Archivio per la categoria ‘Le Città Invisibili’

Rufino Tamayo

Rufino Tamayo – Dualidad

Il Messico è questo selciato arso dal sole, pietre e polvere che fanno pace con la vegetazione vessata. Il Messico sono tutti questi paesaggi sciancati, che ti abbracciano a protezione in quel loro circolo di montagne, solite dialogare con nuvole orfane. Il Messico è una nostalgia senza tempo: è un maggiolino scassato che danza senza freni sulle ruote di un trattore. Il Messico è una vergognosa polarizzazione tirata agli estremi: il disagio da una parte – braccianti in piedi su camionette aperte mentre vanno a lavoro sotto al sole; e la classe irraggiungibile dall’altra, che sposando il “modello di successo” ha praticamente dato il culo agli Stati Uniti d’America. In mezzo a tutto questo non è rimasto nulla; c’è solo il deserto a coprire le distanze…

E ancora. Il Messico è il buongiorno delle signore inservienti, che tutte le mattine, col sorriso, lustrano i pavimenti di centri commerciali fintamente sgargianti. Il Messico è un autobus a forma di camion, un bastone di legno al posto del cambio, una cassettina a scomparti che raccoglie centesimi di pesos incolonnati, traballanti e precari, ed è tutto un fragore di vetri come spezzati a trasportare con sé il lato vero dell’antropologia. Il Messico è il mango fresco alla mattina, e il meritato litro di caguama alla sera; Il pane c’è, sì, ma non è lo stesso: ci pensano pile di tortillas a fare da base a tutto. Il Messico sono tutte queste salse colorate e piccanti: più il colore è acceso e più le salse rianimano la vita.

Rufino Tamayo

Rufino Tamayo

Il Messico è una perenne distonia sui volti: è una tristezza che si fa sottomissione eterna, ma che in un attimo si libera in festa non appena trombe e chitarre rilevano le solite maschere raggrinzite. “Tutto è permesso; scompaiono le gerarchie abituali, le differenze sociali, i sessi, le classi, i gruppi. Gli uomini si travestono da donne, i padroni da schiavi, i poveri da ricchi. Vengono ridicolizzati l’esercito, il clero, la magistratura. Governano i bambini o i pazzi. Si commettono profanazioni abituali, sacrilegi obbligatori. L’amore si fa promiscuo. Talvolta la festa diventa messa nera. Si violano regolamenti, comportamenti, costumi. L’individuo rispettabile getta la sua maschera di carne e gli abiti scuri che lo isolano e, vestito di colori sgargianti, si nasconde dietro una maschera che lo libera da se stesso. La Festa, dunque, non è solamente un eccesso, un dispendio rituale dei beni penosamente accumulati durante tutto l’anno; è anche una rivolta, una subitanea immersione nell’informe, nella vita allo stato puro. Attraverso la festa, la società si libera dalle norme che si è imposta. Si burla dei suoi dèi, dei suoi princìpi e delle sue leggi, nega se stessa. La festa è una rivolta nel senso letterale del termine. Nella confusione che genera, la società si dissolve, affoga in quanto organismo retto in base a regole e princìpi determinati. Ma affoga in se stessa, nel suo caos o libertà originale. Tutto entra in comunicazione: si mescola il bene col male, il giorno con la notte, il santo col maledetto. Tutto convive, perde forma, singolarità e torna alla massa primordiale. La Festa è un’operazione cosmica: l’esperienza del disordine, la riunione degli elementi e dei princìpi contrari allo scopo di provocare la rinascita della vita.(Octavio Paz, Il labirinto della solitudine, p. 42).

Il Messico è un’identità bistrattata: è una farfalla che dopo aver vissuto pienamente il suo giorno rallenta spossata il suo ritmo, il cui disegno d’ali risulta spezzettato. Il Messico è un’accoglienza senza scadenze: la casa di chi ti conosce sarà sempre la tua, e il parcheggiatore sdentato senza patria ti ricorderà, senza remore, quali sono le tue lontane origini alla deriva. Ma il Messico, dopotutto, non è che una colonna sonora di Piero Piccioni, splendida, al pomeriggio, che riproduce incessantemente quel suo “Mexican Dream”.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Scrisse Volponi“chi è partito ha ragione” ma “chi fugge salva solo se stesso / come un passero, se un passero / si salva fuori del branco”. C’è qualcosa di molto simile in questa tentazione alla “fuga” degli anni raccontati da Volponi e quelli in corso, che vedono sempre più giovani italiani partire per l’estero. Sono anni di profonda mutazione, in cui il cambiamento scuote ogni ambito dell’esistenza: dalla politica, al lavoro, al rapporto degli uomini con se stessi e con gli spazi che vivono.
Dinanzi ad un disorientamento tanto forte il comportamento più naturale è quello di provare a razionalizzare ciò che accade. Prima ancora, è però necessario trovare un punto di riferimento solido e stabile su cui poter agganciare i ragionamenti. Numerose discipline, dalla critica letteraria, alla storia, alla geografia, negli ultimi anni sono arrivate a convergere sullo stesso punto di partenza: il territorio. La coordinata spaziale sembra l’unica ad aver conservato la sua “realtà” dopo che quella temporale ha iniziato a sfaldarsi e relativizzarsi con mezzi di trasporto e comunicazione sempre più veloci. 
L’obiettivo, oggi, è diventato allora quello di comprendere ciò che succede nel mondo guardando innanzitutto alla sua concretezza territoriale.

