death2allbutkettle – Instagram

Vedo le rovine di una superba civiltà che si disgregano,

disseminate come un cumulo gigantesco di vanità.

Ma, nonostante questo,

non mi macchierò della grave colpa

di perdere la mia fede nell’uomo.

(Rabīndranāth Tagore)

Vivere questo nostro tempo non è affatto facile. Abusi di potere, violenze, atti di intolleranza, disprezzo della verità, avidità, cinismo, egoismo, devianze psicologiche, sono all’ordine del giorno. Le società umane, nell’era globalizzata, sembrano vivere un momento di profonda crisi: economica, culturale, valoriale ed umana. La gerarchia dei valori ha subito un progressivo mutamento. In cima svettano solitarie le leggi del mercato, l’idolatria del profitto e del suo carburante: il consumo.

Gli orizzonti del consumo sono sempre più individuali e individualizzati mentre, con lo smantellamento del welfare (sempre più trasversale, anche in Europa), vengono meno gli spazi comuni, i beni pubblici, i luoghi di socialità, così importanti per lo sviluppo di un senso di “comunità”. Del resto, la logica neoliberista, assunta come dogma, ci pone tutti gli uni contro gli altri. E la precarietà del lavoro di certo non aiuta: venendo meno le tutele e le forme di rivendicazione collettiva, il lavoratore è tremendamente solo nel cercare di salvaguardare la propria posizione vacillante, sospesa ad un filo troppo sottile…

L’Homo homini lupus di hobbesiana memoria sembra essere l’immagine più calzante per spiegare il funzionamento delle nostre società. Come non essere d’accordo? Del resto, la rappresentazione mediatica di quanto accade nel mondo non fa che confermare questa convinzione.

Eppure non è tutto qui!

C’è uno scarto significativo che merita attenzione. Me ne sono reso conto qualche mese fa, prima della fine di questa torrida estate, quando con un amico ho deciso, un po’ avventatamente, di attraversare la Basilicata a piedi, dal Tirreno allo Ionio. Credo che questa esperienza sia stata fondamentale per mettere in discussione le mie radicate e pessimistiche convinzioni circa il consorzio umano.

Il viaggio, soprattutto se a piedi e con mezzi scarsi, ti pone naturalmente in una condizione di “bisogno” in cui si necessita degli altri. Magari per un’informazione, per un autostop, per un po’ d’acqua quando, dopo aver camminato per chilometri, la borraccia è miseramente vuota.

Durante il lento tragitto attraverso quelle comunità dell’entroterra, ho avuto come l’impressione che, vinta l’iniziale diffidenza, le persone avessero naturalmente una disposizione altruistica. Non solo: avevano desiderio di confrontarsi, di raccontarsi e di ascoltare le nostre storie. Non ricordo tutti i volti di coloro che ho conosciuto durante i 230 km di cammino. Ma ognuno mi ha fatto dono di un po’ di sé, di qualcosa che oggi continuo a portarmi dentro…

Passo dopo passo, una domanda mi risuonava spesso dentro: come mai queste persone prendono in auto degli estranei (esponendosi al rischio di incontrare malintenzionati) e, in alcuni casi, si spingono fino ad invitarli a mangiare in casa propria?

Cosa le induce a spendere tempo e risorse per aiutare, a volte oltre il necessario, due ragazzi che hanno scelto liberamente di fare un viaggio un po’ avventato?

Parte della spiegazione risiede sicuramente nel fatto che si tratta di comunità di stampo rurale, meno esposte al cinismo e all’alienazione delle città, con una rete di scambi sociali sicuramente più fitta.

Ma c’è qualcosa che va al di là di tutto questo e che tocca la natura più intima degli esseri umani. Aiutarsi, trascorrere del tempo assieme, aprirsi alla “estraneità”, raccontarsi le rispettive storie di vita, ci fa sentire profondamente gioiosi e in pace. Ci permette di conoscere il mondo e, infine, noi stessi, in profondità. Ed è la scienza che sembra confermare questa “verità”, che ho esperito in modo del tutto personale e intuitivo. Il team del neuroscienziato Giacomo Rizzolati, ad esempio, ha svelato il ruolo svolto dai neuroni specchio – sia nelle scimmie che nell’uomo – nella codificazione delle azioni degli altri. Semplificando, esistono due modi principali di capire i nostri simili: uno logico e un altro fondato sull’empatia, ossia quella capacità di partecipazione emotiva con quanto fanno gli altri e con ciò che accade loro.

Altri esperti, come il primatologo Rifkin, hanno condotto studi che vanno nella stessa direzione, confutando la tesi dell’aggressività e dell’egoismo come componenti di base della natura umana (con buona pace di T. Hobbes). Tanto che, riprendendo i suoi studi, il filosofo Laura Boella ha affermato:

L’empatia è il «sottotesto della storia dell’uomo» perché l’aumento del ritmo, del flusso e della densità degli scambi interpersonali costituirebbe l’elemento dinamico fondamentale del processo di civilizzazione.

Il XXI secolo richiede un nuovo sguardo sulla natura umana: non più quello dei teorici del liberalismo e dell’economia di mercato, che mettevano al centro l’egoismo e l’utilitarismo, bensì quello che riconosce il ruolo essenziale della capacità empatica nello sviluppo della comunicazione con gli altri e con l’intero mondo vivente».

Si tratta di una verità che molte tradizioni spirituali, ma anche diversi artisti, con la lente di ingrandimento della sensibilità creativa, avevano già ampiamente individuato. Il primo che mi viene in mente – ma è solo uno dei numerosi esempi possibili –  è Hermann Hesse, che, non a caso, aveva riflettuto sul wandern ossia sul camminare come modo per stimolare la creatività e, soprattutto, per farsi intimamente “partecipi” della natura e del mondo. In modo assolutamente lapidario, nelle ultime pagine de La cura (opera successiva al celeberrimo Siddharta), così riscriveva il celebre passo evangelico: «ama il prossimo tuo, perché sei tu stesso».

Ma come si fa ad amare gli altri quando questi sono potenzialmente capaci di azioni e pensieri talvolta abietti? Hesse aveva riflettuto anche su questo e con il tempo «(…) il suo sguardo cambia: aveva guardato con superiorità e sufficienza agli “uomini-bambini” che più di tutto vogliono il potere e la ricchezza. Ora sente che anch’essi sono degni d’amore con le loro debolezze e i loro patetici sforzi».

Nella sofferta conquista di pace interiore, l’inquieto Hesse individua nell’amore e nella comprensione la long and winding road da percorrere per giungere alla meta cui tutti, indistintamente, aspiriamo: una vera e piena felicità.

(Pietro Brancaccio)

RIFERIMENTI

I saggi del neuroscenziato Giacomo Riizzolati e del filosofo Laura Boella sono contenuti in: (A cura di) Giulia Cogoli, Un mondo condiviso, Laterza, 2016.

Sul pensiero di Hermann Hesse rinvio a: Flavia Arzeni, Un’educazione alla felicità. La lezione di Hesse e Tagore, RCS Libri, 2008

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Social – Flickr

Quella che intendo scrivere è una breve riflessione insatura, basata sulla mia esperienza nel frequentare i social network, facebook in particolare. È sotto gli occhi di tutti come i social siano diventati dei poli virtuali di aggregazione, che hanno in parte preso il posto dei tradizionali luoghi di ritrovo e di scambio come il bar, il parrucchiere, la palestra, la chiesa. Prima di internet ci si poteva incontrare solo nei luoghi fisici, e la scelta di questi era già di per sé un indicatore delle appartenenze delle persone. Le persone infatti tendono ad aggregarsi secondo interessi e valori simili: gli appassionati di sport si ritrovavano al bar per condividere la propria passione, i credenti si trovavano nelle chiese per pregare lo stesso Dio, e gli appartenenti ad una corrente politica si davano appuntamento nei circoli e così via.

Anche sui social troviamo qualcosa di simile, infatti su facebook sono presenti un’infinità di gruppi che raccolgono persone secondo i più disparati argomenti e passioni: gruppi di studenti che si scambiano informazioni sugli esami, gruppi che trattano di filosofia, di politica, di sport, di città, di viaggi, di architettura, e una vastissima parte dedicata al puro cazzeggio. A differenza dei luoghi fisici, che si pongono con i loro limiti spaziali, su facebook è possibile che si incrocino sotto la notizia di un quotidiano un numero esorbitante di profili dalle appartenenze più disparate. Va da sé che nella realtà fisica non potrebbe esistere, per esempio, un bar dove si aggreghino migliaia di persone divise per credo religioso, politico e retaggio antropologico, per commentare una notizia di cronaca.

Quindi i social network hanno fornito la possibilità di mettere in contatto virtuale migliaia e migliaia di persone dalle provenienze più diverse. Crollano quindi i muri della distanza e diventano possibili infiniti incontri, che molto spesso si trasformano in scontri. Apparentemente facebook elimina le differenze e rende possibile a tanti musulmani parlare con tanti cristiani, a persone di destra parlare con persone di sinistra. Però è proprio questa dissoluzione delle caratteristiche e delle appartenenze che rende difficile un dialogo rispettoso, laddove quest’ultimo avviene sempre nel riconoscimento delle differenze e non nella negazione delle stesse. Di solito infatti il contesto ci aiuta a relazionarci con gli altri: parlare in un ufficio, o al bar, o ad una cena di amici non è la stessa cosa, e tutto questo manca sul web. Aggiungiamo anche che sul web esiste la possibilità di nascondersi dietro una tastiera, per cui molti si trasformano in un lampo in leoni da tastiera, ed altri utilizzano la rete come valvola di sfogo di frustrazioni personali.

In questo contesto virtuale accade che molti possano incontrarsi (e scontrarsi) per la prima volta con persone diametralmente differenti tra loro, che nella realtà non avrebbero mai incontrato, semplicemente perché si frequenta per abitudine un numero limitato di luoghi in cui si incontra un numero limitato di persone (non valgono gli aeroporti e la metropolitana, che sono definiti non luoghi, dove quindi non si incontra nessuno). Succede così a molti di sperimentare l’esistenza di persone che la pensano diversamente da sé sui temi più disparati: sui vaccini, sulle scelte del governo, sulle notizie di cronaca nera. Questo fa sì che ci si trovi sempre più spesso a contatto con l’alterità, molte volte però senza poterla pienamente comprendere, perché depurata dal contesto e dalle appartenenze che ne caratterizzano le ragioni e l’assetto. Diversamente facebook diviene uno strumento di arricchimento per chi è disposto, se non altro, a tenere presente che esistono infinite idiosincrasie, a cui ci mette sempre di fronte l’incontro/scontro con l’alterità.

Filippo Gibiino

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Street-artist-Banksys-latest-piece-chips-away-at-Brexit

Il futuro, sostiene il sociologo tedesco Wolfgang Streeck, appartiene allo Stato-nazione e non agli organismi sovranazionali. Solo all’interno degli Stati-nazione può essere esercitato un vero potere di controllo democratico.

D: Signor Streeck, in Europa c’è ancora bisogno di singole nazioni, oppure è l’Unione Europea che deve risolvere i nostri problemi politici?

R: La democrazia moderna è nata dai conflitti all’interno degli stati nazionali. E fino ad oggi ha la sua patria (Heimat) negli stati nazionali. Al contrario, le organizzazioni internazionali sono dominate dagli esperti. Mancano di quella che chiamerei la dimensione plebea della democrazia.

D: Cosa intende con ciò?

R: La democrazia non è prerogativa di una classe colta, istruita, i cui membri si comportano in modo gentile e garbato tra di loro, e cercano di risolvere insieme i problemi. Anche quelli che stanno ai gradini inferiori della società devono poter alzare la voce e dire quello che vogliono.

D: Però questa possibilità di alzare la voce ha recentemente causato molti problemi in Europa.

R: I problemi di alcuni sono le soluzioni di altri – e viceversa. In una democrazia, si deve discutere su quali sono i problemi.

D: Secondo Lei, la nazione è garanzia di democrazia?

R: Non la nazione ma lo Stato-nazione. Il tipo di democrazia a cui mi riferisco esiste solo negli stati, e gli unici stati che esistono sono Stati-nazione – più o meno.

D: Si potrebbe far crescere la democrazia anche a livello sovranazionale. Angela Merkel ed Emmanuel Macron – entrambi democraticamente legittimati – vogliono riparare la UE e stabilizzare l’euro.

 R: Probabilmente non avverrà nulla di tutto ciò. Gli interessi di Francia e Germania riguardo l’euro sono così diversi che, a parte qualche politica simbolica per salvare il capitale politico dei governi coinvolti, non c’è molto che si possa fare. Prenda il ministro dellle finanze europeo. Per i tedeschi è qualcuno che deve assicurare che i piani di risparmio e di austerity siano rispettati. Per i francesi, invece, è l’unico che dispone di un budget per fare investimenti in Francia, che altrimenti non potrebbero essere finanziati se venissero osservati i vincoli sui deficit di bilancio. Gli italiani, similmente, vorrebbero fare questi investimenti, così come i greci e portoghesi.

D: Questa è la ragione per cui le nazioni dovrebbero essere superate.

R: Che significa superate? Contro la volontà dei loro cittadini? E cosa si dovrebbe mettere al loro posto? Non dovremmo voler abolire lo Stato-nazione come luogo di democrazia prima di avere un sostituto. Ogni tentativo di portare l’Europa sotto un unico governo conduce alla divisione. Guardi ai cattivi rapporti che si sono creati tra i paesi dell’Euro nel nord Europa e nell’area mediterranea. L’Europa da Hammerfest a Palermo sotto un unico governo sarebbe solo una tecnocrazia, sconnessa dagli immaginari dei suoi cittadini, governata da uomini che si sentono moralmente e intellettualmente superiori. Sarebbe una comunità politica senza un linguaggio comune, senza tradizioni comuni, senza una comune comprensione di problemi e soluzioni – un prodotto artificiale.

D: Lei come uomo di sinistra sostiene l’idea di Stato-nazione? Vuole tornare indietro al 19° secolo?

R: Ma che retorica! Lo Stato-nazione non è un passo indietro ma un passo in avanti. Il numero di stati nazionali è in costante crescita. Ce ne sono circa 200 oggi. Quando fu fondata l’ONU, dopo la seconda guerra mondiale, non erano più di 60. Lo Stato-nazione democratico sembra essere un modello di successo. È interessante notare che molti stati sono piccoli; la popolazione media è di 17 milioni. Sembra che ci sia una certa preferenza per l’omogeneità: di regola, più piccola è una società, più è omogenea. Lo Stato-nazione come organizzazione politica consente di rappresentare gli interessi regionali delle popolazioni locali nel mondo. Questo non va fatto con la violenza. Il mondo delle nazioni europee occidentali è pacificato da sette decenni.

D: Gli stati nazionali come possono difendere gli interessi della loro popolazione in un’economia globale?

R: Creandosi – attraverso una politica economica intelligente – uno spazio nel mercato globale, in modo che la propria popolazione possa vivere bene. Per farlo, non è necessario trasformarsi in un paradiso fiscale. Prenda un paese come la Danimarca, che ha trovato una sua nicchia grazie al Design, ai servizi di Consulenza, alla Logistica. I danesi hanno legato la loro moneta all’euro, ma, quando questo crea problemi, possono ancora svalutare la loro moneta. La sovranità nazionale, utilizzata in maniera saggia e temperata, può essere uno strumento utile nel mondo globalizzato.

D: Lei ha affermato che la dimensione “plebea” della democrazia – che altri chiamano populismo – ha prodotto effetti reali. Dove e come?

R: Anche uno come Macron, banchiere e tecnocrate, deve prendere atto del fatto che solo un paio di punti percentuali hanno impedito che il secondo turno delle elezioni presidenziali si tenesse tra i populisti Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon. Il fatto che lo stesso Macron si sia lamentato della mancanza di una dimensione sociale dell’UE potrebbe significare che certi segnali sono arrivati.

D: Quindi le democrazie nazionali possono cambiare l’Unione europea più di quanto si pensa?

R: La politica di apertura delle frontiere del governo Merkel – unilaterale e motivata da ragioni di politica interna – con i suoi effetti distruttivi per l’Unione europea, sarebbe potuta continuare a lungo se l’AfD (Alternative für Deutschland, partito di estrema destra xenofoba, ndr) non fosse cresciuta nei consensi alle elezioni regionali della primavera del 2016. Senza la politica immigratoria tedesca della seconda metà del 2015, probabilmente il voto sulla Brexit sarebbe andato diversamente; in fondo, la distanza tra le due fazioni era solo di alcuni punti percentuali.

D: Il concetto di nazione desta particolare sospetto in Germania. I tedeschi sognano più di altri una società senza frontiere?

R: Potrebbe essere così. Da nessuna altra parte come in Germania il desiderio di società senza frontiere sembra così diffuso, anche quando si tratta in realtà della società senza frontiere di tipo neoliberista. Questo è probabilmente dovuto al fatto che ci si vuole sbarazzare della storia nazionale. Si spera che in futuro il nazionalismo tedesco possa essere sostituito dal nazionalismo europeo.

D: Affinché l’Unione europea possa sopravvivere, deve diventare un’unione più stretta – o separarsi ulteriormente. Quale sarebbe l’opzione migliore?

 R: Abbiamo bisogno di meno Unione Europea. Posso immaginare che l’Unione europea in futuro serva come piattaforma per varie forme di cooperazione volontaria tra le nazioni europee. Soprattutto, una futura Unione europea non dovrebbe essere regolata come quella attuale; cosa che oggi la rende praticamente irriformabile. Attualmente, sono praticamente impossibili modifiche ai trattati o correzioni alla giurisprudenza della Corte di giustizia europea. Questo è uno dei più gravi deficit democratici dell’Unione europea.

D: Per quanto tempo ancora esisterà l’Unione?

 R: L’UE, fra vent’anni, non esisterà più nella sua forma attuale. Anche all’euro toccherà la stessa sorte. Ma questo non dovrebbe valere per la semplice cooperazione, il coordinamento volontario, il rispetto reciproco, e sperabilmente per altre cose. Ovviamente, in Europa continueremo a conservare scartamenti ferroviari standardizzati, e forse saremo in grado di chiamare a casa con il cellulare anche dalla Svizzera senza dover pagare una fortuna. Ma il governo europeo tecnocratico dall’alto ha da lungo tempo cessato di funzionare, come dimostra l’euro. Anche se i loro funzionari non vogliono ammetterlo.

D: Lei ha affermato una volta che il problema più grande dell’Unione europea è lo stato di religiosa devozione in cui la gente cade quando sente la parola Unione Europea.

R: Assolutamente. Credo che per molte persone della classe media l’Europa sia diventata oggetto di una religione civile. Quando osserviamo le immense difficoltà che il capitalismo moderno sta affrontando – super-indebitamento, crescente disuguaglianza, diminuzione della crescita, problemi ambientali – non possiamo far finta di credere che i problemi europei stiano nell’organizzazione nazionale della politica europea. Non pochi sembrano credere che grazie all’aiuto di un Superstato, che dovrebbe evidentemente cadere dal cielo, si possano eludere i problemi strutturali del capitalismo globale. Questo si avvicina molto a una credenza religiosa.

D: Le democrazie nazionali sono uno strumento contro il capitalismo? Per esempio, lo scienziato politico belga Chantal Mouffe ha detto una volta: “Il nemico principale del neoliberismo è la sovranità del popolo”.

 R: Sì, aveva ragione.

D: Ma questo non potrebbe essere sostenuto anche da Marine Le Pen?

R: Non posso proibirmi di sostenere ciò che ritengo essere corretto dopo una seria riflessione, solo perché lo sostiene qualcun altro che non sopporto. I politici sono persone che tirano fuori dall’humus di idee delle loro società ciò che più gli conviene. Il Fronte nazionale era anti-semita e neoliberista, ora non è più antisemita e difende lo stato sociale. Quindi dovrei smettere di aborrire il razzismo e di sostenere una politica egualitaria democratica? Il neoliberismo è l’attuale ideologia della politica globale americana. In rapporto al neoliberismo e al suo impeto espansionistico, la sovranità nazionale può essere uno strumento di difesa utile, che non si dovrebbe disprezzare.

Wolfgang Streeck (Lengerich, 1946) è stato dal 1995 al 2014 direttore del Max Planck Institute per la ricerca sociale di Colonia, oltre che membro del partito socialdemocratico tedesco (SPD) per molti anni. Tra i suoi lavori recenti, ricordiamo How will capitalism end? (Verso Book, 2016) e Tempo Guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (Feltrinelli, 2013).

 

Intervista di Thomas Isler per NZZamSonntag, 12/08/2017. Titolo originale:Wolfgang Streeck: «Die EU wird es in zwanzig Jahren so nicht mehr geben» – Traduzione di Federico Stoppa

 

Ines Massi – alfaprivativa.tumblr.com

Le multinazionali, i nostri pensieri scadenti, e la nostra vita commercializzata, l’illusione di partecipare, con un commento convinto intriso d’errori, l’inquinamento che incombe, come un simulacro, e gli iceberg, che scappano smilzi sciogliendosi per il troppo calore.

Il consumo, il consumo, e ancora il consumo, l’unica ragion d’essere, per nascondere lo stress, per placarlo, e stanarlo, e curarlo nei viaggi per farsi fighi, e le immagini afferenti, controproducenti, tante immagini come un rullo incantatore, ritoccate, photoshoppate, più vere del vero, che sostituiscono la realtà, un concentrato di iperreale che atrofizza il cervello, e lo placa, fra le troppe informazioni fasulle piene di pixel luminosi, e di contenuti privi di contenuto (le informazioni vere si attingono solo davanti alla macchinetta del caffè).

E la gavetta, l’esperienza tanto osannata, quella che serve solo per avere esperienza; il lavoro, il lavoro, e ancora il lavoro, che ha cambiato cifra, e che evapora dalle vecchie concezioni per diventare tabù, per essere lettera morta, per essere sfruttato da giganti senza volto che si impadroniscono di ogni cosa, e del sonno, l’ultima vera terra di conquista.

E i giovani, poveri questi giovani che se ne vanno, ma che vagabondi che sono questi giovani, e le loro famiglie abbandonate su se stesse, abituate ormai ad ascoltare le loro voci solo su WhatsApp.

E le giornate che diventano corte, e i troppi impegni che a volte non sai dove ti trovi, strade provinciali che diventano superstrade a quattro corsie, e le persone che contaminano mordono e fuggono, per sparpagliare in direzioni selvagge la concentrazione delle città.

Lo spazio è una questione relativa, il ricordo una ragione spaziale, e il tempo, beh, quello è solo una figura mentale: sono già due anni ormai che ho preso quel treno per andare al nord, quel nord dove mi attendeva un aereo per espatriare definitivamente, e vedevo mia mamma sul binario morto che mi salutava con gli occhi lucidi, dietro quel vetro che si animava per diventare mobile, pronto a risucchiare tutto ciò che avevo di più caro, ma quel preciso spazio sospeso, quella precisa immagine fissata nell’eternità del momento, mi ha restituito questo ricordo che ora è parte di me, che si destreggia in me come una pennellata mentale. E i ricordi sono cose vive, che si nutrono e danno nutrimento.

Cecia Bm – instagram.com

Per questo dovrei impegnarmi di più. Parlare di più la mia lingua, insegnarla, cercare d’infondere più passione che posso nel suo apprendimento. Far conoscere la mia cultura esaltando i miei limiti, farla trasudare, perché è troppo preziosa e quello che si fa per essa in patria è pari a zero.

Essere il più gentile possibile, andare oltre la diceria consunta che oggi le persone fanno tutte indiscriminatamente schifo. Non è vero: tutto dipende da quanto tu decida di non farti rispettare. Dovrei guidare di meno (anche se a volte è impossibile) e camminare di più; riprendere con disappunto tutti quelli che, parcheggiati, lasciano il motore acceso perché è più comodo e c’è l’aria condizionata: la terra è malata, e troppo poco spesso ci prendiamo cura di Lei.

Dovrei leggere di più, e ancora di più e di più ancora, perché non è mai abbastanza: i libri sono essenziali per la vita di tutti i giorni, e la storia che il tempo è poco e non ci si può dedicare è una cazzata infinita: prova a spegnere il cellulare e vedi come il tempo torna a dilatarsi (sono quelli che dicono di non avere tempo ad averne più di tutti).

Gli articoli veloci da spazzatura che si pescano su internet non servono a nulla, e anche se per caso ti lasciano qualcosa servono solo a farti dire “ma dove l’ho letto?”. La carta, invece, s’innamora tutte le volte della memoria, e viceversa.

Dovrei stare di più con la mia famiglia, impegnarmi di più per trovare un posto giusto che mi permetta di abbracciarla più spesso. Viaggiare di più e non mostrarlo, non deflorarlo, per nessuna appariscente ragione, perché è un’esperienza che è solo mia con chi condivido direttamente.

Dovrei cercare più proiezione che protezione. Lamentarmi di meno e muovermi di più, senza che il troppo movimento mi faccia dimenticare perché sto in movimento: il fermarsi non solo è necessario, ma mi consente di riappacificarmi con l’attesa.

Avere l’illusione positiva di pensarmi da qualche parte, di evadere per un momento con la mente in un altrove desiderato e magari sconosciuto, e far ingranare al meglio la giornata: intimi pensieri personali, piccoli desideri forieri di momentaneo sollievo.

Credere che ci sia un futuro, immaginarlo, farlo mio, pensare più spesso che ciò che chiamo “futuro” è quella cosa che sto calpestando in questo preciso momento. Perché è il non-essere ancora ma con una prospettiva, il futuro che ora non esiste ma che può essere immaginato, a renderci quello che siamo: esseri che, per darsi un senso nel flusso indistinto degli eventi, hanno bisogno di illusioni, di illusioni positive. E quando queste ci vengono estirpate da un presente acquitrinoso, un presente-limbo in cui noi stessi siamo gli attori che pensano di non poter più agire, allora non può esserci più immaginazione, e con essa nessun barlume di desiderio ormai reietto.

Poter credere allora in qualcosa che mi consenta di avere più occhi possibili su una stessa cosa, e rendermi così le strumentalizzate semplificazioni una scoperta continua, “perché è difficile notare quello che vedi tutti i giorni” (DFW).

Cercare di essere sempre corretto e di ammettere gli errori, perché l’errore è la cosa più bella che mi possa capitare. Dire meno “cosa”, e darle un nome. Arrabbiarmi di meno per tutte le ingiustizie del mondo, e cambiarle, perché si può, prima ancora che salga la furia cieca e paralizzante.

Scrivere di più, utilizzare più parole che posso, perché mi servono, perché ho bisogno di nominare ogni granello di sensazione che ho dentro, per liberarlo, e farlo respirare. E non è vero che servono più fatti che parole: spesso le parole vengono discriminate proprio per consentire ai fatti di essere più liberi nella loro brutalità: un’azione buona deriva da un pensiero sano, quindi da un vocabolario ricco e variegato.

E poi alla fine, senza fine, tenersi strette le persone che ami, averle al tuo fianco, mai oscurarle, perché sono loro in fondo che ti fanno sentire, realmente e immaginativamente, ogni gesto che sei.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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È negli anni Ottanta che si gettano le basi per la distruzione economica del nostro Paese. Tuttavia, quella che oggi viene descritta dai media mainstream come le causa di tale sfascio – l’esplosione del debito pubblico, frutto avvelenato della deriva clientelare dei partiti della Prima Repubblica – appare ad uno sguardo meno superficiale l’effetto di ben altre scelte politiche, che presero forma tra il 1979 e il 1981.

Nell’aprile 1979, malgrado l’opposizione del Partito Comunista (si rileggano gli interventi di Giorgio Napolitano e Luigi Spaventa), i dubbi di economisti keynesiani come Federico Caffè e le riserve della Banca d’Italia di Paolo Baffi, la maggioranza del parlamento italiano decise di votare a favore dell’ingresso dell’Italia nel sistema monetario europeo (SME), il primo sistema a cambi fissi tra le valute europee, antesignano dell’euro. Nello specifico, il cambio della lira poteva oscillare al di sopra o al di sotto del 6% rispetto a un parità prefissata con le altre valute europee (questa margine si assottiglierà fino al 2,5% dal 1990). Data la maggior inflazione registrata nel Paese rispetto ai maggiori concorrenti europei, la competitività dell’industria italiana si deteriorerà per tutto il decennio. Le esportazioni di merci non terranno il passo delle importazioni, e si accumulerà un deficit di parte corrente della bilancia dei pagamenti. Per mantenere in pareggio la bilancia dei pagamenti e difendere la parità del cambio, le autorità di politica monetaria dovettero attirare capitali esteri, utilizzando l’esca degli alti tassi d’interesse. Ciò espose il Paese alla crescita dell’indebitamento nei confronti dell’estero.

Nel febbraio 1981, una lettera del ministro del tesoro Nino Andreatta indirizzata all’allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, sanciva il “divorzio” tra politica monetaria e politica fiscale: la Banca d’Italia sarebbe stata esentata dall’acquistare, contro emissione di base monetaria, i titoli di debito pubblico non assorbiti dai privati nelle aste, di fatto rinunciando a calmierarne i tassi d’interesse. Da allora in avanti, lo Stato sarebbe stato costretto a finanziare il suo disavanzo sui mercati finanziari, alle condizioni (onerose) che imponevano questi ultimi.

Il combinato disposto di cambio forte e “divorzio” ebbe effetti positivi in termini finanziari – l’inflazione e il saldo primario tra entrate e uscite dello Stato migliorarono rapidamente – devastanti in termini reali e sulla distribuzione del reddito. La grande impresa iniziò una feroce ristrutturazione per ricostruire i profitti che il cambio forte e i maggiori costi interni non le permettevano più di ottenere. Il primo a farne le spese fu il sindacato, che subì un grande ridimensionamento di potere nelle fabbriche dopo la marcia dei quarantamila quadri FIAT di Mirafiori nell’ottobre del 1980 e il taglio della scala mobile nel 1984 (decreto di San Valentino del governo Craxi). A causa della debolezza del sindacato, la quota del reddito che andava al lavoro dipendente si restrinse a vantaggio dei profitti e delle rendite, che crescevano grazie ai tassi d’interessi reali positivi sui titoli di stato, mentre l’occupazione, specie nella grande impresa, crollava verticalmente. La crisi della grande impresa privata italiana si accentuò in quegli anni, condizionando negativamente il sentiero di sviluppo tecnologico e produttivo del Paese nei decenni successivi.

Un altro effetto perverso delle due scelte di politiche economica fu lo sviluppo incontrollato del debito pubblico. Alle origini della sua esplosione non ci fu, come afferma la vulgata dei media, una spesa pubblica primaria (specie di natura sociale) fuori controllo, che invece, nonostante il peso di sprechi e ruberie, si mantenne sempre al di sotto di Francia e Germania, né il difetto di entrate fiscali, che invece crebbero allo stesso tasso di crescita delle spese primarie; tanto che il saldo netto tra entrate e uscite migliorò rispetto agli anni Settanta. Ci fu invece la crescita, questa si inarrestabile, degli interessi passivi (dal 4,4% al 10,1% del prodotto nel decennio 1980 – 1990, circa il doppio di quanto registrato in Francia e Germania). Essa fu frutto dalla decisione della Banca d’Italia di Ciampi di tenere i tassi d’interesse a livelli abnormi, per due ragioni: vincolare il potere di spesa di una classe politica ritenuta inaffidabile e corrotta, e attirare i capitali esteri che consentivano di difendere il cambio forte della lira, in un contesto di perdita di competitività e di deindustrializzazione, risolvendo per questa via il conflitto distributivo a favore delle imprese.

A partire dagli anni Novanta si accentuerà, da parte dei principali organi di informazione italiani, una narrativa colpevolista, che attribuirà all’eccesso di spesa pubblica e di corruzione l’eccesso di debito pubblico degli anni Ottanta. Il tutto mettendo giovani contro vecchi, figli contro padri, sostituendo lo scontro generazionale alla vecchia contrapposizione tra capitale e lavoro. Tale narrativa, di matrice neoliberista, servì a far ingerire ai lavoratori italiani la pillola amara dell’austerità, che si concretizzerà sposando la costituzione materiale di Maastricht (1992). Da allora si ebbero drastici tagli di spesa previdenziale, privatizzazioni a prezzo di saldo delle industrie pubbliche, precarizzazione del lavoro, aumento della tassazione indiretta e sul lavoro , soppressione definitiva del meccanismo di tutela dei salari dall’inflazione, blocco del turnover nella pubblica amministrazione. Politiche che inflissero al Paese una stagnazione economica ventennale che culminerà, dal 2008, in una crisi economica più devastante, in termini di perdita di produzione e occupazione, di quella patita durante la depressione del 1929.

 

RIFERIMENTI

Sulla relazione tra cambio forte e crescita del debito pubblico in Italia negli anni dello SME si veda Augusto Graziani, I conti senza l’oste, Bollati Boringhieri, 1997 e Lo sviluppo dell’economia italiana, Bollati Boringhieri, 2000.

Per tutti i dati sulle principali grandezze macroeconomiche (PIL, tasso di inflazione e disoccupazione, etc) negli anni Ottanta si veda il contributo di Michele Salvati, Occasioni Mancate, Laterza, 2000.

Sulla dinamica della nostra finanza pubblica in una prospettiva storica si rimanda a Piero Giarda, Dinamica, struttura e governo della spesa pubblica: un rapporto preliminare, 2011 e al rapporto “Spesa dello stato dall’Unità d’Italia” a cura della Ragioneria dello Stato.

Sulle posizioni critiche di Federico Caffé sullo SME si rimanda al paper di Alberto Baffigi, L’economia del benessere alla sfida della tecnocrazia e del populismo: il pensiero democratico di Federico Caffé, 2016.

Sul “divorzio”tra Banca d’Italia e Tesoro si veda B. Andreatta, Il divorzio tra tesoro e bankitalia e la lite delle comari, Il Sole 24 ore, 26 Luglio 1991.

 

Federico Stoppa

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Arteaga, Coahuila, México

“- Perché sei andato via?

– Perché, tra le altre cose, il futuro dalle mie parti è sempre altrove, e credo proprio che questo luogo comune sia la semplificazione più complessa che io abbia mai dovuto vivere in tutta la mia vita…”

Ciao, mi chiamo Francesco, e se qualcuno mi dovesse fare la domanda di cui sopra risponderei esattamente allo stesso modo, perché è la stessa identica risposta che ho dato a me stesso tempo fa, e che continuo a darmi ancora adesso senza possibili variazioni.

Sono andato via quindi, e quel “via” si chiama Messico. La mia partenza è stata un mix di cose: raggiungere assolutamente una persona; frustrazione accumulata; disillusione reiterata; volontà di trovare un posto che mi facesse del bene; in una parola: cambiare vita. Ma sono partito senza pensarci troppo, perché o fai così o alla fine non parti più: era l’innocenza dell’atto che avevo bisogno di ripristinare dentro di me.

Quando vivevo in Italia, ero riuscito ad avere un incarico come ricercatore sociale (una cosa rarissima). Dopo tanto studio sudato, e svariate esperienze in giro per l’Europa e il mondo, finalmente ritornavo nella mia città più amata: Bologna. Mi avevano proposto un progetto di ricerca sociale che andava ad investigare le realtà degli asili nido presenti in un Comune limitrofe, per poi far emergere il tipo di qualità offerta dal Comune su quel tipo di servizi. Una cosa bellissima. Un’esperienza che non ha eguali nella mia lunga formazione. Dopo aver concluso i lavori infatti, mi diedero anche l’opportunità di curare una pubblicazione sulla ricerca stessa, in pratica: un libro di ricerca sociologica con sopra scritto il mio nome. Un sogno che si realizzava.

Purtroppo però viviamo in un mondo in cui il settore pubblico viene visto come il nemico numero uno da combattere (“perché è lento, perché spreca risorse, perché non è flessibile, perché in pratica non se ne può più”), e per questo motivo deve essere smantellato ad ogni costo, senza se e senza ma, a favore delle privatizzazioni selvagge senza quartiere; a favore di quel settore di mercato tanto decantato quanto tenuto a briglie sciolte perché è l’unico – dicono – in grado di fornire il servizio migliore in assoluto: perché è la sua indiscussa “mano invisibile” che poi sistemerà tutto quanto. Ma se questo settore non viene regolamentato a dovere, non potrà mai garantire l’uguaglianza delle opportunità: non potrà mai garantire l’uguaglianza dei diritti. Senza un settore pubblico forte, un Paese che si definisce tale può ritenersi solo allo sbando: non guarderà più tutti i suoi cittadini (o quello che ne resta) allo stesso modo, e solo chi potrà permetterselo potrà avrà accesso a certi servizi primari. In pratica, i diritti di tutti, e le garanzie universali, vengono soppiantati.

Così, visto il deserto di possibilità che si stagliava subito dopo quella mia esperienza – dove si cercava di salvare gli ultimi brandelli/rimasugli di un servizio pubblico ancora funzionante, (e parliamo della zona di Bologna, che qualche decennio fa era il fiore all’occhiello dell’Europa intera e punto di riferimento per quanto riguarda il comparto sociale) – mi sono ritrovato a mandare di nuovo curriculum per ogni dove, senza ovviamente ricevere risposta alcuna: un silenzio siderale, per vie telematiche e non.

Per sfogare dunque tutta la mia rabbia, e tramutarla in qualcosa di positivo, ho cominciato a scrivere e a buttare giù tutta la mia competente frustrazione, e con alcuni amici abbiamo aperto un blog parecchio impegnato (e piuttosto interessante) che di nome fa “Il Conformista”: un progetto interdisciplinare che osserva la complessità della realtà valorizzando le differenze, per poi metterle a sistema – fateci un giro se vi capita: contiene articoli che rimangono in testa. E per l’appunto quegli articoli, le letture appassionate e la continua ricerca innata, oltre a salvarmi la vita in un periodo di “pausa forzata”, hanno fatto da sfondo e da accompagnamento al mio passaggio oltre oceano.

Il cambiamento, ovviamente, non avviene mai d’incanto subito dopo che metti piede nell’altro paese (“la cosa più difficile è fare il primo passo”, dicono). Il cambiamento, al contrario, è un continuo costruirsi: è un continuo dialogo con se stessi. E quel primo passo esiste, certo, ma non è l’unico prima di una discesa libera; ce ne sono tanti altri dopo che te la fanno prendere bene o te la fanno prendere male, e il tutto dipende da quell’equilibrio sofisticato, da quel gioco infinito che si costruisce tra un prima e un dopo, tra quello che senti di essere e di portare dentro e quello che, pian piano e senza accorgertene, ti sta impercettibilmente trasformando.

Thomas Cristofoletti

Arrivato in terra straniera mi sono azzerato, mi sono “raschiato con un raschietto”: ho dovuto rifare tutto il percorso partendo dall’inizio. E così ho incominciato a lavorare in un pseudo-ristorante italiano come aiuto cuoco e lavapiatti (più come lavapiatti però). Le giornate passavano faticose, e l’adattamento alla nuova vita si scontrava con i dubbi, le perplessità, l’abbandono prematuro da parte del mio Paese, che ha speso così tanti soldi per formarmi da decidere poi di regalarmi senza rimpianti ad un altro paese, come se nulla fosse, come una risorsa già bella e pronta per l’utilizzo.

E di fatti, non è mancata occasione per farmi notare, e dopo alcuni mesi ecco il mio primo incarico come professore universitario d’italiano. Bastava una buona esperienza alle spalle (lauree, master e caterve di cose) e il fatto di essere madrelingua (cosa che qui, nell’insegnamento della lingua, scarseggia parecchio). Il resto, poi, è venuto da sé.

Dopo sei mesi di insegnamento, il direttore del centro di lingue – visti i risultati e i miglioramenti apportati ai corsi, e visto anche l’interesse suscitato negli studenti che ha incrementato di molto il numero d’iscrizioni – mi ha assegnato piena titolarità dell’insegnamento: ciò significava adottare un libro d’italiano per il centro di lingue, organizzare e pianificare tutti i livelli in cui si sviluppano i corsi, ed essere il responsabile che decide a che livello di conoscenza sei con la nostra amata lingua, per poi eventualmente firmarti una certificazione ufficiale dell’università.

