Archivio per dicembre, 2017

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Gli esponenti della sinistra della “Terza Via” hanno presentato la globalizzazione come inevitabile e vantaggiosa per tutti. In realtà, non è né l’uno né l’altro e l’ordine liberale ne sta pagando il prezzo.

Non molto tempo fa, la discussione sulla globalizzazione era data per morta e sepolta – dai partiti di sinistra come per quelli di destra.

Nel 2005, il discorso di Tony Blair al congresso del Partito Laburista coglieva lo spirito del tempo: “Sento persone che dicono che dobbiamo fermarci e discutere della globalizzazione” – disse Blair al suo partito – “si potrebbe anche discutere se l’autunno debba seguire l’inverno”. Ci sarebbero stati imprevisti e disagi sul cammino; qualcuno sarebbe rimasto indietro, ma non importava: le persone dovevano andare avanti. Il nostro “mondo che cambia”, continuava Blair, “è pieno di opportunità, ma solo per quelli rapidi ad adattarsi e lenti a lamentarsi”.

Oggi, nessun politico competente potrebbe esortare i suoi elettori a non lamentarsi in questo modo. Le élite di Davos, i Blair e i Clinton si stanno scervellando, domandandosi come un processo che pensavano fosse inesorabile possa essersi invertito. Il commercio internazionale ha smesso di crescere rispetto alla produzione, i flussi finanziari transnazionali non si sono ancora ripresi dalla crisi globale di un decennio fa, e dopo lunghi anni di stasi nei dibattiti sul commercio mondiale, un nazionalista americano ha cavalcato un’onda populista per andare alla casa Bianca, da dove sta scoraggiando ogni sforzo a favore del multilateralismo.

Coloro che sostenevano l’iper-globalizzazione all’inizio del secolo non hanno alcuna possibilità di comprendere cosa è andato storto senza rendersi conto di quanto poco avessero capito il processo che stavano promuovendo.

Tornando al 2005, nelle stesso discorso di Blair [..] che cosa ne era della solidarietà sociale? La globalizzazione l’avrebbe spazzata via? Blair insisteva che sarebbe potuta sopravvivere, ma solo se fosse stata ridefinita negli scopi. Le comunità non dovevano essere autorizzate a “resistere alle forze della globalizzazione”; il ruolo della politica progressista era semplicemente quello di metterle in condizioni di prepararsi alla globalizzazione. La globalizzazione era una conclusione ovvia, scontata: il solo dubbio era se la società potesse aggiustarsi alla competizione globale.

Blair e compagnia erano così sicuri non solo perché il mondo stava andando in quel modo, ma anche perché avevano dalla loro parte un argomento forte: il vantaggio comparato. Non era un argomento nuovo: in effetti, aveva 200 anni. Ma era molto di moda, e aveva una forza logica reale: il commercio permette la specializzazione, e un paese che si specializza su cosa sa fare meglio sarebbe diventato più ricco “nel suo complesso”.

I sostenitori dell’iper-globalizzazione, comunque, dimenticarono questo caveat – “nel suo complesso”. In più, passarono dal discutere di commercio dei beni alla liberalizzazione della finanza, dove l’argomento era sempre diverso e più carico di dubbi. Senza pausa, sono passati dall’abbassare le barriere “al confine”, come le tariffe o le quote di importazione, a iniziative politicamente più intrusive per armonizzare i regolamenti e le norme “dietro il confine” – regole di investimento, standard di prodotto, brevetti e copyright – dove è molto meno chiaro il motivo per cui dovremmo aspettarci che l’integrazione transnazionale renda più ricche tutte le nazioni.

Non c’è da stupirsi che i maggiori beneficiari della globalizzazione siano state nazioni come la Cina, che ha evitato le regole ufficiali e ha ballato al ritmo del proprio tamburo. La Cina e altri paesi asiatici entrarono nell’economia mondiale, ma lo fecero a modo loro: usarono politiche commerciali e industriali proibite dall’Organizzazione mondiale del commercio, gestirono le loro valute e mantennero stretti controlli sui flussi di capitali internazionali. Hanno sperimentato una notevole crescita economica e, come risultato, hanno sollevato centinaia di milioni di individui dalla povertà.

