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Riproponiamo una preziosa intervista sul “Welfare generativo” rilasciata da Tiziano Vecchiato, direttore (e sociologo) della fondazione Emanuela Zancan di Padova.

A cura di Francesco Caligaris e Maria Rosa Valetto.

Fonte: Animazione sociale, aprile 2013

Non ci si può ridurre a raccogliere e distribuire

E sotto gli occhi di tutti che la povertà è la vulnerabilità crescono, delineando un problema complesso, in cui si tende a scaricare molte colpe sul welfare. Ma con questo attacco al welfare, non si rischia di buttare via il bambino insieme all’acqua sporca? Non si tratta piuttosto di responsabilità strutturali che richiedono un cambiamento di paradigma?

Il problema è proprio questo: l’idea di un welfare in crisi ineludibile – e a cui non riusciremo a far fronte – e più di un’idea, è diventata una scelta di campo, un posizionamento dato per scontato per quanto non ancora dichiarato, di non pochi operatori sociali e – ancor di più – di molti rappresentanti delle pubbliche istituzioni. Al contrario, a mio avviso, non si può dimostrare che il welfare si trovi in una deriva di insostenibilità. I numeri non lo indicano; non mi riferisco al vissuto degli operatori o degli amministratori, ma proprio ai numeri. Per comprendere la situazione attuale occorre rivisitare il percorso attraverso cui ci siamo arrivati. In Italia, nell’interpretare la Costituzione, si è pensato di costruire il sistema di welfare principalmente basato su una strategia che potremmo definire di «solidarietà» che si sviluppa su due linee di azione: raccogliere e redistribuire.

Cinquanta anni fa, per rendere operativo il contenuto del patto costituzionale, per concretizzarlo in diritti e doveri, si scelse in effetti la modalità strutturata, quella di una solidarietà intesa come solidarietà fiscale, secondo cui ogni cittadino destina al bene comune una parte della propria capacità di reddito, della propria ricchezza, della propria disponibilità finanziaria. La solidarietà fiscale ha implementato così il nostro sistema di welfare, finanziando il diritto alla salute, l’istruzione, l’assistenza sociale, ecc. Si può affermare che questa scelta ha avuto e ha ancora oggi successo. Per esempio, in Italia, 110 miliardi di raccolta fiscale fanno lavorare in sanità 860mila persone e la stima complessiva, con l’occupazione «indotta», raggiunge circa un milione e 200mila persone. Un dato rilevante quanto a occupazione, ricchezza, dignità, per molte persone e famiglie.

Però, proprio a questo livello della strategia, che implica solidarietà per «raccogliere risorse necessarie per aiutare», si individua una grande criticità: per aiutare, bisogna disporre di capacità tecniche e professionali. Di conseguenza, i soldi raccolti non possono essere semplicemente dati a chi ne ha bisogno, ma vanno finalizzati a potenziare il lavoro di welfare. Altrimenti si riduce o elimina del tutto la possibilità di aiutare, nella misura in cui si passa frettolosamente alla seconda linea d’azione, il redistribuire. Partire dal concetto del dare di più a chi ha meno, pur essendo altamente significativo, non è sufficiente per risolvere il problema delle disuguaglianze, delle non capacità e della povertà. Questo è il punto: ma diversamente dai 110 miliardi destinati alla tutela del diritto alla salute, dei 51 miliardi destinati alla assistenza, protezione e promozione sociale, solo il 10% si converte in lavoro di welfare, mentre il 90% rappresenta solo speranza basata sul trasferimento economico. Il nostro sistema trasferisce molte risorse finanziarie a chi ne ha bisogno – a volte anche a chi non ne ha – immaginando che poi vengano impiegate per accedere a beni necessari o per acquistare aiuto.

Il sistema è sostenibile, ma spesso incapace

Eppure, nonostante questa criticità, si può ritenere che non siamo ancora in una deriva insostenibile?

community_raised-handsÈ facile dimostrarlo. Torniamo a considerare la spesa sanitaria e osserviamo la sua incidenza sul PIL: a parità di servizi la spesa dell’Italia è 1,5/2 punti inferiore a quella di altri Paesi europei. Questa differenza si spiega con strategie di gestione che rendono più efficiente il nostro sistema rispetto ad altri. Per esempio, in Francia e in Germania esiste un sistema di raccolta fondi differente dal nostro, che non è fiscale, ma si basa sulla solidarietà categoriale e quindi sul ricorso a mutue. Mentre la raccolta fiscale si fonda sull’imposizione dei redditi, quella mutualistica si basa su un accordo categoriale in cui ciascuno destina parte dei propri redditi alla protezione del proprio gruppo di solidarietà. Ora, questa forma di raccolta di risorse da una parte garantisce un tracciato più vicino – e quindi più sicuro – tra finanziatore e beneficiario, ma dall’altra ha in media un costo più elevato, di circa un punto e mezzo di PIL, come prima dicevo. Quindi non si può sostenere che il nostro welfare è alla deriva, visto che altri Paesi potrebbero prenderci come esempio. Restano innegabili, comunque, le inefficienze, il che fa intravedere i margini di miglioramento, senza innescare atteggiamenti catastrofisti.

Questo discorso, vale per il nostro sistema di assistenza sociale: se si guarda l’indice di finanziabilità rapportato al PIL e l’indice di occupazione, cioè quanto lavoro producono le risorse finanziarie destinate al welfare, si scopre che altri Paesi hanno indici di occupazione migliori, a parità di risorse. Il nostro non è un indice di degrado, bensì un segno che si potrebbe fare molto meglio, con le risorse che abbiamo a disposizione. Eppure, a confermare la tesi di una deriva del welfare, appaiono fattori quali le disfunzioni in sanità, l’incapacità dei Comuni di amministrare le risorse per l’assistenza sociale, la frammentazione delle gestioni, o criteri di accesso a prestazioni e servizi diversi da un Comune all’altro. In Italia, lo sappiamo, manca uno strumento unitario per configurare i livelli essenziali di assistenza (LEA). Sarebbero, invece, fondamentali per avere più equità di accesso ai servizi e un governo più efficiente della spesa. Tutto questo, però, non è dovuto al fatto che il sistema non è sostenibile, ma semplicemente all’incapacità di chi amministra i proventi della solidarietà fiscale.

Un luogo privilegiato di sviluppo della società

Da questo quadro emerge una situazione imperfetta, ma con opportunità e spazi di azione. Che cosa rispondere, allora, a chi suggerisce un passo indietro da parte dell’attore pubblico?

È proprio in un contesto del genere che un imprenditore non direbbe: «chiudo e faccio fallimento»; ma concentrerebbe le sue energie sui potenziali di miglioramento e investimento, alla ricerca di maggiore efficienza, migliore occupabilità, maggiore efficacia. Il sistema di welfare è stato creato per essere solidali, per trovare risposte ai bisogni, per non essere disperati, per intravedere opportunità, per offrirle alle nuove generazioni, per prenderci cura degli anziani, cioè per essere una società che ha a cuore la propria vita e il proprio futuro.

Se il welfare svolge il suo compito, ogni ragazzo ha la possibilità di imparare, per poi essere in grado di offrire il proprio contributo allo sviluppo sociale. Analogamente, un anziano non si sente un peso per la società nel momento in cui ha bisogno di cure, ma anzi può pensare: «Anche adesso che non sono autosufficiente, grazie a me qualcuno lavora e ha un reddito». Del resto, ce lo hanno insegnato le assistenti familiari – dette malamente badanti – che si sono inventate un lavoro, un’impresa diffusa in tutta l’Italia e hanno trovato da vivere per sé e per le proprie famiglie rimaste nei Paesi di origine. Questo è investimento e socialità positiva. Il nostro limite nel comprendere questo modello di welfare è che, quando consideriamo i due perni della questione – raccogliere e redistribuire –, pensiamo i proventi della raccolta come risorse economiche da «dare», da distribuire e basta. In realtà, questo non è welfare, ma solo assistenza e beneficenza istituzionale, amministrata tra l’altro con costi elevati. Ci tiene indietro nel tempo. Non è infatti un’interpretazione corretta della Costituzione dove, anche quando ci si riferisce – nell’articolo 38 – alle persone inabili o incapaci al lavoro, non si afferma di limitarsi alle erogazioni monetarie. Si parla di necessario per vivere sì, ma anche di lavoro. Il lavoro non come fatica, ma come ri-costruzione della dignità sociale, dell’integrazione, del contributo di ogni cittadino – nella misura delle proprie capacità – a una vita insieme, in cui tutti si prendono cura di tutti. La rilettura della Costituzione ci porterebbe ben oltre l’indispensabile, per riscoprire le funzioni del lavoro a sostegno dell’autonomia e per contrastare l’impoverimento, con tutte le sue ricadute sociali, etiche e poco democratiche.

L’ambigua connessione tra gettito e servizio

L’approccio alla base della Costituzione nella nostra epoca si scontra però con una drammatica fragilità di sistema: da una parte è diminuito il consenso sociale sulla solidarietà mediata dalla raccolta fiscale, dall’altra cresce la disponibilità alla mercatizzazione dei servizi.

La crisi della raccolta fiscale è anzitutto alla fonte. Il nostro sostegno al welfare si è storicamente basato su una capacità di raccolta fondi «tracciabile», perché legata al lavoro dipendente dominante negli anni ‘60-’80. Era una fase di sviluppo del Paese in cui era più facile raccogliere, investire, creare lavoro e redistribuire. Oggi, invece, il lavoro che produce risorse fiscali è sempre meno diffuso perché è diventato fragile, depotenziato, meno capace di gettito e quindi anche di solidarietà fiscale. È come se avessimo rimpicciolito le spalle per reggere il peso della montagna. Non si tratta, quindi, di una crisi del welfare, ma di una crisi della prima linea di azione strategica: la raccolta fondi. Va ripensata, in quanto sappiamo bene che ormai il reddito da lavoro dipendente non può bastare. È la ricchezza nelle sue diverse forme che deve produrre le risorse necessarie per il welfare.

Al momento non abbiamo una soluzione condivisa, dobbiamo cercarla, in modo da restituire speranza anche a chi non può averla, proprio perché la sua condizione non gliela garantisce. Penso soprattutto alla tutela pensionistica delle nuove generazioni, dato che si è affidato alla responsabilità individuale ciò che prima era strategia sociale. Una domanda rimane aperta, di conseguenza, e non solo per il problema della pensione dei giovani: dove può andare il consenso sociale in questo momento, verso soluzioni individualistiche o verso nuove strategie di solidarietà sociale? Il clima è inquinato dalla mala fede di chi sostiene che non ce la faremo e che dobbiamo affidarci al mercato. Chi sostiene questa tesi spera in un vantaggio dalla commercializzazione delle risposte di welfare meno protette dalla solidarietà fiscale. Si tratta di un ragionamento che non considera i costi complessivi, che saranno più elevati per tutti.

Gli imprenditori lungimiranti hanno compreso che non conviene portare a casa utili a breve, se poi perderemo tutti. Hanno attivato, di conseguenza, forme di welfare integrativo, dando non soldi, ma servizi. Non si sono limitati a offrire servizi sanitari integrativi, ma anche servizi sociali di vario genere: primi fra tutti i nidi aziendali, ma anche servizi di segretariato, per pratiche sociali, carrelli spesa, ecc. Sono imprese interessate ad avere persone che non solo lavorano, ma che, se stanno bene, diventano più capaci di esprimere una co-finalità con l’impresa e viverla come missione che può essere condivisa. Se fanno così le imprese più lungimiranti, perché assecondare le sirene catastrofiste e delegare al mercato la gestione del rapporto tra bisogni e diritti, in nome di scelte politiche incapaci di futuro? L’esito drammatico non sarebbero solo i costi immediati, che verrebbero scaricati sui cittadini più bisognosi, ma anche e soprattutto la distruzione di un’infrastruttura di solidarietà nel suo insieme, costruita in tanti anni, una vera e propria grande opera su cui basare futuri investimenti per lo sviluppo del Paese.