(Ah, per inciso: insegnare la propria lingua è una delle cose più difficili che mi è capitato di fare nella vita: devi conoscere perfettamente te stesso, studiare come uno straniero la tua lingua perché certe cose “si dicono così e basta”, e riuscire a spiegarti nel modo più semplice che puoi: chi conosce veramente se stesso? perché “diciamo così”? come si fa a rendere la complessità di una lingua (e di un’intera cultura) intellegibile e interessante? Bisogna diventare degli attori: un insegnante di lingue è prima di tutto un attore, ed io, in questo ruolo, non mi ero mai cimentato).

Ovviamente non è stato tutto così semplice, e tuttora ancora non lo è. Non sono assolutamente un professore “a tempo pieno” assunto dall’università. Sono semplicemente “un libero professionista” che “offre servizi”. E per ritornare al nostro caro discorso sul settore di mercato, se non c’è domanda da parte di alcuni studenti curiosi io non posso avere delle classi mie; quindi, non posso avere il caro e tanto atteso stipendio alla fine del mese. Ecco perché ho dovuto, per necessità di sorta, guardarmi ancora una volta attorno, e cercare altro “di fisso” che mi aiutasse a pagare la sopravvivenza basilare.

Ora lavoro a tempo pieno in un’impresa metalmeccanica nel settore risorse umane, e sono professore all’università quando ci sono studenti con gli occhi grandi così per la curiosità. Lavoro tante ore al giorno (esco tutti i giorni di casa alle 7:30 di mattina, e ritorno verso le 9:30 di sera), e questa cosa non è buona (come in tanti dicono che sia). Quando ho qualche buco libero (raramente), vengo ricercato come risorsa scarsa da chi vuole viaggiare in Italia, e si crea quindi l’esigenza ad hoc di voler conoscere qualche espressione pratica da poter poi utilizzare come turista (in pratica, do anche lezioni particolari e su misura).

Se continuo così, tra un anno esatto, lo Stato messicano mi dà la residenza permanente… E anche a ragione, direi… Come già detto, ho due lavori: uno a tempo pieno e l’altro praticamente uguale (ricordiamolo ancora una volta: la lingua italiana è tra le più studiate al mondo). Pago regolarmente le tasse per ogni cosa che faccio, contribuendo al benessere di una collettività di soli privilegiati (perché lo sappiamo benissimo: quello che paghiamo a quell’entità che dovrebbe essere e rappresentare tutti, poche volte viene distribuito equamente). In più – cosa che spesso si dimentica – come ogni persona, sono un vero e proprio generatore di conoscenze: facendo quello che faccio, non sono solamente un numero per le statistiche, ma arricchisco continuamente il Paese in cui agisco con tutto il bagaglio che mi porto dietro. Allo stesso tempo, cresco e mi arricchisco a mia volta di rimando. Quindi, per così dire, sono (una risorsa e) un immigrato modello: una persona a posto e con le carte in regola.

Ecco, sarebbe bello se un giorno anche il mio Paese si degnasse anche lui di darmi la residenza permanente che mi spetta, ma non quella del passaporto (il passaporto è solo una carta ignorante che costruisce muri e denigra le complessità); sto parlando di quella che mi dovrebbe appartenere come persona, per quello che sono e voglio essere come italiano nel mondo. E non si tratta di un lamento. Se mi stessi lamentando, ora starei a casa in riva al mare a non fare nulla, a fare “la lotta armata al bar” tra una birra e l’altra. Più che altro, si tratta di parole concesse al vento, parole pregne di pensieri e osservazioni soggettivamente vissuti. Tutto qui. (L’obbiettività, se esistesse davvero, avrebbe già dato a molti – e non solo a me – quello che ci spetta da tempo: un minimo di riconoscenza).

Per questo penso sempre al mio Paese, e ad un mio probabile – e sempre più lontano – ritorno. Quando mio padre incontra qualcuno per strada che gli chiede di me, risponde con convinzione che “sì, sta lì, ma il suo posto dovrebbe essere qui” …

Ho rinunciato a tante cose per vedere questo cielo dalle “famose nuvole”: il sorriso inconfondibile di mamma, l’eterno abbraccio di papà, la birra l’estate con i miei insostituibili fratelli, il matrimonio siciliano di un altro fratello acquisito, le chiacchiere metafisiche alle due di notte sulle panchine di mare con gli amici di sempre, tanti incontri di altri amici sparsi per ogni dove, etc etc etc.

Ma qui al mio fianco ho la persona più preziosa e straordinaria che possa esistere, una persona che non ti toglie l’anima, ma te l’arricchisce con disinvoltura con le tante sfaccettature che più desideri per te, e ho anche i miei pittoreschi “alumnos”, che vedono in me un punto di riferimento che cerca di aprire le finestre giuste su un’altra cultura: la nostra.

Non si può avere tutto dalla vita, e chi lo vuole è solo un vile. Bisogna imparare ad essere il lavapiatti di se stessi, e quindi fare ordine, strofinare le cose che si hanno dentro, pazientare, fare pulizia distratta ma minuziosa, lavorare sulla temperatura dell’acqua, essere umili, farsi scorrere quell’acqua addosso, e chissà se un giorno quel mio stesso “essere in movimento” possa essere impercettibilmente paragonato alla qualità inconfondibile che hanno quelle nuvole: la radicale libertà di poter assumere tutte le forme che vogliono.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Questa storia è stata pubblicata anche su #ilnostroposto

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Suggestioni sul desiderio tra Fenomenologia e Psicoanalisi

Pubblicato: giugno 29, 2017 da Filippo Gibiino in Cultura

 

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Sempre più di frequente, nel mondo contemporaneo, si sente nominare impunemente la parola desiderio; tema sfuggente che assume forme ambigue e trasverse, tematica che ha coinvolto l’uomo fin dai più remoti e sperduti angoli della terra, in ogni epoca e cultura, capace di creare visioni del mondo diversificate e caleidoscopiche. Il desiderio è fonte di fraintendimenti e speculazioni che, attraverso queste poche righe, proveremo a conoscere e superare.

Partendo da alcune suggestioni suscitate da Antonello Correale, maestro di psicoanalisi e psicopatologia durante un seminario recentemente tenuto all’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti, tenteremo di tracciare vari percorsi che sono propri del desiderio; sentieri che accompagnano ogni uomo verso un destino comune che è stato magistralmente messo in luce da Freud, uno degli autori del Novecento più studiati e fraintesi dall’immaginario collettivo. Secondo Freud l’essere umano è un essere erotico, un soggetto che ricerca violentemente e disperatamente qualcosa e la stessa sessualità, letta con questa intonazione, non è un discorso superficiale e meramente legato al bisogno, ma è definisce un campo di azione altro: la sessualità è legata ad un qualcosa che è da essere ma anche da avere, un qualcosa che si tocca e si fa toccare, che manca e fa sentire mancanti, che genera meraviglia e tormento. La sessualità non è solo negli organi genitali e quindi strumento a servizio della specie.

Come si può leggere tra le righe, la tematica non si inscrive nella sola posizione del bisogno e infatti avere dei bisogno e desiderare non sono la stessa cosa, non sono dei sinonimi. Mentre il bisogno è alla base della vita psichica e fisica, in altri termini si potrebbe azzardare l’idea di descriverlo come un dispositivo che permette la sopravvivenza; il desiderio, dal canto suo, è qualcosa che non si raggiunge mai pienamente, nasce e si struttura con un termine e questo limite è legato al fatto che un soggetto non può mai fondersi totalmente con un altro soggetto/oggetto creando l’unità. Io e Tu sono separati e se questo può sembrare ovvio ad una prima analisi, forse rappresenta il tema di tutta una vita per molti di noi.

Possiamo dire, quindi, che la condizione di possibilità del desiderare è sentirsi continuamente mancanti e questa mancanza è ciò che si struttura come un presupposto fondamentale per essere desideranti. Il desiderio richiede un’apertura che affonda le sue radici nella modestia e nella capacità di porsi in reale ascolto dell’altro, delle altrui mancanze e di quelle proprie.

La fenomenologia, prendendo spunto dal suo fondatore Edmund Husserl, riferirebbe del desiderio in seno all’idea dell’intenzionalità: cioè che la nostra coscienza, o se si preferisce il nostro pensiero, è sempre su un oggetto, si potrebbe dire che la coscienza trabocca di oggetti e non può stare senza (per specificare bene il concetto, anche l’eremita sperduto tra le montagne è pieno di oggetti a cui è teso: Dio è un oggetto per la sua coscienza, i rumori della natura che lo circonda sono oggetti, la sua fame o sete sono oggetti).

Come si sposano l’intenzionalità fenomenologica ed il desiderio nell’accezione psicoanalitica? Se l’intenzionalità è l’essere sempre intonato a qualcosa –  aspirare a qualcosa seguendo l’immaginaria traiettoria di un dardo scagliato da un punto che ne raggiunge un altro a fine corsa –, il desiderio lo si può leggere come un andare verso qualcosa. Per questo, ricordando Freud, la sessualità non è solo riproduzione, ma è soprattutto corpo. Qui corpo non va letto nella sua derivazione meccanicistica, piuttosto vissuta. Il corpo per la psicoanalisi è patico ed erotizzato in tutte le sue parti (pelle, voce, occhi, mani, ecc…) e questa sfera erotica è precedente al linguaggio compreso intellettivamente, significa che ogni essere umano organizza la sua esperienza del mondo e degli altri a partire da queste coordinate calde e viscerali in cui io desidero l’altro che è innanzitutto corpo. Ma spieghiamo questo con un esempio: quando si ha fame non basta pensare al cibo e saziarsi, occorre sentire il cibo in bocca, masticarlo, sentirne la consistenza ed il sapore, ingoiarlo; quando ho il desiderio di condividere un tramonto con la persona che amo, non basta che me la immagini vicino, ho desiderio che lei si lì, con la sua carne, che si faccia sfiorare, abbracciare guardare nella sua umana presenza (presenza corporea e trascendentale).

Come ci suggerisce meravigliosamente Correale, il desiderio è però il punto di arrivo, perché spesso il desiderio resta bisogno. Un esempio ci aiuterà a comprendere questo percorso: un conto è assaporare un bicchiere di vino dentro il quale si sente il lavorio della pianta che ha estratto dal terreno il suo nutrimento, il paesaggio in cui erano immersi la vite e gli uomini che l’hanno lavorata, la storia di quel vitigno ed i suoi aromi armonici e melodiosi; un conto è riempirsi di vino fino allo stordimento per il bisogno di sentirsi riempiti, saltando ogni altra esperienza desiderante e immaginaria.

Perché può accadere che ci si fermi al bisogno? Il desiderio è presenza ed assenza dell’altro, domanda ed attesa della risposta, cesura che rivela una mancanza che anima una ricerca che nasce dalla consapevolezza che l’altro sfugge sempre, non è a portata di mano, non è lì per i miei bisogni. Se nella storia di vita una persona ha percepito le figuri di riferimento come troppo assenti, ragionevolmente potrà usare l’altro (oggetti e soggetti se si vuol fare questa distinzione seppur parzialmente errata perché anche il soggetto è considerabile benevolmente oggetto) per tappare quella cesura che è fonte di angoscia. Viceversa anche un’eccessiva ricerca di indipendenza dall’altro ha dei caratteri di scivolosità e pericolosità da evidenziare.

Correale ci lascia questa immagine: “il desiderio è un lutto – mancanza – tollerabile legata al fatto che l’altro non sarà mai totalmente a nostra disposizione”, distanza produttiva e produttrice di movimenti e tensioni che non si colmano mai. Non a caso Lacan afferma che l’uomo non può stare senza il piacere del ricercare qualcosa e, una volta trovato, fa esperienza che tale oggetto non lo saturerà mai del tutto generando una piacevole inquietudine che animerà una nuova ricerca.

Ora entriamo nel cuore dell’ambiguità della tematica, incontrando i due nemici che si fronteggiano al desiderare: da una parte la possessività e dall’altra il narcisismo. Il primo, il possesso, non permette accesso al desiderio perché è incarnata dalla frase “io ho bisogno di te”, che è diversa dal dire “io ti desidero”. Martin Buber ci ricorda che l’altro è sempre un rischio più o meno calcolabile, rischio di perdere qualcosa e prendere qualcosa dal Tu, ma il possesso vuole eludere questo rischio e tende ad usare l’altro come un oggetto capace di tappare le proprie mancanze. Il secondo, il narcisismo, è quando il soggetto si è messo dentro ad una grande bolla di sapone ed è tutto tranne che desiderante perché è tutto rivolto su se stesso. Possiamo dire che il narcisismo permette di completare la propria mancanza con un autocompletamento frutto della propria idealizzazione.

Ci lasciamo con un immagine del desiderio che è probabilmente quella che più lo afferra nel suo nucleo incandescente: la suggestione è quella di una continua attesa domandante e speranzosa, ricerca vertiginosa che non trova una vera quiete. Ma attesa e ricerca di cosa? Attesa della persona amata, ricerca di un continuo superamento che è l’anima del “so di non sapere” socratico, tensione verso la trascendenza consapevoli del fatto che l’estasi mistica è solo un qualcosa di momentaneo e passeggero: tutto immaginandoci come delle frecce scagliate da un arco che ci permette di percorrere infinite traiettorie, sospinti indefinitamente verso il non ancora noto.

Stefano Marini

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Riferimenti

Freud S.: Al di là del principio di piacere. 1920

Husserl E.: Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica. 1928

Recalcati M.: Ritratti del desiderio. 2012