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david schweitzer

Leggo su Il Sole 24 ore che la metà degli italiani non ha mai sentito parlare di TTIP, il trattato sul commercio e gli investimenti che Stati Uniti e Unione Europea stanno negoziando in questi mesi. Una buona parte (il 35%) è contraria. La colpa non è della proverbiale ignoranza degli italiani, ma dei giornali, che solo ora (dopo ben 3 anni di trattative tra Commissione europea e Governo federale USA!)  cominciano a dedicare pagine di approfondimento ai contenuti del trattato.

Esso prevede, in sintesi, l’abbattimento definitivo delle barriere tariffarie sui flussi di merci che raggiungono le due sponde dell’Atlantico, la liberalizzazione degli investimenti nei servizi, l’armonizzazione degli standard tecnici e normativi in alcuni settori (farmaceutico, trasporti, telecom, agroalimentare), il completo accesso al succoso mercato degli appalti pubblici federali e locali statunitensi (ora aperto solo al 30% a causa del Buy American Act del 2009). Con benefici rilevanti per l’Europa: economici, sociali, geopolitici. Primo: sostegno alle esportazioni delle imprese (specie le piccole e medie), crescita del PIL, creazione di posti di lavoro. Secondo: prezzi più bassi per i consumatori senza sacrificare la qualità dei prodotti (specie nell’agroalimentare). Terzo: maggior integrazione delle economie occidentali per contenere l’avanzata del blocco russo-indo-cinese.

Al contrario di quanto predica la vulgata degli oppositori, il TTIP non si sottrae alle procedure democratiche: prima di diventare operativo, va ratificato all’unanimità da Consiglio europeo, Parlamento europeo e parlamenti nazionali.  I meccanismi di arbitrato internazionale che dovranno dirimere le controversie tra grandi imprese e stati nazionali vengono resi equilibrati e trasparenti,  diradando i timori iniziali. Ogm e privatizzazione dei servizi pubblici locali sono fuori dal negoziato. Gli standard ambientali e sociali dell’Unione – come ha ripetuto la Commissione europea – non sono barattabili.

inthesetimes.com

Tutto bene, quindi? Le numerose voci contrarie al TTIP (associazioni ambientaliste, ONG, politici di spicco come Hollande, Sigmar Gabriel, fino a Bernie Sanders e Donald Trump) sono solo degli oscurantisti, nemici del free trade e del progresso? Se ci si accontenta dei grandi enunciati, si. Se si quantificano gli effetti del trattato sull’economia europea, però, qualche dubbio emerge. La Confindustria (favorevole all’accordo) stima una crescita media annua del PIL europeo dello 0, 48% nel decennio 2017-27 grazie al TTIP (Confindustria, 2015). Briciole. Cancellare del tutto i dazi sui prodotti Usa e Ue, già in media bassissimi, o armonizzare gli standard normativi, non paga. E l’occupazione? Una crescita del PIL così irrisoria, derivata esclusivamente dall’export, non crea posti di lavoro significativi: si dimentica, infatti, che l’economia europea è trainata dalla domanda interna, non dall’export. Produzione e occupazione crescono con la spesa per consumi e investimenti più che con la domanda estera. Difficile, inoltre, che, in piena deflazione, l’ulteriore ribasso dei prezzi sulle merci importate accresca il benessere dei consumatori. Dal punto di vista economico, il TTIP ha quindi un impatto trascurabile. Fa il solletico al mostro della disoccupazione. Non può certo contrastare lo scenario da stagnazione secolare a cui sembra affacciarsi l’Occidente (Summers, 2014).

Le ragioni del trattato transatlantico sono tutte (geo)politiche. Il blocco occidentale Ue-Usa (50% del Pil mondiale, 1/3 dei flussi commerciali globali, ma solo il 15% della popolazione mondiale) non è più egemone. Sta crescendo il peso demografico, economico, politico di altri paesi, spesso dittature che calpestano i diritti umani, come Cina e Russia. Il trattato transatlantico serve ad arginare la loro avanzata, a riportare la globalizzazione sotto le briglie della democrazia liberale. Ma difendere le istituzioni della democrazia in senso sostanziale (e non solo formale) passa necessariamente per la redistribuzione di redditi, lavoro, opportunità. Tema cruciale che il TTIP non sfiora neppure, ma al quale è sensibile, oggi, la maggioranza dei cittadini europei e americani, gravata da povertà, disoccupazione, perdita di speranze.  È questo il punto che le elités europee e americane liberali, ben educate, cosmopolite e sostenitrici del free trade  si ostinano ad ignorare. È questo il motivo per cui molti cittadini consegnano la loro rappresentanza parlamentare ai partiti xenofobi, nemici agguerriti della libera circolazione di merci e persone, simpatizzanti dichiarati del dispotismo russo (Trump, Salvini, Le Pen).

