Archivio per marzo, 2015

Felice Casorati

Felice Casorati

Sono arrabbiato. Sono arrabbiato e incazzato, punto e basta. È inutile che ci giriamo attorno: siamo tutti raccolti qui, al capezzale di una bellezza fuori di testa, e non sappiamo cosa fare (quasi quasi prendo un’altra birra, giusto per temporeggiare, e aspetto che gli altri terminino rassegnati il loro giro tra i corridoi).

Budi Satria Kwan

Budi Satria Kwan

Sembra che tutto non debba cambiare mai. Qui tutto è sempre lo stesso. Forse, ogni tanto, cambiano i sensi unici delle strade, ma – come ben si saprà dalle scuole elementari – cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia mai. Il loro nuovo senso intrapreso verrà immediatamente risucchiato nella consuetudine, che da queste parti si radica a fondo, e farà di tutto per non mollarti più, in quei passi, in quel sole, e addirittura in quelle nuvole, che dovrebbero muoversi, salutare nella loro effimera presenza, ma che per il momento si piantano lì, e non ne vogliono proprio sapere di andarsene. Nuvole, sole, passi: il tempo non è mai esistito, ma tu fai finta che scorra lo stesso, proprio lì, accanto a te, esattamente quando l’onda del mare s’infrange sullo scoglio schizzando per aria, sbeffeggiando i frangiflutti.

Fai fatica a camminare spensierato, tutto l’asfalto è butterato da mini-medi-grandi-crateri, da evitare: la pioggia ha recato solo danni a quelle strade bisunte, bistrattate. Quelle strade. Continuamente rattoppate, coperta su coperta, tampone su tampone, solo per ridurre momentaneamente il danno; un po’ come si fa con i tossicodipendenti, quando si distribuisce loro le siringhe nuove di zecca. Si cerca, alla meno peggio, di limitare inutilmente il (loro?) danno. È la stessa cosa, non cambia nulla: si prolunga solo un’agonia annunciata, uno sguardo perso, sempre per quelle strade. Ah, quelle strade! Se fossero frequentate di più, e non si limitassero ad essere luogo di anonima circolazione fasulla…. Quanto più belle sarebbero.

Mentre cammini vai respirando un’asfissia deleteria, una mancanza di ossigeno che, anche nel peggiore dei casi, sarebbe di beneficio, perché potrebbe portare con sé quell’alito di speranza che riesce a strapparti un sorriso, una visione, un desiderio mai pensato… Manco quello ci resta più: il cielo sembra non voler fare più concessioni. Sono cambiati i tempi in cui ci si poteva prendere il lusso di camminare con la testa per aria, sotto un cielo inutilizzato…

Oggi, invece, cammini per le strade e vedi gente – per la maggiore – costantemente imbronciata, che si ostina a blaterare al vento fatti e tragedie apparentemente insolubili, e che appartengono solo alle proprie insignificanti e minute vite, tutte rigorosamente al singolare. E il vento se le porta vie tutte, tutte puntualmente con quei loro versi piagnucolosi, quelle loro storie da quattro soldi mangiucchiate da labbra pompose e raggrinzite, assieme. Ed è il delirio dell’io, del me riferito solo a me stesso, del “si fa a modo mio”, sempre e unicamente, ad ogni singola occasione raccontabile.

Che ci fosse mai una volta una specie di coralità, un teatrino audace e al contempo collettivo, una rappresentazione in piazza, dove tutti sono parte indispensabile del tutto e contribuiscono, nei loro rimandi complementari, ad elevarlo su ogni cosa, su ogni interesse, su ogni genere di pregiudizio, rivitalizzando quell’alterità che oggi risulta massacrata. Dov’è l’alterità? Che fine ha fatto? Da queste parti, forse, non ha neppure un nome per poter essere indicata col dito.

Frederick Marriot

Frederick Marriot

Sembra che questo “genere di cose” sia rinchiuso nei desideri reconditi di ognuno, lì, da qualche parte, e che non abbia mai accesso ad uno spazio adeguato per muoversi, per dire la sua, per esprimersi nella vita: stenta, tutte le volte, ad avere un riconoscimento per agire, per farsi allusione, quindi concretezza, e alla fine se ne rimane appollaiato lì, a marcire, come se ci fosse sempre bisogno di un’autorizzazione firmata da non so chi per animarlo e smuoverlo… È triste. È davvero tutto molto triste. C’è uno spreco sconsiderato di capitale umano che si potrebbe fare vita ludica a vita. Io credo molto in questa gente, ma questa gente crede troppo a ciò che la gente dice, affidandosi religiosamente a tutto ciò che annuncia perentoriamente il notiziario in TV, alla radio, sul web. Tutti i giorni. È solo lo straniero non regolarizzato che commette il misfatto più efferato, il connazionale è sempre innocente in queste occasioni, o risulta essere solo una sagoma sullo sfondo, che passa di lì per caso. Strano. I dati effettivi sulla criminalità (soprattutto sulla micro-criminalità, cioè quella che dà più fastidio ai cuori e morde più le pance) mostrano un quadro diverso dalla realtà. Forse si saranno sbagliati, i dati. Ma chi ci crede ai dati? Talvolta, sono così freddi… Meglio credere alle persone, no?

E quindi le code si fanno sempre più lunghe e fragorose, agli sportelli di un’amministrazione che dovrebbe essere più trasparente, più chiara, più telematica, in una parola, più veloce. Forse nel medioevo le cose giravano meglio, chissà! (I cavalli sono così eleganti dopotutto). Quella gente stipata, e in attesa di un numero luminoso che dovrebbe squillare tra molti altri numeri prima di lui, non fa che lamentarsi in continuazione, per ogni cosa che non va, per ogni presunto sgarro subito, per ogni cosa che deve essere solo e solamente dovuta, e non fa assolutamente nulla (sempre quella gente) per essere più comprensiva, più smorzante, più da “ti aiuto io se posso, dimmi cosa posso fare”, cercando soluzioni, promuovendone magari di altre, di più innovative, di sua spontanea ispirazione. E invece no, scatta e basta, come una molla che, seppur arrugginita, non delude mai nel suo sobbalzo gracchiante (e a volte anche graffiante – certe vecchie molle fanno davvero male, AHI!) In contro-risposta, dall’altra parte, avviene puntualmente l’erigersi della barricata, dei funzionari, degli impiegati tutti, che si murano dietro la procedura inattaccabile, e che utilizzano prontamente la “formulina magica” per ogni occasione, per ogni evenienza, per eludere lo scontato battibecco, e che fa più o meno sempre così: “Non dipende da me, non è di mia competenza… Queste sono le regole.” Questa è la magia! In Italia, forse, ci sono troppe regole, ed è questo un altro problema: la “gabbia d’acciaio”, che quelle regole provvedono ad allestire, non fa che intorpidire gli animi.

Dov’è finita la famosa partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica – tanto millantata da quei politicanti strozzati di falsità nelle loro sgargianti cravatte – che prevedeva il loro inedito e atteso coinvolgimento ai processi decisionali che li riguardavano più da vicino? Dov’è? Chi riesce a spiegarmelo? Io non so proprio da dove cominciare a cercare… Tutte chiacchiere. Chiacchiere e fuffa.

Questi personaggi giacca e cravatta – che fra un po’, una volta eliminati dalla scena politica, faranno carte false per approdare anche loro all’isola dei famosi – mi ricordano tanto quei “professionisti” che vanno a parlare nelle gremite sale delle università private, pagati profumatamente per non dire assolutamente nulla, per giocare con parole che neppure conoscono a fondo, giusto la patina, e per abbindolare a profusione un pubblico attento ma quasi sempre ignaro del raggiro; di quest’ultimo, il mal capitato pubblico se ne accorge solitamente verso la fine del corso, a giochi quasi fatti (si presuppone, in linea generale, che nella sfera di mercato i tanti soldi spesi conducano necessariamente alla qualità del prodotto acquistato, recando presumibilmente con sé quella cieca rassicurazione “scacciapensieri”. “Pago tanto quindi avrò il prodotto migliore”. Mi spiace, non è sempre una conseguenza logica, anzi – il mercato, per definizione, è sempre bello che incasinato: è capriccioso, come ultimamente lo è il tempo atmosferico: non affiderei a lui (al mercato) il destino “del mio avere” – ops! Volevo dire “del mio essere”, che sbadato!).

Cyril Croucher

Cyril Croucher

È un paese alle strette, o meglio, si sta allargando di molto: tutti partono o sono in procinto di, partire. Lo so perché sono uno fra questi. Le poche cifre che, ogni tanto, spiattellano i centri di ricerca a tale riguardo sono di gran lunga sottostimate. Al contrario: è un vero e proprio esodo di massa, e pochi ne parlano, perché? È per caso un fenomeno che crea scoramento? Strano. Non ci si preoccupa, invece, quando c’è da lanciare bombe di notizie macabre che appaiono scorrendo ogni giorno per tutti quelli schermi illuminati senza freni.

Altro fattore. Ci sono tanti NEET… E chi saranno mai questi ora? Che cosa vogliono da noi? È semplicemente un acronimo inglese (tanto per cambiare), che sta per “Not (engaged) in Education, Employment or Training“, cioè quegli individui che non sono né impegnati nel ricevere un’istruzione né una formazione, o non hanno un impiego né lo cercano; o ancora, che non sono impegnati in altre attività assimilabili, quali ad esempio tirocini o lavori domestici etc.; dicevo, ci sono tutte queste persone (che sì, hanno un nome, ed è solo NEET!!), che se ne stanno a casa a non far nulla, TUTTO IL GIORNO, e continuano a consumare inesorabilmente le poche risorse che ci sono rimaste, come se non ci fosse un domani, e senza produrne di nuove, di risorse. Questi soggetti (queste persone (!)), continuano ad aumentare in maniera vertiginosa, e nessuno ne parla mai.

