Pensare la Resistenza, 75 anni dopo

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La memoria della Resistenza rischia di essere banalizzata dal chiacchiericcio politico quotidiano, con la sterile contrapposizione tra i denigratori di professione da un lato e quelli che Italo Calvino definiva i sacerdoti di una Resistenza agiografica ed edulcorata, dall’altro. A 75 anni dalla liberazione dal nazifascismo, bisogna tornare a pensare seriamente la Resistenza, riscoprendone il significato etico-morale e l’eredità politica.

La Resistenza è un fenomeno complesso e plurale[1], che si svolge nell’arco di 20 mesi, tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945. Coinvolge centinaia di migliaia di uomini e donne che, seppur minoranza nel Paese, trovano il coraggio di riscattare la dignità di un popolo intero, piegato da un ventennio di conformismo e violenza fascista, consumatosi nel disastro della guerra e nell’occupazione da parte nazista di quattro quinti del Paese. Tra i resistenti, le ragioni che spiegano la scelta di prendere le armi sono diverse.  C’è chi combatte una guerra patriottica contro l’occupante straniero, tedesco, nazista; chi combatte una guerra civile contro il nemico interno, italiano, fascista; chi una guerra di classe contro la grande borghesia industriale, per una rivoluzione socialista.

Dall’intreccio di queste motivazioni nasce il Comitato di Liberazione Nazionale (CNL) – formato dai partiti moderati (democristiano e liberale), dal partito socialista, comunista e d’azione – che coordina i gruppi armati della Resistenza, con l’appoggio determinante, anche se non sempre convinto, degli alleati angloamericani. Tra le bande partigiane afferenti ai vari partiti non c’è sempre un rapporto di sincera e leale collaborazione; ci sono tensioni e lacerazioni, specie sul confine orientale, che culminano in tragedie come quella di Porzûs, nelle Malghe friulane, dove nel febbraio 1945 i partigiani comunisti della Brigata Garibaldi Natisone si mettono agli ordini dei partigiani titini del IX Corpus militare sloveno e regolano i conti con i partigiani cattolici e azionisti della Brigata Osoppo, uccidendo, fra gli altri, anche Guido Pasolini, fratello di Pierpaolo, e Francesco “Bolla” De Gregori, zio dell’omonimo cantautore.

Sarebbe errato sostenere che chi partecipò alla Resistenza lo facesse solo perché motivato, fin dall’inizio,  da una salda fede politica o partitica. “La stragrande maggioranza dei combattenti – ha scritto lo storico Sergio Luzzatto – furono ragazzi fra i diciotto e i vent’anni che salirono in montagna senza l’idea di compiere una scelta di vita : più che altro volendo sottrarsi alla leva militare di Salò. La maggior parte dei resistenti erano renitenti”. E prosegue richiamando il romanzo I sentieri dei nidi di ragno di Calvino: “il contrasto tra le ragioni politiche di Kim e le ragioni impolitiche del Dritto e del suo pugno di sbandati rifletteva la consapevolezza di quanto nella Resistenza vi fosse stato di irriducibile al mito antifascista: quanto di confuso, di personale, di disordinato, di furbesco, di fanciullesco, di picaresco [..] tanti ragazzi erano diventati partigiani senza capirne le ragioni, anzi, quasi senza chiedersele [..]limitandosi a riconoscere che un futuro degno aveva bisogno di un presente rischioso,e che i rischi del presente andavano corsi in prima persona” (La crisi dell’antifascismo, 2004, pp. 71-73).

Il frutto più bello della Resistenza è la Costituzione repubblicana del 1948, che racchiude un’idea di nazione fondata sul binomio libertà e uguaglianza, sulla cittadinanza inclusiva, su un indirizzo di politica economica fortemente interventista, che assegna allo Stato il compito di garantire l’eguaglianza sostanziale e non solo formale dei cittadini (Art.3). Un’idea di nazione opposta a quella fascista, che era gerarchica, razzista, illiberale, antidemocratica, imperialistica. La nazione antifascista – seguendo il ragionamento di Norberto Bobbio  – doveva essere liberale, perché il fascismo aveva soppresso le libertà politiche e civili, e socialista, perché il fascismo, in quanto espressione politica della grande borghesia agraria e industriale, aveva conculcato soprattutto le libertà della classe operaia e bracciantile e dei suoi rappresentanti politici e sindacali.

Nella Costituzione nata dalla Resistenza non c’è l’oblio dell’idea di nazione e di patria[2], ma un suo profondo rinnovamento, al quale danno un contributo fondamentale, paradossalmente, le due culture politiche allora più distanti dallo Stato nazionale: quella cattolico popolare (universalistica) e quella comunista (internazionalista).

Secondo lo storico marxista Ernesto Ragionieri “con la resistenza interviene un mutamento qualitativo nel rapporto tra classe operaia e nazione, tra storia del movimento operaio e l’Italia” (Storia d’Italia, Vol. III, Einaudi, 1976, p. 2378).  Dopo esser state escluse dallo Stato liberale ed integrate in condizione di subalternità nello Stato fascista, attraverso la Resistenza le classi popolari acquisiscono per la prima volta una coscienza nazionale.

