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Ines Massi – alfaprivativa.tumblr.com

Le multinazionali, i nostri pensieri scadenti, e la nostra vita commercializzata, l’illusione di partecipare, con un commento convinto intriso d’errori, l’inquinamento che incombe, come un simulacro, e gli iceberg, che scappano smilzi sciogliendosi per il troppo calore.

Il consumo, il consumo, e ancora il consumo, l’unica ragion d’essere, per nascondere lo stress, per placarlo, e stanarlo, e curarlo nei viaggi per farsi fighi, e le immagini afferenti, controproducenti, tante immagini come un rullo incantatore, ritoccate, photoshoppate, più vere del vero, che sostituiscono la realtà, un concentrato di iperreale che atrofizza il cervello, e lo placa, fra le troppe informazioni fasulle piene di pixel luminosi, e di contenuti privi di contenuto (le informazioni vere si attingono solo davanti alla macchinetta del caffè).

E la gavetta, l’esperienza tanto osannata, quella che serve solo per avere esperienza; il lavoro, il lavoro, e ancora il lavoro, che ha cambiato cifra, e che evapora dalle vecchie concezioni per diventare tabù, per essere lettera morta, per essere sfruttato da giganti senza volto che si impadroniscono di ogni cosa, e del sonno, l’ultima vera terra di conquista.

E i giovani, poveri questi giovani che se ne vanno, ma che vagabondi che sono questi giovani, e le loro famiglie abbandonate su se stesse, abituate ormai ad ascoltare le loro voci solo su WhatsApp.

E le giornate che diventano corte, e i troppi impegni che a volte non sai dove ti trovi, strade provinciali che diventano superstrade a quattro corsie, e le persone che contaminano mordono e fuggono, per sparpagliare in direzioni selvagge la concentrazione delle città.

Lo spazio è una questione relativa, il ricordo una ragione spaziale, e il tempo, beh, quello è solo una figura mentale: sono già due anni ormai che ho preso quel treno per andare al nord, quel nord dove mi attendeva un aereo per espatriare definitivamente, e vedevo mia mamma sul binario morto che mi salutava con gli occhi lucidi, dietro quel vetro che si animava per diventare mobile, pronto a risucchiare tutto ciò che avevo di più caro, ma quel preciso spazio sospeso, quella precisa immagine fissata nell’eternità del momento, mi ha restituito questo ricordo che ora è parte di me, che si destreggia in me come una pennellata mentale. E i ricordi sono cose vive, che si nutrono e danno nutrimento.

Cecia Bm – instagram.com

Per questo dovrei impegnarmi di più. Parlare di più la mia lingua, insegnarla, cercare d’infondere più passione che posso nel suo apprendimento. Far conoscere la mia cultura esaltando i miei limiti, farla trasudare, perché è troppo preziosa e quello che si fa per essa in patria è pari a zero.

Essere il più gentile possibile, andare oltre la diceria consunta che oggi le persone fanno tutte indiscriminatamente schifo. Non è vero: tutto dipende da quanto tu decida di non farti rispettare. Dovrei guidare di meno (anche se a volte è impossibile) e camminare di più; riprendere con disappunto tutti quelli che, parcheggiati, lasciano il motore acceso perché è più comodo e c’è l’aria condizionata: la terra è malata, e troppo poco spesso ci prendiamo cura di Lei.

Dovrei leggere di più, e ancora di più e di più ancora, perché non è mai abbastanza: i libri sono essenziali per la vita di tutti i giorni, e la storia che il tempo è poco e non ci si può dedicare è una cazzata infinita: prova a spegnere il cellulare e vedi come il tempo torna a dilatarsi (sono quelli che dicono di non avere tempo ad averne più di tutti).

Gli articoli veloci da spazzatura che si pescano su internet non servono a nulla, e anche se per caso ti lasciano qualcosa servono solo a farti dire “ma dove l’ho letto?”. La carta, invece, s’innamora tutte le volte della memoria, e viceversa.

Dovrei stare di più con la mia famiglia, impegnarmi di più per trovare un posto giusto che mi permetta di abbracciarla più spesso. Viaggiare di più e non mostrarlo, non deflorarlo, per nessuna appariscente ragione, perché è un’esperienza che è solo mia con chi condivido direttamente.

Dovrei cercare più proiezione che protezione. Lamentarmi di meno e muovermi di più, senza che il troppo movimento mi faccia dimenticare perché sto in movimento: il fermarsi non solo è necessario, ma mi consente di riappacificarmi con l’attesa.

Avere l’illusione positiva di pensarmi da qualche parte, di evadere per un momento con la mente in un altrove desiderato e magari sconosciuto, e far ingranare al meglio la giornata: intimi pensieri personali, piccoli desideri forieri di momentaneo sollievo.

Credere che ci sia un futuro, immaginarlo, farlo mio, pensare più spesso che ciò che chiamo “futuro” è quella cosa che sto calpestando in questo preciso momento. Perché è il non-essere ancora ma con una prospettiva, il futuro che ora non esiste ma che può essere immaginato, a renderci quello che siamo: esseri che, per darsi un senso nel flusso indistinto degli eventi, hanno bisogno di illusioni, di illusioni positive. E quando queste ci vengono estirpate da un presente acquitrinoso, un presente-limbo in cui noi stessi siamo gli attori che pensano di non poter più agire, allora non può esserci più immaginazione, e con essa nessun barlume di desiderio ormai reietto.

Poter credere allora in qualcosa che mi consenta di avere più occhi possibili su una stessa cosa, e rendermi così le strumentalizzate semplificazioni una scoperta continua, “perché è difficile notare quello che vedi tutti i giorni” (DFW).

Cercare di essere sempre corretto e di ammettere gli errori, perché l’errore è la cosa più bella che mi possa capitare. Dire meno “cosa”, e darle un nome. Arrabbiarmi di meno per tutte le ingiustizie del mondo, e cambiarle, perché si può, prima ancora che salga la furia cieca e paralizzante.

Scrivere di più, utilizzare più parole che posso, perché mi servono, perché ho bisogno di nominare ogni granello di sensazione che ho dentro, per liberarlo, e farlo respirare. E non è vero che servono più fatti che parole: spesso le parole vengono discriminate proprio per consentire ai fatti di essere più liberi nella loro brutalità: un’azione buona deriva da un pensiero sano, quindi da un vocabolario ricco e variegato.

E poi alla fine, senza fine, tenersi strette le persone che ami, averle al tuo fianco, mai oscurarle, perché sono loro in fondo che ti fanno sentire, realmente e immaginativamente, ogni gesto che sei.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Arteaga, Coahuila, México

“- Perché sei andato via?

– Perché, tra le altre cose, il futuro dalle mie parti è sempre altrove, e credo proprio che questo luogo comune sia la semplificazione più complessa che io abbia mai dovuto vivere in tutta la mia vita…”

Ciao, mi chiamo Francesco, e se qualcuno mi dovesse fare la domanda di cui sopra risponderei esattamente allo stesso modo, perché è la stessa identica risposta che ho dato a me stesso tempo fa, e che continuo a darmi ancora adesso senza possibili variazioni.

Sono andato via quindi, e quel “via” si chiama Messico. La mia partenza è stata un mix di cose: raggiungere assolutamente una persona; frustrazione accumulata; disillusione reiterata; volontà di trovare un posto che mi facesse del bene; in una parola: cambiare vita. Ma sono partito senza pensarci troppo, perché o fai così o alla fine non parti più: era l’innocenza dell’atto che avevo bisogno di ripristinare dentro di me.

Quando vivevo in Italia, ero riuscito ad avere un incarico come ricercatore sociale (una cosa rarissima). Dopo tanto studio sudato, e svariate esperienze in giro per l’Europa e il mondo, finalmente ritornavo nella mia città più amata: Bologna. Mi avevano proposto un progetto di ricerca sociale che andava ad investigare le realtà degli asili nido presenti in un Comune limitrofe, per poi far emergere il tipo di qualità offerta dal Comune su quel tipo di servizi. Una cosa bellissima. Un’esperienza che non ha eguali nella mia lunga formazione. Dopo aver concluso i lavori infatti, mi diedero anche l’opportunità di curare una pubblicazione sulla ricerca stessa, in pratica: un libro di ricerca sociologica con sopra scritto il mio nome. Un sogno che si realizzava.