Ah, vero! La gente crede troppo ai giornali, come fa a credere anche a ste cose di cui i giornali accennano forse solamente? Ci sono troppe cose da credere, bisogna fare una selezione per sopravvivere: è la legge mentale. Io ci credo in questa gente (nei NEET), semplicemente perché – secondo le loro “argute” definizioni – dovrei essere, al momento, uno di loro; dovrei rientrare nello loro statistiche sconclusionate (ah, per la cronaca, sono uno di loro anche perché faccio un lavoro a nero (quindi sono “oscuro” e non figuro nelle loro statistiche)), come quasi tutte le persone della mia età che vogliono tirare avanti, e che cercano nel loro piccolo di far qualcosa; sempre per la cronaca – parte seconda, e sempre a proposito di statistiche che non servono a nulla, se non a romperti i coglioni mentre stai cercando di fare la tua vita – mi chiama “Alma laurea” (chi si è laureato in Italia sa per forza cos’è), e nella trafila nel suo inutile questionario telefonico mi fa la cruciale domanda concatenata: “Lei al momento svolge un’occupazione? E se sì, di che tipo?” Mia risposta (in pausa lavoro e in attesa di rientrare): “Sì, svolgo un’occupazione a nero e, per la precisione (“dato che siete precisi”, ho pensato), lo faccio indossando una felpa dell’Alma Mater Studiorum, sì, proprio quella comprata per farmi figo all’università… Posso andare ora? Abbiamo finito?”. Risultati dell’inchiesta: disastrosi. Ma non per i risultati in sé, quello è scontato. Parlo invece della loro utilità in termini di rinsavimento del fantomatico collegamento Università-Occupazione (o “mondo del lavoro”, come preferite).

untitled1E allora? Cosa succede? Succede che questo paese è in coma. È una bella ragazza con i capelli vaporosi e acciambellati sul cuscino, ben pettinati ogni giorno dalle vecchine sedute sulle sedie, e che si lascia impegnata in quel sonno misterioso e profondo lontano da tutti noi (soprattutto da noi giovani, che innamorati pazzi di lei siamo costretti a partire e dirle “ciao”, in lacrime, senza che lei abbia la premura di dirci nulla), e che anche se la smuovi leggermente lei non si muoverà da lì, mai, per nessuna ragione: sta bene come sta. Le puoi sussurrare all’orecchio, e raccontarle i tuoi desideri che hai in serbo per te e per lei da un sacco di tempo; ricordarle le gesta miracolose della sua storia, una storia che è a dir poco incredibile, forse la più bella di tutti i paesi che esistano al mondo. Puoi dirle che hai un assoluto bisogno di lei, ora, e che hai provato l’impossibile senza il suo aiuto, ma che ormai sei arrivato alla frutta, e non puoi proprio non chiamarla in causa. Nulla. Lei non ti risponderà mai: rimarrà lì, immobile, con il suo celestiale sorriso che ti prenderà per il culo. Quindi cos’altro dirvi: l’Italia è decisamente in coma, e non accenna minimamente a svegliarsi, a dare cenno alcuno.

E allora che si fa? Si stacca la spina e ci s’inventa, tutti insieme, una patria nuova? E da dove si comincerà mai? Come si incastrano i mattoni (e con cosa??) per mettere su un intero palazzo-Paese? È mai esistito un sistema-Paese-Italia? Mi chiedo. Forse si dovrebbe ricominciare guardando indietro al futuro, e guardando avanti al passato, assieme: due prospettive che si rimboccano le mani e se le stringono, vicendevolmente. Vi deve come essere una specie di sposalizio tra le due (tradizione e innovazione a braccetto: come sono belle messe insieme! Un unione di fatto!) Bisognerebbe rigenerare un welfare serio, pensando soprattutto a quelle nuove generazioni che non hanno (e non avranno) davvero nulla, e che non vengono minimamente considerate (che cosa sono le nuove generazioni? Di che cosa stiamo parlando? Mah!).

Errore straordinario questo, dato che sono l’unica ricchezza che ancora ci rimane, considerata l’instabilità del tipo di elettricità che alimenta ancora quelle macchine che la mantengono in vita, la nostra-patria-in-coma (i due tipi di elettricità che, per il momento, ci stanno salvando il culo dall’inevitabile baratro sono, nella fattispecie, le rendite patrimoniali e il “welfare dei nonni”, l’unico welfare ancora rimasto in Italia – per chi non lo sapesse, il “welfare dei nonni” è, riduttivamente, la paghetta che ti dà tua nonna (o tuo nonno) per comprarti un gelato, o per farti un viaggetto in provincia; rendendolo invece un tantino più complesso, questo welfare può essere indicato come l’aiuto che i nonni danno a genitori entrambi lavoratori con figli, e che non possono permettersi di pagare le rette degli asili nido perché rincarate a dismisura… I nonni, quindi, colmano un vuoto siderale di un welfare che non c’è (o se c’è è gestito malissimo, perché c’è uno spreco di risorse che va in tasca a chi non dovrebbe andare), e che non potrebbe essere colmato da quei genitori (e sono tanti oggi) che non riescono assolutamente a conciliare i tempi di cura con i tempi di lavoro (perché negli altri Paesi ci riescono? Sono così diversi da noi?) Questo welfare quindi, quello cioè messo-in-pratica-dai-nonni, è l’unico welfare ancora vigente in Italia; chiusa parentesi lunghissima, scusate)…

… Dicevo dell’instabilità di questi due tipi di elettricità, e cioè: le rendite patrimoniali, pian piano, se le prenderanno tutte gli stranieri-coi-soldi, e che sono talmente innamorati del nostro bel Paese da fare pazzie inimmaginabili: ci stanno letteralmente saccheggiano, e noi non ce ne accorgiamo perché abbiamo un immediato (e disperato) bisogno di soldi (vedi i cinesi che si presentano nei locali con valigette stracolme di contante). Quindi non facciamo che vendere al miglior offerente le nostre inestimabili proprietà.

Per quanto riguarda invece i nostri nonni (cioè gli anziani), è vero il fatto che sono tantissimi, ma prima o poi moriranno, come tutti noi, quindi gli effetti immediati che, nello specifico, subiranno le famiglie in loro mancanza saranno a dir poco disastrosi. Si potrà dire che, al contrario, con la loro morte, la spesa socio-sanitaria potrà respirare un po’, dato che in loro assenza diminuirà sensibilmente… Ma io di questo non ne sarei così sicuro, dato che l’Italia in prima fila, assieme alla “cattiva-mamma-Europa”, si appresta a diventare, tra pochi decenni (ma in realtà ne siamo già immersi fino al collo), il territorio con il più alto tasso di anzianità al mondo, relativamente al numero complessivo della popolazione che vi abita, naturalmente (!)…

Gatto Bravo

Gatto Bravo

I panni dunque sono sciorinati, e c’è un profumo che pervade l’aria da far invidia a tutte le bolle di sapone di tutte le lavanderie di tutto quanto il mondo intero: da queste parti, nei centri storici dimenticati da Dio, è uno degli odori più benefici e più rilassanti di tutti. Per non parlare poi delle fragranze tipiche di quei pranzi domenicali interminabili, con i loro succulenti ragù, le loro fritture fantasiose, le polpette saltellanti e gioiose su per i pendii di ciotole traboccanti, che indicano, da lontano, quelle sontuose parmiggiane di melenzane, armoniose e campeggianti su quelle tavole rigogliosamente imbandite: tutti questi odori si legheranno nelle stradine, quelle più nascoste, dove i vicoli della tua infanzia saranno raggiunti da quella brezza marina che ti mancherà, oh sì che ti mancherà…

Ti lascerò, a malincuore, mentre sei posata su quel letto eterno, e mentre chi rimane qui non farà altro che violentarti ancora, abusare di quel poco che ti rimane, per prendersi l’ultimo bagliore di bellezza che c’è sempre in te, nonostante il tuo stato precario di salute, nonostante gli scandali che ti vedono come protagonista a causa loro, nonostante tu stia diventando sempre di più la terra di nessuno.

Partirò, mi informerò, studierò ancora e sempre di più, e ti porterò la cura, te lo prometto: dovessi lambiccarmi il cervello sino all’esaurimento. Ti porterò tutto quello che ti occorre, affinché i tuoi occhi possano incontrare nuovamente i miei, ancora una volta, giusto per ricordarmi che effetto fa. Ma ora scusami, devo andare.

Ciao mia bella ragazza, ciao mia bella Italia.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Sangu meu

Il postmoderno è uno storyteller in riva al mare

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Modern Loneliness-LePere

Modern Loneliness-LePere

Di Leonardo Lippolis

Luogo storico dell’emancipazione dai vincoli oppressivi della tradizione e della comunità chiusa dell’epoca premoderna, la città, con il capitalismo, è divenuta strumento dei suoi processi di alienazione ma anche luogo della possibilità e della chance rivoluzionaria.

