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Gli esponenti della sinistra della “Terza Via” hanno presentato la globalizzazione come inevitabile e vantaggiosa per tutti. In realtà, non è né l’uno né l’altro e l’ordine liberale ne sta pagando il prezzo.

Non molto tempo fa, la discussione sulla globalizzazione era data per morta e sepolta – dai partiti di sinistra come per quelli di destra.

Nel 2005, il discorso di Tony Blair al congresso del Partito Laburista coglieva lo spirito del tempo: “Sento persone che dicono che dobbiamo fermarci e discutere della globalizzazione” – disse Blair al suo partito – “si potrebbe anche discutere se l’autunno debba seguire l’inverno”. Ci sarebbero stati imprevisti e disagi sul cammino; qualcuno sarebbe rimasto indietro, ma non importava: le persone dovevano andare avanti. Il nostro “mondo che cambia”, continuava Blair, “è pieno di opportunità, ma solo per quelli rapidi ad adattarsi e lenti a lamentarsi”.

Oggi, nessun politico competente potrebbe esortare i suoi elettori a non lamentarsi in questo modo. Le élite di Davos, i Blair e i Clinton si stanno scervellando, domandandosi come un processo che pensavano fosse inesorabile possa essersi invertito. Il commercio internazionale ha smesso di crescere rispetto alla produzione, i flussi finanziari transnazionali non si sono ancora ripresi dalla crisi globale di un decennio fa, e dopo lunghi anni di stasi nei dibattiti sul commercio mondiale, un nazionalista americano ha cavalcato un’onda populista per andare alla casa Bianca, da dove sta scoraggiando ogni sforzo a favore del multilateralismo.

Coloro che sostenevano l’iper-globalizzazione all’inizio del secolo non hanno alcuna possibilità di comprendere cosa è andato storto senza rendersi conto di quanto poco avessero capito il processo che stavano promuovendo.

Tornando al 2005, nelle stesso discorso di Blair [..] che cosa ne era della solidarietà sociale? La globalizzazione l’avrebbe spazzata via? Blair insisteva che sarebbe potuta sopravvivere, ma solo se fosse stata ridefinita negli scopi. Le comunità non dovevano essere autorizzate a “resistere alle forze della globalizzazione”; il ruolo della politica progressista era semplicemente quello di metterle in condizioni di prepararsi alla globalizzazione. La globalizzazione era una conclusione ovvia, scontata: il solo dubbio era se la società potesse aggiustarsi alla competizione globale.

Blair e compagnia erano così sicuri non solo perché il mondo stava andando in quel modo, ma anche perché avevano dalla loro parte un argomento forte: il vantaggio comparato. Non era un argomento nuovo: in effetti, aveva 200 anni. Ma era molto di moda, e aveva una forza logica reale: il commercio permette la specializzazione, e un paese che si specializza su cosa sa fare meglio sarebbe diventato più ricco “nel suo complesso”.

I sostenitori dell’iper-globalizzazione, comunque, dimenticarono questo caveat – “nel suo complesso”. In più, passarono dal discutere di commercio dei beni alla liberalizzazione della finanza, dove l’argomento era sempre diverso e più carico di dubbi. Senza pausa, sono passati dall’abbassare le barriere “al confine”, come le tariffe o le quote di importazione, a iniziative politicamente più intrusive per armonizzare i regolamenti e le norme “dietro il confine” – regole di investimento, standard di prodotto, brevetti e copyright – dove è molto meno chiaro il motivo per cui dovremmo aspettarci che l’integrazione transnazionale renda più ricche tutte le nazioni.

Non c’è da stupirsi che i maggiori beneficiari della globalizzazione siano state nazioni come la Cina, che ha evitato le regole ufficiali e ha ballato al ritmo del proprio tamburo. La Cina e altri paesi asiatici entrarono nell’economia mondiale, ma lo fecero a modo loro: usarono politiche commerciali e industriali proibite dall’Organizzazione mondiale del commercio, gestirono le loro valute e mantennero stretti controlli sui flussi di capitali internazionali. Hanno sperimentato una notevole crescita economica e, come risultato, hanno sollevato centinaia di milioni di individui dalla povertà.

Ma nelle economie industriali mature, il risultato è stato molto più variegato. I principali beneficiari delle regole della globalizzazione dopo il 1990 furono le grandi corporations e le élites dei professionisti e dei lavoratori ad alte qualifiche. Senza dubbio, gli iper-globalizzatori credevano nel loro argomento pro-globalizzazione. Ma lo hanno enfatizzato troppo fino al punto di distorcerlo completamente, e sono stati presi alla sprovvista dall’inevitabile reazione negativa dei loro concittadini – cittadini che ultimamente si sono dimostrati molto meno “lenti a lamentarsi”.

Lezioni dalla storia

Contrariamente alle certezze di Blair, la globalizzazione è un processo reversibile, che in effetti nella storia è stato già invertito. All’inizio del XX secolo sono state raggiunte vette di integrazione che rendono quel periodo, per molti aspetti, paragonabile a quello di oggi. Sotto il regime del Gold Standard, le valute nazionali potevano essere liberamente convertite in quantità fisse di oro, e il capitale scorreva senza ostacoli attraverso i confini. Il Gold Standard non solo ha incoraggiato i flussi di capitali ma anche il commercio, rimuovendo il rischio valutario: i mercanti potevano tranquillamente accettare pagamenti da qualsiasi luogo del sistema senza preoccuparsi delle fluttuazioni dei tassi di cambio. Nel 1880, la libera circolazione dei capitali era la norma. Anche le persone erano libere di muoversi, cosa che facevano in gran numero dall’Europa al Nuovo Mondo. Proprio come oggi, i miglioramenti nelle tecnologie di trasporto e di comunicazione – il piroscafo, la ferrovia, il telegrafo – facilitarono notevolmente i movimenti di merci, capitali e lavoratori.

La reazione non tardò ad arrivare. Già negli anni settanta del XIX secolo, un calo dei prezzi agricoli mondiali provocò pressioni per una ripresa del protezionismo. Con l’eccezione della Gran Bretagna, tutti i paesi europei aumentarono le tariffe agricole verso la fine del 19 ° secolo. In molti casi il protezionismo agricolo si estese anche ai manufatti. Anche i limiti all’immigrazione cominciarono ad apparire nel tardo XIX secolo. Nel 1882, il Congresso degli Stati Uniti approvò l’infame Chinese Exclusion Act, e limitò l’immigrazione giapponese nel 1907. Successivamente, negli anni ’20, gli Stati Uniti stabilirono un sistema più generale di quote sull’immigrazione.

Il primo movimento populista della storia sorse negli Stati Uniti durante gli anni ottanta del diciannovesimo secolo, in opposizione al Gold Standard. Per quale ragione? Perché sebbene il sistema del Gold Standard favorisse la globalizzazione, creava anche dei perdenti. Poiché la massa monetaria interna a ciascun paese dipendeva dalla quantità di oro a disposizione, nei periodi in cui l’oro era scarso le condizioni di credito erano più severe e i tassi di interesse reali più alti. Nell’ultima parte del 19 ° secolo, il Gold Standard veniva accusato di provocare effetti deflazionistici, al pari delle politiche di austerità di oggi. Gli agricoltori si lamentavano di essere costretti a vendere grano a buon mercato, in un momento in cui le tariffe di trasporto e il credito erano costose. Insieme agli operai e ai minatori occidentali, gli agricoltori militarono contro i finanzieri nordorientali, che consideravano i beneficiari del Gold Standard e i responsabili delle loro difficoltà.

I populisti statunitensi alla fine sarebbero stati sconfitti, in gran parte come risultato della scoperta di nuovo stock di oro dopo il 1890, che invertì la pressione deflazionistica nel sistema. Ma il tiro alla fune tra gli interessi finanziari e cosmopoliti che sostenevano il Gold Standard e i gruppi economici nazionalisti che ne subivano il peso maggiore si sarebbero intensificati. Fino a raggiungere il culmine in Europa nel periodo tra le due guerre.

Il vecchio sistema si sgretolò durante i combattimenti del 1914, e il tentativo di ripristinarlo negli anni 1920 si dimostrò insostenibile sotto la pressione della crisi economica e dei disordini politici. Come ha scritto il mio collega di Harvard Jeffry Frieden, la reazione alla politica mainstream assunse due forme. I comunisti e [..] e i fascisti e nazisti. Entrambi significarono una brusca deviazione dalla globalizzazione.

Guadagno vs dolore

Quindi, perché stadi avanzati di globalizzazione – nella prima metà del 20 ° secolo, e ancora all’inizio del XXI secolo – si sono dimostrati così inclini a provocare reazioni? [..]

