Archivio per novembre, 2013

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Il recente film di Ron Howard, Rush, è stato un grandissimo successo di pubblico e critica. E’ riuscito a coinvolgere anche chi – come il sottoscritto – ha ormai da qualche tempo uno sguardo distaccato e critico nei confronti dell’automobilismo. Il regista, oltre ad aver riprodotto magistralmente lo scontro in pista tra Niki Lauda e James Hunt, ha scavato con acume nella psicologia profonda dei due piloti, risaltandone le diversità caratteriali.

lauda huntDa un parte, l’introverso e algido Niki Lauda. Mente da ragioniere, fredda, calcolatrice.  Mai una frase pronunciata fuori posto, massima professionalità dentro e fuori la pista.  La sua vita è tutta pianificata per conseguire un unico obiettivo: vincere.  Anche le relazioni umane, persino la vita familiare, vanno sacrificate, eliminate, se distraggono la mente dal perseguimento del successo. Dall’altra parte, l’estroverso James Hunt, trasgressivo, mondano, spaccone; che corre per il solo scopo di battere l’avversario e appena ci riesce, si ritira a godersi soldi e fama, campando di rendita fino alla morte. Tant’è che sarà ricordato più come playboy che come campione del mondo di F1.

A ben guardare, il panorama delle corse – e dello sport in generale – è costellato di atleti che presentano, di volta in volta,  la personalità di Lauda o di Hunt. Nella categoria dei robot, per esempio, possiamo annoverare Ayrton Senna, Alain Prost, fino a Mika Hakkinen e Michael Schumacher. Se prendiamo il calcio, penso a Pavel Nedved. Nella categoria dei trasgressivi, invece, il mondo del calcio ci offre George Best, Maradona, Paul Gascoigne, fino a Mario Balotelli.

La razionalità, la costanza nell’impegno, l’estrema competitività, l’ossessione per il risultato contraddistinguono gli uni; e la libertà caotica, sfrenata, esibita fuori e dentro il perimetro di gioco o della pista, la violazione di qualsiasi regola morale, l’amore per il denaro, la ricerca della visibilità mediatica caratterizzano gli altri. Quello che li accomuna è il fatto di sentirsi dei superuomini: vogliono entrambi assomigliare a Dio.

Ora, accanto a queste due grandi tipologie caratteriali, assolutamente dominanti ieri come oggi e non solo nello sport, ce n’è un’altra, minoritaria, che vorrei qui ricordare. Riguardo alla formula 1, si tratta della personalità di un piccolo pilota canadese (1,52 di altezza), Gilles Villeneuve, che in soli quattro anni, tra il 1978 e il 1982, ha rivoluzionato il mondo dell’automobilismo con la sua Ferrari.

gilles gomma rottaChi è, Gilles Villeneuve? Innanzitutto, è l’anti Lauda. Ha il volto da bambino, gli occhi trasognati; è emotivo, timido, taciturno.  Il correre per lui non è un business, non è un mestiere: è una necessità vitale. E’ passione, coraggio, disinteresse. Non è calcolo, gioco di strategia, attenzione spasmodica alle mosse del nemico per sapere dove colpirlo meglio. Gilles se ne frega del risultato, della classifica, delle tattiche che sono la tomba dello sport agonistico. Gli importa solo della velocità; corre per l’unico piacere di sentire, ogni volta, quella scarica di adrenalina incendiargli il petto.

Gilles è l’anti Hunt.  E’ ingenuo, puro. Non gli interessano i tabloid patinati, le bottiglie di champagne e le conigliette di Playboy; non lo attira il mondo di plastica che luccica al dì là del paddock.  Beninteso: non lo invidia né lo depreca, moralisticamente, come fa Lauda quando rimprovera Hunt di sprecare la sua vita nei divertimenti. Semplicemente, è diverso; il suo habitat naturale è un altro, e rimarrà sempre solo quello: la pista, non da ballo, ma da corsa. 

gilles arnouxE in pista dà spettacolo, fa sognare, come nello storico duello con René Arnoux a Digione nel 1979, o nella sfida contro un F104 a Istrana nel 1981. Il suo stile di guida è inimitabile: compie un intero giro su tre ruote; resiste sotto la pioggia senza alettone; tiene dietro – nel GP di Spagna, 1981per ben 50 giri quattro vetture molto più affidabili della sua. Enzo Ferrai, di solito piuttosto freddo con i suoi piloti, lo paragona addirittura a  Tazio Nuvolari.  E lo conferma alla Ferrari nonostante le critiche di giornalisti e tecnici. A chi gli dice che bisognerebbe sbarazzarsi di questo canadese pasticcione, perché “non vince mai”, risponde a muso duro: Gilles è uno dei pochi che corre per passione in questa fogna di soldi. I tifosi si innamorano di lui; anche chi è distante dal mondo della F1 è attratto dalle gesta di questo strano folletto dallo sguardo triste. Tutti gli riconoscono generosità e grande umanità.

Gilles-Villeneuve-fiancata-Ferrari-436x291Gilles sembra un alieno nel pianeta F1 perché ha un senso innato della lealtà e dell’amicizia, che neanche la ferocia della competizione agonistica riesce a scalfire.  Lo dimostra accettando di far vincere il mondiale al suo compagno di squadra del 1979, Jody Scheckter, nettamente meno veloce e bravo di lui. Per questo rimane profondamente scottato quando, nel 1982, il suo nuovo compagno in Ferrari Didier Pironi gli scippa la vittoria a Imola, disobbedendo agli ordini di scuderia e rompendo il bel rapporto di amicizia che fino ad allora li legava. E’ una ferita che sanguina, questa, che gli fa male. Gilles matura dentro un innaturale sentimento di vendetta verso Pironi, che gli sarà fatale otto giorni dopo, durante le prove del Gran Premio del Belgio. La Ferrari numero 27 del canadese, decisa a fare il miglior tempo per battere il compagno, tamponerà a 225 km/h un’altra vettura, prendendo letteralmente il volo. Per Villeneuve non ci sarà niente da fare.

gilles morteGilles chiuderà così la sua breve carriera, vincendo appena 6 Gran premi su 67 corsi, e nessun mondiale. Valutato con il metro dei successi, il suo è un curriculum modesto, da fallito, da perdente. Eppure, pochissimi atleti sono stati così tanto amati, tanto da scatenare una vera e propria “febbre” tra i tifosi del Cavallino. Scrive Enzo Russo: ”Gilles era fatto per colpire l’immaginazione di tutti quelli che nell’automobilismo non vedono soltanto un freddo confronto di tecniche miliardarie. Rappresentava quello che l’automobilismo sarebbe dovuto essere e che non era più da troppi anni…tutti avevano intuito la sua diversità, ciascuno a suo modo…Uomini come lui in altre epoche venivano raccontati e tramandati dai menestrelli, dai poeti cavallereschi, dai cantastorie”.

