Posts contrassegnato dai tag ‘Solitudine esistenziale’

Matteo Zannoni

Matteo Zannoni

La precarietà è un giorno pieno di alti e bassi; più bassi che alti. La precarietà è l’imprevedibilità di ciò che ti vuole sempre prevedibile. La precarietà è un’”inedita scomposizione della vita quotidiana”, una permeabilità sconsiderata tra tanti ruoli oscillanti, dove la mescolanza tra vita e lavoro fa saltare irrimediabilmente la dicotomia tra pubblico e privato. La precarietà è un affitto da pagare ogni dannato mese, vissuto come una condanna che è stata emessa senza giusto processo. La precarietà è un guardiano di te stesso, senza volto, che gestisce e controlla ogni tua singola mossa economica.

La precarietà è un tempo senza tempo: non sai mai se hai iniziato da un pezzo o se devi ricominciare tutto da capo. La precarietà è fare tutto purché si faccia qualcosa; o non fare nulla sperando in quel nulla. La precarietà sono due estremi lontani che si somigliano, che si somigliano tremendamente. La precarietà è uno specchio sempre uguale a se stesso, che, nel suo pallore, ha smesso di dire la sua verità. La precarietà sono una massa di giorni infiniti – “giornate “operose” che non hanno mai un vero inizio e una vera fine” – dove, ad un certo punto, uno di loro dà di matto e si diverte a fare il dittatore.

La precarietà sono gli stessi vestiti consunti, gli stessi vestiti per le stesse opportunità mancate, che al prossimo giro cedono, al prossimo lavaggio si sciolgono sicuramente. La precarietà non conosce regole, ma le impara strada facendo quasi sempre a suo discapito. La precarietà sono cumuli disordinati di pensieri accumulati; fiacche idee di ribellione contro un sistema che ridicolizza, sistematicamente, la volontà di emancipazione di soggettività rese infantili (bamboccioni; poco adattabili; viziati; perditempo; etc…).

La precarietà pare un presente senza vie d’uscita, un futuro senza-nome che non sa che farsene di un passato leso: il sacrificio imprudente di un tempo ormai perduto. La precarietà ti scava dentro, e come uno stillicidio ritmato logora, mestamente, la tua sete di certezza. La precarietà è per tutti i soggetti invisibili la vita contemporanea, la severa normalità di tutti i giorni, dove la difficoltà più grande è quella “di fare del mutamento un progetto”. Ma la precarietà è anche la visione spensierata di un giorno normale, scevra di allucinate e sempre complesse preoccupazioni. La precarietà è tutto ciò che devi sentirti dire, e tutto ciò che non vuoi sentirti dire.

La precarietà sono gli interminabili cambiamenti repentini, spazi intercambiabili con frequenti spostamenti di città e nazioni, di lingua e abitudini, con tutto ciò che concerne la conseguente demolizione delle relazioni affettive. La precarietà è la non-riconoscibilità per antonomasia: “instabilità del lavoro e contrattuale, mancato accesso alla distribuzione, mancato accesso alla cittadinanza, carenza di identità professionale, impossibilità di disporre del proprio tempo, tensione verso l’autonomia, scarsa mobilità sociale, iperqualificazione rispetto ai compiti assegnati, incertezza complessiva, trappola della povertà (o, meglio, della precarietà).” Lo stesso termine “precarietà” viene banalizzato, e generalizzato, e da chi dovrebbe essere preso in carico viene invece definitivamente rimosso (vedi Jobs act).

Joseph Wee - Precarious

Joseph Wee – Precarious

Allo stesso tempo però la precarietà è una soggettività numerosa, molteplice, una classe che non è classe in senso classico per via dei suoi contorni sfumati, ma che si presenta come una moltitudine sensata che vocifera una condizione. Condizione, questa, che “esalta il nostro essere sfaccettate creature sociali prima ancora che lavoratori o lavoratrici.” L’utilizzo della conoscenza e del linguaggio, delle emozioni e dei corpi, sono i tratti unificanti che accomunano persone lontane. “Il sorriso del precariato, la sua parola, è la cifra comune, in un supermercato, in un call center, per la badante che si occupa di un anziano, per il ricercatore che affronta l’ennesimo concorso, l’aspirante scrittore, la sex worker.”

L’orgoglio del precariato, la sua potenza quindi, si concentra laddove si rende fruibile una libertà svincolata dalle gerarchie, dalle routine che durano una vita, fatte di orari fissi e di cartellini da timbrare. La cancellazione di questi vincoli conduce ad altri tipi di identificazioni, identità non più reperite sul lavoro ma nella sfera delle forme di vita. In questo modo, infinite possibilità si stagliano sugli orizzonti della precarietà, e questo perché la condizione che la contraddistingue ha nelle sue mani “il possibile accesso massivo alla conoscenza, attraverso processi di formazione sempre più larghi nonché attraverso l’utilizzo delle tecnologie da cui deriva una spinta irreprimibile verso l’autonomia”. Un’autonomia dunque che cresce e si sviluppa, anche grazie all’importante apporto delle nuove tecnologie, che “minimizzano le distanze, aiutano nella presa di parola, approfondiscono le possibilità di rispecchiamento e di collegamento.”

La precarietà, infine, è solitudine esistenziale. Ma è una solitudine attiva, che recita una personale litania per rimanere in vita, per legittimarsi oltre l’indifferenza generalizzata, nominata “solo per contrapposizione (gli atipici)”, e dove lo status di cittadinanza viene svuotato di senso ogniqualvolta slogan semplicistici promettono uno spazio di diritti che, nella realtà disegnata da quegli stessi slogan, non ha modo di esistere.