Costruire contesti di responsabilizzazione

A questo tentativo di smantellamento del welfare si accompagna un brusco invito ai singoli a darsi da fare, a rimboccarsi le maniche, a essere creativi. Ma le capacità – ci insegna Sen – sono legate alle opportunità e anche all’investimento pubblico sul costruire le capacità dei cittadini e le capacitazioni dei servizi…

learntoswimSiamo a una effettiva ingiunzione paradossale, del tutto estranea allo spirito e alla lettera della nostra Costituzione. Lanciare un messaggio del tipo «sii attivo, sii intraprendente» a una persona in grave difficolta è in fondo una rinuncia a quel patto. L’abbiamo sottoscritto tutti l’impegno a prenderci cura gli uni degli altri in modo giusto, equo e non pietistico. Tale ingiunzione sottende un cambiamento interpretativo dei primi articoli della Costituzione, con un costo enorme, perché porterà a delegittimare ulteriormente le istituzioni pubbliche, soprattutto quelle locali che, nello spirito della Costituzione sono come l’amministratore del condominio solidale che si chiama comunità locale. Se si perde la fiducia nell’amministratore, prima si pensa di cambiarlo, poi si pensa di modificare il regolamento di condominio, infine si smette di credere che ci possa essere una soluzione. È un rischio che stiamo vivendo da almeno venti anni, con l’enfasi di un decentramento esasperato che ha ulteriormente aggravato le incapacità delle amministrazioni territoriali e la leale collaborazione tra livelli di governo. La sfida in gioco è quindi alta e il moltiplicarsi delle ingiunzioni paradossali verso persone in difficili condizioni di vita ha innescato la rottura del sistema di fiducia su cui si basa la raccolta delle risorse finanziarie per il welfare. È invece una condizione indispensabile perché strutturale e necessaria per il bene di tutti. Nell’immediato i cittadini percepiscono che alcune richieste di beni e servizi non possono essere soddisfatte, subito dopo si chiedono perché essere solidali senza riscontri positivi e poi «si salvi chi può».

Dentro quali misure strutturali si può pensare, allora, di affrontare il nodo dell’autonomia dei soggetti? Tutti noi sappiamo che va abbandonato l’assistenzialismo, passando dalla distribuzione del pesce da mangiare alla fornitura della canna da pesca, ma sembra che il problema non trovi risposte serie ed organizzate.

Rich and Poor fishingProprio la metafora della canna da pesca può aiutarci a ripensare il welfare nel nostro Paese. È una metafora che ha alimentato una precisa strategia di pensiero e di azione nell’affrontare i problemi della povertà nei Paesi in via di sviluppo. Da noi invece non è stata presa sul serio. La nostra assistenza sociale ha messo in primo piano i trasferimenti monetari, i pesci da distribuire, a scapito dell’attivazione dei servizi adeguati (le canne per pescarli) offrendo aiuto senza chiedere di essere attivi e responsabili mettendo in gioco le proprie risorse. Diamo troppi pesci e poche canne da pesca. Cosa può significare tutto questo in un Paese industrializzato, dove sono garantiti molti diritti? Se ripartiamo dai doveri si capisce più facilmente che la canna da pesca non si traduce nell’imparare ad «arrangiarsi», a cercare privilegi per se stessi, bensì ad imparare che i diritti non sono da riscuotere, ma da socializzare con i doveri. Ogni diritto prende forma nel difficile equilibrio con la responsabilità, con i doveri di ogni persona. Ogni aiuto che si riceve deve poter aiutare qualcun altro con il proprio concorso. Non solo dunque ad imparare a pescare per se stessi: ogni sostengo sociale che si riceve, può essere impiegato nell’aiutare altri che ne hanno bisogno. Ogni diritto diventa «sociale» quando genera benefici per la persona che lo riceve e per tutta la comunità. Quando non rigenera, chi ne beneficia sottrae bene pubblico per fini individuali. Si tratta di una potenzialità riconducibile a possibili «beatitudini sociali». «Avevo sete e mi avete dato da bere, avevo fame e mi avete dato da mangiare»: sono comportamenti che possono essere chiesti a tutti, anche a chi riceve aiuto. Le beatitudini sociali sono essenza di umanità se in esse non c’è posto per il «riceve senza dare». È un controsenso esigere diritti senza farli fruttare per sé e per gli altri. Siamo, come si vede, in una prospettiva antropologica difficile da proporre nella cultura del welfare tradizionale, dove spesso ci limitiamo a trasformare gli aiutati in «assistiti», chiedendo loro (e non sempre) di impegnarsi solo per se stessi.

Oltretutto, facendo sentire l’altro un «assistito» a tempo indeterminato, gli si trasmette anche la sensazione che non si abbia bisogno di lui.

Esatto, ma si può andare nella direzione opposta: per sostenere quanti sono in difficoltà nel costruire la propria autonomia, per produrre insieme un nuovo welfare con beni socialmente rilevanti. Le svolte possibili e ormai irrinunciabili non sono poche. Per esempio, le persone in cassa integrazione, purtroppo migliaia, ricevono giustamente un reddito garantito. Insieme con il diritto ad accedere agli ammortizzatori sociali, però, potrebbero anche rivendicare il diritto al sentirsi utili, a realizzarsi socialmente, a non sentirsi assistiti, facendo qualcosa per gli altri. Può sembrare banale dirlo, ma sono molte le cose che ogni persona saprebbe fare senza un corrispettivo economico diretto, se già remunerata, mettendosi a disposizione di altri che hanno bisogno. Se ci aiutiamo ad aiutarci non è difficile accumulare un capitale economico di «reinvestimento», con la possibilità di acquisire nuove competenze e capacità. Più che ai tradizionali lavori socialmente utili, penso, per tornare alla metafora, ad una moltiplicazione delle tante possibili canne da pesca in mano a persone che non intendono ridursi ad assistite, ma credono che per essere cittadini è necessario investire le proprie capacità anche quando si è in difficoltà. Purtroppo gli operatori sociali e, ancora prima, i decisori politici, non «vedono», e non promuovono tali competenze, non investono per rinforzarle e, soprattutto, per creare condizioni anche giuridiche per esercitarle meglio. I doveri associati ai diritti possono essere una nuova frontiera verso cui incamminarsi, perché welfare non vuol dire assistenza, ma promozione di salute (in sanità) e promozione di socialità (nel sociale).

Linee d’azione per un welfare moltiplicatore

Come sostenere questo cambio di pensiero, senza correre il rischio che semplicemente venga a mancare il welfare, o che lo si carichi sulle spalle delle persone o degli operatori?

Le cose appena dette non possono essere ridotte a soluzioni ingenue, se non ciniche: chiedere ai poveri di salvare un welfare povero di risorse. Conosciamo ancora troppo poco i potenziali di un welfare moltiplicatore di risorse, generativo, come mi piace dire, dentro una società che sta smarrendo la prospettiva del proprio essere socialità solidale e la capacità di investire nel proprio futuro. Questo, ad esempio, ci porta a dire che l’assistenza sociale ha a disposizione poco più di 50 miliardi, e che non ha senso che vengano semplicemente consumati. Vanno fatti fruttare: per poi quantificare il valore rigenerativo, cioè gli altri miliardi da sommare ai 50 da destinare all’anno successivo. Chiunque – un imprenditore, un contadino, un pescatore – ragionerebbe così, ma non riusciamo ad applicarlo al nostro welfare riducendo le possibilità di prenderci cura di noi stessi e del futuro delle nuove generazioni. Il vero nodo con cui ci scontriamo ogni giorno con amministratori locali e operatori sociali è trasformare la spesa di welfare da costo a investimento, da welfare puramente redistributivo a un welfare moltiplicativo, grazie a nuove capacità di rigenerare le risorse.

welfareA livello di strategie politico-sociali, può essere complesso il passaggio da una rappresentazione del welfare come costo a un paradigma del welfare come investimento. Attraverso quali strade si può promuovere questo diverso approccio?

Mi rendo conto che non è facile muoversi in una simile prospettiva. Ci mancano competenze adeguate – di immaginazione e di pensiero, di azione e di apprendimento – per gestire un potenziale umano ed economico di ingenti dimensioni che non può essere trattato in termini assistenziali ma come fonte di dignità e valore per tutti. Si aprirebbero nuovi scenari sociali per il pubblico, il profit e il no profit. Pubblico e privato possono concorrere al bene comune, ad esempio gestendo il lavoro donato dagli assistiti, destinando i profitti a un fondo di solidarietà per l’inclusione sociale.

Facciamo un esempio. È opinione diffusa che in Italia i servizi per l’infanzia e per la famiglia siano sotto gli standard europei e che, pertanto, dovremmo investire di più. Che fare? Potremmo considerare che sono sei i miliardi di euro – una cifra analoga alla spesa dei comuni italiani per l’assistenza sociale – destinati ad assegni familiari che, in termini di aiuto alle famiglie con figli piccoli, consistono mediamente in pochi euro di più al mese. Proviamo ad immaginare cosa accadrebbe se solo una parte di questa somma fosse destinata ai servizi per l’infanzia e la famiglia, senza togliere i diritti, ma dando di più ai titolari di diritti, con maggiore abbattimento del disagio e riducendo i costi per l’accesso ai servizi per l’infanzia, grazie al potenziamento dell’offerta. Se si vuole assecondare questa suggestione, non basta raccogliere risorse finanziarie e re-distribuirle. Bisogna anche investirle, mirando alla rigenerazione della risorsa ottenuta con il gettito fiscale e cercando il successivo rendimento etico del capitale a disposizione. Si può perseguire questo risultato solo responsabilizzando, visto che le principali risorse sono le persone.

Certo occorrerà riformare una serie di cose – per esempio, gli assegni familiari, gli ammortizzatori sociali e altro ancora – ma per dare di più ai cittadini, non per dare meno. Il moltiplicatore delle risorse sono le persone, che vanno poste al centro dell’innovazione possibile, senza cadere nelle trappole della solidarietà qualunquista, quando si limita ad erogare soldi con pochi servizi o della beneficienza privata, spesso priva di corresponsabilità. Costruire welfare generativo implica, al contrario, collegare le istituzioni con le persone. Alle prime competono le azioni del raccogliere e del redistribuire. Alle persone competono le funzioni di rigenerare, rendere e responsabilizzare. Questo significa passare dal welfare attuale ad un welfare a maggiore capacità e potenza, perché non si limita a raccogliere e redistribuire, ma diventa promotore di capacità personali, a livello micro, a livello meso promuovendo contesti organizzativi capaci di lavorare sulle corresponsabilità locali, a livello macro rigenerando le risorse senza consumarle, anzi facendole rendere, grazie alla responsabilizzazione possibile dentro un modo più facile di coniugare diritti e doveri.

A riorientare il capitale rinnovando la cultura

Da dove ripartire per gestire una transizione di tale complessità? Quale ruolo possono svolgere le amministrazioni, i servizi e i singoli operatori?

Parto da una osservazione. Ragionare alla luce delle cinque linee d’azione appena descritte – da coniugare con intelligenza e tenacia – come base del welfare di domani ci permette, in primo luogo, di andare oltre un alibi, a cui spesso si ricorre per coltivare il senso di impotenza. Non è detto che servano in questo momento maggiori risorse finanziare per il welfare. Stiamo maneggiando un capitale ingente, in termini di servizi e professionalità dispiegate sul territorio, anche se in modo diseguale. Va riorientato e con coraggio, perché è un prodotto «maturo». Se non rinasce si deteriora, diventa vittima dei rischi finora descritti: cioè la sua messa in crisi e il conseguente sostanziale abbandono delle persone in condizioni disagiate e problematiche. Dovrebbero acquistare aiuti loro necessari nel mercato o invocare la beneficenza che il welfare voluto dalla nostra Costituzione non sarà in grado di dare. L’aumento dei ticket prepara psicologicamente questa eventualità. Dico questo tenendo conto del fatto che già oggi, non è vero che le persone, soprattutto nell’aerea dell’assistenza sociale, possono contare su un welfare solidaristico, perché il concorso alla spesa per i servizi sociali incide molto sui redditi delle famiglie. Lo stesso sta avvenendo per l’assistenza sanitaria, quando viene aumentato il concorso economico al momento della fruizione.