Non c’è dubbio che i vari round di negoziati commerciali multilaterali dopo la fine della seconda guerra mondiale abbiano fatto molto bene all’economia mondiale. Le tariffe di importazione e le quote sul commercio di manufatti erano allora estremamente restrittive; abbassarle permise al mondo di ottenere guadagni tangibili. Inoltre, in un primo momento, questa liberalizzazione incise soprattutto sugli scambi di merci tra economie relativamente avanzate, dove i salari e le condizioni di lavoro non erano così diverse. I primi segnali di guai cominciarono dopo che i paesi in via di sviluppo iniziarono ad entrare nell’economia mondiale: perché i loro bassi salari iniziarono a creare tensioni distributive nei paesi importatori.

Tutto questo è coerente con quanto insegna l’economia. Secondo il celebre teorema di Stolper-Samuelson di teoria del commercio estero, in posti come gli Stati Uniti e l’Europa occidentale, dove i lavoratori qualificati sono abbondanti, i lavoratori non qualificati vedranno diminuire il proprio salario in un contesto commerciale più aperto. L’apertura al commercio danneggia sempre alcune persone nella società, tranne nel caso estremo (non rilevante per qualsiasi grande economia) in cui le uniche cose importate sono cose che non vengono mai prodotte in casa. In teoria, i paesi potrebbero sempre compensare i loro perdenti ridistribuendo reddito dai vincitori, e in pratica ciò è successo alcune volte. Disponendo di ampie reti di sicurezza sociale, l’Europa nella seconda metà del 20 ° secolo era relativamente ben preparata a far fronte a flussi commerciali dirompenti. Inoltre, i negoziatori degli accordi commerciali elaborarono inizialmente dei regimi speciali per gli esportatori di indumenti e tessuti nelle economie avanzate, limitando la loro esposizione alla concorrenza dei paesi a basso salario.

Anche nelle migliori circostanze, tuttavia, liberalizzare il commercio causa perdite oltre che guadagni. Dopo gli anni ’80, il bilancio cominciò a peggiorare. Quando le tariffe (come le tasse) sono troppo alte, distorcono maggiormente il comportamento economico e causano grandi danni alla prosperità. Negli anni ’50 e ’60 le tariffe erano spesso molto alte e quindi la loro riduzione contribuì molto a far crescere la torta economica globale. Ma quattro o cinque decenni dopo, in un mondo in cui le tariffe erano bassissime, il quadro era diverso[..].

Prendiamo per esempio il Nafta, che è entrato in vigore nel 1994. Un recente studio sul mercato del lavoro americano rileva che un’importante minoranza di lavoratori statunitensi ha subìto perdite di reddito consistenti. Non sorprendentemente, l’effetto è stato maggiore per gli operai: un ragazzo che ha abbandonato la scuola in località fortemente colpite dal Nafta ha avuto una crescita del salario più lenta di 8 punti percentuali durante il periodo 1990-2000 rispetto a un lavoratore analogo proveniente da aree non colpite dal commercio Nafta. La crescita dei salari nelle industrie prima protette che hanno perso la protezione a causa dell’accordo commerciale è scesa di 17 punti percentuali rispetto a settori inizialmente non protetti. E il beneficio complessivo dell’accordo? Secondo le stime più recenti, il guadagno economico netto negli Stati Uniti è stato ben inferiore a 0,1 punti percentuali del PIL, cioè meno di un decimo dell’uno per cento del reddito nazionale. Basti pensare a quanto meno probabile sarebbe stata l’elezione del presidente Donald Trump se tutto il capitale politico speso per un’iniziativa che ha causato così tante difficoltà a tanti americani, senza crescita apprezzabile dell’economia, fosse stato invece investito su programmi di politica industriale, di formazione o di infrastrutturazione che avrebbero creato lavori americani decenti.

Oltre il confine

Le importazioni sono solo una delle cause di distruzione dei posti di lavoro e in genere non sono nemmeno la  più importante. Gli shock della domanda, i cambiamenti tecnologici e l’andamento ordinario della concorrenza con altre imprese nazionali producono in genere maggiori sconvolgimenti nel mercato del lavoro. Eppure il commercio tende ad essere molto più rilevante dal punto di vista politico. È un facile capro espiatorio, dal momento che i politici possono puntare il dito contro gli stranieri: cinesi, messicani o tedeschi. Ma c’è un altro problema più profondo che rende la distruzione causata dal commercio particolarmente controversa. A volte il commercio internazionale comporta una competizione che sarebbe esclusa all’interno dei paesi perché viola le norme concordate. Una cosa è perdere il lavoro per colpa di qualcuno che compete secondo le stesse regole che hai tu. È un altro conto quando si perde il lavoro a causa di un’azienda estera che si avvantaggia sfruttando manodopera sottopagata, scarsi standard ambientali o di sicurezza[..]. Le preoccupazioni sull’equità in questo caso vanno oltre gli individui direttamente colpiti. La comunità nel suo complesso sarà turbata quando vedrà che ai suoi concittadini viene negato un lavoro dignitoso come risultato di pratiche “ingiuste”.

Gli iper-globalizzatori, tuttavia, ignorarono tali preoccupazioni[..] e spinsero invece per accordi commerciali che, in realtà, non riguardavano affatto il libero scambio. La loro attenzione si spostò sulle regolamentazioni “oltre il confine” – restringere i sussidi agricoli, standardizzare le normative sugli investimenti, sui prodotti, sui diritti di proprietà intellettuale e sulle misure finanziarie. Tutte queste cose erano tradizionalmente il prodotto di accordi istituzionali o di compromessi politici interni. All’improvviso, furono viste come barriere commerciali e quindi furono soggette a revisione attraverso accordi commerciali [..].

A differenza del libero scambio convenzionale, l’armonizzazione “oltre il confine” non promette necessariamente miglioramenti d’efficienza. Non esiste una teoria generale che dimostri che regolamenti bancari e alimentari unici per tutti dovrebbero, per esempio, essere in grado di operare a vantaggio di tutti i paesi. Quello che l’armonizzazione comporta, tuttavia, è il sacrificio dell’autonomia normativa nazionale, e con esso la capacità di rispondere alle specificità delle singole economie e società. I patti che regolano gli investimenti e le iniziative transfrontaliere come l’accordo TRIPS, che ha regolamentato la proprietà intellettuale dal 1995, erano certamente ciò che le multinazionali, le società finanziarie e le grandi industrie farmaceutiche desideravano e spesso ottenevano. Tali accordi divennero controversi perché erano visti come un privilegio indebito a vantaggio degli interessi delle corporations rispetto a quelli della società e rappresentavano anche un attacco diretto al controllo democratico nazionale.

Denaro impazzito

Forse l’errore più eclatante degli iper-globalizzatori dopo gli anni ’90 è stato quello di promuovere la globalizzazione finanziaria[..] Con il capitale libero di muoversi, i risparmi si sarebbero automaticamente incanalati verso i paesi con rendimenti più elevati; con l’accesso ai mercati mondiali, le economie e gli imprenditori avrebbero avuto accesso a finanziamenti più affidabili; e anche i normali risparmiatori ne avrebbero tratto beneficio, poiché non sarebbero stati più costretti a mettere tutti i loro risparmi in un unico paniere nazionale.

In generale, questi guadagni semplicemente non si sono mai materializzati; a volte, l’effetto è stato l’opposto di ciò che era stato promesso. La Cina divenne un esportatore di capitali, piuttosto che un importatore, come la teoria mainstream postulava per i paesi giovani e poveri. L’allentamento delle catene alla finanza ha prodotto una serie di crisi finanziarie estremamente costose, inclusa quella in Asia orientale nel 1997. Nel migliore dei casi esiste una debole correlazione tra l’apertura alla finanza estera e la crescita economica. Ma c’è una forte associazione empirica tra la globalizzazione finanziaria e le crisi finanziarie nel tempo, come ci fu dal XIX secolo, quando il libero trasferimento del capitale internazionale sarebbe fluito con entusiasmo nelle ferrovie argentine o in qualche angolo remoto dell’Impero Britannico in un minuto, solo per fuggire da esso l’attimo successivo.

La moderna globalizzazione finanziaria si è spinta ancora più lontano nella zona euro. Unificazione monetaria finalizzata alla completa integrazione finanziaria, eliminando tutti i costi di transazione associati ai confini nazionali. L’introduzione dell’euro nel 1999 ha effettivamente spinto verso il basso i premi al rischio in paesi come la Grecia, la Spagna e il Portogallo, così come c’è stata una convergenza nei costi dei prestiti. Ma quale è stato l’effetto? Consentire ai mutuatari di gestire ampi disavanzi delle partite correnti e accumulare quantità pericolose di debito estero. Il denaro scorreva in quei settori delle economie debitrici che non potevano essere venduti all’estero, soprattutto le costruzioni, a scapito delle attività più aperte alla concorrenza internazionale. Le bolle creditizie alla fine si trasformarono in bancarotte inevitabili, e crolli prolungati dell’economia in Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda seguiti nel frattempo dalla stretta creditizia globale.