Ecco perché te ne stai lì seduto, a consumare te stesso, a immergerti nella momentanea pausa dai giochi, contemplando in lontananza le scie spettrali di un tramonto qualunque, e scegliendo consapevolmente di risollevarti un po’, di sentirti meglio, per assaporare, senza interferenze, l’elettrocardiogramma del giorno che muore.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

Se hai trovato interessante questo articolo “Conformista” rimani aggiornato sulla nostra pagina Facebook, oppure iscriviti alla newsletter direttamente dal nostro blog.

Riferimenti

Cristina Morini, Orgoglio precario. Stati impermanenti, Doppiozero, 2015.

Annunci
Dawid Ryski - Modern type of love

Dawid Ryski – Modern type of love

La tua vita è profondamente cambiata, lo senti. Lo percepisci dentro e a attorno a te, e senti che questo cambiamento presenta qualcosa di grave. Te ne accorgi perché sei costantemente distratto, e accorgersi della propria distrazione è una frustrazione latente per te, un fiume carsico, che risale alla tua memoria solo quando l’ha completamente solcata, e spazzata via, rimpiazzandola con una sensazione distonica che avverti quando uno schermo ti fissa, e sfrigola, perché privo di un canale di riferimento.

Quello sfrigolio, ti rimanda alla frammentazione che vivi ogni giorno, in un’altra realtà, una dimensione parallela chiamata social network, e che ha la pretesa di sostituirsi all’altra di realtà, quella più sbiadita, quella che invece dovresti assaporare, sentire e toccare: vivere con tutto te stesso. Uno sciame d’episodi invade il tuo spettro visivo, scorrendo dal basso verso l’alto, come una testata infinita piena zeppa d’informazioni; un rullo magnetico ingannatore che con tutte quelle sue immagini “seducenti” ti sta pian piano trasformando in un consumatore seriale, e silenzioso: un consumatore furtivo di vite altrui.

In questo mondo strano, anche la tua vita è in pasto al consumo degli altri, e diventa ogni giorno un lungo e tedioso episodio spacchettato: i suoi singoli segmenti devono essere da te incorniciati, pubblicati e resi visibili, altrimenti puoi dire di non averli mai vissuti prima, rischiando di perdere memoria di loro. Quella mancanza di memoria che avverti dietro l’angolo, e che fuggi continuamente, dipende da un tuo automatismo acquisito; dalla tua costante esposizione a quella che oggi viene definita “ipertrofia informativa”: una mole esorbitante d’informazioni priva di senso, e che arriva da tutte le epoche e da tutte le parti, senza indicazioni rassicuranti.

Fuggi dunque la mancanza di memoria creando altra memoria. Metti costantemente in circolo le tue immagini, le tue informazioni, molte versioni di te, non sapendo però che sono proprio questi tuoi “pacchetti di memoria” a causarti l’amnesia. Sudi dimenticanza da tutti i pori, e sei nel bel mezzo di un cortocircuito a catena. Ti distanzi da te, e da tutti gli altri, pur continuando a rincorrere te e tutti gli altri.

Il tempo e lo spazio, allora, si sono modificati. La loro percezione ti risulta forte e debole al contempo. Il primo non ha una linearità, ed è composto da tanti punti dispersi che si collezionano a casaccio (passato e presente convivono); il secondo invece aggrega tutto assieme – esperienze, luoghi, persone – per poi catapultarlo verso una lontananza ignota, verso un dimenticatoio globalizzato.

In questo scenario, non puoi esimerti dall’offrire e dal consumare anche tu una promessa di simultaneità, d’istantaneità, che è solo una tra le tante “promesse spot” che oggi viviamo avidamente, e poi non vengono mantenute, perché – come dice una citazione trovata in quel rullo virtuale – “[i media], a cominciare da Internet, tendono a modificare la nostra percezione del tempo. Infatti, determinano un effetto di natura paradossale: in apparenza promettono di raggiungere la simultaneità e l’istantaneità, ma in realtà proiettano in una dimensione che è quella del già avvenuto. E indeboliscono il valore di tutto quello che registrano affinché possiamo evitare di ricordarlo. Vale a dire che il presente, attraverso la fissazione, è privato del suo vero valore.” (Vanni Codeluppi).

Quando le chiamate erano a gettoni il tempo era un bene prezioso: donava valore. Le chiamate illimitate hanno cancellato quel valore, e lo schermo delle chat – che “protegge” le nuove generazioni dall’ansia da chiamata – non lo prende più neppure in considerazione: ora, siamo tutti irrimediabilmente collegati.

Così accade che meno siamo collegati e più siamo vicini. E più siamo collegati e meno viviamo quel valore che è l’attesa, perché l’illusione di essere più vicini di prima, disponibili sempre, sta edificando silenziosamente le nostre nuove distanze solitarie.

Thomas Danthony

Thomas Danthony

Ma che cosa sono oggi le distanze? Esistono davvero? Sono quel resto che realmente mi separa da qualcos’altro? o sono solo quelle parti che stanno al di là e non riesco a toccare o sentire? E se le sentissi lo stesso, quelle parti lontane, che cos’è allora la realtà? è solo quella che calpesto e percorro? o è anche quella che percepisco, che sento comunque vicino a me, pur avendo solo in mano uno schermo freddo?

In effetti, i media digitali danno l’impressione di eliminare le distanze: le percepiamo come nulle. In questo modo può dispiegarsi la spettacolarizzazione del tutto, e di noi stessi: il privato si fonde col pubblico, e quest’ultimo pian piano scompare, sgretolandosi: l’intimità viene deflorata. L’anonimato dello schermo ci protegge dalla mancanza di riguardo, e di rispetto. Il rispetto possiede un riguardo, una distanza, un volgere lo sguardo altrove; lo spettacolo no. Abbiamo perso le distanze e il rispetto.

