Archivio per ottobre, 2014

Papa Francesco

Papa Francesco

È questo rifiuto che potrebbe dunque simboleggiare la Chiesa: ritornando alle origini, cioè all’opposizione e alla rivolta“. P. P. Pasolini, 1974

Il pontificato di Jorge Maria Bergoglio si sta distinguendo per prese di posizione sulle grandi questioni sociali del nostro tempo radicalmente alternative al pensiero unico neoliberista.  Nei suoi scritti e discorsi risaltano due aspetti: la critica ad una società economica i cui difetti più evidenti sono “ l’incapacità a provvedere alla piena occupazione e la distribuzione iniqua e arbitraria dei redditi e della ricchezza” (Keynes, General Theory, 1936) e la proposta di un suo superamento in direzione di un’economia sociale di mercato al servizio dell’uomo e del bene comune.

UN SISTEMA ECONOMICO RADICALMENTE INGIUSTO 

Per Francesco, l’attuale sistema sociale ed economico “è ingiusto alla radice” e “procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria”. Viene promossa una cultura che fa dell’esclusione e dell’indifferenza sociale il suo tratto distintivo. Un potere inedito, che non opprime più direttamente le membra più deboli del corpo sociale – anziani, giovani, donne – ma le lascia piuttosto marcire ai margini. In questa cornice, l’invito di Bergoglio è quello di far sentire, forte e chiaro, il nostro “No!” : no alla globalizzazione dell’indifferenza, no al denaro che governa invece che servire.  No a questa economia necrofila, per cui “un ribasso di due punti della borsa fa più notizia di un anziano morto assiderato per strada”.

LA DIFESA DELLO STATO DI DIRITTO SOCIALE 

Bergoglio è convinto che lo strumento più idoneo per combattere le iniquità distributive sia lo Stato di diritto sociale, in specie nelle tre voci dell’istruzione, dell’accesso alle cure e del diritto al lavoro. E’ una visione agli antipodi di quella della maggioranza dei centri studi economici e delle cancellerie internazionali, la cui Agenda di riforme prevede di sostituire il lavoro ben retribuito e tutelato con impieghi flessibili e sottopagati, appaltare al privato sanità e previdenza, appiattire l’istruzione sulla componente utilitaristica, strumentale al mercato. Nella convinzione che qualche goccia di PIL in più raggiunga anche i piani bassi, come recita la teoria della “ricaduta favorevole” (trickle-down). Secondo il Papa,  “questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante”. La crescita ha promesso pane per tutti ma finora ha dato solo pietre per i più svantaggiati. La giustizia sociale, conclude in Pontefice, esige profonde riforme che prevedano la ridistribuzione della ricchezza prodotta e una rinnovata attenzione alla “questione ecologica”.

DISOCCUPAZIONE E DIGNITA’ DEL LAVORO

Bergoglio interpreta la crescente disoccupazione europea come conseguenza di un sistema malato, incapace di creare lavoro perché costantemente a caccia di profitti a brevissimo termine.  Per il neoliberismo Il lavoro è infatti una variabile dipendente dai mercati finanziari e monetari; per la Dottrina sociale della Chiesa un veicolo di realizzazione della persona e di riconoscimento sociale. In quest’ultima accezione, una buona prestazione lavorativa non può ridursi a un mero dare per avere o per dovere, ma incorpora sempre un sovrappiù di creatività, di dono, di libertà – peculiare a ciascun individuo. Compito delle imprese è creare le condizioni affinché ciò si manifesti.

“NON CI SONO ALTERNATIVE” FALSO!

Se la teoria economica dominante rappresenta l’uomo come campione di opportunismo, la riflessione di Bergoglio – sulla scia di pensatori come Amartya Sen e Albert Hirschman – ci porta a considerare fattori che hanno un ruolo altrettanto importante degli interessi personali nel guidare le sue decisioni economiche: i codici morali e le passioni. Nell’epoca dei pensieri deboli, Egli sprona così i giovani a non scadere nel pessimismo e ad andare controcorrente, a giocare la vita per grandi ideali. “Lottate per questo, lottate. Non lasciatevi intrappolare dal vortice del pessimismo, per favore! Se ciascuno farà la propria parte, se tutti metteranno sempre al centro la persona umana, non il denaro, con la sua dignità, se si consoliderà un atteggiamento di solidarietà e condivisione fraterna, ispirato al Vangelo, si potrà uscire dalla palude di una stagione economica e lavorativa faticosa e difficile”.