Ma nelle economie industriali mature, il risultato è stato molto più variegato. I principali beneficiari delle regole della globalizzazione dopo il 1990 furono le grandi corporations e le élites dei professionisti e dei lavoratori ad alte qualifiche. Senza dubbio, gli iper-globalizzatori credevano nel loro argomento pro-globalizzazione. Ma lo hanno enfatizzato troppo fino al punto di distorcerlo completamente, e sono stati presi alla sprovvista dall’inevitabile reazione negativa dei loro concittadini – cittadini che ultimamente si sono dimostrati molto meno “lenti a lamentarsi”.

Lezioni dalla storia

Contrariamente alle certezze di Blair, la globalizzazione è un processo reversibile, che in effetti nella storia è stato già invertito. All’inizio del XX secolo sono state raggiunte vette di integrazione che rendono quel periodo, per molti aspetti, paragonabile a quello di oggi. Sotto il regime del Gold Standard, le valute nazionali potevano essere liberamente convertite in quantità fisse di oro, e il capitale scorreva senza ostacoli attraverso i confini. Il Gold Standard non solo ha incoraggiato i flussi di capitali ma anche il commercio, rimuovendo il rischio valutario: i mercanti potevano tranquillamente accettare pagamenti da qualsiasi luogo del sistema senza preoccuparsi delle fluttuazioni dei tassi di cambio. Nel 1880, la libera circolazione dei capitali era la norma. Anche le persone erano libere di muoversi, cosa che facevano in gran numero dall’Europa al Nuovo Mondo. Proprio come oggi, i miglioramenti nelle tecnologie di trasporto e di comunicazione – il piroscafo, la ferrovia, il telegrafo – facilitarono notevolmente i movimenti di merci, capitali e lavoratori.

La reazione non tardò ad arrivare. Già negli anni settanta del XIX secolo, un calo dei prezzi agricoli mondiali provocò pressioni per una ripresa del protezionismo. Con l’eccezione della Gran Bretagna, tutti i paesi europei aumentarono le tariffe agricole verso la fine del 19 ° secolo. In molti casi il protezionismo agricolo si estese anche ai manufatti. Anche i limiti all’immigrazione cominciarono ad apparire nel tardo XIX secolo. Nel 1882, il Congresso degli Stati Uniti approvò l’infame Chinese Exclusion Act, e limitò l’immigrazione giapponese nel 1907. Successivamente, negli anni ’20, gli Stati Uniti stabilirono un sistema più generale di quote sull’immigrazione.

Il primo movimento populista della storia sorse negli Stati Uniti durante gli anni ottanta del diciannovesimo secolo, in opposizione al Gold Standard. Per quale ragione? Perché sebbene il sistema del Gold Standard favorisse la globalizzazione, creava anche dei perdenti. Poiché la massa monetaria interna a ciascun paese dipendeva dalla quantità di oro a disposizione, nei periodi in cui l’oro era scarso le condizioni di credito erano più severe e i tassi di interesse reali più alti. Nell’ultima parte del 19 ° secolo, il Gold Standard veniva accusato di provocare effetti deflazionistici, al pari delle politiche di austerità di oggi. Gli agricoltori si lamentavano di essere costretti a vendere grano a buon mercato, in un momento in cui le tariffe di trasporto e il credito erano costose. Insieme agli operai e ai minatori occidentali, gli agricoltori militarono contro i finanzieri nordorientali, che consideravano i beneficiari del Gold Standard e i responsabili delle loro difficoltà.

I populisti statunitensi alla fine sarebbero stati sconfitti, in gran parte come risultato della scoperta di nuovo stock di oro dopo il 1890, che invertì la pressione deflazionistica nel sistema. Ma il tiro alla fune tra gli interessi finanziari e cosmopoliti che sostenevano il Gold Standard e i gruppi economici nazionalisti che ne subivano il peso maggiore si sarebbero intensificati. Fino a raggiungere il culmine in Europa nel periodo tra le due guerre.