Ma perdendo il rispetto perdiamo anche la vicinanza, il gioco reciproco, e il rimando vicendevole che ci unisce, e che contribuisce a creare quella fiducia che non riusciamo più a trovare da nessuna parte. Quindi fomentiamo altre distanze, quelle esistenziali: siamo soli e sfiduciati, ma affascinati e sedotti dai nostri spettacoli; siamo aggressivi e senza rispetto, ma poi ci lamentiamo perché non riceviamo comprensione e fiducia.

In definitiva, forse si sono annullate delle distanze, ma ne abbiamo create di nuove. Stanno cambiando le relazioni e i nostri comportamenti, ma non riusciamo a rendercene conto. Come afferma il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han, “arranchiamo dietro al medium digitale che, agendo sotto il livello di decisione cosciente, modifica in modo decisivo il nostro comportamento, la nostra percezione, la nostra sensibilità, il nostro pensiero, il nostro vivere insieme. Oggi ci inebriamo del medium digitale, senza essere in grado di valutare del tutto le conseguenze di una simile ebbrezza. Questa cecità e il simultaneo stordimento rappresentano la crisi dei nostri giorni.”

Probabilmente, tutto questo, ha a che fare con la caducità di ciò che viviamo, di ciò che si spegne prima ancora di mettersi in moto. E ha a che fare anche con il tempo, che ci appare veloce e sfuggente, immerso com’è in un eterno presente che ci inchioda alle tante scelte da poter compiere; che ci immobilizza sulle miriade di possibilità ancora sconosciute che si stagliano sui nostri (smarriti) orizzonti di senso.

Ma non è il tempo ad essere diventato veloce. Quello è solo l’allenamento forzato delle nostre percezioni, che essendo continuamente infarcite d’inutili steroidi si spengono, fino a collassare. È quindi l’illusione della simultaneità per ogni cosa, “il tempo reale e trasparente”, che toglie il ritmo alla calda attesa, alla cerimonia rituale delle relazioni (non delle “transazioni”), e all’irta pazienza che tramonta piano dietro i monti… Tutte cose che, diversamente, riescono ad alimentare quella percezione del tempo che non si preoccupa inutilmente di quello che ancora non c’è, ma lo vive, sedimentandolo con cura nella nostra preziosa memoria confortante.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

Se hai trovato interessante questo articolo “Conformista” rimani aggiornato sulla nostra pagina Facebook, oppure iscriviti alla newsletter direttamente dal nostro blog.

Riferimenti 

Byung-Chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale, nottetempo, 2015.

Vanni Codeluppi, Tempo, Doppiozero, 2016.

 

Eduardo Salles

Eduardo Salles

Sei solo. Una luce blu, proveniente da uno schermo, illumina il tuo viso. Anche se illuminato, quel tuo viso mostra espressioni misteriose, quasi oscure: passa dalla concentrazione smisurata alla catalessi, e di nuovo alla concentrazione appena accentuata, fino a perdersi, perdersi nel nulla. Le tue dita sembrano morbose, umidicce, si muovono sudate come non mai, anche se non si tratta proprio di una loro istintiva propensione: sei tu che invece, senza accorgertene, sei voglioso di quel traffico senza senso.

Sei lì, che scorri, aspettando semplicemente una spia, una goccia rosso-sangue in quel mare blu che ti anestetizza, ti coagula per sempre, senza un perché. Forse sei in attesa di una “carica vitale” momentanea, evanescente, che dura giusto un attimo, solo il tempo di sapere chi ti manda a sapere qualcosa che stavi aspettando con ansia, dopo la tua ultima pubblicazione, dopo il tuo ultimo post, dopo la tua ultima posa appariscente immortalata in quel selfie, narcisisticamente idiota e avvenente, che dopo la “messa in pubblico” sarà così uguale a tutti gli altri che dopo un po’ farai fatica a riconoscere te stesso, in quella bolgia di visi così uguali e sorridenti, che si smarriscono irrimediabilmente all’unisono: sono tante immagini scorrevoli segnate da una scadenza di popolarità, e animate da un “nastro invisibile” che le risucchia, tutte quante.

In questi brevi minuti – che per te sono brevi ma che per il mondo là fuori sono lunghissimi-minuti-sprecati-di-non-vita – stai solo aspettando te stesso; stai scoprendo di conoscere un’altra versione di te. Stai visualizzando conferme rosse e numerate dai tuoi conoscenti, che ti permetteranno di osservarti nuovamente allo specchio, di rinnovarti, di sapere nuovamente chi sei, in una parola: attendi la tua rappresentazione, la tua immagine, e quella tua spasmodica ossessione per la bellezza che brami ormai a tutti i costi.

Con l’avvento di questo mondo che chiamano “social”, ma che di “social” ha ben poco – data la frustrazione annessa alla solitudine esistenziale che ne deriva –, stai esplorando questo nuovo tipo di fenomeno soggettivo, squisitamente intimo e personale, che ha trovato terreno fertile per dispensare a te, come a tutti gli atri, solo fugaci “conferme” e “rassicurazioni”, senza però portare in dono quell’illusorio piacere individuale che perseveri meccanicamente, attraverso tutte queste tue azioni che cadono in quel buio virtuale – visto che quella frustrazione che si prova prima dell’atto non fa che aumentare con l’atto stesso e non accenna minimamente a calare.

Sei dunque letteralmente in fibrillazione, per ricevere una risposta ad una domanda che non c’è. Qual è la domanda? Ci sono solo risposte in questo schermo blu. Risposte inutili, scontrose, che sembrano voler spiegare tutto ma che in realtà non spiegano un bel niente. Sono solo tanti simulacri, tutti incolonnati, con i rispettivi e ridondanti vuoti che contengono. Alle volte i pensieri sono così pretenziosi che sembrano voler essere a tutti i costi profondi, da rimanerci secchi, così: distesi su piazzali rassegnati ma enormemente convinti di sé. E poi, subito sotto, tante frivolezze del primo mattino, la colazione dei campioni, il pranzo con la pietanza che si aspettava da tempo, il tanto atteso paesaggio del ritorno a casa, il ballo con i vestiti scintillanti, e tutte quelle bevute attorcigliate tra sorrisi e braccia barcollanti, e così via (“so it goes…”).