Federico Stoppa

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REFERENZE BIBLIOGRAFICHE

Discorso pronunciato durante la visita a Lampedusa, 8 Luglio 2013 (link)

Evangelii Gaudium, Esortazione apostolica,  24 novembre 2013 (link)

Ai dirigenti e operai delle Acciaierie di Terni, 20 marzo 2014 (link )

Ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, 2 ottobre 2014 (link)

beachcomber beachcombing - J'accuse

beachcomber beachcombing – J’accuse

Mi sento inutile, sono inutile, mi hanno reso inutile. Tutto il sapere che vado accumulando nella mia vita risulta scomodo, e viene sistematicamente riciclato in qualcosa di stantio, di marcio, da eliminare il prima possibile.

Paradossalmente, chi ha studiato poco o chi conosce lo stretto e necessario, chi non si fa troppe domande, e chi, per carità, opera in settori indispensabili alla macchina-mondo – ma del tutto estranei al  – ed esenti dal –  pensiero che dovrebbe azionarlo, può avere la facoltà o addirittura la capacità economica di comprarsi una casa, di avere una vita indipendente e autonoma. Chi lassù detiene il vero potere ha intenzione di legittimare solo quest’ultimi, perché chi al contrario ha troppo sapere da manifestare, da spendere per gli altri, risulta oltremodo scomodo, e deve essere messo assolutamente da parte: va oscurato… Male che vada in un futuro lontano – e vista la sua caparbia cocciutaggine – verrà arruolato come mercenario pluripremiato e profumato di soldi, un vero e proprio soldato addestrato al sistema economico attuale, e lì il suo pensiero cambierà di conseguenza, il suo cervello verrà estirpato, per essere sostituito con un altro più consono, ritagliato su misura, giusto in proporzione al denaro che gli verrà concesso.

“Lavori solo per poco e fai qualcosa che non ti fa felice”: questo è il sentimento di coloro che si vedono perennemente rassegnati, che hanno da dire molto, ma che tra un po’, molto presto, verranno messi a tacere, e si vedranno uniformati alla flessibilità arrogante e deleteria del mondo che li circonda. Non fraintendetemi: la flessibilità ci dev’essere. L’incertezza e il cambiamento che la contraddistinguono sono la stabilità dei nostri giorni, su questo non si discute. Solo che, dal mio povero e insignificante punto di vista, quella concezione di flessibilità andrebbe concepita e trattata un tantino più umanamente, solo questo.

È tutta un’illusione, un’illusione di segno negativo: ci hanno educato e formato unicamente verso questo tipo d’illusione. Ci hanno fatto credere che la vita sia prima di tutto una guerra cruenta, una guerra di tutti contro tutti, senza pietà. Non ci hanno detto però che quella guerra non è altro che il riflesso giustificato di un sterminio interiore… Troppo spesso siamo stati educati alla malvagità che ci circonda, come se tutto, là fuori, sia costantemente un pericolo che bisogna per forza di cose affrontare: armati fino al collo per essere sempre pronti, preparati meglio degli altri, per sconfiggere il nemico più acerrimo di tutti: noi stessi. Lo stesso linguaggio scolastico, ormai, è inficiato da termini quali “debiti” o “crediti”… Quali assurdità: come se la partita della vita si consumasse (!) interamente tra gli scaffali di un freddo e inquietante supermarket. Non è sempre così. La logica di mercato non può in ogni occasione monopolizzare i nostri preziosi mondi vitali; non può sempre farlo attraverso i suoi più oscuri e beffardi meccanismi: alla lunga ne risulteremo tutti sterili, sterili umanamente. 

Al contrario, l’illusione positiva, quella che ci consente di immaginare, di costruire, di custodire dei segreti per noi stessi, e di creare un percorso desiderabile verso questa direzione, quest’illusione positiva e edificante di mondi possibili altrimenti non esiste più, ci è stata sottratta, ma non ce ne siamo accorti: “Quando è accaduto tutto ciò?” “Dov’è che si trova il punto di rottura?” “Da dove dovremmo ripartire?” Nessuno è in grado di rispondere. È stata completamente sradicata quell’illusione di segno positivo che ci consentiva di agire in maniera costruttiva, quella che ci permetteva di alimentare le care utopie che segnavano i nostri preziosi percorsi personali… Troppo spesso ci hanno estirpato i nostri sogni sul nascere… Nessuno, oggi, è in grado adeguatamente di insegnare la capacità di sognare. È questo che manca: la fervida immaginazione dettata da quei sogni aleatori ma così vividi: gelosi, curati e pieni di vita: la sana e lenta costruzione di una preziosità fatta con estrema cura; quel tatto per il dettaglio che può essere piacevolmente massacrante.

