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Un dato che emerge con chiarezza dalle elezioni politiche dei principali paesi europei è la spaccatura dell’elettorato tradizionale della sinistra sulla questione immigrazione: tra la base operaia e popolare anti-immigrazione e il ceto medio benestante – dei dipendenti pubblici, specie nel settore dell’educazione, degli studenti internazionali, dei professionisti, degli intellettuali, dei lavoratori ad alte qualifiche – a favore dell’apertura incondizionata delle frontiere. In genere, nei milieu politici e culturali progressisti questa sgradevole evidenza empirica viene rimossa, o liquidata sbrigativamente in termini moralistici: è un dovere etico accogliere i più svantaggiati, mentre chi solleva obiezioni all’imperativo degli open borders è bollato come razzista e xenofobo (anche se i due termini, come ricorda Luca Ricolfi, non sono affatto la stessa cosa). È chiaro che un atteggiamento di questo tipo, rivelatore di superbia intellettuale e disprezzo morale verso chi la pensa diversamente, non fa che acuire il distacco tra il comune sentire delle classi più deboli e le forze politiche che dovrebbero rappresentarle, a tutto vantaggio dei movimenti di estrema destra.

Prima di giudicare, andrebbe fatto lo sforzo di comprendere gli effetti economici e sociali, profondamente asimmetrici, che l’immigrazione provoca sulle popolazioni ospitanti. È evidente, per esempio, che dietro la narrativa progressista (e sovente cattolica) dello scontro tra sostenitori dei diritti umani e biechi razzisti si nasconde in realtà un molto più prosaico conflitto di interessi: i ceti popolari, la forza lavoro meno qualificata, i disoccupati sono a favore di una regolamentazione dei flussi perché subiscono direttamente gli effetti più sgradevoli dell’immigrazione, come la concorrenza su abitazioni popolari, servizi pubblici e mercato del lavoro, oltre che la maggior insicurezza reale e percepita nelle periferie degradate e deindustrializzate; mentre i ceti urbani acculturati e benestanti (e le imprese) sostengono il liberismo migratorio perché ne ricavano solo benefici, come la possibilità di disporre di manodopera a basso costo specie nei servizi di cura della persona, agricoltura, edilizia e ristorazione.

La mediazione del conflitto d’interessi, in una democrazia, spetta alla politica. E la politica, specie se progressista, non dovrebbe muoversi sulla base di sentimenti di carità, ma su logiche di giustizia sociale (come più volte affermato dai vari Sanders, Corbyn, Lafontaine). Tutto questo cosa significa, in pratica? Si tratterebbe, per esempio, di rivendicare – contro le egualmente pericolose fantasie di chiusura o apertura totale – l’importanza di confini controllati politicamente da Stati-nazione democratici, senza i quali le migrazioni sono destinate ad accelerare e a mettere sotto stress il welfare, ad esacerbare la concorrenza sul mercato del lavoro e la “guerra tra poveri”, a spingere la diversità etnica e culturale fino al punto di rottura dei legami di fiducia e mutua cooperazione tra membri delle comunità (il cosiddetto “capitale sociale”), rendendo politicamente impraticabile la redistribuzione fiscale per tutelare i meno abbienti (cfr Putnam, 2007; Skidelsky, 2017).

Parimenti, andrebbe sottolineato il differente status giuridico dei migranti. Da una parte, i richiedenti asilo – perché in fuga da guerre o da dittature – ai quali va garantita accoglienza e protezione fino al cessato pericolo, evitando però di strumentalizzarli per ragioni di politica interna, come fatto dal governo tedesco nel 2015. Altra questione sono i migranti economici: qui si tratta di stabilire un numero massimo di ingressi – che devono avvenire in condizioni di sicurezza e legalità, spezzando così il business degli scafisti e delle varie mafie – sulla base delle specifiche strutture economiche dei paesi europei e dei loro diversi profili demografici (oltre che dei livelli di disoccupazione), promuovendo politiche di integrazione attiva per chi arriva: sociali, culturali, abitative, scolastiche, di orientamento professionale; politiche che – non nascondiamolo – sono costose e difficilmente attuabili, senza creare tensioni sociali, con gli attuali vincoli di bilancio.

Cruciale è pretendere che chi arriva sottoscriva senza reticenze i valori liberali europei (Stato di diritto, separazione tra sfera religiosa e politica, uguaglianza di genere) evitando che si producano – a causa di un’errata interpretazione del multiculturalismo – ghetti ed enclavi, brodo di coltura del terrorismo (Rampini, 2016). D’altra parte, occorre riconoscere che spesso chi emigra è la parte più giovane, dinamica e culturalmente attrezzata dei paesi poveri, che quindi porta via con sé le sue conoscenze e competenze, impoverendo ulteriormente chi è rimasto nel paese di origine (anche se le rimesse possono, entro certi livelli di emigrazione, attenuare questo effetto); per questo, in un’ottica progressista la libera circolazione della manodopera – uno dei pilastri del neoliberismo assieme alla libera circolazione dei capitali e delle merci non può essere un surrogato delle politiche di sviluppo dei territori periferici.

Bisognerebbe inoltre essere consapevoli che l’accelerazione delle migrazioni – si stima che circa il 40% della popolazione dei paesi poveri, se potesse, lascerebbe la propria terra d’origine – non è una legge di natura, ma l’effetto di scelte geopolitiche scriteriate da parte delle elité politiche occidentali (le guerre “umanitarie” in Iraq, Afghanistan, Libia, Siria) e del crescente divario economico tra Nord e Sud del Mondo, di cui sono corresponsabili i pacchetti di riforme neo-liberiste (Structural adjustment Programs, SAP) che FMI e Banca Mondiale hanno imposto ai paesi africani negli anni ’80-’90 e le istituzioni arretrate e deboli che ad oggi frenano lo sviluppo di quei paesi (Chang,2010).

In ultima analisi, occorre rimediare con urgenza al cortocircuito che si è creato, in Europa, tra sinistra e popolo sul delicato tema dell’immigrazione. Prendere sul serio la richiesta di protezione dei ceti più fragili – proponendo soluzioni non demagogiche – è l’unica via per stroncare sul nascere i rigurgiti neofascisti che stanno riaffiorando ovunque nel Vecchio Continente.

Federico Stoppa

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nikolay semenov – bus

L’autobus pubblico sgangherato sfreccia all’impazzata. Sta facendo i suoi giri meandrici per i quartieri interni, prima di imboccare la palpitante superstrada a 4 corsie. Ci troviamo a Ramos Arizpe, Messico, un piccolo villaggio di pomodori diventato gigantesco perché enclave super-industrializzata di un mondo perdutamente globalizzato.

