Archivio per gennaio, 2015

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Proviamo a riempire di contenuto lo slogan, tanto diffuso nel dibattito pubblico quanto piuttosto vago e indeterminato, “l’Italia ha bisogno di una politica industriale”. Innanzitutto: perché occuparsi di industria, di manifattura, di fabbrica, quando questa contribuisce poco al PIL e non crea posti di lavoro? Perché farlo proprio ora, dopo un trentennio di prediche neoliberiste sull’ineluttabilità delle de-localizzazioni, sulla necessità per le economie avanzate di convertirsi ai servizi finanziari e/o al turismo1 e di diventare meri consumatori di merci a basso costo provenienti dall’Asia?

La risposta è nei seguenti dati, estratti dal database di Eurostat e riferiti all’Europa a 28 paesi2. La manifattura è responsabile del 67% della ricerca e sviluppo totale, del 65% delle esportazioni; alla manifattura si devono i due terzi dei guadagni di produttività dell’economia. È la manifattura che domanda i servizi più qualificati: dalla logistica, ai servizi Ict e di ricerca, alle consulenze professionali. Infine, i redditi da lavoro nella manifattura eccedono di un quarto la media nazionale. Come si vede, si tratta di un settore cruciale per la produzione e la distribuzione di ricchezza e benessere.

Consapevoli di ciò, molti governi in giro per il mondo si sono spinti a violare tabù culturali molto radicati, come quello che consigliava di tenere lo Stato quanto più distante possibile dal palcoscenico industriale. Obama ha affidato i denari dei contribuenti americani a Sergio Marchionne per rilanciare la moribonda Chrysler (obbligandolo a investire sui motori ibridi). Francois Hollande non ha esitato ad entrare nel capitale di rischio di Renault e Pegeout, arrivando a detenere rispettivamente il 15% e il 20% delle azioni totali dei due gruppi automobilistici; il Lander tedesco della Bassa Sassonia è azionista influente della Volkswagen che investe 20 miliardi di euro l’anno in ricerca e sviluppo, contro l’1,9 della Fiat (dati 2010); mentre il governo federale controlla la Kredit fuer Wiederaufbau, la banca che finanzia l’export e traina la svolta ecologica della manifattura tedesca. Ecco quindi come viene declinata la politica industriale altrove: lo Stato interviene senza paura sul mercato, per difendere i suoi “campioni” e indirizzare lo sviluppo economico verso target di interesse collettivo.

copIn Italia, invece, la politica industriale si riduce a una serie di timidi (e inefficaci) incentivi fiscali agli investimenti in impianti e macchinari (la legge Sabatini), alle assunzioni e alla ricerca e sviluppo. Senza una visione strategica complessiva. Le imprese lamentano l’alto costo del lavoro e l’asfissiate burocrazia. Va ricordato loro, però, che il costo orario del lavoro nella manifattura, comprensivo dei contributi sociali e fiscali, è più basso della media dell’Euro a 16 paesi, e assolutamente non comparabile con quello francese e tedesco3. I ripetuti abbattimenti del cuneo fiscale sulle imprese (svariati miliardi durante i governi Prodi-Monti-Letta-Renzi) non hanno giovato alla loro competitività, mentre hanno peggiorato le casse dello Stato (e dell’Inps). Il focus della politica economica dovrebbe spostarsi sulla produttività dei fattori, arrestatasi nel periodo 1995-2008, e quindi sullo stimolo agli investimenti in innovazione di processo e di prodotto.

Bisogna peraltro stare attenti ai dati medi, che in un Paese come il nostro, caratterizzato da forte dualismo – divari di produttività del lavoro significativi tra settori produttivi, aree geografiche,  imprese di diverse dimensioni – spesso impediscono di leggere adeguatamente la realtà. È vero. L’Italia ha perso occupazione e capacità produttiva nel manifatturiero nell’ultimo ventennio. Ma ha accumulato un surplus di 122 miliardi di dollari nel commercio dei beni trasformati, secondo, in Europa, solo a quello tedesco. Ha conservato primati non solo nella triade tradizionale cibo-abbigliamento-mobili, ma anche nella meccanica strumentale e di precisione, nel biomedicale. Merito dei distretti industriali del nord-est-centro, delle 4000 multinazionali “tascabili” a base territoriale (Luxottica, Brembo, Zegna, Tod’s). Bene le PMI dunque, responsabili di più della metà del nostro export e in grado di battersi alla pari con le omologhe tedesche4. Il problema è semmai concentrato nella fascia della micro impresa, a minor vocazione internazionale, spossata dalla crisi della domanda interna, che sopravvive spesso solo grazie all’ evasione fiscale, e nella grande impresa, i cui proprietari hanno distratto risorse dall’innovazione tecnologica per valorizzazione i propri patrimoni finanziari e immobiliari.

cover1Spazio per intervenire, comunque, ce n’è. Con una vera politica industriale, fondata su alcuni punti essenziali. Primo: vanno scongiurate ulteriori privatizzazioni. Eni, Enel, Finmeccanica devono rimanere a maggioranza pubblica. Devono investire di più in ricerca e sviluppo, guidare la transizione energetica e ambientale dell’economia, aprire nuove vie alle relazioni industriali, inverando la partecipazione del lavoro alla gestione dell’azienda. L’Ilva, simbolo delle disastrose privatizzazioni degli anni ’90, va bonificata e fatta ripartire. Secondo: vanno aggrediti alcuni difetti strutturali della nostra manifattura. Da noi le imprese rimangono piccole, non crescono, non si internazionalizzano. Hanno ritardi nell’utilizzo delle nuove tecnologie, nell’e-commerce, nella distribuzione internazionale dei loro prodotti; faticano ad inserirsi nelle grandi catene globali del valore5. C’è una carenza di risorse umane, che va colmata inserendo i tanti giovani qualificati e poliglotti che oggi escono dall’università e se ne vanno all’estero per mancanza di occasioni. C’è un problema di finanziamento degli investimenti. Il debito bancario va sostituito con l’equity, con il capitale dei soci proprietari e con quello di capitalisti esterni alla cerchia familiare. In questi anni si sono fatti passi avanti: l’Aiuto economico alla crescita (Ace) introdotto nel 2012 rende fiscalmente più vantaggioso il rinvestimento degli utili in azienda, scoraggiando l’utilizzo del debito. Va fatto di più, magari utilizzando con maggior decisione i fondi pensione o il Fondo Strategico della Cassa Depositi e Prestiti. Terzo: va aumentata la dotazione di infrastrutture materiali e immateriali: la banda larga sulla quale la Telecom privatizzata a debito non ha mai investito, per esempio. Da ultimo: c’è un gravissimo deficit di investimenti in formazione e in ricerca e sviluppo da parte del sistema industriale. E’ evidente che qui non bastano i crediti d’imposta: qualificare le produzioni significa creare ecosistemi dell’innovazione che abbiano come pivot alcuni grandi centri di ricerca di base e applicata pubblici, come accade negli Usa con la Darpa (che ha finanziato internet e tutte le tecnologie della I-Phone, dal GPS al touch screen, al Siri) e l’Arpa-E, in Germania con la Fraunhofer Gesellschaft6.

Tutti questi interventi presuppongono uno Stato attivo, programmatore, che investa (non poche) risorse, che sappia compiere scelte coraggiose e lungimiranti di medio-lungo termine. Qui molti storceranno il naso: la corruzione endemica, gli sprechi e le inadempienze nelle PA, l’imbarazzante classe politica vanificherebbero qualsiasi tentativo in tal senso. A costoro si potrebbe però domandare: sarebbe mai stato possibile il miracolo economico italiano senza l’energia a basso costo dell’ Eni, senza l’acciaio della Finsider, senza l’Autostrada del Sole? Insomma, senza un’Iri?