j'accuse 2Fin da quando ha cominciato a narrarsi e ad essere narrata, la storia è sempre stata un cimitero di utopie: ciononostante permetteva un cammino, consentiva di tracciare una direzione voluta o non voluta, ma necessaria; ora, invece, non esiste più nemmeno la storia. Quest’ultima era formata da avvenimenti significanti, importanti o poco importanti che fossero; accadimenti che segnavano dei punti di rottura rispetto ad un prima e a un dopo. Ora invece esistono solo “eventi”, monadi di eventi isolati che spuntano dal nulla, per affascinare ed estasiare, non avendo più con sé né cause a priori né conseguenze a posteriori. Con essi sono andati perduti quegli effetti di significato che potevano donare una luce, che potevano a loro modo creare una consapevolezza interiore, e che dettavano – seppur goffamente – il ritmo, ormai perso, del mondo in cui ci è capitato di vivere. Avvenimenti che non posso essere più chiamati come tali, perché ciò che creano con la loro nascita non fa che sparire nella loro fonte, viene risucchiato immediatamente nel momento stesso in cui si manifestano: sono satelliti privi di senso, che orbitano attorno al loro non-senso fino al punto di implodere in se stessi. Non esiste più una trasmissione di significato, quel saggio mistero che ci veniva tramandato tramite quelle illusioni positive che ci rendevano vivi, curiosi, pro-attivi, costantemente in movimento riflessivo verso noi stessi e verso l’alterità. Oggi c’è una distesa desertica di significato, una cementificazione dell’io che raggiunge una parvenza di felicità solo quando, acquistando un qualsivoglia oggetto, accede necessitante al mercato dei consumi (preferibilmente un oggetto dell’ultimo modello, non sia mai!).

Come si fa a fingere di essere felici in un mondo del genere? Purtroppo la mia testa funziona ancora, e fin troppo bene. Al contrario, sono proprio quelli più convinti delle loro idee che seguono, senza accorgersene, i dettami della massa informe. La pressione sociale è per chi crede di pensare ciecamente con la propria testa. Fra il credere e l’agire, però, c’è un enorme abisso. Bisognerebbe ascoltare gli isolati, quelli che lontano dai riflettori cercano con tutte le loro forze di rimanere al buio, di preservare una propria, seppur maltrattata, interiorità: “Elogio dell’ombra”. Borges era un Dio, un Dio prematuro e poco ascoltato. Anche Dave (DFW) lo è stato, a suo modo. Peccato che fosse un Dio costantemente sotto effetto di psicofarmaci. Se queste “soluzioni” non l’avessero strappato così prematuramente dalla vita oggi sarebbe stato di grande aiuto per tutti noi, per l’intera umanità; avrebbe sicuramente illuminato quelle sacche di buio che è necessario ascoltare, perlustrare, dove, senza pensarci due volte, bisognerebbe sporcarsi le mani…

Oser rêver, refuser de sombrer dans la morosité ambiante, est-ce folie ou lucidité? C’est peut-être bien une forme de courage que de refuser ce système passablement indifférent aux improductifs, aux petits, aux obscurs, aux sansgrade… Un acte de résistance à la schizophrénie d’une société dont le lobe droit ignore ce que fait le lobe gauche. Quel est ce monde qui d’un côté incite sa jeunesse à s’imprégner d’un morne docilité et de l’autre traumatise ses aînés en exigeant à tout bout de champ qu’ils soient porteurs de projets innovants, sous peine de jeter les uns et les autres aux oubliettes? La véritable innovation ne serait-elle pas de ne plus castrer l’imagination de ceux qui voudraient la repenser, la réinventer? Et si la seule manière d’être raisonnable était bel et bien de ne pas renoncer à ses rêves, à ce qu’on est?