In questo scorrere fantasmagorico, la vita quotidiana è sempre presente ma ha poca riconoscibilità: viene quasi lasciata ai margini. La sua misera “visibilità” non fa che decelerare il suo battito cardiaco, fino all’estinzione. È la popolarità che vince indiscussa su questo schermo, e porta il segno dell’eccesso. Sono gli estremi eclatanti che contano qui, che dominano la scena: l’equilibrio non esiste, non ha alcuna giurisdizione. E allora se non hai un tuo profilo significa che non esisti. Se hai scattato una foto e non l’hai condivisa con gli altri vorrà dire che quella foto non è mai stata scattata. La gioia senza like è una gioia a cui manca qualcosa: è una gioia monca. Più like arrivano e più l’ego si gonfia, ma questa sensazione di essere primo tra i primi dura giusto un attimo, uno scroll, perché al prossimo giro bisogna ricominciare tutto da capo, e quella falsa ebbrezza di popolarità brevemente acquisita esigerà una nuova condivisione, un nuovo commento fuori luogo, un nuovo e sconosciuto contatto fasullo.

Se ti azzardi a scrivere un pensiero e questo non coglie una scia chiassosa di riscontro allora quel tuo pensiero cadrà nell’oblio, come se appartenesse a persone di serie b, a gente che nemmeno esiste. Più amici collezioni e più diventi qualcuno, anche se l’aumento smisurato di questa somma va a definire, necessariamente, la superficialità di tutte quelle interazioni appena stabilite; di tutte quelle relazioni strette e mai toccate con mano (anche se – evitando una ripetuta scenografia – la maggior parte delle parole che popolano questa frase andrebbero tutte rigorosamente virgolettate).

Jean Jullien

Jean Jullien

Essendo questo un mondo piuttosto confuso – e sfuggente e in divenire ad una velocità inimmaginabile – si presta tanto a invettive strampalate quanto a sbrigative conclusioni. La realtà è che non possiamo ancora dire tutto su questo – chiamiamolo così – “fenomeno sociale”. Quest’ultimo è, per dirla alla Durkheim, un “fatto sociale”, che esiste sì, e che influenza senza dubbio le nostre vite, mettendo mano alla costruzione attiva delle nostre biografie, ma non la fa esercitando la sua funzione in maniera completa e imperante. Questo perché la vita, là fuori, esiste ancora, e mantiene la sua indiscussa legittimità – anche se Bauman, da pessimista cronico qual è, sostiene che, ormai, quasi ogni componente del “reale” si plasmi e dipenda da ciò che accade nel virtuale, in maniera quasi del tutto univoca… Le cose non stanno proprio così. Tutto ciò che c’è di più intimo là fuori è anche parte interiore di noi, e ci appartiene in quel modo particolare che solo noi sappiamo percepire e conoscere, senza che il virtuale ci metta per forza il suo zampino. Quindi il peso dell’individualità – a fronte di questo “fatto sociale” – è sempre presente, e contribuisce attivamente alla sua perenne costruzione in uno scambio che è vicendevole, oltre che continuo. Questo mondo virtuale, perciò, difficilmente potrà avere ragione della complessità del mondo sociale che ci circonda: non potrà coincidere con esso e sostituirlo pienamente; non potrà mai cogliere tutte le sue infinite e “irrilevanti” sfumature. Un esempio.

In questo mondo virtuale dei social network sembra che, ormai, tutti sanno tutto su tutto, e di tutto; tutti, con uno scroll, sono diventati esperti dell’evanescente, della notizia che compare e che dura forse solo un giorno, o poco più. Allora, la domanda spontanea da porsi è: “tutti cittadini ultra-consapevoli o, piuttosto, accaniti (e persi) consumatori d’informazione?”.

Purtroppo quello che balza subito all’occhio è che questo sia diventato il regno del “so tutto io”, dove i singoli attori partecipano ad una “conversazione” che è prevalentemente dialettica; poche volte dialogica. Come ricorda Richard Sennett nel suo saggio “Insieme”, la nostra società – e a maggior ragione la società che va formandosi sui social – incentiva la prima per inibire la seconda. “Nella dialettica, come ci hanno insegnato a scuola, il gioco verbale di tesi e antitesi dovrebbe gradualmente costruire una sintesi; […] La meta è quella di arrivare alla fine a una definizione comune. E l’abilità del dialettico consiste nel saper cogliere il possibile punto d’incontro.” Diversamente, in una conversazione dialogica, “vi è uno slittamento di senso. Ecco perché nei dialoghi platonici la dialettica non assomiglia a un duello verbale; l’antitesi della tesi non è: «Brutto cretino, hai torto marcio!»; entrano in gioco, piuttosto, fraintendimenti, contraddizioni, viene messo sul tavolo il dubbio, e allora bisogna ascoltarsi con raddoppiata attenzione.” Dunque, in uno scambio dialogico, ognuno dice la sua senza però necessariamente arrivare ad un terreno comune: si parla, anche di cose apparentemente insignificanti, ma questo aiuta a prendere coscienza delle proprie opinioni e ad ampliare la comprensione reciproca. Ciò che non accade, invece, con un confronto dialettico (sui social), dove si tenderà ad eliminare, pian piano, le affermazioni che sembreranno via via irrilevanti, per arrivare poi alla sola sintesi che sarà proclamata come unica “verità”.