I poeti e gli scrittori marchigiani hanno saputo captare questa tendenza con grande lungimiranza, riflettendo instancabilmente su quale potesse essere, per ogni autore così come per ogni uomo, il senso di vivere in un determinato territorio anziché in un altro. Per questo parlare oggi del rapporto di Volponi con la sua città di Urbino non vuole essere un autoreferenziale discorso estetico, ma piuttosto una preziosa occasione per conoscere più da vicino il rapporto di questo autore con gli spazi, il modo in cui questi hanno attraversato la sua poetica e, soprattutto, la realtà sociale e i modelli culturali del contesto in cui quelle sue parole sono nate, cioè gli anni della mutazione dell’Italia industriale e post-industriale. A questo scopo la letteratura può vantare una grande ricchezza, e cioè quella di essere, nelle sue descrizioni e riflessioni, libera da qualunque interesse o ambizione dogmatica. I poeti e i narratori con grande acume e sensibilità scrivono “solo” per comprendere essi stessi, per guardare con occhio critico e analitico ciò che accade, e per provare a confrontarsi e capire. Per questo, anche le “scienze esatte” come la geografia o la sociologia, sempre più spesso ricorrono a fonti letterarie per avere coscienza del rapporto degli uomini con la realtà.

Quello di Volponi, in particolare, è un caso di studio molto interessante perchè egli ebbe con la sua Urbino un rapporto complesso e viscerale, tale per cui le descrizioni paesaggistiche sono un dato ricorrente di tutta la sua produzione, dalle prime poesie del 1948 fino agli ultimi romanzi degli anni Novanta. Ma non solo: Volponi ebbe anche la possibilità di conoscere altre realtà quale, ad esempio, quella iper-modernizzata di Ivrea dove sorgeva l’industria Olivetti in cui lavorava. Ad Ivrea Volponi conobbe la nuova società italiana, la corsa capitalistica e l’apocalisse culturale e umana che questa portò con sé. Ad essa affiancò lo sguardo sui suoi spazi natali, la bellezza rinascimentale della città di Urbino, i suoi palazzi, lo splendore pittorico, la grandezza storica. Il mito e la riflessione su quale potesse essere una città ideale non lo abbandonò mai, anche quando si sentì oppresso e spinto alla fuga da quei luoghi o quando gli apparvero come rovine mummificate di un passato ormai scomparso: “Il paesaggio collinare di Urbino, / che innocente appare quercia per quercia / mentre colpevole muore zolla per zolla / è politicamente uguale / […] ai giardini della utopica Ivrea / ricca casa per casa: / tutti nella nebbia che sale / dal mare aureo del capitale”.

Per comprendere questo sguardo “strabico” che Volponi volse all’Italia è interessante leggere il brevissimo testo in prosa intitolato La mia Urbino e contenuto nella raccolta di testi minori Del naturale e dell’artificiale. Qui Volponi scrive in modo autobiografico ma senza per questo rinunciare ad una grande ricercatezza stilistica e densità conoscitiva, tanto che sarebbe una forzatura parlare di questo testo soltanto come di un bozzetto paesaggistico. Si tratta invece di una riflessione sulla città di Urbino nel tempo presente con sguardo al futuro, che svela uno dei grandi meccanismi di fondo del pensiero volponiano: il partire dal dato reale e concreto per andare a proiettarsi verso un altrove, verso una dimensione di progettualità: “si tratta di riprendere e di rianimare i vecchi posti assegnati, di riaprire la città e la sua terra a una cultura nuova, di arrestare la sua museificazione, di interrompere la retorica degli autoappagamenti.” Un approccio, questo, di grande fierezza morale che il poeta non smise mai di avere, nemmeno negli ultimi anni dinanzi alla costatazione del fallimento di un’epoca. Lo sguardo al futuro, però, non è un’evasione, ma l’esito di una tensione dialettica tra passato e presente che, nella loro materialità, restano le cifre dominanti della descrizione. Spiega Emanuele Zinato nell’introduzione alla raccolta: «per contrappeso rispetto a una tale irruzione di soggettività, Volponi attinge i propri strumenti espressivi dalla concretezza plastica delle arti figurative, restando sempre attaccato all’oggetto della propria rappresentazione, alle luci, ai volumi». La concretezza fisica, corporea, dei luoghi e di ogni presenza in essi sono, dunque, la risposta dell’autore ad un mondo che tende a virtualizzarsi, a relativizzarsi con il rischio di perdere ogni punto di riferimento. Aggiunge ancora Zinato: «questo nesso dell’arte con la realtà, prefigurante nuovi rapporti delle cose con lo spazio circostante, precede ogni scissione tra arte e vita». Scrittura autobiografica e scrittura narrativa, infatti, proprio come spazialità e descrizione letteraria, non sono altro che esperienze di una stessa realtà, compresenti e indispensabili l’una all’altra. Sono gli strumenti, dunque, di cui dovremmo avvalerci anche oggi per afferrare il senso profondo nella nostra società e, in essa, del nostro essere uomini.

Martina Daraio 

(L’articolo è tratto da ” nostro lunedì “ Periodico di scritture, immagini e voci ideato da Francesco Scarabicchi con Francesca Di Giorgio, n.2 nuova serie “Paolo Volponi e Urbino”. Ringraziamo l’Autrice per aver accettato di riprodurre il pezzo sul nostro blog). 

