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Matteo Zannoni

Matteo Zannoni

La precarietà è un giorno pieno di alti e bassi; più bassi che alti. La precarietà è l’imprevedibilità di ciò che ti vuole sempre prevedibile. La precarietà è un’”inedita scomposizione della vita quotidiana”, una permeabilità sconsiderata tra tanti ruoli oscillanti, dove la mescolanza tra vita e lavoro fa saltare irrimediabilmente la dicotomia tra pubblico e privato. La precarietà è un affitto da pagare ogni dannato mese, vissuto come una condanna che è stata emessa senza giusto processo. La precarietà è un guardiano di te stesso, senza volto, che gestisce e controlla ogni tua singola mossa economica.

La precarietà è un tempo senza tempo: non sai mai se hai iniziato da un pezzo o se devi ricominciare tutto da capo. La precarietà è fare tutto purché si faccia qualcosa; o non fare nulla sperando in quel nulla. La precarietà sono due estremi lontani che si somigliano, che si somigliano tremendamente. La precarietà è uno specchio sempre uguale a se stesso, che, nel suo pallore, ha smesso di dire la sua verità. La precarietà sono una massa di giorni infiniti – “giornate “operose” che non hanno mai un vero inizio e una vera fine” – dove, ad un certo punto, uno di loro dà di matto e si diverte a fare il dittatore.

La precarietà sono gli stessi vestiti consunti, gli stessi vestiti per le stesse opportunità mancate, che al prossimo giro cedono, al prossimo lavaggio si sciolgono sicuramente. La precarietà non conosce regole, ma le impara strada facendo quasi sempre a suo discapito. La precarietà sono cumuli disordinati di pensieri accumulati; fiacche idee di ribellione contro un sistema che ridicolizza, sistematicamente, la volontà di emancipazione di soggettività rese infantili (bamboccioni; poco adattabili; viziati; perditempo; etc…).

La precarietà pare un presente senza vie d’uscita, un futuro senza-nome che non sa che farsene di un passato leso: il sacrificio imprudente di un tempo ormai perduto. La precarietà ti scava dentro, e come uno stillicidio ritmato logora, mestamente, la tua sete di certezza. La precarietà è per tutti i soggetti invisibili la vita contemporanea, la severa normalità di tutti i giorni, dove la difficoltà più grande è quella “di fare del mutamento un progetto”. Ma la precarietà è anche la visione spensierata di un giorno normale, scevra di allucinate e sempre complesse preoccupazioni. La precarietà è tutto ciò che devi sentirti dire, e tutto ciò che non vuoi sentirti dire.

La precarietà sono gli interminabili cambiamenti repentini, spazi intercambiabili con frequenti spostamenti di città e nazioni, di lingua e abitudini, con tutto ciò che concerne la conseguente demolizione delle relazioni affettive. La precarietà è la non-riconoscibilità per antonomasia: “instabilità del lavoro e contrattuale, mancato accesso alla distribuzione, mancato accesso alla cittadinanza, carenza di identità professionale, impossibilità di disporre del proprio tempo, tensione verso l’autonomia, scarsa mobilità sociale, iperqualificazione rispetto ai compiti assegnati, incertezza complessiva, trappola della povertà (o, meglio, della precarietà).” Lo stesso termine “precarietà” viene banalizzato, e generalizzato, e da chi dovrebbe essere preso in carico viene invece definitivamente rimosso (vedi Jobs act).

Joseph Wee - Precarious

Joseph Wee – Precarious

Allo stesso tempo però la precarietà è una soggettività numerosa, molteplice, una classe che non è classe in senso classico per via dei suoi contorni sfumati, ma che si presenta come una moltitudine sensata che vocifera una condizione. Condizione, questa, che “esalta il nostro essere sfaccettate creature sociali prima ancora che lavoratori o lavoratrici.” L’utilizzo della conoscenza e del linguaggio, delle emozioni e dei corpi, sono i tratti unificanti che accomunano persone lontane. “Il sorriso del precariato, la sua parola, è la cifra comune, in un supermercato, in un call center, per la badante che si occupa di un anziano, per il ricercatore che affronta l’ennesimo concorso, l’aspirante scrittore, la sex worker.”

