Maurizio Cattelan - Bidibidobidiboo, 1996

Maurizio Cattelan – Bidibidobidiboo, 1996

Viviamo un mondo complesso. Le società implodono. Ogni settore collassa su se stesso sfumandosi in quello accanto, ripiegandosi l’uno nell’altro. La differenziazione dei settori – che ha permesso l’emancipazione del soggetto dalla tradizione – si è convertita in una sorta di iper-differenziazione globale, che, per necessità strutturali, ha dovuto in seguito configurarsi in una de-differenziazione locale.

Imperversa quindi l’internazionalizzazione dell’economia, e della cultura. Quest’ultima non è più una semplice “estrusione” della società, ma diviene parte fondante e imprescindibile della “società del sapere”. Si indebolisce lo stato-nazione, e tutto ciò che gli pertiene. Emergono le culture di minoranza, la politica della differenza. L’identità si fa plurale, proteiforme, alimentata da fonti inesauribili e sterminate. La “coscienza collettiva” della classe, e delle esperienze di lavoro condivise, viene prosciugata dal sistematico ritiro nel privato, da una pletora d’identità insorgenti. L’entusiasmo per la società “super-industriale” viene immediatamente messo a tacere dal sentire ecologico, dalla consapevolezza di un’autodistruzione annunciata. Le trasformazioni dell’organizzazione del lavoro e della tecnologia inaugurano così l’era del post-fordismo: incertezza, precarietà, sviluppo smisurato dell’economia terziaria di basso livello sono le sue variabili più qualificanti.

Ogni mossa culturale, economica e politica viene influenzata globalmente, avendo come effetto paradossale la rinascita – o la riscoperta – dei localismi, di “nazionalismi periferici” che sgomitano tra di loro: localismi effervescenti che nascono muoiono e si rimescolano, e possono consistere anche di sola e pura invenzione (chiunque può reinventare le proprie origini, i propri antenati – ogni “gioco linguistico” è legittimo). Globale e locale, quindi, dialogano costantemente, e, nonostante categorici tentativi, non si riesce mai a distinguere dove termina l’uno e inizia l’altro. Sono solo comode categorizzazioni per libri accademici votati al diverbio: nella “realtà”, invece, tutto sfuma nell’indistinto, tutto si mescola.

Ma qual è la realtà? È rimasto qualcosa di reale in mezzo a tutto questo miasma di immagini e simboli? Dove sono i referenti? Che fine hanno fatti gli originali?

Per Jean Baudrillard di reale non è rimasto più nulla. Viviamo “l’estasi della comunicazione”, dove i mezzi di comunicazione più che comunicare costruiscono, edificando per noi un nuovo ambiente, una “realtà elettronica” di pura simulazione. Le immagini, quindi, vengono riprodotte da altre immagini e altre ancora, in “un reale senza origine o realtà: un iperreale”. Così facendo, vanno a sostituire la realtà: “le immagini sono assassine del reale”. Tutti i significanti sono copie di altre copie che, nella loro incessante riproduzione, hanno finito per smarrire gli originali. Ed ecco che le immagini senza i propri referenti, i simboli senza i propri modelli di riferimento, non possono diventare altro che simulacri. In tale condizione, non esiste più l’eventualità che i segni o le immagini “tradiscano la realtà”. Non può esistere più alcun concetto di ideologia. “La storia ha cessato di significare, di riferirsi a qualcosa – lo si chiami sociale o reale. Siamo approdati a un genere di iperreale in cui le cose sono riprodotte all’infinito.” Viviamo, dunque, in un mondo immaginario più reale della realtà stessa. Le immagini di cui ci cibiamo quotidianamente “hanno cancellato dalle nostri menti l’idea che al di là di tali immagini e simboli esista un mondo oggettivo.”

Ma l’iperrealtà non significa solo dissoluzione della realtà oggettiva. Avrebbe a che fare anche con la dissoluzione del soggetto umano, di quell’io individuale a cui veniva attribuita, nella modernità, la capacità di agire e pensare nel mondo in maniera autonoma. “Tutto si dissolve totalmente in informazione e comunicazione, compreso l’individuo.” Non avendo più una realtà di riferimento, il soggetto non può più essere legato al proprio ambiente da una relazione oggettiva: tutte le rappresentazioni decadono, ogni distinzione e distanza tra il sé e l’ambiente viene annullata. La dialettica soggetto/oggetto, pubblico/privato perde di ogni significato. “L’individuo non è più un attore o drammaturgo, ma il terminale di reti molteplici.”

Tutto ciò – sempre secondo Baudrillard – potrebbe condurre il soggetto ad una nuova forma di schizofrenia, dove vi è una prossimità eccessiva di ogni cosa, una trasparenza priva di necessarie interiorità nascoste, un’”immonda promiscuità” dove tutto lo investe e penetra senza incontrare alcuna resistenza; neanche il corpo funge più da protezione personale:

Ciò che lo definisce non è tanto la perdita del reale, gli anni luce di estraniazione dal mondo, il pathos della distanza e della separazione radicale, come abitualmente si dice, ma se mai il contrario, l’assoluta prossimità, la totale istantaneità delle cose, la sensazione di non avere alcuna difesa, alcun rifugio. È la fine dell’interiorità e dell’intimità, la sovraesposizione e trasparenza al mondo che lo attraversa senza incontrare ostacoli. Egli non può più esibire i limiti del suo essere, non può più rappresentare o inscenare se stesso, non può più mostrarsi come in uno specchio. Egli è ora unicamente puro schermo, un centro di smistamento di tutte le reti di influenza.” (Baudrillard, 1983).

AnotherSaru - Limited mode - Complexities

AnotherSaru – Limited mode – Complexities

Dunque, l’individuo vive un presente di assoluta prossimità, promiscuo, ma “privo di profondità”. Il passato è essenzialmente privo di senso. E se non c’è un passato di riferimento a cui contrapporre l’urgenza del nuovo, se non c’è un passato sufficientemente forte per agire da contrasto, allora “la tradizione del nuovo” non può che spegnersi su se stessa, assieme alla sua conseguente ed “eccitata” immaginazione, non alimentando così nessun senso del futuro. “Ciò che resta, la sola cosa che ci rimanga da contemplare, è un presente senza tempo.”

Tutta questa complessità di un’epoca dalle infinite nomenclature; tutta questo tramestio di concetti, teorie, rischiose e audaci definizioni di un’era in cui è impossibile ora attribuire una qualche coerenza alla storia – dove è impensabile individuare il posto che noi vi occupiamo; tutto ciò, potrebbe farci adottare un atteggiamento “comodo”, una visione semplicistica delle cose, dove l’aspetto complicato degli avvenimenti non viene contemplato affatto, perché in fondo c’è troppa complessità là fuori per introiettarla anche dentro di noi.

Ed è ciò che vorrebbe farci credere quell’onnipotente visione del neoliberismo, l’unica grande ideologia del nostro tempo, “il cui capolavoro è stato quello di non farsi credere tale, ma presentarsi quasi come una legge di natura, una condizione ineluttabile.” E così, grazie alla sua immensa opera di distruzione/creazione, il nostro mondo si è tramutato in un grande magazzino, dove noi diventiamo le sue stesse merci, sebbene tra i suoi dogmi ufficiali vi è quell’esaltazione incondizionata dell’individuo proprietario e consumatore, padrone delle sue libertà – libertà, però, che si riducono tutte, irrimediabilmente, al solo potere d’acquisto che viene operato nel mercato dei consumi.