Miguel de Cervantes l’avrebbe probabilmente descritto come un Don Chisciotte,  l’hidalgo che per sentirsi vivo ha bisogno di principesse da salvare, di castelli da conquistare, di forze del male contro cui combattere. Non importa se è tutto frutto della sua immaginazione, se poi in realtà lotta contro i mulini a vento. Gilles combatteva per il settimo posto come se fosse il primo: con la stessa determinazione, rischiando tutto, anche se la gara era già compromessa.

1950011800La realtà, con il suo cinismo, non smette mai di ricordarci che i vincenti sono altri. Quelli che vogliono il successo; che sono disposti a utilizzare qualsiasi mezzo e scendere a qualsiasi tipo di compromesso pur di agguantarlo. Questo è vero in generale nella vita, figuriamoci nel caso specifico della F1.  Bisogna curarsi degli sponsor, delle conferenze stampa, del denaro.  Non ci si può fidare di nessuno, specie di chi si finge tuo compagno e amico. Gilles non poteva sentirsi a suo agio dentro questo grande e crudele circo.

E’ vero, bisogna tenere conto delle prestazioni, dei risultati. Ma nello sport, come nell’arte, noi inguaribili sognatori continueremo ad ammirare soprattutto la fantasia, il coraggio, la passione, la capacità creativa del singolo uomo, la sua lealtà e onestà. Per questo Gilles Villeneuve ci sarà sempre caro. “Poiché tanto amo che l’uomo dia la sua luce. E non mi importa la povertà del cero. Dalla sola sua fiamma misuro la qualità” (A. De Exupéry).

Federico Stoppa

Perdere tempo per guadagnare tempo

Pubblicato: novembre 26, 2013 da Francesco Paolo Cazzorla in Cultura
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Eric Drooker - Dolce Far Niente

Eric Drooker – Dolce Far Niente

Lavorando come osservatore e ricercatore sociale nei nidi d’infanzia ho imparato una cosa che mi è sempre sfuggita o che, a dire il vero, ho disimparato da tempo: il dolce far nulla serve un sacco. Tale prescrizione è sempre stata avanzata, con un vigore altamente sfacciato, da qualunque modello pedagogico che si rispetti.

Sì, proprio così. Perché i bambini, sin dalla più tenera età, in vista di un loro virtuoso sviluppo affettivo, cognitivo e creativo, devono imparare ad occupare il loro prezioso tempo anche cominciando ad identificare quelli che sono i loro momenti di solitudine, quegli spazi così ricercati che riconoscono il vuoto come governatore delle loro prime e minute azioni; attimi e momenti di vuoto che prevedono la ripetitività, la lentezza, e i primi bagliori di quello stato d’umore che riconosciamo tutti con l’annoiarci. Dobbiamo dunque imparare dai bambini: dobbiamo re-inventarci partendo dalla noia più falsamente frustrante, quello condizione che così, in maniera errata, cerchiamo di rigettare da noi stessi alla prima occasione.

Solitamente, i genitori postmoderni di questi pargoli alle loro prime zampettate sono piuttosto ansiosi. Chiedono spasmodicamente alle educatrici/agli educatori se i loro bimbi oggi hanno fatto questo e quello, cosa hanno imparato di così importante per rasserenare le loro menti così tormentare per un così prematuro distacco. Dovete sapere, infatti, che i genitori in oggetto (nella maggior parte dei casi), impossibilitati dai loro carichi lavorativi, ricorrono al nido per i tempi di cura e, quotidianamente, sono costretti a vivere un senso di colpa imperdonabile: l’”abbandono” a degli estranei dei primi anni di vita dei loro figli. E quindi cercando di compensare preoccupandosene a più non posso, esigono sempre di riscontrare quel passo qualitativo che possa far pensare “comunque sta facendo e imparando tante cose e quindi, per lo meno, non va tutto perso: qualcosa di buono, in fondo, la sto facendo”.

Quello che non sanno però è che anche quando i loro bimbi non fanno assolutamente niente è molto più che bene per loro, e su questo non si dovrebbe discutere. La verità è che questa società supersonica e sempre più frenetica e votata all’esaltazione della prestazione efficiente a tutti costi ha scombussolato realmente le nostre coordinate di riferimento. Il tempo e lo spazio vanno a braccetto, sì, ma si dissolvono reciprocamente nell’insensatezza di ciò che ci rimane dopo, dopo aver compiuto tutto quello che dovevamo per forza di cose fare per non annoiarci; tutte quelle attività di intrattenimento che sempre di più ci stanno allontanando inesorabilmente dal rumore sordo della nostra mente in solitudine. Certo, forse viviamo, più che in altre epoche, il regno della solitudine esistenziale, ma lo facciamo sempre interfacciandoci a qualcosa che potrebbe distrarci, a qualcosa che ci distanzia dalla vera auto-riflessione rigenerante.

Dobbiamo ricominciare ad elogiare per noi stessi la lentezza, l’attendere che qualcosa prima o poi verrà, sicuramente. E non stare lì, impazienti di voler produrre tutto e subito, anche a costo di non capirci nulla e di bere tutte le bevute disponibili su quel banco al bar che chiama a suon di euro la quantità. Diversamente, la qualità è tutto, e va assaporata incessantemente, attimo dopo attimo, come falso grigio di quel vuoto che ci invade nei momenti di panico, un panico che si riscopre un lusso non appena cominciamo a dialogare veramente al cospetto di noi stessi, risultando ripetitivi certo, ma per nulla scontati, poiché quello che viene da dentro di noi è sempre unico e va gelosamente custodito e coccolato e fatto crescere. Dobbiamo educarci alla lentezza di una passeggiata che non porta a nulla, quel sentiero che tocca solo noi stessi e il mondo, che sempre e comunque è lì e ci dona inaspettatamente qualcosa.

Jose Saramago, Lanzarote, Canary Islands, 1996 by Sebastiao Salgado

Jose Saramago, Lanzarote, Canary Islands, 1996 by Sebastiao Salgado


Dobbiamo rigettare la cultura del fare per forza e riprenderci le nostre pause interiori di silenzio
, che non significano più rimorso di un tempo che ci hanno fatto credere come sprecato: nulla è davvero così sprecato se lo si valorizza come nostro e come peculiarmente singolare da poter condividere gratuitamente assieme. Dobbiamo cominciare a vedere di nuovo e, con questo, riguardo alla cecità di questa performatività che ci assale e ci sgomenta annientandoci nell’oblio dell’esistenza, vorrei concludere con l’aiuto di uno fra i maestri indiscussi della letteratura, un colosso che mi ha insegnato tanto e che porto sempre con me: “Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono. La moglie del medico si alzò e andò alla finestra. Guardò giù, guardò la strada coperta di spazzatura, guardò le persone che gridavano e cantavano. Poi alzò il capo verso il cielo e vide tutto bianco, è arrivato il mio turno, pensò. La paura le fece abbassare immediatamente gli occhi. La città era ancora lì.” (Cecità, José Saramago)            

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

 

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Ha cominciato ad invocarlo il Movimento 5 Stelle durante la campagna elettorale per le politiche del 2013. Poi, hanno auspicato la sua introduzione anche il ministro del lavoro Enrico Giovannini e alcune associazioni cattoliche come le Acli e le Caritas. Stiamo parlando del reddito minimo garantito (RMG), uno strumento di contrasto alla povertà assoluta che prevede l’assegnazione di un minimo di base a tutte le persone che dimostrino di trovarsi in uno stato di privazione materiale.