È tempo che i liberali rimettano in cima alla loro agenda politica la questione sociale. In caso contrario, i popoli non rigetteranno soltanto un semplice accordo commerciale, ma – cosa francamente più allarmante – la stessa democrazia.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Edna Arauz e Francesco Paolo Cazzorla

 

Riferimenti bibliografici

Calenda C., Sì all’accordo ma niente soluzioni al ribasso, Corriere della Sera, 30/05/2016

Cavestri L.,  Un italiano su due non ha mai sentito parlare del Ttip, Il Sole 24 Ore,31/05/2016

Confindustria,  Ttip: stato dell’arte e prospettive del negoziato, Position paper, Novembre 2015

Economist (the), Trade: at what price?, 2/04/2016

Summers L.  Reflections on the New Secular Stagnation Hypothesis, Vox, 2014

 

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Papa Francesco

Papa Francesco

È questo rifiuto che potrebbe dunque simboleggiare la Chiesa: ritornando alle origini, cioè all’opposizione e alla rivolta“. P. P. Pasolini, 1974

Il pontificato di Jorge Maria Bergoglio si sta distinguendo per prese di posizione sulle grandi questioni sociali del nostro tempo radicalmente alternative al pensiero unico neoliberista.  Nei suoi scritti e discorsi risaltano due aspetti: la critica ad una società economica i cui difetti più evidenti sono “ l’incapacità a provvedere alla piena occupazione e la distribuzione iniqua e arbitraria dei redditi e della ricchezza” (Keynes, General Theory, 1936) e la proposta di un suo superamento in direzione di un’economia sociale di mercato al servizio dell’uomo e del bene comune.

UN SISTEMA ECONOMICO RADICALMENTE INGIUSTO 

Per Francesco, l’attuale sistema sociale ed economico “è ingiusto alla radice” e “procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria”. Viene promossa una cultura che fa dell’esclusione e dell’indifferenza sociale il suo tratto distintivo. Un potere inedito, che non opprime più direttamente le membra più deboli del corpo sociale – anziani, giovani, donne – ma le lascia piuttosto marcire ai margini. In questa cornice, l’invito di Bergoglio è quello di far sentire, forte e chiaro, il nostro “No!” : no alla globalizzazione dell’indifferenza, no al denaro che governa invece che servire.  No a questa economia necrofila, per cui “un ribasso di due punti della borsa fa più notizia di un anziano morto assiderato per strada”.

LA DIFESA DELLO STATO DI DIRITTO SOCIALE 

Bergoglio è convinto che lo strumento più idoneo per combattere le iniquità distributive sia lo Stato di diritto sociale, in specie nelle tre voci dell’istruzione, dell’accesso alle cure e del diritto al lavoro. E’ una visione agli antipodi di quella della maggioranza dei centri studi economici e delle cancellerie internazionali, la cui Agenda di riforme prevede di sostituire il lavoro ben retribuito e tutelato con impieghi flessibili e sottopagati, appaltare al privato sanità e previdenza, appiattire l’istruzione sulla componente utilitaristica, strumentale al mercato. Nella convinzione che qualche goccia di PIL in più raggiunga anche i piani bassi, come recita la teoria della “ricaduta favorevole” (trickle-down). Secondo il Papa,  “questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante”. La crescita ha promesso pane per tutti ma finora ha dato solo pietre per i più svantaggiati. La giustizia sociale, conclude in Pontefice, esige profonde riforme che prevedano la ridistribuzione della ricchezza prodotta e una rinnovata attenzione alla “questione ecologica”.

DISOCCUPAZIONE E DIGNITA’ DEL LAVORO

Bergoglio interpreta la crescente disoccupazione europea come conseguenza di un sistema malato, incapace di creare lavoro perché costantemente a caccia di profitti a brevissimo termine.  Per il neoliberismo Il lavoro è infatti una variabile dipendente dai mercati finanziari e monetari; per la Dottrina sociale della Chiesa un veicolo di realizzazione della persona e di riconoscimento sociale. In quest’ultima accezione, una buona prestazione lavorativa non può ridursi a un mero dare per avere o per dovere, ma incorpora sempre un sovrappiù di creatività, di dono, di libertà – peculiare a ciascun individuo. Compito delle imprese è creare le condizioni affinché ciò si manifesti.

“NON CI SONO ALTERNATIVE” FALSO!

