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Alessandro Gottardo

Alessandro Gottardo

Ovunque ci sia spazio metti-i-libri (è passato un solo giorno, e il fighissimo utile Kindle è stato restituito al rivenditore), vicino alle salviette portatili, utili alle lacrime tra amici-abbracci-e-baci, e alle manine sventolanti che sposano gli ultimi bagliori di sguardi che si intrufolano in quei tonificanti labirinti di idee – c’è sempre di mezzo Borges, che ti fanno prendere le due velocità del viaggio – una vicina, l’altra lontana: ogni cosa viene mangiata da un’altra cosa, e il più grande di tutti, il cielo, si porta via i miei ulivi, che spariscono, via via, a soffiate verdi, ma in questo vortice risucchiante non dimenticare: il tuo paese è il più bello di tutti, sempre, non denigrarlo mai quando sei fuori, fallo dentro se proprio devi, perché fuori fa freddo e hai sempre bisogno del vestito giusto, del tono perspicace, perché solo l’apparenza, il segreto e la scena salveranno il mondo, invece la troppa trasparenza per la troppa specializzazione porterà solo alla paralisi dell’osceno, all’istantaneità esasperata che arresta tutto quanto, e poi? Quanto mi costa? Il prezzo tacito della diversità è troppo basso per il suo valore effettivo, quindi direi che mi va ottimamente.

Sul vetro di viaggio un dito ha scritto frettolosamente “TI AMO”, si legge controluce… Probabilmente si riferirà a quell’incantevole paesaggio scorrevole che si intromette, infestato dal sole, tra onde collinari e mare in dirupo. Ciao.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Contro la retorica delle riforme

Pubblicato: dicembre 10, 2013 da Federico Stoppa in Economia e Politica
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Sebastian Thibault

Sebastian Thibault

Una retorica insopportabile sta inquinando il dibattito politico italiano e internazionale dei nostri giorni.

Secondo questa retorica, l’Italia sarebbe oggi in difficoltà perché incapace di fare le riforme “di struttura”. Un paese rimasto immobile per molto tempo, ostaggio di veti e corporazioni. Da qui il suo (meritato) declino economico.

Ma è proprio vero? In mezzo a tanto conformismo, è una fortuna imbattersi in un agile libro di Marco Simoni, un economista della London School Of Economics: Senza alibi. Perché il capitalismo italiano non cresce più (Marsilio, 2012, pp.248). L’Autore ci mostra, dati alla mano, che il nostro Paese di interventi in questi anni ne ha fatti eccome, in tutti i settori. Eppure, questo è stato proprio il periodo della sua crescita zero. Possibile?

Abbastanza sorprendentemente, le riforme sono state tutte a favore del mercato, della concorrenza, della lotta ai monopoli e alle corporazioni. Seguendo quasi alla lettera le prescrizioni dei grandi sacerdoti del liberismo.

Il mercato del lavoro è stato massivamente deregolamentato (Pacchetto Treu e Legge 30): L’Employment strictness protection Index, un indicatore dell’Ocse che misura la rigidità nella regolamentazione del mercato del lavoro, attesta che  l’Italia ha un mercato del lavoro più flessibile di quello tedesco e francese (Tridico, 2013, p.7). Il potere del sindacato “corporativo” è stato drasticamente ridimensionato: agli inizi degli anni Novanta il tasso di sindacalizzazione dei lavoratori del settore privato era pari al 40% del totale; oggi è il 19%.

Il settore bancario, prima quasi interamente nelle mani dello Stato, è stato privatizzato nei primi anni Novanta (legge Amato e Testo Unico Bancario). Le banche sono state trasformate in società per azioni e quotate in Borsa:  hanno potuto ingrandirsi ed internazionalizzarsi. Tra fusioni ed acquisizioni, gli istituti bancari si sono così dimezzati, passando da 44 a 27.

Il Testo Unico della Finanza (1998), noto come legge Draghi, ha aggredito quelli che erano considerati “difetti” del nostro capitalismo: le ridotte dimensioni e la scarsa capitalizzazione delle imprese, associate al carattere familiare della proprietà delle stesse. La legge ha reso più facile la pratica delle scalate societarie ostili in Borsa in modo da favorire il ricambio proprietario, e ha irrobustito le tutele dei diritti dei soci di minoranza, seguendo il modello americano.