Il RMG non va confuso con l’indennità di disoccupazione, che è finanziato dai contributi di lavoratori e imprese e che presuppone una carriera lavorativa. Né con il reddito di base o di cittadinanza, che invece spetterebbe a tutti i cittadini a prescindere da occupazione e reddito.

L’adozione di una qualche forma di RMG (vedremo che le proposte avanzate sono diverse) nel nostro Paese è ritenuta indispensabile per due ragioni.

Primo: si tratta di uno strumento che esiste in quasi tutti i paesi europei, tranne il nostro e la Grecia. Dal Sozialhilfe tedesco al Revenue de solidarité active francese; dall’Income support britannico al Droit a l’integration sociale belga, dall’ Ingreso minimo de insercion spagnolo al Rendimento Social de insercao portoghese; la forma cambia, ma la sostanza si equivale: si tratta di una prestazione monetaria erogata a tutti gli individui o famiglie che si trovano in una situazione reddituale e patrimoniale ritenuta insoddisfacente per procurarsi il minimo vitale (alloggio, cure, spese alimentari, vestiario). L’importo dell’assegno oscilla attorno ai 400-500 euro mensili per persona (integrati quasi ovunque con le spese per l’affitto, il riscaldamento, l’assicurazione sanitaria e i trasporti pubblici) e prevede maggiorazioni a seconda del numero e l’età dei figli a carico. Inoltre, al trasferimento monetario si accompagna l’obbligo, da parte dell’utente, di frequentare corsi di reinserimento sociale e lavorativo.

In secondo luogo, la questione della povertà in Italia è più seria che altrove. Sia il numero degli individui in povertà relativa che quelli in povertà assoluta è aumentato pericolosamente negli ultimi anni. L’Istat calcola che gli individui relativamente poveri – cioè con redditi e consumi inferiori al 50% della media, pari a 990 euro mensili per una famiglia di due persone- sono ben 9 milioni, mentre quelli assolutamente poveri – cioè non in grado di accedere ad un paniere di beni che consentono di condurre un tenore di vita minimamente dignitoso – 5 milioni. Da notare che queste persone si trovano soprattutto nelle famiglie con tre o più componenti. Sono giovani disoccupati e soprattutto bambini. Ma le misure assistenziali contro il rischio povertà, in Italia – come le pensioni sociali, l’integrazione delle pensioni al minimo, la social card – oltre ad essere, complessivamente, di entità inferiore alla media europea, riguardano soltanto la componente anziana della popolazione.

Le proposte di RMG di cui si sta discutendo nel dibattito politico italiano sono essenzialmente tre. Differiscono per i costi, oltre che per le denominazioni.

Il Movimento Cinque stelle propone un reddito di “cittadinanza” (che in realtà è cosa ben diversa): un contributo mensile di 600 euro per tutti coloro che risiedono in Italia da almeno due anni e che hanno redditi inferiori alla soglia della povertà. L’erogazione della somma è condizionata alla ricerca attiva del lavoro. Il RMG in salsa grillina costerebbe 19 miliardi di euro, e verrebbe finanziato, secondo il Movimento, da un contributo di solidarietà sulle pensioni più elevate (già bocciato da Consulta e dall’ultima finanziaria) e da una patrimoniale. Il che lo rende difficilmente attuabile. Un altro punto debole della proposta, su cui ha recentemente richiamato l’attenzione Maurizio Ferrera, è l’idea di affidarsi esclusivamente al criterio del reddito disponibile per assegnare il contributo. Ciò infatti rischia di andare a beneficio degli evasori.

Più fattibile la proposta della Commissione Giovannini di erogare un Sostegno di Inclusione Attiva (SIA) ai più poveri. L’ammontare del trasferimento monetario sarebbe pari alla differenza tra reddito disponibile del soggetto beneficiario e la soglia di povertà assoluta calcolata dall’Istat, e verrebbe accompagnato con politiche di riqualificazione professionale per facilitare l’ingresso  nel mercato del lavoro. La prova dei mezzi sarebbe effettuata tenendo conto della dichiarazione ISEE, che include anche la situazione patrimoniale familiare dell’individuo. Il SIA costerebbe 7 miliardi, che potrebbero anche essere dimezzati se venisse rivista tutta l’intricatissima giungla degli assegni familiari e delle detrazioni IRPEF, che spesso vanno a beneficio dei nuclei più ricchi.

EndingPoverty_cover-clipInfine, le Acli puntano ad introdurre, nel quadriennio 2014-18, un reddito di inclusione sociale (RSI) che verrebbe assegnato gradualmente a tutte le famiglie in povertà assoluta (circa 1 milione e 725mila). L’importo sarebbe pari – come nel caso del SIA – alla differenza tra reddito disponibile e soglia di povertà assoluta Istat. La spesa pubblica totale dedicata crescerebbe nel corso del tempo, fino a raggiungere, a regime (cioè alla fine del quarto anno), la cifra di 6 miliardi di euro l’anno. Uno dei vantaggi del RSI è che andrebbe a sostituire le  (poche) prestazioni di contrasto al rischio povertà vigenti che, come abbiamo visto, riguardano solo alcune categorie di persone e non brillano per efficacia. Inoltre, Il RSI verrebbe gestito a livello locale attraverso l’impegno sinergico dei Comuni, Terzo Settore, Centri per l’Impiego e altri soggetti. Infine, le fonti di finanziamento verrebbero da minori spese pubbliche (specie per pensioni d’oro, trasferimenti alle imprese, servizi generali) e da maggiori imposte su una manciata di voci (tabacchi, giochi e lotterie, patrimoni, successioni).

La sacrosanta introduzione del reddito minimo garantito nel nostro paese non deve però far dimenticare che il flagello della povertà non si aggredisce solo ex post, attraverso misure assistenziali e compensative (come i trasferimenti monetari), ma soprattutto ex ante,  con il potenziamento di servizi pubblici cruciali come istruzione e sanità e con l’implementazione di politiche macroeconomiche dirette alla piena e buona occupazione. E’ questa l’idea di Welfare State che avevano William Beveridge e Hyman Minsky, e che oggi avrebbe difeso, con ostinazione, il grande economista Federico Caffè.

