Archivio per dicembre, 2013

 

grizzleur / Flickr

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“Il compito della scuola e dell’università è preparare i ragazzi al mondo del lavoro.  Solo così possiamo sperare di sconfiggere – in futuro – le piaghe dell’abbandono scolastico e della disoccupazione giovanile. Dovremmo per questo istituire, nelle scuole secondarie, stage obbligatori in azienda”. “I neodiplomati vanno indirizzati verso percorsi di laurea dove avranno opportunità di trovare occupazione, non certo verso facoltà umanistiche come lettere, filosofia, scienze politiche, belle arti. Oppure, meglio che facciano gli idraulici, piuttosto che studiare”. “Finanziamo soltanto la ricerca applicata, che dà risultati misurabili in termini economici. Valutiamo severamente i nostri insegnanti attraverso parametri quantitativi, che tengano conto di quanto un professore contribuisce, con le sue pubblicazioni, agli introiti della facoltà”. “Semplifichiamo i programmi scolastici: basta latino, basta greco, basta lettura dei classici, basta libri; meglio optare per riassunti delle opere principali, fotocopie, belle slides colorate e animate. Invece che perdere tempo ad insegnare vecchie teorie, cari insegnanti, insistete sulle competenze pratiche che serviranno ai ragazzi nel mondo globalizzato, utilizzate una pedagogia incentrata sulle tre I: Inglese, Impresa, Internet”.

Quando l’oggetto di discussione è il binomio istruzione & mondo del lavoro, non c’è persona di buon senso che non ricorra, in ordine sparso, ad una delle tesi di cui sopra. Vi è un diffuso consenso sul fatto che scuola e università debbano modernizzarsi, diventando mere propaggini di un’azienda. La filosofia sottesa a questo ragionamento – esteso a tutto il variegato mondo della cultura – è l’utilitarismo: un museo, una scuola, una biblioteca, una materia scolastica è ritenuta meritevole di essere conservata a seconda del profitto monetario (utile) che genera.

Seguendo questa visione, tutti quei saperi e luoghi culturali che non hanno utilità “pratica” possono essere soppressi: l’arte, la musica, la letteratura, la filosofia, la storia, il cinema, il teatro. La cultura umanistica tutta. Ma anche la ricerca pura in ambito scientifico; si pensi a quei fisici, per esempio, che indagano la struttura fondamentale dell’Universo.  A che serve sprecare soldi pubblici per finanziare costoro, quando la popolazione annaspa nella più grande crisi economica dal dopoguerra?
Agli utilitaristi nostrani è vivamente consigliata la lettura di un libricino di Nuccio Ordine, dedicato appunto, come recita il titolo, all’ utilità del sapere inutile, gratuito, disinteressato.  In appendice è riportato un mini saggio di Abrahm Flexner, grande pedagogo e fondatore dell’Institute for Advanced Study di Princeton, che ha ospitato, tra gli altri, scienziati del calibro di Albert Einstein, Niels Bohr, Thorstein Veblen,  John von Neumann. Flexner ci fa riflettere su come apparirebbe oggi il nostro mondo senza l’apporto della useless knowledge: non solo un deserto d’immaginazione, fantasia, spirito critico e libertà spirituale, ma anche un luogo più povero in senso materiale. Infatti, alcune grandi innovazioni del secolo scorso non sarebbero state possibili senza il contributo decisivo di scienziati totalmente disinteressati ai risvolti pratici delle loro teorie. Si pensi alle ricerche sulle onde elettromagnetiche da parte di Maxwell e Rudolf Hertz, senza le quali non avremmo potuto disporre di uno strumento che ha rivoluzionato la comunicazione come la radio. O agli studi prettamente teorici di Michal Faraday sulla corrente elettrica e di Paul Ehrlich sulla batteriologia.  Come non ricordare poi i vari Galileo, Newton, Einstein, Heisenberg; tutta gente che non aveva alcuno scopo pratico nelle ricerca, né provava interesse a rincorrere carriere e denari. Erano solo spinti dalla santa curiositas e dal desiderio di squarciare il velo di Maya, che cela il vero volto del Cosmo. Ricercatori puri, filosofi nel senso alto del termine. Ma di grande beneficio per l’umanità.

L’inutile può essere utile, mentre sovente il perseguimento del profitto fine a sé stesso nel campo dell’istruzione e della conoscenza porta al disastro, come ci hanno ammonito, nei secoli, filosofi come Aristotele e Platone, scrittori come Baudelaire, Leopardi, Gautier, Calvino, Hugo, Cioran, drammaturghi come Ionesco. E come testimoniano, ahinoi, le fallimentari riforme in ambito scolastico che si sono susseguite in Italia negli ultimi decenni – a cominciare dalla riforma Berlinguer del 2000. I frutti avvelenati di tali interventi non si contano più: scuole e università trasformate in aziende, con tanto di rivoluzione lessicale al passo con i tempi  (l’uso smodato dei vocaboli economici “crediti” e “debiti” nei piani di studio); la moltiplicazione delle sedi di studio e la concorrenza al ribasso tra gli atenei, attraverso il marketing pubblicitario, la semplificazione della didattica,  la distribuzione di lauree fittizie per attirare gli studenti (retrocessi oramai al rango di clienti);  la riduzione dei professori a scadenti manager-burocrati che passano ore e ore a organizzare consigli e a preparare tabelle per questionari inutili, invece che a formare e a formarsi. Si potrebbe continuare all’infinito.

Persino lo studio delle lingue antiche, che serviva “per conoscere direttamente la civiltà dei popoli, cioè per conoscere sé stessi” (Gramsci), sta per scomparire anche nei licei e sarà soppiantato dalle nuove lingue del commercio, inglese e cinese, con la motivazione che servono per lavorare nel mondo globale e fare soldi (e non per aprire la propria mente, viaggiare, scoprire la cultura dei paesi!).
“Solo i Fatti servono nella vita. Non piantate altro e sradicate tutto il resto. Solo con i fatti si plasma la mente di un animale dotato di ragione; nient’altro gli tornerà mai utile. In questa vita non abbiamo bisogno d’altro che di Fatti!”. La società di Coketown, descritta da Charles Dickens nel suo romanzo distopico Tempi difficili, dove “ciò che non si poteva tradurre in cifre o che non si poteva acquistare più a buon mercato e vendere al prezzo più alto, non esisteva e non avrebbe mai dovuto esistere” non è poi tanto diversa da quella che ci siamo affrettati a costruire con così tanta solerzia in questi anni. Una società informata dalla logica dell’Homo oeconomicus, che ragiona esclusivamente in termini di costi benefici di carattere pecuniario;  mentalità adottata non solo nelle scelte individuali, ma anche in quelle collettive, riguardanti la gestione dei beni culturali. In ossequio a questo principio, assistiamo rassegnati alla morìa di piccole biblioteche storiche e al depauperamento di quelle comunali; alla chiusura -per mancanza di fondi – di istituti di cultura che custodiscono la nostra memoria; all’orrenda visione di musei prestigiosi costretti, per attirare persone, ad ospitare sfilate di moda al loro interno e a vendere ogni sorta di gadgets e souvenir.

L’unico argine all’utilitarismo dilagante è, io credo, di tipo culturale: la diffusione capillare di idee diverse, che mettano in luce le contraddizioni teoriche e gli innumerevoli guasti prodotti in tutti i campi della società dal pensiero unico. Per questo sono importanti, oltre a quello di Ordine, i contributi della filosofa di Harvard Martha Nussbaum (v. Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Il Mulino, 2011), dove viene affermato con decisione che scuole e università devono tornare ad essere palestre di pensiero critico; luoghi dove non si acquisiscono solamente professionalità specifiche, ma dove si coltivano anche fantasia e immaginazione, e si costruiscono personalità aperte alla discussione ed empatiche nei confronti delle grandi problematiche sociali.