Insomma, se consideriamo la distinzione tra la raccolta fondi alla fonte (la solidarietà fiscale) e quella al consumo (per esempio al distributore della benzina), ci accorgiamo che anche nel welfare pubblico si sta potenziando l’idea della fruizione al consumo come sede di concorso al finanziamento.

Sì, ma è paradossale in quanto si chiede il concorso anche a chi è in condizioni di maggior bisogno. Il consumo di carburante riguarda quasi tutti, mentre il consumo di welfare si concentra su chi ha più bisogno. Assecondare questa deriva è molto grave, può far saltare la fiducia nel patto costituzionale. C’è una soglia da non superare e, anzi, occorre trovare soluzioni perché nell’area dell’assistenza sociale il concorso alla spesa dei servizi al momento della fruizione si riduca invece di aumentare. Non è accettabile che si paghino 500 euro al mese per portare un bambino al nido: non è welfare, ma un’offerta di mercato gestita da amministrazioni pubbliche. L’accoglienza welfare-dependencydei bambini piccoli è un bene comune, e non un bene con corrispettivo, senza solidarietà sociale. I Comuni si difendo adducendo i costi di gestione, ma è anche loro compito trovare modalità meno costose che a volte non vengono prese in considerazione. Più in generale, va un po’ smontato il lamento sulla mancanza di risorse, perché i tagli effettuati negli ultimi anni hanno inciso relativamente sul sociale e ben di più su altre voci. I tagli effettivi sul sociale sono stati quelli al Fondo nazionale, che sono di entità limitata: circa 1 miliardo di euro sui 51 totali mentre in altri settori si è intervenuti in modo più pesante. Purtroppo i cosiddetti vecchi welfaristi preferiscono chiedere altre risorse per dare ulteriori sussidi economici, cioè più assistenzialismo. Anche per questo molte persone e famiglie si sentono abbandonate al proprio destino, purtroppo percepito come irreversibile.

Non si esce dalla povertà con le sole erogazioni

Questa è la sfida cruciale che indicate nel vostro rapporto e ha un obiettivo ambizioso, come si evince dal titolo stesso del volume: Vincere la lotta alla povertà…

Dobbiamo riorientare le scelte di welfare, non c’è dubbio, spinti dalla drammaticità dei problemi. Il bivio in cui ci troviamo è tra assistenzialismo improduttivo e ricerca di strategie per riorientare l’utilizzo, anzi l’investimento del capitale a disposizione. Molti poveri non possono che limitarsi a consumare gli aiuti ricevuti, senza poter uscire dallo stato di povertà. Per molti versi in Italia abbiamo sempre inteso la lotta alla povertà come impegno a sedarla, permettendo alla gente di tirare avanti, come se avessimo deciso che non è possibile vincerla. In altri Paesi invece si riesce a vincere, con indici di uscita di povertà positivi, come avviene quando si può sperare di guarire da una malattia. Riorientare l’uso del capitale sociale ed economico è l’unica strategia seria per pensare a nuove politiche di lotta alla povertà. Altre proposte rappresentano cure palliative che non intervengono sulla condizione di cronicità. Se non incide sugli indici di uscita dalla povertà, si toglie speranza, oltretutto in una situazione in cui l’impoverimento complessivo, ogni giorno più diffuso, mostra che il problema non è dei poveri ma di tutti. I servizi di assistenza sanitaria, sociale, educativa, di sostegno abitativo in Europa, riducono le disuguaglianze di un terzo. Va, quindi, rovesciato il ragionamento che negli ultimi anni ha portato ad accettare la povertà come un dato strutturale e a ridurre le politiche sociali a politiche di trasferimento monetario.

Anche per questo ci siamo domandati a quanto ammontano i trasferimento monetari, ad esempio, in una città come Milano. Abbiamo calcolato che chi vive condizioni di povertà e disagio ha 65 possibilità di ottenere trasferimenti monetari (dal Comune, dalla Regione, dall’INPS). Non è certo poco: il problema è che manca un controllo sulle ricadute di tali erogazioni e sulle possibili «restituzioni» da parte degli aiutati. L’accesso agli aiuti fa parte del patto del cittadinanza di cui parlavo, ma non si è dentro il patto se ci si limita a riscuotere diritti senza ricreare condizioni in cui le persone possano contribuire al benessere proprio e di altri. In altre parole, i servizi non fanno abbastanza leva sulle capacità di emancipazione e di restituzione dei beneficiari, sapendo che nell’aver cura degli altri si apprende ad aver cura di sé. Invece chi ha bisogno si sente nel giusto nel prendere quello che c’è a disposizione, mentre nessuno gli chiede: «come rigenerare l’aiuto?». Anche l’aiutato, chiunque sia, può contribuire ad essere solidale. Magari non ha contribuito con le tasse in quanto senza reddito, però può mostrare in altro modo la propria capacità di servizio, dando una mano come volontario, occupandosi di qualcuno, restituendo se possibile parte del bene ricevuto, come arrivare nel microcredito. Insomma, le canne da pesca possono essere tante. È possibile costruirle dove i servizi, gli operatori sociali e le persone incrociano le loro strade, per passare dalla logica del consumatore alla logica del rigenerare grazie all’incontro delle responsabilità. Senza di questo l’appello a restituire non è che un’ingiunzione paradossale.

Il patto costituzionale rilanciato «dal basso»

Dunque, non usciamo dalla povertà se i poveri non ci danno una mano. E il fatto che il povero ci dia una mano viene vissuto come dignità ritrovata.

È un concetto profondo che, se venisse compreso sul piano etico e professionale, trasformerebbe l’aiuto dell’assistenza sociale, dell’educatore, dell’addetto all’assistenza, dello psicologo. Malgrado l’impegno di molti operatori, per ora il paradigma dominante garantisce l’accesso alle risposte (finanziarie e terapeutiche), ma senza trasformazione, mentre un’interpretazione più autentica della Costituzione chiede di coniugare diritti e doveri. I poveri possono uscire dalla povertà se concorrono a produrre beni comuni, non se gestiscono beni individuali per se stessi, mentre non si chiede loro di attivarsi e capacitarsi. Un povero rischia di restare povero ed emarginato, solo se entra nei circoli viziosi della profezia che si auto-avvera, con sempre meno speranza, fiducia, autostima. Alla base invece dei ragionamenti espressi finora sta una convinzione: «Non posso aiutarti senza di te». Siamo ben oltre l’enfasi della big society, che affida alla solidarietà circoscritta e generosa qualcosa di più impegnativo, che va alla radice del vivere sociale. Il rilancio del patto costituzionale implica un profondo mutamento nel modo di pensare ed agire delle persone e delle istituzioni, a fronte dei rischi del vivere nell’attuale organizzazione competitiva degli egoismi e dei diritti, a fruizione individuale e poco sociale. È dentro l’esigenza di questo profondo cambiamento che può muoversi chi oggi lavora a contatto con le fragilità della vita personale e sociale. Lavorando a contatto con i più deboli gli operatori non possono sottrarsi al compito di aiuto e sostegno ma devono anche meglio esplorare i potenziali di emancipazione e di «liberazione». L’enfasi sulla qualità di processo, basata sulle certificazioni e gli accreditamenti, ha purtroppo fatto rientrare in gioco i mansionari, privilegiando la buona gestione amministrativa dell’aiuto. Anche per questo non bisogna avere paura di chiedersi come invertire la rotta con una progressiva assunzione di responsabilità. A questa trasformazione etico-culturale siamo chiamati tutti, perché tutti usufruiamo di risposte di welfare (sanitario, sociale, educativo) e non possiamo esserne soltanto consumatori, mentre possiamo diventare generatori (di welfare) facendo rendere le risposte a disposizione.

Questo ritorno ai fondamentali nell’allestire localmente beni comuni è indispensabile per evitare le scorciatoie politiche, combattendo l’impotenza e la frustrazione professionale. Entrambe inibiscono il pensare e l’agire innovativo. I cinque verbi che ho utilizzato in questa conversazione (raccogliere, redistribuire, rigenerare, rendere, responsabilizzare), da una parte portano ad intravedere una nuova visione strategica del welfare futuro e dell’altra aprono a un diverso modo di vivere la quotidianità nel lavoro sociale praticando soluzioni di welfare generativo. In gioco c’è la micro-tessitura territoriale dell’aiuto che restituisce fiducia alle persone e alle istituzioni. Queste ultime non verrebbero più percepite come anonimi erogatori di prestazioni e risorse monetarie, ma come garanti di un patto d’aiuto e capacitazione necessarie per investire le risorse senza limitarsi a consumarle. Abbiamo bisogno di istituzioni più capaci di fare questo e quindi vicine ai cittadini. Per anni si è «denigrato» il capitale sociale pubblico e parlato in modo ideologico della solidarietà del mercato. Il pubblico, se inteso come bene di tutti, rappresenta una sfera molto più grande delle istituzioni. Anche per questo occorre riscrivere il senso del welfare come bene sociale e da socializzare per riscoprire il senso profondo del patto costituzionale, che non solo ci accomuna ma che può proiettarci in un futuro migliore.

Editing grafico a cura di Edna Arauz

Per approfondire: “Verso un welfare generativo, da costo a investimento”, Fondazione Emanuela Zancan.

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one_more_meatball_supper_for_you__by_pascalcampion-d8a4lsl

Questa lettera è stata scritta da un ragazzo figlio del suo tempo: disoccupato e in costante ricerca di un lavoro, si ritrova nel periodo Natalizio ad avere le sue speranze, i suoi sogni, completamente infranti: in altre parole, sente di aver gettato un po’ la spugna. Così, senza una motivazione logica, decide di fare una cosa che non faceva da tantissimo tempo. Infatti, l’ultima volta che ha fatto questa cosa non se la ricorda proprio più: scrivere una lettera a Babbo Natale. Pur consapevole di essersi deciso a scriverla un po’ in ritardo (non si sa se la lettera arriverà in tempo, visto l’impazzito traffico natalizio), confida che, in un modo o nell’altro, Babbo natale riuscirà ad aprire la sua busta, a tastare la carta e leggere questa sua lettera, perché, in questa, ha cercato di scrivere tutto quello che, per una cosa o per l’altra, non è riuscito a dire a nessun altro in tutto questo suo tempo di frustrazione e di rassegnazione prematura. Per circostanze fortuite, noi abbiamo la possibilità di leggere questa sua lettera…Mi chiedete il perché? Perché, fondamentalmente, c’è stata una violazione della sua privacy, e un postino parecchio ubriaco ha deciso di scartare la sua busta spinto dal piacevole tatto che gli provocava tra le dita, e mosso inoltre da una sua insondabile curiosità di scoprirne l’effettivo contenuto – questo è quanto ci ha riferito (questi ubriachi!). Altre motivazioni non ci sono pervenute, ma questo poco importa: importa solo che la lettera sia stata definitivamente spedita e che, in questo momento, stia viaggiando per arrivare al suo effettivo destinatario: il Babbo dalla barba più bianca che c’è. Ad ogni modo, dato che siamo troppo curiosi come quel postino, e a breve saremo anche noi – ce lo auguriamo – piuttosto alticci, leggiamo insieme cosa ha scritto prima che sia troppo tardi. Forse, in atmosfera natalizia, tutto ciò potrebbe oltremodo interessarci:

Caro Babbo Natale,

non ricordo sinceramente l’ultima volta in cui ti ho scritto una lettera, ma sarà stato parecchio tempo fa. Probabilmente all’epoca pensavo sul serio che tu esistessi, e che scendessi da quella specie di camino (che camino esattamente non era) dove Papà era solito arrostire i polipetti appena pescati; e mi preoccupavo tantissimo per te, non sai quanto, perché la canna fumaria era veramente nera, e quando sbirciavo in su constatavo, assurdamente, di quanto il suo buco in cima fosse davvero piccolo; uno spiraglio di luce. Allora mi chiedevo come diavolo facevi, tutte le volte, a calarti giù da quella sporca angusta strettoia (anche se l’odore dei polipetti arrostiti doveva essere stata una cosa mondiale, dico bene??). Quando ritrovavo però i miei regali sotto l’albero pensavo sempre che eri stato un grande, e per questo mi meravigliavo ogni volta della tua dimestichezza con questo genere di cose. Mi sorprendevo del tuo trasporto, della tua magia: riuscivi, non si sapeva come, a portare a tutti i bambini i loro regali, qualsiasi fosse stato l’ostacolo che te lo avesse impedito.