Federico Stoppa

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L’analfabetismo funzionale designa l’incapacità di un individuo di usare in modo efficiente e compiuto le abilità di lettura, scrittura e calcolo nella vita quotidiana, ma anche l’incapacità di esprimere adeguatamente sentimenti, emozioni, stati d’animo o sofferenza in maniera propria”(p.57). In Italia, “le statistiche ci dicono che il 5% della popolazione compresa fra i 14 e i 65 anni non è in grado di distinguere una lettera dall’ altra, un numero da un altro; il 38% riesce a malapena a leggere singole scritte o cifre e non è in grado di leggere una frase composta da più parole e comprenderne il significato. Per Il 33% (della pop. adulta) un testo che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è ben oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile” (p.59) “Queste tre categorie, sommate tra loro, rappresentano il 76% della popolazione adulta italiana. Se negli Stati Uniti si calcola che il 45% degli abitanti sia costituito da analfabeti funzionali, in Italia il loro numero supera i tre quarti della popolazione adulta” (p.58).

Basterebbero queste poche righe estratte dal saggio di Elio Cadelo e Luciano Pellicani (Contro la Modernità. Le radici della cultura antiscientifica in Italia, Rubbettino, 2013, pp.172, euro 12) per capire la vacuità degli appelli alla crescita economica che ogni giorno sentiamo pronunciare dalle colonne dei principali quotidiani, dai banchi del Parlamento, dalle iperuraniche sedi delle istituzioni europee. Basterebbe portarsi dietro questi pochi appunti, scarabocchiati alla buona in un quaderno, per sconfessare i soloni nei summit internazionali e comprendere le cause di un declino che ci ostiniamo a descrivere come peste o epidemia portata da qualche batterio straniero; rimosso il quale – magari attraverso l’antidoto “riforme strutturali”  cioè più mercato, più concorrenza, più meritocrazia – ci incammineremmo di nuovo nella via luminosa che porta al benessere.

QUALE ECONOMIA DELLA CONOSCENZA?

“Economia della conoscenza, knowledge economy”. E’ il paradigma che si è imposto nelle società avanzate dopo i mutamenti tecnologici ed istituzionali intervenuti alla fine dello scorso secolo: rivoluzione telematica e globalizzazione dei mercati. Le parole magiche dell’economia della conoscenza sono: Innovazione, sostenibilità, coesione sociale. Le tre colonne portanti sulle quali si vuole costruire l’Unione Europea del 2020. L’unica via – si dice – per generare ricchezza e benessere in un mondo post industriale, di servizi avanzati.

In  questo contesto, l’istruzione assume un ruolo cruciale. “Education, education, education” fu il motto del New Labour di Anthony Giddens e Tony Blair negli anni ‘90, reiterato poi da quasi tutti i leader europei occidentali. Peraltro, va fatta chiarezza sui fini dell’istruzione. A che cosa serve?Serve a dotare gli individui di “competenze” pratiche o per formare cittadini? I sistemi scolastici devono educare per il profitto o per la democrazia? Per i neoliberisti, gli investimenti pubblici in istruzione sono strumentali alla crescita economica, alla massimizzazione del Prodotto Interno Lordo (PIL). Essi privilegiano l’istruzione funzionale alle logiche del mercato, mentre considerano sprecate le risorse impiegate per sostenere, ad esempio, la ricerca nelle materie umanistiche. Per chi segue il “capability approach” di studiosi sociali come Amartya Sen e Martha Nussbaum , invece, l’istruzione non deve seguire solo una logica strumentale alla produzione di merci, ma deve contribuire a sviluppare le capacità dell’individuo in maniera più ampia possibile. Competenze tecniche da spendere sul mercato del lavoro, certo, ma anche capacità critiche, empatia per le problematiche sociali e ambientali, partecipazione attiva al dibattito politico (v. Sen, 2010, Nussbaum, 2011).

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Quando atterriamo sul pianeta Italia, però, ci accorgiamo dell’irrilevanza di questa contrapposizione. Da noi una “visione” dell’Istruzione non c’è, semplicemente. Si leggano questi dati. Nel 2010, il 18,8% degli alunni (circa 700mila ragazzi) del Belpaese ha abbandonato gli studi, contro l’11,6% della Francia e il 10,5% Germania e il 14,1% della media europea (Istat,2011). Dovrebbe allarmare più questo spread che quello virtuale del mercato del debito pubblico. Ancora. Il numero di ore giornaliere e annuali passate a scuola dagli studenti italiani sono di gran lunga minori rispetto a quelle di altri Paesi. Cadelo e Pellicani (p.60) specificano che sono le stesse famiglie, in molti casi, a determinare l’abbandono scolastico: si preferisce che questi si dedichino a lavorare nell’azienda di famiglia o che imparino il mestiere del padre o del parente. Questa predilezione italiana per la veduta corta, per il guadagno immediato ma di corto respiro, costa all’intero paese 70 miliardi l’anno. Cioè quanto gli interessi finanziari che ogni anno dobbiamo ai rentiers che detengono il nostro debito pubblico.

A quarantacinque anni dalla pubblicazione di Lettera ad una professoressa di Don Lorenzo Milani, il problema dell’abbandono scolastico, più attuale che mai, sembra essere scomparso dall’agenda politica. Come si fa a discutere di Crescita economica senza affrontare seriamente questo tema? Come si fa a parlare di Crescita quando abbiamo poco più della metà di persone, tra i 25 e i 64 anni, che è in possesso di un diploma di scuola media secondaria, mentre la media Ocse è del 73%, ed in Germania è dell’85%?

LA FAVOLA DEL “TUTTI DOTTORI”

Tocchiamo l’argomento laurea. La percezione diffusa nell’opinione pubblica è che i laureati siano troppi nel nostro paese: molti, compresa l’ex ministra Fornero, non si sono affatto allarmati della caduta verticale delle immatricolazioni che si è verificata in questi anni (58.000 studenti in meno, anni 2007-2011). Anzi: l’hanno preso come un segnale positivo; la laurea è semplicemente uno “status symbol”, una tipica ossessione piccolo borghese. Meglio che i giovani si dedichino immediatamente a mestieri cosiddetti pratici (“i nostri giovani non vogliono più fare certi mestieri” è il mantra che viene ripetuto da più parti), e non perdano tempo sui libri.  A questo punto, dispiace deludere chi è convinto che in Italia siano “tutti dottori”, ricordando i dati Ocse. “In Italia solo il 19,8% dei giovani è laureato; queste percentuali ci consegnano al terz’ultimo posto tra i 27 paesi dell’Unione Europea, peggio di noi sono solo Malta ed Estonia. In Germania i giovani laureati sono il 27% del totale, in Francia il 43% e in Gran Bretagna il 45%. Si aggiunga che nel 19,8% dei laureati italiani vanno in ogni caso considerate le lauree brevi e le lauree rilasciate dalle università telematiche” (p.62).

LA DISOCCUPAZIONE DEI PIU’ ISTRUITI

Cadelo e Pellicani spiegano gli allarmanti dati Ministero per l’Istruzione e la Ricerca (Miur) sul basso tasso numero di laureati e sul preoccupante numero di abbandoni nelle facoltà scientifiche (20% degli immatricolati) con le scarse prospettive di lavoro qualificato offerte dal mercato.

In effetti, secondo l’associazione Almalaurea (si vedano i Rapporti 2012 e 2013), lo stipendio medio dei laureati in Ingegneria, Fisica, Matematica, Statistica, a dieci anni dal conseguimento del titolo è di 1600 euro, di gran lunga inferiore a quello dei loro omologhi stranieri. E l’indagine Excelsior 2012 sulle previsioni di assunzioni delle aziende private italiane mette in luce che, su 407mila assunzioni previste, il 14,5% riguarderà i laureati e il 32,3% lavoratori senza alcuna formazione specifica (p.75).

Tom_Haugomat_Le_Monde_II_01-807x1024Citare dati di questo tipo in maniera estemporanea crea solo irritazione, indignazione e scoramento nel lettore;  tocca invece fornire un’immagine più dettagliata del problema in questione, comprendere cioè le ragioni strutturali della disoccupazione del capitale umano più qualificato.  Bisogna sciogliere un apparente paradosso: com’è possibile che le imprese italiane richiedano così pochi laureati, nonostante la loro bassa incidenza nella popolazione attiva? Non dovrebbero fare a gara per aggiudicarseli, data la loro “scarsità relativa”?

Per formulare una risposta corretta, la prima variabile da considerare è la dimensione delle imprese. In Italia, operano 4,5 milioni di imprese (Istat, Archivio Statistico Imprese Attive, 2009). Il 95% di queste (4.250.000) sono classificate come microimprese: hanno meno di 10 addetti. Salendo nelle classi di addetti, il numero di imprese si restringe: le imprese con più di 250 dipendenti – le grandi imprese – sono solamente 3.630. Da notare che il peso delle grandi imprese è sceso moltissimo negli ultimi venti anni (cfr. Coltorti, 2013), da quando, negli anni ’90, è iniziata la ritirata dello Stato imprenditore dall’economia del paese. Partiamo quindi svantaggiati nei confronti di competitors come Germania e Francia, che invece hanno un buon numero di colossi multinazionali in grado di assorbire la manodopera più qualificata. In più, l’85% delle imprese italiane è a conduzione familiare, e nel 66% dei casi il management è diretta emanazione della proprietà familiare, non di una selezione meritocratica (v. Bankitalia, 2009). L’Eurostat (citato in Almalaurea 2013) ci informa che quasi il 40% dei manager italiani ha completato tutt’al più la scuola dell’obbligo, contro il 19% della media europea a 15 paesi e il 7% della Germania.

Seconda variabile da tenere in mente è la specializzazione produttiva della nostra economia: i beni che produciamo. Il peso più grande, in termini di valore aggiunto, ce l’hanno 4 settori: 1) Metallurgia e prodotti in metallo; 2) Macchine e apparecchi meccanici; 3) Alimentari e bevande: 4) Tessile, abbigliamento, cuoio e calzature. Come argomentato in un interessante Report della Banca d’Italia del 2009, sono tutti settori caratterizzati da bassa innovazione: di processo e di prodotto, di organizzazione, di marketing. Una spia di quanto appena affermato sta nei livelli infimi di spesa in R&S sostenuti dal settore privato italiano (meno dell’1% del PIL), oltre che nel numero di brevetti depositati per milione di abitanti, inferiore di circa venti punti rispetto alla media europea (vedi Rapporto Istat 2011). Il punto da evidenziare è che l’attività di innovazione è più diffusa in comparti nei quali l’Italia non investe più da decenni: la farmaceutica e la chimica,  la fabbricazione di apparecchi radiotelevisivi, per le comunicazioni, medicali e di precisione, le macchine per ufficio e i mezzi di trasporto.  Comparti nei quali l’Italia aveva dei primati che si è lasciata sfuggire colpevolmente negli anni, a causa di sciagurate decisioni del mondo politico ed industriale (vedi Gallino, 2003).Anche nella pubblica amministrazione, ad onta delle continue lamentele sul livello insostenibile della spesa pubblica italiana, la domanda di laureati è in diminuzione costante da almeno un decennio. Dal 2001 al 2011 il numero di occupati in tutto il settore pubblico è sceso di 38mila unità, a causa di tagli e blocchi nel turnover. Tra i molteplici effetti negativi di queste politiche, c’è n’è uno macroscopico, che riguarda il mondo della scuola. Solo l’1,1% del corpo docente è al di sotto dei 30 anni, mentre il 55% ha un’età al di sopra dei 50 anni, percentuale che in Europa è del 32,4% (Cadelo e Pellicani, p. 61).

CONCLUSIONI

Negli anni duemila l’Italia ha creato occupazione soprattutto nelle costruzioni e nei servizi a più bassa produttività media, nei quali i laureati non sono richiesti o, quando trovano uno posto, sono utilizzati prevalentemente con contratti di lavoro a tempo determinato (Istat, 2013). Uno spreco straordinario. Questo perché si è rinunciato a fare politica industriale, lasciandosi scappare i settori più innovativi e a rilanciare il settore pubblico con piani straordinari riguardanti la scuola e la sanità. Si è lasciato alla mano invisibile del mercato l’allocazione delle risorse. Ciò ha coinciso con un periodo di grave stagnazione dei redditi e di straordinaria crescita delle disuguaglianze di reddito e patrimonio. Bisogna cambiare strada. Prima che sia troppo tardi. L’alternativa è che l’Italia, come spiegato dallo storico dell’economia Giulio Sapelli in un bell’articolo recente, torni la nazione agricolo-commerciale che era agli inizi del Novecento. Bel giardino in cui verranno ad abitare i ricchi d’Europa e del Mondo, a cui non ci resterà altro che fare da camerieri.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Storytelling pirata

Pubblicato: novembre 22, 2013 da Francesco Paolo Cazzorla in Cultura
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Martin Leon Barreto