L’orgoglio del precariato, la sua potenza quindi, si concentra laddove si rende fruibile una libertà svincolata dalle gerarchie, dalle routine che durano una vita, fatte di orari fissi e di cartellini da timbrare. La cancellazione di questi vincoli conduce ad altri tipi di identificazioni, identità non più reperite sul lavoro ma nella sfera delle forme di vita. In questo modo, infinite possibilità si stagliano sugli orizzonti della precarietà, e questo perché la condizione che la contraddistingue ha nelle sue mani “il possibile accesso massivo alla conoscenza, attraverso processi di formazione sempre più larghi nonché attraverso l’utilizzo delle tecnologie da cui deriva una spinta irreprimibile verso l’autonomia”. Un’autonomia dunque che cresce e si sviluppa, anche grazie all’importante apporto delle nuove tecnologie, che “minimizzano le distanze, aiutano nella presa di parola, approfondiscono le possibilità di rispecchiamento e di collegamento.”

La precarietà, infine, è solitudine esistenziale. Ma è una solitudine attiva, che recita una personale litania per rimanere in vita, per legittimarsi oltre l’indifferenza generalizzata, nominata “solo per contrapposizione (gli atipici)”, e dove lo status di cittadinanza viene svuotato di senso ogniqualvolta slogan semplicistici promettono uno spazio di diritti che, nella realtà disegnata da quegli stessi slogan, non ha modo di esistere.

Ecco perché te ne stai lì seduto, a consumare te stesso, a immergerti nella momentanea pausa dai giochi, contemplando in lontananza le scie spettrali di un tramonto qualunque, e scegliendo consapevolmente di risollevarti un po’, di sentirti meglio, per assaporare, senza interferenze, l’elettrocardiogramma del giorno che muore.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Cristina Morini, Orgoglio precario. Stati impermanenti, Doppiozero, 2015.

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Identity Crisis - Marco Carruba

Identity Crisis – Marco Carruba

Per introdurre il concetto di identità è necessario tenere presente la sua natura squisitamente interdisciplinare, in quanto presuppone sia una dimensione sociologica che una psicologica. Gli aspetti più sociologici dell’identità riguardano le nostre appartenenze a famiglie e a gruppi. Sentiamo il bisogno di affiliarci ad una collettività omogenea per alcuni tratti, come studenti di una certa materia, appassionati di un particolare genere musicale, professionisti ed appassionati di un qualche genere di sport. Sentirci parte di qualcosa di più grande di noi, in empatica armonia con gli altri è essenziale per la definizione di sé. All’interno di queste appartenenze vi è infatti un rispecchiamento reciproco tra le persone, fondamentale per la costruzione delle identità. Nella migliore delle ipotesi, ci vengono riconosciute (e noi riconosciamo negli altri) attitudini, interessi, passioni e impegni che vengono cristallizzati in un “ruolo” implicito o esplicito all’interno di un certo gruppo. Tuttavia si può ricevere un ruolo anche in base ad anonimi bisogni istituzionali. Nel bene e nel male, tutto ciò resta di fondamentale importanza per la definizione di noi stessi, ma non è certo tutto.

L’identità è anche connessa con il modo personale in cui ognuno di noi fa esperienza nella vita di tutti i giorni. La nostra particolare prospettiva sul mondo ci deriva dal nostro temperamento e dal nostro carattere. Possiamo immaginare il carattere come una materia plastica, modificabile dalle influenze con le persone più significative della nostra vita, e il temperamento come una fibra interna più dura, e presente già prima della nascita. Alcune madri riconoscono il temperamento dei figli quando ancora li portano in grembo: alcuni bambini scalciano e si agitano ripetutamente, altri rimangono per tutto il tempo quasi immobili, immersi in uno stato di quiete. Il temperamento rappresenta quindi un limite alla socializzazione dell’individuo, nel senso che la persona non può essere plasmata infinitamente della cultura, se non al prezzo di spezzare la propria sensibilità intrinseca. Accanto al bisogno di sentirsi in armonia con gli altri, ognuno di noi sentirà un bisogno di autonomia che risponde alle spinte del suo nucleo più intimo. Carl Gustav Jung ha parlato in questo senso di “individuazione”, un vero e proprio travaglio attraverso cui la persona cerca di realizzare la propria natura.