Col tempo però scoprii che tutta questa magia non era altro che un’elaborata e sofisticata menzogna; che tu in realtà non esistevi per davvero, e che eri solo una figura inventata lì per lì per instillare nei bambini sogni e speranze. Incarnavi, in quei nostri sogni, la consapevolezza di un Babbo buono che dispensava doni a tutti, anche se noi bambini avevamo fatto un po’ i cattivi durante quell’anno. Eri, insomma, quella figura così umana che riusciva a ristabilire, con la sua risata da orco buono, la pace e la felicità in un mondo di ansie e di frenesie: che riusciva, in un certo senso, a ripristinare l’equilibrio ovunque andasse, e ovunque fosse trasportato dalle sue renne – anche qui non si sapeva come – volanti; esattamente come quando, lentamente e in un dolce balletto, cadono i fiocchi di neve ricoprendo tutto: non importa cosa ricoprono ma lo ricoprono e basta, e tutto sembra più bello come un sincero sorriso dalla finestra.

Ormai sono diventato grande e non penso di credere più a queste cose: non penso, insomma, che tu esista per davvero. Nonostante questa mia incredulità però, e la mia ormai tramontata propensione verso questo genere di credenze, ho deciso di scriverti una lettera lo stesso, sperando che in qualche modo (non so davvero ancora come) tu riesca a leggere cosa avevo da dirti per questo Natale.

Forse in questi tempi di crisi ho perso davvero il mio personale trasporto per ogni cosa, mi sento come se fossi in scacco e tutto fosse vano, nonostante i miei tenaci tentativi di creare qualcosa, di dare qualcosa a me stesso e a gli altri. Non so come siamo capitati a vivere questa orrenda situazione, ma so di per certo che quello che provo io lo provano tanti altri ragazzi come me: lo sento da loro, lo percepisco quando vedo i loro stanchi volti, lo vedo ripetutamente nei loro sorrisi spenti. E questi sono gli stessi ragazzi che in passato sono stati bambini, esattamente come me, e credevano ciecamente e incondizionatamente in te, nella magia della speranza che dispensavi ad ogni Natale. Ora, questi ragazzi si ritrovano ad essere dei bambini cresciuti: non solo sono disillusi da quel genere di magia che tu non facevi altro che trasportare con la tua polvere di stelle, ma si ritrovano anche ad essere completamente rassegnati e impotenti di fronte ad un futuro che si prefigurano sempre più come oscuro, sempre peggio, senza alcuna via d’uscita. Forse starò esagerando, forse non è tutto negativo come lo sto descrivendo io, ma è quello che sento, e penso che troverei tanti ragazzi della mia età pronti a sottoscriverlo così, parola per parola.

A dire il vero, non so perché io ti stia scrivendo. Forse perché davvero ho perso tutte le speranze e volevo ancora una volta illudermi. O forse perché, anche non credendoci più, credo nel luccichio festoso di quei bambini che ci credono ancora, in quel poco che basta a farli viaggiare con le loro menti, incredibilmente, da bambini.

Santa_by_jinnyLa crisi d’identità della nostra epoca è parecchio profonda. Probabilmente da lassù, dal Polo Nord, te ne potrai chiaramente rendere conto, avendo sicuramente una sguardo più prospettico e più comprensivo sulle cose. Quello che però voglio dirti, al di là di quello che tu possa realmente fare, è di presentarti nei pensieri di quei ragazzi che vivono brutalmente questa situazione, e dispensare uno di quei tuoi famosi e barbosi sorrisi; e magari anche un abbraccio di speranza, se ti va, perché oggi, più che mai in questo natale, ne abbiamo un estremo bisogno.

Forse sto parlando a nome di tutti impropriamente. Forse ancora una volta starò esagerando. Ma non penso che i ragazzi in generale si sentano utili a far qualcosa oggi. Non penso che siano veramente motivati nel fare quello che potrebbero fare in maniera eccellente; e magari non hanno ancora capito cosa possono fare di concreto perché semplicemente nessuno li riconosce come umane potenzialità; perché, fondamentalmente, nessuno li riconosce, punto. Noi giovani dovremmo essere la risorsa del futuro, il motore del domani che verrà, e invece veniamo trattati continuamente come lo scarto, come un qualcosa che più passa il tempo e più si rendere invisibile. Invisibile a se stessi, prima che agli altri.

E allora ripieghiamo sul falso divertimento, sulle droghe, leggere e pesanti, per dimenticare. Per non pensare. Per staccare la spina da questa realtà: brutta, fredda e brutale… Senza emozione. Un realtà dominata dalle disuguaglianze più marcate. Dai ricchi che diventano sempre più ricchi e dai poveri che diventano sempre più poveri. Da una realtà egoisticamente concepita, che si fa beffa di tutto e di tutti e che acquista ogni dannata cosa al mercato dei consumi, perché solo lì e solo così, oggi, gira il mondo. Il neoliberismo ha sradicato il sociale che ci rendeva uniti, e tutti noi non abbiamo più un’identità solida con la quale interfacciarci, un sentimento condiviso con cui scambiare idee e parole di conforto. Certo, forse siamo dotati di più identità, quelle identità plurali che ci permettono di vivere in una società globalizzata dalle mille possibilità. Ma queste identità pluri-genere non hanno un filo conduttore che le riconduce ad un’unica personalità: il mio carattere, la mia persona che crea e agisce nel mondo non avrà mai una dignità se non gli sarà concessa l’opportunità di averla; se non gli sarà data la possibilità di creare qualcosa per il futuro dei suoi figli. E quindi tutti questi ragazzi spossati si ritrovano oggi a casa, senza fare nulla, senza avere un lavoro da fare e un lavoro che consente loro di autonomizzarsi, di andare via di casa, di avere una propria dignità: quel lavoro che possa redimerli dalla nullafacenza della loro deleteria condizione. Forse tu mi dirai: “Beh, dovrai impegnarti un pochino di più se vuoi ottenere qualcosa. Lo so che attualmente è più difficile di qualche tempo fa, ma se non muovi i primi passi non arriverai mai a nulla: nessuna possibilità piove dal cielo se non incominci davvero a fare qualcosa”… Questa mia immaginaria tua affermazione potrebbe avere un senso, probabilmente, ma non quando i giovani, risorsa preziosa per il futuro, sono completamente lasciati a se stessi; non quando il mondo gliel’hanno consegnato guastato e poi sono pronti a dire “Vedetevela voi, noi non possiamo farci più nulla, e questo è…”.

La verità è che troppe politiche sbagliate sono state fatte nell’ultimo trentennio. Politiche di “sganciamento” e di riduzione dello Stato, nella convinzione che questo fosse il male in terra e che usurpasse le nostre individuali libertà. Si pensò che era meglio lasciare la società senza una direzione da seguire, senza una pianificata programmazione all’alto, perché solo così si potevano realmente realizzare le singole libertà di ognuno: lo Stato-Nazione, la concezione di bene comune, era troppo limitante in questo senso: bisognava cambiare. In America, un gruppo di studiosi di Chicago pensò bene di riesumare delle idee “contro lo Stato”, idee e concezioni che erano state concepite, in origine, da degli intellettuali austriaci. Quest’ultimi pensarono che era meglio limitare i poteri dello Stato, perché avevano troppo vissuto male il periodo tra le due guerre mondiali, e non volevano assolutamente rivivere un ulteriore periodo in cui lo Stato si trasforma in uno Stato dispotico, in un dittatore che si arroga il diritto di “dirigere” e di dettare le sorti della vita di ogni singolo individuo.

Così scrissero le loro idee di Società e, in un primo momento, non se li cacò nessuno. Poi questi giovanotti americani ritrovarono queste scritture e cominciarono a proporle alla nuova politica che avrebbe cambiato il mondo, che lo avrebbe reso più “libero”, più “autonomo”, più capace di creare “ricchezza per tutti”: e come non poteva sposarsi tutto questo con una cultura americana votata al progresso e che celebra lo slogan del “Self-Made Man”, e cioè dell’” uomo che si fa da sé”? E così abbiamo avuto la globalizzazione, che è stata, in un primo tempo, una sorta di americanizzazione, e che, se da un lato ci ha permesso di confrontarci sempre più spesso con tante altre diversità e tanti altri popoli della terra (una figata assoluta!), dall’altro ci ha pian piano prosciugato delle nostre autentiche identità, quelle identità sedimentate nei nostri luoghi, quegli stessi luoghi che abitiamo e attraversiamo nelle nostre vite. E allora per poter sopravvivere a tutto questo dovevamo diventare egoisti, idolatrare il Dio denaro e fregarcene di tutti, proprio di tutti quanti, nessuno escluso, per poter andare avanti e pensare solo a noi stessi.

SantaTwainDetto ciò, io per questo natale non vorrei proprio nulla, te lo dico proprio col cuore in mano, perché, altrimenti, se
cominciassi a chiedere qualcosa poi vorrei troppo. Tuttavia, se ci penso un attimino, su quel che desidero davvero, non penso che sia così difficile ottenerlo: da uno come te poi, tutto è possibile! Ecco, se proprio dovrei avanzare dei desideri vorrei…

Vorrei che le persone fossero un po’ più gentili, le une con le altre, perché è con la gentilezza che si misura il grado di civiltà in una società che si ritiene tale.

Vorrei che si cominci solo a sospettare (solo a sospettare, non a pensare seriamente) che il denaro, e tutto ciò che esso comporta, non è la vera felicità, e che porta solo alla miseria individuale, sempre e comunque: è una cosa che corrode e poi ti rende ancora più misero di prima.

Vorrei che i potenti della terra si rendessero conto di quanto siano soli e spregevoli nelle loro “gabbie” piene di lussi sfrenati, perché le loro fortune, e sono solo fortune (ereditate e guadagnate a discapito di altri), diventano davvero fortune se vanno condivise con gli altri.

Vorrei che si facesse più beneficenza, quella vera, quella anonima, e non solo quella di facciata che si fa solo per avere un tornaconto di immagine.

Vorrei che alle forme si sostituissero di più i contenuti, e che l’apparenza ceda il passo al senso autentico che sempre c’è dietro, bello o brutto che sia.

Vorrei un mondo più uguale, con meno sperequazioni inique che fanno soffrire sempre di più la povera gente, che ha sempre lavorato e che si è sempre spaccata la schiena solo per un sorriso: vorrei più giustizia sociale, dato che ormai è passata di moda.

Vorrei meno televisione e più libri: una biblioteca nella mia città piena di libri.

Vorrei più piazze piene e meno gente che riempie i supermercati.

Vorrei che a tutti i ragazzi fosse data la possibilità di studiare, come è stata data a me, perché lo studio è ricchezza, lo studio è saper leggere il mondo ma è, soprattutto, emancipazione da sé.

Vorrei che fossero valorizzate le nostre distinzioni, le nostre differenze di qualsiasi tipo, di razza, di genere, differenze nei gusti sessuali, perché sono solo le differenze che creano le scenografie migliori: il piattume del gruppo dove tutti sono fotocopie degli altri mi annoia.

Vorrei che si pensasse di più agli altri e meno a se stessi egoisticamente, anche se questa cosa pare una cosa trita e ritrita e, ciononostante, non si riesce mai a fare per davvero.

Vorrei dei veri amici, e non quelli che ti girano le spalle alla prima difficoltà, o quelli ancora che ti sfruttano perché vogliono solo qualcosa per sé (tristezza).

Vorrei una ragazza che vuole viversi una relazione, seriamente e spensieratamente, e non che debba avere sistematicamente paura del dolore che potrà manifestarsi dopo, cioè quando la relazione volgerà al termine: la vita è piena di alti e bassi e va preso tutto il pacchetto se si vuole vivere veramente, altrimenti cedi il biglietto ad un altro e rinuncia al tuo viaggio.