Inoltre, “occorre un’attitudine che non persegua l’utile, anzi, che addestri a quanto è più inutile. Cosicché l’arte, la religione, la scienza, si emancipino dal capitalismo. Solo la liberazione delle spirito delimita l’economia” (Alvi, 2011, p.293).  L’utilitarismo, nato come corrente filosofica, si è trasformato successivamente in dottrina economica, prescrivendo l’estensione dello scambio mercantile ad ogni sfera della vita sociale, perché “efficiente”. Gli economisti, oltre ad evidenziare la pervasività dei “fallimenti del mercato” (da Pigou a Stiglitz) e gli insostenibili costi ecologici e sociali generati dal laissez-faire (inquinamento, distruzione del capitale naturale, disoccupazione, disuguaglianze, vedi i fondamentali contributi di Kapp, 1950 e Polanyi, 1944), hanno sottolineato la necessità – per il buon funzionamento dello stesso capitalismo – del dono, come atto economico e non solo morale (distinto quindi dalla semplice carità).  Solo riconoscendo l’importanza di un atto asimmetrico che trascenda il calcolo capitalista – come il dono – può darsi un’economia sana.  


Possiamo fare diversi esempi.  
E’ economia del dono quella praticata all’interno della famiglia, con i genitori che pagano gli studi ai figli.  Fu economia del dono quella delle élites italiane del Rinascimento, che invece di investire in capitale “produttivo” (macchinari), hanno sprecato denaro in palazzi, chiese, arte, paesaggi, facendo dell’Italia la nazione più bella del mondo. Ancora, grandiosi esperimenti di economia del dono furono : il Piano Marshall, l’ingente trasferimento di risorse con cui gli americani fecero rinascere l’Europa occidentale nel secondo dopoguerra; la riforma dell’impresa ideata dall’utopista “concreto” Adriano Olivetti, che prevedeva l’obbligo di cessione dell’azienda alla Comunità locale alla morte del proprietario :1/3 al comune, 1/3 ai lavoratori, 1/3 all’università; l’emissione di denaro a scadenza teorizzata da Rudolf Steiner, con il quale sarebbero state finanziate, da parte di imprese e privati, le università, le scuole, gli ospedali. E’ economia del dono quella praticata dalle imprese sociali, dal mondo del no profit, molto attive anche nel nostro Paese. Infine, la pratica del dono e della condivisione è la cifra della Rete (v. Aime e Cossetta, il dono al tempo di Internet, Einaudi, 2010).

Se non rimetteremo al centro del nostro sistema economico e culturale il dono; se non torneremo a ridare il giusto spazio ad un’istruzione libera, a un sapere slegato da qualunque fine utilitaristico e giustificato solo dal piacere della conoscenza, non avremo futuro. “Se non si comprende l’utilità dell’inutile, non si comprende l’arte, e un paese dove non si comprende l’arte è un paese di schiavi e di robots, un paese di persone infelici, dove non c’è umorismo, non c’è il riso, c’è la collera e l’odio. (Eugène Ionesco)

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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“Non abbiamo bisogno di manovre o aggiustamenti, quello che ci serve è un cambio di orizzonte mentale, un nuovo paradigma economico, sociale e politico che rompa con gli schemi del passato”. Yoram Gutgeld, israeliano, ex McKinsey,   presenta così il programma economico del nuovo PD targato Matteo Renzi.  Il titolo del lavoro promette bene: ”Più uguali, più ricchi” (Rizzoli, 2013).

Il lettore potrebbe dedurre che la questione della disuguaglianza sia stata di nuovo messa in cima alle priorità della politica – e in particolare del principale partito della Sinistra. Si tratterebbe, questa si, di una rivoluzione copernicana, di un’abiura del paradigma neoliberista e del suo principale assioma : la disuguaglianza genera crescita, e la crescita economica diffonde benessere, anche nelle classi più povere (“effetto sgocciolamento“). Un teorema molto alla moda nella letteratura economica della “nuova” sinistra: da Alberto Alesina e Francesco Giavazzi (Il liberismo è di sinistra, Il Saggiatore, 2007) fino a Pietro Reichlin e Aldo Rustichini (Pensare la Sinistra. tra Equità e Libertà, Laterza, 2012).  Un teorema – come sappiamo – abbondantemente falsificato dall’evidenza empirica.

L’Italia, secondo due rapporti dell’ Ocse (2008,2011), è il terzo paese più diseguale d’Europa, dopo Regno Unito e Portogallo, e anche quello che cresce di meno. Nel 2008, il reddito medio del 10% più ricco degli italiani era dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero. Negli anni Ottanta, tale rapporto era di 8 a 1. Questa disuguaglianza, come afferma Maurizio Franzini nel suo ultimo saggio (Disuguaglianze inaccettabili, Laterza, 2013), è immobile, rigida: si trasmette di padre in figlio, disincentivando l’investimento in capitale umano e l’innovazione.

gutgeldIl lettore prosegue fiducioso, auspicando una diagnosi originale dei guai italiani ed europei di questi anni, e soluzioni diverse da quelle mainstream per uscire dall’impasse. Rimarrà deluso, lo diciamo subito. Dopo solo quattro pagine Gutgeld sconfessa il titolo: la parola uguaglianza non va bene, meglio equità. “Un sistema meritocratico che premia chi raggiunge certi risultati nel suo lavoro favorisce l’equità pur producendo disuguaglianza, così come licenziare un dipendente che ruba è equo pur aumentando le differenze fra i singoli lavoratori” (p.9). E ancora: “ aliquote fiscali penalizzanti sui redditi alti scoraggiano l’impegno di chi se li è guadagnati e una tassazione eccessiva dei grandi patrimoni ne incentiva il trasferimento verso altre mete”. Da notare, in proposito,  che dagli anni Ottanta ad oggi l’aliquota marginale massima sui redditi in Italia è passata dal 72% al 43%, e il nostro Paese ha fatto registrare una crescita del mitico Pil inferiore a tutti i maggiori Paesi Ocse. Ridurre le tasse ai più ricchi non fa crescere l’economia, ma la concentrazione di reddito e ricchezza. Il motivo è semplice: i risparmi concessi dagli sgravi fiscali ai più abbienti non si traducono in maggiori posti di lavoro, ma vanno a finire nell’infinito gioco all’accumulo della Borsa.

A parte qualche felice intuizione qua e là su evasione e grandi opere, le tesi che Gutgeld presenta come rivoluzionarie sono un déjà vu. Nell’ordine: la spesa sociale italiana è per il 90% appannaggio della componente anziana della popolazione; perciò dobbiamo tagliare ulteriormente la spesa pensionistica per finanziare gli asili nido e le misure contro la povertà;   sul mercato del lavoro si fronteggiano una minoranza più anziana con troppe tutele e una massa di giovani precari: la situazione dei secondi dipende dall’eccessivo garantismo verso i primi, che andrebbe per questo ridotto. Poi, l’enfasi posta sulla meritocrazia come panacea di tutti i mali e l’idea che il paese si rilanci con il taglio della spesa pubblica, improduttiva per definizione (“servirebbe una riduzione strutturale di almeno 30-40 miliardi l’anno” p.103) e l’abbattimento delle tasse sul lavoro e dei contributi previdenziali (cuneo fiscale). Dulcis in fundo:  la proposta di nuove privatizzazioni degli assets pubblici per 10-15 miliardi di euro, compresi i gioielli di famiglia: “Nel caso di aziende già quotate in borsa come Eni, Enel, Terna, Finmeccanica, non sarebbe possibile ridurre ulteriormente la quota detenuta dallo Stato o cederla del tutto?” p.175).