Il mercato dei beni e dei servizi è stato liberalizzato. Dopo Tangentopoli, i governi di centrosinistra e centrodestra hanno posto in essere un piano di privatizzazioni di società pubbliche per circa 136 miliardi di euro, secondo solo, in Europa, a quello di Margaret Thatcher nella Gran Bretagna degli anni ‘80; hanno aperto alla concorrenza il settore elettrico, le telecomunicazioni, le ferrovie, il trasporto aereo, le poste. Persino nella pubblica amministrazione ci sono stati decreti su decreti di semplificazioni. Sono stati ridotti i poteri dello Stato centrale a vantaggio degli enti locali, con la riforma del titolo V della Costituzione nel 2001.

E ancora: si sono implementate riforme del diritto societario e fallimentare (2003), varie riforme fiscali che hanno ridotto le aliquote su persone e società, riforme previdenziali che hanno segnato il passaggio dal metodo retributivo a quello contributivo, e l’allungamento dell’età pensionabile (Amato, Dini, Fornero).

In definitiva: le riforme ci sono state, e non di poco conto. Eppure, il nostro paese ha fatto registrare performance scadenti in termini di crescita del prodotto interno lordo, tasso di occupazione, produttività del lavoro, equità sociale.

Simoni smentisce altri alibi che vengono solitamente usati per giustificare la minor crescita: l’elevato costo del lavoro e il peso del Mezzogiorno.  In Italia – almeno nella manifattura – il costo unitario del lavoro è del 30% inferiore rispetto a quello tedesco.  Né vale accusare il Sud Italia, visto che tra il 1996 e il 2006 è cresciuto di circa mezzo punto percentuale più del nord, e si badi: senza l’aiuto di trasferimenti di risorse dallo Stato centrale!

Di chi è la colpa, allora? Simoni sostiene che sia mancata una visione politica chiara: le riforme sono state incoerenti e contraddittorie. Hanno cercato di trapiantare nel Belpaese, di volta in volta, pezzi di modello americano, tedesco e francese, senza mai guardare alla realtà specifica dell’economia italiana e le sue caratteristiche peculiari. Risultato: hanno creato un capitalismo Frankestein senz’arte né parte.

Possiamo aggiungere un’ulteriore considerazione: le riforme sono state fatte in condizioni emergenziali, con l’acqua alla gola, senza alcun dibattito pubblico sugli effetti che queste avrebbero avuto nel tessuto sociale.   Sono state spesso giustificate con la brutale espressione “ce le chiede l’Europa”. Quasi sempre, inoltre, le riforme hanno seguito lo Spirito dei Tempi, che un giorno ci faceva prendere come modello il “dinamico” mercato del lavoro americano, poi il mercato finanziario inglese e  infine la Spagna della crescita drogata dal debito privato degli anni 2000 (Viva Zapatero!). Recentemente ci si è infatuati della flexicurity danese e della cogestione tedesca.

Dobbiamo smetterla di importare acriticamente brandelli dei vari capitalismi stranieri. Bisogna rigettare quella che l’economista anconetano Giorgio Fuà chiamava ” l’ideologia di un unico cliché di sviluppo e di vita, al quale ci si aspetta che tutti i paesi si conformino” e tornare a riflettere su quali politiche assecondino meglio la traiettoria di sviluppo del nostro Paese.

Per questo, più che di un governo del fare, avremmo bisogno di un governo del pensare.

Federico Stoppa

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L’analfabetismo funzionale designa l’incapacità di un individuo di usare in modo efficiente e compiuto le abilità di lettura, scrittura e calcolo nella vita quotidiana, ma anche l’incapacità di esprimere adeguatamente sentimenti, emozioni, stati d’animo o sofferenza in maniera propria”(p.57). In Italia, “le statistiche ci dicono che il 5% della popolazione compresa fra i 14 e i 65 anni non è in grado di distinguere una lettera dall’ altra, un numero da un altro; il 38% riesce a malapena a leggere singole scritte o cifre e non è in grado di leggere una frase composta da più parole e comprenderne il significato. Per Il 33% (della pop. adulta) un testo che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è ben oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile” (p.59) “Queste tre categorie, sommate tra loro, rappresentano il 76% della popolazione adulta italiana. Se negli Stati Uniti si calcola che il 45% degli abitanti sia costituito da analfabeti funzionali, in Italia il loro numero supera i tre quarti della popolazione adulta” (p.58).