Questa malsana ideologia che ci vorrebbe tutti isolati, “perfettamente consapevoli” delle nostre scelte utilitaristico-razionali, sradica con indifferenza i nostri vincoli storici, culturali, territoriali, catapultandoci in un mondo globalizzato in cui le relazioni sociali non contano più nulla.

Dovremmo andare contro questa “facile” e individualistica visione della vita sociale. Dovremmo combatterla radicalmente, con tutte le nostre forze. E allora bisogna adottare la complessità che ci vive attorno, comprenderla, e farla nostra. Bisogna riappropriarsi dei propri spazi, ri-nobilitarli, e sfidare così quel “presente senza tempo” che annienta alla radice l’immaginazione, l’unica che, davvero, potrebbe prendersi in carico la costruzione di un futuro possibile. Abbiamo quindi bisogno di relazioni sociali, non di sterili transazioni (commerciali), ma di comunità, dei sui rituali e delle sue cerimonie, e della loro attesa, perché è lì che nasce la sua infinita ricchezza semantica.

E allora sarà proprio quella complessità che diventerà la nostra migliore amica, e che un bel giorno, a furia di praticarla, si tramuterà in un altro tipo di semplicità, quella che sorridendo leggera si farà beffa della densità, della frammentarietà ingestibile, della velocità senza pause, perché sarà la sua attesa, la sua illusione, la sua praticità a condurla in un mondo dove la complessità è perfettamente leggibile, e dove le vere emozioni non saranno più sepolte sotto lastricati di semplicità senza sforzo; non saranno più bandite sotto sterminati pacchetti di semplicità pronti al consumo. Ma ripopoleranno i soggetti delle proprie complessità, del proprio intimo sentire, che poi è lo stesso che di riflesso dovrebbero vivere là fuori, in quella realtà dissolta dalle semplici interferenze, ma che per alcuni però risulta più remunerativo se non è vissuto affatto.

E poi magari, alla fine, il soggetto potrà nuovamente emanciparsi nonostante quelle infinite “reti di influenza”; nonostante quella assoluta prossimità e istantaneità delle cose che lo rende a suo modo “schizofrenico”; nonostante l’annunciata perdita della sua intimità, affinché le complessità che affollano la propria interiorità lo riportino in auge sulle scene delle proprie rappresentazioni, e sulle scene, poi, di una sfera pubblica e sociale rinnovata, in cui quelle sue stesse rappresentazioni saranno perfettamente congeniali e coscienti per affrontare tutta la complessità e frammentarietà di questa nostra epoca.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Riferimenti

Krishan Kumar, Le nuove teorie del mondo contemporaneo. Dalla società post-industriale alla società post-moderna, Einaudi, 2000.

Laura Zulian - Ostuni

Laura Zulian – Ostuni

L’Associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno (Svimez) combatte da anni una generosa e solitaria battaglia sul Sud Italia, picconando, uno dopo l’altro, i luoghi comuni che si sono sedimentati negli anni circa la sua dinamica economica. Il più duro a morire – e che condiziona ancora oggi il discorso sulle strategie di sviluppo del Sud – è quello sugli effetti perversi dell’intervento pubblico straordinario nel Meridione che caratterizzò il ventennio 1957-75, di cui si occupa un volume di recente pubblicazione (Svimez, 2016).

I sostenitori della tesi degli effetti perversi delle politiche di intervento straordinario (Trigilia, 1994; Barca 1999) ricorrono spesso, per suffragarla, all’immagine delle “cattedrali nel deserto”: grandi impianti ad alta intensità di capitale (siderurgici, energetici, petrolchimici) trapiantati nei territori meridionali da incentivi a fondo perduto dello Stato o da investimenti diretti delle Partecipazioni Statali, che non creano indotto né occupazione significativa e in definitiva alimentano solo clientelismo, sprechi e inefficienze. Da cui la proposta di sostituire l’intervento pubblico straordinario con un contesto di norme e incentivi (istituzioni) che avrebbe “liberato” il capitale sociale necessario per innescare uno sviluppo endogeno dell’economia meridionale, sull’esempio dei distretti industriali centro-settentrionali.

Il paradigma dello sviluppo endogeno diventa egemone negli anni Novanta, con la crisi politico-istituzionale che coinvolge il nostro Paese e il consolidamento dell’unione economica e monetaria europea (Calafati, 2016). Nel 1992 viene liquidato definitivamente l’intervento straordinario, e nel 1998 nasce la Nuova Programmazione Economica per il Mezzogiorno, che prevede che siano le Regioni ( e non più lo Stato) a prendersi in carico le politiche di sviluppo del Meridione, attraverso i fondi strutturali messi a disposizione dall’Unione Europea (mentre le risorse ordinarie diminuiscono). Si arriva quindi alla riforma del titolo V della Costituzione del 2001, in cui cade qualsiasi riferimento alla questione meridionale, e alle discussioni sulle virtù salvifiche del federalismo fiscale, nuova cura per un Sud malato e improduttivo che non farebbe altro che drenare risorse da un Nord laborioso e competitivo.

Daniele Gargano - Strisce

Daniele Gargano – Strisce

Ora, i dati riportati dalla Svimez raccontano un’altra storia. Le politiche attive dello Stato ridussero effettivamente il gap di PIL pro capite tra Centro-Nord e Sud di oltre 10 punti, tra il 1957 e il 1974. La convergenza economica fu favorita dell’introduzione del progresso tecnico in agricoltura, dalle infrastrutture finanziate dalla Cassa del Mezzogiorno e soprattutto dalle tanto biasimate “cattedrali nel deserto” pubbliche, che ebbero la funzione, essenziale, di fornitrici di input e beni intermedi a basso costo per le aziende tessili e meccaniche del Nord. Inoltre, nel periodo 1969-73 proliferarono, a seguito degli investimenti in capitale fisso delle multinazionali – anch’essi stimolati da contributi pubblici – piccole e medie aziende nei comparti meccanico, elettronico, aeronautico, dei mezzi di trasporto, con rilevanti ricadute occupazionali. Nel complesso, il saldo finale delle politiche attive al 1973 è in attivo per oltre 200mila addetti.

Per contro, Il Sud inizia il suo declino economico proprio negli anni dell’auspicato sviluppo endogeno, quando alla politica industriale e al sostegno agli investimenti si sostituisce il puntello ai consumi tramite sussidi pubblici ai redditi delle famiglie e delle imprese. Scelte di cui beneficiano soprattutto le imprese del Nord (che si trovano a disposizione, senza concorrenti, un mercato di 20 milioni di abitanti), senza effetti occupazionali né incrementi di produttività sul territorio. Negli anni Novanta la crisi del Meridione diventa patologica, ma il tentativo di curarla con i fondi europei assegnati alle Regioni si rivela un clamoroso abbaglioI criteri di assegnazione di queste risorse sono del tutto arbitrari, beneficiando in gran parte Paesi che praticano sistematiche politiche di dumping fiscale e salariale (Irlanda, Paesi dell’Est) oltre che – è il caso di molti paesi dell’ex Unione Sovietica non soggette alla moneta unica – svalutazioni del cambio per recuperare competitività. Per il Mezzogiorno, inoltre, le risorse europee non si aggiungono né compensano quelle ordinarie, che diminuiscono, e vengono sovente sprecate dalle classi politiche locali in progetti a bassissima redditività economica e sociale.