Vorrei che ci fosse più coscienza comune, in un popolo disorientato e ormai allo sbando.

Vorrei che si facesse più politica seria, perché la politica non è un male in sé: parla del nostro futuro. Sono quei poveri che al palazzo credono di avere le risposte per noi che l’hanno svuotata di senso.

Vorrei un mondo più globale, ma più globale in senso umano.

Vorrei che ci fosse più Stato e meno mercato. Lo Stato è la garanzia per i nostri diritti. Il mercato, invece, se non ben regolamentato, è solo la giungla degli egoismi e dell’usa e getta per antonomasia.

Vorrei godermi un tramonto senza preoccuparmi di respirare delle polveri sottili e nocive, derivanti da un inquinamento selvaggio che ha ormai portato al collasso la nostra terra, che è malata e si ribellerà, fra non molto.

Vorrei più amore e meno menefreghismo.

Vorrei più considerazione per gli altri e meno quel via vai di gente che non si considera nemmeno.

Vorrei che tutti i soldi spesi per gli addestramenti militari, per le armi, e per la realizzazione di guerre fossero impiegati per rivitalizzare i paesi che non hanno davvero nulla (tante cose si potrebbero risolvere tramite quegli “investimenti”, che chiamarli in questo modo mi viene il vomito); perché queste pratiche, oltre a disumanizzare e togliere un cervello a chi di mestiere fa il soldato, non portano davvero a nulla, se non alla distruzione e alla morte. Questi addestramenti disumanizzanti non servirebbero neppure a fronteggiare un’improbabile invasione da parte di simpatici extraterrestri venuti da molto lontano: tanto ci farebbero il culo lo stesso.

Vorrei più luoghi e meno non-luoghi.

Vorrei stringere la mano a più persone che posso, perché so che, anche se a prima impatto possono non piacermi, avranno sempre qualcosa di diverso da dirmi.

Vorrei un mondo in cui i giovani contano, perché se ci viene data una possibilità, noi la sapremo di certo sfruttare, e vi renderete conto, voi, poveri padri increduli e sfiduciati e miscredenti – e che vi siete pappati davvero tutto – che noi, seppur con le nostre debolezze, siamo gli esseri al momento più innovativi sulla faccia di questo pianeta. E spacchiamo.

Vorrei, vorrei… Lo sapevo che se ti avessi scritto sarebbe andata a finire così: era da tanto che volevo scriverti tutte queste cose. Ecco perché.

Un saluto affettuoso, e un felice natale anche a te.

Anonimo

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Sangu meu

Il postmoderno è uno storyteller in riva al mare

AF-Villafranca-Verona

Nel saggio “I rischi della libertà”, il sociologo tedesco Ulrich Beck affronta l’ostica questione sul significato ultimo del termine modernità mettendo in luce come, al centro di essa, sia custodita un’antica – e al contempo attualissima – “fonte di senso” autonoma e vitale, identificabile nella libertà politica. Tale libertà, che prevede una «società dei cittadini», non comporta una crisi culturale, né tantomeno una caduta dei valori, bensì sancisce la cultura democratica di un individualismo universale che – trasformandosi in azioni e in vita quotidiana – mette in discussione i fondamenti della convivenza così come l’abbiamo intesa fino ad oggi.

In questo scenario, dove i giovani vengono identificati da Beck con l’espressione «figli della libertà», il discorso sulla caduta dei valori – ad essi solitamente associato – nasconde in realtà qualcos’altro: «ossia la paura della libertà, e anche la paura dei suoi figli, i quali devono combattere con i problemi del tutto nuovi e diversi posti dall’interiorizzazione di questa stessa libertà» (Beck, 2000: 42). Per questo motivo – così come per altri – i giovani hanno scoperto, per proprio conto, una cosa con cui possono gettare nel panico gli adulti: il divertimento, sia esso sotto forma di musica, di sport, di consumo o di semplice gioia di vivere. Ma, poiché – continua Beck – la politica per come essa viene praticata e rappresentata non ha nulla a che vedere con tutto questo – anzi viene percepita come nemica mortale del divertimento – i giovani possono sembrare impolitici, e tali essi stessi si considerano (2000). Tuttavia, nel loro essere impolitici c’è qualcosa di molto politico: «i figli della libertà si ritrovano e si riconoscono in una variopinta ribellione contro la monotonia e i doveri che devono assolvere senza apparente ragione e quindi senza partecipazione» (Beck, 2000: 44). Dunque, nel complesso, la sfera politica non appare in grado di garantire – diversamente dal passato – il raccordo tra istituzioni e mondo giovanile, in quanto fondata su valori e concezioni ideologiche e non su proposte concrete e finalizzazioni visibili (Ranci, 1992).

Mentre sino agli anni Settanta le politiche giovanili nel nostro Paese erano attuate in gran parte dalle strutture centrali dello Stato e del sistema politico, nei decenni successivi si verifica – in questo senso – una sorta di latitanza dello Stato, che tende ad aggravarsi a causa del mancato riconoscimento di un luogo deputato a occuparsi dei problemi attinenti il mondo giovanile (ciò che, diversamente, viene previsto in diversi Paesi europei). Tra gli anni Settanta e Ottanta, dunque, l’intervento pubblico verso i giovani, anziché concentrarsi sulla proposta di ambiti di partecipazione e di coinvolgimento diretto, cerca nuove forme – intraprendendo strade innovative – più vicine all’offerta dei servizi, creando opportunità direttamente fruibili dagli stessi. Come sottolinea Ranci, questo ruolo “di servizio” viene giocato in prima istanza non dalle istituzioni centrali quanto dall’ente locale – ed in particolare dalle Amministrazioni comunali – «nell’ambito di una più generale valorizzazione della loro centralità come luoghi deputati alla gestione delle politiche sociali»» (1992: 74).

Dal punto di vista normativo, la realizzazione e il consolidamento delle istituzioni regionali[1] – e l’accessorio riordino di competenze – forniscono agli enti locali la legittimità per intervenire in settori in un certo senso similari o particolarmente affini agli ambiti d’interesse giovanile, quali – ad esempio – lo sport, l’educazione, il tempo libero, la prevenzione del disagio, la cultura. Ma la legislazione che disciplina il trasferimento delle funzioni dal livello regionale al livello comunale, non consente di individuare con esattezza le responsabilità – né tantomeno le competenze – in seno all’ente locale nei confronti della popolazione giovanile. Questo spazio di indeterminatezza che viene a crearsi se da un lato consente agli enti locali inattivi di godere di una certa immunità in quanto non viene resa “obbligatoria” alcuna iniziativa, dall’altro permette alle amministrazioni più volenterose di agire in piena autonomia e con la massima flessibilità (Ranci, 1992).

Si apre così una nuova stagione favorevole allo sviluppo – prettamente locale – di politiche giovanili propriamente dette, poiché finalizzate all’offerta di servizi rivolti a una fascia specifica della popolazione a cui, ormai, viene riconosciuto il diritto di rappresentanza e di espressione di bisogni. Tuttavia, queste esperienze innovative si concretizzano, realmente, solo laddove vi è una certa sensibilità per questo tipo di tematiche, e ciò si verifica solo grazie all’iniziativa e all’intraprendenza esercitata dalle amministrazioni locali di alcuni grandi centri del Nord – come Torino, Bologna, Modena, Provincia di Milano, Forlì, Reggio Emilia, Padova (Ranci, 1992; Mesa, 2006). Questi centri, strutturano e realizzano i primi progetti di intervento in favore dei giovani in una situazione, come ci ricorda Ranci, caratterizzata da diversi ordini di fattori (1992): la mancanza di una programmazione integrata; la scarsa presenza nell’amministrazione pubblica di una cultura della progettualità; la difficoltà nello stabilire precise responsabilità istituzionali – in assenza di una programmazione centrale dello Stato; la generale carenza di risorse e i forti vincoli finanziari posti all’autonomia locale; e in ultimo, la persistenza di una struttura organizzativa settoriale o poco flessibile. Quest’insieme di fattori concorrono – in maniera congiunta – a frenare di molto le iniziative effettivamente realizzate, che vengono quindi promosse solo – come già accennato – sulla base di un forte volontarismo politico e personale degli amministratori locali.

In questo contesto vengono concepiti e realizzati i cosiddetti “progetti giovani” che, promotori di una forma inedita d’intervento (Mesa, 2006), riescono a combinare azioni di vario tipo – cultura, sport, spettacolo, informazione, uso del tempo libero, programmi di prevenzione – nel tentativo di unificare i diversi settori di intervento dell’ente locale all’interno di una linea comune, cercando, al contempo, di favorire la rappresentanza dei bisogni e delle istanze giovanili. Come sottolinea Ranci «alla base di questa proposta sta l’intuizione che una risposta efficace alla questione giovanile presuppone l’integrazione degli interventi, l’adozione di un approccio unitario e complessivo alla problematicità, la predisposizione di una funzione politica visibile anche all’esterno che assuma la responsabilità complessiva del progetto» (1992: 75-76).

Tali progetti sono legati ad una fase pioneristica dell’intervento locale, presentandosi, inizialmente, come un intervento di reazione alla profonda frattura tra istituzioni e mondo giovanile, generatasi negli anni precedenti. In questo senso, vi è la volontà di ricercare una modalità inedita di relazione con i cittadini. Si tratta, infatti, di una politica senza domanda: non si «attribuisce alcun ruolo – né di domanda né di collaborazione – ad attori rappresentativi del mondo giovanile. È sempre l’ente locale a “suscitare la domanda”, più che il mondo giovanile a esprimerla e a rivolgerla all’ente locale» (Ranci, 1992: 79). Benché nella fase iniziale si presenti in maniera preponderante questo aspetto, tale da configurare i diversi progetti in senso “dirigistico” – a fronte di un clima culturale e politico ancora immerso nelle tensioni degli anni di piombo – tuttavia, comincia a segnalarsi un nuovo modo di operare dell’ente locale, che va oltre una funzione meramente repressiva o assistenziale.

Nel corso degli anni Ottanta, infatti, l’orientamento integrazionista e direttivo delle prime esperienze diviene meno accentuato (Ranci, 1992): il rischio e/o il timore di un’eccessiva istituzionalizzazione dei progetti incoraggia l’autogestione o la gestione coordinata tra amministratori locali e aggregazioni giovanili. In questo modo, i progetti si differenziano internamente, si articolano in diverse varianti puntando sull’intervento parziale delle amministrazioni, che viene privilegiato ad un intervento globale o “calato dall’alto”. L’ente locale, dunque, attua una politica che mira a coinvolgere risorse ed energie presenti nel contesto locale, riconoscendo – e al contempo salvaguardando – le differenze delle identità e degli obiettivi appartenenti alle organizzazioni già attive sul territorio e disponibili a collaborare. Questo si verifica, in particolar modo, nei centri di più ridotte dimensioni – quali ad esempio le amministrazioni comunali di Modena, Vicenza, Lucca, Lecco ecc. – caratterizzati da un tessuto sociale più omogeneo e meno frammentato rispetto a quello presente nelle grandi aree metropolitane. Tali centri, disponendo di risorse più limitate – e di un apparato amministrativo più debole – predispongono un’offerta di supporto e di assistenza alle iniziative private esistenti, assumendo una funzione di stimolo e di incentivazione alle iniziative concrete del mondo associativo.

A seguito di tali dinamiche, che vedono la co-partecipazione nella realizzazione di azioni ed interventi, si delinea sempre più la tendenza – a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta sino ad oggi – nel definire progetti limitati e mirati su specifiche aree problematiche, rendendo così marginale la scelta di istituire “progetti giovani” in luogo di programmi limitati temporalmente e settorialmente – ma chiaramente definiti nelle finalità quanto nelle modalità e negli strumenti attuativi. Riscontrata, dunque, una ri-organizzazione in tali senso, «la “qualità” delle iniziative non viene più misurata sull’estensione degli interventi, quanto sulle procedure e il metodo utilizzato, sulla capacità di adottare una progettazione flessibile e una politica non accentratrice. Pur perdendo di visibilità pubblica, e pur senza assumere l’alto profilo istituzionale dei primi “progetti giovani”, l’intervento locale verso i giovani guadagna forse in concretezza e operatività» (Ranci, 1992: 77).