Federico Stoppa

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NOTE:

1 Zingales L, Inutile investire nelle biotecnologie, l’Italia ha un futuro nel turismo; youtube.com

2 Cfr. Veugelers R., La manifattura: una sfida vitale per le economie europee, Economia Italiana 2014/1

4 Cfr. Conti G., Modiano P., Manifattura, produttività e mancata crescita dell’economia italiana, Il Mulino, n. 6/12

5 Cfr. Di Vico D., Viesti G,, Cacciavite Robot e Tablet. Come far ripartire le imprese, Il Mulino, 2014

6 Cfr. Mazzucato M., lo Stato Innovatore, Laterza, 2014

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Scrisse Volponi“chi è partito ha ragione” ma “chi fugge salva solo se stesso / come un passero, se un passero / si salva fuori del branco”. C’è qualcosa di molto simile in questa tentazione alla “fuga” degli anni raccontati da Volponi e quelli in corso, che vedono sempre più giovani italiani partire per l’estero. Sono anni di profonda mutazione, in cui il cambiamento scuote ogni ambito dell’esistenza: dalla politica, al lavoro, al rapporto degli uomini con se stessi e con gli spazi che vivono.
Dinanzi ad un disorientamento tanto forte il comportamento più naturale è quello di provare a razionalizzare ciò che accade. Prima ancora, è però necessario trovare un punto di riferimento solido e stabile su cui poter agganciare i ragionamenti. Numerose discipline, dalla critica letteraria, alla storia, alla geografia, negli ultimi anni sono arrivate a convergere sullo stesso punto di partenza: il territorio. La coordinata spaziale sembra l’unica ad aver conservato la sua “realtà” dopo che quella temporale ha iniziato a sfaldarsi e relativizzarsi con mezzi di trasporto e comunicazione sempre più veloci. 
L’obiettivo, oggi, è diventato allora quello di comprendere ciò che succede nel mondo guardando innanzitutto alla sua concretezza territoriale.

I poeti e gli scrittori marchigiani hanno saputo captare questa tendenza con grande lungimiranza, riflettendo instancabilmente su quale potesse essere, per ogni autore così come per ogni uomo, il senso di vivere in un determinato territorio anziché in un altro. Per questo parlare oggi del rapporto di Volponi con la sua città di Urbino non vuole essere un autoreferenziale discorso estetico, ma piuttosto una preziosa occasione per conoscere più da vicino il rapporto di questo autore con gli spazi, il modo in cui questi hanno attraversato la sua poetica e, soprattutto, la realtà sociale e i modelli culturali del contesto in cui quelle sue parole sono nate, cioè gli anni della mutazione dell’Italia industriale e post-industriale. A questo scopo la letteratura può vantare una grande ricchezza, e cioè quella di essere, nelle sue descrizioni e riflessioni, libera da qualunque interesse o ambizione dogmatica. I poeti e i narratori con grande acume e sensibilità scrivono “solo” per comprendere essi stessi, per guardare con occhio critico e analitico ciò che accade, e per provare a confrontarsi e capire. Per questo, anche le “scienze esatte” come la geografia o la sociologia, sempre più spesso ricorrono a fonti letterarie per avere coscienza del rapporto degli uomini con la realtà.

Quello di Volponi, in particolare, è un caso di studio molto interessante perchè egli ebbe con la sua Urbino un rapporto complesso e viscerale, tale per cui le descrizioni paesaggistiche sono un dato ricorrente di tutta la sua produzione, dalle prime poesie del 1948 fino agli ultimi romanzi degli anni Novanta. Ma non solo: Volponi ebbe anche la possibilità di conoscere altre realtà quale, ad esempio, quella iper-modernizzata di Ivrea dove sorgeva l’industria Olivetti in cui lavorava. Ad Ivrea Volponi conobbe la nuova società italiana, la corsa capitalistica e l’apocalisse culturale e umana che questa portò con sé. Ad essa affiancò lo sguardo sui suoi spazi natali, la bellezza rinascimentale della città di Urbino, i suoi palazzi, lo splendore pittorico, la grandezza storica. Il mito e la riflessione su quale potesse essere una città ideale non lo abbandonò mai, anche quando si sentì oppresso e spinto alla fuga da quei luoghi o quando gli apparvero come rovine mummificate di un passato ormai scomparso: “Il paesaggio collinare di Urbino, / che innocente appare quercia per quercia / mentre colpevole muore zolla per zolla / è politicamente uguale / […] ai giardini della utopica Ivrea / ricca casa per casa: / tutti nella nebbia che sale / dal mare aureo del capitale”.

Per comprendere questo sguardo “strabico” che Volponi volse all’Italia è interessante leggere il brevissimo testo in prosa intitolato La mia Urbino e contenuto nella raccolta di testi minori Del naturale e dell’artificiale. Qui Volponi scrive in modo autobiografico ma senza per questo rinunciare ad una grande ricercatezza stilistica e densità conoscitiva, tanto che sarebbe una forzatura parlare di questo testo soltanto come di un bozzetto paesaggistico. Si tratta invece di una riflessione sulla città di Urbino nel tempo presente con sguardo al futuro, che svela uno dei grandi meccanismi di fondo del pensiero volponiano: il partire dal dato reale e concreto per andare a proiettarsi verso un altrove, verso una dimensione di progettualità: “si tratta di riprendere e di rianimare i vecchi posti assegnati, di riaprire la città e la sua terra a una cultura nuova, di arrestare la sua museificazione, di interrompere la retorica degli autoappagamenti.” Un approccio, questo, di grande fierezza morale che il poeta non smise mai di avere, nemmeno negli ultimi anni dinanzi alla costatazione del fallimento di un’epoca. Lo sguardo al futuro, però, non è un’evasione, ma l’esito di una tensione dialettica tra passato e presente che, nella loro materialità, restano le cifre dominanti della descrizione. Spiega Emanuele Zinato nell’introduzione alla raccolta: «per contrappeso rispetto a una tale irruzione di soggettività, Volponi attinge i propri strumenti espressivi dalla concretezza plastica delle arti figurative, restando sempre attaccato all’oggetto della propria rappresentazione, alle luci, ai volumi». La concretezza fisica, corporea, dei luoghi e di ogni presenza in essi sono, dunque, la risposta dell’autore ad un mondo che tende a virtualizzarsi, a relativizzarsi con il rischio di perdere ogni punto di riferimento. Aggiunge ancora Zinato: «questo nesso dell’arte con la realtà, prefigurante nuovi rapporti delle cose con lo spazio circostante, precede ogni scissione tra arte e vita». Scrittura autobiografica e scrittura narrativa, infatti, proprio come spazialità e descrizione letteraria, non sono altro che esperienze di una stessa realtà, compresenti e indispensabili l’una all’altra. Sono gli strumenti, dunque, di cui dovremmo avvalerci anche oggi per afferrare il senso profondo nella nostra società e, in essa, del nostro essere uomini.

Martina Daraio 

(L’articolo è tratto da ” nostro lunedì “ Periodico di scritture, immagini e voci ideato da Francesco Scarabicchi con Francesca Di Giorgio, n.2 nuova serie “Paolo Volponi e Urbino”. Ringraziamo l’Autrice per aver accettato di riprodurre il pezzo sul nostro blog). 