Negli anni Duemila si fa strada l’idea del federalismo fiscale, costruita sul teorema del Sud parassitario che vive sulle spalle del Nord produttivo. Ma i dati mostrano che proprio in quegli anni i trasferimenti di denaro dal Nord al Sud si riducono costantemente; ciò nonostante, la manifattura centro-settentrionale – privata dell’ossigeno delle svalutazioni competitive – segna il passo. Il Sud rende semmai meno drammatica questa situazione, nella misura in cui esprime una domanda di merci che è soddisfatta quasi interamente dal Centro Nord (il peso percentuale di importazioni nette sulle risorse disponibili è elevato nel Meridione). Quando, dopo l’ultima crisi, il mercato interno meridionale crollerà (-14% dal 2007), le imprese del Centro Nord subiranno perdite rilevanti, non compensate dalla tenuta dell’export nei mercati esteri.

Da quanto detto finora, si capisce come non abbia alcun senso leggere la questione meridionale con ottica micro, localistica, come è stato fatto negli ultimi trent’anni. Bisogna avere il coraggio di rimetterla al centro del dibattito pubblico come questione nazionale, occasione di sviluppo dell’intero Paese. La strategia di politica industriale per il Sud (e quindi per l’Italia) proposta dalla Svimez prevede la messa a valore del patrimonio naturale e culturale, la rigenerazione delle aree interne, lo sviluppo di filiere produttive incentrate sulle energie rinnovabili, la rinnovata operatività dei grandi porti come Gioia Tauro e Taranto, che possono (e devono) sfruttare la loro posizione privilegiata sul Mediterraneo, intercettando il grande flusso di merci che arriva da Cina e India, passa il Canale di Suez e infine raggiunge il Nord Europa. Il compito dello Stato, in questa strategia, non è quello di arbitro che mette qualche regola e lascia poi il campo alle Regioni e all’iniziativa privata, ma semmai quello di regista.  Recuperando quel mix di visione sistemica e capacità operativa e progettuale che contraddistinse, negli anni ’50, i paladini dell’intervento straordinario Pasquale Saraceno, Rodolfo Morandi, Gabriele Pescatore, ora finalmente riscattati dalla damnatio memoriae.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Francesco Paolo Cazzorla

 

Riferimenti bibliografici

Barca F. Il capitalismo italiano. Storia di un compromesso senza riforme, Donzelli, 1999

Calafati A., La Questione Meridionale (1992-2016): Un’analisi storico-critica, GSSI Working Papers, Aprile 2016

Svimez, La dinamica economica del Mezzogiorno, Il Mulino, 2016

Trigilia C. Sviluppo senza autonomia, Il Mulino, 1992

 

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graphics8.nytimes.com

graphics8.nytimes.com

Ogni tanto, giusto per vezzo personale, mi faccio un giro per scovare qualche offerta di lavoro nel mio Paese. Come già si saprà, cercare lavoro è un vero e proprio lavoro, ed io – come penso tantissimi altri – mi sono dedicato a questa attività tempo fa, assiduamente: un’attività che non auguro proprio a nessuno.

Nonostante l’impegno aggiuntivo che va oltre l’aver studiato per tanti e lunghissimi anni (gli anni del cosiddetto “gettare il veleno”, come amava ripetere una mia Prof.); malgrado gli sbattimenti inimmaginabili per “venderti” in maniera diversa ad ogni diversa e “allettante” candidatura; nonostante la frustrazione annessa ai residui di quella che ti ostini ancora a chiamare la “tua voglia di fare” – una frustrazione inspiegabile che ti accompagna ogni santo giorno –, alla fine poche persone potranno veramente capirti, anche perché il risultato che porti a casa è quasi sempre nullo.

Dicevo, questo giro delle “meraviglie”, lo rifaccio ogni tanto per curiosità, per osservare da lontano cosa sta effettivamente cambiando; cosa succede di concreto in quel mio povero e abbandonato Paese: vorrei che si aprano spiragli di speranza una tantum, in quel deserto di possibilità che mi sono lasciato alle spalle.

Probabilmente, non sono mai stato bravo a cercare lavoro; o è più che probabile che non lo si trovi come l’ho sempre cercato io; o forse il lavoro non lo potrai mai trovare se sei da solo a cercarlo (in parole più povere: se non c’è il papà o lo zio che contatta l’amico che te lo trova); o molto probabilmente, i tanti corsi gratuiti sovvenzionati dall’Unione europea – presso i centri per l’impiego del Paese (dove esistono) – non servono ad un emerito nulla, nel senso di indirizzarti in base alle tue competenze, ed aiutarti nel presentarti al meglio ad un’ipotetica (plausibile?) offerta di lavoro; o molto più semplicemente c’è poco da fare: come si sente dappertutto – nei bar, nei vicoli, nei discorsi, nell’aria – il lavoro non c’è. Scarseggia. È una gemma preziosa introvabile.

Fatto sta, che mi diverte alquanto osservare (perché ci si può solo divertire davanti a delle oscenità del genere) come le uniche offerte di lavoro “pubblicate” (o “papabili”) restino ancora (dopo anni) i tanti e reiterati stage con un misero e (appunto) divertente rimborso spese, con il quale, forse, puoi pagarti a malapena il trasporto pubblico, e nient’altro. A meno che (a meno che), tu non sia il fortunato madrelingua di almeno tre lingue (tre, non due), che abbia la laurea specifica nella tal cosa, con la votazione specifica non inferiore a un tal punteggio, nell’università specifica (quella svizzera, quella tra le Alpi, non altre), con l’esperienza di almeno “dieci anni” (e specifica, mi raccomando!) segnalate da un “ghiotto” e raro bando pubblico che si è appena aperto da pochi giorni ma che, guarda caso, è già scaduto (i tuoi amici te lo hanno prontamente segnalato, ma aprendo il link non ce l’hai fatta: eri già fuori). “Ma che sfiga: mi è passata davanti l’occasione della vita.”

Insomma, come si sarà capito, continuo a divertirmi, e capisco perché una buona parte dei giovani del mio Paese continua ad andare al mare, o a non fare una beata minchia, il che forse è lo stesso – e lo dico da convinto sostenitore dell’ozio (è nell’ozio, nella perdita di tempo, che si dischiude la vita. O no?). Ma se non vuoi continuare a cazzeggiare per tutta la vita, e per caso (solo per caso) cominci a pensare a come dover sopravvivere dopo che le risorse di mamma e papà saranno prosciugate, il “sentire comune” ti consiglia vivamente di espatriare, di andare via, sradicarti volutamente una volte per tutte, e di tentare la fortuna altrove: perché in Italia, proprio non ce n’è.

Alëna Steiger

Alëna Steiger

Però, a tal proposito riflettevo… Se lo Stato Italiano mi costringe ad espatriare ci perdono tutti: il mio fornaio di fiducia, il mio fruttivendolo di fiducia, il mio salumiere di fiducia, il mio pescivendolo di fiducia, il mio caseificio di fiducia (qui, se non ci sono, ci perdo anch’io in ogni caso), la mia dentista di fiducia, la mia parrucchiera di fiducia, e non mi dilungo oltre, dato che la lista potrebbe benissimo continuare: come tutti gli altri, infatti, “consumo dunque sono”.