Martin Leon Barreto

Ci stanno rubando l’immaginario. È un vero e proprio saccheggio che non conosce quartiere. Il blocco che la nostra immaginazione sta subendo è talmente sofisticato e pensato e applicato fin nei minimi dettagli che non riusciamo a renderci minimamente conto di cosa sta avvenendo e, perciò, per noi, resta sempre tutto uguale. E invece no. Quando accendiamo la tv, per esempio, inizia la trafila appassionata e “coinvolgente” delle storie, e scopriamo, molto spesso disinteressati (ma la nostra mente immagazzina lo stesso), come lo sgrassatore universale “Cif”permette a Cenerentola di arrivare prima al ballo; di come Banderas ci racconta i suoi metodi così famigliari e genuini da pasticciere dei bei tempi andati immerso in un “mondo buono”; di come, tutto ad un tratto, nell’ultimo spot dell’Enel Energia siamo divenuti, così, dal nulla, tutti quanti guerrieri di ogni e per ogni cosa, e ci viene anche chiesto, per giunta, di raccontare la nostra di storia, e tutto ciò con una voce che miscela premura e il piede di guerra al contempo… E fateci caso d’ora in avanti, l’elenco potrebbe benissimo continuare.
Stiamo vivendo quella che è stata definita la “narrative turn”, la svolta narrativa. Il libro di un intellettuale francese, un certo Christian Salmon (un tipo che ha fondato nel 1993, con la collaborazione di più di trecento intellettuali provenienti da tutto il mondo, il Parlamento internazionale degli scrittori) questo personaggio, dicevo, ci mette in guardia con una lucidità davvero disarmante in questo suo libro gradevole e dall’immediata lettura: “Storytelling – La fabbrica delle storie”. Che cos’è lo Storytelling? Non è sicuramente una pratica nuova, no, di sicuro, dato che stiamo parlando dell’arte di raccontare storie, che è nata quasi in contemporanea con la comparsa dell’uomo sulla terra e ha costituito un importante strumento di condivisione dei valori sociali. Bene. Di quest’arte se ne stanno impadronendo in molti ai “piani alti”, e tutto è incominciato all’incirca dalla metà degli anni novanta, quando la visibilità del brand dei diversi prodotti venduti sul mercato ha cominciato a vacillare e a non attecchire più come una volta sulle “sensibilità” del consumatore confuso. Diversamente, “lo scopo del marketing narrativo non è più semplicemente convincere il consumatore a comprare il prodotto, ma anche immergerlo in un universo narrativo, coinvolgerlo in una storia credibile. Non si tratta più di sedurre o di convincere, ma di produrre un effetto di credenza. Non di stimolare la domanda, ma di offrire un racconto di vita che propone dei modelli di comportamento integrati, i quali comprendono certi atti di acquisto, attraverso veri e propri ingranaggi narrativi”… “Le grandi narrazioni che hanno segnato la storia dell’umanità, da Omero a Tolstoj e da Sofocle a Shakespeare, raccontavano miti universali e trasmettevano le lezioni delle generazioni passate, lezioni di saggezza, frutto dell’esperienza accumulata. Lo storytelling percorre il cammino inverso: incolla sulla realtà racconti artificiali, blocca gli scambi, satura lo spazio simbolico di sceneggiati e di stories. Non racconta l’esperienza del passato, ma disegna i comportamenti, orienta i flussi di emozioni, sincronizza la loro circolazione. Lontano da questi «percorsi di riconoscimento», lo storytelling costruisce ingranaggi narrativi seguendo i quali gli individui sono portati a identificarsi in certi modelli e a conformarsi a determinati standard”… Salmon ci racconta tutto in questi termini, e non finisce qui…

Pensate questo epocale stravolgimento e applicatelo ai settori più oscuri dove viene applicato il potere di controllo sugli individui: l’ambiente di lavoro, la politica, il “cinema della guerra”, e così via… Dunque se quando siete a lavoro entra il vostro capo in ufficio e non comincia a parlarvi di statistiche, dati, cifre ma diversamente attacca a raccontarvi una storiella per “stimolarvi”, per “incoraggiarvi” o per “adeguarvi al perpetuo e vitale cambiamento necessario all’azienda”, non meravigliatevi: è tutto “normale”. Per non parlare poi della storie raccontate nelle campagne elettorali cosiddette “permanenti”, che tanto affascinano la gente che ne parlano in maniera spropositata ovunque si trovino, diventando in questo modo dei storyteller a tutti gli effetti, dei cantastorie… Insomma vi è una proliferazione inquietante di storie per ogni cosa, avverte Salmon, tanto da affascinarci e sedurci ma, alla lunga, renderci davvero rinsecchiti di storie propriamente nostre... Addirittura viene utilizzato nel linguaggio di strada ora che ci penso, quando in ambienti “particolari” si dice che quella partita “è proprio una bella storia zio, vai tranquillo…” Insomma, incominciate a fare anche voi questo giochino e vi renderete conto, come me, che è piuttosto difficile uscirne: le storie artificiali sono ovunque, e, tramite esse vogliono controllarci indiscriminatamente… “Per quale ragione si chiede ai lavoratori di un’impresa di rompere il silenzio [e quindi gli si chiede, diversamente, di raccontare la propria storia], dopo averglielo imposto per tanto tempo? Come spiegare loro che quello che fino ad allora era considerato una prova di obbedienza e di disciplina è diventato un freno al cambiamento e all’innovazione? Si tratta forse della promessa di una nuova democrazia sociale?” Macché… Io, da parte mia, apro un vero libro, dove c’è una vera storia in comunione con un’altra mente, convinto di quel suo genuino modo di comunicare solamente, solo con me, e non per controllarmi, ma per condividere, spargere l’immenso sapere… Voi fate quello che credete sia giusto per voi: vedetevi un vero film, osservate un quadro mozzafiato, qualsiasi altra sincera e appassionata storia, qualsiasi…

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

 

“il folle è colui che ha perduto tutto fuorché la ragione” G.K. Chesterton

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La crisi nazionale ed europea che stiamo attraversando è dovuta ad un’eccessiva accumulazione di attività finanziarie (moneta e titoli) a scopo speculativo da parte degli agenti economici, che blocca l’espansione del capitale produttivo e impedisce il raggiungimento della piena occupazione. In particolare, il problema riguarda:

  • Le banche europee,  che non canalizzano la liquidità ottenuta dalla BCE verso il sistema produttivo;
  • I cittadini europei più ricchi – a minor propensione al consumo – i cui risparmi si dirigono sovente in investimenti finanziari senza alcuna ricaduta occupazionale;
  • Gli Stati europei, che perseguono cieche politiche di tagli alle spese e aumento di imposte, incrementando il rapporto debito / PIL. Il fallimento delle politiche di austerità fiscale appare clamoroso quando si esamina il caso italiano.  Lo Stato italiano ha infatti registrato, tra il 1991 e il 2012, un avanzo primario cumulato (eccesso di entrate sulle spese al netto degli interessi passivi sul debito) di più di 700 miliardi di euro (dati Istat); eppure lo stock di debito è diminuito solo lievemente e oggi non si riescono a saldare neppure i debiti della pubblica amministrazione (Pa) verso le imprese fornitrici;
  • La classe media che, costretta a sopportare il peso del maggior carico fiscale, taglia le spese e deprime la domanda di beni e servizi;
  • Gli Stati del Nord Europa (Germania e paesi satelliti) che, non accettando di ridurre a livelli fisiologici i loro ingenti surplus commerciali – via espansione della domanda interna –  soffocano la ripresa economica dei paesi periferici (che dipende ormai solo dall’export).

Se la diagnosi dei nostri mali è corretta, allora l’unica soluzione per guarire è sgonfiare il bubbone finanziario.  Si era parlato molto di riforma dei mercati finanziari dopo lo scoppio del primo incendio: il fallimento della Lehman Brothers, il 15 settembre 2008. Poi più nulla. In compenso, è ripreso molto presto- da parte degli stessi “piromani” di ieri – il  martellante refrain “fate le riforme strutturali!”, che riguardano, manco a dirlo, il mercato del lavoro – da rendere più flessibile – le pensioni, il sistema sanitario (che non possiamo più permetterci), il costo del lavoro (contributi sociali e previdenziali), che non dovrebbe essere più sostenuto dalle imprese ma da tutti i cittadini attraverso le imposte indirette, per loro natura regressive (cioè: meno cuneo fiscale più IVA).