Tesi che appaiono ormai inconsistenti, alla luce dalle stesse cifre riportate da Gutgeld nel testo. Vediamone alcune:

9788842097297(1)Spesa pubblica e welfare. “La spesa pubblica italiana, al netto degli interessi, è un punto e mezzo inferiore alla media europea” (p.33). “ Il nostro apparato pubblico ci costa appena meno del 23% del PIL, a differenza di quello degli altri paesi europei , che ammonta mediamente a più del 26% del PIL” (p.103).  “Negli ultimi venti anni (1991-2011) la spesa corrente italiana al netto di pensioni e interessi (sanità, istruzione, assistenza sociale, difesa, servizi locali) è rimasta costante; nell’Unione Europea è salita del 3,6%” (p.63).  Non c’è un problema di eccesso di spesa pubblica in Italia,  ma di efficienza e di equità nel suo utilizzo. Gutgeld ha ragione, a questo proposito, quando dice che “Gli Stati sociali più funzionanti spendono più in servizi che in trasferimenti monetari”. Le statistiche dell’Ocse (vedi il rapporto Divided We Stand, 2011, p. 311) lo confermano: l’Italia spende il 17% di quanto produce in trasferimenti monetari  e solo il 12% in servizi in kind (scuola, istruzione, trasporti, edilizia sociale, servizi agli anziani e alle famiglie). Ed è anche uno dei paesi sviluppati in cui la redistribuzione dello Stato attraverso tasse e trasferimenti incide meno sulla riduzione delle disuguaglianze di reddito (p.83). Mentre le più perequate socialdemocrazie scandinave destinano in media circa un quinto del Prodotto ai servizi e solo il 10% ad interventi di natura monetaria. Ma la spesa sociale pro capite della Danimarca è 13.072 euro. Quella italiana, comprensiva della spesa pensionistica, è 6.854 euro (dati Eurostat,2011), inferiore anche alla media dell’Euro area a 17 paesi, pari a 7.644 euro. Infine, è vero che spendiamo molto in pensioni[1], ma siamo anche l’unico paese che le tassa e le recenti riforme hanno assicurato la sostenibilità del sistema nel lungo termine (v. Ocse, Pensions at a Glance, 2013). Abbiamo piuttosto un problema di come garantire un reddito decente alle future coorti di pensionati (Ocse, 2013, p.2).

Riassumendo: Gutgeld vuole migliorare il welfare tagliando la spesa pubblica complessiva. Che è un pò come volere la botte piena e la moglie ubriaca. Ricordiamo l’esperienza tedesca: quando i socialdemocratici, nel 2003, ritoccarono lo Stato Sociale, chiesero e ottennero dalla Commissione Europea uno sforamento dai parametri di Maastricht sul deficit di bilancio pubblico.  Perché interventi così importanti hanno effetti recessivi che debbono necessariamente essere riequilibrati. Quello che oggi andrebbe fatto, più semplicemente, è: 1) operare una redistribuzione di risorse tra pensionati (il 5% più ricco “pesa” come il 44% più povero) e 2) aumentare le altre voci di spesa sociale, in specie i servizi in kind, per contrastare l’emergenza povertà, che riguarda 1 italiano su 3 (Istat) e quella occupazionale. Come finanziarle? Attraverso gli ingenti risparmi che verrebbero dalla centralizzazione degli acquisti di beni e servizi da parte della Pubblica Amministrazione (circa 50 miliardi l’anno).

Cuneo fiscale e mercato del lavoro. “L’ultimo governo Prodi e il governo Monti” hanno ridotto le tasse sulle imprese di circa 10 miliardi, senza che questo migliorasse in modo significativo la competitività delle nostre aziende” (p.29) perché  la perdita di competitività del nostro costo del lavoro è “principalmente legato al costo dei servizi: assicurazione, auto, energia, trasporti, servizi finanziari, professionali. Per esempio, l’RC auto pesa sul bilancio degli italiani 22 miliardi di euro. Spesa che è superiore a quella pagata in altri paesi europei, in alcuni casi addirittura del doppio”.(p.30).  Lo stallo della produttività italiana non va perciò imputata all’elevato cuneo fiscale, ma ad altri fattori. E’ lì che bisognerebbe intervenire. Per quanto riguarda il mercato del lavoro, “ non è così rigido come ci vorrebbero far credere. Abbiamo un altissimo ventaglio di contratti di lavoro altamente flessibili” (p.142), e anche i salari dei lavoratori a tempo indeterminato, se si da un’occhiata ai dati Istat, sono fermi da vent’anni e hanno perso potere d’acquisto (v. Passerini, 2013). Infine “quello sull’articolo 18 è uno scontro interessante ma poco rilevante” (p.145), anche se l’Autore arriva a proporre una forma di contratto unico a tutele progressive, in cui la libertà di licenziamento iniziale è compensata da un’indennità di disoccupazione a carico di aziende e fiscalità generale. Si vorrebbe insomma applicare la flexicurity danese durante un periodo di grave recessione economica – in cui vengono distrutti più posti di lavoro di quanti se ne creano – e per giunta senza aumentare la spesa sociale. Anzi, abbassando tasse e contributi sociali a carico delle imprese. Anche qui, si cade in contraddizione.

Roger Abravanel_MeritocraziaMeritocrazia. Il sistema meritocratico al quale dovremmo convergere è quello statunitense. I liberisti ce lo ripetono in continuazione. Gutgeld fa propria questa retorica, rifacendosi al fortunato saggio di Roger Abravanel (Meritocrazia, Garzanti, 2008) . C’è necessità di sburocratizzare e rendere efficiente la macchina pubblica, chi lo nega. Bisogna aiutare i più capaci e meritevoli ad emergere in ogni settore, certo. Ma gli Stati Uniti costituiscono l’esempio migliore al quale rifarsi? Gutgeld, leggendo i dati Ocse, è costretto ad ammettere che gli Stati Uniti, nonostante la retorica della meritocrazia, non sono affatto la terra dell’ “eguaglianza delle opportunità”. Per un bambino, nascere in una famiglia ricca o in una povera incide sulle sue opportunità professionali future più negli States  (o nel Regno Unito) che in tutti gli altri paesi sviluppati. La mobilità sociale nei paesi anglosassoni è bassissima. Il figlio dell’operaio fa l’operaio; il figlio del banchiere fa il banchiere. I dati Ocse mettono in luce anche un altro aspetto rilevante: i paesi meno diseguali nei redditi e nelle ricchezze – quelli scandinavi – sono anche quelli a più alta mobilità sociale. E quelli anche più dinamici dal punto di vista economico.

La disuguaglianza, contrariamente a quanto sostengono i liberisti di sinistra, non agevola la crescita economica, ma la soffoca. E’ questo lo shock culturale di cui l’Italia avrebbe bisogno. Ma la nouvelle vague economica di Gutgeld (e Renzi) non fa altro che riproporre formule sorpassate, vecchi rapporti di causa-effetto che hanno rivelato tutta la loro inconsistenza.

illiberismo-e-disinistra-alesina-giavazziIl menù delle idee è sempre lo stesso, lo conosciamo a memoria. Solo il mercato produce benessere collettivo; dobbiamo metterlo in condizione di funzionare bene; togliendo regole, abbassando l’imposizione fiscale, liberalizzando, privatizzando. Il welfare deve sopravvivere in forma residuale, esclusivamente per i più poveri. L’occupazione si crea dal lato dell’offerta (incentivi fiscali, semplificazione regole, minori tutele per i lavoratori) non dal lato della domanda (investimenti, anche pubblici). Deficit e debito pubblico sono sempre cattivi e da combattere. La riforma del sistema bancario e  finanziario non  è fondamentale; lo è l’abbattimento (a parole) dei costi della politica. Non esistono priorità nella produzione e nel consumo:  un posto di lavoro creato in un fast food, in termini  di benessere sociale e di buona occupazione, vale come un posto creato in una scuola o in un centro di ricerca.  Interrogarsi sulla desiderabilità ecologica e sociale di un modello di sviluppo trainato dalla corsa ai beni esclusivi e posizionali (Hirsch,1981) piuttosto che da beni pubblici, culturali e relazionali, è considerato un esercizio inutile. La politica industriale è un retaggio dirigistico del passato. La disuguaglianza non è spiegata dalla distribuzione del reddito tra salari, profitti e rendite, ma dall’età anagrafica (giovani contro vecchi) [2]. Gli irrazionali vincoli fiscali accettati in sede europea  sono immodificabili e li dobbiamo rispettare, anche quando comportano salassi da 50 miliardi l’anno nel prossimo ventennio.