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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mau_tweety - The black sheep...

mau_tweety – The black sheep…

E’ bastato che il Sole 24 Ore  ventilasse l’ipotesi di un probabile abbassamento della soglia di esenzione dall’imposta di successione nella prossima finanziaria – dall’attuale 1 milione di euro a 300.000 euro – per scatenare il finimondo: Daniele Capezzone e altri parlamentari di Forza Italia tuonano contro l’ ennesima “mazzata sui contribuenti”, mentre l’economista Francesco Forte scrive su “il Giornale” di nuova “nefandezza fiscale”. Questa opposizione pregiudiziale del fronte liberale all’imposta di successione appare errata per le seguenti ragioni.

L’IMPOSTA DI SUCCESSIONE: UNA TASSA LIBERALE

L’imposta di successione grava – in modo progressivo – sui patrimoni che ognuno ha avuto la fortuna di ereditare senza merito alcuno; favorendo così l’eguaglianza dei punti di partenza e quindi delle opportunità tra gli individui (Luigi Einaudi). Se l’imposta sul reddito disincentiva lo sforzo lavorativo e quella sul patrimonio il risparmio, incidendo negativamente sulla crescita, quella di successione è il perno di un sistema economico fondato sulla mobilità sociale. Non a caso i Paesi dove le aliquote fiscali sui patrimoni trasmessi hanno storicamente raggiunto i valori più elevati sono quelli anglosassoni.

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IL CONFRONTO INTERNAZIONALE

In Italia la tassa di successione è stata eliminata dal governo Berlusconi nel 2001, e poi reintrodotta, con franchigia molto elevata (1 milione di euro) e con aliquota massima molto bassa (8%), da Prodi nel 2007. In Germania l’aliquota più alta applicabile alle successioni fra parenti diretti è il 50%, in Francia il 48%, in Inghilterra il 40%, negli Stati Uniti il 35% (Fonte: Piketty, 2014); in Belgio addirittura il 60%. Intendiamoci, in nessuno di questi paesi l’imposta costituisce una fonte di prelievo elevata. Ma il gettito fiscale procurato è dovunque maggiore che in Italia.

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L’ASCENSORE BLOCCATO

L’Italia è un Paese contraddistinto da alta disuguaglianza e bassa mobilità sociale, come certificano due recenti rapporti pubblicati dall’Ocse (Growing Unequal? del 2008 e Divided We Stand del 2011). Nonostante tanta retorica sul merito, le condizioni socioeconomiche della famiglia d’origine rimangono i fattori che più di ogni altro spiegano le differenze di reddito e ricchezza tra gli italiani. In uno studio pubblicato nel 2012, la Banca d’Italia scrive che “i trasferimenti ricevuti sotto forma di eredità o donazioni rappresentano una quota consistente della ricchezza netta delle famiglie, valutabile tra il 30 e il 55 per cento” – specificando inoltre che “ i trasferimenti di ricchezza ereditaria sono relativamente concentrati e fonte di disuguaglianza ( pp. 17-18); Per tutti questi motivi, una riforma fiscale organica che contempli un’imposta ampia e progressiva sulle eredità – alleggerendo quella sui redditi da lavoro e impresa – appare opportuna per far uscire l’Italia dall’attuale stato di Ancien Régime. Che ha però nei liberali nostrani i difensori più accaniti.

Federico Stoppa

Fonte: NeXt Quotidiano

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Fabrizio M. - Senise

Fabrizio M. – Senise

Casa, edilizia, cemento. Nell’immaginario comune, il futuro economico dell’Italia passa ancora da questo trinomio. “Se non si riaccende il motore delle costruzioni, l’economia e l’occupazione non ripartono” scrive Paolo Savona sul Sole 24 Ore (14/09/2014), raccomandando alle banche di destinare all’edilizia i soldi prestati dalla Bce. Del resto, i dati economici riguardanti il settore assomigliano a bollettini di guerra: occupazione giù di 500mila unità dal 2008, compravendite di case in calo, valori immobiliari in picchiata, maggior tassazione, mutui erogati col contagocce e sempre più costosi. Affitti che si mantengono cari e invisibili al fisco, nonostante cedolari “secche” scomputate dall’imponibile Irpef.

In questo contesto, vengono approvati decreti legge come lo Sblocca Italia, che fanno della retorica della “semplificazione” e della rimozione dei vincoli normativi all’attività edilizia gli strumenti del rilancio economico. Si punta tutto sulla deregolamentazione, sul lasciar fare, nella speranza che ritornino investimenti e fiducia. Ma lasciandoci guidare solo dall’ansia di fare, dalla fretta,  rischiamo di compiere errori fatali.