Jean Jullien

Jean Jullien

Tanti automi. Siamo diventati tantissimi automi. Tanta gente che, col capo reclinato verso il basso, si avventura per ogni dove. Gente che ancora cammina, sì, nell’oscurità della sera che avanza, ma con i volti illuminati da aggeggi febbrili, raccolti nel palmo delle mani. Il mondo circostante è diventato quasi un dettaglio.

A malapena ci si preoccupa di guardare a destra e a sinistra per attraversare le strade, per affrontare i pochi incroci ancora rimasti: ora c’è solo una schiera infinita di rotonde, e tutto diventa più veloce: le macchine scivolano senza sosta, e il pedone che un tempo trovava nell’incrocio l’occasione della pausa, della chiacchiera estemporanea o del saluto da passeggio, si ritrova solo, quasi impotente: non sa più come orientarsi in questa giungla macchinosa. È smarrito per sempre.

Siete a cena, una cena con vecchi amici che non vedete da un sacco di tempo, e con cui avete convissuto storie incredibili, e che magari, proprio per questo motivo, desideravate rincontrare calorosamente. Non riuscite a ricordare con certezza l’ultima volta in cui avete avuto modo di stare tutti insieme, tutti di nuovo così, a tavola, appassionatamente. Quel tempo macigno che si è intromesso tra di voi ha pensato bene di riempire tutte le falle, arricchendo la vostra vita con tanto altro e altro ancora, il ché è normale. Tra le vostre presenze sul quel tavolo c’è dunque qualcosa di invisibile: le vostre esperienze lontane e vicendevolmente estranee; una materia che ormai fa luce su tutte le cose e che appartiene propriamente alle vostre vite; un qualcosa che non potrete mai e poi mai condividere pienamente con tutti loro, nonostante i vostri più efferati tentativi. E dunque persone del passato si rifanno vive nel vostro presente, forse con un volto nuovo e bizzarro, e quasi tutti i vostri dialoghi – per avere una loro propria e viva legittimazione – devono rifarsi quasi necessariamente ad un passato, né tanto vicino né troppo lontano, benché ormai inesorabilmente andato. La vita, quindi, ha fatto il suo corso, e nessuno può farci niente.

Ad un certo punto (presumibilmente all’inizio della presa di posto), un tipo abbastanza audace, un tipo che ci vede lungo sulle sorti di una cena cosiddetta da “rimpatriata”, si alza col bicchiere in mano e, tintinnando con decisione quel povero bicchiere con una posata qualunque, chiede la parola. Ha in mente una proposta inconsueta e altamente provocatoria: deporre tutti i prolungamenti tecnologici (nella fattispecie smartphone o consimili) e allontanarli, ammucchiandoli in un angolo lontano del tavolo, dimodoché l’atto in sé possa essere da monito per tutti: chiunque si arrischi nel cercare di sbirciare o di gironzolare in un’altra realtà che non sia quella della serata in corso verrà penalizzato duramente: pagherà, senza sconti, l’intera cena a tutti, nessuno escluso. Tuttavia viene contemplata un’unica, quanto remota, eccezione al caso: si potrà eventualmente rispondere solo ad un’inaspettata (?) “chiamata della mamma”, poiché ritenuta, dalle circostanze, plausibilmente improrogabile (nel caso in oggetto, al suo congedo con il figlio/o la figlia, la mamma in questione dovrà confermare a tutti quanti – preferibilmente in vivavoce – l’effettiva veridicità del suo ruolo di mamma del soggetto che ha ricevuto la chiamata, salutando così collettivamente tutti i commensali presenti alla cena; non importa se non li conosce tutti: deve farlo comunque!). Lo scopo del gioco è la deterrenza dalla nuova trascendenza in formato digitale: riusciranno i nostri eroi nel motivato e tanto ricercato intento? (di motivazione, in questi casi, ce ne vorrebbe a palate!).

phone_cover2Tutto ciò sembra esser diventato difficilmente attualizzabile al giorno d’oggi. Una volta capitava di osservare il cielo per trovare una qualunque ispirazione; oppure c’era chi preferiva il mare per staccare un attimino dal quotidiano e per collegarsi all’altrove (chi ha il mare a portata di mano sa di cosa sto parlando); o ancora si tendeva, molto innocentemente, ad essere per lo meno partecipi al cospetto di una conversazione seppur di circostanza, o magari ad una cena, come nell’esempio di fantasia sopra riportato. Tutto, in qualche modo, prendeva quelle sembianze che riuscivano a trasportarci in una dimensione altra, in cui si poteva riconoscere ancora un barlume di momentanea sensatezza. In quelle occasioni, c’era il pensiero che ci faceva compagnia. Ora quel pensiero sta pian piano morendo.

Anche se tutte queste belle cose continuiamo comunque a farle, sembra che il quadro della situazione non sia più lo stesso: che lo vogliamo o no le cose sono piuttosto cambiate. Con un occhio si osserva l’interlocutore per non tradire il proprio ascolto (che si presume attivo) e con l’altro si dà una sbirciatina ad uno schermo digitale: il mondo si è concentrato in una sola mano ed è peggio di una calamita scorrevole, piena di informazioni imbizzarrite: anche se cerchi di sfuggirle lei prima o poi ti troverà: basta sollecitare e toccare quello schermo così inspiegabilmente attratto da te (forse è inspiegabile perché è il contrario, ovvero: sei tu ad essere attratto da lui!).

Tutto questo può anche essere un nuovo tipo di distrazione da dipendenza senza speranze ma, effettivamente, sta modificando il nostro modo di concepire il contesto in cui siamo inseriti, assieme ai legami sociali che vogliamo o tentiamo, affannati, di costruire, rinsaldare, e sviluppare in divenire. E dunque le cene sono diventate parecchio noiose con tutta questa gente che alla prima occasione utile evade, si fa letteralmente assente, cercando non si sa cosa in quell’aggeggio così utile e “spettacolare” (tu non lo sai; l’aggeggio forse sì); sempre con quel capo chinato verso il basso, simile ad una strana e obbligata deferenza che la estranea da tutto e da tutti. E quelle dita trafficanti sono così impegnate a scorrere e a smanettare che non ce la possono fare e, penso, che preferirebbero di gran lunga gesticolare caldamente con persone reali, presenti, piuttosto che stare lì, unte delle proprie sudaticce impronte digitali, per tastare a tentoni un freddo – ma così sorprendentemente accessibile – schermo bombardato di meraviglie.

Nei primi anni del ‘900, lo scrittore satirico austriaco Karl Kraus, figura centrale della vita culturale viennese fin de siècle, nel suo saggio Apocalisse scriveva: “La cultura non riesce a prendere fiato, e alla fine ci ritroviamo con un’umanità morta e distesa accanto alle sue opere, che ci sono costate così tanta intelligenza per inventarle che non ce n’è rimasta più per utilizzarle. Siamo stati abbastanza complicati da costruire la macchina e siamo troppo primitivi per farci servire da essa.”