Basterebbero queste poche righe estratte dal saggio di Elio Cadelo e Luciano Pellicani (Contro la Modernità. Le radici della cultura antiscientifica in Italia, Rubbettino, 2013, pp.172, euro 12) per capire la vacuità degli appelli alla crescita economica che ogni giorno sentiamo pronunciare dalle colonne dei principali quotidiani, dai banchi del Parlamento, dalle iperuraniche sedi delle istituzioni europee. Basterebbe portarsi dietro questi pochi appunti, scarabocchiati alla buona in un quaderno, per sconfessare i soloni nei summit internazionali e comprendere le cause di un declino che ci ostiniamo a descrivere come peste o epidemia portata da qualche batterio straniero; rimosso il quale – magari attraverso l’antidoto “riforme strutturali”  cioè più mercato, più concorrenza, più meritocrazia – ci incammineremmo di nuovo nella via luminosa che porta al benessere.

QUALE ECONOMIA DELLA CONOSCENZA?

“Economia della conoscenza, knowledge economy”. E’ il paradigma che si è imposto nelle società avanzate dopo i mutamenti tecnologici ed istituzionali intervenuti alla fine dello scorso secolo: rivoluzione telematica e globalizzazione dei mercati. Le parole magiche dell’economia della conoscenza sono: Innovazione, sostenibilità, coesione sociale. Le tre colonne portanti sulle quali si vuole costruire l’Unione Europea del 2020. L’unica via – si dice – per generare ricchezza e benessere in un mondo post industriale, di servizi avanzati.

In  questo contesto, l’istruzione assume un ruolo cruciale. “Education, education, education” fu il motto del New Labour di Anthony Giddens e Tony Blair negli anni ‘90, reiterato poi da quasi tutti i leader europei occidentali. Peraltro, va fatta chiarezza sui fini dell’istruzione. A che cosa serve?Serve a dotare gli individui di “competenze” pratiche o per formare cittadini? I sistemi scolastici devono educare per il profitto o per la democrazia? Per i neoliberisti, gli investimenti pubblici in istruzione sono strumentali alla crescita economica, alla massimizzazione del Prodotto Interno Lordo (PIL). Essi privilegiano l’istruzione funzionale alle logiche del mercato, mentre considerano sprecate le risorse impiegate per sostenere, ad esempio, la ricerca nelle materie umanistiche. Per chi segue il “capability approach” di studiosi sociali come Amartya Sen e Martha Nussbaum , invece, l’istruzione non deve seguire solo una logica strumentale alla produzione di merci, ma deve contribuire a sviluppare le capacità dell’individuo in maniera più ampia possibile. Competenze tecniche da spendere sul mercato del lavoro, certo, ma anche capacità critiche, empatia per le problematiche sociali e ambientali, partecipazione attiva al dibattito politico (v. Sen, 2010, Nussbaum, 2011).

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Quando atterriamo sul pianeta Italia, però, ci accorgiamo dell’irrilevanza di questa contrapposizione. Da noi una “visione” dell’Istruzione non c’è, semplicemente. Si leggano questi dati. Nel 2010, il 18,8% degli alunni (circa 700mila ragazzi) del Belpaese ha abbandonato gli studi, contro l’11,6% della Francia e il 10,5% Germania e il 14,1% della media europea (Istat,2011). Dovrebbe allarmare più questo spread che quello virtuale del mercato del debito pubblico. Ancora. Il numero di ore giornaliere e annuali passate a scuola dagli studenti italiani sono di gran lunga minori rispetto a quelle di altri Paesi. Cadelo e Pellicani (p.60) specificano che sono le stesse famiglie, in molti casi, a determinare l’abbandono scolastico: si preferisce che questi si dedichino a lavorare nell’azienda di famiglia o che imparino il mestiere del padre o del parente. Questa predilezione italiana per la veduta corta, per il guadagno immediato ma di corto respiro, costa all’intero paese 70 miliardi l’anno. Cioè quanto gli interessi finanziari che ogni anno dobbiamo ai rentiers che detengono il nostro debito pubblico.