Il vecchio sistema si sgretolò durante i combattimenti del 1914, e il tentativo di ripristinarlo negli anni 1920 si dimostrò insostenibile sotto la pressione della crisi economica e dei disordini politici. Come ha scritto il mio collega di Harvard Jeffry Frieden, la reazione alla politica mainstream assunse due forme. I comunisti e [..] e i fascisti e nazisti. Entrambi significarono una brusca deviazione dalla globalizzazione.

Guadagno vs dolore

Quindi, perché stadi avanzati di globalizzazione – nella prima metà del 20 ° secolo, e ancora all’inizio del XXI secolo – si sono dimostrati così inclini a provocare reazioni? [..]

Non c’è dubbio che i vari round di negoziati commerciali multilaterali dopo la fine della seconda guerra mondiale abbiano fatto molto bene all’economia mondiale. Le tariffe di importazione e le quote sul commercio di manufatti erano allora estremamente restrittive; abbassarle permise al mondo di ottenere guadagni tangibili. Inoltre, in un primo momento, questa liberalizzazione incise soprattutto sugli scambi di merci tra economie relativamente avanzate, dove i salari e le condizioni di lavoro non erano così diverse. I primi segnali di guai cominciarono dopo che i paesi in via di sviluppo iniziarono ad entrare nell’economia mondiale: perché i loro bassi salari iniziarono a creare tensioni distributive nei paesi importatori.

Tutto questo è coerente con quanto insegna l’economia. Secondo il celebre teorema di Stolper-Samuelson di teoria del commercio estero, in posti come gli Stati Uniti e l’Europa occidentale, dove i lavoratori qualificati sono abbondanti, i lavoratori non qualificati vedranno diminuire il proprio salario in un contesto commerciale più aperto. L’apertura al commercio danneggia sempre alcune persone nella società, tranne nel caso estremo (non rilevante per qualsiasi grande economia) in cui le uniche cose importate sono cose che non vengono mai prodotte in casa. In teoria, i paesi potrebbero sempre compensare i loro perdenti ridistribuendo reddito dai vincitori, e in pratica ciò è successo alcune volte. Disponendo di ampie reti di sicurezza sociale, l’Europa nella seconda metà del 20 ° secolo era relativamente ben preparata a far fronte a flussi commerciali dirompenti. Inoltre, i negoziatori degli accordi commerciali elaborarono inizialmente dei regimi speciali per gli esportatori di indumenti e tessuti nelle economie avanzate, limitando la loro esposizione alla concorrenza dei paesi a basso salario.

Anche nelle migliori circostanze, tuttavia, liberalizzare il commercio causa perdite oltre che guadagni. Dopo gli anni ’80, il bilancio cominciò a peggiorare. Quando le tariffe (come le tasse) sono troppo alte, distorcono maggiormente il comportamento economico e causano grandi danni alla prosperità. Negli anni ’50 e ’60 le tariffe erano spesso molto alte e quindi la loro riduzione contribuì molto a far crescere la torta economica globale. Ma quattro o cinque decenni dopo, in un mondo in cui le tariffe erano bassissime, il quadro era diverso[..].

Prendiamo per esempio il Nafta, che è entrato in vigore nel 1994. Un recente studio sul mercato del lavoro americano rileva che un’importante minoranza di lavoratori statunitensi ha subìto perdite di reddito consistenti. Non sorprendentemente, l’effetto è stato maggiore per gli operai: un ragazzo che ha abbandonato la scuola in località fortemente colpite dal Nafta ha avuto una crescita del salario più lenta di 8 punti percentuali durante il periodo 1990-2000 rispetto a un lavoratore analogo proveniente da aree non colpite dal commercio Nafta. La crescita dei salari nelle industrie prima protette che hanno perso la protezione a causa dell’accordo commerciale è scesa di 17 punti percentuali rispetto a settori inizialmente non protetti. E il beneficio complessivo dell’accordo? Secondo le stime più recenti, il guadagno economico netto negli Stati Uniti è stato ben inferiore a 0,1 punti percentuali del PIL, cioè meno di un decimo dell’uno per cento del reddito nazionale. Basti pensare a quanto meno probabile sarebbe stata l’elezione del presidente Donald Trump se tutto il capitale politico speso per un’iniziativa che ha causato così tante difficoltà a tanti americani, senza crescita apprezzabile dell’economia, fosse stato invece investito su programmi di politica industriale, di formazione o di infrastrutturazione che avrebbero creato lavori americani decenti.