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Pompei. Tutto è metafisico in questa città, fino alla sua geometria sognante, che non è quella dello spazio, ma una geometria mentale, quella dei labirinti – poiché il congelamento del tempo è più acuto ancora nel calore del sud.

Magnifica è per la psiche la presenza tattile di queste rovine, la loro suspense, le loro ombre che ruotano, la loro quotidianità. Si coniugano la banalità della passeggiata e l’immanenza di un altro tempo, di un altro istante, unico, che fu quello della catastrofe. È la presenza micidiale, ma abolita, del Vesuvio che dà alle strade morte il fascino dell’allucinazione – l’illusione di essere qui e ora, alla vigilia dell’eruzione, e la stessa persona risuscitata duemila anni più tardi, per un miracolo di nostalgia, nell’immanenza di una vita anteriore.

Pochi luoghi lasciano una tale impressione d’inquietante stranezza (non meraviglia che Jensen e Freud vi abbiano ambientato l’azione psichica di Gradiva). È tutto il calore della morte quello che si sente qui, reso più vivo dai segni fossili e fuggitivi della vita corrente: i solchi nelle ruote nella pietra, l’usura delle vere dei pozzi, il legno pietrificato di una porta socchiusa, la piega della toga di un corpo sepolto sotto la cenere. Nessuna storia si interpone tra queste cose e noi, quella storia che dà il loro prestigio ai monumenti: esse si materializzano qui, immediatamente, nel calore stesso in cui la morte le ha prese.

Né la monumentalità né la bellezza sono essenziali a Pompei, ma l’intimità fatale delle cose, e il fascino della loro istantaneità come del simulacro perfetto della nostra propria morte.

Pompei è così una sorta di trompe-l’oeil e di scena primitiva: la stessa vertigine di una dimensione in meno, quella del tempo – la stessa allucinazione di una dimensione in più, quella della trasparenza dei minimi dettagli, come la visione precisa di alberi immersi vivi in fondo a un lago artificiale mentre, nuotando, quasi li sorvolate. Tale è l’effetto mentale della catastrofe: arrestare le cose prima che giungano alla fine, e mantenerle così nella suspense del loro apparire.

??????????Pompei nuovamente distrutta dal terremoto. Che cos’è questa catastrofe che si accanisce su delle rovine? Che cos’è
una rovina che ha bisogno di essere nuovamente smantellata e sepolta? Ironia sadica della catastrofe: essa attende in segreto che le cose, anche le rovine, riacquistino la loro bellezza e il loro senso per abolirle di nuovo. Essa veglia gelosamente e distrugge l’illusione di eternità, ma pure vi gioca, perché irrigidisce le cose in una seconda eternità. È questo, questa rigidità paralizzata, questa siderazione di una presenza grondante di vita a opera di un’istantaneità catastrofica, è questo che dava fascino a Pompei. La prima catastrofe, quella del Vesuvio, era riuscita bene. L’ultimo sisma è molto più problematico. Sembra obbedire alla regola del raddoppiamento degli eventi in un effetto parodistico. Ripetizione pietosa di un grande prima. Compimento di un grande destino attraverso il tocco di una divinità miserabile.

Ma forse ha un altro senso: sta ad avvertirci che non sono più tempi di crolli grandiosi e di resurrezioni, di giochi della morte e dell’eternità, ma di piccole frantumazioni, di annientamenti delicati, mediante slittamenti progressivi, e ormai senza domani, perché sono le tracce stesse ciò che questo nuovo destino cancella. Esso ci introduce all’era orizzontale degli eventi senza conseguenza, ove l’ultimo atto è messo in scena dalla stessa natura in un bagliore di parodia.

Jean Baudrillard

Fonte: Le strategie fatali, Feltrinelli, 2011.

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Alessandro Gottardo

Alessandro Gottardo

Ovunque ci sia spazio metti-i-libri (è passato un solo giorno, e il fighissimo utile Kindle è stato restituito al rivenditore), vicino alle salviette portatili, utili alle lacrime tra amici-abbracci-e-baci, e alle manine sventolanti che sposano gli ultimi bagliori di sguardi che si intrufolano in quei tonificanti labirinti di idee – c’è sempre di mezzo Borges, che ti fanno prendere le due velocità del viaggio – una vicina, l’altra lontana: ogni cosa viene mangiata da un’altra cosa, e il più grande di tutti, il cielo, si porta via i miei ulivi, che spariscono, via via, a soffiate verdi, ma in questo vortice risucchiante non dimenticare: il tuo paese è il più bello di tutti, sempre, non denigrarlo mai quando sei fuori, fallo dentro se proprio devi, perché fuori fa freddo e hai sempre bisogno del vestito giusto, del tono perspicace, perché solo l’apparenza, il segreto e la scena salveranno il mondo, invece la troppa trasparenza per la troppa specializzazione porterà solo alla paralisi dell’osceno, all’istantaneità esasperata che arresta tutto quanto, e poi? Quanto mi costa? Il prezzo tacito della diversità è troppo basso per il suo valore effettivo, quindi direi che mi va ottimamente.