Oggi, le opinioni degli economisti sulla globalizzazione finanziaria sono nel migliore dei casi ambivalenti. È ben noto che i fallimenti del mercato e del governo – informazioni asimmetriche, corsa agli sportelli bancari, eccesso di volatilità, regolamentazione inadeguata – sono endemici nei mercati finanziari. La globalizzazione spesso accentua questi fallimenti. In effetti, nella crisi dell’Asia orientale del 1997 quelle economie che mantennero un maggiore controllo sui capitali stranieri sopravvissero con meno danni. In definitiva, l’apertura incondizionata alla finanza estera non è quasi mai una buona idea.

La maggior parte dello scetticismo è diretta ai flussi finanziari a breve termine, soggetti alle crisi e all’eccesso, mentre i flussi a lungo termine e gli investimenti diretti esteri sono generalmente considerati con favore. Tali investimenti tendono ad essere più stabili e promuovere la crescita. Ma neanche questi sono senza problemi. Producono cambiamenti nella tassazione e nel potere contrattuale che sono avversi al lavoro.

Perché? Perché fintantoché i salari sono in parte determinati dalla contrattazione, i datori di lavoro trarranno beneficio da una minaccia credibile: accettate salari più bassi, altrimenti ci sposteremo altrove. Ci sono alcune prove del fatto che il calo della quota di lavoro del reddito nazionale è correlato alla minaccia di trasferire la produzione all’estero. Inoltre, se il capitale diventa molto più mobile del lavoro, il lavoro viene lasciato maggiormente esposto agli shock locali. I lavoratori con le competenze e le qualifiche più basse, i meno capaci di spostarsi oltre i confini, sono in genere i più colpiti.

Quando il capitale diventa mobile, diventa anche più difficile da tassare. I governi devono finanziarsi sempre di più tassando cose meno mobili: il consumo o il lavoro. In effetti, le aliquote dell’imposta sulle società – che Trump attualmente è impegnato a tagliare – sono diminuite drasticamente in quasi tutte le economie avanzate dalla fine degli anni ’80, a volte della metà o più. Nel frattempo, il carico fiscale sulle retribuzioni (oneri previdenziali, per esempio) è rimasto pressoché costante, mentre la aliquote delle imposte sui consumi e sul valore aggiunto (IVA) sono molto aumentate.

Quindi che cosa ci aspetta? La prima cosa da dire è che non dobbiamo aspettarci alcun ritorno alle aspettative degli anni ’90, di un’integrazione economica spietata che non prestava attenzione alla politica. Gli elettorati non lo accettano. L’enorme ondata di sostegno per i populisti di sinistra e destra nelle democrazie mondiali lo conferma. Nei paesi in cui i populisti si presentano alle elezioni, secondo i miei calcoli hanno attirato meno del 10 per cento dei voti alla fine degli anni ’90, ma negli ultimi anni questi sono aumentati fino al 25 per cento.

Se la vecchia strada è chiusa, quali altre rimangono aperte? L’incubo di una ripetizione di un vero e proprio crollo della cooperazione internazionale in stile anni ’30 sembra fortunatamente improbabile[..] Il nazionalismo rimane una forza potente, ma trova molti più ostacoli che negli anni ’30. Oggi disponiamo di organizzazioni internazionali molto più forti, e anche se le reti di sicurezza sociale si stanno sfilacciando all’interno dei paesi, fanno ancora molto per ammortizzare coloro che sono danneggiati dal commercio rispetto agli anni della Depressione. Cosa forse più importante, il bilanciamento del potere politico nelle democrazie avanzate oggi favorisce esageratamente i gruppi che sono a favore del commercio internazionale e degli investimenti internazionali.

Esiste comunque un altro brutto scenario, che è molto più probabile: le élite centriste non rispondono adeguatamente al contraccolpo, e questo a poco a poco alimenta più populismo e protezionismo. Ciò eroderebbe l’apertura delle nostre economie a prodotti stranieri e forse alle idee e, cosa più importante, potrebbe erodere anche la democrazia liberale[..].

C’è, tuttavia un’altra strada, decisamente migliore: un riequilibrio democratico. Facendo un passo indietro dall’iper-globalizzazione senza sbattere la porta, ripristinando nel contempo una maggiore autonomia nazionale al servizio di un ordine domestico più inclusivo. Più concretamente, cosa potrebbe comportare tutto ciò? Sviluppare e applicare l’idea di “commercio equo” in primo luogo. È una nozione che non riscalda il cuore degli economisti; molti di loro sentono che puzza di protezionismo mascherato. Ma il commercio equo è già sancito dalle leggi commerciali sotto forma di dazi antidumping e compensativi, che i paesi possono utilizzare per contrastare le nazioni che fissano il prezzo delle esportazioni in modo predatorio o le sovvenzionano per guadagnare quote di mercato. Certo, questi cosiddetti “rimedi commerciali” riducono il volume di alcuni scambi, ma rendono possibile un consenso politico per un sistema commerciale aperto.

Se i negoziatori dei trattati commerciali avessero esteso tali rimedi a quello che potrebbe essere chiamato “dumping sociale”, cioè competere al ribasso sugli standard del lavoro, per esempio, avrebbero potuto far guadagnare al regime del commercio mondiale il sostegno popolare del quale è gravemente carente. Gli iper-globalizzatori, tuttavia, non hanno mai preso in considerazione questa idea. Per loro, il vantaggio comparato era il vantaggio comparato, indipendentemente dal fatto che fosse prodotto dalle risorse di un paese o dalle sue istituzioni repressive. Con Trump, Brexit e la rinascita della sinistra populista, oggi stanno pagando il prezzo della loro indifferenza. Coloro che desiderano preservare un ordine aperto e liberale devono [..] progettare accordi commerciali che rafforzino la legittimità dell’economia mondiale agli occhi di un pubblico vasto, invece di perseguire gli interessi particolari delle multinazionali.

La cosa fondamentale da comprendere è che la globalizzazione è – ed è sempre stata – il prodotto dell’agire umano; può essere modellata e rimodellata, per buoni o cattivi scopi. Il grande problema della potente affermazione sulla globalizzazione di Blair nel 2005 era la presunzione che la globalizzazione fosse essenzialmente univoca, immutabile rispetto al modo in cui le nostre società dovevano sperimentarla, un vento di cambiamento che non poteva essere negoziato o discusso. Questo equivoco affligge ancora le nostre élite politiche, finanziarie e tecnocratiche. Eppure non c’era nulla di inevitabile, di già scritto, nella spinta post-anni ’90 per l’iper-globalizzazione, con il suo focus sulla finanza deregolamentata, sulle regole restrittive sui brevetti e sui regimi speciali per gli investitori.

La verità è che la globalizzazione è modellata consapevolmente dalle regole che le autorità scelgono di adottare: i gruppi che privilegiano, i campi politici che affrontano e quelli che esentano, e quali mercati assoggettare alla concorrenza internazionale. È possibile rivendicare la globalizzazione a vantaggio della società facendo le scelte giuste qui e ora. Possiamo assegnare priorità al coordinamento della tassazione delle società rispetto a una più forte tutela dei brevetti; migliori standard di lavoro rispetto a tribunali speciali per gli investitori; e una maggiore autonomia regolamentare rispetto alla minimizzazione dei costi di transazione “dietro il confine”.

Un’economia mondiale in cui vengono fatte queste scelte alternative apparirebbe molto diversa. La distribuzione dei guadagni e delle perdite tra le nazioni e all’interno di queste muterebbe drasticamente. Non avremmo necessariamente meno globalizzazione: rafforzare la credibilità, la legittimità dei mercati mondiali è probabile che stimoli il commercio e gli investimenti globali piuttosto che ostacolarli. Una globalizzazione di questo tipo sarebbe più sostenibile, perché godrebbe di maggior consenso. Sarebbe una globalizzazione completamente diversa da quella che abbiamo oggi.

Dani Rodrik (*)

(Traduzione di Federico Stoppa)

Link all’articolo originale.

(*) L’autore è professore di Economia Politica Internazionale alla John F. Kennedy School of Government presso l’Università Harvard negli Stati Uniti. La sua opera fondamentale è: La globalizzazione intelligente, Laterza, 2011.