Purtroppo però viviamo in un mondo in cui il settore pubblico viene visto come il nemico numero uno da combattere (“perché è lento, perché spreca risorse, perché non è flessibile, perché in pratica non se ne può più”), e per questo motivo deve essere smantellato ad ogni costo, senza se e senza ma, a favore delle privatizzazioni selvagge senza quartiere; a favore di quel settore di mercato tanto decantato quanto tenuto a briglie sciolte perché è l’unico – dicono – in grado di fornire il servizio migliore in assoluto: perché è la sua indiscussa “mano invisibile” che poi sistemerà tutto quanto. Ma se questo settore non viene regolamentato a dovere, non potrà mai garantire l’uguaglianza delle opportunità: non potrà mai garantire l’uguaglianza dei diritti. Senza un settore pubblico forte, un Paese che si definisce tale può ritenersi solo allo sbando: non guarderà più tutti i suoi cittadini (o quello che ne resta) allo stesso modo, e solo chi potrà permetterselo potrà avrà accesso a certi servizi primari. In pratica, i diritti di tutti, e le garanzie universali, vengono soppiantati.

Così, visto il deserto di possibilità che si stagliava subito dopo quella mia esperienza – dove si cercava di salvare gli ultimi brandelli/rimasugli di un servizio pubblico ancora funzionante, (e parliamo della zona di Bologna, che qualche decennio fa era il fiore all’occhiello dell’Europa intera e punto di riferimento per quanto riguarda il comparto sociale) – mi sono ritrovato a mandare di nuovo curriculum per ogni dove, senza ovviamente ricevere risposta alcuna: un silenzio siderale, per vie telematiche e non.

Per sfogare dunque tutta la mia rabbia, e tramutarla in qualcosa di positivo, ho cominciato a scrivere e a buttare giù tutta la mia competente frustrazione, e con alcuni amici abbiamo aperto un blog parecchio impegnato (e piuttosto interessante) che di nome fa “Il Conformista”: un progetto interdisciplinare che osserva la complessità della realtà valorizzando le differenze, per poi metterle a sistema – fateci un giro se vi capita: contiene articoli che rimangono in testa. E per l’appunto quegli articoli, le letture appassionate e la continua ricerca innata, oltre a salvarmi la vita in un periodo di “pausa forzata”, hanno fatto da sfondo e da accompagnamento al mio passaggio oltre oceano.

Il cambiamento, ovviamente, non avviene mai d’incanto subito dopo che metti piede nell’altro paese (“la cosa più difficile è fare il primo passo”, dicono). Il cambiamento, al contrario, è un continuo costruirsi: è un continuo dialogo con se stessi. E quel primo passo esiste, certo, ma non è l’unico prima di una discesa libera; ce ne sono tanti altri dopo che te la fanno prendere bene o te la fanno prendere male, e il tutto dipende da quell’equilibrio sofisticato, da quel gioco infinito che si costruisce tra un prima e un dopo, tra quello che senti di essere e di portare dentro e quello che, pian piano e senza accorgertene, ti sta impercettibilmente trasformando.

Thomas Cristofoletti

Arrivato in terra straniera mi sono azzerato, mi sono “raschiato con un raschietto”: ho dovuto rifare tutto il percorso partendo dall’inizio. E così ho incominciato a lavorare in un pseudo-ristorante italiano come aiuto cuoco e lavapiatti (più come lavapiatti però). Le giornate passavano faticose, e l’adattamento alla nuova vita si scontrava con i dubbi, le perplessità, l’abbandono prematuro da parte del mio Paese, che ha speso così tanti soldi per formarmi da decidere poi di regalarmi senza rimpianti ad un altro paese, come se nulla fosse, come una risorsa già bella e pronta per l’utilizzo.

E di fatti, non è mancata occasione per farmi notare, e dopo alcuni mesi ecco il mio primo incarico come professore universitario d’italiano. Bastava una buona esperienza alle spalle (lauree, master e caterve di cose) e il fatto di essere madrelingua (cosa che qui, nell’insegnamento della lingua, scarseggia parecchio). Il resto, poi, è venuto da sé.

Dopo sei mesi di insegnamento, il direttore del centro di lingue – visti i risultati e i miglioramenti apportati ai corsi, e visto anche l’interesse suscitato negli studenti che ha incrementato di molto il numero d’iscrizioni – mi ha assegnato piena titolarità dell’insegnamento: ciò significava adottare un libro d’italiano per il centro di lingue, organizzare e pianificare tutti i livelli in cui si sviluppano i corsi, ed essere il responsabile che decide a che livello di conoscenza sei con la nostra amata lingua, per poi eventualmente firmarti una certificazione ufficiale dell’università.

(Ah, per inciso: insegnare la propria lingua è una delle cose più difficili che mi è capitato di fare nella vita: devi conoscere perfettamente te stesso, studiare come uno straniero la tua lingua perché certe cose “si dicono così e basta”, e riuscire a spiegarti nel modo più semplice che puoi: chi conosce veramente se stesso? perché “diciamo così”? come si fa a rendere la complessità di una lingua (e di un’intera cultura) intellegibile e interessante? Bisogna diventare degli attori: un insegnante di lingue è prima di tutto un attore, ed io, in questo ruolo, non mi ero mai cimentato).

Ovviamente non è stato tutto così semplice, e tuttora ancora non lo è. Non sono assolutamente un professore “a tempo pieno” assunto dall’università. Sono semplicemente “un libero professionista” che “offre servizi”. E per ritornare al nostro caro discorso sul settore di mercato, se non c’è domanda da parte di alcuni studenti curiosi io non posso avere delle classi mie; quindi, non posso avere il caro e tanto atteso stipendio alla fine del mese. Ecco perché ho dovuto, per necessità di sorta, guardarmi ancora una volta attorno, e cercare altro “di fisso” che mi aiutasse a pagare la sopravvivenza basilare.

Ora lavoro a tempo pieno in un’impresa metalmeccanica nel settore risorse umane, e sono professore all’università quando ci sono studenti con gli occhi grandi così per la curiosità. Lavoro tante ore al giorno (esco tutti i giorni di casa alle 7:30 di mattina, e ritorno verso le 9:30 di sera), e questa cosa non è buona (come in tanti dicono che sia). Quando ho qualche buco libero (raramente), vengo ricercato come risorsa scarsa da chi vuole viaggiare in Italia, e si crea quindi l’esigenza ad hoc di voler conoscere qualche espressione pratica da poter poi utilizzare come turista (in pratica, do anche lezioni particolari e su misura).

Se continuo così, tra un anno esatto, lo Stato messicano mi dà la residenza permanente… E anche a ragione, direi… Come già detto, ho due lavori: uno a tempo pieno e l’altro praticamente uguale (ricordiamolo ancora una volta: la lingua italiana è tra le più studiate al mondo). Pago regolarmente le tasse per ogni cosa che faccio, contribuendo al benessere di una collettività di soli privilegiati (perché lo sappiamo benissimo: quello che paghiamo a quell’entità che dovrebbe essere e rappresentare tutti, poche volte viene distribuito equamente). In più – cosa che spesso si dimentica – come ogni persona, sono un vero e proprio generatore di conoscenze: facendo quello che faccio, non sono solamente un numero per le statistiche, ma arricchisco continuamente il Paese in cui agisco con tutto il bagaglio che mi porto dietro. Allo stesso tempo, cresco e mi arricchisco a mia volta di rimando. Quindi, per così dire, sono (una risorsa e) un immigrato modello: una persona a posto e con le carte in regola.

Ecco, sarebbe bello se un giorno anche il mio Paese si degnasse anche lui di darmi la residenza permanente che mi spetta, ma non quella del passaporto (il passaporto è solo una carta ignorante che costruisce muri e denigra le complessità); sto parlando di quella che mi dovrebbe appartenere come persona, per quello che sono e voglio essere come italiano nel mondo. E non si tratta di un lamento. Se mi stessi lamentando, ora starei a casa in riva al mare a non fare nulla, a fare “la lotta armata al bar” tra una birra e l’altra. Più che altro, si tratta di parole concesse al vento, parole pregne di pensieri e osservazioni soggettivamente vissuti. Tutto qui. (L’obbiettività, se esistesse davvero, avrebbe già dato a molti – e non solo a me – quello che ci spetta da tempo: un minimo di riconoscenza).