Se non c’è gente che consuma, e che vuole cominciare a costruirsi una vita (che, guarda caso, sono proprio quelli che sono incentivati a spendere di più – una vita non si costruisce dall’oggi al domani, quindi ci vorrà tempo e, di conseguenza, tante tantissime spese per costruirla), allora i discorsi sulla “crescita” non hanno più alcun senso. Se questa gente scompare drasticamente allora rimarrà solo chi ha una certa età (gli anziani, gli adulti-anziani), e cioè quella gente che ormai la vita se l’è fatta e non avrà più da spendere molto nel proprio Paese (solo in medicine ovviamente, ma quello è uno specifico cortocircuito mondiale della “sanità”, che crea malati anziché ridurne).

In sostanza, quello che ci guadagna col tempo sono solo io (siamo o no in una società terribilmente individualista? Che m’importa della mia collettività? di quella che ha speso per me e che per quasi un quarto della mia vita mi ha aiutato e visto crescere? Meglio espatriare, no? E finanziarne così un’altra di collettività, magari più gentile con me nel periodo decisivo – decisivo per lei e per me) e ovviamente in tutto questo, ci guadagna a sbafo anche quel Paese che mi ospita, e che in più, non avendo speso praticamente nulla per la mia formazione, si ritrova in casa una persona specializzata che è disposta a fare tutto con freschezza e vitalità, e che non vede l’ora di spendere tantissimo (oltre che spendersi tantissimo).

Ma si sa, il nostro è sempre stato un Paese generoso con gli altri – all’estero, la percezione che ne hanno, di questa nostra generosità, è a dir poco commovente. Dunque, un Paese che elargisce un’infinità di risorse pensanti (anche di braccia pensanti, nell’ultimo periodo); un Paese generoso con tutti, tranne che con i suoi figli, che sono, come abbiamo detto, iper-individualisti e fedifraghi nei confronti di quella bonaria collettività che li ha cresciuti e coccolati: in parole povere, questi figli scostumati se ne fregano, e non ci pensano su due volte prima di fare le valigie… Almeno, questa è una parte di ciò che pensa quel famigerato “sentire comune”, ma che preferisce non dire per non fare brutte figure…

Ora, si penserà che lasciare tutto e andare all’estero sia una figata pazzesca. Che sia la cosa più semplice di tutte: “E che ci vuole: due o tre contatti per iniziare, imparo una lingua e via”.

Qualcuno di più serio (non ricordo precisamente dove l’ho letto) sostiene che l’emigrazione odierna non sia una vera e propria forma di distacco, di abbandono, di sradicamento. Nulla è sancito una volta per tutte: le scelte, più di ieri, sono reversibili.

Viviamo nell’epoca che è allergica alle strutture fisse, ai percorsi definitivi, che tempo fa costruivano appartenenze uniche e longeve: il tempo, diventato simultaneo, corrode gli spazi di vita, che ci sembrano sempre più accessibili e vicini, da ogni dove. La tecnologia – più di tutti – ci aiuterebbe a mantenere salde quelle che sono le nostre percezioni quotidiane, i nostri facili linguaggi di riconoscimento (le “immagini di casa”), assieme alla creazione di quei mondi con cui manteniamo vispi certi legami.

Certo, in parte è così: a volte si ha l’impressione di non aver mai abbandonato il proprio universo identitario; di non aver mai lasciato definitivamente tutto ciò che ci è appartenuto e ancora ci appartiene. Forse, questa affermazione sarà vera ad un certo stadio “avanzato” dell’umanità, dove il contatto umano conterà quel tanto che basta da essere facilmente sostituito da uno schermo illuminato, da una fotografia solitaria, o da una voce distorta che lontana fuoriesce da un microfono…

Quello che volevo dire, per concludere, è che l’emigrazione, quando incomincia, lascia comunque delle tracce definitive, soprattutto quando il contatto umano che si è lasciati alle spalle (che, per la maggiore, preserva ancora in sé tutta la sua ricchezza emotiva) è lo stesso ma in forme diverse – si tocca uno schermo, non una persona. E il diverso sta proprio nella carenza tecnologia che è poco sintonizzata sul rituale umano, che è quella specifica cosa che provoca emotività e senso nella prassi quotidiana. Una cosa importantissima.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Metasis - Jowie13

Metasis – Jowie13

Nel 1920 le donne non fumavano. E se lo facevano venivano severamente giudicate. Era un tabù. Allo stesso modo del laurearsi all’università o dell’essere elette al Congresso, la gente credeva che le donne avrebbero dovuto lasciare fumare gli uomini. “Cara, potresti farti del male. O bruciare i tuoi bellissimi capelli!”

Questo rappresentava un problema per l’industria del tabacco. Il 50% della popolazione non fumava le sue sigarette perché non andava di moda, e perché era visto come maleducato. Questo non andava bene: bisognava cambiare. Come George Washington Hill, presidente della compagnia americana del tabacco, disse all’epoca, “È una miniera d’oro davanti agli occhi.” L’industria cercò diverse volte di vendere sigarette alle donne ma nulla sembrava funzionare. Il pregiudizio culturale era semplicemente molto radicato, troppo.

In seguito, nel 1928, la compagnia americana del tabacco ingaggiò Edward Bernays, un giovane fenomeno del marketing con idee selvagge e con campagne di marketing ancora più selvagge.

Le tattiche di marketing di Bernays, era diverse da tutte le altre presenti nell’industria. Tornando ai primi anni del XX secolo, il marketing era visto semplicemente come un modo di comunicare il tangibile, i benefici reali di un prodotto nella forma più semplice e concisa possibile. A quei tempi, si credeva che la gente comprava sulla base dei fatti e delle informazioni. Se qualcuno voleva comprare un formaggio, dovevi fornirgli i dati concreti del perché il tuo formaggio era superiore (“Il più fresco latte di capra francese, stagionato 12 giorni, spedito in frigo!”). Le persone era viste come attori razionali che facevano acquisti razionali per loro stesse.

Ma Bernays non era per niente convenzionale. Bernays non credeva che, per la maggior parte del tempo, la gente prendeva decisioni razionali. Infatti, credeva che la gente era fondamentalmente irrazionale, e per questo dovevi attirarla su un livello emozionale inconscio.

Mentre l’industria del tabacco si era concentrata sui convincimenti individuali delle donne per far comprare e fumare sigarette, Bernays la vedeva più come una questione emozionale e culturale. Se Bernays voleva che una donna fumasse, allora doveva cambiare l’equilibrio e trasformare il fumo in un’esperienza emozionale positiva per le donne, rimodellando così le percezioni culturali del fumare.

Per raggiungere questo obiettivo, Bernays assunse un gruppo di donne e le fece sfilare a New York, alla Easter Sunday Parade. Oggigiorno, le grandi sfilate delle festività sono cose pacchiane che lasci correre in tv mentre ti addormenti sul divano. Ma a quei tempi le sfilate erano grandi eventi sociali, una specie di Super Bowl o qualcosa del genere.

Bernays pianificò tutto in modo che, alla sfilata, queste donne si fermassero nel momento opportuno per accendere le sigarette tutte allo stesso tempo. Dopo, Bernays assunse dei fotografi per scattare foto lusinghiere di donne che sarebbero state distribuite a tutti i principali giornali nazionali. Bernays disse ai giornalisti che quelle donne non stavano solo accendendo delle sigarette, ma stavano accendendo “torce di libertà”, dimostrando così la loro abilità nell’affermare la propria indipendenza e il proprio essere donne.

Era tutto falso, ovviamente. Ma Bernays allestì il tutto nelle sembianze di una protesta politica, perché sapeva che questo avrebbe scatenato le emozioni appropriate nelle donne di tutto il paese. Le femministe avevano appena ottenuto il diritto di voto per le donne una decina d’anni prima. Le donne ora lavoravano fuori casa e diventavano sempre più parte integrale della vita economica del paese. Stavano affermando se stesse, tagliando i capelli più corti e indossando vestiti più audaci. Le donne a quei tempi vedevano se stesse come la prima generazione che poteva comportarsi indipendentemente da un uomo. E molte di loro sentivano tutto questo fortemente presente. Se solo Bernays avesse potuto semplicemente agganciare il suo messaggio “fumare = libertà” al movimento di liberazione delle donne, allora le vendite di tabacco sarebbero diventate doppie e lui sarebbe diventato un uomo ricco.

E funzionò. Le donne cominciarono a fumare e godettero del cancro ai polmoni così come fecero i loro mariti.

Nel frattempo, Bernays continuò a fare questo tipo di mosse culturali con regolarità per tutti gli anni ’20, ’30 e ’40. Rivoluzionò completamente l’industria del marketing e inventò, nel processo, il campo delle relazioni pubbliche. Pagare delle celebrità per usare il tuo prodotto? Un’idea di Bernays. Creare articoli falsi sui giornali quando in realtà sono pubblicità sottili per un prodotto? Un’altra sua idea. Allestire eventi pubblici controversi come mezzo per attirare attenzione e notorietà per i suoi clienti? Anche un’idea sua. Praticamente, ogni forma di marketing e pubblicità a cui siamo soggetti oggi ha avuto inizio con Bernays.

Ma c’è un’altra cosa sorprendente sul conto di Bernays: era il nipote di Sigmund Freud.

Le teorie di Freud sono state le prime ad argomentare che la maggior parte delle decisioni umane erano in primo luogo inconsce e irrazionali. Freud è stato colui che si è reso conto che le insicurezze delle persone le portavano all’eccesso e alla sovracompensazione. Freud è stato anche colui che ha capito che le persone sono, nel cuore, animali e sono facilmente manipolabili, soprattutto in gruppo.

Bernays ha semplicemente applicato queste idee alla vendita dei prodotti, ed è diventato ricco di conseguenza.

consumismo

Bernays utilizzò le idee dello “Zio Siggy” per costruire un impero della pubblicità. Dopo rese famoso Freud negli Stati Uniti pubblicando le sue teorie su riviste.

Attraverso Freud, Bernays capì qualcosa che nessun altro nel business aveva capito prima di lui: se riesci a toccare le insicurezze della gente – se puoi scalfire nei loro sentimenti più profondi di inadeguatezza – allora quella gente comprerà qualsiasi dannata cosa che le dici di comprare.

Questa forma di marketing diventò il piano strategico di tutta la pubblicità del futuro. I pick-up sono commercializzati agli uomini come un modo di affermare la loro forza e la loro affidabilità. I cosmetici sono commercializzati alle donne come un modo di essere più amate e di ricevere più attenzione. La birra è commercializzata come un modo per divertirsi e per essere al centro dell’attenzione alle feste. Voglio dire, Dio Santo, Burger King era solito commercializzare gli hamburger con, “Così come lo vuoi” (“Have it your way”) – che non ha proprio senso.

Dopo tutto, come fa a fare soldi una rivista di donne che mostra 150 pagine di fotografie ritoccate di donne che, in termini di bellezza, sono presenti solo nello 0,001 percentile della popolazione, e che vende dei prodotti di bellezza accostandoli a quelle stesse “donne da rivista”? O spot pubblicitari di birra che mostrano rumorose feste con amici, ragazze, tette, macchine sportive, Las vegas, amici, più ragazze ancora, più tette ancora, più birra ancora, ragazze, ragazze, ragazze, feste, balli, macchine, amici, ragazze! – Bevi Budweiser.

Tutto questo è oggigiorno “Marketing 101”. Quando per la prima volta ho studiato marketing per aprire la mia prima attività, mi hanno detto di trovare i “punti di dolore” della gente, e poi farli sentire subdolamente peggio. Dopodiché dovevo voltarmi e dire loro che con il mio prodotto si sarebbero sentiti meglio. Nel mio caso, stavo vendendo dei consigli sulle relazioni, così l’idea fu di dire alla gente che sarebbero stati soli per sempre, che non sarebbero piaciuti a nessuno e che nessuno li avrebbe mai amati, che c’era qualcosa di sbagliato in loro – oh! Ecco qui, compra il mio libro!

Non ho fatto nulla di tutto questo, ovviamente. Mi ha fatto sentire viscido. E solo con gli anni ho capito realmente il perché.

Oggi nella nostra cultura, spesso il marketing è il messaggio. La maggior parte dell’ampia informazione a cui siamo esposti è una forma di marketing. E così se il marketing cerca sempre di farti sentire come una merda per farti comprare qualcosa, allora stiamo essenzialmente vivendo in una cultura progettata per farci sentire così male da voler cercare sempre di sovracompensarlo.

Una cosa che ho notato durante questi anni, è che delle mille persone che mi hanno scritto per chiedermi consigli in un modo o nell’altro, la maggior parte di loro sembravano non avere realmente un problema ben identificabile. Piuttosto, si aggrappavano a dei bizzarri e irrealistici standard di loro stessi. Così come il ragazzo che va all’università con le aspettative di andare a feste in piscina pazzesche, con donne che indossano bikini ogni giorno, e poi rimane deluso quando si sente socialmente impacciato perché deve frequentare delle classi, studiare delle materie difficili, farsi dei nuovi amici e sentirsi costantemente insicuro di se stesso perché prima di allora non è mai vissuto da solo. Queste ultime esperienze sono assolutamente normali, ma lui in qualche modo si è lanciato all’università con le aspettative di Animal House ogni fine settimana.

Questo genere di cose accadono ovunque. Lo so per esperienza personale, quando ero giovane la mia concezione del romanzo e di una relazione era un incrocio tra un episodio random di Friends e un film di Hugh Grant. Non c’è bisogno di dire che ho trascorso molti anni sentendomi frustrato, come se ci fosse qualcosa di naturalmente sbagliato dentro di me.

A proposito, Bernays era consapevole di tutto questo. Ma la visione politica di Bernays era come una leggera versione del fascismo – lui credeva che era inevitabile, e nel migliore interesse per tutti, che i deboli fossero sfruttati dai più forti attraverso i media e la propaganda. Lui lo chiamava “il governo invisibile” e generalmente pensava che le masse fossero stupide e meritassero qualsiasi cosa che la gente sveglia avrebbe convinto loro di fare.

La nostra società si è evoluta fino a raggiugere un punto interessante della storia. Il capitalismo, in teoria, funziona allocando le risorse per soddisfare i bisogni e le richieste di tutti nel modo più efficiente possibile.

Ma forse il capitalismo è solo il modo più efficiente per soddisfare i bisogni fisici di una popolazione – cibo, alloggio, vestiti, etc. Perché nel sistema capitalista, diventa anche una parte dell’economia nutrire le insicurezze di ognuno, i vizi e le vulnerabilità, per promuovere le peggiori paure e ricordare costantemente i limiti e i fallimenti di tutti. Diventa redditizio stabilire nuovi e irrealistici standard, per generare una cultura di comparazione e di inferiorità. Perché le persone che si sentono costantemente inferiori diventano i migliori consumatori.

Dopotutto, la gente compra soltanto qualcosa se crede che risolverà un problema. Perciò, se vuoi vendere più roba quando non ci sono problemi, devi incoraggiare le persone a credere che ci sono dei problemi quando invece non ci sono.

Questo non è un attacco al capitalismo. Non è neanche un attacco al marketing. Non penso che ci sia una grande e omnicomprensiva cospirazione che mantiene in linea il “gregge”. Penso che il sistema crei semplicemente certi incentivi che modellano i media, e che poi i media continuino a modellare una spietata cultura superficiale basata sul fatto di cercare sempre di raggiungere qualcosa.

In generale il nostro sistema è stato molto bravo a farlo, e ancora lo fa per la maggior parte di noi. Mi piace pensarla come la “meno peggio” soluzione per organizzare la civiltà umana. Il capitalismo spietato porta con sé un certo bagaglio culturale del quale dobbiamo imparare ad esserne consapevoli adattandoci.

Frequentemente, il marketing nella nostra economia spinge su di noi un’insicurezza che non ci aiuta, e che scatena intenzionalmente delle inadeguatezze o delle dipendenze in noi stessi per poter fare maggior profitto.

Alcuni potrebbero sostenere che tali questioni dovrebbero essere regolate e controllate dal governo. Forse questo potrebbe aiutare un po’. Però non mi sembra una buona soluzione a lungo termine.

L’unica reale soluzione a lungo termine è, per le persone, sviluppare una sufficiente autoconsapevolezza per capire quando i mass media istigano le loro debolezze e vulnerabilità, prendendo decisioni coscienti di fronte a queste paure. Il successo del nostro mercato libero ci ha sovracaricato della responsabilità di esercitare la nostra libertà di scelta. E quella responsabilità è molto più pesante di quella di cui spesso ci rendiamo conto.

Mark Manson

Traduzione di Edna Arauz e Francesco Paolo Cazzorla

Editing grafico a cura di Edna Arauz

Articolo originale: How Your Insecurity is Bought and Sold

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Susy Ninci

Susy Ninci

Alcuni linguisti affermano che voler apprendere la nostra lingua all’estero sia praticamente “un lusso”; che generalmente le nuove generazioni, qualora si trovino a cimentarsi con l’apprendimento di un’altra lingua (nel nostro mondo più che probabile), scelgono più una lingua “per fare” che per “essere” qualcosa di diverso; che l’italiano si studia più per passione che per necessità, e che dunque una sua eventuale scelta viene solo dopo, quando per esempio da adulti s’incominciano ad apprezzare le infinite e sterminate bellezze che il nostro Paese riserva in ogni angolo e occasione, e se ne vuole approfondire l’essenza, coglierne le ricche sfumature.

La verità è che, ormai, la mente di tutti è programmata solo sulle “obbligatorie necessità”: “Perché devo farlo? Qual è la sua utilità? A che mi serve dopo? Che ci faccio?” Tutte domande malate.

Perché invece non dovremmo lasciarci guidare dalle nostre passioni per scegliere i nostri fini? Cosa c’è di tanto sbagliato nell’insegnare ai ragazzi il rispetto per ciò che sentono e tengono dentro, piuttosto che inculcare loro che la legge economica vuole così? E che bisogna per forza rispondere ai dettami necessitanti di un “esterno freddo” che, alla prima occasione, (questo però non glielo si dice) li prenderà solo a pedate utilizzandoli come merce di scambio? Perché non incominciare a mostrare loro, sin da subito, che sono al contrario le ricchezze interiori, quelle che uno si costruisce col tempo, che alla fine pagano in ogni senso e per ogni dove? Perché non educare al culto delle persone, anziché seguire le cerimonie che appartengono al culto della carriera e degli oggetti?

È una riflessione che faccio quotidianamente con i miei studenti: per la maggiore giovani adulti, e tutti innamorati “della melodia, del suono”, del “¡cómo se escucha!”.

Per loro, la necessità della presenza della lingua italiana sul curriculum forse viene dopo.

Ad ogni modo, a latere di questo, c’è da dire che, quanto a “promozione” all’estero delle potenzialità e della ricchezza che la nostra lingua può offrire, siamo messi proprio male, insomma: anche qui non ci smentiamo mai! I tedeschi e i francesi ad esempio, da anni esperti promotori di quella che è forse la cosa più influente che si possa insegnare e diffondere (appunto una lingua), ci surclassano tranquillamente senza soluzione di continuità, così: col gomito fuori dal finestrino e il drink in mano.

Qualche giorno fa, terminata una classe privata in un omologante e sempre-più-hipster Starbucks (che orrore: l’odore di quella calda e sporca brodaglia che chiamano caffè, unito all’immagine hi-tech del “creativo impegnato” che si sente così-tanto-diverso-dagli-altri che fa finta di lavorare indisturbato sopra un Mac scintillante, con quell’accessorio-standardizzato-di-barba-barbuta che ormai si trova dappertutto), dicevo, all’uscita da questo posto iper-condizionato (oltre che dall’aria, anche dalle arie della molta gente-che-se-la-crede), mi sono imbattuto in un ragazzo che ha cominciato a parlarmi spontaneamente, così, in italiano. Lo balbettava, sia chiaro, ma non aveva nessunissima intenzione di parlarmi in spagnolo, anche se aveva capito benissimo che con me poteva farlo. Ha continuato tranquillo, indisturbato: ho sentito che emanava una specie di esigenza di suoni. Mi parlava del suo amico italiano di Verona, che aveva la mamma olandese e il papà di origini sarde, e la nonna che in cucina è una maga, e discorreva di questa loro amicizia fatta di cibo viaggi scambi e culture, animate tra loro come un miracolo. È stato un attimo, un flash, neanche due minuti. Poi ancora una volta mi ha sorriso, mi ha stretto la mano, e mi ha salutato con un altisonante “Ciao”.

Lo stesso mi capita spesso in classe. I miei studenti – a livello principiante – si cimentano, con un’assurda immediatezza, in dialoghi articolati con risultati a dir poco incredibili. È la lingua che li guida, la sua dinamicità: è la passione incorporata in essa che fa della nostra lingua una delle lingue più conviviali; una lingua – dicono – che, a differenza delle altre, “fa sentire tra amici”.