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Berlin-1-prop

Un dato che emerge con chiarezza dalle elezioni politiche dei principali paesi europei è la spaccatura dell’elettorato tradizionale della sinistra sulla questione immigrazione: tra la base operaia e popolare anti-immigrazione e il ceto medio benestante – dei dipendenti pubblici, specie nel settore dell’educazione, degli studenti internazionali, dei professionisti, degli intellettuali, dei lavoratori ad alte qualifiche – a favore dell’apertura incondizionata delle frontiere. In genere, nei milieu politici e culturali progressisti questa sgradevole evidenza empirica viene rimossa, o liquidata sbrigativamente in termini moralistici: è un dovere etico accogliere i più svantaggiati, mentre chi solleva obiezioni all’imperativo degli open borders è bollato come razzista e xenofobo (anche se i due termini, come ricorda Luca Ricolfi, non sono affatto la stessa cosa). È chiaro che un atteggiamento di questo tipo, rivelatore di superbia intellettuale e disprezzo morale verso chi la pensa diversamente, non fa che acuire il distacco tra il comune sentire delle classi più deboli e le forze politiche che dovrebbero rappresentarle, a tutto vantaggio dei movimenti di estrema destra.

Prima di giudicare, andrebbe fatto lo sforzo di comprendere gli effetti economici e sociali, profondamente asimmetrici, che l’immigrazione provoca sulle popolazioni ospitanti. È evidente, per esempio, che dietro la narrativa progressista (e sovente cattolica) dello scontro tra sostenitori dei diritti umani e biechi razzisti si nasconde in realtà un molto più prosaico conflitto di interessi: i ceti popolari, la forza lavoro meno qualificata, i disoccupati sono a favore di una regolamentazione dei flussi perché subiscono direttamente gli effetti più sgradevoli dell’immigrazione, come la concorrenza su abitazioni popolari, servizi pubblici e mercato del lavoro, oltre che la maggior insicurezza reale e percepita nelle periferie degradate e deindustrializzate; mentre i ceti urbani acculturati e benestanti (e le imprese) sostengono il liberismo migratorio perché ne ricavano solo benefici, come la possibilità di disporre di manodopera a basso costo specie nei servizi di cura della persona, agricoltura, edilizia e ristorazione.

La mediazione del conflitto d’interessi, in una democrazia, spetta alla politica. E la politica, specie se progressista, non dovrebbe muoversi sulla base di sentimenti di carità, ma su logiche di giustizia sociale (come più volte affermato dai vari Sanders, Corbyn, Lafontaine). Tutto questo cosa significa, in pratica? Si tratterebbe, per esempio, di rivendicare – contro le egualmente pericolose fantasie di chiusura o apertura totale – l’importanza di confini controllati politicamente da Stati-nazione democratici, senza i quali le migrazioni sono destinate ad accelerare e a mettere sotto stress il welfare, ad esacerbare la concorrenza sul mercato del lavoro e la “guerra tra poveri”, a spingere la diversità etnica e culturale fino al punto di rottura dei legami di fiducia e mutua cooperazione tra membri delle comunità (il cosiddetto “capitale sociale”), rendendo politicamente impraticabile la redistribuzione fiscale per tutelare i meno abbienti (cfr Putnam, 2007; Skidelsky, 2017).

Parimenti, andrebbe sottolineato il differente status giuridico dei migranti. Da una parte, i richiedenti asilo – perché in fuga da guerre o da dittature – ai quali va garantita accoglienza e protezione fino al cessato pericolo, evitando però di strumentalizzarli per ragioni di politica interna, come fatto dal governo tedesco nel 2015. Altra questione sono i migranti economici: qui si tratta di stabilire un numero massimo di ingressi – che devono avvenire in condizioni di sicurezza e legalità, spezzando così il business degli scafisti e delle varie mafie – sulla base delle specifiche strutture economiche dei paesi europei e dei loro diversi profili demografici (oltre che dei livelli di disoccupazione), promuovendo politiche di integrazione attiva per chi arriva: sociali, culturali, abitative, scolastiche, di orientamento professionale; politiche che – non nascondiamolo – sono costose e difficilmente attuabili, senza creare tensioni sociali, con gli attuali vincoli di bilancio.

Cruciale è pretendere che chi arriva sottoscriva senza reticenze i valori liberali europei (Stato di diritto, separazione tra sfera religiosa e politica, uguaglianza di genere) evitando che si producano – a causa di un’errata interpretazione del multiculturalismo – ghetti ed enclavi, brodo di coltura del terrorismo (Rampini, 2016). D’altra parte, occorre riconoscere che spesso chi emigra è la parte più giovane, dinamica e culturalmente attrezzata dei paesi poveri, che quindi porta via con sé le sue conoscenze e competenze, impoverendo ulteriormente chi è rimasto nel paese di origine (anche se le rimesse possono, entro certi livelli di emigrazione, attenuare questo effetto); per questo, in un’ottica progressista la libera circolazione della manodopera – uno dei pilastri del neoliberismo assieme alla libera circolazione dei capitali e delle merci non può essere un surrogato delle politiche di sviluppo dei territori periferici.

Bisognerebbe inoltre essere consapevoli che l’accelerazione delle migrazioni – si stima che circa il 40% della popolazione dei paesi poveri, se potesse, lascerebbe la propria terra d’origine – non è una legge di natura, ma l’effetto di scelte geopolitiche scriteriate da parte delle elité politiche occidentali (le guerre “umanitarie” in Iraq, Afghanistan, Libia, Siria) e del crescente divario economico tra Nord e Sud del Mondo, di cui sono corresponsabili i pacchetti di riforme neo-liberiste (Structural adjustment Programs, SAP) che FMI e Banca Mondiale hanno imposto ai paesi africani negli anni ’80-’90 e le istituzioni arretrate e deboli che ad oggi frenano lo sviluppo di quei paesi (Chang,2010).

In ultima analisi, occorre rimediare con urgenza al cortocircuito che si è creato, in Europa, tra sinistra e popolo sul delicato tema dell’immigrazione. Prendere sul serio la richiesta di protezione dei ceti più fragili – proponendo soluzioni non demagogiche – è l’unica via per stroncare sul nascere i rigurgiti neofascisti che stanno riaffiorando ovunque nel Vecchio Continente.

Federico Stoppa

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nikolay semenov – bus

L’autobus pubblico sgangherato sfreccia all’impazzata. Sta facendo i suoi giri meandrici per i quartieri interni, prima di imboccare la palpitante superstrada a 4 corsie. Ci troviamo a Ramos Arizpe, Messico, un piccolo villaggio di pomodori diventato gigantesco perché enclave super-industrializzata di un mondo perdutamente globalizzato.

Tutto il mondo arriva qui, per produrre e assemblare a bassissimo costo ogni tipo di armamentario per automobili. Lo sfruttamento della manodopera assurge a leitmotiv indiscusso di tutte le manovre di “sviluppo” della così attrezzata industria automobilistica. Distese di capannoni industriali, dunque, campeggiano su profili azzardati di paesaggi solcati dal deserto; schiere di casette tutte uguali si annidano ai lati di quei capannoni come per trarne linfa: la visione d’insieme porta con sé il silenzio dello sguardo, un timore senza nome.

L’autobus ha appena attraversato il varco di un quartiere non identificato. Le sue veloci serpentine lo destreggiano tra case colorate malmesse, baracche fatiscenti sul punto di crollare: al secondo e ultimo piano certe case si presentano a cielo aperto, mancano proprio di pareti, e questi spazi avvolti dalla polvere vengono adibiti a terrazze di fortuna: ci sono 3 sedie, qualche isolata cianfrusaglia e un “asador”, dove normalmente si cuoce la carne sui carboni. Tutto presenta un andamento lento, quasi stanco; solo il passaggio maldestro dell’autobus rivitalizza lo sguardo spento dei residenti.

Ora si viaggia su salite e discese, tra alberi di vecchie colline ormai pietrificate, asfaltate solo a tratti. Una bambina in ciabatte corre senza meta, si ferma e ricomincia a correre, non si capisce bene chi o cosa stia cercando d’inseguire. Ad un certo punto si ferma di nuovo, guarda in aria, trasognata, affannata: sta guardando il suo pezzetto di cielo. Su un altro versante, una palla rotola giù per la discesa: “dove sbuca una palla c’è sempre un bambino che le corre dietro”, dicevano a scuola guida: questa legge universale vige anche qui, non ha smesso ancora di vivere, di applicarsi. Per fortuna.

Una signora, sempre in ciabatte, cammina su un sottile marciapiede sdentato tenendo in mano solo un portafoglio macilento, probabilmente è uscita a comprare le “tortillas” che mancano in casa… Il pane, da queste parti. Sulla parete, dietro di lei, troneggia una scritta in rosso su una parete bianca dipinta di fresco; una parete mnemonica che offusca tutto ciò che la circonda. Questa scritta, a caratteri cubitali, dice “Ya cumplimos con el agua” (“Abbiamo risolto il problema dell’acqua”). Non è scritto esplicitamente, ma chi vive qui sa benissimo che è una scritta ad opera del governo, dello Stato: comunicazione istituzionale dunque; comunicazione pubblica del apri e chiudi virgolette “Gobierno de la gente”: uno dei loro slogan più identificativi. Un pleonasmo.