Per questo penso sempre al mio Paese, e ad un mio probabile – e sempre più lontano – ritorno. Quando mio padre incontra qualcuno per strada che gli chiede di me, risponde con convinzione che “sì, sta lì, ma il suo posto dovrebbe essere qui” …

Ho rinunciato a tante cose per vedere questo cielo dalle “famose nuvole”: il sorriso inconfondibile di mamma, l’eterno abbraccio di papà, la birra l’estate con i miei insostituibili fratelli, il matrimonio siciliano di un altro fratello acquisito, le chiacchiere metafisiche alle due di notte sulle panchine di mare con gli amici di sempre, tanti incontri di altri amici sparsi per ogni dove, etc etc etc.

Ma qui al mio fianco ho la persona più preziosa e straordinaria che possa esistere, una persona che non ti toglie l’anima, ma te l’arricchisce con disinvoltura con le tante sfaccettature che più desideri per te, e ho anche i miei pittoreschi “alumnos”, che vedono in me un punto di riferimento che cerca di aprire le finestre giuste su un’altra cultura: la nostra.

Non si può avere tutto dalla vita, e chi lo vuole è solo un vile. Bisogna imparare ad essere il lavapiatti di se stessi, e quindi fare ordine, strofinare le cose che si hanno dentro, pazientare, fare pulizia distratta ma minuziosa, lavorare sulla temperatura dell’acqua, essere umili, farsi scorrere quell’acqua addosso, e chissà se un giorno quel mio stesso “essere in movimento” possa essere impercettibilmente paragonato alla qualità inconfondibile che hanno quelle nuvole: la radicale libertà di poter assumere tutte le forme che vogliono.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Questa storia è stata pubblicata anche su #ilnostroposto

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graphics8.nytimes.com

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Ogni tanto, giusto per vezzo personale, mi faccio un giro per scovare qualche offerta di lavoro nel mio Paese. Come già si saprà, cercare lavoro è un vero e proprio lavoro, ed io – come penso tantissimi altri – mi sono dedicato a questa attività tempo fa, assiduamente: un’attività che non auguro proprio a nessuno.

Nonostante l’impegno aggiuntivo che va oltre l’aver studiato per tanti e lunghissimi anni (gli anni del cosiddetto “gettare il veleno”, come amava ripetere una mia Prof.); malgrado gli sbattimenti inimmaginabili per “venderti” in maniera diversa ad ogni diversa e “allettante” candidatura; nonostante la frustrazione annessa ai residui di quella che ti ostini ancora a chiamare la “tua voglia di fare” – una frustrazione inspiegabile che ti accompagna ogni santo giorno –, alla fine poche persone potranno veramente capirti, anche perché il risultato che porti a casa è quasi sempre nullo.

Dicevo, questo giro delle “meraviglie”, lo rifaccio ogni tanto per curiosità, per osservare da lontano cosa sta effettivamente cambiando; cosa succede di concreto in quel mio povero e abbandonato Paese: vorrei che si aprano spiragli di speranza una tantum, in quel deserto di possibilità che mi sono lasciato alle spalle.

Probabilmente, non sono mai stato bravo a cercare lavoro; o è più che probabile che non lo si trovi come l’ho sempre cercato io; o forse il lavoro non lo potrai mai trovare se sei da solo a cercarlo (in parole più povere: se non c’è il papà o lo zio che contatta l’amico che te lo trova); o molto probabilmente, i tanti corsi gratuiti sovvenzionati dall’Unione europea – presso i centri per l’impiego del Paese (dove esistono) – non servono ad un emerito nulla, nel senso di indirizzarti in base alle tue competenze, ed aiutarti nel presentarti al meglio ad un’ipotetica (plausibile?) offerta di lavoro; o molto più semplicemente c’è poco da fare: come si sente dappertutto – nei bar, nei vicoli, nei discorsi, nell’aria – il lavoro non c’è. Scarseggia. È una gemma preziosa introvabile.

Fatto sta, che mi diverte alquanto osservare (perché ci si può solo divertire davanti a delle oscenità del genere) come le uniche offerte di lavoro “pubblicate” (o “papabili”) restino ancora (dopo anni) i tanti e reiterati stage con un misero e (appunto) divertente rimborso spese, con il quale, forse, puoi pagarti a malapena il trasporto pubblico, e nient’altro. A meno che (a meno che), tu non sia il fortunato madrelingua di almeno tre lingue (tre, non due), che abbia la laurea specifica nella tal cosa, con la votazione specifica non inferiore a un tal punteggio, nell’università specifica (quella svizzera, quella tra le Alpi, non altre), con l’esperienza di almeno “dieci anni” (e specifica, mi raccomando!) segnalate da un “ghiotto” e raro bando pubblico che si è appena aperto da pochi giorni ma che, guarda caso, è già scaduto (i tuoi amici te lo hanno prontamente segnalato, ma aprendo il link non ce l’hai fatta: eri già fuori). “Ma che sfiga: mi è passata davanti l’occasione della vita.”

Insomma, come si sarà capito, continuo a divertirmi, e capisco perché una buona parte dei giovani del mio Paese continua ad andare al mare, o a non fare una beata minchia, il che forse è lo stesso – e lo dico da convinto sostenitore dell’ozio (è nell’ozio, nella perdita di tempo, che si dischiude la vita. O no?). Ma se non vuoi continuare a cazzeggiare per tutta la vita, e per caso (solo per caso) cominci a pensare a come dover sopravvivere dopo che le risorse di mamma e papà saranno prosciugate, il “sentire comune” ti consiglia vivamente di espatriare, di andare via, sradicarti volutamente una volte per tutte, e di tentare la fortuna altrove: perché in Italia, proprio non ce n’è.

Alëna Steiger

Alëna Steiger

Però, a tal proposito riflettevo… Se lo Stato Italiano mi costringe ad espatriare ci perdono tutti: il mio fornaio di fiducia, il mio fruttivendolo di fiducia, il mio salumiere di fiducia, il mio pescivendolo di fiducia, il mio caseificio di fiducia (qui, se non ci sono, ci perdo anch’io in ogni caso), la mia dentista di fiducia, la mia parrucchiera di fiducia, e non mi dilungo oltre, dato che la lista potrebbe benissimo continuare: come tutti gli altri, infatti, “consumo dunque sono”.

Se non c’è gente che consuma, e che vuole cominciare a costruirsi una vita (che, guarda caso, sono proprio quelli che sono incentivati a spendere di più – una vita non si costruisce dall’oggi al domani, quindi ci vorrà tempo e, di conseguenza, tante tantissime spese per costruirla), allora i discorsi sulla “crescita” non hanno più alcun senso. Se questa gente scompare drasticamente allora rimarrà solo chi ha una certa età (gli anziani, gli adulti-anziani), e cioè quella gente che ormai la vita se l’è fatta e non avrà più da spendere molto nel proprio Paese (solo in medicine ovviamente, ma quello è uno specifico cortocircuito mondiale della “sanità”, che crea malati anziché ridurne).

In sostanza, quello che ci guadagna col tempo sono solo io (siamo o no in una società terribilmente individualista? Che m’importa della mia collettività? di quella che ha speso per me e che per quasi un quarto della mia vita mi ha aiutato e visto crescere? Meglio espatriare, no? E finanziarne così un’altra di collettività, magari più gentile con me nel periodo decisivo – decisivo per lei e per me) e ovviamente in tutto questo, ci guadagna a sbafo anche quel Paese che mi ospita, e che in più, non avendo speso praticamente nulla per la mia formazione, si ritrova in casa una persona specializzata che è disposta a fare tutto con freschezza e vitalità, e che non vede l’ora di spendere tantissimo (oltre che spendersi tantissimo).

Ma si sa, il nostro è sempre stato un Paese generoso con gli altri – all’estero, la percezione che ne hanno, di questa nostra generosità, è a dir poco commovente. Dunque, un Paese che elargisce un’infinità di risorse pensanti (anche di braccia pensanti, nell’ultimo periodo); un Paese generoso con tutti, tranne che con i suoi figli, che sono, come abbiamo detto, iper-individualisti e fedifraghi nei confronti di quella bonaria collettività che li ha cresciuti e coccolati: in parole povere, questi figli scostumati se ne fregano, e non ci pensano su due volte prima di fare le valigie… Almeno, questa è una parte di ciò che pensa quel famigerato “sentire comune”, ma che preferisce non dire per non fare brutte figure…

Ora, si penserà che lasciare tutto e andare all’estero sia una figata pazzesca. Che sia la cosa più semplice di tutte: “E che ci vuole: due o tre contatti per iniziare, imparo una lingua e via”.

Qualcuno di più serio (non ricordo precisamente dove l’ho letto) sostiene che l’emigrazione odierna non sia una vera e propria forma di distacco, di abbandono, di sradicamento. Nulla è sancito una volta per tutte: le scelte, più di ieri, sono reversibili.