Jonathan Franzen, in un suo bellissimo articolo uscito sul Guardian più di un anno fa, dal titolo What’s wrong with the modern world – in cui introduce l’uscita del suo libro Kraus project, incentrato proprio sulla figura dello scrittore austriaco – scriveva:

phone_2«Oggi il ritornello è che “non si possono fermare le nostre nuove potenti tecnologie”. La resistenza popolare a queste tecnologie è quasi interamente limitata a questioni di salute e sicurezza, e nel frattempo varie logiche – di teoria della guerra, di tecnologia, di mercato – continuano a svilupparsi automaticamente. Ci troviamo a vivere in un mondo dotato di bombe all’idrogeno, perché quelle all’uranio non bastavano a finire il lavoro; ci troviamo a passare la maggior parte del nostro tempo a mandare sms, email e tweet, e a pubblicare foto su aggeggi dallo schermo a colori; perché la legge di Moore ci ha autorizzati a farlo. Ci dicono che, per rimanere economicamente competitivi, dobbiamo dimenticare le discipline umanistiche e insegnare ai nostri figli la “passione” per le tecnologie digitali, preparandoli a trascorrere tutta la vita a tenersi al passo con le novità. La logica dice che se vogliamo cose come comprare vestiti e scarpe online o un videoregistratore digitale – e chi non le vorrebbe? – dobbiamo dire addio alla stabilità del lavoro e dare il benvenuto a una vita di ansia. Dobbiamo diventare instabili come il capitalismo stesso. […] Kraus aveva solo immaginato un mondo futuro in cui la gente non fosse più capace di fare somme e sottrazioni; adesso è difficile cenare con amici senza che qualcuno tiri fuori un iPhone per richiamare alla mente qualcosa che un tempo era il cervello a dover ricordare. Certo, i tecnoentusiasti non ci vedono niente di male. Fanno notare che gli esseri umani hanno sempre subappaltato la loro memoria: ai poeti, agli storici, al coniuge, ai libri. Ma un figlio degli anni sessanta come me riesce a vedere la differenza tra lasciare che il coniuge si ricordi del compleanno delle nostre nipoti e deferire funzioni mnemoniche essenziali al sistema di controllo globale di un’azienda» [Fonte: Internazionale, ottobre 2013].

Purtroppo accade che questa pratica delle nuove tecnologie, che come dice Bauman – “consente a chi se ne sta in disparte di tenersi in contatto, e a chi si tiene in contatto di restarsene in disparte” –, a lungo andare accentua l’imperante individualismo negativo che c’è in tutti noi. E quindi ciò comporta, il più delle volte, un pararsi dietro un “muro digitale”, mettendo in bella mostra il nostro protagonismo più eclatante, le nostre più fulgide apparenze, le nostre finte conoscenze su tutto, legittimati a sparare a zero su chiunque esponga un pensiero diverso dal nostro.

È inutile blaterare sull’esaltazione del proprio ego: questo esercizio auto-riflettente non è altro che un efficace gargarismo per strozzarsi la mente. Quella malsana predisposizione nel tacciare prontamente tutti coloro che non ci meritano e che, proprio per questo, non avranno più nulla a che fare con le nostre vite, deriva, quasi principalmente, da un sofisticato abbindolamento commerciale, abile nel raccontare come tutto, ma proprio tutto, “ruota intorno a te”.

La nostra ricchezza non sarà mai il soggetto isolato che si autocompiace; quello che scrive chilometri di pagine di diario personale – pubblicamente in rete – solo perché crede veramente che a qualcuno importi; o ancora quello che pensa che tutto gli sia dovuto, ma proprio tutto(!), solo perché digitando il PIN della propria carta di credito pensa di accedere alla sua presunta felicità-formato-oggetto.

No, non è così. La nostra ricchezza è ben altro. La ricchezza delle persone sono le persone stesse, nel bene e nel male. E prima si arriva a capirlo, a riscoprirlo, a sfogliarlo interessandosi a più non posso di questa cosa e prima si può cominciare a reinventare, insieme, questa macchina infernale di società in cui ci è capitato di vivere. La società ha sempre dialogato con il soggetto che inter-agisce, che si fa sociale: questo è uno scambio che non deve finire mai, altrimenti finisce tutto. Come disse una volta qualcuno, il soggetto è importante. Allora, una volta tanto, facciamolo pensare (e dialogare).

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Pierre

Se affermo che la cultura è oggi in pericolo, che è minacciata dal dominio del denaro, e del commercio, e dello spirito mercantile dai molti aspetti, auditel, ricerche di marketing, attese degli inserzionisti, cifre di vendita, lista dei best sellers, si dirà che io esagero.

Se affermo che i politici, che firmano accordi internazionali che riducono le opere di cultura al rango comune di prodotti senza qualità, governabili dalle leggi che si applicano al mais, alle banane o agli agrumi, contribuiscono, senza saperlo, allo svilimento della cultura e delle menti, si dirà che io esagero.

Se affermo che gli editori, i produttori di film, i critici, i distributori, i responsabili delle catene radiofoniche e televisive, che si piegano con zelo alla legge della circolazione commerciale, quella della caccia al best seller o alle star mediatiche e della produzione e glorificazione del successo a breve termine e ad ogni costo, ma anche quella degli scambi circolari di concessioni e favori mondani, se dico che tutti costoro collaborano con le forze imbecilli del mercato e partecipano al loro trionfo, si dirà che io esagero. E tuttavia…

Se ricordo ora che le possibilità di fermare questa macchina infernale dipendono da tutti quelli e quelle che, avendo qualche potere sulle cose della cultura, dell’arte e della letteratura, possono, ciascuno da parte sua e a suo modo, e quanto al loro ruolo, per minimo che esso sia, gettare il loro granello di sabbia nel gioco ben oliato delle complicità rassegnate, e se aggiungo infine che quelli e quelle che hanno l’opportunità di lavorare a Telerama (non necessariamente nelle posizioni più eminenti o più visibili) sarebbero, per convinzione e per tradizione, tra i meglio situati per farlo, si dirà forse, per una volta, che sono disperatamente ottimista. E tuttavia…

Ho spesso messo in guardia contro la tentazione profetica e la pretesa degli specialisti di scienze sociali di annunciare, per denunciarli, i mali presenti e futuri. Ma la logica stessa del mio lavoro mi ha portato a superare i limiti che mi ero dato in nome di un’idea di oggettività che mi è apparsa a poco a poco come una forma di censura. E’ così che oggi, di fronte alle minacce che incombono sulla cultura, e che sono ignorate dalla grande maggioranza, ma anche, spesso, dagli scrittori, dagli artisti, e dagli scienziati stessi, che nondimeno sono i primi interessati, ritengo necessario far conoscere il più ampiamente possibile quello che mi sembra essere il punto di vista della ricerca più avanzata sugli effetti che i processi che chiamiamo di mondializzazione possono produrre nell’ambito culturale.

L’autonomia minacciata

Ho descritto e analizzato (soprattutto nel mio libro intitolato “Le regole dell’arte”) il lungo processo di autonomizzazione al termine del quale si sono costituiti, in un certo numero di paesi occidentali, questi microcosmi sociali che io definisco «campi», campo letterario, campo scientifico o campo artistico. Ho dimostrato che questi universi obbediscono a delle leggi loro proprie (è il senso etimologico del termine “autonomia”) le quali differiscono da quelle del mondo sociale circostante, in primo luogo sul piano economico, dato che il mondo letterario o artistico è per esempio largamente affrancato, almeno nel suo settore più autonomo, dalla legge del denaro e dell’interesse. Ho anche sempre insistito sul fatto che questo processo non aveva niente dello sviluppo lineare e orientato di tipo hegeliano, e che i progressi verso l’autonomia potevano essere interrotti improvvisamente, come si è visto tutte le volte che si sono instaurati i regimi dittatoriali, capaci di espropriare i mondi artistici delle loro conquiste passate. Ma ciò che accade oggi agli universi della produzione artistica nell’insieme del mondo sviluppato, è qualcosa di interamente e davvero senza precedenti: in effetti l’indipendenza, difficilmente conquistata, della produzione e della circolazione culturale nei confronti delle necessità dell’economia è minacciata, nel suo stesso principio, dall’intrusione della logica commerciale in tutte le fasi della produzione e circolazione dei beni culturali.