A quarantacinque anni dalla pubblicazione di Lettera ad una professoressa di Don Lorenzo Milani, il problema dell’abbandono scolastico, più attuale che mai, sembra essere scomparso dall’agenda politica. Come si fa a discutere di Crescita economica senza affrontare seriamente questo tema? Come si fa a parlare di Crescita quando abbiamo poco più della metà di persone, tra i 25 e i 64 anni, che è in possesso di un diploma di scuola media secondaria, mentre la media Ocse è del 73%, ed in Germania è dell’85%?

LA FAVOLA DEL “TUTTI DOTTORI”

Tocchiamo l’argomento laurea. La percezione diffusa nell’opinione pubblica è che i laureati siano troppi nel nostro paese: molti, compresa l’ex ministra Fornero, non si sono affatto allarmati della caduta verticale delle immatricolazioni che si è verificata in questi anni (58.000 studenti in meno, anni 2007-2011). Anzi: l’hanno preso come un segnale positivo; la laurea è semplicemente uno “status symbol”, una tipica ossessione piccolo borghese. Meglio che i giovani si dedichino immediatamente a mestieri cosiddetti pratici (“i nostri giovani non vogliono più fare certi mestieri” è il mantra che viene ripetuto da più parti), e non perdano tempo sui libri.  A questo punto, dispiace deludere chi è convinto che in Italia siano “tutti dottori”, ricordando i dati Ocse. “In Italia solo il 19,8% dei giovani è laureato; queste percentuali ci consegnano al terz’ultimo posto tra i 27 paesi dell’Unione Europea, peggio di noi sono solo Malta ed Estonia. In Germania i giovani laureati sono il 27% del totale, in Francia il 43% e in Gran Bretagna il 45%. Si aggiunga che nel 19,8% dei laureati italiani vanno in ogni caso considerate le lauree brevi e le lauree rilasciate dalle università telematiche” (p.62).

LA DISOCCUPAZIONE DEI PIU’ ISTRUITI

Cadelo e Pellicani spiegano gli allarmanti dati Ministero per l’Istruzione e la Ricerca (Miur) sul basso tasso numero di laureati e sul preoccupante numero di abbandoni nelle facoltà scientifiche (20% degli immatricolati) con le scarse prospettive di lavoro qualificato offerte dal mercato.

In effetti, secondo l’associazione Almalaurea (si vedano i Rapporti 2012 e 2013), lo stipendio medio dei laureati in Ingegneria, Fisica, Matematica, Statistica, a dieci anni dal conseguimento del titolo è di 1600 euro, di gran lunga inferiore a quello dei loro omologhi stranieri. E l’indagine Excelsior 2012 sulle previsioni di assunzioni delle aziende private italiane mette in luce che, su 407mila assunzioni previste, il 14,5% riguarderà i laureati e il 32,3% lavoratori senza alcuna formazione specifica (p.75).

Tom_Haugomat_Le_Monde_II_01-807x1024Citare dati di questo tipo in maniera estemporanea crea solo irritazione, indignazione e scoramento nel lettore;  tocca invece fornire un’immagine più dettagliata del problema in questione, comprendere cioè le ragioni strutturali della disoccupazione del capitale umano più qualificato.  Bisogna sciogliere un apparente paradosso: com’è possibile che le imprese italiane richiedano così pochi laureati, nonostante la loro bassa incidenza nella popolazione attiva? Non dovrebbero fare a gara per aggiudicarseli, data la loro “scarsità relativa”?