Oltre il confine

Le importazioni sono solo una delle cause di distruzione dei posti di lavoro e in genere non sono nemmeno la  più importante. Gli shock della domanda, i cambiamenti tecnologici e l’andamento ordinario della concorrenza con altre imprese nazionali producono in genere maggiori sconvolgimenti nel mercato del lavoro. Eppure il commercio tende ad essere molto più rilevante dal punto di vista politico. È un facile capro espiatorio, dal momento che i politici possono puntare il dito contro gli stranieri: cinesi, messicani o tedeschi. Ma c’è un altro problema più profondo che rende la distruzione causata dal commercio particolarmente controversa. A volte il commercio internazionale comporta una competizione che sarebbe esclusa all’interno dei paesi perché viola le norme concordate. Una cosa è perdere il lavoro per colpa di qualcuno che compete secondo le stesse regole che hai tu. È un altro conto quando si perde il lavoro a causa di un’azienda estera che si avvantaggia sfruttando manodopera sottopagata, scarsi standard ambientali o di sicurezza[..]. Le preoccupazioni sull’equità in questo caso vanno oltre gli individui direttamente colpiti. La comunità nel suo complesso sarà turbata quando vedrà che ai suoi concittadini viene negato un lavoro dignitoso come risultato di pratiche “ingiuste”.

Gli iper-globalizzatori, tuttavia, ignorarono tali preoccupazioni[..] e spinsero invece per accordi commerciali che, in realtà, non riguardavano affatto il libero scambio. La loro attenzione si spostò sulle regolamentazioni “oltre il confine” – restringere i sussidi agricoli, standardizzare le normative sugli investimenti, sui prodotti, sui diritti di proprietà intellettuale e sulle misure finanziarie. Tutte queste cose erano tradizionalmente il prodotto di accordi istituzionali o di compromessi politici interni. All’improvviso, furono viste come barriere commerciali e quindi furono soggette a revisione attraverso accordi commerciali [..].

A differenza del libero scambio convenzionale, l’armonizzazione “oltre il confine” non promette necessariamente miglioramenti d’efficienza. Non esiste una teoria generale che dimostri che regolamenti bancari e alimentari unici per tutti dovrebbero, per esempio, essere in grado di operare a vantaggio di tutti i paesi. Quello che l’armonizzazione comporta, tuttavia, è il sacrificio dell’autonomia normativa nazionale, e con esso la capacità di rispondere alle specificità delle singole economie e società. I patti che regolano gli investimenti e le iniziative transfrontaliere come l’accordo TRIPS, che ha regolamentato la proprietà intellettuale dal 1995, erano certamente ciò che le multinazionali, le società finanziarie e le grandi industrie farmaceutiche desideravano e spesso ottenevano. Tali accordi divennero controversi perché erano visti come un privilegio indebito a vantaggio degli interessi delle corporations rispetto a quelli della società e rappresentavano anche un attacco diretto al controllo democratico nazionale.

Denaro impazzito

Forse l’errore più eclatante degli iper-globalizzatori dopo gli anni ’90 è stato quello di promuovere la globalizzazione finanziaria[..] Con il capitale libero di muoversi, i risparmi si sarebbero automaticamente incanalati verso i paesi con rendimenti più elevati; con l’accesso ai mercati mondiali, le economie e gli imprenditori avrebbero avuto accesso a finanziamenti più affidabili; e anche i normali risparmiatori ne avrebbero tratto beneficio, poiché non sarebbero stati più costretti a mettere tutti i loro risparmi in un unico paniere nazionale.