Viviamo nell’epoca che è allergica alle strutture fisse, ai percorsi definitivi, che tempo fa costruivano appartenenze uniche e longeve: il tempo, diventato simultaneo, corrode gli spazi di vita, che ci sembrano sempre più accessibili e vicini, da ogni dove. La tecnologia – più di tutti – ci aiuterebbe a mantenere salde quelle che sono le nostre percezioni quotidiane, i nostri facili linguaggi di riconoscimento (le “immagini di casa”), assieme alla creazione di quei mondi con cui manteniamo vispi certi legami.

Certo, in parte è così: a volte si ha l’impressione di non aver mai abbandonato il proprio universo identitario; di non aver mai lasciato definitivamente tutto ciò che ci è appartenuto e ancora ci appartiene. Forse, questa affermazione sarà vera ad un certo stadio “avanzato” dell’umanità, dove il contatto umano conterà quel tanto che basta da essere facilmente sostituito da uno schermo illuminato, da una fotografia solitaria, o da una voce distorta che lontana fuoriesce da un microfono…

Quello che volevo dire, per concludere, è che l’emigrazione, quando incomincia, lascia comunque delle tracce definitive, soprattutto quando il contatto umano che si è lasciati alle spalle (che, per la maggiore, preserva ancora in sé tutta la sua ricchezza emotiva) è lo stesso ma in forme diverse – si tocca uno schermo, non una persona. E il diverso sta proprio nella carenza tecnologia che è poco sintonizzata sul rituale umano, che è quella specifica cosa che provoca emotività e senso nella prassi quotidiana. Una cosa importantissima.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Matteo Zannoni

Matteo Zannoni

La precarietà è un giorno pieno di alti e bassi; più bassi che alti. La precarietà è l’imprevedibilità di ciò che ti vuole sempre prevedibile. La precarietà è un’”inedita scomposizione della vita quotidiana”, una permeabilità sconsiderata tra tanti ruoli oscillanti, dove la mescolanza tra vita e lavoro fa saltare irrimediabilmente la dicotomia tra pubblico e privato. La precarietà è un affitto da pagare ogni dannato mese, vissuto come una condanna che è stata emessa senza giusto processo. La precarietà è un guardiano di te stesso, senza volto, che gestisce e controlla ogni tua singola mossa economica.

La precarietà è un tempo senza tempo: non sai mai se hai iniziato da un pezzo o se devi ricominciare tutto da capo. La precarietà è fare tutto purché si faccia qualcosa; o non fare nulla sperando in quel nulla. La precarietà sono due estremi lontani che si somigliano, che si somigliano tremendamente. La precarietà è uno specchio sempre uguale a se stesso, che, nel suo pallore, ha smesso di dire la sua verità. La precarietà sono una massa di giorni infiniti – “giornate “operose” che non hanno mai un vero inizio e una vera fine” – dove, ad un certo punto, uno di loro dà di matto e si diverte a fare il dittatore.

La precarietà sono gli stessi vestiti consunti, gli stessi vestiti per le stesse opportunità mancate, che al prossimo giro cedono, al prossimo lavaggio si sciolgono sicuramente. La precarietà non conosce regole, ma le impara strada facendo quasi sempre a suo discapito. La precarietà sono cumuli disordinati di pensieri accumulati; fiacche idee di ribellione contro un sistema che ridicolizza, sistematicamente, la volontà di emancipazione di soggettività rese infantili (bamboccioni; poco adattabili; viziati; perditempo; etc…).

La precarietà pare un presente senza vie d’uscita, un futuro senza-nome che non sa che farsene di un passato leso: il sacrificio imprudente di un tempo ormai perduto. La precarietà ti scava dentro, e come uno stillicidio ritmato logora, mestamente, la tua sete di certezza. La precarietà è per tutti i soggetti invisibili la vita contemporanea, la severa normalità di tutti i giorni, dove la difficoltà più grande è quella “di fare del mutamento un progetto”. Ma la precarietà è anche la visione spensierata di un giorno normale, scevra di allucinate e sempre complesse preoccupazioni. La precarietà è tutto ciò che devi sentirti dire, e tutto ciò che non vuoi sentirti dire.

La precarietà sono gli interminabili cambiamenti repentini, spazi intercambiabili con frequenti spostamenti di città e nazioni, di lingua e abitudini, con tutto ciò che concerne la conseguente demolizione delle relazioni affettive. La precarietà è la non-riconoscibilità per antonomasia: “instabilità del lavoro e contrattuale, mancato accesso alla distribuzione, mancato accesso alla cittadinanza, carenza di identità professionale, impossibilità di disporre del proprio tempo, tensione verso l’autonomia, scarsa mobilità sociale, iperqualificazione rispetto ai compiti assegnati, incertezza complessiva, trappola della povertà (o, meglio, della precarietà).” Lo stesso termine “precarietà” viene banalizzato, e generalizzato, e da chi dovrebbe essere preso in carico viene invece definitivamente rimosso (vedi Jobs act).

Joseph Wee - Precarious

Joseph Wee – Precarious

Allo stesso tempo però la precarietà è una soggettività numerosa, molteplice, una classe che non è classe in senso classico per via dei suoi contorni sfumati, ma che si presenta come una moltitudine sensata che vocifera una condizione. Condizione, questa, che “esalta il nostro essere sfaccettate creature sociali prima ancora che lavoratori o lavoratrici.” L’utilizzo della conoscenza e del linguaggio, delle emozioni e dei corpi, sono i tratti unificanti che accomunano persone lontane. “Il sorriso del precariato, la sua parola, è la cifra comune, in un supermercato, in un call center, per la badante che si occupa di un anziano, per il ricercatore che affronta l’ennesimo concorso, l’aspirante scrittore, la sex worker.”

L’orgoglio del precariato, la sua potenza quindi, si concentra laddove si rende fruibile una libertà svincolata dalle gerarchie, dalle routine che durano una vita, fatte di orari fissi e di cartellini da timbrare. La cancellazione di questi vincoli conduce ad altri tipi di identificazioni, identità non più reperite sul lavoro ma nella sfera delle forme di vita. In questo modo, infinite possibilità si stagliano sugli orizzonti della precarietà, e questo perché la condizione che la contraddistingue ha nelle sue mani “il possibile accesso massivo alla conoscenza, attraverso processi di formazione sempre più larghi nonché attraverso l’utilizzo delle tecnologie da cui deriva una spinta irreprimibile verso l’autonomia”. Un’autonomia dunque che cresce e si sviluppa, anche grazie all’importante apporto delle nuove tecnologie, che “minimizzano le distanze, aiutano nella presa di parola, approfondiscono le possibilità di rispecchiamento e di collegamento.”

La precarietà, infine, è solitudine esistenziale. Ma è una solitudine attiva, che recita una personale litania per rimanere in vita, per legittimarsi oltre l’indifferenza generalizzata, nominata “solo per contrapposizione (gli atipici)”, e dove lo status di cittadinanza viene svuotato di senso ogniqualvolta slogan semplicistici promettono uno spazio di diritti che, nella realtà disegnata da quegli stessi slogan, non ha modo di esistere.

Ecco perché te ne stai lì seduto, a consumare te stesso, a immergerti nella momentanea pausa dai giochi, contemplando in lontananza le scie spettrali di un tramonto qualunque, e scegliendo consapevolmente di risollevarti un po’, di sentirti meglio, per assaporare, senza interferenze, l’elettrocardiogramma del giorno che muore.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Cristina Morini, Orgoglio precario. Stati impermanenti, Doppiozero, 2015.

Giulio Bonasera

Giulio Bonasera

A Edna, per i consigli, le suggestioni

Più studio e più verrò pagato meno. Più mi specializzo e più contribuisco a confinarmi dentro una roba che capiranno solamente quei due o tre. Più faccio il bravo e l’onesto, e più le conseguenze delle mie azioni mi remeranno contro. Più sono innocente e innocuo e più c’è il rischio che venga ucciso. Più sono libero – godendo di diritti inalienabili – e più di fatto non lo sono. Più credo di elaborare dei pensieri miei intimi e personali, e più questi saranno il risultato di un incessante rumore di fondo, che ha fatto di infinite immagini scorrevoli il suo disturbo più assordante.