Sul vetro di viaggio un dito ha scritto frettolosamente “TI AMO”, si legge controluce… Probabilmente si riferirà a quell’incantevole paesaggio scorrevole che si intromette, infestato dal sole, tra onde collinari e mare in dirupo. Ciao.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Non sembra di essere su di un’ isola

anche se la popolazione autoctona si sente isolana

La loro parlata è impregnata di un localismo stretto orgoglioso e identitario

ma la globalizzazione certo tocca anche qui

Per le strade formicolanti è anarchia

ma i loro flussi seguono comunque dei ritmi consapevoli

Quasi ogni cosa viene dichiarata collusa

collusa con uno stato altro

ma questa condizione viene vissuta come normale quasi scontata

è un fatto di mille fatti ancora

uno stato ufficiale e inerme

un altro ufficioso e operante

Prelibatezze culinarie

genuine corpose e sterminate

c’è l’imbarazzo della scelta

il sole ciba il fertile terreno

che a sua volta alimenta i suoi frutti gustosi

La montagna vulcano imponente e svettante

un cuore impaziente

sfoga ricchezza incandescente

ma potrebbe anche eruttare paure deliranti

giacenze di derrate alimentari d’urgenza

container enormi e soleggiati

la prudenza non è mai troppa

La costa di levante è frastagliata

nasconde solo meraviglie

le piccole insenature riescono ad abbracciare il nulla e l’infinito assieme

Le luci la notte conservano il calore del giorno

le loro intermittenze a distanza pulsano di una vitalità quasi festosa

Santi e Marie preceduti da una W

questi loro nomi a neon custodiscono luoghi sacri

cattedrali e baldacchini esterni di preghiera col megafono

per ogni dove

E poi il respiro

quel respiro mozzato da quella striscia di terra venuta a mancare

salvezza forse condanna

unità isolazionismo

raccoglimento nella distanza

popolo caloroso e ospitale

anime ribelli

da sempre conquistati ma conquistatori di cuori musica e poesia

una fra le patrie della più audace letteratura

La diversità è ricchezza

il meticciato va preservato

la similitudite può creare mostri

E poi l’isola delle correnti

il punto più estremo a sud

un sud di crocevia d’acque differenti

che si mescolano

e lambiscono una nazione tutta che alla fine

sempre e comunque dalla fine

non può che partire da qui

 

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Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Sangu meu

Il postmoderno è uno storyteller in riva al mare

Tsatsralt Erdenebileg - Ulaanbaatar city

Tsatsralt Erdenebileg – Ulaanbaatar city

I mutamenti storici che stiamo vivendo, attraverso la loro carica innovativa, tendono a manifestarsi più che altrove – e con una modalità al contempo più incisiva ed esplicita – all’interno dei centri urbani che abitiamo o attraversiamo a vario titolo. La portata di tale affermazione, nell’ottica di una società complessa, consiste nel riconoscere le città come dei nuovi punti di “condensazione”, in cui vanno a  confluire i flussi e le dinamiche che si manifestano a livello planetario. Proprio per questo motivo, tali punti andranno a configurarsi sempre più come i nodi della cosiddetta “rete globale”. In merito a ciò, occorre sottolineare come i processi di globalizzazione non riguardino solamente le trasformazioni che stanno investendo i rapporti tra economia e politica, né tantomeno possano identificarsi principalmente, e nello specifico, come dei fenomeni innovativi dal punto di vista economico o culturale. Quello che si sta manifestando ulteriormente, e che vede come protagoniste indiscusse le città, prevede una ri-organizzazione spaziale della vita sociale, che si esplica nella tensione incessante della dialettica tra globale e locale.

Ecco che allora la globalizzazione, oltre ad estendere le tipologie e la quantità di relazioni possibili, modifica altresì il modo in cui esse vengono vissute e agite all’interno dei contesti urbani. Per realizzare ciò viene operato un doppio processo (Magatti, 2007): da un lato una despazializzazione, che mette in crisi i precedenti assetti riguardanti gli spazi sociali – con riferimento particolare agli stati nazionali; dall’altro una rispazializzazione, riguardante la creazione di nuove geografie, che permette una ridefinizione strutturale dell’organizzazione della vita sociale nelle città. Per questo motivo «le città contemporanee sono il palcoscenico o il campo di battaglia su cui i poteri globali e significati e identità ostinatamente locali, si scontrano, lottano e cercano un accordo soddisfacente, o appena sopportabile, una modalità di coabitazione che si spera sia una pace duratura ma che di norma si rileva soltanto un armistizio» (Bauman, 2007: 92-93).

Queste tensioni, dunque, prevedono un incontro-scontro tra le logiche macrosistemiche e la vita concreta dei singoli e dei gruppi. La logica dei flussi – con tutto ciò che essa comporta, in termini di mobilità generata da interessi, spostamenti delle popolazioni e tecnologie – viene ricontestualizzata e ricondotta alle esperienze e alle relazioni della logica dei luoghi, i frames principali della memoria e delle sedentarietà. Quest’ultimi, infatti, detengono una certa importanza per la vita sociale di ciascun individuo, in quanto i processi identitari sono strutturati dalle specifiche rappresentazioni simboliche di un territorio, che la comunità riceve ed insieme costruisce.