3bc5f6e1c3f2b0de5d42dec6ec77daffIn linea con i principi della psicologia dialettica, espressi nel libro “Volersi male” di Nicola Ghezzani, l’identità si configura come il frutto di una continua mediazione tra i bisogni di appartenenza e di individuazione, i quali possono al limite contrastare fortemente tra loro, oppure trovarsi in armonia. Quante volte ci è stato chiesto di aderire a un ruolo che abbiamo sentito in disaccordo con noi stessi? Quante volte invece l’incontro con l’altro è stato determinante per poterci esprimere a pieno e sentirci liberi? Ognuno di noi si auspica e lotta per essere riconosciuto dagli altri e trovare uno spazio il più possibile consono agli aspetti autentici del proprio sé. Raggiungere un equilibrio perfetto tra questi due poli sarebbe qualcosa di utopico, e nella nostra vita ci troviamo sempre a dover mediare o da una parte o dall’altra, tra esigenze di appartenenza e il nostro bisogno di autonomia.

Ma come si sviluppano le identità nella realtà socio-storica che stiamo attraversando? Per rispondere a questa domanda è necessario mettere a fuoco i macrocambiamenti che la società occidentale ha attraversato a partire dagli anni ’50 del secolo scorso. Risalgono a quel periodo le teorie dello psicologo tedesco naturalizzato statunitense Erik Erikson sulla formazione dell’identità. Quest’ultima veniva concepita come qualcosa che si acquisisce al termine dell’adolescenza, per essere poi mantenuta stabilmente per il resto della vita. Se si contestualizzano le ricerche di Erikson, ci si accorge che le sue osservazioni erano basate esclusivamente sulla società nordamericana degli anni ’50 e ’60, in particolare sulla cosiddetta “classe media bianca”. Il percorso che le persone seguivano in quel contesto era effettivamente molto stabile, o almeno questa era la norma che le persone adottavano come metro di paragone. Adolescenza ed età adulte erano due fasi distinte e riconoscibili sia nella teoria di Erikson, che nella realtà in cui quella teoria aveva preso forma. Terminata l’adolescenza, soprattutto per quanto riguarda i giovani di sesso maschile, ci si aspettava prima di tutto il raggiungimento dell’indipendenza economica, che sanciva l’ingresso nell’età adulta. Il lavoro era il fulcro dell’identità del giovane adulto, in quanto rappresentava l’appartenenza più importante con la quale ci si collocava nella società.

Va da sé che nel corso del tempo le cose sono molto cambiate. Le trasformazioni economiche e sociali intervenute negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso hanno reso possibile la comparsa di una tipologia di popolazione del tutto inedita; per inquadrarla, tra gli altri, lo psicoanalista tedesco Werner Bohleber ha utilizzato il concetto di post-adolescenza. Il post-adolescente non completa più il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, raggiunge sì un’indipendenza intellettuale, sociale e sessuale, senza però arrivare ad un’indipendenza economica. In questa fase la maturità “è determinata in base al criterio della partecipazione competente alla sfera dei consumi”.
Bohleber sottolinea l’intrinseca ambivalenza della post-adolescenza, che in molti casi si protrae oltre i trent’anni. L’ambivalenza consiste nel fatto che questa fase, in cui l’identità non è “chiusa” ma aperta alle possibilità, può favorire la creatività o al contrario sfociare in un vicolo cieco dello sviluppo psicosociale. In passato era più facile che le persone si impegnassero in maniera esclusiva sia nel lavoro che nelle relazioni personali, oggi i giovani non si lasciano sfuggire le occasioni, vogliono plasmare continuamente la loro vita. L’identità in questo senso non è più qualcosa che ci definisce in maniera stabile, ma è un progetto sempre aperto alle possibilità e ai rischi. Può succedere così che la ricerca dell’identità diventi un processo spalmato sull’intera esistenza.