Questo è il catechismo neoliberale, il pensiero unico senza smagliature di questi anni. Non c’è alternativa alle sue pseudo teorie, imposte dai suoi adepti come leggi di natura.

Con vent’anni di ritardo, insomma, constatiamo che il treno della sinistra italiana è finalmente approdato alla destinazione finale, il socialismo della “Terza Via” di Blair, Clinton e Schröder. Quello che ha deregolamentato la finanza, precarizzato il mercato del lavoro, gettato le basi della crisi globale.  L’ennesimo grande abbaglio. Possiamo solo augurarci che Renzi si dimostri, nei fatti, migliore di quelli a cui dice di ispirarsi.


[1] Secondo l’Istat, 861mila persone con pensioni superiori a 3000 euro al mese costano al sistema previdenziale come quasi la metà dei pensionati più poveri (7 milioni) . Nello specifico, il bilancio sociale 2012 dell’INPS ha riportato i seguenti dati: su 17 milioni di pensionati, 11,6 percepiscono assegni pari o inferiori a 700 euro mensili; 3,8 milioni hanno una pensione di 1500 euro netti; 186mila individui percepiscono somme superiori a 17 volte il minimo (cfr. Marano, 2013).

[2] Negli ultimi trent’anni anni, la quota di  reddito nazionale che va a salari e stipendi è scesa di circa venti punti, a vantaggio di profitti e rendite (cfr. Alvi, 2004). Il nostro sistema fiscale ha incentivato questo processo. Si pensi che la prima aliquota Irpef, una tassa che grava pressoché interamente su lavoratori dipendenti e pensionati,  è pari al 23% (per redditi compresi tra 8.000-15.000 euro annui), mentre le rendite finanziarie, che riguardano evidentemente i più abbienti, sono tassate, a prescindere dal loro ammontare, al 22% (i titoli di stato al 12,50%), e i guadagni da capitale al 20%. Si tratta di una distorsione profonda e iniqua a cui bisognerebbe porre rimedio.

 

Federico Stoppa

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Aprile 1938. Vienna è stata appena annessa al Terzo Reich. Un barbone ubriaco entra furtivamente in una casa. Dice di essere Dio. Sorprende un vecchio psicanalista che per tutta la vita ha cercato di negarlo, di ridurlo a proiezione della mente umana, a illusione, a nevrosi. Per un’ora e mezzo i due parlano, dibattono, si scontrano su temi come il Male, il senso della vita, il destino dell’Uomo. Fuori, le camicie brune stanno perpetuando crimini contro innocenti. Il vecchio psicanalista è Sigmund Freud, ormai malato e morente.

La pièce teatrale appena presentata è il Visitatore – scritta nel 1993 da Eric-Emmanuel Schmitt e portata in questi mesi nei teatri italiani da Alessio Boni e Alessandro Haber.  Una straordinaria commedia che affronta tematiche “alte” con un registro umoristico, non retorico, a tratti commuovente.

Alessio_Boni-Il-visitatoreFreud è un uomo al culmine della solitudine e della disperazione. Ma rimane intransigente, saldo nel suo ateismo; l’unica forma di dignità che riconosce all’uomo. Non crede a quel clochard che, davanti ai suoi occhi, millanta di essere Dio. Lo psicanalista incalza l’Intruso: “Perché saresti venuto a trovare proprio me, e non un prete o un rabbino?” – “Trovo noioso conversare con gli ammiratori, preferisco altre persone”. Il Matto dimostra di conoscerlo bene. Scava dentro il profondo inconscio di Freud. Parla di quando, da bambino, si trovò solo, senza genitori, a chiedere aiuto. Un grido inascoltato, all’origine del suo pessimismo antropologico e della sua solitudine esistenziale e metafisica. Un bisogno di conforto a cui Dio, stavolta, non si sottrae.

Freud non sta al gioco. Il suo ateismo è radicale, impossibile da scalfire. Il cielo è vuoto,  la vita non ha senso. C’è bisogno di spiegare il perché? Guardatevi attorno. Il Male è ovunque e trionfa; la giustizia è calpestata, i deboli soccombono. Se Dio è buono, allora non è onnipotente; se è onnipotente e permette il nazismo, allora è il più crudele dei tiranni.  C’è un’ultima ipotesi, e la sua sola giustificazione, il suo unico alibi: non esiste. Questo Mondo non è altro che un insieme di particelle che si aggregano in via del tutto casuale, in un vuoto siderale, senza alcuno scopo.

Il barbone ascolta silente lo sfogo del professore, defilato. Poi, come un lampo che squarcia improvvisamente il buio di un cielo sereno, entra in scena. Le sue parole sono dardi infuocati, scoccati contro quello che considera il peccato capitale della nostra civiltà, la nostra malattia: la superbia, che i greci chiamavano hybris, tracotanza. l’Uomo, che prima si accontentava di sfidare Dio, adesso ha preso il suo trono. È diventato Signore assoluto della natura, del corpo, della morale. Ma non c’è stata nessuna liberazione: si sono moltiplicati i delitti, i soprusi, le ingiustizie. L’Uomo “ rivelato” è infelice, muto sulle questioni ultime, insoddisfatto. Se un bambino ti chiedesse: qual’è il senso della vita? Eh Dottor Freud, cosa risponderesti? Nulla.

La voce roca del professore vibra di dolore: ”Se tu sei veramente chi dici di essere fammi un miracolo, o almeno ferma quei criminali là fuori!”

il visitatore in ginocchioIl barbone scoppia a ridere. Ma sentitelo, il grande razionalista Freud: per credere ha bisogno dei miracoli, proprio come il popolino ignorante e superstizioso. La verità, dice il Matto, è che voi uomini siete stupidi, perché vagheggiate un dio dalle sopracciglia curve che dall’alto manda saette per punirvi;  o che sta lì a manovrarvi, come marionette, affinché scegliate sempre la strada giusta. La verità è che volete un dio che compri la vostra fede con il sensazionale. Un dio saltimbanco. Un dio terribile, vendicativo, davanti al quale inginocchiarsi. Non tollerate l’idea di un Dio umile, vestito di stracci, che vi fa dono della libertà di fare il bene come il male; un Dio che si inginocchia davanti a voi; un Dio che lotta al vostro fianco nel dolore, nella sofferenza, nel contrasto al male, Un Dio partecipe e vicino; un Dio d’Amore.

Nella stanza scoppia il silenzio.  I due stanno in ginocchio, abbracciati, come due duellanti a fine incontro. Non ci sono vinti né vincitori. L’aria è satura di dubbi e domande ancora aperte. C’è una sola convinzione che lega i due sfidanti, dopo aver ascoltato la musica di Mozart: l’uomo può curarsi. Questi atomi di bellezza possono salvarlo, dare un senso a ciò che non può capire. Dopo pochi attimi tornerà la figlia di Freud, precedentemente arrestata dalla Gestapo, e il clochard se ne andrà. Con Freud che lo insegue e gli spara dalla finestra, mancandolo.