Tra le molteplici forme di intervento, che sono state avviate da principio nell’ambito dei progetti giovani, quella che ha conosciuto un maggiore ed importante seguito è, a tutt’oggi, il centro Informagiovani (Mesa, 2006). Si tratta dell’unico servizio pensato per i giovani, diffuso – almeno per via teorica – su tutto il territorio nazionale, anche se, per l’appunto, bisogna sempre tener conto della disparità, a livello di macro-aree regionali, per quanto riguarda l’attivazione e l’implementazione di servizi rivolti alla popolazione giovanile. I punti di forza di questo specifico servizio fanno riferimento (Mesa, 2006): all’elevato livello di riconoscimento e istituzionalizzazione; alle sue caratteristiche peculiari, che consentono di occupare – trasversalmente – tutti i campi d’interesse dei giovani nonché di svolgere – a seconda della configurazione specifica del servizio – una pluralità di funzioni (ad esempio: informazione; consulenza; ascolto; facilitazione dei processi d’aggregazione; sostegno di iniziative e progetti promossi da giovani per altri giovani ecc…). Il successo che ha segnato negli anni l’Informagiovani – assieme ad una sua crescita costante – è stata assecondato da una tendenza – peculiare dei Comuni medio-piccoli – a delegare esclusivamente a tali servizi la gestione del rapporto tra giovani ed istituzioni (Mesa, 2006). Infatti, soprattutto in questi Comuni – dove regna incontrastata l’assenza di un progetto complessivo per i giovani – l’Informagiovani rappresenta l’unico intervento pubblico confacente le politiche giovanili.

Come rileva Ranci (1992), risulta evidente che la diffusione – dove è avvenuta – delle politiche giovanili locali non può essere spiegata solo – e semplicemente – facendo riferimento alla volontà politica di alcuni amministratori “illuminati”. Benché alcuni di essi si siano segnalati per la loro intraprendenza – nell’adottare iniziative così incisive da trovare in seguito terreno fertile di sviluppo – la politica giovanile da implementare deve anche rendere conto delle «sue implicazioni in termini di risorse da gestire, di delineazione dei processi decisionali, di significati politico-pratici che essa assume» (Ranci, 1992: 79). Diversi fattori, dunque, di natura politica, sociale e culturale concorrono per determinare, in un dato momento storico, l’attuazione di una politica giovanile che diventa, in questo modo, un’opportunità interessante e vantaggiosa per le amministrazioni locali. Quindi, in una fase di debolezza dei movimenti giovanili, questo tipo di interventi può fungere da utile strumento di consenso e di legittimazione alle classi politiche locali, nonché può configurarsi come un mezzo particolarmente efficace per ottenere – a basso costo – vantaggi politico-amministrativi non indifferenti (Ranci, 1992).

Nuovo_DSC_2456-1D’altra parte, però, c’è da considerare come la logica tradizionale di funzionamento dell’ente locale non riconosca, al suo interno, una specificità di interessi e di bisogni alla popolazione giovanile. Proprio per questo motivo, lo sviluppo di una politica giovanile – che sappia rispondere al meglio ai nuovi bisogni emergenti – dovrebbe prevedere un maggiore coinvolgimento del potere locale nella programmazione e nella gestione del sistema di welfare (Ranci, 1992). Difatti, a meno che l’attenzione rivolta ai giovani non venga soddisfatta per via indiretta – mantenendo il vecchio modello attraverso l’assolvimento di competenze istituzionali, rivolte formalmente a tutta la popolazione – l’ente locale, introducendo il “parametro giovanile”, deve assumere un maggiore controllo sulla programmazione delle iniziative e sull’allocazione delle risorse. In questo modo, potrà sviluppare capacità nuove – non rientranti negli adempimenti procedurali delle competenze istituzionalmente previste – per soddisfare aspettative e bisogni particolari e per rispondere, al contempo, alla richiesta di servizi qualitativamente più moderni. Ecco perché – rispetto al passato – nelle esperienze più fruttuose ed innovative, si sono sviluppati interventi a carattere meno assistenzialistico, incentrati soprattutto sul campo culturale. Come precisa Ranci, «le politiche giovanili emergono nell’alveo di una maggiore sensibilità degli enti locali e dei servizi territoriali verso le tematiche del tempo libero e della prevenzione sociale. Di qui anche la caratterizzazione essenzialmente culturale e aggregativa degli interventi per i giovani, ma anche il carattere talvolta effimero delle iniziative avviate» (Ranci, 1992: 80).

Vista quindi la mancanza di un intervento centralizzato da parte dello Stato, possiamo affermare che l’evoluzione delle politiche giovanili in Italia sia stata – e lo è tutt’ora – la storia di progetti e di interventi locali, nell’ambito dei quali il ruolo dei Comuni ha avuto un’importanza centrale, pur cambiando significativamente nel corso del tempo. Sul piano della governance (Mesa, 2008), si può dire, in definitiva, che le politiche giovanili abbiano rappresentato per i Comuni un utile terreno di sperimentazione di un ruolo più attivo – e quindi propositivo – nell’attivazione di interventi sul territorio.

In parallelo alla crescita dell’associazionismo e del terzo settore, il ruolo delle amministrazioni locali si è in un certo senso evoluto, passando dalla gestione diretta di servizi alla sperimentazione di forme di intervento co-gestite o affidate a terzi. Difatti, le leggi innovative in campo sociale, introdotte alla fine degli anni ’90 (L.285/97 e L.328/00), recepiscono pienamente la funzione di programmatore dell’ente locale, a cui viene ulteriormente attribuito l’importante compito di facilitare i processi partecipativi tra partner locali. Naturalmente assieme alle luci – in ragione di un maggior dinamismo caratterizzato dal ruolo dell’ente locale in termini promozionali – le ombre: la fase che si è aperta con l’istituzione dei Piani di Zona ha anche mostrato – e continua a farlo – le insidie legate alla dimensione locale della pianificazione, tra cui il concepimento – e la definizione – di un’agenda “debole” che, talvolta, mette in disparte le fasce giovanili, poiché ritenute poco emergenziali (Mesa, 2008).

Agli occhi dei giovani, si sa, la politica rischia di non essere più niente. Il suo farsi sociale può coesistere con la capacità di indicare qualcosa che valga la pena di pensare e sentire, ancor prima di provare a realizzarlo. Altrimenti prevarrà la figura di quella società stanca, in crisi di crescita e in deficit di risorse umane in grado di governare il futuro (Bonomi, 1997).[2]

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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[1] Tramite il D.P.R. 24 luglio 1977 n. 616.

[2] Bonomi, 1997 cit. in Tomasi L. (a cura di), Il rischio di essere giovani: quali politiche giovanili nella società globalizzata?, Milano, Angeli, 2000.

Bibliografia di riferimento

Beck U.,

2000, I rischi della libertà. L’individuo nell’epoca della globalizzazione, Bologna, Il Mulino.

Mesa D.,

2006, L’incerto statuto delle politiche giovanili in Colombo M., Giovannini G., Landri P. (a cura di), Sociologia delle politiche e dei processi formativi, Milano, Guerini Scientifica.

2008, Il ruolo dell’ente locale nell’evoluzione delle politiche giovanili in Italia in Colombo M., (a cura di), Cittadini nel welfare locale: una ricerca su famiglie, giovani e servizi per i minori, Milano, Angeli.

Ranci C.,

1992, Le politiche per i giovani in Italia, in Neresini F., Ranci C., Disagio giovanile politiche sociali, Roma, Nis.

Fabrizio Carotti - Giovanile incoscienza

Fabrizio Carotti – Giovanile incoscienza

A differenza degli altri paesi europei, l’Italia non ha saputo sviluppare una coerente politica per i giovani quando ciò sarebbe stato possibile, cioè negli anni Sessanta. Concorsero a quell’inerzia tutta una serie di condizioni e ordini di fattori tipici del nostro Paese: le derive di un modello familistico tradizionale insieme alla delega al sociale-associativo; il timore di una direzione politica dei giovani che ricordasse la mobilitazione eterodiretta del passato regime; il non ancora avvertito logoramento del modelli scolastici istituzionalizzati.

Prima della metà degli anni ottanta, dunque, l’intervento dell’amministrazione centrale dello Stato italiano a favore delle politiche giovanili – considerate nell’accezione specifica[1] –  appariva insufficiente, se non assente. Le diverse competenze riguardanti i giovani – lavoro, istruzione, formazione, tempo libero – erano suddivise tra vari i ministeri, non trovando un raccordo sufficientemente organico in un quadro nazionale di riferimento.

Considerata tale premessa, si può affermare che – nel nostro Paese – è dunque risultato assente sia un organismo politico centrale che si occupasse in maniera specifica della questione giovanile, sia un progetto politico capace di implementare una forma d’intervento di tipo assistenziale. Come sostiene Ranci, «la mancanza in sede centrale di un piano coordinato di interventi ha comportato non solo disorganicità e frammentarietà delle iniziative, ma anche la tendenza a preferire il provvedimento-tampone a una seria programmazione a medio-lungo termine» (Ranci, 1992: 73). Prima di quel periodo, quindi, non si può parlare di una puntale e compiuta politica giovanile ma, al contrario, di una serie di interventi che hanno oltremodo privilegiato la necessità del controllo sociale, intervenendo solo laddove si fossero presentate le problematiche più urgenti, e potenzialmente pericolose, per l’ordine pubblico.

In seguito, nel 1986, venne istituito – presso il ministero degli Esteri – il Comitato italiano per l’Anno internazionale della gioventù. Con l’istituzione del Comitato, si ponevano le basi per l’attivazione di alcune connessioni, attraverso la formazione e il coordinamento di cinque gruppi di lavoro – pace, occupazione, formazione, ambiente, prevenzione del disagio giovanile – affidati ai rispettivi Ministeri[2] dell’epoca. Come precisa Pattarin, i lavori del Comitato hanno avuto il merito non solo di indicare l’esigenza di sviluppare politiche in ambito locale, ma di conferire, in questo modo, precise responsabilità a Comuni, Provincie, Regioni, introducendo logiche di decentramento amministrativo e di coordinamento. A prescindere da ciò, è da considerare indicativo come ancora una volta, tra i lavori delle diverse commissioni, quello riguardante la prevenzione del disagio abbia assunto una certa – quanto indiscussa – centralità. L’importanza riposta nella prevenzione del disagio, infatti, non solo ha dato seguito ad interventi legislativi di rilievo, ma ha contraddistinto – fissandone un’impostazione esclusiva – l’approccio alle problematiche giovanili per almeno tutto il decennio successivo.

Come evidenzia Tomasi, questa priorità si fondava su alcuni dati empirici che, nella seconda metà degli anni Ottanta, vedevano un elevato incremento della gravità dei reati contro il patrimonio e la persona, e un diffuso allarme sociale. È proprio in questo contesto che vengono varati due provvedimenti legislativi: il D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 sulla prevenzione/cura/riabilitazione delle tossicodipendenze; la legge 19 luglio 1991, n. 216 sui minori a rischio di coinvolgimento in attività criminose.

Preme sottolineare come queste normative – mirate principalmente alle aree depresse del mezzogiorno – abbiano sortito degli effetti di natura ambivalente sul sistema delle politiche giovanili. Da un lato, infatti, furono utilizzate dagli enti locali per finanziare, metter a punto e dare avvio a progetti di prevenzione a favore dei giovani, dato che le risorse messe a disposizione a livello nazionale rappresentavano l’unica possibilità per dare continuità a certe esperienze già attivate o per attivarne di nuove. Dall’altro, tracciavano «una linea di demarcazione larga e netta fra normalità e devianza» (Tomasi, 2000: 56). Tale approccio, infatti, ancorava le politiche giovanili ad una prospettiva che vedeva gli adolescenti e i giovani eminentemente come soggetti a rischio, anziché come risorsa della società futura su cui investire. Alla base degli interventi finanziati – e dei progetti presentati – si poneva, quindi, non la condizione giovanile come tale, bensì il bisogno conclamato, la concentrazione della criminalità in certi territori, lo status di tossicodipendente, il rischio incombente di devianza ecc. Come sottolinea Mesa, con il passare del tempo, tale prospettiva avrebbe inoltre favorito «la diffusione di una rappresentazione “manichea” del mondo giovanile tendente a distinguere nettamente tra normalità e devianza a discapito di una visione più articolata, capace [al contrario] di ricondurre determinati atteggiamenti e comportamenti nell’ambito delle sperimentazioni e ricerche tipiche di una condizione di cambiamento individuale e sociale» (Mesa, 2006: 119).