Geoff McFetridge

Geoff McFetridge

Questa tendenza del comportamento è stata resa possibile dagli sviluppi economici e tecnici che fin dagli anni ’70 hanno oggettivamente moltiplicato le possibilità per gli individui, sia in termini di scelte lavorative che di stili di vita e ricerca del partner. Un tale processo ha contribuito al dissolvimento dei ruoli stabili, percepiti più che altro come fardelli. Per molti è stata davvero l’occasione di mettere in gioco la parte più autentica e autonoma di sé, liberandosi dai lacci delle appartenenze tradizionali. L’individuo ha potuto esplorare nuove affiliazioni, muovendosi liberamente tra le molte e diverse subculture, tra i movimenti politici e sociali che costituiscono le società moderne. Le condizioni socio-storiche hanno reso possibile per molti la ricerca di un ambiente di appartenenza più affine al proprio sentire, rispetto a quello in cui ci si trovava collocati per nascita. In generale la mobilità sociale, tipica delle società industrializzate, ha permesso agli individui di sviluppare capacità e talenti, raggiungendo condizioni di vita più elevate. In questo senso le identità, come i gruppi sociali, sono diventate fortemente complesse e contraddittorie, se non in alcuni casi frammentate. La varietà e la moltitudine di stili di vita ha costituito contemporaneamente un’opportunità e un rischio per l’adolescente in cerca di un’identità.

In che modo è stato veicolato l’entusiasmo di ricercare nuove strade per costruire la propria vita? Una generica aspettativa presente nella nostra società vuole che l’individuo si realizzi e che lo faccia da solo, al limite nell’isolamento. A partire dagli ultime decenni del secolo scorso, realizzare se stessi è divenuta paradossalmente una richiesta esterna, piuttosto che il frutto di proprie spinte interne. Ancor più paradossale è il fatto che questa individuazione sia conforme a certe norme, per cui le persone seguono identità standardizzate proposte dai media e dalla pubblicità.
Gli individui non solo si sentono in dovere di seguire certi modelli “vincenti”, ma lo fanno nella più totale illusione di stare sviluppando qualcosa di personale, per una loro scelta. Prosaicamente questa ideologia appare più in linea con gli interessi del mercato che con i bisogni autentici della gente. Le istituzioni e le aziende si aspettano un individuo flessibile, sempre disponibile al cambiamento e alla “crescita”, come quello descritto da Richard Sennet. Il desiderio di individuazione è diventato un valore culturalmente riconosciuto, l’autorealizzazione è un obbligo sociale. Secondo Alain Ehrenberg questa richiesta implicita ed esplicita è alla base dell’aumento delle patologie depressive, che rappresentano letteralmente “la fatica di essere se stessi”. Le società contemporanee esigono dalla persona un raggiungimento di prestazioni elevate e un miglioramento personale costante.