Sempre qualche giorno fa, mi ha colpito un articolo – condivisibile su molti punti – in cui si argomentava che l’italiano, come lingua, non sia una lingua “sexy”. Che non crede nelle proprie possibilità; che non crede nel proprio futuro: che sia una lingua destinata a non piacersi, con “una diffidenza viscerale, istintiva, paragonabile solo a quella che gli italiani provano verso la classe politica.” Difatti succede che in patria, quotidianamente – sia in buona che in mala fede –, attingiamo spudoratamente all’inglese per “dare alla comunicazione uno smalto, un pigmento, un aroma speciale”. E questo perché alla base – continuava l’articolo – vi è prima di tutto un problema di tipo sociale: “l’eccessiva propensione dell’italiano ai forestierismi dipende dalla fragilità della società italiana”. […] “… se l’italiano è una lingua che non ha fiducia in sé stessa, che non ripone in sé alcuna speranza o aspettativa, è perché la società italiana manca di coesione”.

“Come ha detto Claudio Marazzini – storico della lingua, docente all’università del Piemonte Orientale e presidente dell’Accademia della Crusca – l’Italia è «una nazione che non ha mai avuto confidenza con la propria lingua, in cui il consenso nazionalpopolare non è mai esistito, in cui il sentimento della dignità o potenza della nazione è stato sempre debole, e quando si è sviluppato ha avuto il marchio infamante del fascismo, che resta difficile da cancellare».”

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Ora. Noi italiani dovremmo prendere spunto da ciò che invece accade fuori dalle nostre mura, fuori dal nostro solito chiacchiericcio da bar nazionale, ponendoci alla giusta distanza per osservarci criticamente da un occhio esterno; sorprendendoci di quanto di positivo ci sia fuori dai nostri ingialliti e obsoleti giudizi, e incominciare ad adottare un’altra visione, un altro panorama, che parla di un mondo lontano completamente diverso, e che raffigura gente innamorata della nostra lingua a tal punto da trovare il primo pretesto utile per parlarla così, per strada, tra macchine pericolose e sfreccianti, non importa, che sia anche col primo sconosciuto che capita.

Dobbiamo incominciare a parlare di più la nostra lingua, a sentirla nostra, capire cosa ci dice di noi oltre ciò che (forse) già conosciamo, perché il nostro “aroma”, il nostro “smalto”, i nostri “pigmenti” non sono sicuramente da meno, anzi, sono invidiati con una potenza tale da far rabbrividire gente che, come noi, pur possedendo tutta questa ricchezza la cestina e la sostituisce indegnamente con un qualcosa che, spesso, neanche si conosce abbastanza, e che non fa, a mio modo di vedere, tutto questo “esser fighi” (leggi: utilizzo sconsiderato dell’inglese per ogni cosa).

Fa “figo” invece parlare l’italiano, perché è bello e non ce n’è per nessuno, e chi è all’estero come me può confermarvi tutti i vantaggi che comporta il parlare col nostro modo d’essere, con la nostra paraculata gestualità, con la nostra trasportante ironia, parlare cioè di tutto quello che ci contraddistingue come nessun altro, e che significa semplicemente parlare la nostra lingua, trasmettere quelle movenze così “sexy” e musicali della lingua italiana.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Filomena Fuduli Sorrentino, L’italiano è un lusso: intervista con il linguista Paolo Balboni, La voce di New York, 2015.

Mario Barenghi, L’italiano non è sexy, Doppiozero, 2016.

 

Matteo Zannoni

Matteo Zannoni

La precarietà è un giorno pieno di alti e bassi; più bassi che alti. La precarietà è l’imprevedibilità di ciò che ti vuole sempre prevedibile. La precarietà è un’”inedita scomposizione della vita quotidiana”, una permeabilità sconsiderata tra tanti ruoli oscillanti, dove la mescolanza tra vita e lavoro fa saltare irrimediabilmente la dicotomia tra pubblico e privato. La precarietà è un affitto da pagare ogni dannato mese, vissuto come una condanna che è stata emessa senza giusto processo. La precarietà è un guardiano di te stesso, senza volto, che gestisce e controlla ogni tua singola mossa economica.

La precarietà è un tempo senza tempo: non sai mai se hai iniziato da un pezzo o se devi ricominciare tutto da capo. La precarietà è fare tutto purché si faccia qualcosa; o non fare nulla sperando in quel nulla. La precarietà sono due estremi lontani che si somigliano, che si somigliano tremendamente. La precarietà è uno specchio sempre uguale a se stesso, che, nel suo pallore, ha smesso di dire la sua verità. La precarietà sono una massa di giorni infiniti – “giornate “operose” che non hanno mai un vero inizio e una vera fine” – dove, ad un certo punto, uno di loro dà di matto e si diverte a fare il dittatore.

La precarietà sono gli stessi vestiti consunti, gli stessi vestiti per le stesse opportunità mancate, che al prossimo giro cedono, al prossimo lavaggio si sciolgono sicuramente. La precarietà non conosce regole, ma le impara strada facendo quasi sempre a suo discapito. La precarietà sono cumuli disordinati di pensieri accumulati; fiacche idee di ribellione contro un sistema che ridicolizza, sistematicamente, la volontà di emancipazione di soggettività rese infantili (bamboccioni; poco adattabili; viziati; perditempo; etc…).

La precarietà pare un presente senza vie d’uscita, un futuro senza-nome che non sa che farsene di un passato leso: il sacrificio imprudente di un tempo ormai perduto. La precarietà ti scava dentro, e come uno stillicidio ritmato logora, mestamente, la tua sete di certezza. La precarietà è per tutti i soggetti invisibili la vita contemporanea, la severa normalità di tutti i giorni, dove la difficoltà più grande è quella “di fare del mutamento un progetto”. Ma la precarietà è anche la visione spensierata di un giorno normale, scevra di allucinate e sempre complesse preoccupazioni. La precarietà è tutto ciò che devi sentirti dire, e tutto ciò che non vuoi sentirti dire.

La precarietà sono gli interminabili cambiamenti repentini, spazi intercambiabili con frequenti spostamenti di città e nazioni, di lingua e abitudini, con tutto ciò che concerne la conseguente demolizione delle relazioni affettive. La precarietà è la non-riconoscibilità per antonomasia: “instabilità del lavoro e contrattuale, mancato accesso alla distribuzione, mancato accesso alla cittadinanza, carenza di identità professionale, impossibilità di disporre del proprio tempo, tensione verso l’autonomia, scarsa mobilità sociale, iperqualificazione rispetto ai compiti assegnati, incertezza complessiva, trappola della povertà (o, meglio, della precarietà).” Lo stesso termine “precarietà” viene banalizzato, e generalizzato, e da chi dovrebbe essere preso in carico viene invece definitivamente rimosso (vedi Jobs act).

Joseph Wee - Precarious

Joseph Wee – Precarious

Allo stesso tempo però la precarietà è una soggettività numerosa, molteplice, una classe che non è classe in senso classico per via dei suoi contorni sfumati, ma che si presenta come una moltitudine sensata che vocifera una condizione. Condizione, questa, che “esalta il nostro essere sfaccettate creature sociali prima ancora che lavoratori o lavoratrici.” L’utilizzo della conoscenza e del linguaggio, delle emozioni e dei corpi, sono i tratti unificanti che accomunano persone lontane. “Il sorriso del precariato, la sua parola, è la cifra comune, in un supermercato, in un call center, per la badante che si occupa di un anziano, per il ricercatore che affronta l’ennesimo concorso, l’aspirante scrittore, la sex worker.”