Nella seconda metà degli anni Novanta, l’iniziativa più innovativa a livello nazionale – che si configura come vero e proprio spartiacque rispetto al periodo precedente – è rappresentata dalla legge n. 285, presentata dal Ministro per la solidarietà sociale nel febbraio del 1997. Approvata il 28 agosto e intitolata “Disposizioni per la promozione di diritti ed opportunità per l’infanzia e l’adolescenza”, tale legge promuove ed incentiva la progettualità degli enti locali sia nel campo del disagio conclamato, sia nel campo della partecipazione dei minorenni e della promozione dei loro diritti, prevedendo, in questo modo, una sorta di bilanciamento tra i due orientamenti.

La legge in questione, dunque, oltre a rifinanziare fino al 1999 la 216/91 sulla prevenzione della devianza e criminalità minorile, introduce un fondo nazionale per l’infanzia e l’adolescenza per finanziare anche – e in un’ottica innovativa – progetti e servizi rivolti alla ordinaria condizione di vita. Dunque, a differenza delle leggi dei primi anni Novanta, quest’ultima non incorpora un approccio emergenziale o riparatorio, ma parte dal presupposto di una positiva affermazione dei diritti del fanciullo. Seppur concepita per interventi rivolti esclusivamente ai minori, introduce, in definitiva, una nuova prospettiva d’intervento che fonda la sua azione su un approccio di tipo promozionale, oltre a dare avvio – per la prima volta – ad una nuova logica di lavoro sociale, basata sulla pianificazione locale degli interventi.

La logica di lavoro, sopra menzionata, promuoverà una cultura della pianificazione in campo sociale (sostituendo la logica della progettazione), anticipando quello che sarà il modello di lavoro adottato nella legge quadro del sistema integrato di interventi e servizi sociali (Legge-quadro n.328/00). Tale legge affida ad organismi locali di pianificazione (i cosiddetti Uffici di piano) la gestione dei diversi settori d’intervento con i relativi finanziamenti. Pur tuttavia, in questo contesto di forti mutamenti – che prevede un netto cambiamento di rotta nelle strategie di gestione del welfarele politiche giovanili non rientreranno in maniera organica nella pianificazione territoriale. Infatti «nell’articolato della L. 328/00 […] non si fa menzione degli interventi sui giovani in quanto tali perché non considerati in sé categoria a rischio o necessitante assistenza sociale» (Mesa, 2008: 80). Considerato che la legge in oggetto ha tra i suoi scopi quello di riorganizzare le diverse leggi di settore in materia di interventi sociali, e constatata inoltre la mancanza di una legge di settore sui giovani a livello nazionale – che dovrebbe prevedere un relativo fondo di finanziamento – anche un’inclusione teorica dei giovani nel sistema di pianificazione risulterebbe un’operazione difficilmente fattibile.

Dopo un lungo periodo di stasi – che registra nel complesso pochi interventi a favore dei giovani – nel maggio del 2006 viene istituito dal governo italiano il Ministero per le politiche giovanili e le attività sportive (Pogas). A tale ministero viene conferita la delega per le funzioni di competenza statale in materia di sport, e per le funzioni che concernono  l’indirizzo e il coordinamento in materia di politiche giovanili. La preoccupazione principale e, allo stesso tempo, una delle finalità prioritarie in seno agli interventi nazionali consiste nella rimozione degli ostacoli strutturali, che impediscono ai giovani di compiere il processo di transizione alla vita adulta.

“Dunque dal 2006, anno di costituzione del Ministero alla gioventù, sono state adottate logiche più promozionali ed innovative nel lavoro con i giovani. Inoltre sono stati elaborati sia un Piano Nazionale Giovani nel 2007 (presentato dalla Ministra Melandri e relativi risultati), che le Linee Guida nel 2008, da parte della Ministra Meloni. Interessante è il “Piano Operativo Nazionale 2007/2013 Per la gioventù”, pubblicato nel febbraio 2009 dal Ministero, nell’ambito dell’Obiettivo Convergenza (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale), per il rafforzamento delle capacità di Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. In questo documento sono ripresi gli obiettivi delle politiche giovanili fino al 2013, nell’ambito del Quadro Strategico Nazionale.
L’azione del Ministero per i primi anni è stata di slancio ad una nuova progettualità per colmare il gap con gli altri Paesi europei in questo ambito.
Il Fondo Nazionale per le Politiche Giovanili, istutuito a partire dal 2007, con 130 milioni di euro per i primi tre anni, ha permesso lo sviluppo di azioni di interesse nazionale, ma anche il coinvolgimento attivo delle Regioni in sede di Conferenza Unificata, dove avvengono le intese sulla ripartizione del Fondo tra Stato, Regioni, Province e Comuni. Questo Accordo viene rinegoziato annualmente e, nel 2013, l’Intesa del 17 ottobre ha visto la riduzione a circa 5,3 mln di risorse per il Fondo nazionale.” [Fonte: Politichegiovanili.it]

In questo modo si è verificato, a livello nazionale, un netto e sostanziale cambiamento di registro in materia di politiche giovanili, in quanto si tende a privilegiare un approccio più generale in luogo di quello specifico, adottato tradizionalmente nel contesto italiano. Infatti – come visto – gli interventi sono stati per lo più calibrati o sulla prevenzione delle devianza e della criminalità, oppure in seguito – cercando una sorta di contro-bilanciamento – anche sulla promozione dell’aggregazione e della partecipazione attiva alla comunità locale.

In tutto questo però è sempre mancata una visione ad ampio raggio, che tenesse conto delle variabili strutturali tipiche del mondo giovanile, e che oggi, più che mai, trova sempre più spesso ingenti difficoltà a compiere il passaggio all’età adulta. Nonostante ci siano stati questi ulteriori sviluppi – seguiti da significativi cambiamenti – sul terreno della politica nazionale, non esiste attualmente una legge quadro sulle politiche giovanili.

[1] Per politiche giovanili si identificano, per via generale, «tutte quelle azioni e norme, promosse o riconosciute dalle istituzioni politiche, mirate alla piena realizzazione dei diritti dei cittadini in età giovanile» (Mesa, 2006: 111). Tali politiche possono presentarsi – e quindi essere distinte – in due diverse accezioni (Mesa, 2006).

  • L’accezione specifica ha come finalità la partecipazione dei giovani alla vita sociale e civile della collettività e, per questo, fa riferimento a quegli indirizzi o provvedimenti che riguardano esclusivamente la categoria dei giovani. In questo modo si cerca di rispondere alle varie necessità che derivano dalla loro specifica condizione.
  • L’accezione generale, invece, tiene conto della valorizzazione – e con essa l’accrescimento – dell’autonomia individuale dei giovani nella prospettiva di un loro inserimento societario. Ecco perché, in quest’ottica, si fa riferimento a tutti quegli interventi che vengono attuati in diversi settori – come ad esempio le politiche dell’istruzione, le politiche dell’occupazione, della casa, della cultura – nell’ambito dei quali si prevedono delle specifiche attenzioni per i giovani, ma che di per sé non sono ad essi esclusivamente indirizzati.

Gli interventi e le azioni che rientrano nell’accezione specifica, pur non riuscendo ad esaudire per intero il campo delle politiche giovanili, consentono di mettere in luce gli aspetti peculiari di queste politiche (Mesa, 2006). Diversamente, poiché gli interventi generali rientrano in ambiti potenzialmente riferibili al resto della popolazione, viene sottratta loro quell’esclusività verso il mondo giovanile tipica dei primi. Per questo motivo, in questa trattazione, si concentrerà l’attenzione sull’evoluzione delle politiche giovanili facendo esclusivamente riferimento all’eccezione specifica.

[2] Come evidenzia Mesa, i Ministeri ai quali erano affidati i cinque gruppi di lavoro erano rispettivamente: Ministero degli Esteri, del Lavoro, della Pubblica istruzione, dell’Ambiente e degli Interni.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Bibliografia di riferimento

Tomasi L. (a cura di), 2000, Il rischio di essere giovani. Quali politiche giovanili nella società globalizzata?, Milano, Angeli.

Ranci C., 1992, Le politiche per i giovani in Italia, in Neresini F., Ranci C., Disagio giovanile politiche sociali, Roma, Nis;

2004, Politica sociale, Bologna, Il Mulino.

Pattarin E., 2002, Tratti di gioventù. Le politiche sociali giovanili, Roma, Carocci.

Mesa D., 2006, L’incerto statuto delle politiche giovanili in Colombo M., Giovannini G., Landri P. (a cura di), Sociologia delle politiche e dei processi formativi, Milano, Guerini Scientifica;

2008, Il ruolo dell’ente locale nell’evoluzione delle politiche giovanili in Italia in Colombo M., (a cura di), Cittadini nel welfare locale: una ricerca su famiglie, giovani e servizi per i minori, Milano, Angeli.

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Non sembra di essere su di un’ isola

anche se la popolazione autoctona si sente isolana

La loro parlata è impregnata di un localismo stretto orgoglioso e identitario

ma la globalizzazione certo tocca anche qui

Per le strade formicolanti è anarchia

ma i loro flussi seguono comunque dei ritmi consapevoli

Quasi ogni cosa viene dichiarata collusa

collusa con uno stato altro

ma questa condizione viene vissuta come normale quasi scontata

è un fatto di mille fatti ancora

uno stato ufficiale e inerme

un altro ufficioso e operante

Prelibatezze culinarie

genuine corpose e sterminate

c’è l’imbarazzo della scelta

il sole ciba il fertile terreno

che a sua volta alimenta i suoi frutti gustosi

La montagna vulcano imponente e svettante

un cuore impaziente

sfoga ricchezza incandescente

ma potrebbe anche eruttare paure deliranti

giacenze di derrate alimentari d’urgenza

container enormi e soleggiati

la prudenza non è mai troppa

La costa di levante è frastagliata

nasconde solo meraviglie

le piccole insenature riescono ad abbracciare il nulla e l’infinito assieme

Le luci la notte conservano il calore del giorno

le loro intermittenze a distanza pulsano di una vitalità quasi festosa

Santi e Marie preceduti da una W

questi loro nomi a neon custodiscono luoghi sacri

cattedrali e baldacchini esterni di preghiera col megafono

per ogni dove

E poi il respiro

quel respiro mozzato da quella striscia di terra venuta a mancare

salvezza forse condanna

unità isolazionismo

raccoglimento nella distanza

popolo caloroso e ospitale

anime ribelli

da sempre conquistati ma conquistatori di cuori musica e poesia

una fra le patrie della più audace letteratura

La diversità è ricchezza

il meticciato va preservato

la similitudite può creare mostri

E poi l’isola delle correnti

il punto più estremo a sud

un sud di crocevia d’acque differenti

che si mescolano

e lambiscono una nazione tutta che alla fine

sempre e comunque dalla fine

non può che partire da qui

 

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Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Sangu meu

Il postmoderno è uno storyteller in riva al mare

Emiliano Ponzi

Emiliano Ponzi

In tutti i luoghi e in nessun luogo allo stesso tempo, dicembre 2013

Cara amica, caro amico,

mi occorrono più parole e più parole ancora per descrivertelo, non so come dirti.

Sto cercando di spiegare cosa mi sta passando per la mente in questo preciso momento e tu non lo saprai mai di preciso che cosa in questo momento ci sta passando, se non cerco di rendertelo leggibile, raffigurabile, io, a parole mie, con tutto quanto ciò che sempre in questo preciso momento dovrebbe essere in mio precario quanto tangibile possesso, almeno stando a quello che gli esperti dicono.