I profeti del nuovo vangelo neoliberale insegnano che in campo culturale, come altrove, la logica di mercato non può produrre che benefici. Rifiutando la specificità dei beni culturali, in modo sia implicito che esplicito, come nel caso del libro, per il quale rifiutano ogni specie di protezione, essi affermano che le novità tecnologiche e le innovazioni economiche che le sfruttano non potranno che accrescere la quantità e la qualità dei beni culturali offerti, e quindi la soddisfazione dei consumatori, a condizione che tutto ciò che viene fatto circolare dai nuovi gruppi di comunicazione tecnologicamente ed economicamente integrati (messaggi televisivi come libri, film o giochi, sussunti in blocco e indistintamente sotto l’etichetta di «informazione»), sia considerato come una merce qualunque, e quindi trattato come un prodotto qualsiasi e sottoposto alla logica del profitto. Così l’abbondanza legata alle moltiplicazioni di catene televisive digitali telematiche dovrebbe determinare una “explosion of media choices” capace di soddisfare tutti i gusti, di soddisfare qualsiasi domanda; la concorrenza, in questo ambito come in altri, dovrebbe, con la sua sola logica, e soprattutto grazie al progresso tecnologico, favorire la creatività. La legge del profitto sarebbe, anche in questo campo, democratica, perché privilegia i prodotti plebiscitati dalla grande maggioranza.

Potrei corredare ciascuna delle mie asserzioni con decine di riferimenti e di citazioni, in definitiva assai ridondanti. Mi limiterò a un solo esempio, che riassume quasi tutto ciò che ho detto, preso in prestito da Jean-Marie Messier: «Milioni di posti di lavoro sono stati creati negli Stati Uniti grazie alla liberalizzazione completa delle telecomunicazioni e alle tecnologie della comunicazione. La Francia deve ispirarsi a questo modello! Sono in gioco la competitività della nostra economia e il lavoro dei nostri figli. Dobbiamo uscire dal nostro immobilismo e lasciare campo libero alla concorrenza e alla creatività». Cosa valgono questi argomenti? Alla mitologia della differenziazione e della straordinaria diversificazione dei prodotti si può opporre l’uniformazione dell’offerta, sia su scala nazionale che internazionale: la concorrenza, lungi dal diversificare, omogeneizza, poiché inseguire il più vasto pubblico porta i produttori alla ricerca di prodotti omnibus, validi per i pubblici di ogni ambiente di ogni paese, poco differenziati e poco differenzianti: film hollywoodiani, telenovelas, feuilletons adattati per la televisione, soap operas, serie poliziesche, musica commerciale, teatro dei boulevards o di Broadway, best sellers prodotti direttamente per il mercato mondiale, settimanali per tutti.  Inoltre, la concorrenza non cessa di regredire con la concentrazione dell’apparato di produzione e soprattutto di diffusione. Le molteplici reti di comunicazione tendono sempre di più a diffondere, spesso nello stesso momento, il medesimo tipo di prodotti generati dalla ricerca del massimo profitto col minimo costo.

La straordinaria concentrazione dei gruppi di comunicazione dà luogo, come mostra la più recente fusione, quella di Viacom e di Cbs[1], cioè di un gruppo orientato verso la produzione di contenuti e di uno orientato alla diffusione, a una integrazione verticale in cui la distribuzione comanda sulla produzione, imponendo una vera e propria censura attraverso il denaro. Il cumulo di attività di produzione, sfruttamento e distribuzione comporta degli abusi da posizione di monopolio che favoriscono i film di casa: Gaumont, Pathé e Ugc assicurano direttamente o nelle sale della loro rete di programmazione la proiezione dell’80 per cento dei film in esclusiva sul mercato parigino. Si dovrebbe ricordare anche la proliferazione delle multisale, totalmente sottoposte agli imperativi dei distributori, che fanno una concorrenza sleale alle piccole sale indipendenti, spesso destinate alla chiusura. Ma l’essenziale è che le preoccupazioni commerciali e la ricerca del massimo profitto a breve termine, e l’«estetica» che ne deriva, si impongono sempre più alla totalità delle produzioni culturali.

InlineShiftCultureLe conseguenze di questa politica sono esattamente le stesse che si osservano nel campo editoriale, dove si afferma ugualmente una fortissima concentrazione: almeno negli Stati Uniti, il commercio del libro, a parte due editori indipendenti (W. W. Norton e Houghton Mifflin), alcune University Press (peraltro sempre più sottomesse anch’esse ai vincoli commerciali) e qualche piccolo editore combattivo, è nelle mani di otto grandi corporations mediatiche. La grande maggioranza degli editori devono orientarsi senza remore verso il successo commerciale, con l’effetto di una invasione delle star mediatiche tra gli autori e della censura attraverso il denaro. Questo perché, essendo integrati nei grandi gruppi multimediali, gli editori devono raggiungere tassi di profitto molto elevati. Come non vedere che la logica del profitto, soprattutto a breve termine, è la negazione secca della cultura che suppone degli investimenti a fondo perduto, dai ritorni incerti e spesso anche postumi?

È in gioco la sopravvivenza di una produzione culturale che non sia orientata da fini esclusivamente commerciali e che non sia sottomessa al giudizio di coloro che dominano la produzione mediatica di massa attraverso il potere che essi detengono sui grandi strumenti di diffusione. Nei fatti, una delle difficoltà della lotta che si deve condurre in questi campi è che essa può avere delle apparenze antidemocratiche, nella misura in cui le produzioni di massa della cultura industriale sono in qualche modo plebiscitate dal grande pubblico, e in particolare dai giovani di tutti i paesi del mondo, tanto perché sono più accessibili (il consumo di questi prodotti suppone meno capitale culturale), quanto perché sono oggetto di una sorta di paradossale snobismo: in effetti è la prima volta nella storia che si impongono come chic i prodotti più cheap di una cultura popolare (di una società economicamente e politicamente dominante). Gli adolescenti di tutto il mondo che indossano i buggy pants, pantaloni il cui fondo cade a mezza coscia, non sanno certo che la moda che essi ritengono al tempo stesso ultrachic e ultramoderna è nata nelle prigioni statunitensi, così come il gusto dei tatuaggi! Ciòbarrylee vuol dire che la civiltà dei jeans, della Coca-cola e del McDonald’s detiene non solo il potere economico ma anche il potere simbolico, che si esercita tramite una seduzione cui le vittime stesse contribuiscono. Facendo dei bambini e degli adolescenti, soprattutto quelli più privi di specifici sistemi di difesa immunitaria, i destinatari privilegiati della loro politica commerciale, le grandi imprese di produzione e distribuzione culturale, soprattutto cinematografiche, si garantiscono, con l’appoggio della pubblicità e dei media costretti e complici al tempo stesso, una influenza straordinaria e senza precedenti sull’insieme delle società contemporanee, che vengono così sospinte verso una condizione infantile.

Quando, come diceva Gombrich, «le condizioni ecologiche dell’arte» sono distrutte, l’arte non tarda a morire. La cultura è minacciata perché le condizioni economiche e sociali nelle quali può svilupparsi sono profondamente intaccate dalla logica del profitto nei paesi avanzati dove il capitale accumulato, condizione dell’autonomia, è già cospicuo, e a fortiori negli altri paesi. I microcosmi relativamente autonomi all’interno dei quali si produce la cultura devono far crescere, in collegamento con il sistema scolastico, i produttori e i consumatori. I pittori hanno impiegato quasi cinque secoli per conquistare le condizioni sociali che hanno reso possibile un Picasso. Hanno dovuto – lo si apprende dalla lettura dei contratti – lottare contro i committenti perché la loro opera non fosse più trattata come un semplice prodotto, valutato secondo la superficie dipinta e il costo dei colori impiegati; hanno dovuto lottare per ottenere il diritto alla firma, cioè il diritto di venire trattati come autori. Hanno dovuto lottare per il diritto di scegliere i colori che utilizzavano, il modo di usarli e anche, infine, con l’arte astratta, il soggetto stesso, sul quale pesava in modo particolare il potere del committente. Altri, scrittori o musicisti, hanno dovuto battersi per ciò che si definisce, da una data molto recente, il diritto d’autore; hanno dovuto lottare per la rarità, l’unicità, la qualità – e solo grazie alla collaborazione dei critici, dei biografi, dei professori di storia dell’arte, sono riusciti a imporsi come artisti, come «creatori».

Allo stesso modo, sarebbe lungo elencare le condizioni che devono essere soddisfatte perché possano apparire opere cinematografiche innovative e un pubblico capace di apprezzarle. Per citarne solo qualcuna, riviste specializzate e critici preparati, piccole sale e cineteche frequentate dagli studenti, cineasti pronti a sacrificare tutto per realizzare dei film senza successo immediato, produttori abbastanza informati e colti per finanziarli, in una parola tutto quel microcosmo sociale all’interno del quale il cinema d’avanguardia è riconosciuto, ha un valore, e che oggi è minacciato dall’invasione del cinema commerciale e soprattutto dal dominio dei grandi distributori, dai quali i produttori, finché non diventano essi stessi distributori, dipendono. Tutto ciò è oggi minacciato dalla riduzione dell’opera a prodotto e a merce. Le lotte odierne dei cineasti per il final cut e contro la pretesa del produttore di detenere il diritto finale sull’opera sono l’esatto equivalente delle lotte dei pittori del Quattrocento. Frutto di un lungo processo di emersione, di evoluzione, questi universi autonomi sono oggi entrati in un processo di involuzione: sono il luogo di un ritorno indietro, di una regressione, dall’opera verso il prodotto, dall’autore verso l’ingegnere o il tecnico che mette in moto procedure tecniche non originali come i famosi effetti speciali, o verso le vedettes celebri e celebrate dalle riviste a grande tiratura e adatte ad attirare un grande pubblico poco preparato ad apprezzare ricerche specifiche, soprattutto formali. E questi mezzi estremamente costosi sono posti al servizio di fini puramente commerciali, cioè organizzati, in modo quasi cinico, per sedurre il maggior numero possibile di spettatori dando soddisfazione alle loro pulsioni primarie, che altri tecnici, gli specialisti di marketing, tentano di prevedere. È così che si vedono nascere anche in tutti gli ambiti culturali (se ne potrebbero trovare esempi nel campo del romanzo come in quello del cinema e persino in poesia come quella che Jacques Roubaud chiama la poesia «muesli») produzioni culturali di serie che possono arrivare a minare le ricerche dell’avanguardia giocando con le molle più tradizionali delle produzioni commerciali e che, per la loro ambiguità, possono trarre in inganno i critici e i consumatori con pretese moderniste, grazie ad un effetto di allodossia.

La scelta non è, evidentemente, tra la «mondializzazione», intesa come sottomissione alle leggi del commercio, e dunque al regno del «commerciale», che è sempre e ovunque il contrario di ciò che si intende per cultura, e la difesa delle culture nazionali o di una forma particolare di nazionalismo culturale. I prodotti kitsch della «mondializzazione» commerciale (quella del film spettacolare pieno di effetti speciali, o ancora quella della «world fiction», i cui autori possono essere italiani, indiani o inglesi quanto americani) si contrappongono in ogni senso ai prodotti della internazionale letteraria, artistica o cinematografica, il cui centro è ovunque e in nessun luogo, anche se per molto tempo si è collocato a Parigi. Come ha mostrato Pascale Casanova nel libro La République mondiale des lettres, la «internazionale denazionalizzata degli artisti», i Joyce, Faulkner, Kafka, Beckett o Gombrowicz, prodotti puri dell’Irlanda, degli Stati Uniti, della Cecoslovacchia o della Polonia, ma che sono stati coltivati a Parigi, o i Kaurismaki, Manuel de Oliveira, Satyajit-Ray, Kieslowsky, Kiarostami, e tanti altri cineasti contemporanei di tutto il mondo, l’internazionale che ignora orgogliosamente l’estetica di Hollywood non avrebbe mai potuto esistere e sopravvivere senza una tradizione di internazionalismo artistico e, più precisamente, senza il microcosmo di produttori, critici e recettori avvertiti che è necessario alla sua sopravvivenza e che, costituito da molto tempo, è riuscito a sopravvivere in quei luoghi che sono stati risparmiati dall’invasione commerciale[2].

Per un nuovo internazionalismo

Questa tradizione di specifico internazionalismo, propriamente culturale, si oppone radicalmente, nonostante le apparenze, a ciò che si definisce «globalizzazione». Questa parola, che funziona come una parola d’ordine, è in effetti la maschera che giustifica una politica tesa a universalizzare gli interessi particolari, la tradizione particolare delle potenze economicamente e politicamente dominanti, in primo luogo gli Stati Uniti, e a estendere all’insieme del mondo il modello economico e culturale più favorevole a queste potenze, presentandolo al tempo stesso come una norma, un dover-essere, una fatalità, un destino universale, in modo da ottenere l’adesione o, quantomeno, la rassegnazione universale.

Essa mira cioè, in campo culturale, a universalizzare, imponendole a tutto il mondo, le particolarità di una tradizione culturale nella quale la logica commerciale ha raggiunto il suo pieno sviluppo. (Infatti, ma sarebbe lungo darne dimostrazione, la forza della logica commerciale deriva dal fatto che, mentre si presenta come modernità progressista, essa non è che l’effetto di una forma radicale di laisser-faire, caratteristico di un ordine sociale che si consegna alla logica dell’interesse e del desiderio immediato, convertito in fonte di profitto. I campi di produzione culturale che si sono istituiti progressivamente e a prezzo di immensi sacrifici sono profondamente vulnerabili di fronte alle forze della tecnologia alleate con quelle dell’economia. In effetti coloro che nell’ambito di ciascuno di questi campi, come oggi gli intellettuali mediatici e altri produttori di bestseller, si accontentano di piegarsi alle esigenze della domanda e di trarne profitti economici o simbolici, sono sempre, quasi per definizione, contingentemente più numerosi e più influenti di quelli che lavorano senza la minima concessione a qualsiasi forma di domanda, cioè per un mercato che non esiste).

Coloro che restano fedeli a questa tradizione di internazionalismo culturale, artisti, scrittori, ricercatori, ma anche editori, galleristi, critici di tutto il mondo, devono oggi mobilitarsi in una situazione in cui le forze dell’economia, che tendono in forza della loro propria logica a sottomettere la produzione e la distribuzione culturale alla legge del profitto immediato, trovano un sostegno potente nelle politiche dette di liberalizzazione che le potenze economicamente e culturalmente dominanti impongono universalmente sotto il manto della «globalizzazione». Devo qui ricordare, a mia difesa, certe realtà triviali, che non hanno spazio normalmente in una assemblea di scrittori… Sapendo, per di più, che apparirò esagerato – profeta di sventura – tanto sono enormi le minacce che le misure neoliberali fanno pesare sulla cultura. Penso all’Accordo generale sul commercio dei servizi (Agcs) che i diversi Stati hanno sottoscritto aderendo all’Organizzazione mondiale del commercio e la cui applicazione è attualmente in corso di negoziazione. Si tratta in effetti, come hanno mostrato numerose analisi – soprattutto quelle di Lori Wallach, Agnès Bertrand e Raoul Jennar – di imporre ai 136 Stati membri l’apertura di tutti i servizi alle leggi del libero scambio e di rendere così possibile la trasformazione in merci e in fonte di profitto tutte le attività di servizio, comprese quelle che rispondono a quei diritti fondamentali che sono l’educazione e la cultura. Ciò vorrebbe dire farla finita con il concetto stesso di servizio pubblico e con acquisizioni sociali così decisive come l’accesso di tutti all’educazione gratuita e alla cultura nel senso più ampio del termine (in effetti si ritiene che la misura si applichi, in vista di una rimessa in discussione delle classificazioni vigenti, a servizi come l’audiovisivo, le biblioteche, gli archivi e i musei, i giardini botanici e zoologici e tutti i servizi legati al divertimento, arte, teatro, radio e televisione, sport eccetera).

Come non vedere che questo programma (che considera come «ostacoli al commercio» le politiche nazionali tendenti a salvaguardare le particolarità culturali nazionali in contrasto con gli interessi delle industrie culturali transnazionali) non può avere altro effetto che proibire alla maggior parte dei paesi, e in particolare ai meno provvisti di risorse economiche e culturali, ogni speranza di uno sviluppo confacente alle particolarità locali e nazionali e rispettoso delle diversità, in campo culturale come in tutti gli altri settori. Tutto ciò imponendo loro di sottoporre tutte le misure nazionali, regolamentazioni interne, sovvenzioni a enti e istituzioni, licenze, eccetera, al verdetto di una organizzazione che tenta di conferire l’aspetto di una norma universale alle esigenze delle potenze economiche transnazionali.

La straordinaria perversità di questa politica dipende da due effetti che si sommano: da un lato è protetta dalla critica e dalla contestazione grazie al segreto di cui si circondano coloro che la producono; dall’altro è gravida di effetti, talvolta voluti, che non vengono avvertiti, al momento della sua messa in atto, da coloro che dovranno subirli, e che non si manifesteranno che con un ritardo più o meno lungo, impedendo alle vittime di denunciarli tempestivamente (è il caso per esempio di tutte le politiche di minimizzazione dei costi nel campo della salute).

Questa politica, che mette al servizio degli interessi economici le risorse intellettuali che il denaro può mobilitare, come i think tanks che riuniscono pensatori e ricercatori, giornalisti e specialisti di pubbliche relazioni, dovrebbe suscitare il rifiuto unanime di tutti gli artisti, scrittori e scienziati più fedeli all’idea di una ricerca autonoma, che ne sono le vittime designate. Ma, oltre al fatto che essi non hanno sempre i mezzi per accedere alla coscienza e alla conoscenza dei meccanismi e delle azioni che concorrono alla distruzione del mondo al quale la loro stessa esistenza è legata, essi sono poco preparati, a causa del loro attaccamento viscerale, e del tutto giustificato, all’autonomia, soprattutto nei confronti della politica, a impegnarsi sul terreno della politica, foss’anche per difendere la propria autonomia. Pronti a mobilitarsi per cause universali il cui paradigma indelebile è l’azione di Zola a favore di Dreyfus, essi sono meno disposti a impegnarsi in azioni che, avendo per obiettivo principale la difesa dei loro interessi più specifici, appaiono loro designate da una sorta di corporativismo egoista. Ma ciò significa dimenticare che, difendendo gli interessi più direttamente legati alla loro stessa esistenza (attraverso azioni come quelle che i cineasti francesi hanno condotto contro l’Ami, l’Accordo multilaterale sugli investimenti), contribuiscono alla difesa dei valori più universali che, attraverso di loro, sono direttamente minacciati.

Le azioni di questo tipo sono rare e difficili: la mobilitazione politica per cause che superano gli interessi corporativi di una categoria sociale particolare, camionisti, infermieri, bancari o cineasti, ha sempre richiesto molto sforzo e molto tempo, talvolta anche molto eroismo. I «bersagli» di una mobilitazione politica sono oggi estremamente astratti e molto lontani dall’esperienza quotidiana dei cittadini, anche colti: le grandi società multinazionali e i loro consigli d’amministrazione internazionali, le grandi organizzazioni internazionali, Wto, Fmi e Banca mondiale dalle molte sottosezioni indicate da sigle e acronimi complicati e spesso impronunciabili, e tutte le realtà corrispondenti e comitati di tecnocrati non eletti, poco noti al grande pubblico, costituiscono un vero governo mondiale invisibile, inavvertito e sconosciuto al grande pubblico, il cui potere si esercita sugli stessi governi nazionali. Questa specie di Grande Fratello, che si è dotato di archivi interconnessi su tutte le grandi istituzioni economiche e culturali, è già là, attivo, efficiente, pronto a decidere cosa possiamo mangiare e cosa no, cosa possiamo leggere, vedere al cinema o alla televisione, e così via, mentre molti tra i pensatori più illuminati sono ancora convinti che ciò che accade oggi assomigli alle speculazioni scolastiche sui progetti di Stato universale alla maniera dei filosofi del XVIII secolo.

Attraverso il potere quasi assoluto che detengono sui gruppi di comunicazione, cioè sull’insieme degli strumenti di produzione e di diffusione dei beni culturali, i nuovi padroni del mondo tendono a concentrare tutti i poteri economici, culturali e simbolici che, nella maggior parte delle società, erano rimasti distinti o opposti, e sono in grado così di imporre a largo raggio una visione del mondo conforme ai loro interessi. Sebbene non siano, propriamente parlando, produttori diretti, sebbene il modo in cui si esprimono nelle dichiarazioni pubbliche i loro dirigenti non sia il più originale o il più sottile, i grandi gruppi di comunicazione contribuiscono per una parte decisiva alla circolazione quasi universale della doxa dilagante e insinuante del neoliberismo, di cui bisognerebbe analizzare in dettaglio la retorica: le mostruosità logiche come le constatazioni normative (per esempio: «l’economia si mondializza, bisogna mondializzare la nostra economia»; «le cose cambiano in fretta, bisogna cambiare»), le “deduzioni”selvagge, tanto perentorie quanto abusive («se il capitalismo vince ovunque, vuol dire che è iscritto nella natura profonda dell’uomo»), le tesi infalsificabili («è creando la ricchezza che si crea lavoro», «troppa imposta uccide l’imposta» formula che, per i più colti può richiamarsi alla famosa curva di Laffer, di cui un altro economista, Roger Guesnerie, ha dimostrato – ma chi lo sa? – che è indimostrabile), le evidenze così indiscutibili che sembra questionabile il fatto di discuterle («lo stato sociale e la sicurezza del posto di lavoro appartengono al passato»; e «come si può difendere Businessman_ZaraPickenancora il principio di un servizio pubblico?»), i paralogismi spesso teratologici (del tipo «più mercato significa più eguaglianza» o «l’egualitarismo condanna migliaia di persone alla miseria»), gli eufemismi tecnocratici («ristrutturare le imprese» per dire licenziare), e tutte le nozioni o locuzioni belle e fatte, semanticamente quasi indeterminate, banalizzate e levigate dall’usura di un lungo utilizzo automatico, che funzionano come formule magiche instancabilmente ripetute per il loro valore incantatorio («deregulation», «disoccupazione volontaria», «libertà degli scambi», «libera circolazione dei capitali», «competitività», «creatività», «rivoluzione tecnologica», «crescita economica», «combattere l’inflazione», «ridurre il debito pubblico», «abbassare il costo del lavoro», «ridurre le spese sociali»).