Da tale dialettica, però, consegue una riorganizzazione spaziale del mondo sociale che si presenta dai tratti inediti: la città non aspira più ad essere il “luogo del vissuto”, in cui viene sedimentata l’esperienza comune ma, al contrario, diviene il “luogo del vivente” in cui il luogo stesso assume un valore prettamente strumentale, prefigurandosi, dunque, come un sistema di disparate opportunità per l’azione e la realizzazione individuale. Pertanto, i diversi luoghi che compongono la città assumono significati diversificati e, acquisendo funzioni sempre più specializzate, esprimono un codice tecnico specifico che consente loro di collegarsi con altri luoghi simili sparsi in tutto il mondo.

Tutto ciò comporta uno scollamento del tessuto sociale che, invece di tenere insieme queste diverse funzioni, riduce drasticamente il valore integrativo del luogo, permettendo al contempo il dileguarsi di una socialità che si rende sempre meno diffusa e spontanea. In definitiva, la differenziazione marcata di funzioni, all’interno della città, prevede la convivenza forzata di mondi diversi e disuguali che, non avendo alcun interesse ad incrociarsi, rischiano di rilevarsi una pericolosa alchimia sociale. La città in questo modo diventa «un agglomerato di funzioni e di popolazioni diverse, che rischiano di non sapere più esattamente da che cosa sono tenute insieme» (Magatti, 2007: 27). A fronte di queste trasformazioni, e delle esigenze di mediazione tra tensioni globali e locali, la città diviene – nel suo complesso – una nuova questione sociale, poiché «è l’oggetto forse più utile mediante il quale leggere la trasformazione contemporanea» (Magatti, 2007: 19).

d3sign – yiu yu hoi

d3sign – yiu yu hoi

Considerati questi nuovi sviluppi che, come visto, concernono le dinamiche di riorganizzazione spaziale delle città sotto le spinte globali, si approfondirà ora la questione di come quest’ultime assumano delle funzioni proprie in merito all’acquisizione di una presunta capacità politica. Le tensioni tra globale e locale, prima discusse, necessitano un ripensamento della loro gestione, in termini di nuove letture e governabilità da parte delle città stesse. Per questo motivo, nell’ambito di una differenziazione di competenze, bisogna distinguere, secondo Sebastiani, tra politiche della città e politica delle città.

Le prime possono essere ricondotte in maniera generale alle politiche urbane e fanno riferimento alle tante possibili categorie delle politiche pubbliche. In questo senso, bisogna prendere in considerazione l’insieme delle azioni che un governo centrale mette in atto per rispondere a problemi specifici della città. Quindi, quando si parla di politiche della città, il soggetto politico – che mette in opera gli interventi – si riconosce solitamente nello Stato e, poiché le azioni che esso emana avranno come oggetto la città (in generale), di conseguenza quest’ultima non assumerà nessuna qualifica politica. Quando si parla invece di politica delle città (al plurale), si vuole rimarcare come una pluralità di soggetti – che vengono identificati per l’appunto nelle città – acquisiscano un potere politico, che viene esercitato in maniera autonoma e diversificata. Quindi, gli interventi emanati da parte delle singole città faranno capo ad un soggetto politico che non viene più considerato solamente – e in un’ottica periferica – come oggetto di intervento pubblico, ma che – in ordine della sua nuova qualifica – detiene un potere politico esercitato autonomamente.

Questo cambiamento di prospettiva, che vede la rinascita politica delle città, si rifà ad un mutamento semantico dello spazio locale. Mentre per le politiche della città il locale assume un valore minore e secondario – poiché subordinato ad un centro – al contrario per la politica delle città il locale è uno spazio qualitativamente diverso, contraddistinto da forme proprie e originali di azione. Nella prima caratterizzazione vi è, dunque, una definizione gerarchica dei rapporti tra un centro – che rappresenta un vertice – rispetto alle diverse località formalmente subordinate ad esso. Nella seconda, invece, tenendo conto dei processi di indebolimento dello Stato-nazione, le singole città si inscrivono in una relazione orizzontale con la rete globale. Poiché quest’ultima dimensione non detiene una propria centralità in nessun vertice predefinito, le città possono assumere – e quindi acquisire – una posizione maggiormente vantaggiosa. In definitiva «una molteplicità di luoghi – le città – possono aspirare ad affermare una propria centralità in un sistema che si configura come policentrico» (Sebastiani, 2007: 22).

Tuttavia, affinché si strutturi un ambiente reticolare di tal genere, è necessario che le città – i nodi della rete – non rivestano solo il ruolo di ricettori, ma anche quello di generatori di impulsi. Per questo motivo, sono costrette da un lato ad accogliere ed aprirsi sempre più a persone, beni, servizi e capitali, dall’altro devono poter attivare quelle capacità che consentono loro di collegarsi al reticolo globale, cercando così di attirare a sé una certa attenzione, di richiamare visitatori e vendere le proprie produzioni. In questo modo, le città spostano «il proprio baricentro da quello che accade al loro interno verso ciò che le attraversa, le collega, le trasforma» (Magatti, 2007: 23). Il disporre di certe autonomie e di determinate capacità politiche non deriva necessariamente da riconoscimenti giuridici specifici (come per esempio quelli accordati alle regioni), ma bensì dalla loro capacità di gestire particolari mix, che si generano dall’incontro tra le istanze storico-culturali, appartenenti alle città stesse, e i processi più generali di innovazione, che riguardano la globalizzazione economica, sociale e culturale.

In merito all’acquisizione di determinate competenze – esercitate dalle singole città in completa autonomia – se ne possono individuare alcune che, a fronte di un marcato scollamento del tessuto sociale, hanno l’obiettivo di ripensare il modo in cui la città viene vissuta dai cittadini, puntando – tramite l’apporto integrato di un complesso di azioni – alla qualità della vita urbana. Tali azioni, tradizionalmente rientranti nelle competenze tipiche di una città, assumono oggi una nuova valenza nell’ambito di un ri-equilibrio tra politiche competitive rivolte all’esterno e politiche solidaristiche rivolte all’interno, quindi rispettivamente tra politiche per la città e politiche per i cittadini. La progettazione di interventi in tal senso – sfruttando la tendenza ad operare per piani integrati – ha risentito in primis dell’influenza europea, che promuove l’applicazione di progetti intersettoriali, tenendo conto non solo del territorio in sé – e delle sue rispettive funzioni – ma anche delle relazioni sociali che formano il tessuto urbano.

Questa convergenza applicativa, va principalmente nella direzione di un potenziale superamento – e risoluzione – di determinate problematiche che si rendono manifeste nei cosiddetti quartieri sensibili. Con tale denominazione, per Magatti, bisogna intendere tutte quelle zone della città, sia periferiche che centrali, investite – e interessate – da uno fra questi due processi speculari: il primo prevede una marcata funzionalizzazione di intere porzioni di territorio che, ricomponendo per l’appunto funzioni e popolazioni diverse, attivano interconnessioni funzionali con l’altrove; il secondo riguarda le dinamiche di impoverimento che hanno per oggetto altri e determinati territori, svuotati da funzioni e popolazioni legate alla fase storica precedente. Nel complesso «le vecchie periferie in trasformazione e le nuove zone dove più intenso è il fenomeno della dislocazione definiscono quelli che possiamo chiamare “quartieri” o “aree sensibili” che si caratterizzano […] per la presenza simultanea, anche se variabile, di una molteplicità di fattori di debolezza» (Magatti, 2007: 33) dal punto di vista abitativo, sociale, culturale e infrastrutturale.

In definitiva, entrambi questi processi provocano lo sradicamento del tessuto sociale di un luogo comportando, viceversa, un’accentuata mobilità di persone diverse che determina modi differenziati di intendere e di usufruire un certo spazio pubblico, provocando, in ultimo, importanti trasformazioni sulla vita sociale che, molto frequentemente, vanno ad intaccare la qualità urbana.

Traendo spunto da questo quadro, e per assicurare una certa qualità della vita urbana, secondo Sebastiani, bisogna tener conto che quest’ultima è influenzata sia da dalla posizione della singola città in relazione ad altre città – perché produce vantaggi competitivi – sia dalla condizione di coloro che la abitano – perché produce coesione sociale. Si può pensare, dunque, che un piano integrato di intervento consenta di conciliare politiche competitive e politiche solidaristiche. Molto spesso, però, nella realtà ciò non accade. Questo perché, al contrario, tende a manifestarsi una divaricazione delle logiche dominanti che riflettono la complessità del sistema urbano, portatore di per sé della frammentazione degli interessi da cui deriva. In definitiva, alla luce di quanto detto, sorge la necessità di concepire la qualità della vita urbana come un prodotto complessivo di tante azioni che si influenzano reciprocamente, tenendo bene a mente che la città, in quanto «spazio politico» (Sebastiani, 2007: 36), manifesta specifiche problematiche del conflitto, riguardanti sia la diversità degli interessi di parte, che la divergenza semantica delle concezioni sul bene comune.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Bibliografia di riferimento

Bauman Z., 2007, Modus vivendi. Inferno e utopia del mondo liquido, Bari, Laterza.

Callari Galli M.,2007, (a cura di), Mappe urbane. Per un’etnografia della città, Rimini, Guaraldi.

Magatti M. (a cura di), 2007, La città abbandonata. Dove sono e come cambiano le periferie italiane, Bologna, Il Mulino.

Sebastiani C., 2007, La politica delle città, Bologna, Il Mulino.

barcelona

 

Alzi gli occhi al cielo glabro di Barcellona e la prima cosa che ti colpisce, venendo dal mare, è un Cristoforo Colombo di bronzo, che, dall’alto di un obelisco, indica con fierezza l’area del Port Vell, capolavoro d’architettura contemporanea, completato nel 1992.
A sua volta, Il colle del Montjuic, situato proprio accanto al porto, fa uno zoom mozzafiato sulla parte Nord della città, dove spiccano le oasi della Tradizione, come la Sagrada Famiglia.
In queste due prime istantanee si coglie l’essenza della città: il Passato che annuncia il Futuro, la Modernità che non dimentica la Tradizione, e le lascia spazio per esistere ancora.

L’andamento della capitale catalana è lento; la frenesia e l’ansia non hanno ancora nevrotizzato i suoi abitanti, né invaso le sue strade.
Gli orologi che guidano Barcellona sembrano essere quelli molli disegnati da Salvador Dalì nella “Persistenza della Memoria”, modellabili a seconda dei tempi biologici e umani, e non quelli rigidi, spietati a cui siamo abituati, che ci tengono in loro potere. 
In questo senso, è molto istruttivo farsi un giro in metropolitana verso le 9 del mattino.
Nessuna ressa per entrare, anche nelle stazioni principali, nessuna spinta per salire prima di altri, o per accaparrarsi il posto a sedere. Dagli atteggiamenti di questa gente traspare una tranquillità, una disponibilità, un ottimismo sorprendenti, che non possono non suscitare ammirazione e un pizzico d’invidia. Così come l’originalità di alcuni personaggi. 
Si va dalla sosia di Ingrid Betancourt che fa il soduku, al quadro che in attesa di raggiungere il posto di lavoro si legge una monografia del gruppo rock The Stooges; poi skateboarder, musicisti, prostitute che rincasano, lolite che mandano sms, turisti che per passare il tempo tra una fermata e l’altra scorrono le foto della serata appena conclusa, coppie gay e lesbo che si baciano appassionatamente di fronte a un nonno che, pur di non guardare, finge di leggere l’oroscopo sul giornale.

Las_Ramblas-BarcelonaLa Rambra è l’arteria principale della città catalana, collega il mare con il centro, Il Port Velll con Plaza Catalunya.
È solcata, ogni giorno, da milioni di scarpe, attraversata da milioni di facce. Alla mattina mette mostra i piccoli mercatini di souvenir, la creatività degli artisti di strada, banconi pieni di pesce che ancora si agita, carne, prosciutti, frutta di stagione a buon mercato. 
La notte diventa trasgressiva e puttana, si apre all’insegna del tutto è permesso. 
Qui puoi trovare un grande caleidoscopio di culture e razze. Ci sono venditori ambulanti magrebini che ti urlano, ad ogni passo che fai ,“Cerveza, 1 euro” e poi, per renderti piu allettante il pacchetto di vendita, ti promettono, recitando a bassa voce una specie di mantra, “crack, hashish, bamba” ; oppure trentenni mitteleuropei in giro da 10 anni che ti supplicano venti centesimi per una bevuta, e poi ti parlano della loro vita da precari per scelta col sorriso sulle labbra: vi presento Cristian, è nato orfano e parla cinque lingue, ha capelli biondi e un volto da angelo maledetto à la Kurt Cobain che gli dona una sfumatura di grazia e bellezza.

In piena Movida incroci finlandesi dalla carnagione diafana in passaggio interrail, turisti inglesi che sembrano in rapimento mistico di fronte ad ogni singola cozza della Paella, che fotografano e guardano più volte prima di ingurgitare; poi cleptomani di borsette e portafogli sempre in guardia, cleptomani di sguardi.
Le Pr al centro del vialone ti traghettano, come tante Virgilio in minigonna e jeans, nei gironi infernali della città, ossia i mille locali in cui sangria e chupitos scorrono giù che è un piacere; sotto le luci al neon, si muovono sinuose troiette e cubiste, con decine di chicos arrapati pronti a sbranarsi per conquistarne una.
Infine, prima che il sole entri nel palcoscenico e venga a curiosare su quanto è stato fatto, la Rambla si svuota.

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Antoni Gaudì e Lionel Messi sono le due icone piu rappresentative di Barcellona; La Sagrada famiglia e il Camp Nou sono i due templi del Sacro e del Profano della città.

sagrada famLa prima ritaglia un enorme pezzo di cielo e hai bisogno di allontanarti per racchiuderla interamente nel tuo campo visivo, o nell’obiettivo di una fotocamera.
Sorge davanti a un McDonald e ad un altro paio di catene di fast food; le vie che la circondano sono piene di tavolini all’aperto e negozi, con turisti e indigeni indaffarati a scegliere l’aperitivo a base di Tapas o il McMenu’ piu economico, piuttosto che a godersi la straordinaria vista di quel gioiello ancora incompleto che sorge a pochi centimetri dal loro naso.
Nonostante ciò, anche vivendo in un’epoca come questa in cui il termometro spirituale segna ormai lo zero assoluto, non si può non essere colpiti dalla sconvolgente bellezza di quest’opera d’Arte.
Ogni singola forma che la costituisce rimanda a un fenomeno naturale. Che siano piante o animali, cereali o gusci di lumache, rami di alberi o spirali di conchiglie, onde, alghe, fossili marini: tutto, nel grande Tempio dell’Espiazione, è stato giustapposto, armonizzato, messo in equilibrio, grazie alla follia mistica del suo creatore, l’architetto catalano Antonì Gaudi.
La cattedrale è un ponte verticale tra Terra e Cielo. Basta osservare i suoi pinnacoli, che bussano direttamente al portone di casa di Dio, per rendersene conto.

barca-camp-nou-514Migliaia di devoti da ogni parte del globo, ogni anno, visitano il grande museo del Barça.
Si genuflettono davanti alle foto dei vari Cruyff, Stoichkov, Maradona, Luis Enrique, Ronaldo, Ronaldinho, Rivaldo, Messi; toccano gli scarpini e le maglie dei loro beniamini come se avessero virtu’ taumaturgiche, come i pellegrini fanno con le reliquie dei santi; si accalcano per fotografare la coppa dei campioni come se fosse una specie di Sacro Graal.
La coreografia del luogo di culto, l’interno del Camp Nou, non è comunque inferiore, in quanto ad impatto emotivo, a quello di altri monumenti o chiese, e so di bestemmiare.
Le tribune a ridosso del campo, senza barriere di alcun genere, ti trascinano direttamente nello spettacolo; e Lionel Messi e compagni non sono ologrammi o pedine virtuali dei videogiochi, che osservi da distanze siderali come nei nostri stadi, ma uomini in carne e ossa, che corrono, sudano, imprecano e lottano con te. Capisci quindi che la gigantesca scritta “Màs que un club” ricavata dai seggiolini della tribuna, non è un semplice slogan: nel Camp Nou il pubblico è veramente il dodicesimo giocatore in campo. E stando agli ultimi risultati del club catalano, è quello che fa differenza.

Al colle del Montjuic si arriva tramite teleferica o funicolare.
Quassù si ricompone il grande puzzle della città.
Ogni pezzo è indissolubilmente legato all’altro, come in un organismo vivente, pulsante unitario; La Sagrada familia con la nuovissima Torre Agbar, La Placa de Catalunya con la recente cittadella olimpica, l’architettura postmoderna, le neonate costruzioni edilizie, l’avvenente Port Vell e MareMagnum con i polmoni verdi come il Parc Guell e il Parco della Ciutadella.
Barcellona è un tutto più complesso che non si può ridurre alla somma delle sue componenti principali.

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Sto aspettando d’imbarcarmi per tornare a casa, seduto su una panchina di legno a due passi dal mare. Mentre il sole di Catalogna m’incendia la faccia, arriva inaspettato un alito di vento che attenua la furia dell’estate e libera l’immaginazione. La mente diventa liquida, mi godo qualche istante di delirio onirico, appaiono fantasmi…

omaggio alla catalogna..Mi chiamo George Orwell, sono arrivato a Barcellona per combattere nella Guerra Civile, rapito dall’irresistibile scia del profumo d’Anarchia che avvolge questi luoghi.
L’atmosfera è straordinaria, e qui c’è penuria di pane e latte ma non d’entusiasmo.
Vedi bandiere rossonere che colorano le Ramblas, sedicenni un po’ ingenui che corrono ad arruolarsi nelle Caserme come se dovessero partecipare ad un torneo di Pelota, ragazze dal seno generoso che distribuiscono volantini sulla Rivoluzione, barbieri che tagliano baffi e capelli gratis e grandi industrie collettivizzate. Mai visto niente di simile. Anche se la mia indole poco idealista e molto pragmatica di anglosassone mi dice che tutto ciò non durerà, sento che la Storia ha riservato un posticino anche per me, ora e qui…

ernest-hemingway..Mi chiamo Ernest Hemingway, sono innamorato perso di questa terra, delle sue corride, del suo sole, della sua gente. Ho scritto storie di tori, di matador, di partigiani romantici emigrati qui dall’America, di donne gitane, di Vita e Morte.
Sono un premio Nobel, m’invitano nelle università a tenere conferenze, ho pass per i salotti buoni, gli editori mi offrono collaborazioni con i loro giornali a peso d’oro; tutto questo mi annoia e disgusta profondamente.
Soffro di depressione cronica da almeno un paio d’anni e neanche la vista di questo paesaggio, l’abbraccio di questo clima mi riescono piu’ a guarire o, perlomeno, a consolare.
Anche la compagnia del mio amico Jack D., ultimamente, è diventata assai sgradita al mio fegato.
L’unico scopo della vita, per quanto mi riguarda, è conquistarsi l’immortalità; ora che i miei romanzi me l’hanno garantita, ora che ho battuto definitivamente il Tempo, tolgo il disturbo.
Con permesso, ho il mio vecchio fucile di là che mi aspetta. La campana ha suonato, questa volta per me.

dalì..Sono nato in una città insignificante chiamata Figueres, 130 km da Barcellona.
Di professione faccio l’artista, anche se provo un odio viscerale nei confronti dei miei colleghi adepti dell’arte contemporanea, ovviamente ricambiato.
Considero Pablo Picasso un buffone, reso ancora piu ridicolo dalle sue pose da rivoluzionario, Andrè Breton un invasato; non ho la sensibilità estetica necessaria per capire le linee contorte di Joan Mirò.
Avido di dollari, mercenario, megalomane, erotomane, antidemocratico e con simpatie per i regimi autoritari e fascisti: ai miei critici non mancano di certo fantasia e buon gusto nel descrivermi, ma colgono solo in parte le mie qualità.
Molto sinteticamente, sono uno che ha capito prima degli altri che la vita non è altro che una tragicommedia patetica, e che non va mai presa troppo sul serio. L’importante è scegliersi una parte da recitare, sapersi calare in quel ruolo, onorarlo fino in fondo.
Personalmente, provo uno sconfinato piacere quando, al risveglio mattutino, m’accorgo di essere Salvador Dali.

Torno alla realtà. Sono le 21 e 30. Prima di fare il check in, percorro la passerella del porto per l’ultima volta. I marocchini aprono i loro fagotti, la Guardia Urbana per ora non si vede. I chioschi servono cialde con cioccolato fuso. Cuccioli di squalo tentano inutilmente di addentare pezzi di pane lanciategli dai passanti. Anatre scaltre allungano il becco e glieli sottraggono, e poi, tutte compiaciute, si mettono in posa per le foto di qualche bambino.

I turisti scendono dai taxi Seat color giallo e nero, e trascinano i loro trolley fino al terminal. Tanta gente parte, tanta gente arriva. Un ragazzino con la maglia azulgrana se ne va, triste. “El Pais” dà il benvenuto ad un nuovo campione in prima pagina. Disattivo la funzione Rec dal mio cervello. Colombo mi indica il mare. L’Ipod si accende su una canzone dei Negrita. Sa di tequila e sale, e di dolore andarsene.

 

F.S

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