Più cerco il mio silenzio, e più mi ritrovo in mano il suo artefatto. Più credo di essere un cittadino consapevole e più divento un consumatore del nulla, un nulla che assomiglia inequivocabilmente a me stesso. Più mi dicono che – un domani – tutto potrà cambiare, e più questa affermazione nasconderà il suo più sicuro non-cambiamento. Più penso di aver individuato dei colpevoli a tutto questo, e più mi accanisco inutilmente su marionette pagate per farlo. Più mi vedo accerchiato da tutte queste contraddizioni, e più mi rendo conto che devo necessariamente imparare a conviverci.

E allora mi cerco, ma non mi trovo. Cerco da qualche parte un’uscita, e mi rendo mobile, mi sradico, proiettandomi ovunque sia, il posto non m’importa, pur di trovare una spicciola possibilità di lavoro che – dove sono al momento – si è dileguata: se c’è è riservata a quei pochi, ed è (anche) per questo che non mi viene assolutamente offerta. E quindi dovrò iniziare tutto daccapo, mi azzero, che importa, in un contesto che non è il mio, ed inizierò nuovamente a muovermi, piano piano, prima a piccoli passi, poi nuovamente con la mia testa, risvegliando minuziosamente tutte quelle mie singole percezioni che per troppo tempo ho permesso rimanessero assopite. Sì, troppo tempo: è questo il lastrico di vita in cui mi sono lasciato cullare dalla depressione, dove tra un’altalena e l’altra costantemente mi colpevolizzavo, ce l’avevo con me, e dove per tutto questo tempo ho pensato seriamente di non essere all’altezza, di non essere in grado di esperire ciò che le mie sensibilità volevano comunicare al mondo.

Quando finalmente ci riesci, riesci cioè a trovare quel tuo lavoretto semi-serio, che ti dura almeno quell’arco di tempo costituito da quei 3 mesi al massimo “di prova”, in cui sei quasi in grado (forse per miracolo) di pagare l’affitto di casa con i soli tuoi sforzi, senza beneficiare del welfare personale chiamato “mamma e papà”, allora significa che per un po’ puoi stare al caldo, e puoi tranquillamente espellere un po’ di quella robaccia che avevi iniziato ad accumulare su per la tua testa, (inconsapevolmente), in un angolo malriposto della tua mente, e che stava cominciando a crescere talmente tanto da cambiarti letteralmente i connotati: ti stava rendendo una persona che, assolutamente, non vuoi e non ti senti in alcun modo di essere. Ma non si può stare tranquilli. Quella robaccia cresciuta in testa rimane vivida, resta allerta, e a volte si incrosta così cocciutamente che devi fare doppia fatica per rimuoverla.

Giulio Bonasera - How austerity kills

Giulio Bonasera – How austerity kills

Quando potrai dire di averla forse eliminata del tutto, quella brutta robaccia, allora sarà proprio in quel preciso momento che dovrai riattivarti, perché quel contratto di lavoro che avevi così sudato sarà bello che scaduto, e tu dovrai necessariamente (se pensi di voler ancora sopravvivere) incominciare tutto daccapo. Perché le cose cambiano, ed è così che vanno le cose; non puoi farci nulla. Dicono, che se non sei al passo con i tempi, in questo vortice di cambiamento continuo (cambiamento di che? A me sembra sempre tutto uguale), verrai espulso, in un batter d’occhio, senza pensarci, e a nessuno importerà se hai alle spalle quell’esperienza oppure quell’altra, se sai fluentemente questa lingua straniera piuttosto che quell’altra, etc., etc.: devi essere “il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, e quindi devi rendere te stesso una prestazione vivente, devi diventare una persona-prestazione; in una parola: devi essere malleabile, flessibile, pronto a tutto.

In effetti, uno dei tanti problemi dell’attuale lavoro associato alla “generazione ombra” – cioè quella generazione costantemente precaria e a cui è stato rubato ogni brandello di futuro – è che i giovani che le appartengono, e che si affacciano a questo-nuovo-mondo, devono costantemente dimostrare la loro più aperta disponibilità, la loro più “malleabile flessibilità elasticizzata”, senza riserve e a tutte le condizioni iper-immaginabili; devono in questo modo elargire la loro più grintosa ed “esilarante” voglia-di-voler-fare mai posseduta prima, fino all’abbattimento di ogni energia vitale, con disastrose ripercussioni emotive sia sul piano personale che sociale; insomma: devono aprirsi alla più completa predisposizione caratteriale, la quale deve necessariamente saper fare qualsiasi cosa (e anche la più specifica possibile) in breve tempo e in qualsiasi modo, – (in altri termini, devono “imparare a dare il culo”).

D’altra parte, invece, e cioè da parte di chi può dare un lavoro e non ha di questi problemi – assieme a tutta quella gente che, più fortunata, forse non conosce intimamente quelle conseguenze sociali e psicologiche che si celano dietro la prospettiva di un futuro inesistente – non vi è, dicevo, un minimo di apertura motivante, né una specie di minima comprensione empatica; c’è solo l’orrendo ed inequivocabile lascito che, perentoriamente, recita così: “Questo è. E se non ti sta bene tornatene pure a casa, tanto di altri come te ne trovo a palate: qui nessuno è indispensabile.” (Forse non proprio così, ma il concetto rimane quello e imperturbabile). È piuttosto facile rispondere a coloro che saranno già pronti a tacciare tali argomentazioni come “sconclusionatamente lamentevoli”: “la società è strutturalmente mutata in malo modo, e questo modo si è avviluppato soprattutto a causa vostra, e precisamente a seguito di quel vostro dannoso e maledetto pensiero unico”.

Viviamo nell’epoca del cambiamento forzato, di un qualcosa che è costantemente effimero e che non si lascia mai conoscere abbastanza. Anche se volessimo metterci d’impegno, il giorno dopo le nostre “acquisizioni” non varranno più: saranno già scadute (come i nostri innumerevoli contratti di lavoro – se si possono considerare tali). Viviamo in un tempo che è una specie di limbo, un crocevia trafficato a cui non gli è stato assegnato alcun nome. In questa specie di mondo sociale, virtuale e reale allo stesso tempo (non si riesce più a capire dove termina l’uno e inizia l’altro), il prematuro si spaccia per la verità, quella più in mostra, quella più visibile, quella con tanti like; le contraddizioni fanno a gara per essere accessibili a tutti, subito, immediatamente, in streaming: “La fiducia è un atto di fede che diventa obsoleto di fronte a informazioni facilmente disponibili. La società dell’informazione scredita ogni fede. La fiducia rende possibili relazioni con gli altri anche in mancanza di cognizioni precise su di essi: la possibilità di raccogliere in modo semplice e rapido le informazioni è nociva per la fiducia.” (Byung-Chul Han).

In questo modo, la generazione ombra impara a crescere nella disillusione: vive quest’epoca priva di illusioni positive, e comincia sin da subito a contare solo sulle proprie forze. È immersa quindi in un mondo in cui non è quasi più concepibile avere fiducia nel prossimo. Ecco perché avere fiducia in quelle istituzioni che dovrebbero avere il delicato compito di rappresentarla, di parlare per lei, di intervenire concretamente per promuovere e valorizzare il suo futuro (che è anche il futuro dell’intera società, tra parentesi) potrebbe essere poco più che un sogno.

Per risvegliarsi allora da questo torpore, intitolato “La nostra generazione è una generazione sfigata”, vi riporto brevemente un tratto della mia storia, del mio cammino, quello che mi sta succedendo da qualche mese a questa parte. È solo un’esperienza, e come tante altre può gettare luce su cose impreviste:

Vivo all’estero, da quasi un anno, e insegnando la lingua italiana ai miei studenti sto scoprendo tante cose nuove. Per esempio, quanto la nostra lingua sia allo stesso tempo comica, inamovibile, seria, completa, pura, mobile, scanzonata, immaginifica, sorprendente…

Ogni giorno, squarcio una sottile cortina data per scontata per addentrarmi in un mondo pieno zeppo di eccezioni, particolarità, regole smussate da singole situazioni irripetibili, che mi lasciano ogni volta sbigottito scolpendomi in viso un riso sordo; quel riso spontaneo e delicato che mi aiuta tutte le volte a comprendere meglio chi sono e da dove vengo. Un mondo, quello della lingua italiana, davvero allucinato, e che mi pare tanto un mix di personaggi a dir poco incredibili, tutti riuniti assieme per creare inconsapevolmente qualcosa di straordinario.