È difficile dire cos’è la città oggi; nonostante alcuni tratti comuni, sono tante le differenze tra quello che accade nel vecchio Occidente e nel resto del mondo, quello in espansione in Asia, Sudamerica, Cina e Africa. Il dato certo è che lo stucchevole dibattito di alcuni ambienti militanti sul contrasto città-campagna è surclassato dalla realtà, per cui l’urbanizzazione, ovvero l’espansione di giganteschi agglomerati abitativi dai confini sempre meno definiti, è una tendenza in atto in tutto il globo.

La Cina è lo specchio dei tempi; nelle sue megalopoli di decine di milioni di abitanti si sperimentano le forme più estreme del cambiamento. Da qualche mese, per esempio, a Pechino è in costruzione un muro che reclude in sterminate periferie circa due milioni di contadini da poco immigrati nella capitale, attratti dal boom economico e dalla possibilità del lavoro di fabbrica. Posti di guardia, telecamere e pattuglie militari controllano gli accessi e i confini tra la città e questi ghetti che rimangono chiusi dalle 23 alle 6 del mattino. Di giorno i reclusi della città-prigione possono entrare e uscire solo con un pass che certifica la loro identità, l’appartenenza etnica, l’occupazione e un numero di telefono.

Mentre questa soluzione semplice e brutale ai problemi determinati dallo sviluppo urbanistico è già in estensione alle altre grandi città cinesi, la ricca borghesia di Shangai ne ha trovata anche una più esclusiva. Shangai è considerata il più grande laboratorio sperimentale dell’architettura di oggi, ma i problemi sociali derivanti dalla sua continua trasformazione sono gli stessi di tutte le megalopoli del globo, in primis la nevrosi securitaria, e la sua borghesia preferisce togliersi dai riflettori e rifugiarsi in alcune cittadelle fortificate costruite apposta per le sue esigenze.

Mojo-Wang

Mojo-Wang

Sono ben dieci infatti le città “a misura d’uomo”, per un massimo di centomila abitanti l’una, che i principali studi architettonici europei e americani hanno costruito attorno a Shangai, riproducendo ognuna un tipico paesaggio urbano europeo (ci sono una piccola Londra, Parigi, Amsterdam ecc.). Di fatto queste città sono dei dormitori di lusso che al mattino si spopolano dei ricchi abitanti, diretti al lavoro nel cuore di Shangai, e restano deserte tutto il giorno, attraversate soltanto da truppe di guardie al servizio della sicurezza (?) delle strade e da squadre di immigrati sottopagati per tenerne pulito il deserto umano e sociale. Mentre i vecchi quartieri popolari di Shangai vengono rasi al suolo in nome della crescita economica, seppellendo sotto le proprie macerie forme di vita e socialità secolari, l’idea di felicità del nuovo che avanza è ben rappresentato dall’ordine, dalla geometria e dal silenzio di queste città nate morte.

Queste gated communities (“comunità recintate”), nate negli anni settanta negli Stati Uniti come utopia residenziale della borghesia ossessionata dai pericoli della metropoli e rapidamente diffusesi ai quattro angoli del globo, rappresentano la forma più compiuta della negazione della città come luogo del possibile. Nelle megalopoli in espansione del Terzo e Quarto Mondo esse sono assediate dai quartieri poveri dove si ammassano tutte quelle persone respinte da un’economia sempre più spietata. Esse concretizzano lo scenario urbanistico delle future tensioni sociali; i cancelli che separano le favelas da questi ghetti per ricchi suggeriscono un’imminente guerra civile planetaria. Per capire qualcosa di questi conflitti a venire è interessante leggere i rapporti con cui gli strateghi della NATO hanno da tempo previsto che il controllo delle future metropoli (il 2020, secondo loro, è l’anno critico, cfr. Urban Nato 2020) dovrà essere affidato a truppe militari specializzate, addestrate alla guerriglia urbana di Baghdad e Mogadiscio. Per avere invece un’immagine di ciò che, a livello umano, psicologico e sociale, cova nei ghetti dei privilegiati è sufficiente leggere i geniali ultimi romanzi scritti da J. Ballard: non è “il sonno della ragione” che cova lì, è qualcosa d’altro, partorito nei due secoli successivi a quel celebre monito illuminista, ma il risultato è lo stesso…

Ma la storia continua a non essere un percorso lineare, né nel bene (il progresso, la rivoluzione) né nel male (la catastrofe, la guerra civile) e anche alle latitudini dove si palesa in modo più evidente la crisi in atto esistono forme di autogestione sociale e di autocostruzione materiale che indicano una via d’uscita dall’autostrada spalancata verso il baratro.

Altrettanto certo è che le “nostre” città occidentali sono luoghi sempre più alienanti. Tutta l’organizzazione dello spazio urbano congiura per negare la natura storica della città come luogo dell’incontro e del possibile. Erosione dei legami sociali; concatenazione di luoghi anonimi dispersi e privi di confini riconoscibili; declino degli spazi pubblici, considerati territori pericolosi da disertare. Tutto ciò ha fatto delle nostre città delle città morte, dei luoghi in cui gli individui sono consegnati all’isolamento, all’autoreclusione e al reciproco controllo.

Aoki Tetsuo

Aoki Tetsuo

Eppure il progetto totalitario del capitale era già chiaro nei primi anni del Novecento. Mentre George Simmel, Walter Benjamin e Sigfried Kracauer avevano già descritto la natura di questa evoluzione a partire proprio dalla lettura delle trasformazioni delle forme di vita in atto nelle grandi città, il più grande architetto del secolo, Le Corbusier, l’inventore dell’idea che la casa è una “macchina per abitare”, sanciva che, prima di costruire le case in serie in cui rinchiudere i proletari, bisognava costruire e inventare lo spirito per abitarle, queste case in serie. E questo progetto di omologazione della vita delle persone in un periodo di grandi sommovimenti sociali avveniva al grido esplicito di “architettura o rivoluzione”. Quello di Le Corbusier era un discorso destinato ad essere storicamente vincente: i vecchi quartieri popolari dovevano essere rasi al suolo perché insalubri, ma soprattutto perché socialmente pericolosi, focolai per un rivoluzione allora possibile, e le persone dovevano essere deportate in quartieri-dormitorio anonimi e privi di socialità, funzionali alla città-macchina. Case in serie per un’umanità macchinizzata.

E cosa poteva significare inventare questo spirito se non stravolgere la vita delle persone secondo il principio che la vita dell’uomo deve ridursi alla soddisfazione di quattro bisogni fondamentali, ovvero, “lavorare, consumare, circolare e abitare”? Le città, per essere moderne, e cioè funzionali ai rinnovati bisogni del capitalismo, dovevano essere distrutte e ricostruite secondo questi parametri, come decretò la “Carta d’Atene”, il documento fondamentale dell’urbanistica contemporanea elaborato nel 1933 da un pool composto da Le Corbusier e dai più importanti architetti mondiali. E da allora questo progetto è stato portato avanti con costanza ed efficacia, magari non nel dettaglio dei farneticanti progetti urbanistici di allora (vedi la ville radieuse dello stesso Le Corbusier), ma sicuramente nella sua sostanza.

Chi infatti può mettere in dubbio che nelle città di oggi la nostra vita è organizzata in modo da dare spazio a qualcosa di diverso che non sia lavorare, consumare, avere una casa (per tacere di “quali case” e a “quali condizioni” per ottenerle) e circolare tra i luoghi deputati a queste attività? Esiste ancora lo spazio pubblico? Esistono luoghi per qualche attività “inutile”, socializzante, creativa? Qualcuno può negare che la strada abbia perso qualsiasi funzione che non sia quella della pura circolazione? E Le Corbusier aveva predetto la necessità di “abolire la strada”…

Se lo sventramento dei centri urbani, la loro trasformazione in centri amministrativi (o, in casi “meritevoli”, in musei a cielo aperto), e la distruzione dei quartieri con la cacciata della popolazione in desolanti quartieri-dormitorio di periferia, sono gli innegabili tratti fondamentali delle trasformazioni urbanistiche del Novecento, l’applicazione dello stesso modello alle Pechino e alle Shangai di oggi dimostra quanto questo processo continui ad essere attuale.

Xiao Yang

Xiao Yang

Come non notare che la cultura del sospetto e del pericolo alla base della dilagante paranoia securitaria è insita nella logica di fondo del funzionalismo, ovvero nel fatto che se un abitante della metropoli fa qualcosa che non risponde a uno di questi quattro dogmi antropologico-urbanistici, è un sospetto? Ciò che non ha un’utilità al ciclo produzione-consumo-svago non ha diritto di esistere nella città; è attività non solo superflua, ma non concessa. La richiesta di maggior sicurezza, priorità nell’agenda di tutti i governi del mondo “sviluppato” o in sviluppo, è incentrata proprio sull’idea di rendere la vita urbana ancora più sterile e anonima, ed è la diretta conseguenza dell’isolamento a cui l’individuo è costretto nelle città nel momento in cui l’organizzazione dello spazio e della vita quotidiana rompe i legami sociali e le forme di vita tipiche del vecchio tessuto urbano.

È ovvio che strade che vivono solo in funzione delle merci e che si svuotano nel momento in cui il ciclo produttivo della giornata s’interrompe, diventano inospitali e “pericolose”, perché non ospitano più relazioni sociali consolidate. Decenni di organizzazione della solitudine e dell’alienazione hanno prodotto l’odierna cultura della paura.

Sarebbe semplice dimostrare come i situazionisti avessero colto l’essenza di queste trasformazioni così cariche di conseguenze nel momento in cui sorgevano, in Europa tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Basta constatare che tutta la critica sociale odierna utilizza categorie simili a quelle della “società dello spettacolo” per descrivere (ma non più per contestare, perché il pensiero debole dà per certo che il “futuro è morto”) il carattere totalitario del capitalismo e l’idea che a causa sua il mondo sia diventato un luogo inospitale sull’orlo della catastrofe.

Di fronte all’alienazione e all’istupidimento prodotti dalla società dello spettacolo, oggi tutti denunciano il pericolo combattuto dai situazionisti cinquant’anni fa, ovvero la scomparsa della possibilità stessa di pensare un mondo e relazioni umane sottratti alla logica mercantile.

Andrea Costantini

Andrea Costantini

Sarebbe altrettanto semplice constatare la lungimiranza dei situazionisti stessi nell’analisi delle trasformazioni delle città degli anni Cinquanta, ovvero la chiara percezione dello sradicamento e dell’insensatezza dei tempi di vita urbani soggetti al meccanismo spietato di produzione-consumo del neocapitalismo. In fondo, come esempio, basterebbe ricordare che nel 1961, nel pieno boom della costruzione delle “nuove città” francesi (le banlieues), l’IS scriveva che “i privilegiati delle città-dormitorio non potranno che distruggere”, e sottolineare quanto, nelle infinite analisi sulle rivolte scoppiate nel 2005 in quei “luoghi del bando”, siano state sottovalutate proprio l’importanza e il significato della dimensione urbanistica.

È meno scontato, ma forse più interessante, riflettere sull’attualità del progetto costruttivo dei situazionisti, apparentemente così demodè. Consapevoli che il processo di deumanizzazione portato avanti dal neocapitalismo si stava imponendo attraverso la colonizzazione della vita quotidiana in nome della necessità utilitaristica, i situazionisti erano convinti della necessità di creare e diffondere un diverso sentimento dello spazio e del tempo sociale. E ciò doveva e poteva avvenire sul terreno privilegiato delle città, luogo storico del conflitto e della possibilità di trasformazione dell’esistente. La città ospita e crea forme di vita ed esperienze; le forme di vita e le esperienze creano un immaginario; l’immaginario crea desideri e bisogni nuovi. Nell’ipotesi di questa concatenazione materialista sono racchiusi il senso della scommessa con la storia provata dai situazionisti e anche la sua possibile validità odierna.

Fino a ieri questa capacità d’invenzione della città come luogo del possibile è stata fortemente riconosciuta. Oggi, sulle ceneri della lotta di classe e all’ombra di una guerra civile che alcuni credono imminente, è proprio sulla critica della vita quotidiana alla base del discorso situazionista sulla città che si muovono alcune delle esperienze sociali più interessanti.

È la cronaca stessa che dimostra come la questione del territorio sia sempre più centrale nel campo delle lotte. Solo per restare in Italia ci sono almeno due situazioni che aprono le possibilità di una riflessione interessante: il movimento Notav e il terremoto dell’Aquila (ma si potrebbe parlare anche delle rivolte a Napoli sulla questione-rifiuti), sono solo gli esempi più eclatanti del fatto, evidenziato in particolare da Miguel Amoros, che i principali movimenti di lotta di oggi sono legati a tematiche che non hanno più a che fare con le categorie economicistiche care alla sinistra tradizionale, ma a qualcosa che mette in gioco il qualitativo del quotidiano di persone e comunità.

Per il capitale non esiste distinzione tra città e campagna. Il capitale non ha neanche più un’idea di città, tanto da averle di fatto annullate e spappolate. Il capitale ha bisogno soltanto di organizzare il territorio in funzione dei propri bisogni utilitari. È il territorio in sé che deve essere funzione della macchina economica. Per il capitale lo spazio stesso è un nemico, una perdita di tempo, un intoppo nel ciclo produzione-consumo. Il progetto della TAV dimostra questo: il treno ad alta velocità non è niente di più che uno strumento per annullare lo spazio tra due città, uno strumento che trasforma ancor più lo spazio extraurbano, quel che resta di valli e campagne, in funzione di una metropoli che a sua volta perde qualsiasi confine. Nella loro volontà di non vedere il proprio territorio sventrato dalle necessità assurde dell’alta velocità, gli abitanti della Val Susa mettono quindi in atto una critica pratica delle necessità del capitalismo. A L’Aquila, invece, dapprima la costruzione di campi di emergenza ad opera della Protezione Civile, costitutivamente parenti dei campi di concentramento, ha confermato una volta di più qual è il confine tra stato di diritto e stato d’eccezione nei moderni stati democratici; successivamente la creazione delle New Towns, orribili metastasi di cemento in cui deportare la popolazione sfollata dalla città, ha invece dato un ulteriore prova di quanto spazio il dominio conceda all’autonomia e all’autogestione della vita delle persone, anche in situazioni di eccezionale emergenza. In questo senso la sollevazione della popolazione aquilana contro la gestione totalitaria dell’emergenza terremoto ha messo in pratica una critica dello Stato, la messa in discussione della delega e il tentativo di rivendicare forme di democrazia diretta e di autogestione.

Clara Lieu

Clara Lieu

Ecco due esempi concreti di come, alla base delle lotte odierne che riescono a rompere i limiti angusti delle militanze politiche per essere dirompenti, ci sia volontà di non perdere qualcosa, come un territorio con le sue caratteristiche ambientali e sociali, che viene ancora ritenuto importante nella qualità della vita quotidiana di una collettività. Ma anche nelle disperate e disperanti metropoli d’oggi ci sono manifestazioni significative della stessa forza di opposizione alla rassegnazione. Nonostante la sua necessità di annullare lo spazio, il capitale non può di fatto materialmente riuscirci del tutto e nello scarto prodotto dal contrasto tra questa volontà e la realtà fisica delle città si aprono spazi imprevisti che offrono alle persone possibilità di infiltrarsi, appropriarsi e vivere diversamente dei luoghi, creare delle situazioni.

A distanza di cinquant’anni, nonostante i quartieri e le sue forme di socialità siano irrimediabilmente scomparsi, le pratiche antiutilitarie proposte dai situazionisti restano realizzabili e valide: utilizzare in modo creativo e ludico lo spazio-tempo sociale, riappropriarsi di spazi abbandonati per praticare forme di autogestione, ricostruire forme di solidarietà e di socialità, sono tutte forme di lotta non solo sempre possibili ma che dimostrano di attrarre le persone che non si rassegnano all’impotenza.

Gli orti urbani, nati negli anni Settanta e in continua espansione, sono un esempio concreto, semplice quanto significativo, di questa attitudine di riappropriazione della città. I situazionisti avevano suggerito che solo da un progetto di autocostruzione e autogestione di esperienze condivise può svilupparsi una possibilità di resistenza e ribaltamento della cappa totalitaria del dominio dell’economia. Oggi più che mai questo bivio è evidente. Di fronte allo spettro della barbarie, la rabbia nichilista che non riesce a nutrirsi di un progetto costruttivo, risulta sterile. I fuochi, pur appassionati e appassionanti, delle banlieues francesi stanno a dimostrarlo.

Contemporaneamente molte lotte portate avanti da schiere di volenterosi militanti ci suggeriscono che il richiamo all’etica e la mobilitazione dell’indignazione degli “altri” contro le peggiori nefandezze e nocività di questo sistema di morte non bastano. E il discrimine tra una lotta partecipata e una autoreferenziale non passa da questioni annose, come la falsa alternativa pacifismo o uso della violenza, ma dal coinvolgimento o meno delle persone in questioni che sentono riguardare da vicino il qualitativo del loro quotidiano.

Per questi motivi, a chi osserva e vuole influenzare i mutamenti in atto, il creare forme di vita ed esperienze condivise, così come l’inventare un nuovo immaginario e nuovi desideri, non appariranno slogan di una rivoluzione utopistica del passato, ma i possibili nodi di svolta per un’ipotesi concreta di una trasformazione dell’esistente, che risulta più necessaria e urgente che mai.

Editing grafico a cura di Edna Arauz

Fonte: Rivista XX MILA LEGHE SOTTO, Catalogo Nautilus, gennaio 2011.

L’Internazionale Situazionista

 

Cilions

Cilions

Sono nato – e vivo attualmente – in una fetta d’Italia che si è abbandonata al suo destino, che rimane a poltrire nella sua sudata insignificanza, e che ormai non ha più nulla da offrire se non la sua sgargiante e ostentata opulenza taroccata. Certo, ci sono paesaggi mozzafiato, di quelli che neanche la finzione potrà mai creare; oppure prodotti enogastronomici che nessuno al mondo avrà mai, e che mai nessuno saprà produrre in quel modo e in quei sapori… Ma questo non basta. La loro salubre sazietà servirà solo a spegnerti il cervello, a non farti pensare, a farti dimenticare, lentamente e inesorabilmente (uno stillicidio), che hai tutte le carte in regola per essere te stesso, ora, già da domani, però da qualche altra parte.

Spesso ho dovuto sorbirmi l’opinione di chi, dall’alto della sua presunta longeva esperienza, giudicava il mio atteggiamento verso questa terra pigro, remissivo, senza spirito d’iniziativa: un atteggiamento vinto, morto sul nascere. Ma penso tuttora convintamente che non ci si può attivare seriamente se non ci sono prima le condizioni per farlo. Un esempio semplicissimo. Non si può aspettare mesi e mesi solo per avere un libro (non un libro introvabile, ma uno normale, disponibile immediatamente) che desideravi leggere da un sacco di tempo, e che
magari ti serviva proprio per evadere da qui (prima mentalmente, e poi forse anche materialmente con tutto te stesso).