Nel mondo social è tutta una discussione dialettica estremizzata. L’osannata “caccia ai like” non fa che mettere in primo piano le affermazioni che si ritengono “più rilevanti” – più gonfiate di “popolarità” – scartando evidentemente tutto il resto (ma questo è del tutto normale, dato che stiamo parlando di un sistema ingegneristicamente concepito, e che quindi non terrà mai conto di tutte le variabili sociali coinvolte). Non si tratta quindi di una discussione tra chi cerca di comprendersi, ma al contrario: è una mera “conversazione” tra sordi. Per non parlare poi del fatto che qui sopra una vera comunicazione non potrà mai avere luogo. La comunicazione – come certo si saprà – riguarda anche (e soprattutto) sguardi, silenzi, attese, e il comprendere tutti questi dettagli “effimeri” al fine di mantenere viva la conversazione… Tutti elementi che, tramite questi mezzi, non possono né potranno mai esserci – a meno che non si intrattiene una conversazione su Skype avendo un collegamento limpido e lineare (ciò che accade raramente). Sui social, quindi, ci può essere solo una semplice condivisione di informazioni che sottrae però espressività al tutto.

È vero, in un mondo connesso e altamente globalizzato qual è il nostro, tutta questa tecnologia ci aiuta senza dubbio “a mantenere i contatti della nostra vita” – come recita un famoso slogan –, ma non potrà mai abbracciare la vita sociale per intero. La vita sociale è complessa per definizione, e la complessità è difficile da rendere intellegibile, soprattutto se la tecnologia ci priva della ricchezza emotiva a cui siamo (ancora) abituati nella vita reale.

Per salvarsi allora da tutto questo bisogna immaginare un mondo diverso…

Un mondo in cui il sociale, ormai fallito, si tramuti in un individualismo costruttivo, dove la ricerca maniacale dell’immagine-ego sappia emanciparsi da quel deleterio vincolo post-industriale che consiste nel “costante bisogno di piacere”. Un mondo in cui venga ribaltata l’attuale cultura egemone, che priva quotidianamente della capacità di usare l’immaginazione, il linguaggio, il pensiero autonomo, per dare finalmente respiro a quella “semplicità complessa” in grado di spezzare il ritmo che esclude il pensiero. Un mondo pieno di valori supremi, in cui ci tocca decidere cosa adorare, anche se nove volte su dieci finiamo per adorare noi stessi. Un mondo in cui c’entra l’amore, e cioè quella “disciplina necessaria a far parlare quella parte di sé capace di amare, anziché quella parte di sé che vuole essere solamente amata” (David Foster Wallace).

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

Se hai trovato interessante questo articolo “Conformista” rimani aggiornato sulla nostra pagina Facebook, oppure iscriviti alla newsletter direttamente dal nostro blog.

 

Riferimenti

Richard Sennett, “Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione”, Feltrinelli, 2012.

014-edward-hopper-theredlist

Di Stefano Tomelleri, docente di sociologia all’Università di Bergamo.

L’ipotesi di questo breve saggio è che nel corso degli ultimi anni una vera e propria ideologia si stia diffondendo in modo acritico e subdolo nei più svariati contesti (educativi, sociali, assistenziali, sanitari, scolastici) della relazione di cura, intesa nella sua accezione più ampia. Educatori, insegnanti, operatori sociali e sanitari spesso denunciano con amarezza la loro totale impotenza e solitudine dinnanzi a una riduzione sistematica del valore delle loro professioni a mero fattore «economicistico». Più precisamente, i tanti professionisti della cura lamentano una progressiva erosione del legami sociali e della fiducia, causata dall’affermarsi di una specifica cultura del legame, che tende a degradare su un piano meramente strumentale e materiale la qualità delle relazioni interpersonali. L’ossessione per il risultato, il budget, la ricerca dell’ultimo tornaconto nel rapporto quotidiano con l’altro, gli incontri fuggenti, frammentati e frenetici sono alcuni dei tratti caratteristici di una ideologia diffusa e proliferante che qui chiameremo il «discorso del capitalista». Molti sono i contesti di vita quotidiana e professionale che possono essere portati a esempio degli effetti dirompenti di questo specifico discorso. Si pensi all’economia finanziaria, ai centri commerciali, alle intemperie consumistiche che invadono gli stili di vita delle nuove generazioni. Ma i luoghi delle relazioni di cura sono ancor più significativi per le loro implicazioni etiche, sociali e politiche. Negli ospedali, nei servizi sanitari, sociosanitari, sociali territoriali, nelle scuole, nella fitta trama di relazioni che compongono il welfare, si sta faticosamente elaborando la necessità di chiarire la natura di questo discorso.

Il «discorso del capitalista» 

L’espressione «discorso del capitalista» è dello psicoanalista Jacques Lacan. Si tratta di un vocabolario preciso che definisce il rapporto degli uni con gli altri, un discorso dello s-legame, della proliferazione della frammentazione e della precarietà della condizione esistenziale e sociale. Il «discorso del capitalista» non riguarda l’economia capitalista, ma una sua specifica interpretazione ideologica, né tanto meno si riferisce a un capitalista in particolare, ma appunto a un’ideologia diffusa nel senso comune, che interpella ciascuno di noi. Dopo due secoli di incontrastato sviluppo, J. Lacan intuisce che il capitalismo non è solo uno dei modi più potenti di trasformare la società, da feudale a industriale, da contadina a urbana, da nazionale a globale, ma è un discorso che può frantumare e pervertire le relazioni umane e gli altri discorsi (scientifico, medico, religioso, educativo, ecc.). Sono i discorsi, infatti, che segnano l’attribuzione di valore al nostro agire, al successo o all’insuccesso dei singoli soggetti e delle loro scelte. Specialmente in una società globale dell’informazione di massa e della conoscenza, l’identità personale, professionale e sociale è messa in crisi dall’informazione di cronaca e dalle proliferazioni di discorsi che vengono quotidianamente costruiti dai mezzi di comunicazione. Eppure, di solito, si tende a ignorare il fatto che quando facciamo un discorso, stiamo parlando del legame sociale che esiste tra di noi, lo stiamo costruendo, difendendo, presidiando. Nessun discorso è neutrale, ma è sempre estrinsecazione di un punto di vista, di un’azione specifica all’interno di un’interazione tra più persone. Raramente si allena la qualità mentale indispensabile per afferrare lo stretto nesso tra le vicende biografiche, gli scenari sociali e i discorsi quotidiani (Goffman, 1969).

Il «discorso del capitalista» è uno di quei discorsi che più di ogni altro impoverisce la complessità del presente e le nostre qualità mentali. Non è possibile in questa sede rendere conto della molteplicità degli esempi possibili in cui si declina il «discorso del capitalista» e i correlati processi di reificazione della realtà; si tratta delle derive dell’utilitarismo, la crisi della gerarchia, la mercificazione, la «liquefazione» dei rapporti e delle regole. Né, tanto meno, è possibile entrare nel merito di quale tipo di capitalismo stiamo parlando. Piuttosto, si può presentare una declinazione originale di questo discorso, attraverso un breve approfondimento di alcuni suoi tratti particolari e delle loro conseguenze sociali.

new-york-officeL’agire sociale ridotto a valore strumentale Esso indica la tendenza a trasformare il valore dell’azione sociale nel pervertimento dell’utile. L’utilità di un’azione diventa il principale parametro di attribuzione di valore, che annulla qualsiasi altra dimensione dell’agire. Bellezza, giustizia, solidarietà, evaporano, assumendo la fumosità retorica delle buone intenzioni. Nella relazione con l’altro diventa prioritario avere un congruo tornaconto e le relazioni sociali tendono ad assumere un valore strumentale.

L’enfasi sull’autonomia individualistica L’individuo e i suoi desideri diventano la misura di tutte le cose. L’agire sociale è sistematicamente ricondotto a motivazioni individualistiche, che considerano la relazione con l’altro un effetto secondario. L’individuo assume i tratti di un soggetto astratto, disancorato dai contesti locali e storici, sempre teso alla realizzazione consumistica dei suoi desideri illimitati e tutti legittimi, fintantoché rimangono confinabili nello scaffale di un centro commerciale. In nome di una non ben definita autonomia individualistica, è realizzabile tutto e il contrario di tutto, secondo la diffusa mentalità che l’individuo deve rendere conto solo a se stesso.

La performance a scapito della fiducia La rapidità e la velocità con cui si ottengono i risultati di successo è un altro valore prioritario dell’agire sociale. Il risultato di un’azione tende ad assumere maggiore importanza dell’azione e delle relazioni necessarie al suo raggiungimento. Ciò avviene spesso a discapito dei rapporti di fiducia e dei rapporti interpersonali. I contesti sociali in generale, e di cura in particolare, richiedono una velocità di esecuzione degli obiettivi imposti o sollecitati che lascia poco tempo per ritardi, eventi gratuiti, momenti di socialità, di ascolto, di condivisione, ecc. Sempre di più, ad esempio, i progetti educativi e sociali sono condizionati nella loro realizzazione dalla logica efficiente del risultato.

La riduzione del sapere a schemi standardizzati Un approfondimento a parte richiede il concetto di standardizzazione che durante gli ultimi anni, nei vari ambiti delle relazioni di cura, ha avuto una diffusione capillare. L’idea standard si basa sulla ferma certezza di poter separare nettamente i parametri generalizzabili, suscettibili di essere misurati e organizzati quantitativamente, come sono tipicamente gli indicatori numerici, dalle interferenze costituite dalle eccezionalità, singolarità o imprevedibilità. Da questo punto di vista, che presiede a una diffusa modalità di separare dualisticamente le scienze naturali da quelle sociali, le idiosincrasie intrinseche agli aspetti biografici, relazionali e culturali degli essere umani vengono messe tra parentesi. L’idea di fondo è che sulla realtà antropologica e sociale non si possa sviluppare una vera conoscenza scientifica, in quanto essa non è riconducibile nei parametri di prevedibilità controllabile, ovvero in una semiotica dell’evidenza dei dati oggettivi, che una mente onnisciente potrebbe cogliere in tutta la loro assoluta trasparenza. La dimensione esistenziale, sociale e antropologica, in questa rappresentazione, viene concepita unicamente in termini di pianificazione, di organizzazione formale e razionale del tempo e degli spazi, che diventano così principi normativi della società, utili a ridurre la realtà a schemi trasparenti, decifrabili e prevedibili che semplificano drasticamente la varietà culturale, religiosa, valoriale della condizione umana. La standardizzazione di procedure in ambito sanitario, ad esempio, è molto spesso chiaramente ispirata all’idea che la realtà sia governabile secondo schemi quantitativi e indicatori misurabili, operando una sistematica rimozione degli aspetti contingenti, casuali e caotici della condizione umana, che sono ritenuti marginali. La metafora del docile robot rende immediatamente il significato che si tende ad attribuire all’ottimizzazione della prestazione di cura. È l’inumano tecnologico riproducibile in modo seriale, dove la dimensione sociale e artigianale del lavoro rischia continuamente di essere ridotta a procedura standardizzabile e anonima (Sennett, 2009). L’umano del gesto tende a essere trasformato in una componente meccanica riproducibile, impersonale, volta alla veloce precisione di un gesto utile e puntuale, che non si deve permettere approssimazioni o improvvisazioni fuori dagli schemi protocollati.

hopper.chair-carLa diffusione di sfiducia e incertezza

L’incertezza diventa una condizione singolare delle relazioni sociali erose dal «discorso del capitalista». La società italiana, così come le altre società del capitalismo avanzato, è orientata a offrire molteplici possibilità di realizzazione personale, professionale, sociale, ma il prezzo da pagare per queste infinite opportunità sembra la diffusione di un’incertezza strutturale ed esistenziale. L’orizzonte di senso in cui viviamo è sempre più orientato a offrire infinite possibilità di scelta, ma le società appaiono incapaci di promuovere le condizioni di sicurezza sociale necessarie per realizzarle.

Una progressiva perdita delle tutele Le infinite possibilità di scelta si scontrano con una realtà selettiva e non sempre solidale. Le biografie individuali sono esposte agli effetti del «discorso del capitalista»: una crescente competizione, una progressiva perdita delle tutele garantite dal sistema di servizi sociali e dei modi tradizionali di interpretare l’azione. Il soggetto del «capitalismo societario» tipico dei primi decenni successivi alla seconda guerra mondiale (cfr. Magatti, 2009) si è emancipato da alcune costrizioni e dallo stato di indigenza economica, scoprendo nuove possibilità di realizzazione dei propri desideri e delle proprie potenzialità. Questo straordinario processo di liberazione soggettiva non era abbandonato a se stesso, perché importanti norme, istituzioni e strutture sociali garantivano alcune sicurezze fondamentali. I diritti di cittadinanza politica, civile e sociale e le garanzie crescenti per le condizioni dei lavoratori, sono stati dei punti di riferimento saldi e utili per pianificare le azioni individuali e per realizzare sempre nuovi propositi. Non si vuole con questo proporre un quadro idilliaco del «capitalismo societario», naturalmente. È fin troppo noto che le sue virtù stabilizzatrici avevano prezzi anche molto elevati. Nella tarda modernità del «capitalismo tecno-nichilista», per usare un’espressione di Mauro Magatti (2009) la situazione è però radicalmente cambiata. I punti di rottura all’epoca moderna sono sempre più distintamente visibili. A marcare una forte discontinuità tra modernità e tarda modernità è stato indubbiamente il processo di globalizzazione. Esso ha segnato una profonda accelerazione della crisi del welfare e della diffusione della concorrenza economica. Il legame tra liberazione dei desideri di autorealizzazione e nascita dello Stato moderno ha mantenuto un’efficacia considerevole fino a quando la mondializzazione dei mercati non ha trasformato in profondità i processi di costruzione delle identità sociali, i piani di realizzazione delle aspirazioni personali, il patto profondo implicito nel legame tra lo Stato, il territorio e i suoi cittadini.

Hopper-Sunday-1926Le politiche preannunciano una vita carica di rischi La competizione interna alle relazioni intersoggettive, la concorrenza nel lavoro, nei percorsi di formazione e nell’accesso all’istruzione hanno reso incerta la capacità degli attori sociali di previsione rispetto alle scelte e alle azioni necessarie per soddisfare i desideri. Nessun sociologo ha espresso questo concetto meglio di Zygmunt Bauman: «L’aleatorietà dell’occupazione prodotta dalla competizione sul mercato era allora, come ancora oggi, la principale fonte di incertezza riguardo al futuro e di insicurezza della posizione sociale e dell’autostima che ossessionava i cittadini. Lo stato sociale cercò di proteggere i suoi sudditi soprattutto da questa incertezza, rendendo il lavoro più sicuro e il futuro più garantito. Ma (…) questo non è più il caso. Lo stato contemporaneo non può più mantenere la promessa del welfare state e i suoi esponenti governanti non hanno più interesse a riproporla. Le loro politiche preannunziano, al contrario, una vita più precaria e carica di rischi, che esige molta capacità di destreggiarsi mentre rende la pianificazione a lungo termine, per non parlare di progetti per un’intera vita, quasi impossibile» (Il disagio della postmodernità, Mondadori 2002)

Questa immagine dell’incertezza inchioda alla precarietà e alla flessibilità cronica, alla paura del futuro, alla disgregazione dei legami sociali e alla crisi delle relazioni di fiducia. Il desiderio di prevedere e controllare il futuro tende a trasformarsi in un’ossessione per la prevedibilità e per la pianificazione, che non tollera l’aleatorietà dell’esistenza e della storia. È quella «vita più precaria e carica di rischi», nella quale la pianificazione a lungo termine si è fatta letteralmente impossibile, ad alimentare negli attori sociali la diffusione endemica di quel sentimento individuale di frustrazione e di rivalsa che altrove ho chiamato risentimento (Tomelleri, 2004). Ciò crea spaesamento, ma innanzitutto sofferenza esistenziale verso un futuro che diventa sempre più difficile da prefigurare, in assenza degli altri con cui immaginarlo (Bauman, 1999).

L’operatore bloccato dal «discorso del capitalista» Quanto il «discorso del capitalista» sia corrosivo del legame sociale, lo si vede dalle riforme del sistema di welfare, dove la relazione di cura è progressivamente ridotta a prestazione seriale in una logica di domanda e offerta finalizzata all’«erogazione». La serialità della cura non ha inficiato la qualità dei servizi – che anzi stanno ottimizzando le proprie procedure alla luce di un ideale diffuso di efficienza tecnica – quanto la dimensione fiduciaria della relazione di cura. La crisi della fiducia tra operatori del welfare e cittadini dipende principalmente dal fatto che il «discorso del capitalista» è prima di tutto un discorso sullo s-legame, mentre le professioni di cura accadono sempre all’interno di un legame sociale e affettivo. Il gesto di cura in un’ottica economicistica tende invece a trasformarsi in un gesto seriale finalizzato a risolvere il disagio in tempi rapidi, mettendo in secondo piano le molteplici implicazioni sociali, culturali e relazionali che rendono il vissuto e la biografia di una persona un caso sempre unico e irripetibile (Illich, 2005).

Un compito di ricomposizione

La serialità dei gesti e delle procedure settoriali parcellizza i contesti sociali in una moltitudine di frammenti individualistici che richiedono un faticoso lavoro di ricomposizione per essere ristrutturati in un quadro concettuale unitario. È come se gli operatori dovessero continuamente ricomporre un puzzle di cui colgono tuttavia solo una minima parte, a causa della moltiplicazione di voci, spesso solitarie (pazienti, famigliari, manager, politici, giornalisti, avvocati, ecc.), e di relazioni s-legate.