In controtendenza con questa visione, riteniamo sia necessario – se vogliamo veramente uscire dalla crisi- tornare ad occuparci di come restituire al sistema finanziario le funzioni che gli competono: finanziare gli investimenti e facilitare gli scambi commerciali. A questo proposito, è utile richiamare le riflessioni visionarie di alcuni grandi economisti eretici del passato.

UNA MONETA A SCADENZA PER RILANCIARE LA DOMANDA

cover_gesellIl primo personaggio che ricordiamo è Silvio Gesell (1862-1930), semisconosciuto commerciante tedesco di fede socialista, a cui Keynes dedica un paragrafo nella Teoria Generale (cap.23, par.VI, p.547).  Nella sua opera capitale, L’Ordine economico naturale (1916), Gesell descrive una comunità immaginaria dove viene utilizzata una moneta “a scadenza” per scongiurare le crisi da insufficiente domanda aggregata. L’idea è quella di togliere alla moneta l’attributo di riserva di valore, assoggettandola a costi di deperimento simili alle altre merci. Come funziona in pratica? A scadenza mensile, i cittadini devono recarsi presso un ufficio postale e acquistare un bollo di valore molto basso da applicare alle banconote, per mantenerne il corso legale. Il comune utilizza gli introiti per dare lavoro ai disoccupati e sostenerne il reddito.  Il bollo non è altro che un’imposta patrimoniale sulla liquidità, che ha lo scopo di scoraggiare la tesaurizzazione di moneta e di favorire i consumi e gli investimenti, rimettendo in moto l’economia nei momenti di deflazione. La proposta della “stamp money” fu presa in seria considerazione da Irving Fischer, uno dei massimi economisti del Novecento, che giunse a proporla a Rooselvelt nel 1933, in piena Grande Depressione, senza risultato. Nonostante l’ovvia opposizione delle banche centrali, la moneta “ad interesse negativo” è stata applicata successivamente in altre piccole realtà e può essere riproposta con successo anche oggi, come moneta complementare, per sostenere la domanda di prodotti locali. Come scrisse Keynes: ”Ritengo che l’avvenire avrà più da imparare dallo spirito di Gesell che da quello di Marx”(p.549).

L’EUTOPIA DI KEYNES PER CORREGGERE I DIFETTI DELL’EURO

Non è facile, a quanto sembra, per gli uomini comprendere che la loro moneta è un mero intermediario, senza significato in sé, e che scorre da una mano all’altra, è ricevuto e speso, e, quando il suo lavoro è compiuto, sparisce dalla somma delle ricchezze di una nazione” (Keynes, 1923, p.124)

KeynesPIl fantasma di Gesell fa capolino a Bretton Woods, nel 1944; quando Keynes sta progettando l’architettura istituzionale del sistema monetario internazionale del dopoguerra.  Egli ha in mente un sistema valutario a cambi fissi ma aggiustabiliSa che per consentire ai singoli Stati di implementare politiche monetarie e fiscali dirette alla piena occupazione, va favorita la convergenza nelle loro bilance dei pagamenti, il ripianamento delle posizioni debitorie e creditorie. In assenza di un tale meccanismo correttivo, l’espansione della domanda interna in un dato paese manda in rosso i suoi conti con l’estero – le importazioni superano le esportazioni –  costringendolo a finanziare il deficit con afflussi di capitali esteri. Ciò è molto pericoloso: se il debito esterno cresce troppo, gli investitori stranieri possono esercitare ricatti e indebite ingerenze sulle scelte di politica economica del paese, svuotando di senso la stessa democrazia.

Come antidoto alla distruttività dei movimenti di capitali, il Piano dell’economista inglese prevede l’istituzione di una moneta di conto internazionale, il Bancor, emessa da una Camera di Compensazione sovranazionale. Ciascun Paese conserva entro i propri confini la valuta nazionale, ma è intestatario anche di un conto corrente presso la Camera nella nuova moneta, che utilizza per scambiare merci col settore estero. Il meccanismo è il seguente: ogni volta che il Paese A vende al Paese B un bene, la Camera accredita il valore corrispondente in Bancor sul suo conto. Il credito di cui gode A, però, non è solo verso B ma verso tutti i paesi registrati nella Camera.  Così, il Paese A può utilizzare questo attivo per importare un bene da un altro paese C. Alla fine, crediti e debiti dei paesi si compensano: il saldo contabile della Camera è zero e il Bancor letteralmente scompare. Può succedere che un paese finisca le sue riserve in Bancor perché in deficit strutturale di parte corrente (importazioni cronicamente superiori alle esportazioni). In questo caso, deve pagare una multa e ripristinare la competitività, comprimendo la domanda interna. Ma attenzione: nel sistema anche chi ha un avanzo commerciale troppo elevato è soggetto al pagamento di una tassa – che non è altro che un tasso d’interesse negativo sulla moneta, il bollo di Gesell – ed è tenuto a spendere i suoi crediti aumentando le importazioni dagli altri paesi. Il Bancor, infatti, non può essere infinitamente accumulato – dando luogo a debiti che non si ripagano mai – ma ad un certo punto deve essere rimesso in circolo, speso, facilitando il riequilibrio commerciale.  Così l’onere del riaggiustamento è sostenuto insieme dai debitori e dai creditori.

Il Bancor  è a tutti gli effetti una moneta a scadenza, che si decumula: viene creata con un tratto di penna, utilizzata nei commerci e poi, a scambi conclusi, fatta scomparire, grazie al principio della compensazione. La proposta di Keynes, respinta dagli americani a Bretton Woods, fu recepita negli anni ’50 dai paesi europei prostrati dalla guerra, dando vita all’Unione Europea dei Pagamenti; questa fu alla base del grande decollo industriale di quei paesi negli anni Sessanta.  Oggi si potrebbe ritentare quell’esperimento trasformando il sistema di finanziamento delle banche europee, Target 2, in una Camera di Compensazione Comunitaria, per ovviare agli squilibri nelle bilance dei pagamenti dei paesi membri. Con l’Euro a fare le veci del Bancor. Fantascienza? Utopia? No, piuttosto una Eutopia: un “luogo del buon vivere”.