In generale, questi guadagni semplicemente non si sono mai materializzati; a volte, l’effetto è stato l’opposto di ciò che era stato promesso. La Cina divenne un esportatore di capitali, piuttosto che un importatore, come la teoria mainstream postulava per i paesi giovani e poveri. L’allentamento delle catene alla finanza ha prodotto una serie di crisi finanziarie estremamente costose, inclusa quella in Asia orientale nel 1997. Nel migliore dei casi esiste una debole correlazione tra l’apertura alla finanza estera e la crescita economica. Ma c’è una forte associazione empirica tra la globalizzazione finanziaria e le crisi finanziarie nel tempo, come ci fu dal XIX secolo, quando il libero trasferimento del capitale internazionale sarebbe fluito con entusiasmo nelle ferrovie argentine o in qualche angolo remoto dell’Impero Britannico in un minuto, solo per fuggire da esso l’attimo successivo.

La moderna globalizzazione finanziaria si è spinta ancora più lontano nella zona euro. Unificazione monetaria finalizzata alla completa integrazione finanziaria, eliminando tutti i costi di transazione associati ai confini nazionali. L’introduzione dell’euro nel 1999 ha effettivamente spinto verso il basso i premi al rischio in paesi come la Grecia, la Spagna e il Portogallo, così come c’è stata una convergenza nei costi dei prestiti. Ma quale è stato l’effetto? Consentire ai mutuatari di gestire ampi disavanzi delle partite correnti e accumulare quantità pericolose di debito estero. Il denaro scorreva in quei settori delle economie debitrici che non potevano essere venduti all’estero, soprattutto le costruzioni, a scapito delle attività più aperte alla concorrenza internazionale. Le bolle creditizie alla fine si trasformarono in bancarotte inevitabili, e crolli prolungati dell’economia in Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda seguiti nel frattempo dalla stretta creditizia globale.

Oggi, le opinioni degli economisti sulla globalizzazione finanziaria sono nel migliore dei casi ambivalenti. È ben noto che i fallimenti del mercato e del governo – informazioni asimmetriche, corsa agli sportelli bancari, eccesso di volatilità, regolamentazione inadeguata – sono endemici nei mercati finanziari. La globalizzazione spesso accentua questi fallimenti. In effetti, nella crisi dell’Asia orientale del 1997 quelle economie che mantennero un maggiore controllo sui capitali stranieri sopravvissero con meno danni. In definitiva, l’apertura incondizionata alla finanza estera non è quasi mai una buona idea.

La maggior parte dello scetticismo è diretta ai flussi finanziari a breve termine, soggetti alle crisi e all’eccesso, mentre i flussi a lungo termine e gli investimenti diretti esteri sono generalmente considerati con favore. Tali investimenti tendono ad essere più stabili e promuovere la crescita. Ma neanche questi sono senza problemi. Producono cambiamenti nella tassazione e nel potere contrattuale che sono avversi al lavoro.

Perché? Perché fintantoché i salari sono in parte determinati dalla contrattazione, i datori di lavoro trarranno beneficio da una minaccia credibile: accettate salari più bassi, altrimenti ci sposteremo altrove. Ci sono alcune prove del fatto che il calo della quota di lavoro del reddito nazionale è correlato alla minaccia di trasferire la produzione all’estero. Inoltre, se il capitale diventa molto più mobile del lavoro, il lavoro viene lasciato maggiormente esposto agli shock locali. I lavoratori con le competenze e le qualifiche più basse, i meno capaci di spostarsi oltre i confini, sono in genere i più colpiti.

Quando il capitale diventa mobile, diventa anche più difficile da tassare. I governi devono finanziarsi sempre di più tassando cose meno mobili: il consumo o il lavoro. In effetti, le aliquote dell’imposta sulle società – che Trump attualmente è impegnato a tagliare – sono diminuite drasticamente in quasi tutte le economie avanzate dalla fine degli anni ’80, a volte della metà o più. Nel frattempo, il carico fiscale sulle retribuzioni (oneri previdenziali, per esempio) è rimasto pressoché costante, mentre la aliquote delle imposte sui consumi e sul valore aggiunto (IVA) sono molto aumentate.