Non si può elemosinare quello che dovrebbe essere la base, un diritto per tutti, e che spesso da queste parti – come diceva qualcuno – viene scambiato per un favore. Non si può non avere a disposizione quel materiale mentale e pratico che ti consente, meglio di ogni altra cosa, di avere uno spirito critico verso ciò che ti circonda. Non posso essere attivo, spendermi nelle mie possibilità, se non sono prima critico, se non mi sono fatto un’idea, se non riesco a formulare per me – e con gli altri – una possibilità di cambiamento.

Non avrei mai voluto pensare tutto questo della mia terra; una terra potenzialmente meravigliosa sotto molti aspetti. Ho cercato tenacemente, e invano, di trattenermi da facili e inutili giudizi, e di non sentirmi vittima di tutto ciò che mi ha creato, di ciò che mi ha visto nascere e crescere. Anche se spesso ho fatto finta di nulla, un’altra parte di me continuava a covare rancore…

La verità è che la sociologia mi ha salvato la vita. Mi ha insegnato ad osservare attentamente, e a non dare mai nulla per scontato. Mi ha introdotto in quella magica visione del mondo sociale che rende visibile ciò che spesso è invisibile, poiché divenuto ormai routine consolidata. Mi ha insegnato che ci sono sempre tantissimi punti di vista da tener conto, da rispettare, e che bisogna scegliere le angolazioni più scomode se vuoi addentrarti sul serio in qualcosa che ti va di conoscere.

Ebbene, ho cercato in tutti i modi di farmi un’idea diversa di questa mia terra; ho cercato di perlustrare tutto il possibile nei miei limiti, confrontandomi, soprattutto, con più gente che potevo; il risultato non è cambiato di una virgola. E quel libro, quel normale libro che posso trovare facilmente ovunque ma non qui, lo sto ancora aspettando…

Avrei voluto dare tanto alla mia terra, ma lei non mi merita: non sento, sinceramente, che mi appartenga più, per quello che sono ora, e per quello che desidero essere domani. In conseguenza di ciò (e di certo non solo per le infinite attese di libri giunti in momenti non più consoni – era giusto un esempio fra tanti) sono contento di dare me stesso ad un altro Paese, perché forse lì questo pensiero critico che coltivo soprattutto verso me stesso – e che è la sostanza della mia vita – viene invogliato a nascere, a durare, a farsi cambiamento.

Spero di sbagliarmi, e di debellare tutto ciò che ora il mio pensiero zampilla con veleno senza freni. Spero un giorno, quando forse tornerò, di trovare quelle semplici condizioni che mi permettano – così come immagino a molte altre persone – di avere una visione nuova, purificata; di sentirmi finalmente fiero di questa (mia) terra.

Questo sud, per me, è soprattutto una poesia di Franco Arminio:

9273f0ba3481c8aa8aa8d93faa65b51ail sud ora è questi cani
che abbaiano,
le luci ferme del paese nuovo
sotto la luce mossa della pala eolica,
il sud epatico, eretico,
il sud che pensa alla morte
alle sei del mattino
mentre io penso a una corriera
che attraversa un paese lucano
a quest’ora,
mentre io penso al mare
che non raggiunge le stanze annerite
dei vicoli, penso al sud interno
senza muli e senza maiali,
il sud dei letti vuoti.
cosa possiamo farne
di questo sud?
è davvero una speranza
avere un progresso inerte
sciancato?
è davvero una speranza
un paesaggio inoperoso
qualche piega non stirata

byCarrieLingscheitdal rullo dell’economia?
oscillo quando penso al sud,
mi esalta e subito dopo mi avvilisce.
ieri sera al mio paese sentivo
che le porte chiuse sono troppe,
sentivo che la falla è troppo grande
e forse per questo il sonno si è guastato.
la mia vita nel sud
è un inquietudine che non si posa
da nessuna parte, è tenere
il mondo appoggiato
sulla punta del cuore,
il sud è non avere pace
e non avere compagnia.
il sud è solo,
per questo parla ad alta voce,
per sentire la sua voce
che forse non c’è più.
il sud quando parla
viene dal passato
o dalla follia.

Comunità provvisorie, il blog di Franco Arminio e dei paesologi.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Cover

Riproponiamo una preziosa intervista sul “Welfare generativo” rilasciata da Tiziano Vecchiato, direttore (e sociologo) della fondazione Emanuela Zancan di Padova.

A cura di Francesco Caligaris e Maria Rosa Valetto.

Fonte: Animazione sociale, aprile 2013

Non ci si può ridurre a raccogliere e distribuire

E sotto gli occhi di tutti che la povertà è la vulnerabilità crescono, delineando un problema complesso, in cui si tende a scaricare molte colpe sul welfare. Ma con questo attacco al welfare, non si rischia di buttare via il bambino insieme all’acqua sporca? Non si tratta piuttosto di responsabilità strutturali che richiedono un cambiamento di paradigma?

Il problema è proprio questo: l’idea di un welfare in crisi ineludibile – e a cui non riusciremo a far fronte – e più di un’idea, è diventata una scelta di campo, un posizionamento dato per scontato per quanto non ancora dichiarato, di non pochi operatori sociali e – ancor di più – di molti rappresentanti delle pubbliche istituzioni. Al contrario, a mio avviso, non si può dimostrare che il welfare si trovi in una deriva di insostenibilità. I numeri non lo indicano; non mi riferisco al vissuto degli operatori o degli amministratori, ma proprio ai numeri. Per comprendere la situazione attuale occorre rivisitare il percorso attraverso cui ci siamo arrivati. In Italia, nell’interpretare la Costituzione, si è pensato di costruire il sistema di welfare principalmente basato su una strategia che potremmo definire di «solidarietà» che si sviluppa su due linee di azione: raccogliere e redistribuire.

Cinquanta anni fa, per rendere operativo il contenuto del patto costituzionale, per concretizzarlo in diritti e doveri, si scelse in effetti la modalità strutturata, quella di una solidarietà intesa come solidarietà fiscale, secondo cui ogni cittadino destina al bene comune una parte della propria capacità di reddito, della propria ricchezza, della propria disponibilità finanziaria. La solidarietà fiscale ha implementato così il nostro sistema di welfare, finanziando il diritto alla salute, l’istruzione, l’assistenza sociale, ecc. Si può affermare che questa scelta ha avuto e ha ancora oggi successo. Per esempio, in Italia, 110 miliardi di raccolta fiscale fanno lavorare in sanità 860mila persone e la stima complessiva, con l’occupazione «indotta», raggiunge circa un milione e 200mila persone. Un dato rilevante quanto a occupazione, ricchezza, dignità, per molte persone e famiglie.

Però, proprio a questo livello della strategia, che implica solidarietà per «raccogliere risorse necessarie per aiutare», si individua una grande criticità: per aiutare, bisogna disporre di capacità tecniche e professionali. Di conseguenza, i soldi raccolti non possono essere semplicemente dati a chi ne ha bisogno, ma vanno finalizzati a potenziare il lavoro di welfare. Altrimenti si riduce o elimina del tutto la possibilità di aiutare, nella misura in cui si passa frettolosamente alla seconda linea d’azione, il redistribuire. Partire dal concetto del dare di più a chi ha meno, pur essendo altamente significativo, non è sufficiente per risolvere il problema delle disuguaglianze, delle non capacità e della povertà. Questo è il punto: ma diversamente dai 110 miliardi destinati alla tutela del diritto alla salute, dei 51 miliardi destinati alla assistenza, protezione e promozione sociale, solo il 10% si converte in lavoro di welfare, mentre il 90% rappresenta solo speranza basata sul trasferimento economico. Il nostro sistema trasferisce molte risorse finanziarie a chi ne ha bisogno – a volte anche a chi non ne ha – immaginando che poi vengano impiegate per accedere a beni necessari o per acquistare aiuto.

Il sistema è sostenibile, ma spesso incapace

Eppure, nonostante questa criticità, si può ritenere che non siamo ancora in una deriva insostenibile?

community_raised-handsÈ facile dimostrarlo. Torniamo a considerare la spesa sanitaria e osserviamo la sua incidenza sul PIL: a parità di servizi la spesa dell’Italia è 1,5/2 punti inferiore a quella di altri Paesi europei. Questa differenza si spiega con strategie di gestione che rendono più efficiente il nostro sistema rispetto ad altri. Per esempio, in Francia e in Germania esiste un sistema di raccolta fondi differente dal nostro, che non è fiscale, ma si basa sulla solidarietà categoriale e quindi sul ricorso a mutue. Mentre la raccolta fiscale si fonda sull’imposizione dei redditi, quella mutualistica si basa su un accordo categoriale in cui ciascuno destina parte dei propri redditi alla protezione del proprio gruppo di solidarietà. Ora, questa forma di raccolta di risorse da una parte garantisce un tracciato più vicino – e quindi più sicuro – tra finanziatore e beneficiario, ma dall’altra ha in media un costo più elevato, di circa un punto e mezzo di PIL, come prima dicevo. Quindi non si può sostenere che il nostro welfare è alla deriva, visto che altri Paesi potrebbero prenderci come esempio. Restano innegabili, comunque, le inefficienze, il che fa intravedere i margini di miglioramento, senza innescare atteggiamenti catastrofisti.

Questo discorso, vale per il nostro sistema di assistenza sociale: se si guarda l’indice di finanziabilità rapportato al PIL e l’indice di occupazione, cioè quanto lavoro producono le risorse finanziarie destinate al welfare, si scopre che altri Paesi hanno indici di occupazione migliori, a parità di risorse. Il nostro non è un indice di degrado, bensì un segno che si potrebbe fare molto meglio, con le risorse che abbiamo a disposizione. Eppure, a confermare la tesi di una deriva del welfare, appaiono fattori quali le disfunzioni in sanità, l’incapacità dei Comuni di amministrare le risorse per l’assistenza sociale, la frammentazione delle gestioni, o criteri di accesso a prestazioni e servizi diversi da un Comune all’altro. In Italia, lo sappiamo, manca uno strumento unitario per configurare i livelli essenziali di assistenza (LEA). Sarebbero, invece, fondamentali per avere più equità di accesso ai servizi e un governo più efficiente della spesa. Tutto questo, però, non è dovuto al fatto che il sistema non è sostenibile, ma semplicemente all’incapacità di chi amministra i proventi della solidarietà fiscale.

Un luogo privilegiato di sviluppo della società

Da questo quadro emerge una situazione imperfetta, ma con opportunità e spazi di azione. Che cosa rispondere, allora, a chi suggerisce un passo indietro da parte dell’attore pubblico?

È proprio in un contesto del genere che un imprenditore non direbbe: «chiudo e faccio fallimento»; ma concentrerebbe le sue energie sui potenziali di miglioramento e investimento, alla ricerca di maggiore efficienza, migliore occupabilità, maggiore efficacia. Il sistema di welfare è stato creato per essere solidali, per trovare risposte ai bisogni, per non essere disperati, per intravedere opportunità, per offrirle alle nuove generazioni, per prenderci cura degli anziani, cioè per essere una società che ha a cuore la propria vita e il proprio futuro.

Se il welfare svolge il suo compito, ogni ragazzo ha la possibilità di imparare, per poi essere in grado di offrire il proprio contributo allo sviluppo sociale. Analogamente, un anziano non si sente un peso per la società nel momento in cui ha bisogno di cure, ma anzi può pensare: «Anche adesso che non sono autosufficiente, grazie a me qualcuno lavora e ha un reddito». Del resto, ce lo hanno insegnato le assistenti familiari – dette malamente badanti – che si sono inventate un lavoro, un’impresa diffusa in tutta l’Italia e hanno trovato da vivere per sé e per le proprie famiglie rimaste nei Paesi di origine. Questo è investimento e socialità positiva. Il nostro limite nel comprendere questo modello di welfare è che, quando consideriamo i due perni della questione – raccogliere e redistribuire –, pensiamo i proventi della raccolta come risorse economiche da «dare», da distribuire e basta. In realtà, questo non è welfare, ma solo assistenza e beneficenza istituzionale, amministrata tra l’altro con costi elevati. Ci tiene indietro nel tempo. Non è infatti un’interpretazione corretta della Costituzione dove, anche quando ci si riferisce – nell’articolo 38 – alle persone inabili o incapaci al lavoro, non si afferma di limitarsi alle erogazioni monetarie. Si parla di necessario per vivere sì, ma anche di lavoro. Il lavoro non come fatica, ma come ri-costruzione della dignità sociale, dell’integrazione, del contributo di ogni cittadino – nella misura delle proprie capacità – a una vita insieme, in cui tutti si prendono cura di tutti. La rilettura della Costituzione ci porterebbe ben oltre l’indispensabile, per riscoprire le funzioni del lavoro a sostegno dell’autonomia e per contrastare l’impoverimento, con tutte le sue ricadute sociali, etiche e poco democratiche.

L’ambigua connessione tra gettito e servizio

L’approccio alla base della Costituzione nella nostra epoca si scontra però con una drammatica fragilità di sistema: da una parte è diminuito il consenso sociale sulla solidarietà mediata dalla raccolta fiscale, dall’altra cresce la disponibilità alla mercatizzazione dei servizi.

La crisi della raccolta fiscale è anzitutto alla fonte. Il nostro sostegno al welfare si è storicamente basato su una capacità di raccolta fondi «tracciabile», perché legata al lavoro dipendente dominante negli anni ‘60-’80. Era una fase di sviluppo del Paese in cui era più facile raccogliere, investire, creare lavoro e redistribuire. Oggi, invece, il lavoro che produce risorse fiscali è sempre meno diffuso perché è diventato fragile, depotenziato, meno capace di gettito e quindi anche di solidarietà fiscale. È come se avessimo rimpicciolito le spalle per reggere il peso della montagna. Non si tratta, quindi, di una crisi del welfare, ma di una crisi della prima linea di azione strategica: la raccolta fondi. Va ripensata, in quanto sappiamo bene che ormai il reddito da lavoro dipendente non può bastare. È la ricchezza nelle sue diverse forme che deve produrre le risorse necessarie per il welfare.

Al momento non abbiamo una soluzione condivisa, dobbiamo cercarla, in modo da restituire speranza anche a chi non può averla, proprio perché la sua condizione non gliela garantisce. Penso soprattutto alla tutela pensionistica delle nuove generazioni, dato che si è affidato alla responsabilità individuale ciò che prima era strategia sociale. Una domanda rimane aperta, di conseguenza, e non solo per il problema della pensione dei giovani: dove può andare il consenso sociale in questo momento, verso soluzioni individualistiche o verso nuove strategie di solidarietà sociale? Il clima è inquinato dalla mala fede di chi sostiene che non ce la faremo e che dobbiamo affidarci al mercato. Chi sostiene questa tesi spera in un vantaggio dalla commercializzazione delle risposte di welfare meno protette dalla solidarietà fiscale. Si tratta di un ragionamento che non considera i costi complessivi, che saranno più elevati per tutti.

Gli imprenditori lungimiranti hanno compreso che non conviene portare a casa utili a breve, se poi perderemo tutti. Hanno attivato, di conseguenza, forme di welfare integrativo, dando non soldi, ma servizi. Non si sono limitati a offrire servizi sanitari integrativi, ma anche servizi sociali di vario genere: primi fra tutti i nidi aziendali, ma anche servizi di segretariato, per pratiche sociali, carrelli spesa, ecc. Sono imprese interessate ad avere persone che non solo lavorano, ma che, se stanno bene, diventano più capaci di esprimere una co-finalità con l’impresa e viverla come missione che può essere condivisa. Se fanno così le imprese più lungimiranti, perché assecondare le sirene catastrofiste e delegare al mercato la gestione del rapporto tra bisogni e diritti, in nome di scelte politiche incapaci di futuro? L’esito drammatico non sarebbero solo i costi immediati, che verrebbero scaricati sui cittadini più bisognosi, ma anche e soprattutto la distruzione di un’infrastruttura di solidarietà nel suo insieme, costruita in tanti anni, una vera e propria grande opera su cui basare futuri investimenti per lo sviluppo del Paese.

Costruire contesti di responsabilizzazione

A questo tentativo di smantellamento del welfare si accompagna un brusco invito ai singoli a darsi da fare, a rimboccarsi le maniche, a essere creativi. Ma le capacità – ci insegna Sen – sono legate alle opportunità e anche all’investimento pubblico sul costruire le capacità dei cittadini e le capacitazioni dei servizi…

learntoswimSiamo a una effettiva ingiunzione paradossale, del tutto estranea allo spirito e alla lettera della nostra Costituzione. Lanciare un messaggio del tipo «sii attivo, sii intraprendente» a una persona in grave difficolta è in fondo una rinuncia a quel patto. L’abbiamo sottoscritto tutti l’impegno a prenderci cura gli uni degli altri in modo giusto, equo e non pietistico. Tale ingiunzione sottende un cambiamento interpretativo dei primi articoli della Costituzione, con un costo enorme, perché porterà a delegittimare ulteriormente le istituzioni pubbliche, soprattutto quelle locali che, nello spirito della Costituzione sono come l’amministratore del condominio solidale che si chiama comunità locale. Se si perde la fiducia nell’amministratore, prima si pensa di cambiarlo, poi si pensa di modificare il regolamento di condominio, infine si smette di credere che ci possa essere una soluzione. È un rischio che stiamo vivendo da almeno venti anni, con l’enfasi di un decentramento esasperato che ha ulteriormente aggravato le incapacità delle amministrazioni territoriali e la leale collaborazione tra livelli di governo. La sfida in gioco è quindi alta e il moltiplicarsi delle ingiunzioni paradossali verso persone in difficili condizioni di vita ha innescato la rottura del sistema di fiducia su cui si basa la raccolta delle risorse finanziarie per il welfare. È invece una condizione indispensabile perché strutturale e necessaria per il bene di tutti. Nell’immediato i cittadini percepiscono che alcune richieste di beni e servizi non possono essere soddisfatte, subito dopo si chiedono perché essere solidali senza riscontri positivi e poi «si salvi chi può».

Dentro quali misure strutturali si può pensare, allora, di affrontare il nodo dell’autonomia dei soggetti? Tutti noi sappiamo che va abbandonato l’assistenzialismo, passando dalla distribuzione del pesce da mangiare alla fornitura della canna da pesca, ma sembra che il problema non trovi risposte serie ed organizzate.

Rich and Poor fishingProprio la metafora della canna da pesca può aiutarci a ripensare il welfare nel nostro Paese. È una metafora che ha alimentato una precisa strategia di pensiero e di azione nell’affrontare i problemi della povertà nei Paesi in via di sviluppo. Da noi invece non è stata presa sul serio. La nostra assistenza sociale ha messo in primo piano i trasferimenti monetari, i pesci da distribuire, a scapito dell’attivazione dei servizi adeguati (le canne per pescarli) offrendo aiuto senza chiedere di essere attivi e responsabili mettendo in gioco le proprie risorse. Diamo troppi pesci e poche canne da pesca. Cosa può significare tutto questo in un Paese industrializzato, dove sono garantiti molti diritti? Se ripartiamo dai doveri si capisce più facilmente che la canna da pesca non si traduce nell’imparare ad «arrangiarsi», a cercare privilegi per se stessi, bensì ad imparare che i diritti non sono da riscuotere, ma da socializzare con i doveri. Ogni diritto prende forma nel difficile equilibrio con la responsabilità, con i doveri di ogni persona. Ogni aiuto che si riceve deve poter aiutare qualcun altro con il proprio concorso. Non solo dunque ad imparare a pescare per se stessi: ogni sostengo sociale che si riceve, può essere impiegato nell’aiutare altri che ne hanno bisogno. Ogni diritto diventa «sociale» quando genera benefici per la persona che lo riceve e per tutta la comunità. Quando non rigenera, chi ne beneficia sottrae bene pubblico per fini individuali. Si tratta di una potenzialità riconducibile a possibili «beatitudini sociali». «Avevo sete e mi avete dato da bere, avevo fame e mi avete dato da mangiare»: sono comportamenti che possono essere chiesti a tutti, anche a chi riceve aiuto. Le beatitudini sociali sono essenza di umanità se in esse non c’è posto per il «riceve senza dare». È un controsenso esigere diritti senza farli fruttare per sé e per gli altri. Siamo, come si vede, in una prospettiva antropologica difficile da proporre nella cultura del welfare tradizionale, dove spesso ci limitiamo a trasformare gli aiutati in «assistiti», chiedendo loro (e non sempre) di impegnarsi solo per se stessi.

Oltretutto, facendo sentire l’altro un «assistito» a tempo indeterminato, gli si trasmette anche la sensazione che non si abbia bisogno di lui.

Esatto, ma si può andare nella direzione opposta: per sostenere quanti sono in difficoltà nel costruire la propria autonomia, per produrre insieme un nuovo welfare con beni socialmente rilevanti. Le svolte possibili e ormai irrinunciabili non sono poche. Per esempio, le persone in cassa integrazione, purtroppo migliaia, ricevono giustamente un reddito garantito. Insieme con il diritto ad accedere agli ammortizzatori sociali, però, potrebbero anche rivendicare il diritto al sentirsi utili, a realizzarsi socialmente, a non sentirsi assistiti, facendo qualcosa per gli altri. Può sembrare banale dirlo, ma sono molte le cose che ogni persona saprebbe fare senza un corrispettivo economico diretto, se già remunerata, mettendosi a disposizione di altri che hanno bisogno. Se ci aiutiamo ad aiutarci non è difficile accumulare un capitale economico di «reinvestimento», con la possibilità di acquisire nuove competenze e capacità. Più che ai tradizionali lavori socialmente utili, penso, per tornare alla metafora, ad una moltiplicazione delle tante possibili canne da pesca in mano a persone che non intendono ridursi ad assistite, ma credono che per essere cittadini è necessario investire le proprie capacità anche quando si è in difficoltà. Purtroppo gli operatori sociali e, ancora prima, i decisori politici, non «vedono», e non promuovono tali competenze, non investono per rinforzarle e, soprattutto, per creare condizioni anche giuridiche per esercitarle meglio. I doveri associati ai diritti possono essere una nuova frontiera verso cui incamminarsi, perché welfare non vuol dire assistenza, ma promozione di salute (in sanità) e promozione di socialità (nel sociale).

Linee d’azione per un welfare moltiplicatore

Come sostenere questo cambio di pensiero, senza correre il rischio che semplicemente venga a mancare il welfare, o che lo si carichi sulle spalle delle persone o degli operatori?

Le cose appena dette non possono essere ridotte a soluzioni ingenue, se non ciniche: chiedere ai poveri di salvare un welfare povero di risorse. Conosciamo ancora troppo poco i potenziali di un welfare moltiplicatore di risorse, generativo, come mi piace dire, dentro una società che sta smarrendo la prospettiva del proprio essere socialità solidale e la capacità di investire nel proprio futuro. Questo, ad esempio, ci porta a dire che l’assistenza sociale ha a disposizione poco più di 50 miliardi, e che non ha senso che vengano semplicemente consumati. Vanno fatti fruttare: per poi quantificare il valore rigenerativo, cioè gli altri miliardi da sommare ai 50 da destinare all’anno successivo. Chiunque – un imprenditore, un contadino, un pescatore – ragionerebbe così, ma non riusciamo ad applicarlo al nostro welfare riducendo le possibilità di prenderci cura di noi stessi e del futuro delle nuove generazioni. Il vero nodo con cui ci scontriamo ogni giorno con amministratori locali e operatori sociali è trasformare la spesa di welfare da costo a investimento, da welfare puramente redistributivo a un welfare moltiplicativo, grazie a nuove capacità di rigenerare le risorse.

welfareA livello di strategie politico-sociali, può essere complesso il passaggio da una rappresentazione del welfare come costo a un paradigma del welfare come investimento. Attraverso quali strade si può promuovere questo diverso approccio?

Mi rendo conto che non è facile muoversi in una simile prospettiva. Ci mancano competenze adeguate – di immaginazione e di pensiero, di azione e di apprendimento – per gestire un potenziale umano ed economico di ingenti dimensioni che non può essere trattato in termini assistenziali ma come fonte di dignità e valore per tutti. Si aprirebbero nuovi scenari sociali per il pubblico, il profit e il no profit. Pubblico e privato possono concorrere al bene comune, ad esempio gestendo il lavoro donato dagli assistiti, destinando i profitti a un fondo di solidarietà per l’inclusione sociale.

Facciamo un esempio. È opinione diffusa che in Italia i servizi per l’infanzia e per la famiglia siano sotto gli standard europei e che, pertanto, dovremmo investire di più. Che fare? Potremmo considerare che sono sei i miliardi di euro – una cifra analoga alla spesa dei comuni italiani per l’assistenza sociale – destinati ad assegni familiari che, in termini di aiuto alle famiglie con figli piccoli, consistono mediamente in pochi euro di più al mese. Proviamo ad immaginare cosa accadrebbe se solo una parte di questa somma fosse destinata ai servizi per l’infanzia e la famiglia, senza togliere i diritti, ma dando di più ai titolari di diritti, con maggiore abbattimento del disagio e riducendo i costi per l’accesso ai servizi per l’infanzia, grazie al potenziamento dell’offerta. Se si vuole assecondare questa suggestione, non basta raccogliere risorse finanziarie e re-distribuirle. Bisogna anche investirle, mirando alla rigenerazione della risorsa ottenuta con il gettito fiscale e cercando il successivo rendimento etico del capitale a disposizione. Si può perseguire questo risultato solo responsabilizzando, visto che le principali risorse sono le persone.

Certo occorrerà riformare una serie di cose – per esempio, gli assegni familiari, gli ammortizzatori sociali e altro ancora – ma per dare di più ai cittadini, non per dare meno. Il moltiplicatore delle risorse sono le persone, che vanno poste al centro dell’innovazione possibile, senza cadere nelle trappole della solidarietà qualunquista, quando si limita ad erogare soldi con pochi servizi o della beneficienza privata, spesso priva di corresponsabilità. Costruire welfare generativo implica, al contrario, collegare le istituzioni con le persone. Alle prime competono le azioni del raccogliere e del redistribuire. Alle persone competono le funzioni di rigenerare, rendere e responsabilizzare. Questo significa passare dal welfare attuale ad un welfare a maggiore capacità e potenza, perché non si limita a raccogliere e redistribuire, ma diventa promotore di capacità personali, a livello micro, a livello meso promuovendo contesti organizzativi capaci di lavorare sulle corresponsabilità locali, a livello macro rigenerando le risorse senza consumarle, anzi facendole rendere, grazie alla responsabilizzazione possibile dentro un modo più facile di coniugare diritti e doveri.

A riorientare il capitale rinnovando la cultura

Da dove ripartire per gestire una transizione di tale complessità? Quale ruolo possono svolgere le amministrazioni, i servizi e i singoli operatori?

Parto da una osservazione. Ragionare alla luce delle cinque linee d’azione appena descritte – da coniugare con intelligenza e tenacia – come base del welfare di domani ci permette, in primo luogo, di andare oltre un alibi, a cui spesso si ricorre per coltivare il senso di impotenza. Non è detto che servano in questo momento maggiori risorse finanziare per il welfare. Stiamo maneggiando un capitale ingente, in termini di servizi e professionalità dispiegate sul territorio, anche se in modo diseguale. Va riorientato e con coraggio, perché è un prodotto «maturo». Se non rinasce si deteriora, diventa vittima dei rischi finora descritti: cioè la sua messa in crisi e il conseguente sostanziale abbandono delle persone in condizioni disagiate e problematiche. Dovrebbero acquistare aiuti loro necessari nel mercato o invocare la beneficenza che il welfare voluto dalla nostra Costituzione non sarà in grado di dare. L’aumento dei ticket prepara psicologicamente questa eventualità. Dico questo tenendo conto del fatto che già oggi, non è vero che le persone, soprattutto nell’aerea dell’assistenza sociale, possono contare su un welfare solidaristico, perché il concorso alla spesa per i servizi sociali incide molto sui redditi delle famiglie. Lo stesso sta avvenendo per l’assistenza sanitaria, quando viene aumentato il concorso economico al momento della fruizione.