Tutto il mondo arriva qui, per produrre e assemblare a bassissimo costo ogni tipo di armamentario per automobili. Lo sfruttamento della manodopera assurge a leitmotiv indiscusso di tutte le manovre di “sviluppo” della così attrezzata industria automobilistica. Distese di capannoni industriali, dunque, campeggiano su profili azzardati di paesaggi solcati dal deserto; schiere di casette tutte uguali si annidano ai lati di quei capannoni come per trarne linfa: la visione d’insieme porta con sé il silenzio dello sguardo, un timore senza nome.

L’autobus ha appena attraversato il varco di un quartiere non identificato. Le sue veloci serpentine lo destreggiano tra case colorate malmesse, baracche fatiscenti sul punto di crollare: al secondo e ultimo piano certe case si presentano a cielo aperto, mancano proprio di pareti, e questi spazi avvolti dalla polvere vengono adibiti a terrazze di fortuna: ci sono 3 sedie, qualche isolata cianfrusaglia e un “asador”, dove normalmente si cuoce la carne sui carboni. Tutto presenta un andamento lento, quasi stanco; solo il passaggio maldestro dell’autobus rivitalizza lo sguardo spento dei residenti.

Ora si viaggia su salite e discese, tra alberi di vecchie colline ormai pietrificate, asfaltate solo a tratti. Una bambina in ciabatte corre senza meta, si ferma e ricomincia a correre, non si capisce bene chi o cosa stia cercando d’inseguire. Ad un certo punto si ferma di nuovo, guarda in aria, trasognata, affannata: sta guardando il suo pezzetto di cielo. Su un altro versante, una palla rotola giù per la discesa: “dove sbuca una palla c’è sempre un bambino che le corre dietro”, dicevano a scuola guida: questa legge universale vige anche qui, non ha smesso ancora di vivere, di applicarsi. Per fortuna.

Una signora, sempre in ciabatte, cammina su un sottile marciapiede sdentato tenendo in mano solo un portafoglio macilento, probabilmente è uscita a comprare le “tortillas” che mancano in casa… Il pane, da queste parti. Sulla parete, dietro di lei, troneggia una scritta in rosso su una parete bianca dipinta di fresco; una parete mnemonica che offusca tutto ciò che la circonda. Questa scritta, a caratteri cubitali, dice “Ya cumplimos con el agua” (“Abbiamo risolto il problema dell’acqua”). Non è scritto esplicitamente, ma chi vive qui sa benissimo che è una scritta ad opera del governo, dello Stato: comunicazione istituzionale dunque; comunicazione pubblica del apri e chiudi virgolette “Gobierno de la gente”: uno dei loro slogan più identificativi. Un pleonasmo.

L’autobus ora è fermo, aspetta un semaforo rosso che blocca l’uscita dal quartiere. Ci sono due grandi archi a mo’ di cancello che segnano il via vai del traffico, che marcano le distanze e le persistenti incomunicabilità: le cancellate sono i segni discernenti che, tra non molto, qualcosa sta per cambiare.

Oltrepassati gli archi, infatti, si entra in un mondo nuovo, un’atmosfera completamente diversa. Le cilindrate delle auto sono più importanti, più lucenti; il ritmo di tutto diventa più veloce, e alle piccole botteghe all’angolo subentrano i grandi mall, quei mostri appariscenti ed esorbitanti dei centri commerciali. La gente è più dinamica, sembra sapere esattamente dove sta andando, cosa sta inseguendo. Questa gente però si ferma raramente a guardare il cielo, quasi lo ignora.

Sull’autobus, nel frattempo, salgono persone di tutti i tipi: la diversità è la prima cosa che salta all’occhio. Tra le diverse figure, sale per ultimo un ragazzo giovanissimo con un fagotto prezioso tra le braccia: è una bambina avvolta in una coperta rosa. Non fa particolarmente freddo, ma anche col sole è viva la credenza del non esporre i bambini alle temperature esterne, calde o fredde che siano. Queste creature sono considerate “un dono di Dio”, non ci si può sottrarre. E più la condizione sociale è disagiata, più ne aumentano di numero. Bambini che giocano, bambini che corrono pericolosamente tra le morse delle macchine, bambini aggrappati come scimmie alle mani e alle braccia di mamma e papà, bambini che piangono, bambini che sbattono da tutte le parti perché non abituati a camminare, a guardare dritto per vedere cos’hanno dinnanzi: i loro spostamenti, infatti, sono quasi esclusivamente impacchettati in veloci autovetture, che dietro quei loro finestrini piangenti si tramutano facilmente in malefici aggeggi tronca-sogni… Bambini, bambini e ancora bambini: la cognizione del sovrappopolamento non è percepita; le risorse del pianeta sono considerate inesauribili.

Lo scenario dunque è cambiato ed ora l’autobus viaggia super-sonico per la prossima città, Saltillo, quella più immersa nel capitalismo sfrontato, quella che si sente più ispirata al modello statunitense. Tanta è l’ispirazione quanta la malcelata soggezione, una soggezione che tormenta e svilisce le espressioni proprie, le identità locali. L’impressione è quella di una dominazione culturale colonizzante, che vive e si arricchisce a spese di chi scambia la dominazione per opportunità, il lavoro malpagato per una benedizione.

L’autobus quindi passa per le zone più ricche, che mostrano i propri lustri, li preservano, li valorizzano a status symbol. L’altro estremo radicale della scala sociale è fatto quindi da gente che ha un’automobile per ogni componente della famiglia, e che parcheggia queste automobili negli ampi parcheggi privati di zone recintate, anch’esse private e auto-escluse.

Questi territori sono le cosiddette “Gated communities”, le comunità cancello. Al loro interno c’è di tutto, tranne qualcosa che assomiglia vagamente a un senso di comunità. Sono territori dominati da un verde labirintico, e dove il silenzio spettrale fende l’aria che sembra dipinta con nuvole artificiali. Dicono che sia il tipico silenzio della tranquillità, della “sicurezza” dall’imprevisto, dell’”auto-immunizzazione”” dal diverso. Sicuramente, si tratta del silenzio della morte sociale. I vicini di casa a malapena si salutano, forse neanche si conoscono tra loro: l’auto-esclusione che si vive in questi grandi recinti confezionati è solo una forma di vita pubblicizzata e venduta come il sogno di tutta una vita.

Tutto il contrario di un centro cittadino, di una piazza centrale e non-commerciale, delle strade piccole e tortuose che sbucano in vicoli imprevisti, del parco a libero accesso “fonte sicura di disagi”. In questi territori pubblici c’è troppa diversità, c’è troppa probabilità che avvenga qualcosa di pericoloso; c’è troppo dinamismo incontrollato che alla fine stanca. E allora bisogna fuggire, lasciare tutto questo e raggiungere il verde creato ad hoc, le nuvole sparse, i corsi d’acqua messi lì per farti riposare a forza; le case maestose e costose per un accesso che non è libero, ma è ideato e congegnato appositamente per spalancarti le porte all’omologazione di chi ritieni simile a te: un’omologazione tanto comoda quanto sterile.