Sembra un’assurdità, ma è un esercizio di funzionamento esplicativo tremendamente difficile se ci pensi, al cospetto delle tue orecchie che ascoltano e dei tuoi occhi che osservano, quegli occhi che impercettibilmente cercano anche di cogliere le movenze di quelle sonorità che provengono da quelle mie parole a fatica concatenate e che, guarda caso, si fanno addirittura gesto per venirti in contro, pensa un po’: siamo delle roccaforti di pensiero indipendenti e cerchiamo continuamente di gettare ponti in qua e in là per cercare di farci capire, tutt’al più; ma, in realtà, quando ci capacitiamo per rendere possibile tutto ciò arriva solo una coda di bagliore di quello che la nostra mente ha così ingegnosamente architettato per rendersi fruibile. E questo non vuol dir certo che io ci riesca per davvero a fare tutto quanto questo, sappilo.

Devi cercare di immaginare ponti che si costruiscono per attingere e dunque per accumulare, ma anche ponti per comunicare la risorsa esterna agli altri, ponti che si presuppone, alla cieca, siano possibilmente solidi e stabili, ma anche suscettibili di quelle vibrazioni afferenti il consenso e il dissenso per rimanerci in piedi, sai, non si sa mai, in base ai casi. Non si tratta più di gestire il lineare delle informazioni e renderle altrettanto lineari in uscita, a quel nostro interlocutore diretto o a quella schiera di potenziali interlocutori che sono lì e attendono con occhioni sornioni le risposte alle nostre bizzarre e animalesche movenze. Si tratta, più che altro, di rendere spendibile il concreto funzionamento della nostra mente che pesca alla rinfusa e crea altre connessioni che derivano da altre afferrate in precedenza: parliamo, per farla breve, di connessioni di connessioni che si connettono con un altro tipo di connessioni attivate precedentemente da molto più lontano e sì, lo so, anche tu c’hai ragione, è piuttosto un gran casino riuscirci a cavarci qualcosa, in base ai casi.

E cerca di capirmi però quando te lo dico: un resoconto dettagliato di tutto ciò sarebbe pressappoco impossibile attuarlo, anche se ci metto tutta la premura di questo mondo, e lo sai che, in fondo, e questo spero che riuscirai a farlo tuo, lo sai nel tuo intimo che ti voglio bene.

E dunque collegamenti che si trasformano in verbo, rimandi di parole che disegnano altrettanti mondi paralleli: devo raffigurarti e dipingere, per mezzo di pennelli inzuppati di cerebrale, il caleidoscopio che c’ho in testa per fartelo capire, e devo rendertelo più intellegibile che posso affinché vi sia una presunto incontro conoscitivo tra noi due, qui ed ora, che così a raccoglimento ci studiamo amorevolmente in volto, seduti a dialogo, sorseggiando un tè caldo i cui fumi lenti e ascensionali aleggiano dietro una finestra riparata dal frastuono raggelante di un inverno prorompente.

E devo cercare di fare tutto ciò attraverso quella minuta cassetta degli attrezzi che conosco solo io e che a te è completamente fuori portata, credimi, non so come spiegartelo, perché semplicemente si tratta di attrezzi che so usare solo io, e no so credimi il perché; forse perché vengono forgiati da una formazione esperenziale tutta mia e sola mia, insomma: questo è quello che chiamano la portata individuale, nulla di più. Quello che chiamano “il background personale” cerca di svelarsi e di emergere e di fecondare in pensieri prima e in parole poi, in un miscuglio singolare e sui generis che avrà un suo risvolto reale o immaginifico, o tutte e due assieme se è necessario, sempre in base ai casi.

La mia mente perciò, come la tua di certo (ma posso solo immaginare in quale altra inconsueta combinazione), funziona un po’ come un motore di ricerca, e attraverso immagini e la ricerca di parole e di significati ad esse sottesi è una spugna di ipertesto che rilascia liquidi conoscitivi, e tu mi capirai quando cerco di farti arrivare il mio filtrato afflusso di pensiero, perché è di amorevoli filtri costruiti con la dovuta cura che stiamo parlando.

Devo ogni volta trovare quei filtri congeniali che mi consentono di governare l’ingovernabile, di ordinare la complessità assordante che si fa caos, e si catapulta senza mezzi termini contro di me, e per me, affinché io possa spiegarmi con te. E poi quei filtri che ho fatto miei a fatica devo renderteli più filtrati di prima, e si tratta di un tipo d’amore per l’altro che non tutti proprio riescono a possedere.

L’ascolto attivo è il riuscire a mettersi nei panni dell’altro. L’empatia non è altro che cercare di comprendere quella fatica che contraddistingue il tuo interlocutore, e dirgli poi semplicemente: “Sì ok ti seguo. Ma aiutami anche tu a seguirti perché più in là potrei non poterlo più fare”.

Il mettere nelle condizioni l’altro di emergere e di farsi suo e potersi donare in quei termini così peculiari è tutt’altro che farsi una passeggiata disinteressata: questa è la vera ricchezza del discorso conoscitivo e reciproco. E non importa dove sei, ma importa con chi ti trovi, e se quel tè è ancora caldo e fumante, intervalla tutti quei pensieri e cerca di prenderti una pausa una volta ogni tanto, perché ci vuole molto tempo per collegarti alle connessioni di chi ti sta parlando.

Prenditi quel tempo e attendi, e vedrai che, assieme, i vostri scambi di parole usciranno dal loro recinto e andranno ad immettersi in quei movimenti umani che vedi in questo momento proiettati da quella finestra: perché, se trattati bene e con la massima cura, andranno a suggellare lo sposalizio discorsivo che fa muovere tutta quella gente incappucciata per strada, tutta racchiusa in protezione dal freddo: tutta quella gente che, come te, non vede l’ora di padroneggiare i propri ipertesti mentali al caldo, in compagnia, solo con l’intento finale di dare un seppur lontano minimo contributo alle movenze di tutto quanto il mondo che verrà, assieme.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Le lande della transizione difficile

Pubblicato: febbraio 4, 2014 da Francesco Paolo Cazzorla in Cultura
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Gonzalo-Landas

Gonzalo-Landas

I potenti della terra, i farabutti (e brutti), i cacciatori di capitali il cui unico intento è arricchirsi senza mai vedere la fine sono ormai sull’olimpo della grettezza, e da li su, pressoché indisturbati, comandano i loro mercenari affamati, che avanzano pilotati verso di noi, silenziosamente, sterminando le nostre vitali lande identitarie, passando per tutti i palazzi o l’erba del mondo: truffano, corrompono, cooptano, rapiscono e deridono il nostro, ultimo rimasto, spirito umano e solidale: ci stanno letteralmente prosciugando, e noi cominciamo ad avere sete, una secchezza rassegnata. Andiamo a tentoni cercando disperatamente le ultime gocce di risorse rimaste, e, a pieni palmi, stiamo cominciando a toccare letteralmente il fondo, sul serio.

Le idee sono ridondanti e non hanno più una direzione. C’è un bla bla insignificante che serve solo a spillare soldi all’audience, quei pochi quattrini  che ancora sono rimasti nelle tasche sporche e rovesciate. Le nette distinzioni, i confini confortanti, non ci sono più: è tutto morto e tremendamente desolato: lo scenario vero è un’immensa distesa polverosa. Siamo entrati in un pensiero-labirinto circolare, accessibile quasi a tutti e, ciononostante, siamo incapaci di fissare dei punti fermi, familiari: si procede solo per blandi tentativi, e se quello che è stato appena compiuto non è andato a buon fine si ritorna ancora indietro, per tentare ancora una volta un’altra nuova via.

La speranza a tutto questo però vive nella condivisione dei saperi di ognuno, nelle specifiche differenze che attualizzano le esperienze passate e cementate nelle nostre menti, e che danno ogni giorno i loro frutti potenziali, le possibilità di un riscatto da lacrime. Questa condivisione è composta da mini-sistemi che nascono all’occorrenza, in base alle circostanze, e che operano in maniera innovativa per far fronte alle contingenze che saltano fuori come funghi: l’umido si ramifica e fa emergere molteplici e sofisticati bisogni sociali, chi più chi meno.

La verità è che ci sono tanti bisogni inevasi e tutto questo rimane lettera morta perché si cercano le risposte in sistemi lenti e ultra-burocraticizzati, dove la miopia del non-intervento (soprattutto per mancanza di risorse) dipende da sistemi di pensiero desueti, non più rispondenti alla sfuggente e veloce realtà. Occorre invece un pensiero fluido, che possieda un bagaglio ben accessoriato, in cui gli attrezzi, congeniali alle singole situazioni, siano complementari e lavorino assieme, sempre. Lo spirito di collaborazione dunque farà la rete, pazientemente la tesserà, e tutti sapranno gestire, nelle loro singole competenze, la cultura comune del coordinamento necessario. Al contrario, essere convinti di riuscire a farcela sempre da soli fidandosi del proprio istinto e battagliando alla disperata davanti alla celebrazione del denaro è roba da incapaci: questi personaggi perderanno sempre, in partenza, oppure diverranno anche loro irrimediabilmente dei mercenari, il ché è lo stesso.

Il vero senso è il saper costruire insieme, confrontarsi, dibattere, scannarsi, trovare delle comunanze longeve ma pur sempre pronte a trovare quello spirito di adattamento capace di vederci chiaro. Ormai è lampante a tutti che ci hanno fatto le scarpe: i ricchi si arricchiscono sempre di più e si auto-celebrano tirando una pista di riscatto post-frastuono sul fondoschiena della prostituta. La fetta bella massiccia e grondante della società che ne resta è invece preda dell’isterismo, associato a stress pre-immaginifico per il futuro che l’attende, vivendo una rassegnazione che mi ricorda il muschio irlandese, perché sì: il muschio in Irlanda è di un verde diverso, un verde che col tempo si è tramutato in rassegnazione. Pensare al complotto è ormai cosa passata. Il complotto è bello che passato, ma anche tutto compiuto se ci si vede attorno, e ormai, di questo immane sfacelo, non si possono che raccattare solo i frutti acerbi, quelli già spolpati dagli insetti arrivisti. La gente sta male, lo si nota, lo si percepisce, si incontra il malessere sociale ad ogni passo umano che s’incontri. E non va bene: il futuro non esiste più, non è manco più rischioso, o per essere buoni “incerto”.

Una transizione difficile vuol dire attraversare una strada trafficata e pericolosa, senza semafori né passaggi pedonali. Oppure attraversare un torrente impetuoso, con tante rapide e rocce scivolose, attraversarlo in un punto senza aver potuto ben valutare se sia quello più favorevole. Abbiamo paura perché prima di tutto, per passare, dobbiamo guardare bene dove siamo, e ci accorgiamo che partiamo da e con qualcosa che non è solido e che fa pensare «bene, posso staccarmi, ma se perdo anche questo dove vado?». Se sbaglio, se nell’attraversamento ci perdiamo, dove andiamo a finire? Abbiamo paura, una paura che ci rende anche difficile anticipare i processi che ci consentono il passaggio, cioè guardare dove mettere i piedi: dove le auto passano un po’ meno velocemente? Come riesco ad intrufolarmi in maniera tale da non essere investito? E ancora la paura ci fa vedere in modo confuso quel che c’è dall’altra parte. È vero che non sappiamo bene dove si può approdare, ma questo è inevitabile: ormai la nostra vita è fatta così; per tutto non sappiamo cosa ci riserva il domani: dalla nostra salute, alla nostra abitazione, alle nostre condizioni di lavoro. Ma essere consapevoli di tutto questo non toglie la paura. Si tratta allora di attrezzarsi per la transizione difficile: questo consiste nel riuscire a co-costruire un’organizzazione temporanea, che si agganci alle istituzioni esistenti, ma che sia anche differenziata e articolata diversamente, come una sorta di appendice, un elemento a parte che interagisce con le situazioni preesistenti ma che si differenzia, perché è orientata verso una progettualità integrata che le istituzioni normalmente al loro interno non riescono a realizzare: hanno barriere, vincoli, hanno paratie e compartimento stagno, che impediscono movimenti, possibilità, aperture: mantengono attaccamenti e permanenze.” (Manoukian, 2013).

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )