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Adweek

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Perché oggi si collabora sempre meno? Dov’è finita la coesione sociale? Perché nelle nostre società le persone preferiscono la competizione sfrenata alla collaborazione reciproca? Eppure la collaborazione non è affatto l’opposto della competizione; anzi, molte volte si dimostra una strategia ottimale per competere assieme in vista di un obiettivo più grande. Competizione e collaborazione, infatti, sono entrambi processi dinamici.

Quest’ultima può essere definita – grossolanamente – come “uno scambio in cui i partecipanti traggono vantaggio dall’essere insieme”, e quindi dall’operare in sinergia per perseguire un fine comune. D’altra parte, come ci insegna il tribalismo umano – “che abbina la solidarietà per l’altro-simile-a-me con l’aggressività contro il-diverso-da-me” – la collaborazione non è solo di segno positivo. Le banche, ad esempio, funzionano un po’ come le bande criminali: attraverso favori sottobanco o insider trading, praticano un tipo di collaborazione che risulta positiva per chi la compie ma distruttiva per gli altri; una sorta di rapina legalizzata.

Richard Sennett, uno dei più importanti sociologi americani viventi, nel suo libro “Insieme”, sviscera il fenomeno chiarendone le cause strutturali, e spiega perché le società moderne tendano a “dequalificare” le persone nel praticare la collaborazione. Secondo Sennett, questa prassi sociale è innata nell’uomo, ma allo stesso tempo è una pratica che può e deve essere appresa, come se fosse un’abilità tecnica da imparare e padroneggiare col tempo. Come gli animali sociali – che operano assieme per realizzare ciò che non riuscirebbero a fare da soli – gli uomini, sin da bambini, mostrano l’istinto a mettersi insieme, per giocare e costruire qualcosa con l’apporto di tutti (come spesso accade con i castelli di sabbia).

Christopher Silas

Christopher Silas

Oggi quest’abilità è quanto mai necessaria, soprattutto per operare con gente che non conosciamo. In un mondo globalizzato come il nostro, le diversità sono ormai all’ordine del giorno, e sempre più spesso accade di dover cooperare con gente che non ci assomiglia affatto, che non ci piace, o che si pone in evidente contrasto poiché è portatore di interessi in conflitto con i nostri. Una sfida inedita e stimolante. Ma allora perché, a quest’innata abilità sociale, prevale il modello della competizione individualistica? O quello più spietato della chiusura di tipo tribale? Sennett individua principalmente tre cause, che si rifanno rispettivamente a motivazioni materiali, istituzionali e culturali.

La prima ha a che fare con il dilagare della disuguaglianza. Quest’ultima, come lui sostiene, è il più diretto dei fattori di indebolimento. Come certo si saprà – anche dalla più vicina esperienza quotidiana – la disuguaglianza è aumentata in maniera vertiginosa nell’arco dell’ultima generazione, sia nelle moderne società “avanzate” che in quelle in via di sviluppo. La classe media, asso portante delle società di qualche decennio fa, si sta letteralmente prosciugando, ed è come se la rappresentazione “a cipolla” delle società precedenti – tanto in voga negli anni passati nell’illustrare la società in classi – stesse assumendo velocemente la forma di una mongolfiera rovesciata: una mongolfiera che, nella vita reale, non sarà più in grado di volare.

Le abissali differenze economiche, quindi, creano molteplici – e altrettanto abissali – distanze sociali. “L’élite si colloca a una distanza incommensurabile dalla massa”; le aspettative e i problemi di un banchiere, ad esempio, non coincideranno mai con quelle di un muratore: difficilmente i due mondi si incontreranno o avranno qualcosa in comune. Divari di questo genere “provocano giustamente la rabbia della gente; e le reazioni di antagonismo irriducibile (“noi contro loro”) appaiono un esito perfettamente razionale.”

Come spiega Sennett nello specifico, questa disuguaglianza – che comporta evidenti ricadute materiali – può essere di due tipi: imposta o interiorizzata. La disuguaglianza imposta avviene nella più tenera età, e riguarda un fenomeno relativamente recente: la selezione nelle scuole in base alle presunte qualità dei bambini. La bontà di queste selezioni si scontra però con i loro effetti sperati, a causa di una molteplicità di fattori che sono propri della nostra epoca, come ad esempio: “il bisogno spasmodico della società di individuare precocemente il talento; l’ambiente familiare; la specializzazione della conoscenza”, e così via. In questo modo, quando un bambino entra nel mondo della scuola, le sue capacità innate di collaborare con gli altri bambini possono essere intaccate o inesorabilmente arrestate, essendo inserito (certamente non per sua volontà) in percorsi formativi differenti; in classi e in scuole differenti.

In un rapporto dell’Unicef del 2007[1], “si indagano le conseguenze della disuguaglianza sul piano dei comportamenti al di fuori delle norme formali che regolano la vita nell’aula scolastica. A un estremo troviamo la pratica del bullismo, all’altro l’uso di fare i compiti insieme fuori di scuola. Nei paesi esaminati, i dati del rapporto mostrano che le società con un alto grado di disuguaglianza interna suscitano in misura maggiore comportamenti bullistici nei ragazzi, mentre nelle società relativamente eque gli studenti mostrano una maggiore disponibilità a studiare con i compagni.” Pare, quindi, che la disuguaglianza in questione riduca la motivazione allo studio negli adolescenti più svantaggiati, e questo succede per tutta una serie di fattori, quali ad esempio le dimensioni delle classi, l’accesso ai libri, le risorse informatiche, etc. In queste condizioni, pochi di loro sono convinti di potercela fare nella vita. Ebbene, come direbbero Amartya Sen e Martha Nussbaum, nella “loro teoria delle capacità [capabilities]”, le molteplici e variegate capacità emotive e cognitive dei ragazzi subirebbero un arresto fatale – e quindi non uno sviluppo consono con le loro possibilità – a causa della diseguale distribuzione interna della ricchezza, assieme ai modelli familiari e all’organizzazione dell’istruzione.

Sarah Kindler

Sarah Kindler

Per analizzare il secondo tipo di disuguaglianza, quella cioè interiorizzata, Sennett fa invece riferimento ai comportamenti dei bambini e degli adolescenti in quanto consumatori. Secondo le sue argomentazioni, intorno ai dieci anni, il senso d’identità dei ragazzi viene plasmato non solo dalle istituzioni della società (vedi la scuola) ma anche dalla realtà economica in cui vivono. In una società dei consumi, non si può tralasciare il fatto che esiste soprattutto un mercato gigantesco rivolto ai consumatori più giovani, e che sin da questa età – con la commercializzazione di prodotti “fighi” e di massa – favorisce in loro un senso di inferiorità di status che può essere “alleviato” solo con l’acquisto ripetuto di svariati prodotti.  Questo tipo di acquisto – quasi da dipendenza –, dimostrerebbe agli altri il fatto di “valere”, così da non sentirsi più inferiori nei loro confronti: nascerebbe, dunque, una specie di confronto invidioso “(«Io sono meglio di te», che ha come altra faccia più subdola: «Tu non mi vedi, non conto niente ai tuoi occhi perché non mi consideri alla tua altezza»)”. Tale confronto può essere visto come una personalizzazione della disuguaglianza. Se è vero che tutto questo non può essere generalizzabile, è anche vero però che un consumo ossessivo – che rivitalizza e “aggiorna” le differenze di status – metterebbe in serio pericolo la pratica della collaborazione: i ragazzi, vivendo in questo tipo di contesto, finiscono per dipendere più dal possesso degli oggetti che dal rapporto con gli altri.