Il Visitatore lascia al grande psicanalista quest’ultimo messaggio prima di congedarsi:“Hai sempre pensato che la vita fosse assurda, mentre è solo misteriosa”. 

Sipario.

Uno degli attori principali, Alessio Boni, ha spiegato in una recente intervista il senso di proporre uno spettacolo apparentemente così distante dalla sensibilità comune: “c’è bisogno di ritornare a interrogarsi sull’uomo in questo profondo momento di crisi, non solo economica, ma morale. Siamo fagocitati da una società che ci travolge con i suoi ritmi, che ci spinge a correre, lavorare e comprare senza lasciare il tempo per riflettere su chi siamo. Questo è un testo che ti fa fare i conti con te stesso –Lo stesso Freud che credeva che la psicanalisi potesse dare risposte a tutto, senza contemplare il mistero, la spiritualità, il destino,  qui comincia a guardare se stesso e ad aprirsi verso l’Alto».

Da non perdere.

F.S.

 

amorepostmoderno

Davide Bonazzi

L’amore si sa: è l’amaro dolce conduttore che fa muovere le nostre anime, in un verso o nell’altro, pur non riuscendo mai e poi mai a identificarne il significato, il senso che si cela dietro questa misteriosa fascinazione che ci fa volare di stupore, di incantamento al principio, ma che poi, quasi all’improvviso, ci schianta senza mezzi termini sul tappeto del rimpianto.“L’amore opera in segreto i suoi incanti, le nostre decisioni sono irrilevanti”; questo aforisma cerco di tenerlo sempre a mente, non si sa mai.

Ma non è propriamente sull’amore che vogliono discorrere, come fatto in sé, perché oltre ad una questione piuttosto difficile da spiegare, penso che ognuno di noi avrà sicuramente da dire la sua, e le diverse e “incazzose” versioni a riguardo saranno tanto diverse quanto diverse saranno le situazioni e le esperienze peculiarmente capitate a casaccio e senza un perché (che divertimento). E il bello di tutto questo sarà sempre e comunque il fatto che, come concetto, come miscela di sensazioni e di vissuto personale, questa “cosa” non potrà mai essere né catalogata né mai pienamente interpretata: è solo passibile di visioni puramente soggettive, e questo è, in un certo senso, il suo attraente e lontano mistero, la sua carica che ci invade fino al midollo per poi finire nel distruggerci.

Vorrei, invece, fare delle considerazioni sull’amore come esperienza sociale, e quindi cercare, nelle mie possibilità, di concentrarmi su come l’immaginario collettivo tenti di identificare un generico rapporto di coppia in un’ottica un po’ diversa, un po’ più ampia, nell’amplesso societario che ne riconosce la nascita e gli eventuali e controversi sviluppi. Ovvia, partiamo!

Lost by DavideBonazzi

Lost by DavideBonazzi

L’età postmoderna, per come viene attualmente vissuta, può essere vista come un collage di esperienze, di tasselli che abbiamo l’opportunità di incollare sul nostro mosaico personale grazie alle miriadi di possibilità e/o potenzialità che ci vengono offerte o che abbiamo a nostra disposizione, chi più chi meno (“a ciascuno il suo”). Questo vissuto, non può che emergere in maniera impeccabile da un ambito che indaga, come nessun altro a mio parere, il mistero e il senso dell’essere umano: la letteratura. I romanzi, è risaputo, racchiudono il sentire umano dell’epoca a cui fanno riferimento; cercano di estrarne, per quanto possono, l’essenza. Per questo motivo, per avvicinarci di più alla società in cui viviamo, e per cercare di capirci qualcosa una dannata volta, dobbiamo in un certo senso affacciarci a quei particolari romanzi che, dalla critica o comunque da un lettore qualunque, vengono letti come “innovativi”, e dove si può chiaramente evincere lo scardinamento del romanzo tradizionale.

Per definizione, il romanzo propriamente postmoderno, quello che, nello specifico, ha il potere di ammaliarci per la sua “diversità inconsueta”, è un romanzo enciclopedico; ciò vuol dire che, al suo interno, si può trovare di tutto: accanto alla quantità smisurata di linguaggi e di invenzioni narrative dettate da una schizofrenia data per scontata, l’autore sviluppa la storia che vuole proporci, che non è altro che un insieme ingarbugliato di tante e infinitesime storie, tutte diverse le une dalle altre. A prima impatto ci si può ritrovare spiazzati, e non si riesce bene a cogliere dove l’autore voglia andare a parare. Tutto questo però permette di affermare che Il meta-romanzo, o il romanzo vecchio stampo (come volete), seppur nella sua indiscussa utilità nel rilevare le origini del pensiero e degli sviluppi umani, non attecchisce poi più di tanto l’immaginario che vuole, per sue necessità interne, concentrarsi consapevolmente nella perlustrazione del tempo presente.

Certo, poi c’è da prendere in considerazione la categoria dei “classici” che, non è un caso, vengono etichettati così proprio perché la loro potenza espressiva ha qualcosa che ha a che fare con la loro intramontabile attualità, ma questo è un altro discorso. Il romanzo postmoderno, diversamente, mette in luce quelli che sono gli “sperimentalismi” di questo mondo sociale, e non c’è nulla di più azzeccato di questo per leggere la riconfigurazione dell’epoca attuale. Viviamo, infatti, nell’epoca dei racconti diversissimi ma che, per necessità, devono legarsi l’uno l’altro in una narrazione collettiva se vogliono solo pensare di sopravvivere. Un po’ come succede nei romanzi di nuova generazione: l’autore cerca sempre, velatamente, di tessere un filo rosso generale che permetta di afferrare le redini della complessiva (e a volte davvero complicatissima) situazione narrativa. Declinato alle nostre vite, il no sense che ne deriva può essere attribuito proprio a questo: all’incapacità generalizzata di dare un senso logico-narrativo alle nostre diverse esperienze che facciamo, ai nostri racconti personali, di modo che possa avere anche solo una minima parvenza di un filo che riconosciamo come “conduttore”. E allora, le relazioni sociali diventano fiacche, evanescenti, legate solo alla provvisorietà del momento, all’esperienza specifica vissuta in quella circostanza. E ci ritroviamo ogni volta a ricominciare tutto da capo senza sapere il perché, senza comprendere pienamente perché ci barcameniamo così tanto (“ma io dico: chi me lo fa fare?”).

Ed ecco che arriviamo alle relazioni di coppia, tanto odiate quanto osannate. Non molti anni fa, una relazione di coppia era vissuta all’interno di un quadro narrativo solido, stabile, in cui si sapeva benissimo quali erano le tracce della trama da seguire: era solo necessario riempire quelle tracce, quei consigli prescrittivi dettati dalla società e compierli, metterli in atto nella propria vita, mettendoci del proprio come coppia, come un progetto costruito solo e sempre insieme; quindi il proprio progetto biografico era un duo, e questo comportava, in molti casi, il “sacrificio dell’individualità”. Di questi esempi, di “narrazione di coppia”, ne esistono ancora; certamente: il cambiamento e la rimodulazione di un’epoca non può buttare via l’acqua sporca assieme al bambino, e quindi lavarsi le mani di tutto quello che l’ha creata e quindi preceduta: non può spazzare con noncuranza il “tradizionale”; anzi. Quest’ultimo è vitale al cambiamento, all’innovazione che nasce e si costruisce per differenza (quanti amici che stanno per o sono già sposati avete?).