Quindi che cosa ci aspetta? La prima cosa da dire è che non dobbiamo aspettarci alcun ritorno alle aspettative degli anni ’90, di un’integrazione economica spietata che non prestava attenzione alla politica. Gli elettorati non lo accettano. L’enorme ondata di sostegno per i populisti di sinistra e destra nelle democrazie mondiali lo conferma. Nei paesi in cui i populisti si presentano alle elezioni, secondo i miei calcoli hanno attirato meno del 10 per cento dei voti alla fine degli anni ’90, ma negli ultimi anni questi sono aumentati fino al 25 per cento.

Se la vecchia strada è chiusa, quali altre rimangono aperte? L’incubo di una ripetizione di un vero e proprio crollo della cooperazione internazionale in stile anni ’30 sembra fortunatamente improbabile[..] Il nazionalismo rimane una forza potente, ma trova molti più ostacoli che negli anni ’30. Oggi disponiamo di organizzazioni internazionali molto più forti, e anche se le reti di sicurezza sociale si stanno sfilacciando all’interno dei paesi, fanno ancora molto per ammortizzare coloro che sono danneggiati dal commercio rispetto agli anni della Depressione. Cosa forse più importante, il bilanciamento del potere politico nelle democrazie avanzate oggi favorisce esageratamente i gruppi che sono a favore del commercio internazionale e degli investimenti internazionali.

Esiste comunque un altro brutto scenario, che è molto più probabile: le élite centriste non rispondono adeguatamente al contraccolpo, e questo a poco a poco alimenta più populismo e protezionismo. Ciò eroderebbe l’apertura delle nostre economie a prodotti stranieri e forse alle idee e, cosa più importante, potrebbe erodere anche la democrazia liberale[..].

C’è, tuttavia un’altra strada, decisamente migliore: un riequilibrio democratico. Facendo un passo indietro dall’iper-globalizzazione senza sbattere la porta, ripristinando nel contempo una maggiore autonomia nazionale al servizio di un ordine domestico più inclusivo. Più concretamente, cosa potrebbe comportare tutto ciò? Sviluppare e applicare l’idea di “commercio equo” in primo luogo. È una nozione che non riscalda il cuore degli economisti; molti di loro sentono che puzza di protezionismo mascherato. Ma il commercio equo è già sancito dalle leggi commerciali sotto forma di dazi antidumping e compensativi, che i paesi possono utilizzare per contrastare le nazioni che fissano il prezzo delle esportazioni in modo predatorio o le sovvenzionano per guadagnare quote di mercato. Certo, questi cosiddetti “rimedi commerciali” riducono il volume di alcuni scambi, ma rendono possibile un consenso politico per un sistema commerciale aperto.

Se i negoziatori dei trattati commerciali avessero esteso tali rimedi a quello che potrebbe essere chiamato “dumping sociale”, cioè competere al ribasso sugli standard del lavoro, per esempio, avrebbero potuto far guadagnare al regime del commercio mondiale il sostegno popolare del quale è gravemente carente. Gli iper-globalizzatori, tuttavia, non hanno mai preso in considerazione questa idea. Per loro, il vantaggio comparato era il vantaggio comparato, indipendentemente dal fatto che fosse prodotto dalle risorse di un paese o dalle sue istituzioni repressive. Con Trump, Brexit e la rinascita della sinistra populista, oggi stanno pagando il prezzo della loro indifferenza. Coloro che desiderano preservare un ordine aperto e liberale devono [..] progettare accordi commerciali che rafforzino la legittimità dell’economia mondiale agli occhi di un pubblico vasto, invece di perseguire gli interessi particolari delle multinazionali.

La cosa fondamentale da comprendere è che la globalizzazione è – ed è sempre stata – il prodotto dell’agire umano; può essere modellata e rimodellata, per buoni o cattivi scopi. Il grande problema della potente affermazione sulla globalizzazione di Blair nel 2005 era la presunzione che la globalizzazione fosse essenzialmente univoca, immutabile rispetto al modo in cui le nostre società dovevano sperimentarla, un vento di cambiamento che non poteva essere negoziato o discusso. Questo equivoco affligge ancora le nostre élite politiche, finanziarie e tecnocratiche. Eppure non c’era nulla di inevitabile, di già scritto, nella spinta post-anni ’90 per l’iper-globalizzazione, con il suo focus sulla finanza deregolamentata, sulle regole restrittive sui brevetti e sui regimi speciali per gli investitori.