Ed è questa particolarità esagerata che ci deve rendere orgogliosi. È questa musica sempre nuova, attiva, piena di sali e scendi, ripetuti e devianti, che ci deve rendere orgogliosi di quello che siamo. È questa comunione di alternative sempre possibili che ci deve dare manforte per superare quel buio inesorabile che, da troppo tempo, si è instillato dentro ciascuno di noi, e che non ci permette più di vedere quanto è fortunato, quanto è bello, essere italiani.

Questo per dire che anche nelle situazioni più ingessate, apparentemente più scontate (come appunto insegnare la propria lingua), è possibile cercare una nuova musica, un dettaglio insignificante che può svelare molteplici scenari mai visti, mai attraversati prima.

Giulio Bonasera - Unemployment

Giulio Bonasera – Unemployment

La nostra è una generazione che cambia spesso, anche forzatamente, ma che non ha alcun problema a farlo, perché ormai ci è abituata: abbiamo tutti i mezzi per gestire i cambiamenti più impensabili: ce li siamo costruiti da noi, volta per volta, attraverso le distanze liberatorie e strazianti, per mezzo di quei continui distacchi alle stazioni, grazie a quei lunghi abbracci condivisi negli aeroporti. In più sappiamo re-inventarci: sappiamo vestire diversi panni in luoghi differenti, mantenendo un’integrità e una consapevolezza di noi stessi che finisce ogni volta per arricchirsi. Ogni dannata volta.

Sappiamo come viaggiare leggeri: il viaggio come tema, come trasformazione, e come esperienza personale è diventato ormai parte integrante di una biografia in continuo movimento: lo spazio è diventato relativo e il tempo è un continuo riscoprire se stessi. In questo modo, ci prepariamo ad affrontare meglio le difficoltà che ci presenta la vita, che è diventata complessa e che ogni giorno ci presenta ostacoli “bizzarri” e “innovativi” (eufemismi, chiaro!).

La calma e la stabilità non le diamo mai per scontate, e questo è un gran vantaggio: la nostra unica certezza è l’incertezza, ecco perché riconduciamo tutto alla vita presente, e cerchiamo di dare il giusto senso ad ogni esperienza che viviamo, perché conosciamo perfettamente la loro volatilità, il loro essere delicato, che può rarefarsi senza dir nulla; che può sparire da un momento all’altro senza un perché. E allora viviamo intensamente, conoscendo tante persone preziose che magari un giorno diventeranno degli amici lontani, ma sempre presenti; amici che si connetteranno per te dietro uno schermo freddo, per quando non ce la fai, per quando ti senti solo, per quando hai bisogno di parlare con qualcuno.

Questo vissuto, ci porta a prendere più di petto le situazioni con cui abbiamo a che fare: ci permette di essere maggiormente schietti, sfrontati e sinceri, con noi stessi, e poi anche con gli altri. E in questo modo scopriamo le diversità, quelle che popolano il mondo, quelle che lo arricchiscono continuamente, anche se spesso è il mondo stesso a non rendersene conto, facendo di tutto per dividerle, per separarle da barriere. Abbiamo un modo di comunicare che sì, viene veicolato per la maggior parte del tempo dalle nuove tecnologie, ma è alternativo e sa come comportarsi con la diversità, cercando il modo migliore per interfacciarsi con essa. Se dovessimo un giorno avere dei figli sarebbero molto fortunati ad avere dei genitori come noi: mentalmente aperti a palla, pronti a tutto, e più curiosi dell’inaspettato apparentemente irrilevante.

Per concludere, penso che il tratto distintivo più importante che abbiamo in comune sia proprio quello di voler conoscere al meglio questa massa informe della diversità, di esserne curiosi, oltre che del concetto (facile per tutti) proprio di quella pratica “oscura” che la contraddistingue, e che di primo acchito ci intimorisce, ci spiazza, e ci suggestiona, ma che alla fine ci insegna a conoscere noi stessi dopo aver perfezionato la conoscenza degli altri.

Ecco perché, a lungo andare, sappiamo come coltivare la nostra imperfezione, che significa essenzialmente darsi dei limiti, sapere che non è importante valicarli, quanto invece lavorarci su. Perché non essere troppo rigidi con se stessi è un pregio, ed essere troppo calati nei nostri giudizi porta alla perdita e alla continua disattenzione di ciò che senza saperlo è prezioso, e ci passa accanto.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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JON KRAUSE - Uncertanty and punshment

Jon Krause – Uncertanty and punshment

La nostra è una generazione che per certi aspetti si trova ad affrontare problemi del tutto inediti. I modelli del passato spesso risultano inadeguati e devono lasciare spazio a soluzioni sperimentali. È auspicabile che si dia inizio ad una riflessione collettiva sulla nostra condizione comune, sulla nostra identità e sul significato che vogliamo dare alle nostre vite. Iniziare a pensarsi come una generazione accomunata da esperienze condivise è utile per poter riflettere sulle traiettorie personali di ognuno di noi. Noi giovani dobbiamo iniziare a proporre una nostra visione, sganciandoci dalle rappresentazioni di “bamboccioni” che arrivano da un’altra generazione. Non si tratta di creare una sterile contrapposizione, ma di alimentare una dialettica costruttiva al fine di conquistare un’identità propria.

Filippo Gibiino

A tutti coloro schiacciati sul presente, perché il futuro è un frastuono d’incertezze; a tutti quelli che si barcamenano tra due o più lavori pur di pagarsi un affitto, e conquistarsi così un barlume d’indipendenza; a tutti quei ragazzi italiani emigrati all’estero, che continuano ad elogiare il proprio paese nonostante li abbia cacciati fuori a pedate per mancanza d’opportunità; a tutti quei ragazzi italiani che affrontano le mille difficoltà in patria, e che cercano comunque d’inventarsi qualcosa: a tutti quelli che progettano geniali idee imprenditoriali; a tutti coloro che si muovono in associazioni per risollevare il sociale – un sociale tramortito e inesistente; a tutti quelli che, pur avendo sempre lavorato, non hanno mai visto in vita loro una busta paga; a tutti quelli impegnati nei mille tirocini schiavizzanti, perché, arrivati a una certa, la gavetta è solo una bruta invenzione creata ad hoc; a tutti coloro che studiano ogni giorno, per sé e per gli altri; a tutti i pendolari che si svegliano presto la mattina e tornano a casa stremati la sera; a tutti coloro che svolgono attività invisibili e “fast food”: lavapiatti, camerieri, commessi-col-cappellino-orribile-di-ogni-genere; a tutti quelli che vivono una vita semplice in virtù della complessità che li circonda; a tutti quelli che vivono appartenenze multiple cercando di capire come si fa; a tutti quelli che vengono lasciati soli, ai bordi delle strade, in preda ad una emorragia pubblica, perché non c’è più una visione comune, un senso collettivo che sappia indicargli una via.

Learning to Fly: coping with anxiety in an uncertain world - Gérard Dubois

Gérard Dubois – Learning to Fly: coping with anxiety in an uncertain world

A tutti quelli che non ho nominato, e a tutta quanta la mia generazione, nessuno escluso, perché questa è una generazione con le palle, e voglio dirle grazie, per tutto quello che fa, ogni giorno. Un grazie sconfinato, perché di grazie così ne riceve sempre pochi…