L’altro aspetto preponderante che Sennett prende in considerazione, e che si focalizza sugli aspetti istituzionali delle nostre società, riguarda in particolare le modificazioni avvenute nel mondo del lavoro. A carriere di lungo periodo, in un’unica azienda o istituzione, si è succeduta una pletora di assunzioni a tempo determinato, dove l’impiego flessibile e/o part-time caratterizza sempre di più un lavoro che, oltre ad essere a breve termine, cambia in continuazione. In questo modo, nella maggior parte delle organizzazioni lavorative, si dissolve quello che Sennett chiama “il triangolo sociale”, ovvero un insieme di legami informali presente nella vecchia economia, e che serviva a controbilanciare la rigidità e l’isolamento delle strutture formali (a questo proposito, si parlava di sistemi di produzione “senz’anima” che provocavano alienazione nei lavoratori).

Il triangolo sociale in questione, identifica i tre elementi che più di tutti caratterizzavano le relazioni informali vecchio stampo, e cioè: l’autorità guadagnata, il rispetto reciproco (e dunque la fiducia), e la collaborazione durante le crisi. Per spiegare a fondo l’attuale disperdersi di questi tre elementi, Sennett assume il mondo dei lavoratori di Wall Street – da lui esplorato e studiato – come una specie di paradigma del lavoro contemporaneo. Anche se risulta difficile paragonare certi aspetti di questo specifico lavoro con altri contesti lavorativi, l’analisi del sociologo americano si dimostra convincente quando parla di alcune caratteristiche proprie del lavoro odierno, e che si radicalizzano a causa dell’azione corrosiva del tempo: le aziende, ad esempio, per essere competitive sul mercato globale, devono muoversi rispetto ad un orizzonte di tempo sempre più breve, che le costringe a raggiungere risultati immediati cambiando continuamente le loro strutture (lavoratori compresi).

In questi nuovi contesti lavorativi, “le élite vivono in un empireo globale, svincolate dalla responsabilità nei confronti dei comuni mortali, specialmente in tempi di crisi economica.” Quello che prima era un potere legittimato dai dipendenti (l’autorità guadagnata) si sgretola. Questo perché sia la distanza insormontabile, che il tempo a breve termine, riducono sistematicamente le occasioni di incontro (e di confronto) che alimentavano quella tipica relazione reciproca tra diversi ruoli, dove il capo non solo indicava le direzioni da seguire ma, allo stesso tempo, stava ad ascoltare i pareri dei dipendenti, che sentendosi così riconosciuti si fidavano ciecamente di lui, legittimandolo (ciò che spesso avveniva nelle fabbriche con i capireparto). L’odierna mancanza di responsabilità dei capi nei confronti dei dipendenti, permette dunque al potere di abdicare all’autorità. Questo divorzio sancisce la concezione di un’azienda sempre più a compartimenti stagni, dove difficilmente i diversi settori sono in comunicazione tra di loro.

John Holcroft

John Holcroft

Questo isolamento però non avviene solo tra la “massa” dei dipendenti e i più alti dirigenti. L’”effetto silos” – come viene chiamato nelle analisi manageriali – riguarda anche tutti gli altri lavoratori, che – sempre a causa del “tempo a breve termine” – non avranno il tempo necessario per conoscere a fondo il contesto in cui lavorano. Per questi motivi, non dimostreranno né una sufficiente lealtà né una certa identificazione verso di esso. Ecco perché le relazioni tra le persone si fanno sempre più superficiali, e i deboli legami con l’istituzione (o con l’azienda) accentuano oltremodo il loro isolamento: “la gente si fa gli affari propri, non si lascia coinvolgere in problemi che non la riguardano direttamente, in particolare non entra in relazione con quanti nell’istituzione svolgono compiti di altro genere.”

Tutto questo – come una specie di effetto a catena – disincentiva la collaborazione all’interno dei luoghi di lavoro, andando a logorare anche gli altri due lati del triangolo. Difficilmente, infatti, possono nascere relazioni di fiducia, e quindi di rispetto reciproco, tra lavoratori isolati che raramente lavorano assieme. In più c’è da considerare il fatto che l’effetto silos è mal visto da quasi tutti i dirigenti, poiché considerato come un ostacolo alla produttività. E allora si passa alla “burocratizzazione” della collaborazione, che consiste nella promozione di lavori di gruppo estemporanei; anzi nella loro imposizione: “Nella nuova economia tutto diventa più formale e regolato, anche la cooperazione. E più si chiede alle persone di cooperare, meno succede. Le vecchie teorie suggerivano che più le persone imparavano a collaborare fuori dall’ambiente di lavoro, più lo avrebbero fatto anche all’interno dell’azienda. Nel sistema moderno c’è una istituzionalizzazione della collaborazione che non porta a niente”. Anche qui, la collaborazione obbligatoria subisce l’azione corrosiva del tempo a breve termine.

Infatti, i lavori di gruppo creati ad hoc non sono altro che delle “simulazioni di solidarietà” dalla vita breve, dove tutti i partecipanti s’impegnano in una recitazione profonda affinché le loro prestazioni vengano giudicate positive dai superiori (e quindi, in questo modo, poter scalzare gli altri in termini competitivi). “Poiché le persone non hanno un vero coinvolgimento reciproco, essendo il loro rapporto una questione di alcuni mesi al massimo, quando c’è una crisi lo spirito di gruppo scompare di colpo e i partecipanti cercano di pararsi le spalle e di negare la propria responsabilità spostando la colpa su altri compagni.” In questi termini, dunque, viene a mancare la collaborazione durante le crisi, cioè un tipo di collaborazione fisiologica e informale che veniva a crearsi laddove le persone si conoscevano bene, e stabilivano rapporti di lunga durata: nei momenti di difficoltà sapevano su chi poter contare e su chi no, potendo allora ricorrere ad un aiuto spontaneo e reciproco.

L’isolamento nei luoghi di lavoro non è dovuto solo a fattori strutturali. Le persone sono isolate perché vi è, soprattutto, una specie di un’auto-imposizione: “Sono talmente sotto stress che non posso farmi coinvolgere nei problemi altrui”. Tali considerazioni, ci portano infine alla terza causa di indebolimento della collaborazione, una causa prettamente psicologica. Tale fattore riguarda l’angoscia tutta moderna per la differenza, e che s’intreccia a piene mani con l’omologazione culturale dettata dal consumismo globalizzato. Fin qui abbiamo visto la disuguaglianza strutturale e le nuove forme di lavoro. Queste due forze sociali, provocano a loro volta delle forti ripercussioni psicologiche sulle persone, che non riuscendo più a gestire situazioni sociali complesse tendono a chiudersi in se stesse. Nasce, dunque, una nuova tipologia caratteriale: il sé non collaborativo.

John Holcroft

John Holcroft

Secondo Charles Wright Mills, l’angoscia svolge una funzione molto importante nella formazione del carattere. Il carattere di una persona, infatti, si forma laddove vi è una gestione ambivalente tra i ruoli che la società impone e la libertà individuale rispetto a quei ruoli; tra rispetto e inosservanza, tra adesione e distacco: la forza interiore deriva principalmente da qui. Oggi, invece, le persone provano scarsa ambivalenza, scarso disagio interiore circa la mancanza di spirito di collaborazione, e anziché affrontare tali sfide preferiscono evitarle: si preferisce eliminare il problema alla radice piuttosto che comprenderlo e superarlo; si preferisce farsi gli affari propri invece di cimentarsi con l’impegno che deriverebbe da una sovraesposizione di stimoli. L’ansia più temuta, infatti, nasce proprio quando si ha a che fare con i bisogni altrui. E allora per ridurre quest’ansia – oltre a chiudersi nel proprio guscio subendo il cosiddetto “effetto tartaruga” – si ricorre alla neutralizzazione degli stimoli, alla noia volontaria che offre sia una certa familiarità che la consolante rassicurazione di una bassa stimolazione emotiva. “Il concetto può apparire controintuitivo, ma in realtà non lo è: chi mangia l’ennesimo hamburger industriale non sarà molto eccitato dal suo gusto, ma siccome questo gli è familiare lo trova tranquillizzante. Lo stesso vale per il tipo sedentario, sprofondato in poltrona davanti al televisore accesso a guadare distrattamente un programma che non gli interessa particolarmente.”

Tutto questo, si accorda perfettamente con una visione del mondo che si vorrebbe sempre più neutra, e che al fondo ci vorrebbe tutti uguali: il desiderio di addomesticare le differenze profonde è caratteristico di una culturale omologante presente ormai in ogni cosa, “nell’abbigliamento, nell’architettura, nella diffusione dei fast food, nella musica pop, nelle produzioni cinematografiche, negli alberghi… un elenco infinito e globalizzato.” L’individualismo delle nostre società, che sta dietro alla chiusura in se stessi, non è legato dunque a un’idea di diversità. Al contrario: l’esperienza del soggetto si lega all’autocompiacimento, conformandosi a uno schema già noto; è come se, anziché evolversi, quell’esperienza si ripetesse meccanicamente. Diversamente, la capacità di gestire l’angoscia – e quindi far fronte ai problemi che derivano dalle differenze – è invece disposta a fare esperimenti, a dare via libera alla curiosità, e perciò ad aprirsi veramente al mondo. Sul piano filosofico, la differenza sostanziale consiste nel “contrapporre l’essere nel mondo, emotivamente coinvolto nei suoi mutamenti e nelle sue rotture, allo stato inautentico di essere congelato nel tempo”.

Antonio Rodriguez

Antonio Rodriguez

In definitiva, per poter riattivare una collaborazione sempre più ostacolata e indebolita non ci sono ricette o soluzioni “già pronte”. Guardare al passato con occhio nostalgico non servirebbe a nulla, poiché le società sono mutate quasi radicalmente. Per questi motivi Sennett, nel corso della sua trattazione, traccia una serie di percorsi alternativi e possibili, parlando ad esempio della necessità inderogabile di riscoprire la capacità dialogica, e cioè quel confronto piacevole tra persone che non deve giungere necessariamente ad un terreno comune, o ad un’accesa diatriba in cui spesso prevale il “feticcio dell’asseverazione” – e cioè il far trionfare a tutti i costi le proprie argomentazioni. Questa capacità, consiste invece nel piacere di condividere e dello stare insieme: uno scambio dialogico che crea uno spazio sociale aperto, in cui la discussione può imboccare direzioni imprevedibili. “Nelle normali conversazioni quotidiane, è questo il senso dell’espressione «lanciare la palla in mezzo al campo»; e l’esito di questo palleggio verbale può essere una sorpresa per tutti.” È necessario dunque riscoprire il rituale di una chiacchierata informale; bisognerebbe riconfigurare la formalità delle occasioni informali, che oggi mancano e diventano sempre più sporadiche; formalità intesa come rituale simbolico, ovvero quello specifico scambio sociale che sa donare emotività e senso alla prassi quotidiana. Il rituale però, per definizione, è un atto ripetitivo, formalizzato o meno che sia, e ha bisogno di un tempo prolungato: bisognerebbe, in questo, contrastare quel malefico agente corrosivo del tempo a breve termine.

Nell’incontro dialogico infine, l’empatia deve sostituire la simpatia. Se in quest’ultima vi è un atto immaginativo di identificazione che si configura poi in una specie di “abbraccio”, l’empatia, diversamente, presta maggiore attenzione all’altro e alle condizioni poste da lui: l’ascoltatore deve uscire da se stesso per poter accedere all’incontro, che ha come componente basilare la curiosità verso l’altra persona. Oltre a ciò, per dare spazio al dialogo, l’uso del condizionale è quanto mai necessario, proprio nelle sue formule dubitative del “Forse qui si potrebbe…”, “Avrei detto che…”, “Scusate, ma…”, che prefigurano una situazione in cui il dubbio, le contraddizioni e i fraintendimenti ampliano la comprensione di sé e quella reciproca (mettendole in discussione), portando quindi le persone ad essere meno sicure, perché, fondamentalmente, “la chiarezza è nemica della collaborazione”.

 

Pensieri in coda:

Lavorare con la resistenza, mai contro la resistenza, usare la forza minima, avere il tocco leggero, mettere da parte l’angoscia iniziale della non-riuscita e soffermarsi sul problema, volergli bene a quel problema, curarlo, volerlo sempre comprendere, perché è così che si fa, se vuoi davvero conoscere te stesso, vada come che vada, non metterlo mai da parte per evitarlo, non serve a niente, renderà sempre più gigante lui e sempre più piccolo te, che solitamente tendi a chiuderti in te stesso, ad omogeneizzarti, a renderti sempre più uguale a te stesso, e a tutti gli altri, che come te credono di essere diversi da tutti gli altri come te, in questa cultura globale, perché è la loro uguaglianza ad allontanarli il più possibile dal problema, dal disagio che ne deriva, perché il problema è sempre la differenza, e bisogna interrogarla, ogni volta che capita l’occasione, e chiederle come sta, sentire le sue ragioni, sedere insieme con lei al tavolo urbano, per confezionare un rituale casuale e disinteressato, che col tempo che sa aspettare saprà cibarsi del perfetto sconosciuto, perché un caffè urbano ritualizzato stacca la spina della velocità, in questo nostro tempo a breve termine, che divora ormai troppo e tutto quanto, e che non lascia altro tempo per scambi sensati, relazioni prolungate, dialoghi arricchenti, che possono tormentarci piacevolmente di tante difficili e inaspettate differenze, e distonie, e che aiutano la nascita del legame, germogliano l’emozione, eruttano l’imprevedibile.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Richard Sennett, “Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione”, Feltrinelli, 2012.

[1] Prospettiva sulla povertà infantile: un quadro comparativo sul benessere dei bambini nei paesi ricchi, Unicef Innocenti Research Centre, Firenze, 2007.

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L’economia di mercato capitalistica ha espresso una straordinaria positività. Marx lo colse in pieno, meglio degli stessi classici inglesi, che pure del capitalismo avevano fissato la mappa tematica e i principi analitici dell’economia politica. Il capitalismo è una formidabile macchina per sviluppare le forze produttive attraverso l’accumulazione, l’innovazione, il progresso tecnico, la produttività.

Negli ultimi due secoli il Pil dell’umanità con il capitalismo si è moltiplicato di oltre sessanta volte, per una popolazione mondiale esplosa da un miliardo a 7 miliardi di persone. Pro capite il reddito medio degli umani è quindi progredito di circa dieci volte: in euro odierni, da 500 euro l’anno per persona a più di 5.000 euro l’anno.

Non sorprende che nel volgere di questi stessi due secoli l’economia di mercato capitalistica, in varie forme, si sia estesa nel mondo, con eccezioni divenute rarissime. La “ricchezza delle nazioni” è stata ricercata per questa via, la società scegliendo, accettando o subendo questo modo di produzione.

Nondimeno, in un’economia siffatta la crescita è instabile, iniqua, inquinante. È instabile perché gli investimenti fluttuano con le mutevoli aspettative e con gli “spiriti animaleschi” dei capitalisti. È iniqua perché il mercato esalta e premia oltre misura i soggetti più dotati, o più influenti. È inquinante perché i prezzi non includono nei costi le “esternalità negative”, i danni che i produttori infliggono a terzi con cui non stabiliscono negoziali rapporti di mercato.. Non si tratta soltanto, come vuole l’analisi economica neoclassica oggi prevalente, di singoli “fallimenti” del mercato, ma di una difficoltà strutturale più profonda.

