la formazione di valore aggiunto che vada ad arricchire l’intero Paese. L’Italia aveva una eccellente classe di manager, operanti nella Grande IRI e in banche di interesse nazionale, che in pochi anni l’hanno trasformata da paese agricolo di serie B in seconda potenza industriale d’Europa: Alberto Beneduce, Donato Menichella, Raffaele Mattioli, Oscar Sinigaglia, Enrico Mattei. E’ soprattutto alla lezione di quest’ultimo che dobbiamo guardare. Mattei si oppose alla svendita dell’Agip agli americani, già programmata dal governo De Gasperi. Costituì l’Eni e dotò l’Italia di una politica energetica indipendente che diede vita al Miracolo Economico. Negoziò accordi più favorevoli con i paesi produttori per l’importazione di petrolio, appoggiando anche le loro lotte d’indipendenza contro il colonialismo; si scontrò con le Sette Sorelle americane del petrolio. Soprattutto: dimostrò come un’economia sana e competitiva abbia bisogno di grandi aziende pubbliche nei settori strategici. Aziende gestite con l’occhio rivolto al benessere sociale e non colluse con i partiti. Aziende pensate come Communities (modello tedesco), non come Commodities (modello americano). Va ripensato un ritorno, in forme nuove, degli investimenti pubblici nell’economia. Le scellerate politiche di privatizzazioni degli anni ’90 hanno portato alla distruzione di autentici gioielli industriali (vedi la recente vicenda Telecom), con migliaia di posti di lavoro qualificato in fumo e l’indebito arricchimento di pochi grandi imprenditori.

Adriano Olivetti tra le linee di assemblaggio (©PUBLIFOTO/LAPRESSE)

Adriano Olivetti tra le linee di assemblaggio
(©PUBLIFOTO/LAPRESSE)

Concludiamo con l’ingegner Adriano Olivetti; le cui parole sanno sempre accendere un fuoco nel cuore di chi legge. Questa figura è riuscita ad avvicinare mondi che oggi appaiono distanti e inconciliabili: il mondo delle lettere e dell’arte con quello dell’economia, della tecnologia, della fabbrica. La qualità del prodotto con l’attenzione meticolosa alle esigenze del lavoratore, non solo in fatto di salario, ma anche di servizi, di welfare, di spazio entro cui lavorare, di sviluppo civile della propria persona. Un personaggio del genere fece scandalo negli anni ‘50. Si ha ragione di affermare che farebbe scandalo anche oggi. Come allora, sarebbe detestato dal gruppo di imprenditori che gravitano nell’orbita di Confindustria. Perché per Olivetti la competitività andava perseguita con l’innovazione dei prodotti, con il reinvestimento degli utili in ricerca e sviluppo, non con gli aiuti pubblici, la repressione sindacale e salariale Fiat style. Ma sarebbe trattato con diffidenza, come allora, anche dalla paleolitica classe di sindacalisti e politici che continuano a rappresentare l’imprenditore (e non lo speculatore, che è cosa bene diversa: vedi Schumpeter, 1912) come un parassita, il cui unico scopo è quello di succhiare soldi e sangue ai lavoratori. Negli anni Sessanta il Pci considerava Olivetti “paternalista”, perché con le sue scelte “progressiste” avrebbe tentato di comprarsi il consenso della classe operaia. Classe operaia che, come recitano i “sacri testi”, dovrebbe perpetuare ininterrottamente la lotta di classe contro i “padroni”.

Olivetti apparteneva al filone del cristianesimo sociale. Leggeva (e pubblicava) il T.S. Eliot dei Four Quartets e dell’Idea di una società cristiana, l’operaia mistica Simone Weil, il filosofo del cristianesimo democratico Jacques Maritain. Nei suoi discorsi, ricorreva spesso allo straordinario passo evangelico che San Matteo mette in bocca al Cristo (Matt 6,25:34): Perciò vi dico: non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Non affannatevi dunque dicendo: “che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”; di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”.


Era profondamente convinto che il lavoro, in quanto Beruf (vocazione, chiamata), avesse un’aura di sacralità, una dignità che non potesse essere misurata dal solo compenso monetario
. Per questo oggi si sarebbe certamente battuto contro lo svilimento del lavoro ad opera della attuale cultura d’impresa, per cui il lavoratore è un oggetto intercambiabile da motivare esclusivamente con la carota dell’incentivo di carattere pecuniario o con il bastone del licenziamento. Il che, alla lunga, impoverisce le relazioni sociali e si ripercuote negativamente sulla stessa produttività. Olivetti era convinto che l’impresa avesse un ruolo sociale ben preciso: lo sviluppo integrale della persona umana, la promozione della democrazia economica (e non solo politica) e della Bellezza del territorio in cui opera. Per questo chiamò in Azienda grandi sociologi come Ferrarotti e Gallino, psicologi come Musatti, Novara, Rozzi, scrittori come Paolo Volponi e Geno Pampaloni. Per questo mise a disposizione dei suoi operai una vasta biblioteca, organizzò corsi di storia dell’arte e d’urbanistica, portò in Italia con la sua casa editrice (Le Edizioni di Comunità) i testi dei più grandi economisti e scienziati della politica stranieri, come Kenneth Galbraith e Hannah Arendt. Purtroppo la sua vita si interruppe improvvisamente nel 1960, mentre stava andando in treno in Svizzera. Scomparso Adriano, il nocciolo duro del grande capitalismo italiano – Mediobanca, Agnelli – decise di liquidare la Olivetti del primo computer da tavolo come un “neo da estirpare” (Valletta): la divisione elettronica fu ceduta alla General Electric, segnando la fine di quella straordinaria esperienza.

Tuttavia, la voce di Adriano, con quelle di Mattei e Don Milani, ci parlano ancora, in un coro che oggi griderebbe, soprattutto ai più giovani: non rassegnatevi! Non possiamo più permetterci il lusso dell’indifferenza: è tempo di tornare a camminare insieme, sulla “cattiva strada” da loro tracciata.

Federico Stoppa

 

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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