La verità è che la globalizzazione è modellata consapevolmente dalle regole che le autorità scelgono di adottare: i gruppi che privilegiano, i campi politici che affrontano e quelli che esentano, e quali mercati assoggettare alla concorrenza internazionale. È possibile rivendicare la globalizzazione a vantaggio della società facendo le scelte giuste qui e ora. Possiamo assegnare priorità al coordinamento della tassazione delle società rispetto a una più forte tutela dei brevetti; migliori standard di lavoro rispetto a tribunali speciali per gli investitori; e una maggiore autonomia regolamentare rispetto alla minimizzazione dei costi di transazione “dietro il confine”.

Un’economia mondiale in cui vengono fatte queste scelte alternative apparirebbe molto diversa. La distribuzione dei guadagni e delle perdite tra le nazioni e all’interno di queste muterebbe drasticamente. Non avremmo necessariamente meno globalizzazione: rafforzare la credibilità, la legittimità dei mercati mondiali è probabile che stimoli il commercio e gli investimenti globali piuttosto che ostacolarli. Una globalizzazione di questo tipo sarebbe più sostenibile, perché godrebbe di maggior consenso. Sarebbe una globalizzazione completamente diversa da quella che abbiamo oggi.

Dani Rodrik (*)

(Traduzione di Federico Stoppa)

Link all’articolo originale.

(*) L’autore è professore di Economia Politica Internazionale alla John F. Kennedy School of Government presso l’Università Harvard negli Stati Uniti. La sua opera fondamentale è: La globalizzazione intelligente, Laterza, 2011.

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Berlin-1-prop

Un dato che emerge con chiarezza dalle elezioni politiche dei principali paesi europei è la spaccatura dell’elettorato tradizionale della sinistra sulla questione immigrazione: tra la base operaia e popolare anti-immigrazione e il ceto medio benestante – dei dipendenti pubblici, specie nel settore dell’educazione, degli studenti internazionali, dei professionisti, degli intellettuali, dei lavoratori ad alte qualifiche – a favore dell’apertura incondizionata delle frontiere. In genere, nei milieu politici e culturali progressisti questa sgradevole evidenza empirica viene rimossa, o liquidata sbrigativamente in termini moralistici: è un dovere etico accogliere i più svantaggiati, mentre chi solleva obiezioni all’imperativo degli open borders è bollato come razzista e xenofobo (anche se i due termini, come ricorda Luca Ricolfi, non sono affatto la stessa cosa). È chiaro che un atteggiamento di questo tipo, rivelatore di superbia intellettuale e disprezzo morale verso chi la pensa diversamente, non fa che acuire il distacco tra il comune sentire delle classi più deboli e le forze politiche che dovrebbero rappresentarle, a tutto vantaggio dei movimenti di estrema destra.

Prima di giudicare, andrebbe fatto lo sforzo di comprendere gli effetti economici e sociali, profondamente asimmetrici, che l’immigrazione provoca sulle popolazioni ospitanti. È evidente, per esempio, che dietro la narrativa progressista (e sovente cattolica) dello scontro tra sostenitori dei diritti umani e biechi razzisti si nasconde in realtà un molto più prosaico conflitto di interessi: i ceti popolari, la forza lavoro meno qualificata, i disoccupati sono a favore di una regolamentazione dei flussi perché subiscono direttamente gli effetti più sgradevoli dell’immigrazione, come la concorrenza su abitazioni popolari, servizi pubblici e mercato del lavoro, oltre che la maggior insicurezza reale e percepita nelle periferie degradate e deindustrializzate; mentre i ceti urbani acculturati e benestanti (e le imprese) sostengono il liberismo migratorio perché ne ricavano solo benefici, come la possibilità di disporre di manodopera a basso costo specie nei servizi di cura della persona, agricoltura, edilizia e ristorazione.