L’autobus ora è fermo, aspetta un semaforo rosso che blocca l’uscita dal quartiere. Ci sono due grandi archi a mo’ di cancello che segnano il via vai del traffico, che marcano le distanze e le persistenti incomunicabilità: le cancellate sono i segni discernenti che, tra non molto, qualcosa sta per cambiare.

Oltrepassati gli archi, infatti, si entra in un mondo nuovo, un’atmosfera completamente diversa. Le cilindrate delle auto sono più importanti, più lucenti; il ritmo di tutto diventa più veloce, e alle piccole botteghe all’angolo subentrano i grandi mall, quei mostri appariscenti ed esorbitanti dei centri commerciali. La gente è più dinamica, sembra sapere esattamente dove sta andando, cosa sta inseguendo. Questa gente però si ferma raramente a guardare il cielo, quasi lo ignora.

Sull’autobus, nel frattempo, salgono persone di tutti i tipi: la diversità è la prima cosa che salta all’occhio. Tra le diverse figure, sale per ultimo un ragazzo giovanissimo con un fagotto prezioso tra le braccia: è una bambina avvolta in una coperta rosa. Non fa particolarmente freddo, ma anche col sole è viva la credenza del non esporre i bambini alle temperature esterne, calde o fredde che siano. Queste creature sono considerate “un dono di Dio”, non ci si può sottrarre. E più la condizione sociale è disagiata, più ne aumentano di numero. Bambini che giocano, bambini che corrono pericolosamente tra le morse delle macchine, bambini aggrappati come scimmie alle mani e alle braccia di mamma e papà, bambini che piangono, bambini che sbattono da tutte le parti perché non abituati a camminare, a guardare dritto per vedere cos’hanno dinnanzi: i loro spostamenti, infatti, sono quasi esclusivamente impacchettati in veloci autovetture, che dietro quei loro finestrini piangenti si tramutano facilmente in malefici aggeggi tronca-sogni… Bambini, bambini e ancora bambini: la cognizione del sovrappopolamento non è percepita; le risorse del pianeta sono considerate inesauribili.

Lo scenario dunque è cambiato ed ora l’autobus viaggia super-sonico per la prossima città, Saltillo, quella più immersa nel capitalismo sfrontato, quella che si sente più ispirata al modello statunitense. Tanta è l’ispirazione quanta la malcelata soggezione, una soggezione che tormenta e svilisce le espressioni proprie, le identità locali. L’impressione è quella di una dominazione culturale colonizzante, che vive e si arricchisce a spese di chi scambia la dominazione per opportunità, il lavoro malpagato per una benedizione.

L’autobus quindi passa per le zone più ricche, che mostrano i propri lustri, li preservano, li valorizzano a status symbol. L’altro estremo radicale della scala sociale è fatto quindi da gente che ha un’automobile per ogni componente della famiglia, e che parcheggia queste automobili negli ampi parcheggi privati di zone recintate, anch’esse private e auto-escluse.

Questi territori sono le cosiddette “Gated communities”, le comunità cancello. Al loro interno c’è di tutto, tranne qualcosa che assomiglia vagamente a un senso di comunità. Sono territori dominati da un verde labirintico, e dove il silenzio spettrale fende l’aria che sembra dipinta con nuvole artificiali. Dicono che sia il tipico silenzio della tranquillità, della “sicurezza” dall’imprevisto, dell’”auto-immunizzazione”” dal diverso. Sicuramente, si tratta del silenzio della morte sociale. I vicini di casa a malapena si salutano, forse neanche si conoscono tra loro: l’auto-esclusione che si vive in questi grandi recinti confezionati è solo una forma di vita pubblicizzata e venduta come il sogno di tutta una vita.

Tutto il contrario di un centro cittadino, di una piazza centrale e non-commerciale, delle strade piccole e tortuose che sbucano in vicoli imprevisti, del parco a libero accesso “fonte sicura di disagi”. In questi territori pubblici c’è troppa diversità, c’è troppa probabilità che avvenga qualcosa di pericoloso; c’è troppo dinamismo incontrollato che alla fine stanca. E allora bisogna fuggire, lasciare tutto questo e raggiungere il verde creato ad hoc, le nuvole sparse, i corsi d’acqua messi lì per farti riposare a forza; le case maestose e costose per un accesso che non è libero, ma è ideato e congegnato appositamente per spalancarti le porte all’omologazione di chi ritieni simile a te: un’omologazione tanto comoda quanto sterile.

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Ecco che allora le disuguaglianze accentuate si rendono più visibili del visibile; si dispiegano su canali estremi raggiungendo l’osceno. E questa visione oscena di un mondo sociale allo sbando – dove s’incontrano solo le due polarità, di gente poverissima o ricchissima – non si registra solo qui, in Messico. Tutto il mondo, ormai, ne sta assaggiando le fattezze; ogni contesto, a modo suo, la recepisce e la riproduce incessantemente, senza argini, senza redistribuzioni di sorta; senza che la ricchezza prodotta venga spalmata sulle classi sociali per farle riprendere un po’, per concedere loro quel poco ossigeno che meritano.

Questo compito di redistribuzione è stato soppiantato dal denaro, dalla corsa agli armamenti produttivi, dallo sviluppo incurante e controproducente, dalla dominazione incontrastata di un solo settore della società, il mercato, che ha ridotto e riplasmato tutti gli altri a sua immagine e somiglianza. Ed ecco che allora il settore pubblico quasi non esiste più, arranca solo a fatica tra le sue rovine diventando un altro misero e maestoso cartello pubblicitario che si fa pubblicità da sé, perdendo credibilità su tutti i fronti.

Senza domanda, dunque, l’offerta è solo una chimera, anche nel pubblico: l’offerta valida per tutti, quell’offerta che era solita aprirsi agli orizzonti di tutte le classi sociali – a prescindere che si crei o no la domanda – è come quella bambina che corre senza meta: spossata, affannata, le resta solo una cosa da fare: guardare trasognata il suo piccolissimo pezzetto di cielo.

Descrivendo e vivendo sulla pelle tutto questo io però non riesco a desistere: sarò sempre per la cosa pubblica, perché è un bene prezioso, è un bene di tutti. Perché viene fatta passare per la cosa da evitare ad ogni costo, quando invece è quel maledetto pensiero unico a volerla smantellare, a rendercela impraticabile e inefficiente, e lenta – come dice in quel suo mantra ossessivo e funzionale ai suoi scopi egoistici – togliendole tutti i fondi necessari, riducendola così a misero fantoccio delegittimato, e misconosciuto.

E invece una scuola pubblica, un nido pubblico, un parco pubblico, un autobus pubblico, una biblioteca pubblica, una piazza pubblica sono il luogo della dinamicità, del passaggio ininterrotto di identità plurali; sono il luogo dei bordi aperti, porosi, e non dei confini barricanti; sono il luogo dello scambio inaspettato, dell’irrilevanza che si fa maestra di vita, e non del controllo omologato, del criterio standardizzato che toglie ogni margine all’errore; sono l’effervescenza delle diversità, che non hanno paura di mostrarsi, d’impegnarsi, di dire la propria; sono il luogo dell’uguaglianza delle opportunità, e delle parità d’accesso: sono il luogo in cui tutti, senza distinzioni, possono darsi una dannata possibilità.

E non c’entra il portafoglio di papà, non c’entra la classe sociale, non c’entra l’etnia, non c’entra la “sicurezza” di mandare tuo figlio in una scuola di “suoi pari”, e non c’entra neppure la tanto millantata flessibilità del servizio confezionato su misura per te, adatto alle tue sole e improrogabili esigenze: queste sono tutte baggianate, bagliori accattivanti che si spengono repentinamente dietro una fitta coltre fatta di egoismi e di facili guadagni; una coltre costruita maldestramente su atti predatori rapidi e senza alcunché di prospettiva.

La cosa pubblica invece è importante, e va preservata, incentivata, valorizzata. Viaggiare su un autobus sgangherato, puzzolente e affollato, anziché su un Uber costoso e pulitissimo con un autista super-gentile che ti offre la bottiglietta dell’acqua durante il viaggio, mi aiuta a capire sul serio in che razza di società globale e sbagliata mi è capitato di vivere, dove si fa di tutto per eliminare la complessità dell’umano e ridurla a servizio omologato, piatto, asettico, senza possibilità di pensiero.

Più piazze pubbliche dunque, e meno piazze commerciali. Più biblioteche fornite e meno isolotti di libri “best-seller” in sperduti autogrill. Più parchi pubblici liberi, aperti perché aperti alle comunità, e meno comunità cancello che si auto-escludono a vicenda. Più negozi e botteghe per le strade e meno super-store in mall luccicanti costruiti per passeggiate opprimenti, costeggiate miseramente da palme artificiali. Più complessità appagante, più interscambio tra diversità, più flussi caotici e poco chiari e meno omologazione schiacciante, meno comodità soporifera, meno semplicità superficiale, meno semplicità avvilente.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Vedo le rovine di una superba civiltà che si disgregano,

disseminate come un cumulo gigantesco di vanità.

Ma, nonostante questo,

non mi macchierò della grave colpa

di perdere la mia fede nell’uomo.

(Rabīndranāth Tagore)

Vivere questo nostro tempo non è affatto facile. Abusi di potere, violenze, atti di intolleranza, disprezzo della verità, avidità, cinismo, egoismo, devianze psicologiche, sono all’ordine del giorno. Le società umane, nell’era globalizzata, sembrano vivere un momento di profonda crisi: economica, culturale, valoriale ed umana. La gerarchia dei valori ha subito un progressivo mutamento. In cima svettano solitarie le leggi del mercato, l’idolatria del profitto e del suo carburante: il consumo.

Gli orizzonti del consumo sono sempre più individuali e individualizzati mentre, con lo smantellamento del welfare (sempre più trasversale, anche in Europa), vengono meno gli spazi comuni, i beni pubblici, i luoghi di socialità, così importanti per lo sviluppo di un senso di “comunità”. Del resto, la logica neoliberista, assunta come dogma, ci pone tutti gli uni contro gli altri. E la precarietà del lavoro di certo non aiuta: venendo meno le tutele e le forme di rivendicazione collettiva, il lavoratore è tremendamente solo nel cercare di salvaguardare la propria posizione vacillante, sospesa ad un filo troppo sottile…

L’Homo homini lupus di hobbesiana memoria sembra essere l’immagine più calzante per spiegare il funzionamento delle nostre società. Come non essere d’accordo? Del resto, la rappresentazione mediatica di quanto accade nel mondo non fa che confermare questa convinzione.

Eppure non è tutto qui!

C’è uno scarto significativo che merita attenzione. Me ne sono reso conto qualche mese fa, prima della fine di questa torrida estate, quando con un amico ho deciso, un po’ avventatamente, di attraversare la Basilicata a piedi, dal Tirreno allo Ionio. Credo che questa esperienza sia stata fondamentale per mettere in discussione le mie radicate e pessimistiche convinzioni circa il consorzio umano.

Il viaggio, soprattutto se a piedi e con mezzi scarsi, ti pone naturalmente in una condizione di “bisogno” in cui si necessita degli altri. Magari per un’informazione, per un autostop, per un po’ d’acqua quando, dopo aver camminato per chilometri, la borraccia è miseramente vuota.

Durante il lento tragitto attraverso quelle comunità dell’entroterra, ho avuto come l’impressione che, vinta l’iniziale diffidenza, le persone avessero naturalmente una disposizione altruistica. Non solo: avevano desiderio di confrontarsi, di raccontarsi e di ascoltare le nostre storie. Non ricordo tutti i volti di coloro che ho conosciuto durante i 230 km di cammino. Ma ognuno mi ha fatto dono di un po’ di sé, di qualcosa che oggi continuo a portarmi dentro…

Passo dopo passo, una domanda mi risuonava spesso dentro: come mai queste persone prendono in auto degli estranei (esponendosi al rischio di incontrare malintenzionati) e, in alcuni casi, si spingono fino ad invitarli a mangiare in casa propria?

Cosa le induce a spendere tempo e risorse per aiutare, a volte oltre il necessario, due ragazzi che hanno scelto liberamente di fare un viaggio un po’ avventato?

Parte della spiegazione risiede sicuramente nel fatto che si tratta di comunità di stampo rurale, meno esposte al cinismo e all’alienazione delle città, con una rete di scambi sociali sicuramente più fitta.

Ma c’è qualcosa che va al di là di tutto questo e che tocca la natura più intima degli esseri umani. Aiutarsi, trascorrere del tempo assieme, aprirsi alla “estraneità”, raccontarsi le rispettive storie di vita, ci fa sentire profondamente gioiosi e in pace. Ci permette di conoscere il mondo e, infine, noi stessi, in profondità. Ed è la scienza che sembra confermare questa “verità”, che ho esperito in modo del tutto personale e intuitivo. Il team del neuroscienziato Giacomo Rizzolati, ad esempio, ha svelato il ruolo svolto dai neuroni specchio – sia nelle scimmie che nell’uomo – nella codificazione delle azioni degli altri. Semplificando, esistono due modi principali di capire i nostri simili: uno logico e un altro fondato sull’empatia, ossia quella capacità di partecipazione emotiva con quanto fanno gli altri e con ciò che accade loro.

Altri esperti, come il primatologo Rifkin, hanno condotto studi che vanno nella stessa direzione, confutando la tesi dell’aggressività e dell’egoismo come componenti di base della natura umana (con buona pace di T. Hobbes). Tanto che, riprendendo i suoi studi, il filosofo Laura Boella ha affermato:

L’empatia è il «sottotesto della storia dell’uomo» perché l’aumento del ritmo, del flusso e della densità degli scambi interpersonali costituirebbe l’elemento dinamico fondamentale del processo di civilizzazione.

Il XXI secolo richiede un nuovo sguardo sulla natura umana: non più quello dei teorici del liberalismo e dell’economia di mercato, che mettevano al centro l’egoismo e l’utilitarismo, bensì quello che riconosce il ruolo essenziale della capacità empatica nello sviluppo della comunicazione con gli altri e con l’intero mondo vivente».

Si tratta di una verità che molte tradizioni spirituali, ma anche diversi artisti, con la lente di ingrandimento della sensibilità creativa, avevano già ampiamente individuato. Il primo che mi viene in mente – ma è solo uno dei numerosi esempi possibili –  è Hermann Hesse, che, non a caso, aveva riflettuto sul wandern ossia sul camminare come modo per stimolare la creatività e, soprattutto, per farsi intimamente “partecipi” della natura e del mondo. In modo assolutamente lapidario, nelle ultime pagine de La cura (opera successiva al celeberrimo Siddharta), così riscriveva il celebre passo evangelico: «ama il prossimo tuo, perché sei tu stesso».

Ma come si fa ad amare gli altri quando questi sono potenzialmente capaci di azioni e pensieri talvolta abietti? Hesse aveva riflettuto anche su questo e con il tempo «(…) il suo sguardo cambia: aveva guardato con superiorità e sufficienza agli “uomini-bambini” che più di tutto vogliono il potere e la ricchezza. Ora sente che anch’essi sono degni d’amore con le loro debolezze e i loro patetici sforzi».

Nella sofferta conquista di pace interiore, l’inquieto Hesse individua nell’amore e nella comprensione la long and winding road da percorrere per giungere alla meta cui tutti, indistintamente, aspiriamo: una vera e piena felicità.

(Pietro Brancaccio)

RIFERIMENTI

I saggi del neuroscenziato Giacomo Riizzolati e del filosofo Laura Boella sono contenuti in: (A cura di) Giulia Cogoli, Un mondo condiviso, Laterza, 2016.

Sul pensiero di Hermann Hesse rinvio a: Flavia Arzeni, Un’educazione alla felicità. La lezione di Hesse e Tagore, RCS Libri, 2008

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Letta euro

Più che al pensiero, alla logica, per difendere il progetto europeo dai venti e dalle maree del populismo, nel suo ultimo libro Enrico Letta ricorre all’emotività, alla narrativa, all’aneddoto autobiografico (Letta, 2017).

L’espediente gli serve per contrapporre le angustie dei vecchi Stati nazionali, nei quali “si attraversava la frontiera e c’erano i controlli” e “si viaggiava portandosi dietro i pacchi di pasta, perché non si trovavano gli stessi prodotti in Francia e in Italia” (pp. 21-22)  alle meraviglie del mercato unico europeo,  dove “qualunque supermercato in Francia propone un’ampia scelta di pasta” (pp. 22) e che permette di viaggiare “prendendo i voli low cost, compagnie che non esisterebbero senza la liberalizzazione dei trasporti aerei promossa a livello comunitario” (p.23).

Indiscutibili benefici per i consumatori, ma non solo. Per l’ex premier, il progetto europeo “tratta ogni popolo con la stessa dignità[..]il contrario di un progetto imperiale” (p.27).

Su quest’ultima affermazione, si è tentati di chiudere definitivamente il libro. Tanta retorica, non uno straccio di idea.

A un certo punto, però, Letta sembra colto da un improvviso attacco di lucidità, quando afferma che la crisi del progetto europeo del dopoguerra coinciderebbe con l’introduzione dell’euro (pp. 46-47). Una moneta fatta per i tempi buoni, ma non “per l’inverno”, priva delle istituzioni giuste per funzionare. Che ha finito per creare, inevitabilmente, malumori e divisioni fra i popoli europei. Tutti lo sapevano, compresi i maestri di Letta e padri dell’euro Andreatta, Delors, Prodi, Padoa Schioppa, Ciampi, che però erano convinti che tale architettura istituzionale monca sarebbe stata completata, senza particolari problemi, dopo l’unificazione monetaria. Che lungimiranza!

Letta comunque difende a spada tratta la moneta unica, perché avrebbe permesso di abbattere un debito pubblico italiano fuori controllo (pp. 47-49). Si potrebbe obiettare all’ex premier che, negli anni Duemila, mentre diminuiva il debito pubblico, esplodeva – in Italia come in tutta la periferia europea – il debito privato, processo largamente favorito dai tassi d’interesse bassi portati dall’euro, con tutte le conseguenze che conosciamo bene:  bolle immobiliari, stagnazione della produttività, perdita di competitività, deteriorarsi dei conti con l’estero, crisi (Stiglitz, 2017).

Per l’ex premier, tuttavia, la disoccupazione di massa che sconvolge i paesi del Sud non può essere addebitata all’euro e alle politiche di austerità. Per individuare i veri colpevoli bisogna volgere lo sguardo altrove. Il progresso tecnologico, internet, la robotizzazione, che, secondo il mantra,“distrugge più posti di lavoro di quanti ne crea”; l’impreparazione dei Paesi europei di fronte all’irrompere della globalizzazione.

Tutti fenomeni che non si potevano evitare, non si potranno rallentare.  La disoccupazione, in questa visione, è un fenomeno “naturale”, non la conseguenza di scelte politiche ( “C’entrano poco la destra o la sinistra”, p.59).

La politica deve limitarsi a preparare la società a questi cambiamenti.  Con la mitica “formazione continua” per facilitare il passaggio da un mestiere all’altro (p.63).  O spingendo i giovani a farsi imprenditori di sé stessi, inventarsi nuovi mestieri, piuttosto che “inserirsi in un organigramma stabile, capace di creare certezze, come quello dell’impiegato o dello stipendiato” (p.59).  Al limite, può indennizzare i perdenti con un’ indennità di disoccupazione europea (p.106). L’unica agenda di riforme possibile, per Letta, è quella basata sulla primazia del mercato.

Nei capitoli finali del libro (pp.71-81), l’ex premier tocca di nuovo le corde dell’emotività, facendo appello all’unità europea per difendere i suoi valori nel mondo: la tutela dell’ambiente, dei diritti umani, e, tenetevi forte, il suo diritto del lavoro (quando poche righe prima aveva ricordato che il lavoro stabile, perno del diritto del lavoro europeo, è ormai una cosa del passato).

Verrebbe da concludere, sconsolati, che la distanza che si è creata tra gli intellettuali della sinistra europeista e la realtà è ormai incolmabile.

Non un’idea, né una riflessione, da parte di costoro, sull’evento che spiega buona parte della crisi europea di oggi: la grande trasformazione economica e politica che sconvolge l’Occidente tra gli anni Ottanta e Novanta. L’Europa che prende forma in quegli anni è parte del progetto neoliberista di ristrutturazione delle società europee, attraverso la redistribuzione di reddito e ricchezza dal basso verso l’alto e l’attacco alle conquiste sociali del trentennio keynesiano post-bellico (Gallino, 2012; Streek, 2013). Il progetto europeo diventa, con Maastricht, un dispositivo per globalizzare la società europea.  La liberalizzazione radicale dei movimenti dei capitali, delle merci, della manodopera, sancita dal Trattato, è funzionale a questo scopo.  Tutto questo, nella trattazione di Letta, non passa neanche sullo sfondo. Per l’ex premier il nemico dell’Europa è il sovranismo populista. Ma, più che una lotta contro venti e maree, quella di Letta rischia di essere una lotta contro i mulini a vento. La sovranità in Europa è de facto prerogativa della sola Germania. Gli altri Stati hanno perso di gran lunga la capacità di esercitarla, specie su temi decisivi, come quelli economici e sociali.

L’Europa ha subìto una crisi di rigetto in molti paesi perché la globalizzazione neoliberista, con la quale si è identificato il progetto europeo, è andata troppo oltre, a corrodere il sociale. L’autodifesa della società europea dal mercato si è manifestata in varie forme, spesso contraddittorie, dalla Brexit, al referendum costituzionale italiano, al crescente consenso verso partiti o movimenti fuori dal perimetro politico tradizionale.

Per ricostruire l’Europa si dovrebbe partire da qua. È inutile affidarsi alle suggestioni emotive, al potere effimero delle narrazioni.  Uno stratagemma a cui la sinistra europeista ci ha abituato, e che serve solo a coprire il vuoto di idee, e di pensiero (critico) che la contraddistingue ormai da troppi anni.

Federico Stoppa

RIFERIMENTI

Gallino L., La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, 2012

Letta E, Contro venti e maree. Idee sull’Europa e sull’Italia, Il Mulino, 2017

Stiglitz J. The Euro, Penguin Book, 2016

Streek W., Tempo guadagnato, Feltrinelli, 2013

 

 

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Brexit, l’esplodere dei flussi migratori, il perdurare della crisi economica e sociale nei Paesi Mediterranei, l’avanzata elettorale dei partiti xenofobi in Austria, Germania e Francia, la perdita di consenso dei partiti tradizionali: tutti episodi che stanno sconquassando l’Unione Europea, tanto da farne temere l’implosione.

Confusa e assediata dal precipitare degli eventi, l’intellighenzia progressista reagisce chiamando a raccolta tutti gli europeisti – difensori degli ideali di pace, fratellanza e cosmopolitismo incarnati dall’Unione – contro la nuova minaccia populista, sostenitrice di un’anacronistica quanto pericolosa sovranità nazionale.

È giunto il momento di ricordare alle forze progressiste, obnubilate da questo europeismo vacuo ed ideologico, che la matrice dell’Unione europea attuale è il Trattato di Maastricht del 1992.  E Maastricht non è affatto l’embrione di un’Europa politica e sociale come si è voluto far credere, ma un’involuzione di quel progetto. Ricostruire criticamente le tappe di quell’involuzione aiuterebbere a comprendere, da parte della sinistra culturale e politica europea, gli errori che la stanno condannando all’irrilevanza.

È dagli anni Ottanta che il progetto europeo, dopo aver tentato con il Piano Werner la via dell’unione politica, viene incanalato su binari completamente diversi (1). Responsabile della svolta è la Commissione Europea guidata dal socialista francese Jacques Delors – oggi santino riverito della sinistra europea – che spingerà per la liberalizzazione totale dei movimenti dei capitali (Atto Unico europeo del 1987), e l’istituzione di una moneta unica europea, da cui discendeva la rinuncia alla sovranità monetaria e agli strumenti di gestione del ciclo economico da parte degli stati membri (Rapporto Delors, 1989). Tutto ciò si concretizzerà nel febbraio 1992 a Maastricht: nascono Unione Europea e Unione Monetaria e si formalizzano i vincoli sui deficit e il debito pubblico in rapporto al prodotto e i criteri di rientro dall’inflazione.

La filosofia che informa il Trattato è quel liberalismo delle regole (ordoliberismo) che vede nei mercati liberi e concorrenziali, nella disciplina fiscale e nella stabilità monetaria gli unici strumenti in grado di promuovere crescita economica e occupazione. Si tratta di una filosofia economica e sociale che ha ispirato l’azione di governo dei conservatori tedeschi dalla fine della seconda guerra mondiale, ma che tra gli anni Ottanta e Novanta viene fatta propria anche dai partiti socialisti e socialdemocratici europei, che prima di allora avevano sposato le tesi di J.M. Keynes sull’importanza del ruolo economico dello Stato non tanto sul piano delle fissazione delle regole del gioco, ma soprattutto come stabilizzatore della domanda aggregata e veicolo di redistribuzione egalitaria di reddito e ricchezza.

Nell’agenda dei partiti socialisti europei (dal New Labour di Blair, all’Ulivo di Prodi, dalla SPD di Schroeder, al PS di Mitterand e Jospin e al PSOE di Zapatero), le politiche di sviluppo economico e giustizia sociale da perseguire con welfare ed investimenti pubblici vengono accantonate, per far spazio a quelle di liberalizzazione, seguendo l’assioma neoliberista per il quale deregolamentare i mercati (del lavoro, del credito, della finanza) e ridurre spesa sociale e tassazione sulle imprese porta a maggior dinamismo economico e quindi aiuta anche chi abita i gradini inferiori della società. Proprie di questa visione sono l’esaltazione acritica della globalizzazione e del multiculturalismo ai danni di stato nazionale e comunità, l’enfasi data ai diritti civili in luogo di quelli sociali, l’idea di una scuola che deve prima di tutto formare “capitale umano”, cioè competenze immediatamente spendibili sul mercato del lavoro.

Neanche la doppia crisi economica e sociale che ha travolto l’Eurozona dal 2010 ha modificato l’agenda della sinistra europea.  Al governo in Italia, Francia e Grecia, o stampella del governo conservatore in Germania, la sinistra ha scelto di rafforzare la stretta sui bilanci pubblici con il Fiscal Compact – introdotto nella Costituzione italiana nel 2012 – e attuato senza esitazioni le riforme strutturali imposte da Commissione e Banca Centrale, in primis quella del lavoro.  Mentre faceva macelleria sociale, ha continuato ad invocare “più Europa”, “Stati Uniti d’Europa” e altre formule prive di qualsiasi contenuto. Nel frattempo Il deficit di democrazia nelle istituzioni europee si aggravava, con un Consiglio europeo dominato dall’ideologia dell’austerity dei conservatori tedeschi, due organi “tecnici” non eletti, Commissione e Banca Centrale, che si intromettono nella scelte democratiche dei paesi membri prescrivendo le loro ricette neoliberiste, e  con l’unico organo eletto dai cittadini, il Parlamento, di fatto condannato alla marginalità.

Se questa è l’Europa reale, non c’è allora da stupirsi se i movimenti di estrema destra, che della battaglia contro questa Europa hanno da sempre rivendicato il copyright, abbiano acquisito consensi tra le classi più deboli, aiutati certo anche dalla crisi dei migranti.

Oggi è assai difficile, da parte delle forze progressiste, recuperare il terreno perduto,non solo dal punto di vista politico ma soprattutto da quello culturale. Significherebbe mettere in discussione i dogmi di Maastricht – libera circolazione di merci e capitali, autonomia della politica monetaria, pareggio di bilancio e moneta unica. Significherebbe rottamare, una volta per tutte, l’europeismo ideologico degli ultimi vent’anni (2) e riconquistare spazi di sovranità nazionale, specie nella politica economica. Vasto programma, direbbe il generale De Gaulle.

NOTE AL TESTO:

(1) Così Antonio Calafati: “Il progetto europeo come stava prendendo forma era un ostacolo per il progetto politico neo-liberista che si stava consolidando. Doveva essere una de-costruzione lenta tuttavia, poi le cose sono precipitate. Il pensiero liberale classico non è stato capace di reagire [..]Troppo lontano il pensiero liberale europeo dal riconoscere e comprendere le logiche, la forza e i meccanismi del neo-liberismo. Troppo ottimista sulla solidità della base economica dei paesi europei, del tutto incapace di riflettere sulle implicazioni dell’unificazione monetaria”. (Messinscene europeiste, 23/08/2016).

(2) Si veda, dello stesso autore, il post “Sovranità (Nazionale)” del 8/11/2015: “I liberali non hanno alcuna voglia di capire che cosa sta accadendo veramente al “progetto europeo”. Ma sanno dirci, ora, che quando sapremo parlare tutti l’inglese (quando?), allora sì che il “progetto europeo” lo potremo realizzare. Quando sapremo parlare tutti l’inglese!”

Federico Stoppa

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Un personaggio come Donald Trump suscita indignazione e sgomento in tutte le persone perbene. Vanno tuttavia comprese le ragioni del suo successo. Che non riguardano, se non marginalmente, la sua squallida retorica anti-immigrazione, sulla quale insistono molto i media; ma hanno a che fare principalmente con l’economia.  Trump – distaccandosi dal liberismo estremo che connota il suo partito – è infatti un feroce critico della globalizzazione e dell’élite politica e finanziaria che l’ha sostenuta e realizzata (tra cui spicca il marito della Signora Clinton).

La maggior parte dell’elettorato di Trump è formata dalla white working class concentrata soprattutto nel Midwest, l’area che include stati come Ohio, Indiana e Michigan; dove la popolazione bianca è superiore all’80% e gli immigrati ispanici, arabi e asiatici (bersagli delle invettive xenofobe del candidato repubblicano) sono relativamente poco numerosi. Queste zone hanno subìto negli ultimi trent’anni anni una drammatica deindustrializzazione, le cui cause sono di vario tipo. Una è certamente la contrazione, in termine di valore aggiunto e di addetti, della manifattura e la crescita dei servizi, propiziata da progresso tecnico e innalzamento del tenore di vita dei consumatori. Ma un ruolo fondamentale è stato giocato dalla globalizzazione di merci e capitali, inaugurata nel 1994 dal trattato di libero scambio tra Usa, Messico e Canada (NAFTA), e proseguita nel 2001 con l’ingresso della Cina nell’organizzazione mondiale del commercio (WTO). Uno tsunami, questo, che si è abbattuto sulla manifattura made in USA. Interi comparti (siderurgico, abbigliamento, tessile, cantieristica navale, elettronica, componentistica per auto) hanno chiuso i battenti e sono stati delocalizzati in Messico e in Cina, sfruttando i minori oneri fiscali e salariali.  Circa 6 milioni di posti di lavoro stabili, sindacalizzati e ben retribuiti nella manifattura sono scomparsi, per essere rimpiazzati da lavori precari nel terziario (specie nel retail, nella ristorazione e negli alberghi). Anche per effetto della crisi finanziaria del 2008, il potere di acquisto della classe media americana è così tornato ai livelli del 1979; tutto questo mentre l’ 1% più ricco della popolazione si accaparrava il 50% della ricchezza e il 25% del reddito totali. Consapevole di tali dinamiche, Trump non ha esitato a rompere con il neoliberismo repubblicano e si è schierato contro i trattati commerciali  “distruttori di lavoro” come NAFTA, TTIP e TPP. Inoltre è deciso a rinegoziare gli accordi con la Cina su basi più eque, superando l’approccio neoliberista del WTO e arrivando a minacciare un dazio del 45% su tutte le merci importate dall’Asia. Ha promesso di porre fine alle esenzioni sui profitti che le multinazionali americane conseguono all’estero. Pur essendo a favore di una riduzione delle tasse per la maggior parte della popolazione, si è detto disposto a far pagare di più i ricchi ( specie quelli di Wall Street) e – anche qui smarcandosi dall’ortodossia repubblicana – si è detto contrario a smantellare la rete di protezione sociale di base per i più poveri e gli anziani.

Paradossalmente, su questi temi[1], Donald Trump è più a sinistra della signora Clinton, che negli anni Novanta sosteneva attivamente il marito nella corsa alla deregulation del commercio internazionale e della finanza.  Anche l’attuale contrarietà della Clinton al trattato commerciale con l’Europa (TTIP) appare come un’astuta mossa elettorale, dal momento che fu proprio lei, da Segretario di Stato di Obama, a promuoverne il negoziato con la Commissione Europea.  I legami della Clinton con l’establishment della finanza e delle grandi corporation (principali finanziatori della sua campagna elettorale) sono stati criticati anche dal suo principale sfidante alle primarie, quel Bernie Sanders espressione di una “sinistra sociale“che riesce finalmente a saldare gli interessi e i valori della classi popolari con quelli dei giovani. Sanders non ha però  ottenuto abbastanza consensi nelle comunità afroamericane e ha scontato l’opposizione del vertice del suo Partito, che non gli ha perdonato la sua posizione di outsider, per di più sedicente socialista.

In definitiva, pur rimanendo negativo il giudizio sui toni sprezzanti e insultanti che caratterizzano il personaggio, è indubbio che Donald Trump colga nel segno quando dice di voler correggere gli effetti della globalizzazione selvaggia su redditi e opportunità della classe media. Le misure da lui proposte appaiono troppo rozze e semplicistiche, ma vanno comunque discusse nel merito. Quello che però emerge da questa campagna elettorale è il riposizionamento degli schieramenti politici sulle questioni più importanti: interventisti in politica esteri e liberisti in economia i democratici, isolazionisti in politica estera e contro la globalizzazione selvaggia i repubblicani.  Le posizioni tradizionali vengono mantenute solo su temi quali aborto, diritti gay, immigrazione. Come suggerisce un bel libro di recente pubblicazione, la dialettica destra/sinistra non è più la chiave di lettura giusta per capire la politica americana ( e non solo). Lo è invece – piaccio o no –  quella tra popolo contro establishment.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Francesco Paolo Cazzorla

NOTE:

[1] Oltre che sull’economia, Trump scavalca a sinistra la Clinton anche in politica estera. Il repubblicano – dopo aver bollato come fallimentari le guerre in Iraq, Afghanistan, Libia –  è contrario a nuovi interventi militari statunitensi, specie in Medio Oriente, vuole dialogare con la Russia di Putin in funzione anti-terrorismo e si spinge anche a definire la NATO “obsoleta”. La signora Clinton difende invece l’intervento in Libia del 2011 e vorrebbe un approccio più muscolare degli States in Siria e in Ucraina contro Putin.

 

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