Amehare -public telephone box

Ecco che allora le disuguaglianze accentuate si rendono più visibili del visibile; si dispiegano su canali estremi raggiungendo l’osceno. E questa visione oscena di un mondo sociale allo sbando – dove s’incontrano solo le due polarità, di gente poverissima o ricchissima – non si registra solo qui, in Messico. Tutto il mondo, ormai, ne sta assaggiando le fattezze; ogni contesto, a modo suo, la recepisce e la riproduce incessantemente, senza argini, senza redistribuzioni di sorta; senza che la ricchezza prodotta venga spalmata sulle classi sociali per farle riprendere un po’, per concedere loro quel poco ossigeno che meritano.

Questo compito di redistribuzione è stato soppiantato dal denaro, dalla corsa agli armamenti produttivi, dallo sviluppo incurante e controproducente, dalla dominazione incontrastata di un solo settore della società, il mercato, che ha ridotto e riplasmato tutti gli altri a sua immagine e somiglianza. Ed ecco che allora il settore pubblico quasi non esiste più, arranca solo a fatica tra le sue rovine diventando un altro misero e maestoso cartello pubblicitario che si fa pubblicità da sé, perdendo credibilità su tutti i fronti.

Senza domanda, dunque, l’offerta è solo una chimera, anche nel pubblico: l’offerta valida per tutti, quell’offerta che era solita aprirsi agli orizzonti di tutte le classi sociali – a prescindere che si crei o no la domanda – è come quella bambina che corre senza meta: spossata, affannata, le resta solo una cosa da fare: guardare trasognata il suo piccolissimo pezzetto di cielo.

Descrivendo e vivendo sulla pelle tutto questo io però non riesco a desistere: sarò sempre per la cosa pubblica, perché è un bene prezioso, è un bene di tutti. Perché viene fatta passare per la cosa da evitare ad ogni costo, quando invece è quel maledetto pensiero unico a volerla smantellare, a rendercela impraticabile e inefficiente, e lenta – come dice in quel suo mantra ossessivo e funzionale ai suoi scopi egoistici – togliendole tutti i fondi necessari, riducendola così a misero fantoccio delegittimato, e misconosciuto.

E invece una scuola pubblica, un nido pubblico, un parco pubblico, un autobus pubblico, una biblioteca pubblica, una piazza pubblica sono il luogo della dinamicità, del passaggio ininterrotto di identità plurali; sono il luogo dei bordi aperti, porosi, e non dei confini barricanti; sono il luogo dello scambio inaspettato, dell’irrilevanza che si fa maestra di vita, e non del controllo omologato, del criterio standardizzato che toglie ogni margine all’errore; sono l’effervescenza delle diversità, che non hanno paura di mostrarsi, d’impegnarsi, di dire la propria; sono il luogo dell’uguaglianza delle opportunità, e delle parità d’accesso: sono il luogo in cui tutti, senza distinzioni, possono darsi una dannata possibilità.

E non c’entra il portafoglio di papà, non c’entra la classe sociale, non c’entra l’etnia, non c’entra la “sicurezza” di mandare tuo figlio in una scuola di “suoi pari”, e non c’entra neppure la tanto millantata flessibilità del servizio confezionato su misura per te, adatto alle tue sole e improrogabili esigenze: queste sono tutte baggianate, bagliori accattivanti che si spengono repentinamente dietro una fitta coltre fatta di egoismi e di facili guadagni; una coltre costruita maldestramente su atti predatori rapidi e senza alcunché di prospettiva.

La cosa pubblica invece è importante, e va preservata, incentivata, valorizzata. Viaggiare su un autobus sgangherato, puzzolente e affollato, anziché su un Uber costoso e pulitissimo con un autista super-gentile che ti offre la bottiglietta dell’acqua durante il viaggio, mi aiuta a capire sul serio in che razza di società globale e sbagliata mi è capitato di vivere, dove si fa di tutto per eliminare la complessità dell’umano e ridurla a servizio omologato, piatto, asettico, senza possibilità di pensiero.

Più piazze pubbliche dunque, e meno piazze commerciali. Più biblioteche fornite e meno isolotti di libri “best-seller” in sperduti autogrill. Più parchi pubblici liberi, aperti perché aperti alle comunità, e meno comunità cancello che si auto-escludono a vicenda. Più negozi e botteghe per le strade e meno super-store in mall luccicanti costruiti per passeggiate opprimenti, costeggiate miseramente da palme artificiali. Più complessità appagante, più interscambio tra diversità, più flussi caotici e poco chiari e meno omologazione schiacciante, meno comodità soporifera, meno semplicità superficiale, meno semplicità avvilente.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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death2allbutkettle – Instagram

Vedo le rovine di una superba civiltà che si disgregano,

disseminate come un cumulo gigantesco di vanità.

Ma, nonostante questo,

non mi macchierò della grave colpa

di perdere la mia fede nell’uomo.

(Rabīndranāth Tagore)

Vivere questo nostro tempo non è affatto facile. Abusi di potere, violenze, atti di intolleranza, disprezzo della verità, avidità, cinismo, egoismo, devianze psicologiche, sono all’ordine del giorno. Le società umane, nell’era globalizzata, sembrano vivere un momento di profonda crisi: economica, culturale, valoriale ed umana. La gerarchia dei valori ha subito un progressivo mutamento. In cima svettano solitarie le leggi del mercato, l’idolatria del profitto e del suo carburante: il consumo.

Gli orizzonti del consumo sono sempre più individuali e individualizzati mentre, con lo smantellamento del welfare (sempre più trasversale, anche in Europa), vengono meno gli spazi comuni, i beni pubblici, i luoghi di socialità, così importanti per lo sviluppo di un senso di “comunità”. Del resto, la logica neoliberista, assunta come dogma, ci pone tutti gli uni contro gli altri. E la precarietà del lavoro di certo non aiuta: venendo meno le tutele e le forme di rivendicazione collettiva, il lavoratore è tremendamente solo nel cercare di salvaguardare la propria posizione vacillante, sospesa ad un filo troppo sottile…

L’Homo homini lupus di hobbesiana memoria sembra essere l’immagine più calzante per spiegare il funzionamento delle nostre società. Come non essere d’accordo? Del resto, la rappresentazione mediatica di quanto accade nel mondo non fa che confermare questa convinzione.

Eppure non è tutto qui!

C’è uno scarto significativo che merita attenzione. Me ne sono reso conto qualche mese fa, prima della fine di questa torrida estate, quando con un amico ho deciso, un po’ avventatamente, di attraversare la Basilicata a piedi, dal Tirreno allo Ionio. Credo che questa esperienza sia stata fondamentale per mettere in discussione le mie radicate e pessimistiche convinzioni circa il consorzio umano.