La mediazione del conflitto d’interessi, in una democrazia, spetta alla politica. E la politica, specie se progressista, non dovrebbe muoversi sulla base di sentimenti di carità, ma su logiche di giustizia sociale (come più volte affermato dai vari Sanders, Corbyn, Lafontaine). Tutto questo cosa significa, in pratica? Si tratterebbe, per esempio, di rivendicare – contro le egualmente pericolose fantasie di chiusura o apertura totale – l’importanza di confini controllati politicamente da Stati-nazione democratici, senza i quali le migrazioni sono destinate ad accelerare e a mettere sotto stress il welfare, ad esacerbare la concorrenza sul mercato del lavoro e la “guerra tra poveri”, a spingere la diversità etnica e culturale fino al punto di rottura dei legami di fiducia e mutua cooperazione tra membri delle comunità (il cosiddetto “capitale sociale”), rendendo politicamente impraticabile la redistribuzione fiscale per tutelare i meno abbienti (cfr Putnam, 2007; Skidelsky, 2017).

Parimenti, andrebbe sottolineato il differente status giuridico dei migranti. Da una parte, i richiedenti asilo – perché in fuga da guerre o da dittature – ai quali va garantita accoglienza e protezione fino al cessato pericolo, evitando però di strumentalizzarli per ragioni di politica interna, come fatto dal governo tedesco nel 2015. Altra questione sono i migranti economici: qui si tratta di stabilire un numero massimo di ingressi – che devono avvenire in condizioni di sicurezza e legalità, spezzando così il business degli scafisti e delle varie mafie – sulla base delle specifiche strutture economiche dei paesi europei e dei loro diversi profili demografici (oltre che dei livelli di disoccupazione), promuovendo politiche di integrazione attiva per chi arriva: sociali, culturali, abitative, scolastiche, di orientamento professionale; politiche che – non nascondiamolo – sono costose e difficilmente attuabili, senza creare tensioni sociali, con gli attuali vincoli di bilancio.

Cruciale è pretendere che chi arriva sottoscriva senza reticenze i valori liberali europei (Stato di diritto, separazione tra sfera religiosa e politica, uguaglianza di genere) evitando che si producano – a causa di un’errata interpretazione del multiculturalismo – ghetti ed enclavi, brodo di coltura del terrorismo (Rampini, 2016). D’altra parte, occorre riconoscere che spesso chi emigra è la parte più giovane, dinamica e culturalmente attrezzata dei paesi poveri, che quindi porta via con sé le sue conoscenze e competenze, impoverendo ulteriormente chi è rimasto nel paese di origine (anche se le rimesse possono, entro certi livelli di emigrazione, attenuare questo effetto); per questo, in un’ottica progressista la libera circolazione della manodopera – uno dei pilastri del neoliberismo assieme alla libera circolazione dei capitali e delle merci non può essere un surrogato delle politiche di sviluppo dei territori periferici.

Bisognerebbe inoltre essere consapevoli che l’accelerazione delle migrazioni – si stima che circa il 40% della popolazione dei paesi poveri, se potesse, lascerebbe la propria terra d’origine – non è una legge di natura, ma l’effetto di scelte geopolitiche scriteriate da parte delle elité politiche occidentali (le guerre “umanitarie” in Iraq, Afghanistan, Libia, Siria) e del crescente divario economico tra Nord e Sud del Mondo, di cui sono corresponsabili i pacchetti di riforme neo-liberiste (Structural adjustment Programs, SAP) che FMI e Banca Mondiale hanno imposto ai paesi africani negli anni ’80-’90 e le istituzioni arretrate e deboli che ad oggi frenano lo sviluppo di quei paesi (Chang,2010).

In ultima analisi, occorre rimediare con urgenza al cortocircuito che si è creato, in Europa, tra sinistra e popolo sul delicato tema dell’immigrazione. Prendere sul serio la richiesta di protezione dei ceti più fragili – proponendo soluzioni non demagogiche – è l’unica via per stroncare sul nascere i rigurgiti neofascisti che stanno riaffiorando ovunque nel Vecchio Continente.

Federico Stoppa

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