Un ruolo di primo piano nel favorire il processo di nazionalizzazione democratica delle masse ce l’ha Palmiro Togliatti, capo del Partito Comunista, che così si esprime in uno dei primi discorsi pubblici dopo il suo ritorno in Italia dal lungo esilio sovietico, nella primavera del ’44: “Noi siamo il partito della classe operaia e non rinneghiamo, non rinnegheremo mai, questa nostra qualità. Ma la classe operaia non è stata mai estranea agli interessi della nazione[..]La bandiera degli interessi nazionali, che il fascismo ha trascinato nel fango e tradito, noi la raccogliamo e la facciamo nostra [..]Quando noi difendiamo gli interessi della nazione, quando ci mettiamo alla testa del combattimento per la liberazione d’Italia dall’invasione tedesca, noi siamo nella linea delle vere e grandi tradizioni del movimento proletario” (da “La nostra politica nazionale“, 11 Aprile 1944).

L’azione di Togliatti segna episodi cruciali come la svolta di Salerno del marzo 1944, che permette di superare lo scontro tra CNL e governo regio del Sud sulla questione istituzionale, ricomponendo l’unità della Resistenza. Inoltre, accettando la democrazia parlamentare e il riformismo (“la democrazia progressiva”), Togliatti indica la prospettiva della via italiana al socialismo, ripudiando la parola d’ordine “fare come in Russia” che aveva inchiodato i socialisti sul massimalismo spalancando le porte alla reazione fascista nei primi anni venti. Il PCI diventa così un partito dello Stato e delle istituzioni repubblicane, che difenderà senza esitazioni anche negli anni più bui della storia repubblicana.

Possiamo affermare, in conclusione, che la Resistenza è l’evento fondativo dell’Italia repubblicana.

Una nazione che è diventata in pochi decenni una delle più ricche e industrializzate al mondo, con una democrazia fragile, ma che ha resistito al terrorismo politico di marca neofascista e brigatista, alle mafie, alle pesanti limitazioni di sovranità dovute allo scenario geopolitico della Guerra Fredda e, dopo la caduta del Muro, al vincolo esterno europeo. Una nazione che si è dotata di un sistema di welfare che, con mille difficoltà e parecchie crepe, ci tiene a galla anche nella situazione attuale.

La Resistenza ha vinto, lo Stato repubblicano che ha generato si è dimostrato in toto migliore di quello monarchico, liberale e fascista. Certo non dobbiamo accontentarci, né rimanere fermi con lo sguardo inchiodato al passato. L’invito per il nostro presente è tuttavia quello di rimetterci a studiare la nostra storia per riscoprire lo spirito che animò quegli anni di crisi, rinascita e ricostruzione. Per provare a sentirci di nuovo parte di una comunità di destino, la si voglia chiamare nazione, stato, patria, Paese. Perché un Paese ci vuole.

 

NOTE:

[1] Accanto alla Resistenza armata partigiana, non vanno dimenticate altre testimonianze di coraggio e dignità morale, che hanno luogo soprattutto dopo l’armistizio dell’otto settembre, con la fuga del re a Brindisi e la disgregazione dell’esercito. Le testimonianze civili, non armate, di tutte le donne e uomini che nelle campagne e nelle città forniscono protezione materiale, oltre che supporto logistico-organizzativo e psicologico, all’azione partigiana, pagando un prezzo enorme in termini di vite, come testimoniano gli eccidi nazisti di Marzabotto, Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema; gli operai delle fabbriche del Nord che, con una serie di grandi scioperi tra il marzo 1943 e il marzo 1944, gettano sabbia negli ingranaggi della macchina produttiva nazifascista; i militari dell’esercito regio che, dopo l’armistizio dell’8 settembre, si rifiutano di consegnare le armi ai nazisti e aderire al regime di Salò, pagando questa scelta con la morte (i martiri di Cefalonia) o la deportazione nei lager nazisti (la tragica vicenda degli IMI).

[2] “La lotta antifascista era stata realmente permeata dall’idea di nazione. Alla nazione si richiamavano i comunisti italiani impegnati da sempre ad alimentare «nelle coscienze giovanili l’idea di patria e del sentimento nazionale»; i socialisti per i quali la costruzione della nazione, «l’unità e l’indipendenza del paese sono stati l’obiettivo primo e … principale di tutto il movimento di liberazione»; i democristiani che erano soliti vedere nella nazione una «umanissima verità», la principale risorsa «verso una pace di equità». E anche buona parte del mondo liberale più che mai certo che «l’idea di Nazione sarà per lungo tempo ancora una delle forze vive della storia»” (C.De Fiores, Le radici della nazione repubblicana, pp. 79-89).

 

Federico Stoppa

 

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