Se la teoria economica dominante rappresenta l’uomo come campione di opportunismo, la riflessione di Bergoglio – sulla scia di pensatori come Amartya Sen e Albert Hirschman – ci porta a considerare fattori che hanno un ruolo altrettanto importante degli interessi personali nel guidare le sue decisioni economiche: i codici morali e le passioni. Nell’epoca dei pensieri deboli, Egli sprona così i giovani a non scadere nel pessimismo e ad andare controcorrente, a giocare la vita per grandi ideali. “Lottate per questo, lottate. Non lasciatevi intrappolare dal vortice del pessimismo, per favore! Se ciascuno farà la propria parte, se tutti metteranno sempre al centro la persona umana, non il denaro, con la sua dignità, se si consoliderà un atteggiamento di solidarietà e condivisione fraterna, ispirato al Vangelo, si potrà uscire dalla palude di una stagione economica e lavorativa faticosa e difficile”.

Federico Stoppa

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REFERENZE BIBLIOGRAFICHE

Discorso pronunciato durante la visita a Lampedusa, 8 Luglio 2013 (link)

Evangelii Gaudium, Esortazione apostolica,  24 novembre 2013 (link)

Ai dirigenti e operai delle Acciaierie di Terni, 20 marzo 2014 (link )

Ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, 2 ottobre 2014 (link)

Tsatsralt Erdenebileg - Ulaanbaatar city

Tsatsralt Erdenebileg – Ulaanbaatar city

I mutamenti storici che stiamo vivendo, attraverso la loro carica innovativa, tendono a manifestarsi più che altrove – e con una modalità al contempo più incisiva ed esplicita – all’interno dei centri urbani che abitiamo o attraversiamo a vario titolo. La portata di tale affermazione, nell’ottica di una società complessa, consiste nel riconoscere le città come dei nuovi punti di “condensazione”, in cui vanno a  confluire i flussi e le dinamiche che si manifestano a livello planetario. Proprio per questo motivo, tali punti andranno a configurarsi sempre più come i nodi della cosiddetta “rete globale”. In merito a ciò, occorre sottolineare come i processi di globalizzazione non riguardino solamente le trasformazioni che stanno investendo i rapporti tra economia e politica, né tantomeno possano identificarsi principalmente, e nello specifico, come dei fenomeni innovativi dal punto di vista economico o culturale. Quello che si sta manifestando ulteriormente, e che vede come protagoniste indiscusse le città, prevede una ri-organizzazione spaziale della vita sociale, che si esplica nella tensione incessante della dialettica tra globale e locale.

Ecco che allora la globalizzazione, oltre ad estendere le tipologie e la quantità di relazioni possibili, modifica altresì il modo in cui esse vengono vissute e agite all’interno dei contesti urbani. Per realizzare ciò viene operato un doppio processo (Magatti, 2007): da un lato una despazializzazione, che mette in crisi i precedenti assetti riguardanti gli spazi sociali – con riferimento particolare agli stati nazionali; dall’altro una rispazializzazione, riguardante la creazione di nuove geografie, che permette una ridefinizione strutturale dell’organizzazione della vita sociale nelle città. Per questo motivo «le città contemporanee sono il palcoscenico o il campo di battaglia su cui i poteri globali e significati e identità ostinatamente locali, si scontrano, lottano e cercano un accordo soddisfacente, o appena sopportabile, una modalità di coabitazione che si spera sia una pace duratura ma che di norma si rileva soltanto un armistizio» (Bauman, 2007: 92-93).

Queste tensioni, dunque, prevedono un incontro-scontro tra le logiche macrosistemiche e la vita concreta dei singoli e dei gruppi. La logica dei flussi – con tutto ciò che essa comporta, in termini di mobilità generata da interessi, spostamenti delle popolazioni e tecnologie – viene ricontestualizzata e ricondotta alle esperienze e alle relazioni della logica dei luoghi, i frames principali della memoria e delle sedentarietà. Quest’ultimi, infatti, detengono una certa importanza per la vita sociale di ciascun individuo, in quanto i processi identitari sono strutturati dalle specifiche rappresentazioni simboliche di un territorio, che la comunità riceve ed insieme costruisce.

Da tale dialettica, però, consegue una riorganizzazione spaziale del mondo sociale che si presenta dai tratti inediti: la città non aspira più ad essere il “luogo del vissuto”, in cui viene sedimentata l’esperienza comune ma, al contrario, diviene il “luogo del vivente” in cui il luogo stesso assume un valore prettamente strumentale, prefigurandosi, dunque, come un sistema di disparate opportunità per l’azione e la realizzazione individuale. Pertanto, i diversi luoghi che compongono la città assumono significati diversificati e, acquisendo funzioni sempre più specializzate, esprimono un codice tecnico specifico che consente loro di collegarsi con altri luoghi simili sparsi in tutto il mondo.