Un sorriso d’intesa a tutti coloro che – ne sono certo – mi capiranno, in questa nostra comune e dilatata nomade condizione; perché se è vero che questo cambiamento epocale ce lo portiamo pesantemente caricato sulle nostre spalle, è anche vero che di tutto questo nessuno ne parla mai: poco spesso siamo nominati e riconosciuti, e proprio per questo pian piano dimenticati, soprattutto da quelli che sono solo bravi a giudicare, o a tacere, e che solo per uno scherzo del destino hanno contribuito consapevolmente a buttarci nella mischia, colpevoli e ignari di quel danno che, così maledettamente egoista, ci avrebbero lasciato in eredità.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Questa lettera è stata scritta da un ragazzo figlio del suo tempo: disoccupato e in costante ricerca di un lavoro, si ritrova nel periodo Natalizio ad avere le sue speranze, i suoi sogni, completamente infranti: in altre parole, sente di aver gettato un po’ la spugna. Così, senza una motivazione logica, decide di fare una cosa che non faceva da tantissimo tempo. Infatti, l’ultima volta che ha fatto questa cosa non se la ricorda proprio più: scrivere una lettera a Babbo Natale. Pur consapevole di essersi deciso a scriverla un po’ in ritardo (non si sa se la lettera arriverà in tempo, visto l’impazzito traffico natalizio), confida che, in un modo o nell’altro, Babbo natale riuscirà ad aprire la sua busta, a tastare la carta e leggere questa sua lettera, perché, in questa, ha cercato di scrivere tutto quello che, per una cosa o per l’altra, non è riuscito a dire a nessun altro in tutto questo suo tempo di frustrazione e di rassegnazione prematura. Per circostanze fortuite, noi abbiamo la possibilità di leggere questa sua lettera…Mi chiedete il perché? Perché, fondamentalmente, c’è stata una violazione della sua privacy, e un postino parecchio ubriaco ha deciso di scartare la sua busta spinto dal piacevole tatto che gli provocava tra le dita, e mosso inoltre da una sua insondabile curiosità di scoprirne l’effettivo contenuto – questo è quanto ci ha riferito (questi ubriachi!). Altre motivazioni non ci sono pervenute, ma questo poco importa: importa solo che la lettera sia stata definitivamente spedita e che, in questo momento, stia viaggiando per arrivare al suo effettivo destinatario: il Babbo dalla barba più bianca che c’è. Ad ogni modo, dato che siamo troppo curiosi come quel postino, e a breve saremo anche noi – ce lo auguriamo – piuttosto alticci, leggiamo insieme cosa ha scritto prima che sia troppo tardi. Forse, in atmosfera natalizia, tutto ciò potrebbe oltremodo interessarci:

Caro Babbo Natale,

non ricordo sinceramente l’ultima volta in cui ti ho scritto una lettera, ma sarà stato parecchio tempo fa. Probabilmente all’epoca pensavo sul serio che tu esistessi, e che scendessi da quella specie di camino (che camino esattamente non era) dove Papà era solito arrostire i polipetti appena pescati; e mi preoccupavo tantissimo per te, non sai quanto, perché la canna fumaria era veramente nera, e quando sbirciavo in su constatavo, assurdamente, di quanto il suo buco in cima fosse davvero piccolo; uno spiraglio di luce. Allora mi chiedevo come diavolo facevi, tutte le volte, a calarti giù da quella sporca angusta strettoia (anche se l’odore dei polipetti arrostiti doveva essere stata una cosa mondiale, dico bene??). Quando ritrovavo però i miei regali sotto l’albero pensavo sempre che eri stato un grande, e per questo mi meravigliavo ogni volta della tua dimestichezza con questo genere di cose. Mi sorprendevo del tuo trasporto, della tua magia: riuscivi, non si sapeva come, a portare a tutti i bambini i loro regali, qualsiasi fosse stato l’ostacolo che te lo avesse impedito.

Col tempo però scoprii che tutta questa magia non era altro che un’elaborata e sofisticata menzogna; che tu in realtà non esistevi per davvero, e che eri solo una figura inventata lì per lì per instillare nei bambini sogni e speranze. Incarnavi, in quei nostri sogni, la consapevolezza di un Babbo buono che dispensava doni a tutti, anche se noi bambini avevamo fatto un po’ i cattivi durante quell’anno. Eri, insomma, quella figura così umana che riusciva a ristabilire, con la sua risata da orco buono, la pace e la felicità in un mondo di ansie e di frenesie: che riusciva, in un certo senso, a ripristinare l’equilibrio ovunque andasse, e ovunque fosse trasportato dalle sue renne – anche qui non si sapeva come – volanti; esattamente come quando, lentamente e in un dolce balletto, cadono i fiocchi di neve ricoprendo tutto: non importa cosa ricoprono ma lo ricoprono e basta, e tutto sembra più bello come un sincero sorriso dalla finestra.

Ormai sono diventato grande e non penso di credere più a queste cose: non penso, insomma, che tu esista per davvero. Nonostante questa mia incredulità però, e la mia ormai tramontata propensione verso questo genere di credenze, ho deciso di scriverti una lettera lo stesso, sperando che in qualche modo (non so davvero ancora come) tu riesca a leggere cosa avevo da dirti per questo Natale.

Forse in questi tempi di crisi ho perso davvero il mio personale trasporto per ogni cosa, mi sento come se fossi in scacco e tutto fosse vano, nonostante i miei tenaci tentativi di creare qualcosa, di dare qualcosa a me stesso e a gli altri. Non so come siamo capitati a vivere questa orrenda situazione, ma so di per certo che quello che provo io lo provano tanti altri ragazzi come me: lo sento da loro, lo percepisco quando vedo i loro stanchi volti, lo vedo ripetutamente nei loro sorrisi spenti. E questi sono gli stessi ragazzi che in passato sono stati bambini, esattamente come me, e credevano ciecamente e incondizionatamente in te, nella magia della speranza che dispensavi ad ogni Natale. Ora, questi ragazzi si ritrovano ad essere dei bambini cresciuti: non solo sono disillusi da quel genere di magia che tu non facevi altro che trasportare con la tua polvere di stelle, ma si ritrovano anche ad essere completamente rassegnati e impotenti di fronte ad un futuro che si prefigurano sempre più come oscuro, sempre peggio, senza alcuna via d’uscita. Forse starò esagerando, forse non è tutto negativo come lo sto descrivendo io, ma è quello che sento, e penso che troverei tanti ragazzi della mia età pronti a sottoscriverlo così, parola per parola.

A dire il vero, non so perché io ti stia scrivendo. Forse perché davvero ho perso tutte le speranze e volevo ancora una volta illudermi. O forse perché, anche non credendoci più, credo nel luccichio festoso di quei bambini che ci credono ancora, in quel poco che basta a farli viaggiare con le loro menti, incredibilmente, da bambini.

Santa_by_jinnyLa crisi d’identità della nostra epoca è parecchio profonda. Probabilmente da lassù, dal Polo Nord, te ne potrai chiaramente rendere conto, avendo sicuramente una sguardo più prospettico e più comprensivo sulle cose. Quello che però voglio dirti, al di là di quello che tu possa realmente fare, è di presentarti nei pensieri di quei ragazzi che vivono brutalmente questa situazione, e dispensare uno di quei tuoi famosi e barbosi sorrisi; e magari anche un abbraccio di speranza, se ti va, perché oggi, più che mai in questo natale, ne abbiamo un estremo bisogno.

Forse sto parlando a nome di tutti impropriamente. Forse ancora una volta starò esagerando. Ma non penso che i ragazzi in generale si sentano utili a far qualcosa oggi. Non penso che siano veramente motivati nel fare quello che potrebbero fare in maniera eccellente; e magari non hanno ancora capito cosa possono fare di concreto perché semplicemente nessuno li riconosce come umane potenzialità; perché, fondamentalmente, nessuno li riconosce, punto. Noi giovani dovremmo essere la risorsa del futuro, il motore del domani che verrà, e invece veniamo trattati continuamente come lo scarto, come un qualcosa che più passa il tempo e più si rendere invisibile. Invisibile a se stessi, prima che agli altri.

E allora ripieghiamo sul falso divertimento, sulle droghe, leggere e pesanti, per dimenticare. Per non pensare. Per staccare la spina da questa realtà: brutta, fredda e brutale… Senza emozione. Un realtà dominata dalle disuguaglianze più marcate. Dai ricchi che diventano sempre più ricchi e dai poveri che diventano sempre più poveri. Da una realtà egoisticamente concepita, che si fa beffa di tutto e di tutti e che acquista ogni dannata cosa al mercato dei consumi, perché solo lì e solo così, oggi, gira il mondo. Il neoliberismo ha sradicato il sociale che ci rendeva uniti, e tutti noi non abbiamo più un’identità solida con la quale interfacciarci, un sentimento condiviso con cui scambiare idee e parole di conforto. Certo, forse siamo dotati di più identità, quelle identità plurali che ci permettono di vivere in una società globalizzata dalle mille possibilità. Ma queste identità pluri-genere non hanno un filo conduttore che le riconduce ad un’unica personalità: il mio carattere, la mia persona che crea e agisce nel mondo non avrà mai una dignità se non gli sarà concessa l’opportunità di averla; se non gli sarà data la possibilità di creare qualcosa per il futuro dei suoi figli. E quindi tutti questi ragazzi spossati si ritrovano oggi a casa, senza fare nulla, senza avere un lavoro da fare e un lavoro che consente loro di autonomizzarsi, di andare via di casa, di avere una propria dignità: quel lavoro che possa redimerli dalla nullafacenza della loro deleteria condizione. Forse tu mi dirai: “Beh, dovrai impegnarti un pochino di più se vuoi ottenere qualcosa. Lo so che attualmente è più difficile di qualche tempo fa, ma se non muovi i primi passi non arriverai mai a nulla: nessuna possibilità piove dal cielo se non incominci davvero a fare qualcosa”… Questa mia immaginaria tua affermazione potrebbe avere un senso, probabilmente, ma non quando i giovani, risorsa preziosa per il futuro, sono completamente lasciati a se stessi; non quando il mondo gliel’hanno consegnato guastato e poi sono pronti a dire “Vedetevela voi, noi non possiamo farci più nulla, e questo è…”.