BANCHE PUBBLICHE LOCALI PER RIDARE CREDITO ALLE IMPRESE

thumbs.1Infine, un circuito di finanziamento locale basato sulla compensazione potrebbe essere pensato in favore delle piccole e medie imprese, che ora subiscono la stretta creditizia da parte degli istituti finanziari e il mancato rimborso dei loro crediti verso la Pa. Anche in questo caso, si potrebbe emettere una valuta complementare (o un certificato di credito) costituendo delle banche pubbliche locali, che avrebbero il compito di registrare i flussi di beni scambiati dalle imprese clienti e fornitrici, favorendo il pareggio delle posizioni finanziarie. Funzionerebbe tutto, in scala più piccola (e con le imprese al posto degli Stati), come nella proposta di Keynes.  Inoltre, come illustrato da Massimo Amato e Luca Fantacci nel loro libro “Come salvare il mercato dal capitalismo” (Donzelli, 2012), la valuta locale potrebbe andare a pagare, in parte, i salari dei dipendenti; ciò andrebbe a beneficio dell’economia locale, in quanto la valuta non verrebbe riconosciuta al di fuori di un certo territorio. Questo comporterebbe giocoforza “un sostegno alla produzione e all’occupazione locale e un disincentivo alla delocalizzazione” (p.168). Per i dettagli della proposta rimandiamo al libro di Fantacci e Amato (pp.157-191). Qui basti ricordare che con un esperimento analogo – l’emissione di certificati garantiti dalla Banca Centrale che venivano fatti circolare tra le imprese – Hjialmar Schacht risollevò l’economia tedesca negli anni trenta.

PER CONCLUDERE: L’UNICA RIFORMA STRUTTURALE DI CUI ABBIAMO BISOGNO

Le considerazioni appena svolte smentiscono il ritornello che risuona spesso in questi ultimi anni: non abbiamo più risorse, siamo condannati, da un destino cinico e baro, ad un futuro di privazioni e di stenti. Al contrario: ci sono un sacco di soldi nel sistema, solo che rimangono fermi o vanno a finire dove non si trasformano in lavoro e ricchezza comune ma in rendita individuale. Perciò, l’unica vera riforma strutturale di cui abbiamo bisogno – non più rinviabile – non è quella del lavoro, non è quella previdenziale, non sono le liberalizzazioni: è quella del sistema finanziario, da rimettere al servizio dello sviluppo economico e civile. L’imperativo è ridare credito. Che significa: far rinascere e diffondere la fiducia, il carburante essenziale per la crescita. Nonostante i tempi che corrono, dobbiamo essere cautamente ottimisti. In fondo, là di fronte a noi, a bloccare la via non ci sono altro che un po’ di anziani signori, stretti nei loro abiti talari, che hanno bisogno di essere trattati con un po’ di amichevole irriverenza e buttati giù come birilli (Keynes, 1929).

Diego Quiroga

Diego Quiroga

È ritenuto uno dei padri della letteratura post-moderna. Maestro indiscusso del virtuosismo canoro trasposto in parole. Thomas Pynchon. “Vive appartato e non compare mai in pubblico”—> questa è la sua biografia. Sappiamo poco o nulla di lui, solo che è noto per la sua scrittura complessa e labirintica e che non si è mai rivelato al proprio pubblico se non attraverso le sue opere. Forse si tratta di una specifica strategia editoriale che alimenta ancora più il mistero: esiste davvero? Qual è il suo volto? In alcune puntante dei Simpson, a mo’ di parodia, sono state fatte specifiche allusioni a questo colosso narrante: un personaggio in incognito viene rappresentato “mascherato” con una sacchetto di carta in testa, e quando scambia qualche battuta (nella versione americana), si vocifera, prende a prestito la vera voce dello scrittore.


Tralasciando la fiction e i diversi tentativi fantasiosi di definire una figura che è e resta aleatoria, penso non ci siano troppi dubbi a riguardo: questo scrittore americano esiste davvero. Eh sì, perché è uno personaggio che, tramite i suoi contributi romanzati, ha praticamente influenzato il nostro immaginario collettivo culturale e globalizzato a partire più o meno dagli anni 60’.

Per fare qualche esempio… È presente nei primi testi degli album dei Radiohead, e sappiamo tutti cosa ne è uscito fuori; influenza apertamente il famoso fumetto “V per vendetta”, poi diventato il celebre e visionario film. (Il suo primo romanzo, scritto nel 63’, si chiama per l’appunto “V”). Molti scrittori americani e non, contemporanei o dopo di lui, attingono sfacciatamente dalla sua opera. Un altro esempio: “Trainspotting” di Irvine Welsh, poi riproposto in quella pellicola cinematografica che è divenuta una delle più amate e ricordate della nostra generazione. Ricordate la celebre scena del film girata in uno dei peggiori cessi di Scozia? Quando Il Nostro si immerge nel water e si fa un bel giretto sguazzante in quell’acqua fetida?

Pynchon2


Bene. Quella scena è stata scritta per la prima volta da Pynchon nel suo “L’arcobaleno della gravità”, considerato uno dei suoi massimi capolavori. Il protagonista del romanzo si intrufola in un cesso di un bar perché è alla ricerca di una fisarmonica perduta e nel frattempo, incontrando diversi escrementi sparsi qua e là, formula una vera e propria casistica di merda risalendo ai legittimi proprietari. Questa mattone di romanzo, che mescola con arte smisurata realtà e fantasia, dà prova di quanto questo autore conosca la storia, e non una storia qualunque… La storia degli ultimi, dei dimenticati, fondando quella che è stata definita “la poetica del preterito”. In questo romanzo, gli anni della guerra fredda sono raccontati con una tale dovizia di particolari (sempre mescolati ovviamente alla “fantascienza” del romanzo) che il lettore non distratto può sempre ricostruire le cose come sono andate semplicemente documentandosi. Questo libro, inoltre, si presenta con una narrazione propriamente post-moderna: sbalzi temporali paurosi ripercorrenti le memorie gioiose e travagliate dei personaggi si manifestano in contesti de-spazializzati di un mondo in preda ad una guerra invisibile che logora gli animi. “Tutto ruota, comunque, attorno alla Zona, la Germania devastata e occupata, dove praticamente non c’è legge né ordine, e dove avvengono i più strani traffici e s’incontrano i più folli personaggi.” Ma la caratteristica più evidente della scrittura di Pynchon è la sua comicità: sembra di leggere dei fumetti bizzarri non illustrati. E poi tanto altro: esoterismo, psicologia, scienza nucleare, ingegneria missilistica, erotismo, feticismo e così via… Un romanzo enciclopedico dunque, come per tradizione vogliono essere incasellati i romanzi postmoderni. Un romanzo che, ad ogni modo e comunque vada dopo la lettura (in bocca al lupo!), lascia sicuramente qualcosa al lettore: un’esperienza letteraria unica, nulla da dire.

 

P.S. Se proprio sono riuscito a stuzzicarvi una recondita curiosità, incominciate a leggere “L’incanto del lotto 49”. Quest’ultimo libro è, caso stranissimo, uno dei pochi romanzi brevi che il nostro autore abbia mai scritto, perché il resto dei suoi romanzi sono letteralmente pluviali: bisogna armarsi di molta pazienza per terminarli a dovere, ma, posso dirvelo, ne vale davvero la pena… Breve ma intenso “L’incanto” è una bel concentrato di letteratura post-moderna che incasina la mente, e su questo non c’è ombra di dubbio.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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