Day Trippers by Davide Bonazzi

Day Trippers by Davide Bonazzi

Fondamentalmente, le relazioni di coppia odierne si sfasciano dopo due secondi perché non vi è un progetto comune alla base. Sono due progetti individuali che viaggiano sì parallelamente ma che pensano solo a sé: in pratica sono votati al mero soddisfacimento dei bisogni personali che, per attualizzarsi, decidono di “fare coppia”. Di conseguenza, più andremo avanti e più il “vecchio” progetto pensato in comune non avrà più ragione di sussistere: la nostra condizione esistenziale individuale naviga troppo nell’incertezza già per noi come singoli, figuriamoci che cosa può succedere se due “incertezze di vita” decidono di mettersi insieme: esplodono nel no sense immediatamente, e si distanziano (dopo che, alla fine della fiera, si è fatto praticamente tutto insieme dopo i primi 3 mesi di indiscusso romanticismo; e voglio azzardare: ma la soglia di “sopportazione” di quel romanticismo, che appassisce come una rosa senz’acqua, potrebbe essere decisamente più bassa). E quindi che si fa? Bella domanda.

Penso che l’individualismo, con tutte le pecche di egocentrismo che si porta con sé, riservi anche delle conquiste e delle possibilità formidabili. Non possiamo più tornare indietro, assolutamente. Dobbiamo invece sempre guardare avanti con una sbirciatina arricchente che volge lo sguardo al passato, che ha sempre qualcosa da insegnarci (non si sbaglia per imparare? O si sbaglia e basta?). Dobbiamo cercare di re-inventarci, prendendo spunto dal passato ma senza troppi formalismi, e cioè dando respiro al formidabile potenziale che è in noi. La coppia, quindi, deve vivere delle sue risorse di individualità e cercare, al contempo, di costruire quel filo rosso che la distinguerà da tutte le altre (dalle altre coppie e dal mondo in generale); il ché non significa un vincolo insormontabile che trascura e annienta pian piano le risorse-soggetto. Una coppia vera, al passo con i tempi, deve infatti sempre conquistarsi l’evasione dalla sua auto-referenzialità; si deve, in altre parole, fare discorso nel mondo, esattamente come avviene nei romanzi postmoderni. Per sopravvivere in questa società nell’ambito di un rapporto duale, dobbiamo scrivere il nostro romanzo postmoderno di coppia, insieme, cooperando col nostro partner. Questo ci consentirà di vivere bene la nostra storia con l’aiuto di quel “materiale” grezzo che le singole individualità attingono dalle proprie esperienze e che, quindi, scelgono consapevolmente di condividere all’interno del loro nucleo amoroso.
Racconti diversi, dunque, diversissimi l’uno dall’altro, ma che poi cercano di fare un lavoro di auto-riflessione, prima con il suo protagonista e poi assieme all’altro protagonista parallelo: il nostro partner. Certo, i romanzi postmoderni sono anche celebri per confondere con queste strampalate comparse che incontriamo durante il loro percorso narrativo: alle volte ci sono sacchettate di personaggi che non si capisce più nulla. Vogliono solo metterci in guardia però: nel mondo, le comparsate ci devono essere e ci saranno sempre. Ma i personaggi principali, quelli che veramente hanno una cognizione di tutta la storia e sono collegati in qualche modo con tutti gli altri personaggi, si riducono a due o tre. Ecco, poiché la coppia, lo dice il nome stesso, prevede solo due personaggi – che sono, a livello societario, fondamentalmente il suo fulcro, il suo punto di partenza – dobbiamo diffidare dalle comparse che ci distolgono dal nostro percorso e che molte volte (birbantelli!) “utilizziamo” istintivamente in senso egoistico: queste devono solamente arricchire la coppia di nuovi spunti, di nuovi vissuti, e non traumatizzarle e dunque estinguerle. Nel rispetto del nostro partner, infatti, dobbiamo evitare di ricadere nella concezione dell’amore perseguito come “quantità”, come concetto consumistico di usa e getta.

Se si sceglie di stare con una persona, di amarla, bisogna inventare insieme e scrivere la propria storia fugando l’indefinito, il caos che ci sovrasta e che incombe su di noi rendendoci sempre e comunque spaesati. Dobbiamo evitare le tipiche situazioni di coppia dei nostri tempi e dove si narra, sistematicamente e in ogni occasione, che “Cominciarono soltanto a frequentarsi, in quel territorio crepuscolare che sta tra l’essere solo amici e quello che, qualunque cosa sia, non è amicizia” (DFW); situazioni in cui finisce poi tutto quanto, e bisogna ricominciare tutto da capo. Del resto, in certi casi sbagliati, potrebbe essere solo una salvezza. Ma non sempre: il nostro istinto “sano” saprà sempre ben consigliarci che, probabilmente, quella è la persona giusta per noi.

Un sano Amore a tutti.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Josef Paul Kleihues

Josef Paul Kleihues

Perché Berlino?  Perché questa capitale all’apparenza fredda e distaccata rapisce i visitatori come nessun’altra città, tanto da far avvertire così forte la necessità di scrivere di lei?

Berlino è esteticamente brutta. In una classifica ideale delle capitali europee, si collocherebbe ben dietro a Roma e Parigi.  Non ci sono grandi cattedrali neogotiche da osservare in silenzio, terrorizzati, né gioielli architettonici del passato che si ha l’obbligo di fotografare. Non è una città eterna: tutto è in continuo divenire. Tutto si crea e si distrugge continuamente: ci sono cantieri aperti ovunque. Catturare la fisionomia attuale di Berlino e prevederne la traiettoria di sviluppo futura è quasi impossibile.

Berlino è piena di contraddizioni. Cosa c’entra il Modernismo di Potsdamer Platz con il realismo socialista di Karl-Marx-Allee ed Alexander Platz? Come è possibile conciliarli nello stesso tessuto urbano? Ma è solo riflettendo sulla giustapposizione di stili differenti, quasi antitetici, che si coglie l’essenza di questa città, la filosofia che l’ha informata, dopo l’evento con cui è terminato il secolo breve: la caduta del Muro.


Il collasso del socialismo in salsa prussiana non ha trasformato la città, come accaduto altrove, nel palcoscenico del capitalismo selvaggio
. I capitali stranieri affamati di spazi urbani a buon mercato su cui cementificare ed estrarre rendite sono stati tenuti lontani. Le autorità pubbliche avevano un progetto ambizioso in mente: fare di Berlino la città paradigma di un nuovo modello di sviluppo. Trasformarla nella capitale della cultura alternativa e della sostenibilità ambientale del XXI secolo. Hanno così chiamato i migliori architetti in circolazione (Renzo Piano, Hans Kollhoff, Norman Foster), hanno puntato su una politica di attrazione delle migliori menti creative, a cui è stato concesso di dare sfogo al proprio estro riqualificando interi quartieri distrutti o abbandonati.


La diversità di questa città rispetto alle altre grandi metropoli europee emerge quando si ragiona di crescita economica, di benessere, di qualità della vita
.  Secondo il parametro che viene più spesso utilizzato dagli analisti economici per misurare il benessere sociale – il prodotto interno lordo pro capite – Berlino è una città povera, con quasi il 20% dei suoi abitanti che vive sotto la soglia di povertà. Eppure, appena ci si allontana da una concezione di benessere centrata unicamente sulle disponibilità finanziarie e sull’ammontare dei beni e servizi che è possibile consumare sul mercato e si prendono invece in considerazione le opportunità sostanziali che le persone hanno di condurre le vite che preferiscono, le cose cambiano. A Berlino è ampia l’offerta di beni pubblici ( parchi, centri ricreativi, asili) e di infrastrutture di mobilità sostenibile ( l’enorme reticolo di piste ciclabili); sono minimizzate le esternalità negative causate dallo smog e dalla congestione automobilistica (solo 300 cittadini su 1000 possiedono una macchina, contro i 699 di Roma, i 600 di Stoccarda e Monaco; il 25% degli spostamenti nelle zone centrali avviene in bicicletta), In più, un welfare intelligente garantisce a tutti un minimo di base per condurre una vita dignitosa (alloggio, cure, accesso gratuito ai mezzi pubblici).