Insomma, se consideriamo la distinzione tra la raccolta fondi alla fonte (la solidarietà fiscale) e quella al consumo (per esempio al distributore della benzina), ci accorgiamo che anche nel welfare pubblico si sta potenziando l’idea della fruizione al consumo come sede di concorso al finanziamento.

Sì, ma è paradossale in quanto si chiede il concorso anche a chi è in condizioni di maggior bisogno. Il consumo di carburante riguarda quasi tutti, mentre il consumo di welfare si concentra su chi ha più bisogno. Assecondare questa deriva è molto grave, può far saltare la fiducia nel patto costituzionale. C’è una soglia da non superare e, anzi, occorre trovare soluzioni perché nell’area dell’assistenza sociale il concorso alla spesa dei servizi al momento della fruizione si riduca invece di aumentare. Non è accettabile che si paghino 500 euro al mese per portare un bambino al nido: non è welfare, ma un’offerta di mercato gestita da amministrazioni pubbliche. L’accoglienza welfare-dependencydei bambini piccoli è un bene comune, e non un bene con corrispettivo, senza solidarietà sociale. I Comuni si difendo adducendo i costi di gestione, ma è anche loro compito trovare modalità meno costose che a volte non vengono prese in considerazione. Più in generale, va un po’ smontato il lamento sulla mancanza di risorse, perché i tagli effettuati negli ultimi anni hanno inciso relativamente sul sociale e ben di più su altre voci. I tagli effettivi sul sociale sono stati quelli al Fondo nazionale, che sono di entità limitata: circa 1 miliardo di euro sui 51 totali mentre in altri settori si è intervenuti in modo più pesante. Purtroppo i cosiddetti vecchi welfaristi preferiscono chiedere altre risorse per dare ulteriori sussidi economici, cioè più assistenzialismo. Anche per questo molte persone e famiglie si sentono abbandonate al proprio destino, purtroppo percepito come irreversibile.

Non si esce dalla povertà con le sole erogazioni

Questa è la sfida cruciale che indicate nel vostro rapporto e ha un obiettivo ambizioso, come si evince dal titolo stesso del volume: Vincere la lotta alla povertà…

Dobbiamo riorientare le scelte di welfare, non c’è dubbio, spinti dalla drammaticità dei problemi. Il bivio in cui ci troviamo è tra assistenzialismo improduttivo e ricerca di strategie per riorientare l’utilizzo, anzi l’investimento del capitale a disposizione. Molti poveri non possono che limitarsi a consumare gli aiuti ricevuti, senza poter uscire dallo stato di povertà. Per molti versi in Italia abbiamo sempre inteso la lotta alla povertà come impegno a sedarla, permettendo alla gente di tirare avanti, come se avessimo deciso che non è possibile vincerla. In altri Paesi invece si riesce a vincere, con indici di uscita di povertà positivi, come avviene quando si può sperare di guarire da una malattia. Riorientare l’uso del capitale sociale ed economico è l’unica strategia seria per pensare a nuove politiche di lotta alla povertà. Altre proposte rappresentano cure palliative che non intervengono sulla condizione di cronicità. Se non incide sugli indici di uscita dalla povertà, si toglie speranza, oltretutto in una situazione in cui l’impoverimento complessivo, ogni giorno più diffuso, mostra che il problema non è dei poveri ma di tutti. I servizi di assistenza sanitaria, sociale, educativa, di sostegno abitativo in Europa, riducono le disuguaglianze di un terzo. Va, quindi, rovesciato il ragionamento che negli ultimi anni ha portato ad accettare la povertà come un dato strutturale e a ridurre le politiche sociali a politiche di trasferimento monetario.

Anche per questo ci siamo domandati a quanto ammontano i trasferimento monetari, ad esempio, in una città come Milano. Abbiamo calcolato che chi vive condizioni di povertà e disagio ha 65 possibilità di ottenere trasferimenti monetari (dal Comune, dalla Regione, dall’INPS). Non è certo poco: il problema è che manca un controllo sulle ricadute di tali erogazioni e sulle possibili «restituzioni» da parte degli aiutati. L’accesso agli aiuti fa parte del patto del cittadinanza di cui parlavo, ma non si è dentro il patto se ci si limita a riscuotere diritti senza ricreare condizioni in cui le persone possano contribuire al benessere proprio e di altri. In altre parole, i servizi non fanno abbastanza leva sulle capacità di emancipazione e di restituzione dei beneficiari, sapendo che nell’aver cura degli altri si apprende ad aver cura di sé. Invece chi ha bisogno si sente nel giusto nel prendere quello che c’è a disposizione, mentre nessuno gli chiede: «come rigenerare l’aiuto?». Anche l’aiutato, chiunque sia, può contribuire ad essere solidale. Magari non ha contribuito con le tasse in quanto senza reddito, però può mostrare in altro modo la propria capacità di servizio, dando una mano come volontario, occupandosi di qualcuno, restituendo se possibile parte del bene ricevuto, come arrivare nel microcredito. Insomma, le canne da pesca possono essere tante. È possibile costruirle dove i servizi, gli operatori sociali e le persone incrociano le loro strade, per passare dalla logica del consumatore alla logica del rigenerare grazie all’incontro delle responsabilità. Senza di questo l’appello a restituire non è che un’ingiunzione paradossale.

Il patto costituzionale rilanciato «dal basso»

Dunque, non usciamo dalla povertà se i poveri non ci danno una mano. E il fatto che il povero ci dia una mano viene vissuto come dignità ritrovata.

È un concetto profondo che, se venisse compreso sul piano etico e professionale, trasformerebbe l’aiuto dell’assistenza sociale, dell’educatore, dell’addetto all’assistenza, dello psicologo. Malgrado l’impegno di molti operatori, per ora il paradigma dominante garantisce l’accesso alle risposte (finanziarie e terapeutiche), ma senza trasformazione, mentre un’interpretazione più autentica della Costituzione chiede di coniugare diritti e doveri. I poveri possono uscire dalla povertà se concorrono a produrre beni comuni, non se gestiscono beni individuali per se stessi, mentre non si chiede loro di attivarsi e capacitarsi. Un povero rischia di restare povero ed emarginato, solo se entra nei circoli viziosi della profezia che si auto-avvera, con sempre meno speranza, fiducia, autostima. Alla base invece dei ragionamenti espressi finora sta una convinzione: «Non posso aiutarti senza di te». Siamo ben oltre l’enfasi della big society, che affida alla solidarietà circoscritta e generosa qualcosa di più impegnativo, che va alla radice del vivere sociale. Il rilancio del patto costituzionale implica un profondo mutamento nel modo di pensare ed agire delle persone e delle istituzioni, a fronte dei rischi del vivere nell’attuale organizzazione competitiva degli egoismi e dei diritti, a fruizione individuale e poco sociale. È dentro l’esigenza di questo profondo cambiamento che può muoversi chi oggi lavora a contatto con le fragilità della vita personale e sociale. Lavorando a contatto con i più deboli gli operatori non possono sottrarsi al compito di aiuto e sostegno ma devono anche meglio esplorare i potenziali di emancipazione e di «liberazione». L’enfasi sulla qualità di processo, basata sulle certificazioni e gli accreditamenti, ha purtroppo fatto rientrare in gioco i mansionari, privilegiando la buona gestione amministrativa dell’aiuto. Anche per questo non bisogna avere paura di chiedersi come invertire la rotta con una progressiva assunzione di responsabilità. A questa trasformazione etico-culturale siamo chiamati tutti, perché tutti usufruiamo di risposte di welfare (sanitario, sociale, educativo) e non possiamo esserne soltanto consumatori, mentre possiamo diventare generatori (di welfare) facendo rendere le risposte a disposizione.

Questo ritorno ai fondamentali nell’allestire localmente beni comuni è indispensabile per evitare le scorciatoie politiche, combattendo l’impotenza e la frustrazione professionale. Entrambe inibiscono il pensare e l’agire innovativo. I cinque verbi che ho utilizzato in questa conversazione (raccogliere, redistribuire, rigenerare, rendere, responsabilizzare), da una parte portano ad intravedere una nuova visione strategica del welfare futuro e dell’altra aprono a un diverso modo di vivere la quotidianità nel lavoro sociale praticando soluzioni di welfare generativo. In gioco c’è la micro-tessitura territoriale dell’aiuto che restituisce fiducia alle persone e alle istituzioni. Queste ultime non verrebbero più percepite come anonimi erogatori di prestazioni e risorse monetarie, ma come garanti di un patto d’aiuto e capacitazione necessarie per investire le risorse senza limitarsi a consumarle. Abbiamo bisogno di istituzioni più capaci di fare questo e quindi vicine ai cittadini. Per anni si è «denigrato» il capitale sociale pubblico e parlato in modo ideologico della solidarietà del mercato. Il pubblico, se inteso come bene di tutti, rappresenta una sfera molto più grande delle istituzioni. Anche per questo occorre riscrivere il senso del welfare come bene sociale e da socializzare per riscoprire il senso profondo del patto costituzionale, che non solo ci accomuna ma che può proiettarci in un futuro migliore.

Editing grafico a cura di Edna Arauz

Per approfondire: “Verso un welfare generativo, da costo a investimento”, Fondazione Emanuela Zancan.