79722247_Detroit_92147cMentre i tre aspetti negativi del sistema si aggravano, anche lo sviluppo del Pil sembra mostrare una tendenza a rallentare. Nelle economie avanzate – metà del Pil mondiale – la crescita su base pro capite è stimata in discesa, dal 2,1 per cento l’anno del 1995-2004 a meno del 2 per cento nel 2014-2018. Così, lo sviluppo delle economie emergenti nel 2014-2018 è previsto flettere a poco più del 4 per cento, dai picchi storici del 6-7 per cento degli anni immediatamente precedenti la crisi del 2008-2009.

In sintesi, le negatività si accentuano, le positività si attenuano. Quindi non si può essere liberisti imperfettisti. Non si può pensare che l’attuale sia necessariamente, resti, il migliore dei mondi possibili. Le contraddizioni che il capitalismo vive sono profonde, potenzialmente laceranti. Il rischio è duplice. Il sistema può implodere. Può entrare in crisi senza che un altro e diverso sistema sia stato pensato, configurato, reso potenzialmente e concretamente disponibile. Lo sbocco finale in tale scenario è il caos. L’alternativa è che il sistema permanga invariato, infliggendo costi sempre più pesanti se non alla intera società ad ampi strati del corpo sociale.

Si deve essere, al tempo stesso, riformisti e utopisti. Occorrono un pensiero e un’azione – in economia, ma non solo –che siano contemporaneamente alimentati dall’aspirazione anche utopistica al cambiamento e da una volontà, e capacità autenticamente riformatrici.

CercateAncoraLaLezioneDiClaudioNapoleoni_0“Cercate ancora”: fu l’ultimo messaggio di Claudio Napoleoni, economista fra i più colti, che già vedeva appannarsi la capacità del sistema di esprimere “ meccanicamente “ o “spontaneamente” sviluppo economico a causa della crisi dei suoi “ valori “. L’invito è a non rinunciare all’ipotesi che anche il capitalismo si dimostri transeunte, storico al pari dei modi di produzione (consuetudinario, schiavistico, feudale, mercantile) da cui fu preceduto.  Nell’impegno e nell’attesa della palingenesi, l’utopista ha, tuttavia, il dovere civile di essere anche riformista, per il tempo presente. Vanno evitate al corpo sociale sofferenze che l’azione riformatrice, almeno entro certi limiti, può prevenire, o lenire. I modi sono quelli tracciati, fra gli economisti, da Keynes, contro l’instabilità; da Sen, contro l’iniquità; da Nordhaus, contro l’inquinamento.

Sarebbe imperdonabile rinunciare alla crescita, ovvero scegliere di puntare a una decrescita della produzione. In un’economia ristagnante l’instabilità (dei prezzi, dell’occupazione, della finanza) sarebbe più alta; la redistribuzione perequatrice (delle libertà civili, democratiche, oltre che delle risorse materiali) sarebbe più difficile; mancherebbero i mezzi per disinquinare l’ambiente.

Sotto quest’ultimo profilo – della non – crescita – il caso italiano è fra i più gravi. L’attività economica è di nove punti percentuali inferiore al livello che aveva raggiunto nel 2007, prima della doppia, acuta recessione da allora sperimentata. La sperequazione nella distribuzione dei redditi è tra le più alte nel novero delle economie avanzate, con un indice di Gini dell’ordine di 0,40. Il territorio, l’ambiente, del Bel Paese è fragilissimo con alcune sue parte in sfacelo.

ilva_taranto_tumoriLa massa dei cittadini italiani è impoverita da una pesante fiscalità, che sempre meno alimenta beni pubblici, beni comuni, beni meritevoli offerti dallo Stato. A differenza della recessione del 2008-2009, che fu da investimenti ed esportazioni nette, la recessione provocata dagli errori tecnici del governo dei “tecnici” nel 2012-2013 è una recessione dei consumi. Questi ristagnano, su un livello dell’8 per cento inferiore a quello del 2007.  Quindi, ristagnano gli investimenti, su un livello del 25 per cento inferiore a quello del 2007. Senza una spinta esogena della domanda, che solo il bilancio pubblico può dare partendo dalle opere pubbliche, i consumi per via endogena non si riprendono. E non possono bastare gli 80 euro che il governo ha aggiunto alle buste-paga più basse. Le famiglie vedono taglieggiato il reddito, erosa la ricchezza, a rischio il lavoro, senza prospettive la prole. L’economia quindi striscia lungo il pavimento su cui è precipitata dopo il 2007, depauperata di 150 miliardi di Pil all’anno, di centinaia di migliaia di posti di lavoro, con una disoccupazione crescente che già travalica il 13 per cento della forza – lavoro, mentre tende a riaprirsi il divario nei redditi e nelle opportunità fra il Mezzogiorno e il resto del Paese.

Seppure con apprezzabili eccezioni dal pulviscolo dei 4,5 milioni di imprese – come definite e quantificate nell’ultimo censimento, del 2011 – non vengono, per vie di mercato, autonome soluzioni: investimenti, innovazione, ricerca e sviluppo, progresso tecnico, qualità del produrre, vera capacità di competere. In media le aziende continuano a dichiarare meno di quattro addetti, e il 60 per cento appena arriva a superare il singolo addetto. Un quinto dell’attività economica è “sommerso”, ai limiti della legalità. Solo 3.468 imprese denunciano più di 250 dipendenti. Sono quasi sempre le stesse, di censimento in censimento. Nemmeno queste esprimono dinamismo dimensionale. I capitalisti stranieri non investono nella Penisola, non pochi capitalisti italiani disinvestono.  I grandi gruppi industriali che producono in Italia scarseggiano. Anche le aziende manifatturiere meno piccole attendono, sperando che qualche deus ex-machina – gli aiuti pubblici, l’Europa, i sindacati? – le riconduca al profitto.

Cosa può fare la politica economica? Almeno tre cose, da troppi anni disattese:

  1. Aumentare gli investimenti in opere pubbliche – a cominciare dalla messa in sicurezza del territorio – e ridurre la pressione fiscale. Come? Contenendo le uscite pubbliche di parte corrente: non la spesa per pensioni, sanità assistenza – la spesa sociale, preziosa per i cittadini, collante del Paese – ma altre voci di spesa. Le uscite per il personale, gli acquisti di beni e servizi, i trasferimenti vari ammontano al 23 per cento del Pil. Sono riducibili. Nell’arco della legislatura questa parte non sociale della spesa pubblica andrebbe frenata in una misura – tre, quattro punti percentuali rispetto al Pil – che vada oltre l’importo strettamente necessario a consolidare l’equilibrio del bilancio e faccia spazio a investimenti pubblici in infrastrutture e a un graduale abbassamento della tassazione, resa al tempo stesso meno sperequata colpendo l’evasione.
  2. Riscrivere il diritto dell’economia. Vanno riformulati e coordinati fra loro sei blocchi dell’ordinamento giuridico, divenuti manifestamente inadeguati alle esigenze del sistema produttivo: societario, fallimentare, processuale, amministrativo, antitrust, del risparmio ( non il diritto del lavoro, il lavoro non avendo “colpe” in questa crisi).
  3. Imporre alle imprese italiane in via definitiva la concorrenza, statica e dinamica, a colpi di innovazioni e non solo di prezzi. È la condizione mancando la quale le imprese non si situano sulla frontiera dell’efficienza, date le tecniche. Soprattutto, non sono costrette a ricercare il profitto attraverso il progresso tecnico.

Solo sostenendo la domanda globale per il breve termine e promuovendo la dinamica della produttività per il lungo termine l’occupazione può tornare ad aumentare. Ciò avverrà se le imprese risponderanno. Altrimenti, anche una politica economica centrata sugli investimenti pubblici e sulla detassazione dell’economia si dimostrerà impotente. Produttività, crescita, e occupazione trarrebbero grande giovamento dallo stimolo rivolto alle imprese da una rinnovata pressione concorrenziale. Trarrebbero giovamento non minore dalla riscrittura del diritto dell’economia che valorizzi il risparmio, l’accumulazione di capitale, l’autentica imprenditoria.

21 Luigi Einaudi Il problema dei problemi – segnatamente nell’Italia di oggi – è che la crescita economica dipende solo in prima approssimazione dalla quantità delle risorse impiegate nel produrre e dall’efficienza e dal tasso d’innovazione tecnologica che le imprese esprimono. La crescita scaturisce in ultima analisi dall’intreccio fra la Cultura,  le Istituzioni, la Politica di un Paese. Aveva ragione Luigi Einaudi: “Chi cerca rimedi economici a problemi economici è sulla falsa strada. Il problema economico è l’aspetto e la conseguenza di un più ampio problema morale”. Gli studi teorici, le verifiche empiriche e soprattutto le ricerche storiche offrono crescenti conferme della giustezza di tale generalissima proposizone, precisandone confini e contenuti.

Anche su questo cruciale fronte la migliore tradizione utopista e la migliore tradizione riformista devono collegarsi, rinnovarsi. Devono cercare, trovare, dire parole che altri non dicono.

Pierluigi Ciocca 

(Ex membro del Direttorio della Banca d’Italia e Accademico dei Lincei, dirige la “Rivista di storia economica” fondata da Luigi Einaudi)

Fonte: Una crisi mai vista. Suggerimenti per una sinistra cieca ( a cura di M. Loche e V. Parlato, manifesto libri, 2014)

Papa Francesco

Papa Francesco

È questo rifiuto che potrebbe dunque simboleggiare la Chiesa: ritornando alle origini, cioè all’opposizione e alla rivolta“. P. P. Pasolini, 1974

Il pontificato di Jorge Maria Bergoglio si sta distinguendo per prese di posizione sulle grandi questioni sociali del nostro tempo radicalmente alternative al pensiero unico neoliberista.  Nei suoi scritti e discorsi risaltano due aspetti: la critica ad una società economica i cui difetti più evidenti sono “ l’incapacità a provvedere alla piena occupazione e la distribuzione iniqua e arbitraria dei redditi e della ricchezza” (Keynes, General Theory, 1936) e la proposta di un suo superamento in direzione di un’economia sociale di mercato al servizio dell’uomo e del bene comune.

UN SISTEMA ECONOMICO RADICALMENTE INGIUSTO 

Per Francesco, l’attuale sistema sociale ed economico “è ingiusto alla radice” e “procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria”. Viene promossa una cultura che fa dell’esclusione e dell’indifferenza sociale il suo tratto distintivo. Un potere inedito, che non opprime più direttamente le membra più deboli del corpo sociale – anziani, giovani, donne – ma le lascia piuttosto marcire ai margini. In questa cornice, l’invito di Bergoglio è quello di far sentire, forte e chiaro, il nostro “No!” : no alla globalizzazione dell’indifferenza, no al denaro che governa invece che servire.  No a questa economia necrofila, per cui “un ribasso di due punti della borsa fa più notizia di un anziano morto assiderato per strada”.

LA DIFESA DELLO STATO DI DIRITTO SOCIALE 

Bergoglio è convinto che lo strumento più idoneo per combattere le iniquità distributive sia lo Stato di diritto sociale, in specie nelle tre voci dell’istruzione, dell’accesso alle cure e del diritto al lavoro. E’ una visione agli antipodi di quella della maggioranza dei centri studi economici e delle cancellerie internazionali, la cui Agenda di riforme prevede di sostituire il lavoro ben retribuito e tutelato con impieghi flessibili e sottopagati, appaltare al privato sanità e previdenza, appiattire l’istruzione sulla componente utilitaristica, strumentale al mercato. Nella convinzione che qualche goccia di PIL in più raggiunga anche i piani bassi, come recita la teoria della “ricaduta favorevole” (trickle-down). Secondo il Papa,  “questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante”. La crescita ha promesso pane per tutti ma finora ha dato solo pietre per i più svantaggiati. La giustizia sociale, conclude in Pontefice, esige profonde riforme che prevedano la ridistribuzione della ricchezza prodotta e una rinnovata attenzione alla “questione ecologica”.

DISOCCUPAZIONE E DIGNITA’ DEL LAVORO

Bergoglio interpreta la crescente disoccupazione europea come conseguenza di un sistema malato, incapace di creare lavoro perché costantemente a caccia di profitti a brevissimo termine.  Per il neoliberismo Il lavoro è infatti una variabile dipendente dai mercati finanziari e monetari; per la Dottrina sociale della Chiesa un veicolo di realizzazione della persona e di riconoscimento sociale. In quest’ultima accezione, una buona prestazione lavorativa non può ridursi a un mero dare per avere o per dovere, ma incorpora sempre un sovrappiù di creatività, di dono, di libertà – peculiare a ciascun individuo. Compito delle imprese è creare le condizioni affinché ciò si manifesti.

“NON CI SONO ALTERNATIVE” FALSO!

Se la teoria economica dominante rappresenta l’uomo come campione di opportunismo, la riflessione di Bergoglio – sulla scia di pensatori come Amartya Sen e Albert Hirschman – ci porta a considerare fattori che hanno un ruolo altrettanto importante degli interessi personali nel guidare le sue decisioni economiche: i codici morali e le passioni. Nell’epoca dei pensieri deboli, Egli sprona così i giovani a non scadere nel pessimismo e ad andare controcorrente, a giocare la vita per grandi ideali. “Lottate per questo, lottate. Non lasciatevi intrappolare dal vortice del pessimismo, per favore! Se ciascuno farà la propria parte, se tutti metteranno sempre al centro la persona umana, non il denaro, con la sua dignità, se si consoliderà un atteggiamento di solidarietà e condivisione fraterna, ispirato al Vangelo, si potrà uscire dalla palude di una stagione economica e lavorativa faticosa e difficile”.

Federico Stoppa

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REFERENZE BIBLIOGRAFICHE

Discorso pronunciato durante la visita a Lampedusa, 8 Luglio 2013 (link)

Evangelii Gaudium, Esortazione apostolica,  24 novembre 2013 (link)

Ai dirigenti e operai delle Acciaierie di Terni, 20 marzo 2014 (link )

Ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, 2 ottobre 2014 (link)

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Giorgio Fuà lo scriveva già nel 1993, denunciando le insidie delle cifre:”E’ ingiustificato allarmarci o esultare perché la velocità di crescita del Pil risulta mezzo punto percentuale annuo al disotto o al disopra di quanto ci attendevamo, o di quanto è avvenuto in passato, o di quanto sta avvenendo in altri Paesi”. Dopo vent’anni di sostanziale oblio, la critica del prodotto interno lordo (P.I.L.) come indicatore del benessere delle nazioni è tornata a occupare un ruolo di primo piano nella discussione pubblica internazionale.  La stesura, nel 2009, del Rapporto[1] a cura della Commissione presieduta da Joseph Stiglitz, e composta, tra gli altri, da Jean Paul Fitoussi e dal premio Nobel Amartya Sen, e lo sviluppo in parallelo di contributi importanti da parte di organismi internazionali come l’OCSE e la Commissione Europea[2] hanno rimarcato l’impellente necessità, in particolare per i paesi ad economia avanzata, di dotarsi di indicatori che consentano di definire in maniera più completa il benessere dei cittadini e il progresso sociale. Sembra essersi diffusa la consapevolezza della necessità di superare la prospettiva riduzionista del PIL.

8842_lamisurasbagliatadellenostrevite (545 x 837)Il Rapporto della Commissione Stiglitz – Sen – Fitoussi, in particolare, ha introdotto e sintetizzato la problematica in un modo largamente condiviso. Da un lato questo Rapporto è interessante per la sistematicità e il rigore scientifico con cui evidenzia le lacune del PIL come indicatore di benessere economico e sociale; dall’altro, lo è per il fatto di offrire una prospettiva metodologica nuova per la valutazione del benessere. Nell’analizzare lo “stato di salute economica” di un paese – capire se questo si trova in una fase di declino o di sviluppo – il Rapporto suggerisce di spostare l’attenzione dalla misurazione della produzione di beni e servizi alla misurazione del benessere economico delle famiglie, meglio descritto da aggregati quali il reddito reale, la ricchezza e i consumi. 

Esistono, infatti, importanti criticità dell’indicatore più utilizzato da economisti e politici di ogni colore per misurare la ricchezza delle nazioni  – criticità già messi in luce da un’ampia letteratura richiamata nel Rapporto. In primo luogo, nel PIL, la quantità di beni e servizi finali prodotta in un anno all’interno dei paesi è valutata ai prezzi di mercato.  Gli studi di Joseph Stiglitz (1986,1989), hanno dimostrato che i mercati sono contraddistinti da asimmetrie pervasive, rendendo poco efficaci i prezzi dei beni e servizi come meccanismo di veicolazione di informazione per i consumatori.  I prezzi di mercato, inoltre, non incorporano le esternalità negative[3] (come l’inquinamento ambientale) che la produzione di alcuni beni comporta, e che dovrebbero far costare di più alcuni prodotti relativamente ad altri.

Il PIL esclude beni e servizi che non hanno un prezzo di mercato, ma che nondimeno appaiono rilevanti per il benessere delle famiglie: è il caso delle attività domestiche, del volontariato, del tempo libero e di alcuni servizi pubblici, come l’istruzione e la sanità. Si tenga presente che molte delle suddette attività, che nelle prime fasi dello sviluppo erano quasi esclusivamente prodotte fuori dal mercato (tra le altre, la cura degli anziani e dei bambini, la pulizia domestica, ma anche i servizi ricreativi, compresi il contatto con la natura e l’esercizio fisico), nelle economie moderne si trasformano in beni di mercato. Questa trasformazione determina un aumento del valore del prodotto interno lordo. Che questo aumento, però, corrisponda a un innalzamento del benessere delle persone è evidentemente falso.

Ancora: nel PIL sono calcolate con segno positivo le “spese difensive”, anche quando queste non hanno alcuna conseguenza benefica sul miglioramento della qualità della vita dei cittadini. E’ il caso della costruzione di carceri, della ricostruzione di edifici che sono stati abbattuti da calamità naturali, delle spese di trasporto sostenute dagli individui per recarsi al lavoro (quella tassa occulta che è il pendolarismo). Infine, il PIL non rileva in alcun modo il consumo di capitale (fisico, naturale, umano) che la produzione comporta; e non tiene conto della variazione di prezzo degli assets reali e finanziari, che spesso determina effetti ricchezza che portano a un incremento delle future possibilità di consumo.

Il Rapporto suggerisce di superare le criticità del PIL sviluppando indicatori di benessere economico e sociale alternativi, sui quali dovrebbero focalizzarsi le politiche economiche degli Stati. In particolare, tali indicatori dovrebbero misurare:

  • Il reddito effettivamente a disposizione dei cittadini, che, diversamente dal PIL, considera i flussi monetari in entrata e in uscita dal Paese. Si tenga presente che Il PIL può essere scisso in profitti, salari/stipendi, rendite. Se una parte dei profitti è conseguita da multinazionali estere, questa non viene conteggiata come reddito a disposizione del paese, perché rimpatriata dalla aziende. Pertanto, il reddito disponibile netto nazionale risulterà inferiore al Prodotto interno lordo;
  • Lo stato patrimoniale delle famiglie e dell’economia nel suo complesso, comprendente attività (finanziarie, reali e naturali) e passività (debiti pubblici, privati ed ecologici). Dallo stato patrimoniale sarebbe possibile accertare se la crescita dell’economia dipende da bolle finanziarie e immobiliari che ne minerebbero la stabilità futura, specie se ci trovassimo in presenza di livelli d’indebitamento eccessivi;
  • La distribuzione del reddito, dei consumi e della ricchezza. Di per sé, la crescita del PIL pro capite non ci dice in alcun modo come tale reddito è distribuito. Infatti, l’aumento del PIL pro capite potrebbe trasformarsi in un miglioramento delle condizioni economiche dei soli cittadini più ricchi. Il benessere generale è meglio colto dal reddito mediano. Se il PIL (reddito medio) cresce più del reddito mediano, la diseguaglianza aumenta;
  • La qualità dei servizi pubblici, specialmente istruzione e sanità, che non hanno un prezzo di mercato, essendo erogati, almeno in Europa, dalle amministrazioni pubbliche, e finanziati attraverso la tassazione generale. Mentre nel PIL tali servizi sono valutati al costo dei fattori di produzione, andrebbero sviluppati strumenti che ne rilevino gli effetti sul benessere dei cittadini. Un approccio alla valutazione dei servizi pubblici basato sui risultati, in termini di maggior aspettativa di vita, di tipologie delle malattie curate, di numero di terapie effettuate, sarebbe più congruo per valutare il benessere delle persone. Anche per il sistema educativo, l’enfasi dovrebbe essere maggiormente posta sui risultati degli studenti (tassi di acquisizione di titoli di studio, anni di scuola completati, test sulle competenze linguistiche e matematiche), più che sulle risorse spese;
  • La qualità del lavoro, attestando se questo consenta o meno di sviluppare l’autonomia e le capacità dell’individuo;
  • La produzione domestica e le attività svolte nel tempo libero a disposizione. Queste attività, pur non comparendo nella stima ufficiale del Prodotto interno lordo, hanno riflessi importanti sul grado di benessere degli individui e delle famiglie;
  • La sostenibilità ecologica: informazioni rispetto allo stato del capitale naturale, al suo eventuale deterioramento e alle politiche poste in essere per ripristinarne la quantità e la qualità ritenute ottimali[4];
  • La qualità della democrazia. A questo scopo, bisogna considerare il grado di libertà dei mezzi di comunicazione, in specie la stampa e la televisione, la partecipazione politica dei cittadini alle elezioni, il funzionamento della giustizia e la tutela dei diritti fondamentali, in primo luogo la libertà d’espressione;
  • Il capitale sociale.  Vanno fatte indagini sul numero di persone iscritte alle associazioni, sul grado di fiducia che ciascun cittadino ripone sulle istituzioni politiche, sul rapporto che ciascuno ha con familiari, vicini e persone di altre razze o religioni;
  • Il grado di sicurezza economica. Bisogna capire se gli individui si sentono più o meno tutelati contro il rischio di povertà ed esclusione sociale, di vecchiaia e di disoccupazione.