Berlin Topdown Berlin Deutschland/Germany [DE] Blick vom Fernsehturm hinunter zum Alexanderplatz und der Weltzeituhr. [EN] View from the TV tower down to Alexanderplatz and the World Clock. more: www.tomkpunkt.de and: www.flickr.com/photos/tomkpunkt

Berlin Topdown by Tom Kpunkt


La frenesia produttiva, la corsa all’arricchimento e il consumismo compulsivo, che sono la cifra delle grandi metropoli occidentali, sono state qui rigettate. Berlino è stata plasmata con il meglio del pensiero eterodosso del Novecento. I suoi intellettuali di riferimento sono il Karl Marx libertario e antidogmatico dei Manoscritti giovanili (1844), i filosofi critici dell’ottimismo tecnoscientifico della Scuola di Francoforte (Adorno, Horkheimer, il Marcuse dell’Uomo ad Una Dimensione), il fondatore dell’economia ecologica Karl W. Kapp e l’Enrico Berlinguer meno letto, meno addomesticato e certo più attuale, quello del discorso sull’Austerità del 1977. Un socialismo libertario abbinato ad un ecologismo consapevole e non di facciata, un’atmosfera cosmopolita, un miscuglio di culture che non si traduce in una polveriera ma in un reciproco scambio di idee. Ecco il valore aggiunto di questa città. Berlino è la città europea con più immigrati di origine turca; ma non ci sono ghetti, non ci sono tensioni con il resto della popolazione, ma piuttosto un fecondo confronto politico e culturale. Quando penso ad un luogo che è stato capace di impedire la diffusione della cultura neoliberista nelle menti dei suoi cittadini – il cui corollario, ben visibile dappertutto, è stato la scomparsa di ideali collettivi a vantaggio della rivendicazione di qualche minuscolo diritto individuale, l’indifferenza per il destino altrui, la mercificazione dell’ambiente e dei rapporti umani –  la prima città che mi viene in mente è Berlino. Questo nonostante la città abbia archiviato con sollievo e liberazione la tragica esperienza del comunismo reale.

L’esperimento di vivere in maniera alternativa sembra riuscito. Lo dimostrano le dinamiche occupazionali, la struttura demografica, il dinamismo culturale, i numeri sul turismo. Ma il futuro è aperto a qualsiasi sviluppo, niente può essere dato per scontato. Di sicuro, in questo secolo in cui la competizione non è più tra paesi ma tra città, Berlino parte in vantaggio: può diventare quello che era Parigi negli anni Venti.
Molto meno bella esteticamente della capitale francese, certo, ma con un fascino e una potenza emotiva altrettanto straordinari, che le derivano dall’aver “resistito e vinto contro tutto e contro tutti: contro la storia e contro la geografia, contro gli orrori del nazismo, contro mezzo secolo di guerra fredda e l’ottusa crudeltà del socialismo prussiano” (Bolaffi, Cuore Tedesco, 2013, p.165). Berlino è oggi qualcosa di completamente diverso da qualsiasi altra città europea, lo si avverte subito. E’ forse più un luogo dell’anima, un orizzonte a cui tendere, che un posto reale.

Wings of Desire - Wim Wenders Stiftung

“Non potrei dire chi sono, non ne ho la minima idea! Sono qualcuno che non ha origini, né storia, né Paese e ci tengo! Sto qui, sono libera, posso immaginarmi tutto. Tutto è possibile. Non ho che da alzare gli occhi e ridivento il mondo.”  Il Cielo sopra Berlino, regia di Wim Wenders, 1987

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Contro la retorica delle riforme

Pubblicato: dicembre 10, 2013 da Federico Stoppa in Economia e Politica
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Sebastian Thibault

Sebastian Thibault

Una retorica insopportabile sta inquinando il dibattito politico italiano e internazionale dei nostri giorni.

Secondo questa retorica, l’Italia sarebbe oggi in difficoltà perché incapace di fare le riforme “di struttura”. Un paese rimasto immobile per molto tempo, ostaggio di veti e corporazioni. Da qui il suo (meritato) declino economico.

Ma è proprio vero? In mezzo a tanto conformismo, è una fortuna imbattersi in un agile libro di Marco Simoni, un economista della London School Of Economics: Senza alibi. Perché il capitalismo italiano non cresce più (Marsilio, 2012, pp.248). L’Autore ci mostra, dati alla mano, che il nostro Paese di interventi in questi anni ne ha fatti eccome, in tutti i settori. Eppure, questo è stato proprio il periodo della sua crescita zero. Possibile?

Abbastanza sorprendentemente, le riforme sono state tutte a favore del mercato, della concorrenza, della lotta ai monopoli e alle corporazioni. Seguendo quasi alla lettera le prescrizioni dei grandi sacerdoti del liberismo.

Il mercato del lavoro è stato massivamente deregolamentato (Pacchetto Treu e Legge 30): L’Employment strictness protection Index, un indicatore dell’Ocse che misura la rigidità nella regolamentazione del mercato del lavoro, attesta che  l’Italia ha un mercato del lavoro più flessibile di quello tedesco e francese (Tridico, 2013, p.7). Il potere del sindacato “corporativo” è stato drasticamente ridimensionato: agli inizi degli anni Novanta il tasso di sindacalizzazione dei lavoratori del settore privato era pari al 40% del totale; oggi è il 19%.

Il settore bancario, prima quasi interamente nelle mani dello Stato, è stato privatizzato nei primi anni Novanta (legge Amato e Testo Unico Bancario). Le banche sono state trasformate in società per azioni e quotate in Borsa:  hanno potuto ingrandirsi ed internazionalizzarsi. Tra fusioni ed acquisizioni, gli istituti bancari si sono così dimezzati, passando da 44 a 27.

Il Testo Unico della Finanza (1998), noto come legge Draghi, ha aggredito quelli che erano considerati “difetti” del nostro capitalismo: le ridotte dimensioni e la scarsa capitalizzazione delle imprese, associate al carattere familiare della proprietà delle stesse. La legge ha reso più facile la pratica delle scalate societarie ostili in Borsa in modo da favorire il ricambio proprietario, e ha irrobustito le tutele dei diritti dei soci di minoranza, seguendo il modello americano.

Il mercato dei beni e dei servizi è stato liberalizzato. Dopo Tangentopoli, i governi di centrosinistra e centrodestra hanno posto in essere un piano di privatizzazioni di società pubbliche per circa 136 miliardi di euro, secondo solo, in Europa, a quello di Margaret Thatcher nella Gran Bretagna degli anni ‘80; hanno aperto alla concorrenza il settore elettrico, le telecomunicazioni, le ferrovie, il trasporto aereo, le poste. Persino nella pubblica amministrazione ci sono stati decreti su decreti di semplificazioni. Sono stati ridotti i poteri dello Stato centrale a vantaggio degli enti locali, con la riforma del titolo V della Costituzione nel 2001.

E ancora: si sono implementate riforme del diritto societario e fallimentare (2003), varie riforme fiscali che hanno ridotto le aliquote su persone e società, riforme previdenziali che hanno segnato il passaggio dal metodo retributivo a quello contributivo, e l’allungamento dell’età pensionabile (Amato, Dini, Fornero).

In definitiva: le riforme ci sono state, e non di poco conto. Eppure, il nostro paese ha fatto registrare performance scadenti in termini di crescita del prodotto interno lordo, tasso di occupazione, produttività del lavoro, equità sociale.

Simoni smentisce altri alibi che vengono solitamente usati per giustificare la minor crescita: l’elevato costo del lavoro e il peso del Mezzogiorno.  In Italia – almeno nella manifattura – il costo unitario del lavoro è del 30% inferiore rispetto a quello tedesco.  Né vale accusare il Sud Italia, visto che tra il 1996 e il 2006 è cresciuto di circa mezzo punto percentuale più del nord, e si badi: senza l’aiuto di trasferimenti di risorse dallo Stato centrale!

Di chi è la colpa, allora? Simoni sostiene che sia mancata una visione politica chiara: le riforme sono state incoerenti e contraddittorie. Hanno cercato di trapiantare nel Belpaese, di volta in volta, pezzi di modello americano, tedesco e francese, senza mai guardare alla realtà specifica dell’economia italiana e le sue caratteristiche peculiari. Risultato: hanno creato un capitalismo Frankestein senz’arte né parte.

Possiamo aggiungere un’ulteriore considerazione: le riforme sono state fatte in condizioni emergenziali, con l’acqua alla gola, senza alcun dibattito pubblico sugli effetti che queste avrebbero avuto nel tessuto sociale.   Sono state spesso giustificate con la brutale espressione “ce le chiede l’Europa”. Quasi sempre, inoltre, le riforme hanno seguito lo Spirito dei Tempi, che un giorno ci faceva prendere come modello il “dinamico” mercato del lavoro americano, poi il mercato finanziario inglese e  infine la Spagna della crescita drogata dal debito privato degli anni 2000 (Viva Zapatero!). Recentemente ci si è infatuati della flexicurity danese e della cogestione tedesca.

Dobbiamo smetterla di importare acriticamente brandelli dei vari capitalismi stranieri. Bisogna rigettare quella che l’economista anconetano Giorgio Fuà chiamava ” l’ideologia di un unico cliché di sviluppo e di vita, al quale ci si aspetta che tutti i paesi si conformino” e tornare a riflettere su quali politiche assecondino meglio la traiettoria di sviluppo del nostro Paese.

Per questo, più che di un governo del fare, avremmo bisogno di un governo del pensare.

Federico Stoppa

Il Golpe silenzioso

Pubblicato: dicembre 2, 2013 da Federico Stoppa in Economia e Politica
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Otto Dettmer

Otto Dettmer

La narrazione della crisi che sembra aver attecchito maggiormente nell’opinione pubblica europea è la seguente: abbiamo campato a lungo al di sopra dei nostri mezzi; gli Stati hanno contratto debiti per finanziare spese sociali crescenti ed insostenibili nel lungo termine, condannando le nuove generazioni ad un presente di disoccupazione e povertà. Bisogna rassegnarsi: il modello sociale europeo – pensioni generose, sanità e istruzione pressoché gratuite e universali, sostegni al reddito nei periodi di disoccupazione – che ha garantito, per circa un trentennio, ad un gran numero di individui degli standard di vita mai conosciuti prima, è definitivamente morto. Certo, i giovani subiscono oggi più di tutti – attraverso un drastico ridimensionamento delle loro opportunità di realizzazione professionale – le politiche di austerità fiscale; ma devono sapere che queste sono inevitabile conseguenza dell’ingordigia dei loro genitori e nonni, nonché dell’irresponsabilità di uno Stato sprecone che li ha viziati con elargizioni cospicue per acquisire consensi.

Questo racconto è indubbiamente seducente, ma non ha alcuna evidenza empirica. E’ servito ai governi per legittimare, a colpi di tagli e riforme dettate da organismi non eletti, lo smantellamento della democrazia sociale europea. Un vero e proprio Colpo di Stato, come lo chiama Luciano Gallino nel suo ultimo libro. Un progetto, in verità, portato avanti fin dai primi anni Ottanta dai governi dei maggiori Stati europei – pressati dei “fondamentalisti del mercato” (l’Ocse, Il Fondo Monetario Internazionale, la Commissione Europea) – attraverso la liberalizzazione dei movimenti di capitali e l’abbattimento di ogni vincolo regolativo dell’attività bancaria. Le conseguenze di tali decisioni sui bilanci pubblici e sulle democrazie europee sono state rilevanti.

L’imposizione fiscale è diventata dappertutto meno progressiva per non far fuggire i capitali o per attirare investimenti dall’estero[1]. L’erosione della base imponibile ha fatto si che il finanziamento dei programmi di spesa pubblica venisse attuato con il ricorso al debito e/o con il solo contributo fiscale delle classi medie, sgravando quelle ricche; da qui i malumori crescenti della popolazione verso lo Stato “vessatore” di cui si sono serviti i leaders populisti europei per conquistare consensi (Streek, 2013).

La deregulation finanziaria ha trasformato l’attività bancaria in un casinò. Le banche europee hanno creato fiumi di denaro dal nulla, senza alcun nesso con l’andamento dell’economia reale. Basti pensare che nei maggiori istituti finanziari europei il rapporto tra attivi e capitale proprio (quella che in gergo si chiama leva finanziaria) era, in media, di 30 a 1 (dati 2008 citati in Gallino, pp.117-18). Cioè: le esposizioni creditizie delle banche superavano di trenta volte le risorse che queste avevano in cassa! Così, appena le attività in cui avevano irresponsabilmente investito (soprattutto titoli derivati altamente rischiosi) hanno perso valore, gli istituti finanziari si sono ritrovati con un pugno di mosche in mano e con enormi buchi nei loro bilanci, prontamente ripianati dagli Stati con l’immissione di una gigantesca quantità di denaro. Nello specifico, tra ottobre 2008 e ottobre 2010 la Commissione Europea ha approvato 4600 miliardi di aiuti di Stato per il salvataggio del sistema bancario europeo. A causa di questi interventi emergenziali, nel biennio considerato (2008-10) il debito pubblico aggregato dei paesi Ue è passato da una media del 60% all’ 80% del PIL (dati Eurostat). Da notare che la spesa pubblica per le prestazioni sociali è invece da tempo inchiodata, nei paesi europei, intorno al 27% del PIL .

Altro che debito pubblico causato dall’eccessiva generosità dello Stato sociale, quindi[2]. Altro che Keynes. Il debito pubblico è originariamente lievitato a causa della selvaggia liberalizzazione del mercato dei capitali, che ha comportato la riduzione delle imposte ai più ricchi, e quindi la necessità per lo Stato di prendere a prestito denaro a tassi crescenti; poi, negli ultimi anni, è esploso a causa dalla scialuppa di salvataggio – piena di trilioni di euro – che gli Stati europei hanno gettato alle istituzioni finanziarie in agonia. La grande operazione di occultamento della realtà dei fatti che è stata fatta fino ad oggi è servita in ultima analisi per scaricare i costi della crisi sui ceti medi e bassi e portare avanti un Golpe silenzioso.

Federico Stoppa

phOrlandini

phOrlandini

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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[1] L’aliquota più elevata sui redditi è passata in Europa da una media del 70% negli anni Ottanta al 45% nel 2008; l’imposta sugli utili delle grandi società è scesa di un terzo nello stesso periodo (in Germania addirittura del 50%); infine, i governi europei hanno abolito o ridimensionato le imposte sui grandi patrimoni finanziari e sulle successioni (vedi Fitoussi, 2013, p.86 e Gallino, 2013, p.61).

[2] Anche l’ingente debito pubblico italiano, passato dal 58% al 124% del PIL in soli quindici anni (1980-1994) non è stato determinato, contrariamente a quanto recita la vulgata, da un eccesso di spesa pubblica, che al netto degli interessi è sempre stata al di sotto della media europea; ma alla spesa per interessi sul debito, superiore di circa 7 punti rispetto alla media dell’eurozona. Sulla crescita degli interessi pesò la scelta, fatta nel 1981 dalla Banca d’Italia, di non acquistare più i titoli di stato rimasti invenduti nelle aste pubbliche; lo Stato italiano è stato così costretto a finanziarsi sui mercati a tassi enormemente più elevati (vedi Moro, 2012 e Gallino, 2013, pp.179-80).