L’esposizione a scelte manageriali perverse A partire da una serie di materiali sociologici raccolti nel corso di diversi anni di ricerche e di percorsi di formazione all’interno di strutture di cura, ambulatori di medicina di base, ospedali, aziende sanitarie locali, scuole, comunità per minori, istituti penitenziari, residenze per anziani, ecc. abbiamo constatato che gli operatori hanno spesso la sensazione che le loro attività professionali siano esposte a una serie di complotti e che i loro problemi e difficoltà risentano degli effetti a volte perversi dei cambiamenti organizzativi ed economici imposti dalla classe dirigente o da un sistema aziendalistico in cui non si riconoscono. La loro sensazione è di non riuscire a cogliere un legame sensato tra la vita quotidiana e i cambiamenti che li coinvolgono. Questa sensazione il più delle volte ha una conferma giorno per giorno: il lavoro sociale, l’esperienza formativa e professionale, l’azione terapeutica, sono circoscritte alla loro orbita operativa. I poteri di un professionista della relazione di cura sono proporzionati alla cerchia di persone che frequenta: i colleghi, gli utenti e i loro famigliari. Accade che rimanga spettatore o attore maldestro quando interagisce con gli altri saperi professionali, con i colleghi di altre realtà o ancor di più con i contesti di vita sociale estranei alla sua pratica professionale, tribunali, giornali, talk show, ecc. Secondo il caso, può trattarsi di malasanità, di tagli alla spesa, di riforme regionali, provinciali o locali oppure della diffusione di un virus quasi letale o fantomatico, o chissà cos’altro, alcuni professionisti rischiano di trovarsi immersi in un turbinio operativo, altri rischiano di perdere l’impiego. Ogni operatore sociale, ormai da alcuni anni, si sveglia ogni mattina sapendo che sarà oberato da protocolli, linee guida, ricettari aggiornati, montagne di carta, e che dovrà assistere a una scena primaria che si ripete secondo schemi di routine, a volte privi di senso, dove la sua scrivania è stracolma di richieste urgenti, che più o meno rapidamente aspettano di essere soddisfatte. Si fa sempre più strada la consapevolezza che molte delle trasformazioni avvenute nel passato recente (creazione delle aziende sanitarie territoriali, aziendalizzazione, esternalizzazione dei servizi) trascendono il mondo quotidiano e professionale.

Quale percezione dell’intreccio tra micro e macro? Di solito l’operatore non vede che i suoi problemi sono legati ai discorsi che concretamente si costruiscono nelle conversazioni quotidiane o mediatiche. Non attribuisce il suo malessere o il suo benessere ai discorsi sulla società in cui viviamo, alle teorie più o meno implicite della società. L’operatore (ma anche il cosiddetto «uomo comune»), raramente è consapevole delle complesse interdipendenze tra i discorsi che facciamo, il mondo vitale che abitiamo e le grandi trasformazioni storiche e sociali in cui viviamo. Non dobbiamo meravigliarci se gli operatori sociali e gli altri professionisti della relazione di cura sentono di non poter dominare e comprenderei molteplici mondi frammentati e settoriali in cui si ritrovano freneticamente e ripetutamente immersi. Non è una questione di mere competenze tecniche o cognitive. In questa nostra società della conoscenza e dell’informazione diffusa, i discorsi spesso superano la nostra capacità di assimilarli o di comprenderli nella loro unità. Non è nemmeno un problema legato a una specifica professione, o alle arti della speculazione filosofica, anche se spesso i tanti corsi di formazione tecnici sulla comunicazione esauriscono le limitate energie rimaste.

Nighthawks_by_Edward_Hopper_1942Uno sforzo di analisi critica

Ascoltando i racconti degli operatori abbiamo compreso che il «discorso del capitalista» è il discorso dominante. Non investe solo la dimensione delle pratiche professionali o dell’aziendalizzazione, ma più in generale riguarda l’ordine simbolico delle professioni. Non è l’unico discorso, però. Ciò vale per tutti quei medici, infermieri, operatori socio-sanitari, educatori professionali, assistenti sociali, insegnanti che quotidianamente cercano di discutere diversamente tra loro, con i loro utenti e i famigliari. Il problema è che il «discorso del capitalista» tende all’egemonia, marginalizzando o disgregando altri possibili discorsi sul legame sociale e sulla cura. Per resistere a questa deriva egemonica e ossessiva dobbiamo accogliere la possibilità, inedita rispetto al passato, di riconoscere e coltivare l’analisi teorica come competenza critica. Se vogliamo, possiamo immaginare l’incertezza come la rottura dell’ordine meccanico e seriale: un guasto imprevisto nel docile robot, la possibilità dell’improbabile. Questo sforzo di analisi critica e di immaginazione, non è richiesto solo agli operatori sanitari. Certo, la relazione di cura è forse oggi uno degli ambiti dove il «discorso del capitalista» fa emergere, in modo più crudo rispetto ad altri contesti, le sue spinte disgreganti il tessuto sociale. Eppure, anche al cosiddetto «uomo comune» oggi serve una buona dose di immaginazione relazionale e sociale per cercare una difficile ricomposizione dei molteplici frammenti biografici, spesso fragili e a volte solitari. Se vogliamo un nuovo progetto per il futuro dobbiamo abbandonare la mentalità neoliberistica, manipolatoria e consumistica e metterci alla ricerca di alleanze, sebbene faticose, e di legami sociali solidali, sempre meno scontati.

Fonte: Rivista Animazione Sociale, mensile per gli operatori sociali, N. 247, novembre 2010.

Se hai trovato interessante questo articolo “Conformista” rimani aggiornato sulla nostra pagina Facebook, oppure iscriviti alla newsletter direttamente dal nostro blog.