AMARTYA_SEN_1_476386fCome ci ha insegnato Amartya Sen (v. La diseguaglianza, un riesame critico, Il Mulino, 1994), per misurare correttamente la qualità della vita delle persone è essenziale osservare le effettive capacità (capabilities) che queste hanno di trasformare i mezzi materiali a loro disposizione in modi di essere e di fare (functioning) a cui attribuiscono valore: essere ben nutriti, avere accesso all’istruzione e alle cure, ma anche partecipare attivamente alla vita della comunità, realizzarsi sul lavoro, battersi per cause che trascendono il proprio particulare come i diritti umani e la salvaguardia dell’ambiente. Inoltre, bisogna tener ben presente che i modi con i quali le persone convertono il reddito a disposizione nei vari stili di vita possono differire in maniera molto significativa, a causa della presenza di determinati condizionamenti fisici, caratteriali, ambientali, sociali, istituzionali. Diventa pertanto essenziale capire, ai fini di una valutazione multidimensionale del benessere, se una persona ha la possibilità di scegliere di vivere in un certo modo piuttosto che in un altro, ed eventualmente identificare e rimuovere i fattori che lo impediscono.

Infine, in questi anni segnati dalla paranoia della crescita vanno tenute sempre a portata di mano, come antidoto, le parole di un grande economista italiano, Giacomo Becattini: “E’ nella sua capacità di soddisfare i bisogni dell’ultimo fra gli uomini di buona volontà, che si misura la razionalità di ogni assetto del mondo, non nel ritmo di ritmo di crescita del Pil! Questa è la bandiera morale del ribaltamento concettuale da compiere!” (2001, p.196).

 

 

NOTE:

 [1] Il Rapporto è stato commissionato nel 2008 dal Presidente francese allora in carica Nicolas Sarkozy, ed è stato consegnato nel settembre 2009. 

 [2] Si veda, in particolare, il rapporto OCSE “Measuring Well-Being and Societal Progress” (2007) e il paper, a cura della Commissione Europea “Oltre il Pil. Misurare il progresso in un mondo che cambia(2009). Da segnalare anche il rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile a cura dell’Istat (consultabile qui) e il Better Life Index a cura dell’OCSE.

[3] Si parla di esternalità negative quando un soggetto economico crea, con la sua attività, un danno a terzi, senza che esista un accordo da parte di questi a sopportarlo e senza che avvenga una compensazione ex post. Sul tema delle diseconomie esterne Pigou (1920) costituisce un riferimento bibliografico essenziale.

[4] Esempi di conti satellite ambientali sono il Seea (System Of Environmental-Economic Accounting), implementato dalle Nazioni Unite nel 1993 (https://unstats.un.org/unsd/envaccounting/seea.asp). Un lavoro seminale nel campo  della contabilità verde, a cura dell’INSEE (1986) è Les comptes du Patrimoine Naturel. Sul tema, è importante il contributo dell’ Istat (2011): http://www.istat.it/it/archivio/17089. Infine, per un’approfondita analisi degli aspetti metodologici ed applicativi dei conti ambientali si veda Falcitelli e Falocco (2008).

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L’analfabetismo funzionale designa l’incapacità di un individuo di usare in modo efficiente e compiuto le abilità di lettura, scrittura e calcolo nella vita quotidiana, ma anche l’incapacità di esprimere adeguatamente sentimenti, emozioni, stati d’animo o sofferenza in maniera propria”(p.57). In Italia, “le statistiche ci dicono che il 5% della popolazione compresa fra i 14 e i 65 anni non è in grado di distinguere una lettera dall’ altra, un numero da un altro; il 38% riesce a malapena a leggere singole scritte o cifre e non è in grado di leggere una frase composta da più parole e comprenderne il significato. Per Il 33% (della pop. adulta) un testo che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è ben oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile” (p.59) “Queste tre categorie, sommate tra loro, rappresentano il 76% della popolazione adulta italiana. Se negli Stati Uniti si calcola che il 45% degli abitanti sia costituito da analfabeti funzionali, in Italia il loro numero supera i tre quarti della popolazione adulta” (p.58).

Basterebbero queste poche righe estratte dal saggio di Elio Cadelo e Luciano Pellicani (Contro la Modernità. Le radici della cultura antiscientifica in Italia, Rubbettino, 2013, pp.172, euro 12) per capire la vacuità degli appelli alla crescita economica che ogni giorno sentiamo pronunciare dalle colonne dei principali quotidiani, dai banchi del Parlamento, dalle iperuraniche sedi delle istituzioni europee. Basterebbe portarsi dietro questi pochi appunti, scarabocchiati alla buona in un quaderno, per sconfessare i soloni nei summit internazionali e comprendere le cause di un declino che ci ostiniamo a descrivere come peste o epidemia portata da qualche batterio straniero; rimosso il quale – magari attraverso l’antidoto “riforme strutturali”  cioè più mercato, più concorrenza, più meritocrazia – ci incammineremmo di nuovo nella via luminosa che porta al benessere.

QUALE ECONOMIA DELLA CONOSCENZA?

“Economia della conoscenza, knowledge economy”. E’ il paradigma che si è imposto nelle società avanzate dopo i mutamenti tecnologici ed istituzionali intervenuti alla fine dello scorso secolo: rivoluzione telematica e globalizzazione dei mercati. Le parole magiche dell’economia della conoscenza sono: Innovazione, sostenibilità, coesione sociale. Le tre colonne portanti sulle quali si vuole costruire l’Unione Europea del 2020. L’unica via – si dice – per generare ricchezza e benessere in un mondo post industriale, di servizi avanzati.

In  questo contesto, l’istruzione assume un ruolo cruciale. “Education, education, education” fu il motto del New Labour di Anthony Giddens e Tony Blair negli anni ‘90, reiterato poi da quasi tutti i leader europei occidentali. Peraltro, va fatta chiarezza sui fini dell’istruzione. A che cosa serve?Serve a dotare gli individui di “competenze” pratiche o per formare cittadini? I sistemi scolastici devono educare per il profitto o per la democrazia? Per i neoliberisti, gli investimenti pubblici in istruzione sono strumentali alla crescita economica, alla massimizzazione del Prodotto Interno Lordo (PIL). Essi privilegiano l’istruzione funzionale alle logiche del mercato, mentre considerano sprecate le risorse impiegate per sostenere, ad esempio, la ricerca nelle materie umanistiche. Per chi segue il “capability approach” di studiosi sociali come Amartya Sen e Martha Nussbaum , invece, l’istruzione non deve seguire solo una logica strumentale alla produzione di merci, ma deve contribuire a sviluppare le capacità dell’individuo in maniera più ampia possibile. Competenze tecniche da spendere sul mercato del lavoro, certo, ma anche capacità critiche, empatia per le problematiche sociali e ambientali, partecipazione attiva al dibattito politico (v. Sen, 2010, Nussbaum, 2011).

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Quando atterriamo sul pianeta Italia, però, ci accorgiamo dell’irrilevanza di questa contrapposizione. Da noi una “visione” dell’Istruzione non c’è, semplicemente. Si leggano questi dati. Nel 2010, il 18,8% degli alunni (circa 700mila ragazzi) del Belpaese ha abbandonato gli studi, contro l’11,6% della Francia e il 10,5% Germania e il 14,1% della media europea (Istat,2011). Dovrebbe allarmare più questo spread che quello virtuale del mercato del debito pubblico. Ancora. Il numero di ore giornaliere e annuali passate a scuola dagli studenti italiani sono di gran lunga minori rispetto a quelle di altri Paesi. Cadelo e Pellicani (p.60) specificano che sono le stesse famiglie, in molti casi, a determinare l’abbandono scolastico: si preferisce che questi si dedichino a lavorare nell’azienda di famiglia o che imparino il mestiere del padre o del parente. Questa predilezione italiana per la veduta corta, per il guadagno immediato ma di corto respiro, costa all’intero paese 70 miliardi l’anno. Cioè quanto gli interessi finanziari che ogni anno dobbiamo ai rentiers che detengono il nostro debito pubblico.

A quarantacinque anni dalla pubblicazione di Lettera ad una professoressa di Don Lorenzo Milani, il problema dell’abbandono scolastico, più attuale che mai, sembra essere scomparso dall’agenda politica. Come si fa a discutere di Crescita economica senza affrontare seriamente questo tema? Come si fa a parlare di Crescita quando abbiamo poco più della metà di persone, tra i 25 e i 64 anni, che è in possesso di un diploma di scuola media secondaria, mentre la media Ocse è del 73%, ed in Germania è dell’85%?

LA FAVOLA DEL “TUTTI DOTTORI”

Tocchiamo l’argomento laurea. La percezione diffusa nell’opinione pubblica è che i laureati siano troppi nel nostro paese: molti, compresa l’ex ministra Fornero, non si sono affatto allarmati della caduta verticale delle immatricolazioni che si è verificata in questi anni (58.000 studenti in meno, anni 2007-2011). Anzi: l’hanno preso come un segnale positivo; la laurea è semplicemente uno “status symbol”, una tipica ossessione piccolo borghese. Meglio che i giovani si dedichino immediatamente a mestieri cosiddetti pratici (“i nostri giovani non vogliono più fare certi mestieri” è il mantra che viene ripetuto da più parti), e non perdano tempo sui libri.  A questo punto, dispiace deludere chi è convinto che in Italia siano “tutti dottori”, ricordando i dati Ocse. “In Italia solo il 19,8% dei giovani è laureato; queste percentuali ci consegnano al terz’ultimo posto tra i 27 paesi dell’Unione Europea, peggio di noi sono solo Malta ed Estonia. In Germania i giovani laureati sono il 27% del totale, in Francia il 43% e in Gran Bretagna il 45%. Si aggiunga che nel 19,8% dei laureati italiani vanno in ogni caso considerate le lauree brevi e le lauree rilasciate dalle università telematiche” (p.62).

LA DISOCCUPAZIONE DEI PIU’ ISTRUITI

Cadelo e Pellicani spiegano gli allarmanti dati Ministero per l’Istruzione e la Ricerca (Miur) sul basso tasso numero di laureati e sul preoccupante numero di abbandoni nelle facoltà scientifiche (20% degli immatricolati) con le scarse prospettive di lavoro qualificato offerte dal mercato.

In effetti, secondo l’associazione Almalaurea (si vedano i Rapporti 2012 e 2013), lo stipendio medio dei laureati in Ingegneria, Fisica, Matematica, Statistica, a dieci anni dal conseguimento del titolo è di 1600 euro, di gran lunga inferiore a quello dei loro omologhi stranieri. E l’indagine Excelsior 2012 sulle previsioni di assunzioni delle aziende private italiane mette in luce che, su 407mila assunzioni previste, il 14,5% riguarderà i laureati e il 32,3% lavoratori senza alcuna formazione specifica (p.75).

Tom_Haugomat_Le_Monde_II_01-807x1024Citare dati di questo tipo in maniera estemporanea crea solo irritazione, indignazione e scoramento nel lettore;  tocca invece fornire un’immagine più dettagliata del problema in questione, comprendere cioè le ragioni strutturali della disoccupazione del capitale umano più qualificato.  Bisogna sciogliere un apparente paradosso: com’è possibile che le imprese italiane richiedano così pochi laureati, nonostante la loro bassa incidenza nella popolazione attiva? Non dovrebbero fare a gara per aggiudicarseli, data la loro “scarsità relativa”?

Per formulare una risposta corretta, la prima variabile da considerare è la dimensione delle imprese. In Italia, operano 4,5 milioni di imprese (Istat, Archivio Statistico Imprese Attive, 2009). Il 95% di queste (4.250.000) sono classificate come microimprese: hanno meno di 10 addetti. Salendo nelle classi di addetti, il numero di imprese si restringe: le imprese con più di 250 dipendenti – le grandi imprese – sono solamente 3.630. Da notare che il peso delle grandi imprese è sceso moltissimo negli ultimi venti anni (cfr. Coltorti, 2013), da quando, negli anni ’90, è iniziata la ritirata dello Stato imprenditore dall’economia del paese. Partiamo quindi svantaggiati nei confronti di competitors come Germania e Francia, che invece hanno un buon numero di colossi multinazionali in grado di assorbire la manodopera più qualificata. In più, l’85% delle imprese italiane è a conduzione familiare, e nel 66% dei casi il management è diretta emanazione della proprietà familiare, non di una selezione meritocratica (v. Bankitalia, 2009). L’Eurostat (citato in Almalaurea 2013) ci informa che quasi il 40% dei manager italiani ha completato tutt’al più la scuola dell’obbligo, contro il 19% della media europea a 15 paesi e il 7% della Germania.

Seconda variabile da tenere in mente è la specializzazione produttiva della nostra economia: i beni che produciamo. Il peso più grande, in termini di valore aggiunto, ce l’hanno 4 settori: 1) Metallurgia e prodotti in metallo; 2) Macchine e apparecchi meccanici; 3) Alimentari e bevande: 4) Tessile, abbigliamento, cuoio e calzature. Come argomentato in un interessante Report della Banca d’Italia del 2009, sono tutti settori caratterizzati da bassa innovazione: di processo e di prodotto, di organizzazione, di marketing. Una spia di quanto appena affermato sta nei livelli infimi di spesa in R&S sostenuti dal settore privato italiano (meno dell’1% del PIL), oltre che nel numero di brevetti depositati per milione di abitanti, inferiore di circa venti punti rispetto alla media europea (vedi Rapporto Istat 2011). Il punto da evidenziare è che l’attività di innovazione è più diffusa in comparti nei quali l’Italia non investe più da decenni: la farmaceutica e la chimica,  la fabbricazione di apparecchi radiotelevisivi, per le comunicazioni, medicali e di precisione, le macchine per ufficio e i mezzi di trasporto.  Comparti nei quali l’Italia aveva dei primati che si è lasciata sfuggire colpevolmente negli anni, a causa di sciagurate decisioni del mondo politico ed industriale (vedi Gallino, 2003).Anche nella pubblica amministrazione, ad onta delle continue lamentele sul livello insostenibile della spesa pubblica italiana, la domanda di laureati è in diminuzione costante da almeno un decennio. Dal 2001 al 2011 il numero di occupati in tutto il settore pubblico è sceso di 38mila unità, a causa di tagli e blocchi nel turnover. Tra i molteplici effetti negativi di queste politiche, c’è n’è uno macroscopico, che riguarda il mondo della scuola. Solo l’1,1% del corpo docente è al di sotto dei 30 anni, mentre il 55% ha un’età al di sopra dei 50 anni, percentuale che in Europa è del 32,4% (Cadelo e Pellicani, p. 61).

CONCLUSIONI

Negli anni duemila l’Italia ha creato occupazione soprattutto nelle costruzioni e nei servizi a più bassa produttività media, nei quali i laureati non sono richiesti o, quando trovano uno posto, sono utilizzati prevalentemente con contratti di lavoro a tempo determinato (Istat, 2013). Uno spreco straordinario. Questo perché si è rinunciato a fare politica industriale, lasciandosi scappare i settori più innovativi e a rilanciare il settore pubblico con piani straordinari riguardanti la scuola e la sanità. Si è lasciato alla mano invisibile del mercato l’allocazione delle risorse. Ciò ha coinciso con un periodo di grave stagnazione dei redditi e di straordinaria crescita delle disuguaglianze di reddito e patrimonio. Bisogna cambiare strada. Prima che sia troppo tardi. L’alternativa è che l’Italia, come spiegato dallo storico dell’economia Giulio Sapelli in un bell’articolo recente, torni la nazione agricolo-commerciale che era agli inizi del Novecento. Bel giardino in cui verranno ad abitare i ricchi d’Europa e del Mondo, a cui non ci resterà altro che fare da camerieri.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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