Il viaggio, soprattutto se a piedi e con mezzi scarsi, ti pone naturalmente in una condizione di “bisogno” in cui si necessita degli altri. Magari per un’informazione, per un autostop, per un po’ d’acqua quando, dopo aver camminato per chilometri, la borraccia è miseramente vuota.

Durante il lento tragitto attraverso quelle comunità dell’entroterra, ho avuto come l’impressione che, vinta l’iniziale diffidenza, le persone avessero naturalmente una disposizione altruistica. Non solo: avevano desiderio di confrontarsi, di raccontarsi e di ascoltare le nostre storie. Non ricordo tutti i volti di coloro che ho conosciuto durante i 230 km di cammino. Ma ognuno mi ha fatto dono di un po’ di sé, di qualcosa che oggi continuo a portarmi dentro…

Passo dopo passo, una domanda mi risuonava spesso dentro: come mai queste persone prendono in auto degli estranei (esponendosi al rischio di incontrare malintenzionati) e, in alcuni casi, si spingono fino ad invitarli a mangiare in casa propria?

Cosa le induce a spendere tempo e risorse per aiutare, a volte oltre il necessario, due ragazzi che hanno scelto liberamente di fare un viaggio un po’ avventato?

Parte della spiegazione risiede sicuramente nel fatto che si tratta di comunità di stampo rurale, meno esposte al cinismo e all’alienazione delle città, con una rete di scambi sociali sicuramente più fitta.

Ma c’è qualcosa che va al di là di tutto questo e che tocca la natura più intima degli esseri umani. Aiutarsi, trascorrere del tempo assieme, aprirsi alla “estraneità”, raccontarsi le rispettive storie di vita, ci fa sentire profondamente gioiosi e in pace. Ci permette di conoscere il mondo e, infine, noi stessi, in profondità. Ed è la scienza che sembra confermare questa “verità”, che ho esperito in modo del tutto personale e intuitivo. Il team del neuroscienziato Giacomo Rizzolati, ad esempio, ha svelato il ruolo svolto dai neuroni specchio – sia nelle scimmie che nell’uomo – nella codificazione delle azioni degli altri. Semplificando, esistono due modi principali di capire i nostri simili: uno logico e un altro fondato sull’empatia, ossia quella capacità di partecipazione emotiva con quanto fanno gli altri e con ciò che accade loro.

Altri esperti, come il primatologo Rifkin, hanno condotto studi che vanno nella stessa direzione, confutando la tesi dell’aggressività e dell’egoismo come componenti di base della natura umana (con buona pace di T. Hobbes). Tanto che, riprendendo i suoi studi, il filosofo Laura Boella ha affermato:

L’empatia è il «sottotesto della storia dell’uomo» perché l’aumento del ritmo, del flusso e della densità degli scambi interpersonali costituirebbe l’elemento dinamico fondamentale del processo di civilizzazione.

Il XXI secolo richiede un nuovo sguardo sulla natura umana: non più quello dei teorici del liberalismo e dell’economia di mercato, che mettevano al centro l’egoismo e l’utilitarismo, bensì quello che riconosce il ruolo essenziale della capacità empatica nello sviluppo della comunicazione con gli altri e con l’intero mondo vivente».

Si tratta di una verità che molte tradizioni spirituali, ma anche diversi artisti, con la lente di ingrandimento della sensibilità creativa, avevano già ampiamente individuato. Il primo che mi viene in mente – ma è solo uno dei numerosi esempi possibili –  è Hermann Hesse, che, non a caso, aveva riflettuto sul wandern ossia sul camminare come modo per stimolare la creatività e, soprattutto, per farsi intimamente “partecipi” della natura e del mondo. In modo assolutamente lapidario, nelle ultime pagine de La cura (opera successiva al celeberrimo Siddharta), così riscriveva il celebre passo evangelico: «ama il prossimo tuo, perché sei tu stesso».

Ma come si fa ad amare gli altri quando questi sono potenzialmente capaci di azioni e pensieri talvolta abietti? Hesse aveva riflettuto anche su questo e con il tempo «(…) il suo sguardo cambia: aveva guardato con superiorità e sufficienza agli “uomini-bambini” che più di tutto vogliono il potere e la ricchezza. Ora sente che anch’essi sono degni d’amore con le loro debolezze e i loro patetici sforzi».

Nella sofferta conquista di pace interiore, l’inquieto Hesse individua nell’amore e nella comprensione la long and winding road da percorrere per giungere alla meta cui tutti, indistintamente, aspiriamo: una vera e piena felicità.

(Pietro Brancaccio)

RIFERIMENTI

I saggi del neuroscenziato Giacomo Riizzolati e del filosofo Laura Boella sono contenuti in: (A cura di) Giulia Cogoli, Un mondo condiviso, Laterza, 2016.

Sul pensiero di Hermann Hesse rinvio a: Flavia Arzeni, Un’educazione alla felicità. La lezione di Hesse e Tagore, RCS Libri, 2008

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Letta euro

Più che al pensiero, alla logica, per difendere il progetto europeo dai venti e dalle maree del populismo, nel suo ultimo libro Enrico Letta ricorre all’emotività, alla narrativa, all’aneddoto autobiografico (Letta, 2017).

L’espediente gli serve per contrapporre le angustie dei vecchi Stati nazionali, nei quali “si attraversava la frontiera e c’erano i controlli” e “si viaggiava portandosi dietro i pacchi di pasta, perché non si trovavano gli stessi prodotti in Francia e in Italia” (pp. 21-22)  alle meraviglie del mercato unico europeo,  dove “qualunque supermercato in Francia propone un’ampia scelta di pasta” (pp. 22) e che permette di viaggiare “prendendo i voli low cost, compagnie che non esisterebbero senza la liberalizzazione dei trasporti aerei promossa a livello comunitario” (p.23).

Indiscutibili benefici per i consumatori, ma non solo. Per l’ex premier, il progetto europeo “tratta ogni popolo con la stessa dignità[..]il contrario di un progetto imperiale” (p.27).

Su quest’ultima affermazione, si è tentati di chiudere definitivamente il libro. Tanta retorica, non uno straccio di idea.

A un certo punto, però, Letta sembra colto da un improvviso attacco di lucidità, quando afferma che la crisi del progetto europeo del dopoguerra coinciderebbe con l’introduzione dell’euro (pp. 46-47). Una moneta fatta per i tempi buoni, ma non “per l’inverno”, priva delle istituzioni giuste per funzionare. Che ha finito per creare, inevitabilmente, malumori e divisioni fra i popoli europei. Tutti lo sapevano, compresi i maestri di Letta e padri dell’euro Andreatta, Delors, Prodi, Padoa Schioppa, Ciampi, che però erano convinti che tale architettura istituzionale monca sarebbe stata completata, senza particolari problemi, dopo l’unificazione monetaria. Che lungimiranza!

Letta comunque difende a spada tratta la moneta unica, perché avrebbe permesso di abbattere un debito pubblico italiano fuori controllo (pp. 47-49). Si potrebbe obiettare all’ex premier che, negli anni Duemila, mentre diminuiva il debito pubblico, esplodeva – in Italia come in tutta la periferia europea – il debito privato, processo largamente favorito dai tassi d’interesse bassi portati dall’euro, con tutte le conseguenze che conosciamo bene:  bolle immobiliari, stagnazione della produttività, perdita di competitività, deteriorarsi dei conti con l’estero, crisi (Stiglitz, 2017).

Per l’ex premier, tuttavia, la disoccupazione di massa che sconvolge i paesi del Sud non può essere addebitata all’euro e alle politiche di austerità. Per individuare i veri colpevoli bisogna volgere lo sguardo altrove. Il progresso tecnologico, internet, la robotizzazione, che, secondo il mantra,“distrugge più posti di lavoro di quanti ne crea”; l’impreparazione dei Paesi europei di fronte all’irrompere della globalizzazione.

Tutti fenomeni che non si potevano evitare, non si potranno rallentare.  La disoccupazione, in questa visione, è un fenomeno “naturale”, non la conseguenza di scelte politiche ( “C’entrano poco la destra o la sinistra”, p.59).

La politica deve limitarsi a preparare la società a questi cambiamenti.  Con la mitica “formazione continua” per facilitare il passaggio da un mestiere all’altro (p.63).  O spingendo i giovani a farsi imprenditori di sé stessi, inventarsi nuovi mestieri, piuttosto che “inserirsi in un organigramma stabile, capace di creare certezze, come quello dell’impiegato o dello stipendiato” (p.59).  Al limite, può indennizzare i perdenti con un’ indennità di disoccupazione europea (p.106). L’unica agenda di riforme possibile, per Letta, è quella basata sulla primazia del mercato.

Nei capitoli finali del libro (pp.71-81), l’ex premier tocca di nuovo le corde dell’emotività, facendo appello all’unità europea per difendere i suoi valori nel mondo: la tutela dell’ambiente, dei diritti umani, e, tenetevi forte, il suo diritto del lavoro (quando poche righe prima aveva ricordato che il lavoro stabile, perno del diritto del lavoro europeo, è ormai una cosa del passato).

Verrebbe da concludere, sconsolati, che la distanza che si è creata tra gli intellettuali della sinistra europeista e la realtà è ormai incolmabile.

Non un’idea, né una riflessione, da parte di costoro, sull’evento che spiega buona parte della crisi europea di oggi: la grande trasformazione economica e politica che sconvolge l’Occidente tra gli anni Ottanta e Novanta. L’Europa che prende forma in quegli anni è parte del progetto neoliberista di ristrutturazione delle società europee, attraverso la redistribuzione di reddito e ricchezza dal basso verso l’alto e l’attacco alle conquiste sociali del trentennio keynesiano post-bellico (Gallino, 2012; Streek, 2013). Il progetto europeo diventa, con Maastricht, un dispositivo per globalizzare la società europea.  La liberalizzazione radicale dei movimenti dei capitali, delle merci, della manodopera, sancita dal Trattato, è funzionale a questo scopo.  Tutto questo, nella trattazione di Letta, non passa neanche sullo sfondo. Per l’ex premier il nemico dell’Europa è il sovranismo populista. Ma, più che una lotta contro venti e maree, quella di Letta rischia di essere una lotta contro i mulini a vento. La sovranità in Europa è de facto prerogativa della sola Germania. Gli altri Stati hanno perso di gran lunga la capacità di esercitarla, specie su temi decisivi, come quelli economici e sociali.

L’Europa ha subìto una crisi di rigetto in molti paesi perché la globalizzazione neoliberista, con la quale si è identificato il progetto europeo, è andata troppo oltre, a corrodere il sociale. L’autodifesa della società europea dal mercato si è manifestata in varie forme, spesso contraddittorie, dalla Brexit, al referendum costituzionale italiano, al crescente consenso verso partiti o movimenti fuori dal perimetro politico tradizionale.

Per ricostruire l’Europa si dovrebbe partire da qua. È inutile affidarsi alle suggestioni emotive, al potere effimero delle narrazioni.  Uno stratagemma a cui la sinistra europeista ci ha abituato, e che serve solo a coprire il vuoto di idee, e di pensiero (critico) che la contraddistingue ormai da troppi anni.

Federico Stoppa

RIFERIMENTI

Gallino L., La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, 2012

Letta E, Contro venti e maree. Idee sull’Europa e sull’Italia, Il Mulino, 2017

Stiglitz J. The Euro, Penguin Book, 2016

Streek W., Tempo guadagnato, Feltrinelli, 2013

 

 

nein-euro

Brexit, l’esplodere dei flussi migratori, il perdurare della crisi economica e sociale nei Paesi Mediterranei, l’avanzata elettorale dei partiti xenofobi in Austria, Germania e Francia, la perdita di consenso dei partiti tradizionali: tutti episodi che stanno sconquassando l’Unione Europea, tanto da farne temere l’implosione.

Confusa e assediata dal precipitare degli eventi, l’intellighenzia progressista reagisce chiamando a raccolta tutti gli europeisti – difensori degli ideali di pace, fratellanza e cosmopolitismo incarnati dall’Unione – contro la nuova minaccia populista, sostenitrice di un’anacronistica quanto pericolosa sovranità nazionale.

È giunto il momento di ricordare alle forze progressiste, obnubilate da questo europeismo vacuo ed ideologico, che la matrice dell’Unione europea attuale è il Trattato di Maastricht del 1992.  E Maastricht non è affatto l’embrione di un’Europa politica e sociale come si è voluto far credere, ma un’involuzione di quel progetto. Ricostruire criticamente le tappe di quell’involuzione aiuterebbere a comprendere, da parte della sinistra culturale e politica europea, gli errori che la stanno condannando all’irrilevanza.

È dagli anni Ottanta che il progetto europeo, dopo aver tentato con il Piano Werner la via dell’unione politica, viene incanalato su binari completamente diversi (1). Responsabile della svolta è la Commissione Europea guidata dal socialista francese Jacques Delors – oggi santino riverito della sinistra europea – che spingerà per la liberalizzazione totale dei movimenti dei capitali (Atto Unico europeo del 1987), e l’istituzione di una moneta unica europea, da cui discendeva la rinuncia alla sovranità monetaria e agli strumenti di gestione del ciclo economico da parte degli stati membri (Rapporto Delors, 1989). Tutto ciò si concretizzerà nel febbraio 1992 a Maastricht: nascono Unione Europea e Unione Monetaria e si formalizzano i vincoli sui deficit e il debito pubblico in rapporto al prodotto e i criteri di rientro dall’inflazione.