La verità è che troppe politiche sbagliate sono state fatte nell’ultimo trentennio. Politiche di “sganciamento” e di riduzione dello Stato, nella convinzione che questo fosse il male in terra e che usurpasse le nostre individuali libertà. Si pensò che era meglio lasciare la società senza una direzione da seguire, senza una pianificata programmazione all’alto, perché solo così si potevano realmente realizzare le singole libertà di ognuno: lo Stato-Nazione, la concezione di bene comune, era troppo limitante in questo senso: bisognava cambiare. In America, un gruppo di studiosi di Chicago pensò bene di riesumare delle idee “contro lo Stato”, idee e concezioni che erano state concepite, in origine, da degli intellettuali austriaci. Quest’ultimi pensarono che era meglio limitare i poteri dello Stato, perché avevano troppo vissuto male il periodo tra le due guerre mondiali, e non volevano assolutamente rivivere un ulteriore periodo in cui lo Stato si trasforma in uno Stato dispotico, in un dittatore che si arroga il diritto di “dirigere” e di dettare le sorti della vita di ogni singolo individuo.

Così scrissero le loro idee di Società e, in un primo momento, non se li cacò nessuno. Poi questi giovanotti americani ritrovarono queste scritture e cominciarono a proporle alla nuova politica che avrebbe cambiato il mondo, che lo avrebbe reso più “libero”, più “autonomo”, più capace di creare “ricchezza per tutti”: e come non poteva sposarsi tutto questo con una cultura americana votata al progresso e che celebra lo slogan del “Self-Made Man”, e cioè dell’” uomo che si fa da sé”? E così abbiamo avuto la globalizzazione, che è stata, in un primo tempo, una sorta di americanizzazione, e che, se da un lato ci ha permesso di confrontarci sempre più spesso con tante altre diversità e tanti altri popoli della terra (una figata assoluta!), dall’altro ci ha pian piano prosciugato delle nostre autentiche identità, quelle identità sedimentate nei nostri luoghi, quegli stessi luoghi che abitiamo e attraversiamo nelle nostre vite. E allora per poter sopravvivere a tutto questo dovevamo diventare egoisti, idolatrare il Dio denaro e fregarcene di tutti, proprio di tutti quanti, nessuno escluso, per poter andare avanti e pensare solo a noi stessi.

SantaTwainDetto ciò, io per questo natale non vorrei proprio nulla, te lo dico proprio col cuore in mano, perché, altrimenti, se
cominciassi a chiedere qualcosa poi vorrei troppo. Tuttavia, se ci penso un attimino, su quel che desidero davvero, non penso che sia così difficile ottenerlo: da uno come te poi, tutto è possibile! Ecco, se proprio dovrei avanzare dei desideri vorrei…

Vorrei che le persone fossero un po’ più gentili, le une con le altre, perché è con la gentilezza che si misura il grado di civiltà in una società che si ritiene tale.

Vorrei che si cominci solo a sospettare (solo a sospettare, non a pensare seriamente) che il denaro, e tutto ciò che esso comporta, non è la vera felicità, e che porta solo alla miseria individuale, sempre e comunque: è una cosa che corrode e poi ti rende ancora più misero di prima.

Vorrei che i potenti della terra si rendessero conto di quanto siano soli e spregevoli nelle loro “gabbie” piene di lussi sfrenati, perché le loro fortune, e sono solo fortune (ereditate e guadagnate a discapito di altri), diventano davvero fortune se vanno condivise con gli altri.

Vorrei che si facesse più beneficenza, quella vera, quella anonima, e non solo quella di facciata che si fa solo per avere un tornaconto di immagine.

Vorrei che alle forme si sostituissero di più i contenuti, e che l’apparenza ceda il passo al senso autentico che sempre c’è dietro, bello o brutto che sia.

Vorrei un mondo più uguale, con meno sperequazioni inique che fanno soffrire sempre di più la povera gente, che ha sempre lavorato e che si è sempre spaccata la schiena solo per un sorriso: vorrei più giustizia sociale, dato che ormai è passata di moda.

Vorrei meno televisione e più libri: una biblioteca nella mia città piena di libri.

Vorrei più piazze piene e meno gente che riempie i supermercati.

Vorrei che a tutti i ragazzi fosse data la possibilità di studiare, come è stata data a me, perché lo studio è ricchezza, lo studio è saper leggere il mondo ma è, soprattutto, emancipazione da sé.

Vorrei che fossero valorizzate le nostre distinzioni, le nostre differenze di qualsiasi tipo, di razza, di genere, differenze nei gusti sessuali, perché sono solo le differenze che creano le scenografie migliori: il piattume del gruppo dove tutti sono fotocopie degli altri mi annoia.

Vorrei che si pensasse di più agli altri e meno a se stessi egoisticamente, anche se questa cosa pare una cosa trita e ritrita e, ciononostante, non si riesce mai a fare per davvero.

Vorrei dei veri amici, e non quelli che ti girano le spalle alla prima difficoltà, o quelli ancora che ti sfruttano perché vogliono solo qualcosa per sé (tristezza).

Vorrei una ragazza che vuole viversi una relazione, seriamente e spensieratamente, e non che debba avere sistematicamente paura del dolore che potrà manifestarsi dopo, cioè quando la relazione volgerà al termine: la vita è piena di alti e bassi e va preso tutto il pacchetto se si vuole vivere veramente, altrimenti cedi il biglietto ad un altro e rinuncia al tuo viaggio.

Vorrei che ci fosse più coscienza comune, in un popolo disorientato e ormai allo sbando.

Vorrei che si facesse più politica seria, perché la politica non è un male in sé: parla del nostro futuro. Sono quei poveri che al palazzo credono di avere le risposte per noi che l’hanno svuotata di senso.

Vorrei un mondo più globale, ma più globale in senso umano.

Vorrei che ci fosse più Stato e meno mercato. Lo Stato è la garanzia per i nostri diritti. Il mercato, invece, se non ben regolamentato, è solo la giungla degli egoismi e dell’usa e getta per antonomasia.

Vorrei godermi un tramonto senza preoccuparmi di respirare delle polveri sottili e nocive, derivanti da un inquinamento selvaggio che ha ormai portato al collasso la nostra terra, che è malata e si ribellerà, fra non molto.

Vorrei più amore e meno menefreghismo.

Vorrei più considerazione per gli altri e meno quel via vai di gente che non si considera nemmeno.

Vorrei che tutti i soldi spesi per gli addestramenti militari, per le armi, e per la realizzazione di guerre fossero impiegati per rivitalizzare i paesi che non hanno davvero nulla (tante cose si potrebbero risolvere tramite quegli “investimenti”, che chiamarli in questo modo mi viene il vomito); perché queste pratiche, oltre a disumanizzare e togliere un cervello a chi di mestiere fa il soldato, non portano davvero a nulla, se non alla distruzione e alla morte. Questi addestramenti disumanizzanti non servirebbero neppure a fronteggiare un’improbabile invasione da parte di simpatici extraterrestri venuti da molto lontano: tanto ci farebbero il culo lo stesso.

Vorrei più luoghi e meno non-luoghi.

Vorrei stringere la mano a più persone che posso, perché so che, anche se a prima impatto possono non piacermi, avranno sempre qualcosa di diverso da dirmi.

Vorrei un mondo in cui i giovani contano, perché se ci viene data una possibilità, noi la sapremo di certo sfruttare, e vi renderete conto, voi, poveri padri increduli e sfiduciati e miscredenti – e che vi siete pappati davvero tutto – che noi, seppur con le nostre debolezze, siamo gli esseri al momento più innovativi sulla faccia di questo pianeta. E spacchiamo.

Vorrei, vorrei… Lo sapevo che se ti avessi scritto sarebbe andata a finire così: era da tanto che volevo scriverti tutte queste cose. Ecco perché.

Un saluto affettuoso, e un felice natale anche a te.

Anonimo

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Sangu meu

Il postmoderno è uno storyteller in riva al mare