Tutto ciò comporta uno scollamento del tessuto sociale che, invece di tenere insieme queste diverse funzioni, riduce drasticamente il valore integrativo del luogo, permettendo al contempo il dileguarsi di una socialità che si rende sempre meno diffusa e spontanea. In definitiva, la differenziazione marcata di funzioni, all’interno della città, prevede la convivenza forzata di mondi diversi e disuguali che, non avendo alcun interesse ad incrociarsi, rischiano di rilevarsi una pericolosa alchimia sociale. La città in questo modo diventa «un agglomerato di funzioni e di popolazioni diverse, che rischiano di non sapere più esattamente da che cosa sono tenute insieme» (Magatti, 2007: 27). A fronte di queste trasformazioni, e delle esigenze di mediazione tra tensioni globali e locali, la città diviene – nel suo complesso – una nuova questione sociale, poiché «è l’oggetto forse più utile mediante il quale leggere la trasformazione contemporanea» (Magatti, 2007: 19).

d3sign – yiu yu hoi

d3sign – yiu yu hoi

Considerati questi nuovi sviluppi che, come visto, concernono le dinamiche di riorganizzazione spaziale delle città sotto le spinte globali, si approfondirà ora la questione di come quest’ultime assumano delle funzioni proprie in merito all’acquisizione di una presunta capacità politica. Le tensioni tra globale e locale, prima discusse, necessitano un ripensamento della loro gestione, in termini di nuove letture e governabilità da parte delle città stesse. Per questo motivo, nell’ambito di una differenziazione di competenze, bisogna distinguere, secondo Sebastiani, tra politiche della città e politica delle città.

Le prime possono essere ricondotte in maniera generale alle politiche urbane e fanno riferimento alle tante possibili categorie delle politiche pubbliche. In questo senso, bisogna prendere in considerazione l’insieme delle azioni che un governo centrale mette in atto per rispondere a problemi specifici della città. Quindi, quando si parla di politiche della città, il soggetto politico – che mette in opera gli interventi – si riconosce solitamente nello Stato e, poiché le azioni che esso emana avranno come oggetto la città (in generale), di conseguenza quest’ultima non assumerà nessuna qualifica politica. Quando si parla invece di politica delle città (al plurale), si vuole rimarcare come una pluralità di soggetti – che vengono identificati per l’appunto nelle città – acquisiscano un potere politico, che viene esercitato in maniera autonoma e diversificata. Quindi, gli interventi emanati da parte delle singole città faranno capo ad un soggetto politico che non viene più considerato solamente – e in un’ottica periferica – come oggetto di intervento pubblico, ma che – in ordine della sua nuova qualifica – detiene un potere politico esercitato autonomamente.

Questo cambiamento di prospettiva, che vede la rinascita politica delle città, si rifà ad un mutamento semantico dello spazio locale. Mentre per le politiche della città il locale assume un valore minore e secondario – poiché subordinato ad un centro – al contrario per la politica delle città il locale è uno spazio qualitativamente diverso, contraddistinto da forme proprie e originali di azione. Nella prima caratterizzazione vi è, dunque, una definizione gerarchica dei rapporti tra un centro – che rappresenta un vertice – rispetto alle diverse località formalmente subordinate ad esso. Nella seconda, invece, tenendo conto dei processi di indebolimento dello Stato-nazione, le singole città si inscrivono in una relazione orizzontale con la rete globale. Poiché quest’ultima dimensione non detiene una propria centralità in nessun vertice predefinito, le città possono assumere – e quindi acquisire – una posizione maggiormente vantaggiosa. In definitiva «una molteplicità di luoghi – le città – possono aspirare ad affermare una propria centralità in un sistema che si configura come policentrico» (Sebastiani, 2007: 22).

Tuttavia, affinché si strutturi un ambiente reticolare di tal genere, è necessario che le città – i nodi della rete – non rivestano solo il ruolo di ricettori, ma anche quello di generatori di impulsi. Per questo motivo, sono costrette da un lato ad accogliere ed aprirsi sempre più a persone, beni, servizi e capitali, dall’altro devono poter attivare quelle capacità che consentono loro di collegarsi al reticolo globale, cercando così di attirare a sé una certa attenzione, di richiamare visitatori e vendere le proprie produzioni. In questo modo, le città spostano «il proprio baricentro da quello che accade al loro interno verso ciò che le attraversa, le collega, le trasforma» (Magatti, 2007: 23). Il disporre di certe autonomie e di determinate capacità politiche non deriva necessariamente da riconoscimenti giuridici specifici (come per esempio quelli accordati alle regioni), ma bensì dalla loro capacità di gestire particolari mix, che si generano dall’incontro tra le istanze storico-culturali, appartenenti alle città stesse, e i processi più generali di innovazione, che riguardano la globalizzazione economica, sociale e culturale.