La filosofia che informa il Trattato è quel liberalismo delle regole (ordoliberismo) che vede nei mercati liberi e concorrenziali, nella disciplina fiscale e nella stabilità monetaria gli unici strumenti in grado di promuovere crescita economica e occupazione. Si tratta di una filosofia economica e sociale che ha ispirato l’azione di governo dei conservatori tedeschi dalla fine della seconda guerra mondiale, ma che tra gli anni Ottanta e Novanta viene fatta propria anche dai partiti socialisti e socialdemocratici europei, che prima di allora avevano sposato le tesi di J.M. Keynes sull’importanza del ruolo economico dello Stato non tanto sul piano delle fissazione delle regole del gioco, ma soprattutto come stabilizzatore della domanda aggregata e veicolo di redistribuzione egalitaria di reddito e ricchezza.

Nell’agenda dei partiti socialisti europei (dal New Labour di Blair, all’Ulivo di Prodi, dalla SPD di Schroeder, al PS di Mitterand e Jospin e al PSOE di Zapatero), le politiche di sviluppo economico e giustizia sociale da perseguire con welfare ed investimenti pubblici vengono accantonate, per far spazio a quelle di liberalizzazione, seguendo l’assioma neoliberista per il quale deregolamentare i mercati (del lavoro, del credito, della finanza) e ridurre spesa sociale e tassazione sulle imprese porta a maggior dinamismo economico e quindi aiuta anche chi abita i gradini inferiori della società. Proprie di questa visione sono l’esaltazione acritica della globalizzazione e del multiculturalismo ai danni di stato nazionale e comunità, l’enfasi data ai diritti civili in luogo di quelli sociali, l’idea di una scuola che deve prima di tutto formare “capitale umano”, cioè competenze immediatamente spendibili sul mercato del lavoro.

Neanche la doppia crisi economica e sociale che ha travolto l’Eurozona dal 2010 ha modificato l’agenda della sinistra europea.  Al governo in Italia, Francia e Grecia, o stampella del governo conservatore in Germania, la sinistra ha scelto di rafforzare la stretta sui bilanci pubblici con il Fiscal Compact – introdotto nella Costituzione italiana nel 2012 – e attuato senza esitazioni le riforme strutturali imposte da Commissione e Banca Centrale, in primis quella del lavoro.  Mentre faceva macelleria sociale, ha continuato ad invocare “più Europa”, “Stati Uniti d’Europa” e altre formule prive di qualsiasi contenuto. Nel frattempo Il deficit di democrazia nelle istituzioni europee si aggravava, con un Consiglio europeo dominato dall’ideologia dell’austerity dei conservatori tedeschi, due organi “tecnici” non eletti, Commissione e Banca Centrale, che si intromettono nella scelte democratiche dei paesi membri prescrivendo le loro ricette neoliberiste, e  con l’unico organo eletto dai cittadini, il Parlamento, di fatto condannato alla marginalità.

Se questa è l’Europa reale, non c’è allora da stupirsi se i movimenti di estrema destra, che della battaglia contro questa Europa hanno da sempre rivendicato il copyright, abbiano acquisito consensi tra le classi più deboli, aiutati certo anche dalla crisi dei migranti.

Oggi è assai difficile, da parte delle forze progressiste, recuperare il terreno perduto,non solo dal punto di vista politico ma soprattutto da quello culturale. Significherebbe mettere in discussione i dogmi di Maastricht – libera circolazione di merci e capitali, autonomia della politica monetaria, pareggio di bilancio e moneta unica. Significherebbe rottamare, una volta per tutte, l’europeismo ideologico degli ultimi vent’anni (2) e riconquistare spazi di sovranità nazionale, specie nella politica economica. Vasto programma, direbbe il generale De Gaulle.

NOTE AL TESTO:

(1) Così Antonio Calafati: “Il progetto europeo come stava prendendo forma era un ostacolo per il progetto politico neo-liberista che si stava consolidando. Doveva essere una de-costruzione lenta tuttavia, poi le cose sono precipitate. Il pensiero liberale classico non è stato capace di reagire [..]Troppo lontano il pensiero liberale europeo dal riconoscere e comprendere le logiche, la forza e i meccanismi del neo-liberismo. Troppo ottimista sulla solidità della base economica dei paesi europei, del tutto incapace di riflettere sulle implicazioni dell’unificazione monetaria”. (Messinscene europeiste, 23/08/2016).

(2) Si veda, dello stesso autore, il post “Sovranità (Nazionale)” del 8/11/2015: “I liberali non hanno alcuna voglia di capire che cosa sta accadendo veramente al “progetto europeo”. Ma sanno dirci, ora, che quando sapremo parlare tutti l’inglese (quando?), allora sì che il “progetto europeo” lo potremo realizzare. Quando sapremo parlare tutti l’inglese!”

Federico Stoppa

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Un personaggio come Donald Trump suscita indignazione e sgomento in tutte le persone perbene. Vanno tuttavia comprese le ragioni del suo successo. Che non riguardano, se non marginalmente, la sua squallida retorica anti-immigrazione, sulla quale insistono molto i media; ma hanno a che fare principalmente con l’economia.  Trump – distaccandosi dal liberismo estremo che connota il suo partito – è infatti un feroce critico della globalizzazione e dell’élite politica e finanziaria che l’ha sostenuta e realizzata (tra cui spicca il marito della Signora Clinton).

La maggior parte dell’elettorato di Trump è formata dalla white working class concentrata soprattutto nel Midwest, l’area che include stati come Ohio, Indiana e Michigan; dove la popolazione bianca è superiore all’80% e gli immigrati ispanici, arabi e asiatici (bersagli delle invettive xenofobe del candidato repubblicano) sono relativamente poco numerosi. Queste zone hanno subìto negli ultimi trent’anni anni una drammatica deindustrializzazione, le cui cause sono di vario tipo. Una è certamente la contrazione, in termine di valore aggiunto e di addetti, della manifattura e la crescita dei servizi, propiziata da progresso tecnico e innalzamento del tenore di vita dei consumatori. Ma un ruolo fondamentale è stato giocato dalla globalizzazione di merci e capitali, inaugurata nel 1994 dal trattato di libero scambio tra Usa, Messico e Canada (NAFTA), e proseguita nel 2001 con l’ingresso della Cina nell’organizzazione mondiale del commercio (WTO). Uno tsunami, questo, che si è abbattuto sulla manifattura made in USA. Interi comparti (siderurgico, abbigliamento, tessile, cantieristica navale, elettronica, componentistica per auto) hanno chiuso i battenti e sono stati delocalizzati in Messico e in Cina, sfruttando i minori oneri fiscali e salariali.  Circa 6 milioni di posti di lavoro stabili, sindacalizzati e ben retribuiti nella manifattura sono scomparsi, per essere rimpiazzati da lavori precari nel terziario (specie nel retail, nella ristorazione e negli alberghi). Anche per effetto della crisi finanziaria del 2008, il potere di acquisto della classe media americana è così tornato ai livelli del 1979; tutto questo mentre l’ 1% più ricco della popolazione si accaparrava il 50% della ricchezza e il 25% del reddito totali. Consapevole di tali dinamiche, Trump non ha esitato a rompere con il neoliberismo repubblicano e si è schierato contro i trattati commerciali  “distruttori di lavoro” come NAFTA, TTIP e TPP. Inoltre è deciso a rinegoziare gli accordi con la Cina su basi più eque, superando l’approccio neoliberista del WTO e arrivando a minacciare un dazio del 45% su tutte le merci importate dall’Asia. Ha promesso di porre fine alle esenzioni sui profitti che le multinazionali americane conseguono all’estero. Pur essendo a favore di una riduzione delle tasse per la maggior parte della popolazione, si è detto disposto a far pagare di più i ricchi ( specie quelli di Wall Street) e – anche qui smarcandosi dall’ortodossia repubblicana – si è detto contrario a smantellare la rete di protezione sociale di base per i più poveri e gli anziani.

Paradossalmente, su questi temi[1], Donald Trump è più a sinistra della signora Clinton, che negli anni Novanta sosteneva attivamente il marito nella corsa alla deregulation del commercio internazionale e della finanza.  Anche l’attuale contrarietà della Clinton al trattato commerciale con l’Europa (TTIP) appare come un’astuta mossa elettorale, dal momento che fu proprio lei, da Segretario di Stato di Obama, a promuoverne il negoziato con la Commissione Europea.  I legami della Clinton con l’establishment della finanza e delle grandi corporation (principali finanziatori della sua campagna elettorale) sono stati criticati anche dal suo principale sfidante alle primarie, quel Bernie Sanders espressione di una “sinistra sociale“che riesce finalmente a saldare gli interessi e i valori della classi popolari con quelli dei giovani. Sanders non ha però  ottenuto abbastanza consensi nelle comunità afroamericane e ha scontato l’opposizione del vertice del suo Partito, che non gli ha perdonato la sua posizione di outsider, per di più sedicente socialista.

In definitiva, pur rimanendo negativo il giudizio sui toni sprezzanti e insultanti che caratterizzano il personaggio, è indubbio che Donald Trump colga nel segno quando dice di voler correggere gli effetti della globalizzazione selvaggia su redditi e opportunità della classe media. Le misure da lui proposte appaiono troppo rozze e semplicistiche, ma vanno comunque discusse nel merito. Quello che però emerge da questa campagna elettorale è il riposizionamento degli schieramenti politici sulle questioni più importanti: interventisti in politica esteri e liberisti in economia i democratici, isolazionisti in politica estera e contro la globalizzazione selvaggia i repubblicani.  Le posizioni tradizionali vengono mantenute solo su temi quali aborto, diritti gay, immigrazione. Come suggerisce un bel libro di recente pubblicazione, la dialettica destra/sinistra non è più la chiave di lettura giusta per capire la politica americana ( e non solo). Lo è invece – piaccio o no –  quella tra popolo contro establishment.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Francesco Paolo Cazzorla

NOTE:

[1] Oltre che sull’economia, Trump scavalca a sinistra la Clinton anche in politica estera. Il repubblicano – dopo aver bollato come fallimentari le guerre in Iraq, Afghanistan, Libia –  è contrario a nuovi interventi militari statunitensi, specie in Medio Oriente, vuole dialogare con la Russia di Putin in funzione anti-terrorismo e si spinge anche a definire la NATO “obsoleta”. La signora Clinton difende invece l’intervento in Libia del 2011 e vorrebbe un approccio più muscolare degli States in Siria e in Ucraina contro Putin.

 

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Maurizio Cattelan - Bidibidobidiboo, 1996

Maurizio Cattelan – Bidibidobidiboo, 1996

Viviamo un mondo complesso. Le società implodono. Ogni settore collassa su se stesso sfumandosi in quello accanto, ripiegandosi l’uno nell’altro. La differenziazione dei settori – che ha permesso l’emancipazione del soggetto dalla tradizione – si è convertita in una sorta di iper-differenziazione globale, che, per necessità strutturali, ha dovuto in seguito configurarsi in una de-differenziazione locale.

Imperversa quindi l’internazionalizzazione dell’economia, e della cultura. Quest’ultima non è più una semplice “estrusione” della società, ma diviene parte fondante e imprescindibile della “società del sapere”. Si indebolisce lo stato-nazione, e tutto ciò che gli pertiene. Emergono le culture di minoranza, la politica della differenza. L’identità si fa plurale, proteiforme, alimentata da fonti inesauribili e sterminate. La “coscienza collettiva” della classe, e delle esperienze di lavoro condivise, viene prosciugata dal sistematico ritiro nel privato, da una pletora d’identità insorgenti. L’entusiasmo per la società “super-industriale” viene immediatamente messo a tacere dal sentire ecologico, dalla consapevolezza di un’autodistruzione annunciata. Le trasformazioni dell’organizzazione del lavoro e della tecnologia inaugurano così l’era del post-fordismo: incertezza, precarietà, sviluppo smisurato dell’economia terziaria di basso livello sono le sue variabili più qualificanti.

Ogni mossa culturale, economica e politica viene influenzata globalmente, avendo come effetto paradossale la rinascita – o la riscoperta – dei localismi, di “nazionalismi periferici” che sgomitano tra di loro: localismi effervescenti che nascono muoiono e si rimescolano, e possono consistere anche di sola e pura invenzione (chiunque può reinventare le proprie origini, i propri antenati – ogni “gioco linguistico” è legittimo). Globale e locale, quindi, dialogano costantemente, e, nonostante categorici tentativi, non si riesce mai a distinguere dove termina l’uno e inizia l’altro. Sono solo comode categorizzazioni per libri accademici votati al diverbio: nella “realtà”, invece, tutto sfuma nell’indistinto, tutto si mescola.

Ma qual è la realtà? È rimasto qualcosa di reale in mezzo a tutto questo miasma di immagini e simboli? Dove sono i referenti? Che fine hanno fatti gli originali?

Per Jean Baudrillard di reale non è rimasto più nulla. Viviamo “l’estasi della comunicazione”, dove i mezzi di comunicazione più che comunicare costruiscono, edificando per noi un nuovo ambiente, una “realtà elettronica” di pura simulazione. Le immagini, quindi, vengono riprodotte da altre immagini e altre ancora, in “un reale senza origine o realtà: un iperreale”. Così facendo, vanno a sostituire la realtà: “le immagini sono assassine del reale”. Tutti i significanti sono copie di altre copie che, nella loro incessante riproduzione, hanno finito per smarrire gli originali. Ed ecco che le immagini senza i propri referenti, i simboli senza i propri modelli di riferimento, non possono diventare altro che simulacri. In tale condizione, non esiste più l’eventualità che i segni o le immagini “tradiscano la realtà”. Non può esistere più alcun concetto di ideologia. “La storia ha cessato di significare, di riferirsi a qualcosa – lo si chiami sociale o reale. Siamo approdati a un genere di iperreale in cui le cose sono riprodotte all’infinito.” Viviamo, dunque, in un mondo immaginario più reale della realtà stessa. Le immagini di cui ci cibiamo quotidianamente “hanno cancellato dalle nostri menti l’idea che al di là di tali immagini e simboli esista un mondo oggettivo.”