Il sociologo Ulrich Beck ha mostrato chiaramente come il mito della costruzione della propria vita sia sostenuto dall’illusione del potere e delle scelte personali, tipica delle società occidentali. E’ stato enfatizzato a dismisura il valore dei propri desideri e delle proprie capacità, lasciando in ombra il peso che le condizioni sociali e le relazioni con gli altri hanno nel poterli realizzare. Questa visione fa sì che l’individuo si senta completamente artefice della propria vita. L’individuo occidentale è diventato perciò attivo, inventivo e scaltro, ricercando l’originalità e la creatività ad alti costi. Citando Ulrich Beck, accade così che “l’eventuale fallimento divenga fallimento personale e che dunque non possa essere vissuto come esperienza di classe, o ascritto a una «cultura della povertà». La relazione che si istituisce tra propria vita e proprio fallimento comporta che anche le crisi sociali (per esempio, i periodi di disoccupazione di massa) vengano scaricate sui singoli che li percepiscono come rischi individuali. In altre parole, alcuni problemi di portata sociale possono essere direttamente ricondotti a disposizioni psichiche, a sensi di colpa, paure, conflitti e nevrosi individuali. Viene così delineandosi un nuovo, paradossale ed immediato rapporto tra individuo e società: una contiguità di crisi e malattia, per cui le crisi sociali appaiono come crisi individuali. Di conseguenza, il carattere sociale delle crisi stesse (che è in grado di adempiere a una funzione di mediazione tra società ed individuo) viene ignorato. Nella società moderna viene così trascurato ciò che invece è al centro del nostro interesse, ossia l’architettura sociale della propria vita tra individualizzazione e globalizzazione, tra attività e assegnazione di obiettivi che non solo non è l’individuo a scegliere, ma che si pongono interamente fuori dalla sua portata.”

Ciò che è importante sottolineare è la dimensione dialettica della costruzione dell’identità. Come abbiamo visto, quest’ultima si delinea come una mediazione tra “interno” ed “esterno”. La costruzione dell’identità è sempre vincolata contemporaneamente a ciò che offre il periodo storico e alle proprie disposizioni personali. Siccome la realtà è in continua trasformazione, quelle che ieri apparivano soluzioni “giuste”, si potrebbero rivelare “sbagliate” domani o viceversa. Quali sono allora oggi le condizioni e le opportunità in questa Italia attraversata da una crisi economica e sociale? In generale si può affermare che sono aumentati i rischi e diminuite le opportunità. La disuguaglianza è cresciuta dagli anni ’80 ad oggi, e la società appare più stratificata, opponendo più resistenza alla mobilità sociale. Dopo una lunga formazione, molti di noi sono costretti a trasferirsi all’estero, e in fondo è il paese intero che ci rimette. Le relazioni con gli altri e le appartenenze giocano un ruolo enormemente importante nella nostra vita: certi incontri (nel bene e nel male) contribuiscono a fare di noi quello che siamo, a volte più di quanto siamo disposti ad ammettere. In questo momento è necessario guardare al mito dell’individuo che si plasma da sé (e in maniere totalmente omologata e impersonale) con un sano disincanto, e rendersi consapevoli dell’importanza che gioca la dimensione socio-storica e relazionale nella costruzione della propria vita. Se si vuole agire in maniera ottimale sulla realtà ed aumentare le proprie capacità di cambiamento, è essenziale essere lucidi e valutare, sia gli aspetti più autentici di sé, sia il contesto in cui ci si muove.

Filippo Gibiino

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti
Alain Ehrenberg, La fatica di essere se stessi. Depressione e società, Einaudi, 1999
Nicola Ghezzani, Volersi male. Masochismo, panico, depressione. Il senso di colpa e le radici della sofferenza psichica, Franco Angeli, 2002
Richard Sennett, L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale, Feltrinelli, 2001
Ulrich Beck, Costruire la propria vita, Il mulino, 2008
Werner Bohleber, Identità, trauma e ideologia. La crisi d’identità della psicoanalisi moderna, Astrolabio, 2012

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Non sembra di essere su di un’ isola