Per formulare una risposta corretta, la prima variabile da considerare è la dimensione delle imprese. In Italia, operano 4,5 milioni di imprese (Istat, Archivio Statistico Imprese Attive, 2009). Il 95% di queste (4.250.000) sono classificate come microimprese: hanno meno di 10 addetti. Salendo nelle classi di addetti, il numero di imprese si restringe: le imprese con più di 250 dipendenti – le grandi imprese – sono solamente 3.630. Da notare che il peso delle grandi imprese è sceso moltissimo negli ultimi venti anni (cfr. Coltorti, 2013), da quando, negli anni ’90, è iniziata la ritirata dello Stato imprenditore dall’economia del paese. Partiamo quindi svantaggiati nei confronti di competitors come Germania e Francia, che invece hanno un buon numero di colossi multinazionali in grado di assorbire la manodopera più qualificata. In più, l’85% delle imprese italiane è a conduzione familiare, e nel 66% dei casi il management è diretta emanazione della proprietà familiare, non di una selezione meritocratica (v. Bankitalia, 2009). L’Eurostat (citato in Almalaurea 2013) ci informa che quasi il 40% dei manager italiani ha completato tutt’al più la scuola dell’obbligo, contro il 19% della media europea a 15 paesi e il 7% della Germania.

Seconda variabile da tenere in mente è la specializzazione produttiva della nostra economia: i beni che produciamo. Il peso più grande, in termini di valore aggiunto, ce l’hanno 4 settori: 1) Metallurgia e prodotti in metallo; 2) Macchine e apparecchi meccanici; 3) Alimentari e bevande: 4) Tessile, abbigliamento, cuoio e calzature. Come argomentato in un interessante Report della Banca d’Italia del 2009, sono tutti settori caratterizzati da bassa innovazione: di processo e di prodotto, di organizzazione, di marketing. Una spia di quanto appena affermato sta nei livelli infimi di spesa in R&S sostenuti dal settore privato italiano (meno dell’1% del PIL), oltre che nel numero di brevetti depositati per milione di abitanti, inferiore di circa venti punti rispetto alla media europea (vedi Rapporto Istat 2011). Il punto da evidenziare è che l’attività di innovazione è più diffusa in comparti nei quali l’Italia non investe più da decenni: la farmaceutica e la chimica,  la fabbricazione di apparecchi radiotelevisivi, per le comunicazioni, medicali e di precisione, le macchine per ufficio e i mezzi di trasporto.  Comparti nei quali l’Italia aveva dei primati che si è lasciata sfuggire colpevolmente negli anni, a causa di sciagurate decisioni del mondo politico ed industriale (vedi Gallino, 2003).Anche nella pubblica amministrazione, ad onta delle continue lamentele sul livello insostenibile della spesa pubblica italiana, la domanda di laureati è in diminuzione costante da almeno un decennio. Dal 2001 al 2011 il numero di occupati in tutto il settore pubblico è sceso di 38mila unità, a causa di tagli e blocchi nel turnover. Tra i molteplici effetti negativi di queste politiche, c’è n’è uno macroscopico, che riguarda il mondo della scuola. Solo l’1,1% del corpo docente è al di sotto dei 30 anni, mentre il 55% ha un’età al di sopra dei 50 anni, percentuale che in Europa è del 32,4% (Cadelo e Pellicani, p. 61).

CONCLUSIONI

Negli anni duemila l’Italia ha creato occupazione soprattutto nelle costruzioni e nei servizi a più bassa produttività media, nei quali i laureati non sono richiesti o, quando trovano uno posto, sono utilizzati prevalentemente con contratti di lavoro a tempo determinato (Istat, 2013). Uno spreco straordinario. Questo perché si è rinunciato a fare politica industriale, lasciandosi scappare i settori più innovativi e a rilanciare il settore pubblico con piani straordinari riguardanti la scuola e la sanità. Si è lasciato alla mano invisibile del mercato l’allocazione delle risorse. Ciò ha coinciso con un periodo di grave stagnazione dei redditi e di straordinaria crescita delle disuguaglianze di reddito e patrimonio. Bisogna cambiare strada. Prima che sia troppo tardi. L’alternativa è che l’Italia, come spiegato dallo storico dell’economia Giulio Sapelli in un bell’articolo recente, torni la nazione agricolo-commerciale che era agli inizi del Novecento. Bel giardino in cui verranno ad abitare i ricchi d’Europa e del Mondo, a cui non ci resterà altro che fare da camerieri.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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