Ma l’iperrealtà non significa solo dissoluzione della realtà oggettiva. Avrebbe a che fare anche con la dissoluzione del soggetto umano, di quell’io individuale a cui veniva attribuita, nella modernità, la capacità di agire e pensare nel mondo in maniera autonoma. “Tutto si dissolve totalmente in informazione e comunicazione, compreso l’individuo.” Non avendo più una realtà di riferimento, il soggetto non può più essere legato al proprio ambiente da una relazione oggettiva: tutte le rappresentazioni decadono, ogni distinzione e distanza tra il sé e l’ambiente viene annullata. La dialettica soggetto/oggetto, pubblico/privato perde di ogni significato. “L’individuo non è più un attore o drammaturgo, ma il terminale di reti molteplici.”

Tutto ciò – sempre secondo Baudrillard – potrebbe condurre il soggetto ad una nuova forma di schizofrenia, dove vi è una prossimità eccessiva di ogni cosa, una trasparenza priva di necessarie interiorità nascoste, un’”immonda promiscuità” dove tutto lo investe e penetra senza incontrare alcuna resistenza; neanche il corpo funge più da protezione personale:

Ciò che lo definisce non è tanto la perdita del reale, gli anni luce di estraniazione dal mondo, il pathos della distanza e della separazione radicale, come abitualmente si dice, ma se mai il contrario, l’assoluta prossimità, la totale istantaneità delle cose, la sensazione di non avere alcuna difesa, alcun rifugio. È la fine dell’interiorità e dell’intimità, la sovraesposizione e trasparenza al mondo che lo attraversa senza incontrare ostacoli. Egli non può più esibire i limiti del suo essere, non può più rappresentare o inscenare se stesso, non può più mostrarsi come in uno specchio. Egli è ora unicamente puro schermo, un centro di smistamento di tutte le reti di influenza.” (Baudrillard, 1983).

AnotherSaru - Limited mode - Complexities

AnotherSaru – Limited mode – Complexities

Dunque, l’individuo vive un presente di assoluta prossimità, promiscuo, ma “privo di profondità”. Il passato è essenzialmente privo di senso. E se non c’è un passato di riferimento a cui contrapporre l’urgenza del nuovo, se non c’è un passato sufficientemente forte per agire da contrasto, allora “la tradizione del nuovo” non può che spegnersi su se stessa, assieme alla sua conseguente ed “eccitata” immaginazione, non alimentando così nessun senso del futuro. “Ciò che resta, la sola cosa che ci rimanga da contemplare, è un presente senza tempo.”

Tutta questa complessità di un’epoca dalle infinite nomenclature; tutta questo tramestio di concetti, teorie, rischiose e audaci definizioni di un’era in cui è impossibile ora attribuire una qualche coerenza alla storia – dove è impensabile individuare il posto che noi vi occupiamo; tutto ciò, potrebbe farci adottare un atteggiamento “comodo”, una visione semplicistica delle cose, dove l’aspetto complicato degli avvenimenti non viene contemplato affatto, perché in fondo c’è troppa complessità là fuori per introiettarla anche dentro di noi.

Ed è ciò che vorrebbe farci credere quell’onnipotente visione del neoliberismo, l’unica grande ideologia del nostro tempo, “il cui capolavoro è stato quello di non farsi credere tale, ma presentarsi quasi come una legge di natura, una condizione ineluttabile.” E così, grazie alla sua immensa opera di distruzione/creazione, il nostro mondo si è tramutato in un grande magazzino, dove noi diventiamo le sue stesse merci, sebbene tra i suoi dogmi ufficiali vi è quell’esaltazione incondizionata dell’individuo proprietario e consumatore, padrone delle sue libertà – libertà, però, che si riducono tutte, irrimediabilmente, al solo potere d’acquisto che viene operato nel mercato dei consumi.

Questa malsana ideologia che ci vorrebbe tutti isolati, “perfettamente consapevoli” delle nostre scelte utilitaristico-razionali, sradica con indifferenza i nostri vincoli storici, culturali, territoriali, catapultandoci in un mondo globalizzato in cui le relazioni sociali non contano più nulla.

Dovremmo andare contro questa “facile” e individualistica visione della vita sociale. Dovremmo combatterla radicalmente, con tutte le nostre forze. E allora bisogna adottare la complessità che ci vive attorno, comprenderla, e farla nostra. Bisogna riappropriarsi dei propri spazi, ri-nobilitarli, e sfidare così quel “presente senza tempo” che annienta alla radice l’immaginazione, l’unica che, davvero, potrebbe prendersi in carico la costruzione di un futuro possibile. Abbiamo quindi bisogno di relazioni sociali, non di sterili transazioni (commerciali), ma di comunità, dei sui rituali e delle sue cerimonie, e della loro attesa, perché è lì che nasce la sua infinita ricchezza semantica.

E allora sarà proprio quella complessità che diventerà la nostra migliore amica, e che un bel giorno, a furia di praticarla, si tramuterà in un altro tipo di semplicità, quella che sorridendo leggera si farà beffa della densità, della frammentarietà ingestibile, della velocità senza pause, perché sarà la sua attesa, la sua illusione, la sua praticità a condurla in un mondo dove la complessità è perfettamente leggibile, e dove le vere emozioni non saranno più sepolte sotto lastricati di semplicità senza sforzo; non saranno più bandite sotto sterminati pacchetti di semplicità pronti al consumo. Ma ripopoleranno i soggetti delle proprie complessità, del proprio intimo sentire, che poi è lo stesso che di riflesso dovrebbero vivere là fuori, in quella realtà dissolta dalle semplici interferenze, ma che per alcuni però risulta più remunerativo se non è vissuto affatto.

E poi magari, alla fine, il soggetto potrà nuovamente emanciparsi nonostante quelle infinite “reti di influenza”; nonostante quella assoluta prossimità e istantaneità delle cose che lo rende a suo modo “schizofrenico”; nonostante l’annunciata perdita della sua intimità, affinché le complessità che affollano la propria interiorità lo riportino in auge sulle scene delle proprie rappresentazioni, e sulle scene, poi, di una sfera pubblica e sociale rinnovata, in cui quelle sue stesse rappresentazioni saranno perfettamente congeniali e coscienti per affrontare tutta la complessità e frammentarietà di questa nostra epoca.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Riferimenti

Krishan Kumar, Le nuove teorie del mondo contemporaneo. Dalla società post-industriale alla società post-moderna, Einaudi, 2000.