L’orgoglio del precariato, la sua potenza quindi, si concentra laddove si rende fruibile una libertà svincolata dalle gerarchie, dalle routine che durano una vita, fatte di orari fissi e di cartellini da timbrare. La cancellazione di questi vincoli conduce ad altri tipi di identificazioni, identità non più reperite sul lavoro ma nella sfera delle forme di vita. In questo modo, infinite possibilità si stagliano sugli orizzonti della precarietà, e questo perché la condizione che la contraddistingue ha nelle sue mani “il possibile accesso massivo alla conoscenza, attraverso processi di formazione sempre più larghi nonché attraverso l’utilizzo delle tecnologie da cui deriva una spinta irreprimibile verso l’autonomia”. Un’autonomia dunque che cresce e si sviluppa, anche grazie all’importante apporto delle nuove tecnologie, che “minimizzano le distanze, aiutano nella presa di parola, approfondiscono le possibilità di rispecchiamento e di collegamento.”

La precarietà, infine, è solitudine esistenziale. Ma è una solitudine attiva, che recita una personale litania per rimanere in vita, per legittimarsi oltre l’indifferenza generalizzata, nominata “solo per contrapposizione (gli atipici)”, e dove lo status di cittadinanza viene svuotato di senso ogniqualvolta slogan semplicistici promettono uno spazio di diritti che, nella realtà disegnata da quegli stessi slogan, non ha modo di esistere.

Ecco perché te ne stai lì seduto, a consumare te stesso, a immergerti nella momentanea pausa dai giochi, contemplando in lontananza le scie spettrali di un tramonto qualunque, e scegliendo consapevolmente di risollevarti un po’, di sentirti meglio, per assaporare, senza interferenze, l’elettrocardiogramma del giorno che muore.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Cristina Morini, Orgoglio precario. Stati impermanenti, Doppiozero, 2015.

david schweitzer

Leggo su Il Sole 24 ore che la metà degli italiani non ha mai sentito parlare di TTIP, il trattato sul commercio e gli investimenti che Stati Uniti e Unione Europea stanno negoziando in questi mesi. Una buona parte (il 35%) è contraria. La colpa non è della proverbiale ignoranza degli italiani, ma dei giornali, che solo ora (dopo ben 3 anni di trattative tra Commissione europea e Governo federale USA!)  cominciano a dedicare pagine di approfondimento ai contenuti del trattato.

Esso prevede, in sintesi, l’abbattimento definitivo delle barriere tariffarie sui flussi di merci che raggiungono le due sponde dell’Atlantico, la liberalizzazione degli investimenti nei servizi, l’armonizzazione degli standard tecnici e normativi in alcuni settori (farmaceutico, trasporti, telecom, agroalimentare), il completo accesso al succoso mercato degli appalti pubblici federali e locali statunitensi (ora aperto solo al 30% a causa del Buy American Act del 2009). Con benefici rilevanti per l’Europa: economici, sociali, geopolitici. Primo: sostegno alle esportazioni delle imprese (specie le piccole e medie), crescita del PIL, creazione di posti di lavoro. Secondo: prezzi più bassi per i consumatori senza sacrificare la qualità dei prodotti (specie nell’agroalimentare). Terzo: maggior integrazione delle economie occidentali per contenere l’avanzata del blocco russo-indo-cinese.

Al contrario di quanto predica la vulgata degli oppositori, il TTIP non si sottrae alle procedure democratiche: prima di diventare operativo, va ratificato all’unanimità da Consiglio europeo, Parlamento europeo e parlamenti nazionali.  I meccanismi di arbitrato internazionale che dovranno dirimere le controversie tra grandi imprese e stati nazionali vengono resi equilibrati e trasparenti,  diradando i timori iniziali. Ogm e privatizzazione dei servizi pubblici locali sono fuori dal negoziato. Gli standard ambientali e sociali dell’Unione – come ha ripetuto la Commissione europea – non sono barattabili.

inthesetimes.com

Tutto bene, quindi? Le numerose voci contrarie al TTIP (associazioni ambientaliste, ONG, politici di spicco come Hollande, Sigmar Gabriel, fino a Bernie Sanders e Donald Trump) sono solo degli oscurantisti, nemici del free trade e del progresso? Se ci si accontenta dei grandi enunciati, si. Se si quantificano gli effetti del trattato sull’economia europea, però, qualche dubbio emerge. La Confindustria (favorevole all’accordo) stima una crescita media annua del PIL europeo dello 0, 48% nel decennio 2017-27 grazie al TTIP (Confindustria, 2015). Briciole. Cancellare del tutto i dazi sui prodotti Usa e Ue, già in media bassissimi, o armonizzare gli standard normativi, non paga. E l’occupazione? Una crescita del PIL così irrisoria, derivata esclusivamente dall’export, non crea posti di lavoro significativi: si dimentica, infatti, che l’economia europea è trainata dalla domanda interna, non dall’export. Produzione e occupazione crescono con la spesa per consumi e investimenti più che con la domanda estera. Difficile, inoltre, che, in piena deflazione, l’ulteriore ribasso dei prezzi sulle merci importate accresca il benessere dei consumatori. Dal punto di vista economico, il TTIP ha quindi un impatto trascurabile. Fa il solletico al mostro della disoccupazione. Non può certo contrastare lo scenario da stagnazione secolare a cui sembra affacciarsi l’Occidente (Summers, 2014).

Le ragioni del trattato transatlantico sono tutte (geo)politiche. Il blocco occidentale Ue-Usa (50% del Pil mondiale, 1/3 dei flussi commerciali globali, ma solo il 15% della popolazione mondiale) non è più egemone. Sta crescendo il peso demografico, economico, politico di altri paesi, spesso dittature che calpestano i diritti umani, come Cina e Russia. Il trattato transatlantico serve ad arginare la loro avanzata, a riportare la globalizzazione sotto le briglie della democrazia liberale. Ma difendere le istituzioni della democrazia in senso sostanziale (e non solo formale) passa necessariamente per la redistribuzione di redditi, lavoro, opportunità. Tema cruciale che il TTIP non sfiora neppure, ma al quale è sensibile, oggi, la maggioranza dei cittadini europei e americani, gravata da povertà, disoccupazione, perdita di speranze.  È questo il punto che le elités europee e americane liberali, ben educate, cosmopolite e sostenitrici del free trade  si ostinano ad ignorare. È questo il motivo per cui molti cittadini consegnano la loro rappresentanza parlamentare ai partiti xenofobi, nemici agguerriti della libera circolazione di merci e persone, simpatizzanti dichiarati del dispotismo russo (Trump, Salvini, Le Pen).

È tempo che i liberali rimettano in cima alla loro agenda politica la questione sociale. In caso contrario, i popoli non rigetteranno soltanto un semplice accordo commerciale, ma – cosa francamente più allarmante – la stessa democrazia.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Edna Arauz e Francesco Paolo Cazzorla

 

Riferimenti bibliografici

Calenda C., Sì all’accordo ma niente soluzioni al ribasso, Corriere della Sera, 30/05/2016

Cavestri L.,  Un italiano su due non ha mai sentito parlare del Ttip, Il Sole 24 Ore,31/05/2016

Confindustria,  Ttip: stato dell’arte e prospettive del negoziato, Position paper, Novembre 2015

Economist (the), Trade: at what price?, 2/04/2016

Summers L.  Reflections on the New Secular Stagnation Hypothesis, Vox, 2014

 

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