Imposta da un effetto di avvolgimento continuo, questa doxa finisce per presentarsi con la forza tranquilla di ciò che va da sé. Quelli che tentano di combatterla non possono contare, anche all’interno dei campi della produzione culturale, né su un giornalismo strutturalmente solidale (il che non esclude delle eccezioni) con le produzioni e i produttori più direttamente interessati alla soddisfazione diretta del più vasto pubblico, né a maggior ragione sugli «intellettuali mediatici» che, preoccupati innanzitutto dei successi immediati, devono la loro esistenza alla sottomissione alle aspettative del mercato, e che possono, in casi estremi, ma particolarmente rivelatori, mettere al servizio del commercio l’imitazione o la simulazione dell’avanguardia che si è costituita contro di esso.

Ciò vuol dire che la posizione dei più autonomi produttori culturali, spossessati a poco a poco dei loro mezzi di produzione e soprattutto di diffusione, non è indubbiamente mai stata così minacciata e così debole, ma neppure è mai stata così rara, utile e preziosa. Curiosamente, i produttori più «puri», i più «gratuiti», i più «formali», si ritrovano così collocati, oggi, spesso senza saperlo, all’avanguardia della lotta per la difesa dei valori più alti dell’umanità. Difendendo la loro singolarità, difendono i valori più universali.

Seul, settembre 2000

Pierre Bourdieu

Editing grafico a cura di Edna Arauz

[1] Oppure, nel momento in cui rileggo questo testo per la pubblicazione, la fusione non meno terrificante del gigante dei media, Time Warner, col primo fornitore mondiale di accessi a Internet, America Online (AOL).

[2] Mi baso qui sulle analisi di PASCALE CASANOVA, La République mondiale des lettres, Ed. du Seul, Paris, 1999.

Fonte: Pierre Bourdieu, Controfuochi 2, per un nuovo movimento sociale europeo, manifestolibri srl, 2001.

Diversity

The greatest stimuli of my life have come from the interaction with other languages.

Languages got me out of my cultural cocoon. They are the first thing that comes to my mind when someone asks me about what do you like the most. They are connectors.

And if I had to put into words the impact and meaning they have had in my life I may say it like this:

Spanish is my mother and my identity, english is my little brother, french was my teenage mentor and italian is my teacher.

I was born and raised in northern Mexico, in a small city called Saltillo, five hours from Texas, four if you drive fast. It’s not that close to the United States to see dollars in the everyday life like in Tijuana, but it’s close enough to get a mixed-mexican-glimpse of  “the american life” compared to central and southern Mexico. My mother-tongue was, from a little age, accompanied, in charge, and in competition with english, that’s why I call it “My little brother”.

I did not born in a bilingual family, english came later, again, it’s my little brother but I, as many mexicans,  have relatives living in the United States, Texas to be precise.

I was around five years old when my mom enrolled me at this english school that I went to every Saturday; I didn’t like it much, I preferred the ballet classes so much, she recalls how I used to yelled at her “I don’t want to go to english class, spanish is everything I need!” and the words by Ludwig Wittgenstein  “The limits of my language mean the limits of my world”, comes to my mind when I think about my five-year-old self.

Also the words by the writer Elif Shafak at her inspiring TedTalk, “The Politics of Fiction”:

“If you want to destroy something in this life be it an acne, a blemish or the human soul; all you need to do is surround it with thick walls. It will dry up inside. Now, we all live in some kind of a social and cultural circle. We all do. We’re born into a certain family, nation, class… But if we have no connection with the worlds beyond the one we take for granted, then, we too, run the risk of drying up inside. Our imagination may shrink; our hearts may dwindle, and our humanness may whiter, if we stay for too long inside our cultural cocoons. Our friends, neighbors, colleagues, family; if all the people in our inner circle resembles us, it means we’re surrounded with our mirror image.”

diversity2And by looking too much at our mirror image we create stereotypes
about the ones that do not resemble us. Through literature and by art itself we get to open many windows on our thick cultural clusters, in my experience to hear and speak directly with another person from another culture in another language gave me the opportunity to hear the other side of the stories, to complete them and to have not just one color nor just one version.

We can all benefit from hearing the whole stories, what sometimes is difficult is to find the time and motivation to do it, specially in our present everyday life filled with fast stimuli and masses of information.

Yann Martel, the best selling author of “Life of Pi” said in an interview that the moment that kindled his curiosity on language was when, as a little kid, a teacher taught him how the word “in” and the word “to” could blend into one word: “into” and he thought “Woow that is so cool!”.

My enlightenment came later that same year when I started english on that school, from my little mexican-american cousins Helena and Erick, part of the family I have living in the U.S. came to Mexico for the first time.

The first big hole on my cultural circle was opened when I heard little Helena speaking. I was really amazed by her fluently perfect english and how in a blink of an eye, that english turned into perfect spanish, it was really an act of magic for me. Their visit changed everything, it started a chain of events that would define my life. From that moment I took every single class with dedication and a renew motivation: I wanted my english to sound like Helena’s.

From that moment, english opened a lot of holes on my cultural walls, and throughout my whole childhood and teenage years, it allowed me to understand not only what the Spice Girls and Jay-Z were singing about, but also to expand my vision beyond my everyday life.

Even my perception of the relation between Mexico and the U.S. grew to be more than “the rich and the poor” “The good and the bad”. I saw their attributes and flaws, and I don’t remember having hatred thoughts towards the U.S. as a whole, even in our worst crisis and the sad border stories there were good things that made a balance.

With French and Italian I experienced a much stronger cultural shock from the one that I got from english. It was so different. I had a lot of european teachers and the image I saw looking back at me did not resembled myself at all. I found many incomplete stereotypes about my country and my culture and, at the same time, my idealized idea about Europe was replaced, for good, by a realistic one.

From french I got dedication and a sublime new phonetic and from learning Italian I got a deeper understanding of spanish, and until now, it has never ceased to surprise me.

I’ll quote madame Shafak again: “The commute between languages gives me the chance to recreate myself.”

Each language on its own way is special, I feel connected to each one of them in a different way. The richness that they have given me, the challenges and the satisfactions have been very different from one another, but the greatest gift they gave me, is that they enriched my empathy and tolerance.

It takes time and dedication to beat the fear of facing a whole new grammatical world, but once you let go of the frustration of that gap between the mind and the mouth; you’ll get the chance to spread your ideas even further.

And once you blend a new language into your life, you’ll slowly create a new chance to see the worlds beyond the one you grew up in, with so much openness, understanding and tolerance; beyond stereotypes, beyond your passport. As Kurt Vonnegut once said:

“All variations of speech are beautiful, just as the varieties of butterflies are beautiful. No matter what your first language is, you should treasure it all your life. If it happens not to be standard english, and if it shows itself when you write standard English the result is usually delightful, like a very pretty girl with one eye that is green and one that is blue”.

Edna Arauz

Graphic edition by Edna Arauz

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