Abbiamo un vuoto di memoria. Ci si è dimenticati di chiedersi perché le nostre città sono in queste condizioni; perché abbiamo un mercato degli affitti così rigido e una mobilità della forza lavoro così bassa; insomma: ci si è dimenticati di esplorare le ragioni profonde della nostra stagnazione economica.

L’arcano è svelato da una parola che in Italia è diventata tabù: rendita. La rendita, secondo la teoria economica, è la remunerazione che va a chi possiede un fattore produttivo non riproducibile, scarso. Più quote di reddito nazionale si intasca la rendita, meno è possibile far crescere profitti industriali e salari, veri motori dell’accumulazione di capitale. Gli economisti classici – Smith, Ricardo, Marx – ne erano consapevoli, e ne raccomandavano la tassazione. In Italia, la rendita percepita da proprietari di aree fabbricabili e costruttori si è sempre mantenuta su valori lunari, gonfiando i prezzi degli immobili e degli affitti. In nessun settore industriale è stato possibile ottenere quella mole di profitti.  Nessun settore – come quello delle costruzioni – è stato così tanto aiutato dal settore pubblico, con incentivi, detassazioni, deroghe ai piani regolatori. Nessun settore è stato così tanto sovvenzionato dal credito bancario, che vi ha sempre visto una fonte facile (e poco rischiosa) di introiti.

Fin dal dopoguerra, abbiamo lasciato che a decidere la traiettoria di sviluppo spaziale delle nostre città non fossero il decisore pubblico e la collettività, ma gli interessi particolaristici dei privati. Abbiamo tutti praticato il ballo del mattone con spensieratezza, incuranti delle conseguenze. La casa è diventata, per le famiglie, un bene d’investimento per ottenere rendite. Poco importava se intanto si perdeva potere d’acquisto sul lato della produzione (vedi il crollo dei salari), o se l’indebitamento con le banche cresceva.

Anche le imprese del primo capitalismo italiano (Fiat, Falck, Pirelli), messe in crisi dalla concorrenza internazionale, hanno ripiegato sulla rendita differenziale immobiliare, mettendo a frutto le trasformazioni d’uso di intere parti di città conseguenti alla rivoluzione terziaria degli anni Ottanta e Novanta ( cfr. Tocci, 2009).

Tutti abbiamo praticato il ballo del mattone, insomma, trascurandone i costi ecologici e sociali, ora così evidenti. I costi sociali e ambientali di una cementificazione selvaggia di campagne e coste, di un abusivismo edilizio capillare. I costi sociali conseguenti alle speculazioni edilizie che rialzavano artificialmente i prezzi delle case e svuotavano i centri storici. I costi sociali ed ecologici di città sempre più disperse nell’hinterland, a corto di infrastrutture sostenibili, dipendenti dall’automobile, svuotati di spazi pubblici e relazionali che non siano i non luoghi del consumo.  I costi economici e sociali di istituti finanziari che invece di premiare l’economia dell’innovazione hanno continuato a sovvenzionare miopicamente la rendita.

Avremmo potuto evitare tutto ciò? Si, se avessimo avuto un’amministrazione pubblica diversa, meno connivente con gli interessi del blocco edilizio. Se avessimo avuto il coraggio di applicare seriamente le coraggiose leggi urbanistiche di Bottai, Sullo, Bucalossi. Se avessimo tassato pesantemente la rendita; elevando gli oneri di urbanizzazione da destinare agli investimenti in infrastrutture e spazi pubblici, invece di mantenerli a livelli scandalosamente bassi, o di utilizzarli per gonfiare le spese correnti dei Comuni. Se avessimo riformato la legge sull’equo canone senza smantellarla e  se avessimo investito massicciamente in edilizia pubblica, come succede in altri Paesi e come pure eravamo stati capaci di fare con il Piano Ina-Casa nei Cinquanta. Ma ci siamo limitati a complicare il quadro normativo in modo che Stato, Regioni e Comuni litigassero su questa o quella competenza.

Oggi, invece di puntare tutto sull’immateriale, sulla conoscenza, sul consumo zero di suolo, sulla rigenerazione urbana, perseveriamo col cemento. Cioè con la crescita stupida, non inclusiva e insostenibile. Dio fa impazzire coloro che vuole perdere, dicevano i latini.

Federico Stoppa

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