In merito all’acquisizione di determinate competenze – esercitate dalle singole città in completa autonomia – se ne possono individuare alcune che, a fronte di un marcato scollamento del tessuto sociale, hanno l’obiettivo di ripensare il modo in cui la città viene vissuta dai cittadini, puntando – tramite l’apporto integrato di un complesso di azioni – alla qualità della vita urbana. Tali azioni, tradizionalmente rientranti nelle competenze tipiche di una città, assumono oggi una nuova valenza nell’ambito di un ri-equilibrio tra politiche competitive rivolte all’esterno e politiche solidaristiche rivolte all’interno, quindi rispettivamente tra politiche per la città e politiche per i cittadini. La progettazione di interventi in tal senso – sfruttando la tendenza ad operare per piani integrati – ha risentito in primis dell’influenza europea, che promuove l’applicazione di progetti intersettoriali, tenendo conto non solo del territorio in sé – e delle sue rispettive funzioni – ma anche delle relazioni sociali che formano il tessuto urbano.

Questa convergenza applicativa, va principalmente nella direzione di un potenziale superamento – e risoluzione – di determinate problematiche che si rendono manifeste nei cosiddetti quartieri sensibili. Con tale denominazione, per Magatti, bisogna intendere tutte quelle zone della città, sia periferiche che centrali, investite – e interessate – da uno fra questi due processi speculari: il primo prevede una marcata funzionalizzazione di intere porzioni di territorio che, ricomponendo per l’appunto funzioni e popolazioni diverse, attivano interconnessioni funzionali con l’altrove; il secondo riguarda le dinamiche di impoverimento che hanno per oggetto altri e determinati territori, svuotati da funzioni e popolazioni legate alla fase storica precedente. Nel complesso «le vecchie periferie in trasformazione e le nuove zone dove più intenso è il fenomeno della dislocazione definiscono quelli che possiamo chiamare “quartieri” o “aree sensibili” che si caratterizzano […] per la presenza simultanea, anche se variabile, di una molteplicità di fattori di debolezza» (Magatti, 2007: 33) dal punto di vista abitativo, sociale, culturale e infrastrutturale.

In definitiva, entrambi questi processi provocano lo sradicamento del tessuto sociale di un luogo comportando, viceversa, un’accentuata mobilità di persone diverse che determina modi differenziati di intendere e di usufruire un certo spazio pubblico, provocando, in ultimo, importanti trasformazioni sulla vita sociale che, molto frequentemente, vanno ad intaccare la qualità urbana.

Traendo spunto da questo quadro, e per assicurare una certa qualità della vita urbana, secondo Sebastiani, bisogna tener conto che quest’ultima è influenzata sia da dalla posizione della singola città in relazione ad altre città – perché produce vantaggi competitivi – sia dalla condizione di coloro che la abitano – perché produce coesione sociale. Si può pensare, dunque, che un piano integrato di intervento consenta di conciliare politiche competitive e politiche solidaristiche. Molto spesso, però, nella realtà ciò non accade. Questo perché, al contrario, tende a manifestarsi una divaricazione delle logiche dominanti che riflettono la complessità del sistema urbano, portatore di per sé della frammentazione degli interessi da cui deriva. In definitiva, alla luce di quanto detto, sorge la necessità di concepire la qualità della vita urbana come un prodotto complessivo di tante azioni che si influenzano reciprocamente, tenendo bene a mente che la città, in quanto «spazio politico» (Sebastiani, 2007: 36), manifesta specifiche problematiche del conflitto, riguardanti sia la diversità degli interessi di parte, che la divergenza semantica delle concezioni sul bene comune.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Bibliografia di riferimento

Bauman Z., 2007, Modus vivendi. Inferno e utopia del mondo liquido, Bari, Laterza.

Callari Galli M.,2007, (a cura di), Mappe urbane. Per un’etnografia della città, Rimini, Guaraldi.

Magatti M. (a cura di), 2007, La città abbandonata. Dove sono e come cambiano le periferie italiane, Bologna, Il Mulino.

Sebastiani C., 2007, La politica delle città, Bologna, Il Mulino.