anche se la popolazione autoctona si sente isolana

La loro parlata è impregnata di un localismo stretto orgoglioso e identitario

ma la globalizzazione certo tocca anche qui

Per le strade formicolanti è anarchia

ma i loro flussi seguono comunque dei ritmi consapevoli

Quasi ogni cosa viene dichiarata collusa

collusa con uno stato altro

ma questa condizione viene vissuta come normale quasi scontata

è un fatto di mille fatti ancora

uno stato ufficiale e inerme

un altro ufficioso e operante

Prelibatezze culinarie

genuine corpose e sterminate

c’è l’imbarazzo della scelta

il sole ciba il fertile terreno

che a sua volta alimenta i suoi frutti gustosi

La montagna vulcano imponente e svettante

un cuore impaziente

sfoga ricchezza incandescente

ma potrebbe anche eruttare paure deliranti

giacenze di derrate alimentari d’urgenza

container enormi e soleggiati

la prudenza non è mai troppa

La costa di levante è frastagliata

nasconde solo meraviglie

le piccole insenature riescono ad abbracciare il nulla e l’infinito assieme

Le luci la notte conservano il calore del giorno

le loro intermittenze a distanza pulsano di una vitalità quasi festosa

Santi e Marie preceduti da una W

questi loro nomi a neon custodiscono luoghi sacri

cattedrali e baldacchini esterni di preghiera col megafono

per ogni dove

E poi il respiro

quel respiro mozzato da quella striscia di terra venuta a mancare

salvezza forse condanna

unità isolazionismo

raccoglimento nella distanza

popolo caloroso e ospitale

anime ribelli

da sempre conquistati ma conquistatori di cuori musica e poesia

una fra le patrie della più audace letteratura

La diversità è ricchezza

il meticciato va preservato

la similitudite può creare mostri

E poi l’isola delle correnti

il punto più estremo a sud

un sud di crocevia d’acque differenti

che si mescolano

e lambiscono una nazione tutta che alla fine

sempre e comunque dalla fine

non può che partire da qui

 

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Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Sangu meu

Il postmoderno è uno storyteller in riva al mare

Le lande della transizione difficile

Pubblicato: febbraio 4, 2014 da Francesco Paolo Cazzorla in Cultura
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Gonzalo-Landas

Gonzalo-Landas

I potenti della terra, i farabutti (e brutti), i cacciatori di capitali il cui unico intento è arricchirsi senza mai vedere la fine sono ormai sull’olimpo della grettezza, e da li su, pressoché indisturbati, comandano i loro mercenari affamati, che avanzano pilotati verso di noi, silenziosamente, sterminando le nostre vitali lande identitarie, passando per tutti i palazzi o l’erba del mondo: truffano, corrompono, cooptano, rapiscono e deridono il nostro, ultimo rimasto, spirito umano e solidale: ci stanno letteralmente prosciugando, e noi cominciamo ad avere sete, una secchezza rassegnata. Andiamo a tentoni cercando disperatamente le ultime gocce di risorse rimaste, e, a pieni palmi, stiamo cominciando a toccare letteralmente il fondo, sul serio.

Le idee sono ridondanti e non hanno più una direzione. C’è un bla bla insignificante che serve solo a spillare soldi all’audience, quei pochi quattrini  che ancora sono rimasti nelle tasche sporche e rovesciate. Le nette distinzioni, i confini confortanti, non ci sono più: è tutto morto e tremendamente desolato: lo scenario vero è un’immensa distesa polverosa. Siamo entrati in un pensiero-labirinto circolare, accessibile quasi a tutti e, ciononostante, siamo incapaci di fissare dei punti fermi, familiari: si procede solo per blandi tentativi, e se quello che è stato appena compiuto non è andato a buon fine si ritorna ancora indietro, per tentare ancora una volta un’altra nuova via.

La speranza a tutto questo però vive nella condivisione dei saperi di ognuno, nelle specifiche differenze che attualizzano le esperienze passate e cementate nelle nostre menti, e che danno ogni giorno i loro frutti potenziali, le possibilità di un riscatto da lacrime. Questa condivisione è composta da mini-sistemi che nascono all’occorrenza, in base alle circostanze, e che operano in maniera innovativa per far fronte alle contingenze che saltano fuori come funghi: l’umido si ramifica e fa emergere molteplici e sofisticati bisogni sociali, chi più chi meno.

La verità è che ci sono tanti bisogni inevasi e tutto questo rimane lettera morta perché si cercano le risposte in sistemi lenti e ultra-burocraticizzati, dove la miopia del non-intervento (soprattutto per mancanza di risorse) dipende da sistemi di pensiero desueti, non più rispondenti alla sfuggente e veloce realtà. Occorre invece un pensiero fluido, che possieda un bagaglio ben accessoriato, in cui gli attrezzi, congeniali alle singole situazioni, siano complementari e lavorino assieme, sempre. Lo spirito di collaborazione dunque farà la rete, pazientemente la tesserà, e tutti sapranno gestire, nelle loro singole competenze, la cultura comune del coordinamento necessario. Al contrario, essere convinti di riuscire a farcela sempre da soli fidandosi del proprio istinto e battagliando alla disperata davanti alla celebrazione del denaro è roba da incapaci: questi personaggi perderanno sempre, in partenza, oppure diverranno anche loro irrimediabilmente dei mercenari, il ché è lo stesso.

Il vero senso è il saper costruire insieme, confrontarsi, dibattere, scannarsi, trovare delle comunanze longeve ma pur sempre pronte a trovare quello spirito di adattamento capace di vederci chiaro. Ormai è lampante a tutti che ci hanno fatto le scarpe: i ricchi si arricchiscono sempre di più e si auto-celebrano tirando una pista di riscatto post-frastuono sul fondoschiena della prostituta. La fetta bella massiccia e grondante della società che ne resta è invece preda dell’isterismo, associato a stress pre-immaginifico per il futuro che l’attende, vivendo una rassegnazione che mi ricorda il muschio irlandese, perché sì: il muschio in Irlanda è di un verde diverso, un verde che col tempo si è tramutato in rassegnazione. Pensare al complotto è ormai cosa passata. Il complotto è bello che passato, ma anche tutto compiuto se ci si vede attorno, e ormai, di questo immane sfacelo, non si possono che raccattare solo i frutti acerbi, quelli già spolpati dagli insetti arrivisti. La gente sta male, lo si nota, lo si percepisce, si incontra il malessere sociale ad ogni passo umano che s’incontri. E non va bene: il futuro non esiste più, non è manco più rischioso, o per essere buoni “incerto”.

Una transizione difficile vuol dire attraversare una strada trafficata e pericolosa, senza semafori né passaggi pedonali. Oppure attraversare un torrente impetuoso, con tante rapide e rocce scivolose, attraversarlo in un punto senza aver potuto ben valutare se sia quello più favorevole. Abbiamo paura perché prima di tutto, per passare, dobbiamo guardare bene dove siamo, e ci accorgiamo che partiamo da e con qualcosa che non è solido e che fa pensare «bene, posso staccarmi, ma se perdo anche questo dove vado?». Se sbaglio, se nell’attraversamento ci perdiamo, dove andiamo a finire? Abbiamo paura, una paura che ci rende anche difficile anticipare i processi che ci consentono il passaggio, cioè guardare dove mettere i piedi: dove le auto passano un po’ meno velocemente? Come riesco ad intrufolarmi in maniera tale da non essere investito? E ancora la paura ci fa vedere in modo confuso quel che c’è dall’altra parte. È vero che non sappiamo bene dove si può approdare, ma questo è inevitabile: ormai la nostra vita è fatta così; per tutto non sappiamo cosa ci riserva il domani: dalla nostra salute, alla nostra abitazione, alle nostre condizioni di lavoro. Ma essere consapevoli di tutto questo non toglie la paura. Si tratta allora di attrezzarsi per la transizione difficile: questo consiste nel riuscire a co-costruire un’organizzazione temporanea, che si agganci alle istituzioni esistenti, ma che sia anche differenziata e articolata diversamente, come una sorta di appendice, un elemento a parte che interagisce con le situazioni preesistenti ma che si differenzia, perché è orientata verso una progettualità integrata che le istituzioni normalmente al loro interno non riescono a realizzare: hanno barriere, vincoli, hanno paratie e compartimento stagno, che impediscono movimenti, possibilità, aperture: mantengono attaccamenti e permanenze.” (Manoukian, 2013).

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )