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Identity Crisis - Marco Carruba

Identity Crisis – Marco Carruba

Per introdurre il concetto di identità è necessario tenere presente la sua natura squisitamente interdisciplinare, in quanto presuppone sia una dimensione sociologica che una psicologica. Gli aspetti più sociologici dell’identità riguardano le nostre appartenenze a famiglie e a gruppi. Sentiamo il bisogno di affiliarci ad una collettività omogenea per alcuni tratti, come studenti di una certa materia, appassionati di un particolare genere musicale, professionisti ed appassionati di un qualche genere di sport. Sentirci parte di qualcosa di più grande di noi, in empatica armonia con gli altri è essenziale per la definizione di sé. All’interno di queste appartenenze vi è infatti un rispecchiamento reciproco tra le persone, fondamentale per la costruzione delle identità. Nella migliore delle ipotesi, ci vengono riconosciute (e noi riconosciamo negli altri) attitudini, interessi, passioni e impegni che vengono cristallizzati in un “ruolo” implicito o esplicito all’interno di un certo gruppo. Tuttavia si può ricevere un ruolo anche in base ad anonimi bisogni istituzionali. Nel bene e nel male, tutto ciò resta di fondamentale importanza per la definizione di noi stessi, ma non è certo tutto.

L’identità è anche connessa con il modo personale in cui ognuno di noi fa esperienza nella vita di tutti i giorni. La nostra particolare prospettiva sul mondo ci deriva dal nostro temperamento e dal nostro carattere. Possiamo immaginare il carattere come una materia plastica, modificabile dalle influenze con le persone più significative della nostra vita, e il temperamento come una fibra interna più dura, e presente già prima della nascita. Alcune madri riconoscono il temperamento dei figli quando ancora li portano in grembo: alcuni bambini scalciano e si agitano ripetutamente, altri rimangono per tutto il tempo quasi immobili, immersi in uno stato di quiete. Il temperamento rappresenta quindi un limite alla socializzazione dell’individuo, nel senso che la persona non può essere plasmata infinitamente della cultura, se non al prezzo di spezzare la propria sensibilità intrinseca. Accanto al bisogno di sentirsi in armonia con gli altri, ognuno di noi sentirà un bisogno di autonomia che risponde alle spinte del suo nucleo più intimo. Carl Gustav Jung ha parlato in questo senso di “individuazione”, un vero e proprio travaglio attraverso cui la persona cerca di realizzare la propria natura.

3bc5f6e1c3f2b0de5d42dec6ec77daffIn linea con i principi della psicologia dialettica, espressi nel libro “Volersi male” di Nicola Ghezzani, l’identità si configura come il frutto di una continua mediazione tra i bisogni di appartenenza e di individuazione, i quali possono al limite contrastare fortemente tra loro, oppure trovarsi in armonia. Quante volte ci è stato chiesto di aderire a un ruolo che abbiamo sentito in disaccordo con noi stessi? Quante volte invece l’incontro con l’altro è stato determinante per poterci esprimere a pieno e sentirci liberi? Ognuno di noi si auspica e lotta per essere riconosciuto dagli altri e trovare uno spazio il più possibile consono agli aspetti autentici del proprio sé. Raggiungere un equilibrio perfetto tra questi due poli sarebbe qualcosa di utopico, e nella nostra vita ci troviamo sempre a dover mediare o da una parte o dall’altra, tra esigenze di appartenenza e il nostro bisogno di autonomia.

Ma come si sviluppano le identità nella realtà socio-storica che stiamo attraversando? Per rispondere a questa domanda è necessario mettere a fuoco i macrocambiamenti che la società occidentale ha attraversato a partire dagli anni ’50 del secolo scorso. Risalgono a quel periodo le teorie dello psicologo tedesco naturalizzato statunitense Erik Erikson sulla formazione dell’identità. Quest’ultima veniva concepita come qualcosa che si acquisisce al termine dell’adolescenza, per essere poi mantenuta stabilmente per il resto della vita. Se si contestualizzano le ricerche di Erikson, ci si accorge che le sue osservazioni erano basate esclusivamente sulla società nordamericana degli anni ’50 e ’60, in particolare sulla cosiddetta “classe media bianca”. Il percorso che le persone seguivano in quel contesto era effettivamente molto stabile, o almeno questa era la norma che le persone adottavano come metro di paragone. Adolescenza ed età adulte erano due fasi distinte e riconoscibili sia nella teoria di Erikson, che nella realtà in cui quella teoria aveva preso forma. Terminata l’adolescenza, soprattutto per quanto riguarda i giovani di sesso maschile, ci si aspettava prima di tutto il raggiungimento dell’indipendenza economica, che sanciva l’ingresso nell’età adulta. Il lavoro era il fulcro dell’identità del giovane adulto, in quanto rappresentava l’appartenenza più importante con la quale ci si collocava nella società.

Va da sé che nel corso del tempo le cose sono molto cambiate. Le trasformazioni economiche e sociali intervenute negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso hanno reso possibile la comparsa di una tipologia di popolazione del tutto inedita; per inquadrarla, tra gli altri, lo psicoanalista tedesco Werner Bohleber ha utilizzato il concetto di post-adolescenza. Il post-adolescente non completa più il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, raggiunge sì un’indipendenza intellettuale, sociale e sessuale, senza però arrivare ad un’indipendenza economica. In questa fase la maturità “è determinata in base al criterio della partecipazione competente alla sfera dei consumi”.
Bohleber sottolinea l’intrinseca ambivalenza della post-adolescenza, che in molti casi si protrae oltre i trent’anni. L’ambivalenza consiste nel fatto che questa fase, in cui l’identità non è “chiusa” ma aperta alle possibilità, può favorire la creatività o al contrario sfociare in un vicolo cieco dello sviluppo psicosociale. In passato era più facile che le persone si impegnassero in maniera esclusiva sia nel lavoro che nelle relazioni personali, oggi i giovani non si lasciano sfuggire le occasioni, vogliono plasmare continuamente la loro vita. L’identità in questo senso non è più qualcosa che ci definisce in maniera stabile, ma è un progetto sempre aperto alle possibilità e ai rischi. Può succedere così che la ricerca dell’identità diventi un processo spalmato sull’intera esistenza.

Geoff McFetridge

Geoff McFetridge

Questa tendenza del comportamento è stata resa possibile dagli sviluppi economici e tecnici che fin dagli anni ’70 hanno oggettivamente moltiplicato le possibilità per gli individui, sia in termini di scelte lavorative che di stili di vita e ricerca del partner. Un tale processo ha contribuito al dissolvimento dei ruoli stabili, percepiti più che altro come fardelli. Per molti è stata davvero l’occasione di mettere in gioco la parte più autentica e autonoma di sé, liberandosi dai lacci delle appartenenze tradizionali. L’individuo ha potuto esplorare nuove affiliazioni, muovendosi liberamente tra le molte e diverse subculture, tra i movimenti politici e sociali che costituiscono le società moderne. Le condizioni socio-storiche hanno reso possibile per molti la ricerca di un ambiente di appartenenza più affine al proprio sentire, rispetto a quello in cui ci si trovava collocati per nascita. In generale la mobilità sociale, tipica delle società industrializzate, ha permesso agli individui di sviluppare capacità e talenti, raggiungendo condizioni di vita più elevate. In questo senso le identità, come i gruppi sociali, sono diventate fortemente complesse e contraddittorie, se non in alcuni casi frammentate. La varietà e la moltitudine di stili di vita ha costituito contemporaneamente un’opportunità e un rischio per l’adolescente in cerca di un’identità.

In che modo è stato veicolato l’entusiasmo di ricercare nuove strade per costruire la propria vita? Una generica aspettativa presente nella nostra società vuole che l’individuo si realizzi e che lo faccia da solo, al limite nell’isolamento. A partire dagli ultime decenni del secolo scorso, realizzare se stessi è divenuta paradossalmente una richiesta esterna, piuttosto che il frutto di proprie spinte interne. Ancor più paradossale è il fatto che questa individuazione sia conforme a certe norme, per cui le persone seguono identità standardizzate proposte dai media e dalla pubblicità.
Gli individui non solo si sentono in dovere di seguire certi modelli “vincenti”, ma lo fanno nella più totale illusione di stare sviluppando qualcosa di personale, per una loro scelta. Prosaicamente questa ideologia appare più in linea con gli interessi del mercato che con i bisogni autentici della gente. Le istituzioni e le aziende si aspettano un individuo flessibile, sempre disponibile al cambiamento e alla “crescita”, come quello descritto da Richard Sennet. Il desiderio di individuazione è diventato un valore culturalmente riconosciuto, l’autorealizzazione è un obbligo sociale. Secondo Alain Ehrenberg questa richiesta implicita ed esplicita è alla base dell’aumento delle patologie depressive, che rappresentano letteralmente “la fatica di essere se stessi”. Le società contemporanee esigono dalla persona un raggiungimento di prestazioni elevate e un miglioramento personale costante.

Il sociologo Ulrich Beck ha mostrato chiaramente come il mito della costruzione della propria vita sia sostenuto dall’illusione del potere e delle scelte personali, tipica delle società occidentali. E’ stato enfatizzato a dismisura il valore dei propri desideri e delle proprie capacità, lasciando in ombra il peso che le condizioni sociali e le relazioni con gli altri hanno nel poterli realizzare. Questa visione fa sì che l’individuo si senta completamente artefice della propria vita. L’individuo occidentale è diventato perciò attivo, inventivo e scaltro, ricercando l’originalità e la creatività ad alti costi. Citando Ulrich Beck, accade così che “l’eventuale fallimento divenga fallimento personale e che dunque non possa essere vissuto come esperienza di classe, o ascritto a una «cultura della povertà». La relazione che si istituisce tra propria vita e proprio fallimento comporta che anche le crisi sociali (per esempio, i periodi di disoccupazione di massa) vengano scaricate sui singoli che li percepiscono come rischi individuali. In altre parole, alcuni problemi di portata sociale possono essere direttamente ricondotti a disposizioni psichiche, a sensi di colpa, paure, conflitti e nevrosi individuali. Viene così delineandosi un nuovo, paradossale ed immediato rapporto tra individuo e società: una contiguità di crisi e malattia, per cui le crisi sociali appaiono come crisi individuali. Di conseguenza, il carattere sociale delle crisi stesse (che è in grado di adempiere a una funzione di mediazione tra società ed individuo) viene ignorato. Nella società moderna viene così trascurato ciò che invece è al centro del nostro interesse, ossia l’architettura sociale della propria vita tra individualizzazione e globalizzazione, tra attività e assegnazione di obiettivi che non solo non è l’individuo a scegliere, ma che si pongono interamente fuori dalla sua portata.”

Ciò che è importante sottolineare è la dimensione dialettica della costruzione dell’identità. Come abbiamo visto, quest’ultima si delinea come una mediazione tra “interno” ed “esterno”. La costruzione dell’identità è sempre vincolata contemporaneamente a ciò che offre il periodo storico e alle proprie disposizioni personali. Siccome la realtà è in continua trasformazione, quelle che ieri apparivano soluzioni “giuste”, si potrebbero rivelare “sbagliate” domani o viceversa. Quali sono allora oggi le condizioni e le opportunità in questa Italia attraversata da una crisi economica e sociale? In generale si può affermare che sono aumentati i rischi e diminuite le opportunità. La disuguaglianza è cresciuta dagli anni ’80 ad oggi, e la società appare più stratificata, opponendo più resistenza alla mobilità sociale. Dopo una lunga formazione, molti di noi sono costretti a trasferirsi all’estero, e in fondo è il paese intero che ci rimette. Le relazioni con gli altri e le appartenenze giocano un ruolo enormemente importante nella nostra vita: certi incontri (nel bene e nel male) contribuiscono a fare di noi quello che siamo, a volte più di quanto siamo disposti ad ammettere. In questo momento è necessario guardare al mito dell’individuo che si plasma da sé (e in maniere totalmente omologata e impersonale) con un sano disincanto, e rendersi consapevoli dell’importanza che gioca la dimensione socio-storica e relazionale nella costruzione della propria vita. Se si vuole agire in maniera ottimale sulla realtà ed aumentare le proprie capacità di cambiamento, è essenziale essere lucidi e valutare, sia gli aspetti più autentici di sé, sia il contesto in cui ci si muove.

Filippo Gibiino

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti
Alain Ehrenberg, La fatica di essere se stessi. Depressione e società, Einaudi, 1999
Nicola Ghezzani, Volersi male. Masochismo, panico, depressione. Il senso di colpa e le radici della sofferenza psichica, Franco Angeli, 2002
Richard Sennett, L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale, Feltrinelli, 2001
Ulrich Beck, Costruire la propria vita, Il mulino, 2008
Werner Bohleber, Identità, trauma e ideologia. La crisi d’identità della psicoanalisi moderna, Astrolabio, 2012

AF-Villafranca-Verona

Nel saggio “I rischi della libertà”, il sociologo tedesco Ulrich Beck affronta l’ostica questione sul significato ultimo del termine modernità mettendo in luce come, al centro di essa, sia custodita un’antica – e al contempo attualissima – “fonte di senso” autonoma e vitale, identificabile nella libertà politica. Tale libertà, che prevede una «società dei cittadini», non comporta una crisi culturale, né tantomeno una caduta dei valori, bensì sancisce la cultura democratica di un individualismo universale che – trasformandosi in azioni e in vita quotidiana – mette in discussione i fondamenti della convivenza così come l’abbiamo intesa fino ad oggi.

In questo scenario, dove i giovani vengono identificati da Beck con l’espressione «figli della libertà», il discorso sulla caduta dei valori – ad essi solitamente associato – nasconde in realtà qualcos’altro: «ossia la paura della libertà, e anche la paura dei suoi figli, i quali devono combattere con i problemi del tutto nuovi e diversi posti dall’interiorizzazione di questa stessa libertà» (Beck, 2000: 42). Per questo motivo – così come per altri – i giovani hanno scoperto, per proprio conto, una cosa con cui possono gettare nel panico gli adulti: il divertimento, sia esso sotto forma di musica, di sport, di consumo o di semplice gioia di vivere. Ma, poiché – continua Beck – la politica per come essa viene praticata e rappresentata non ha nulla a che vedere con tutto questo – anzi viene percepita come nemica mortale del divertimento – i giovani possono sembrare impolitici, e tali essi stessi si considerano (2000). Tuttavia, nel loro essere impolitici c’è qualcosa di molto politico: «i figli della libertà si ritrovano e si riconoscono in una variopinta ribellione contro la monotonia e i doveri che devono assolvere senza apparente ragione e quindi senza partecipazione» (Beck, 2000: 44). Dunque, nel complesso, la sfera politica non appare in grado di garantire – diversamente dal passato – il raccordo tra istituzioni e mondo giovanile, in quanto fondata su valori e concezioni ideologiche e non su proposte concrete e finalizzazioni visibili (Ranci, 1992).

Mentre sino agli anni Settanta le politiche giovanili nel nostro Paese erano attuate in gran parte dalle strutture centrali dello Stato e del sistema politico, nei decenni successivi si verifica – in questo senso – una sorta di latitanza dello Stato, che tende ad aggravarsi a causa del mancato riconoscimento di un luogo deputato a occuparsi dei problemi attinenti il mondo giovanile (ciò che, diversamente, viene previsto in diversi Paesi europei). Tra gli anni Settanta e Ottanta, dunque, l’intervento pubblico verso i giovani, anziché concentrarsi sulla proposta di ambiti di partecipazione e di coinvolgimento diretto, cerca nuove forme – intraprendendo strade innovative – più vicine all’offerta dei servizi, creando opportunità direttamente fruibili dagli stessi. Come sottolinea Ranci, questo ruolo “di servizio” viene giocato in prima istanza non dalle istituzioni centrali quanto dall’ente locale – ed in particolare dalle Amministrazioni comunali – «nell’ambito di una più generale valorizzazione della loro centralità come luoghi deputati alla gestione delle politiche sociali»» (1992: 74).

Dal punto di vista normativo, la realizzazione e il consolidamento delle istituzioni regionali[1] – e l’accessorio riordino di competenze – forniscono agli enti locali la legittimità per intervenire in settori in un certo senso similari o particolarmente affini agli ambiti d’interesse giovanile, quali – ad esempio – lo sport, l’educazione, il tempo libero, la prevenzione del disagio, la cultura. Ma la legislazione che disciplina il trasferimento delle funzioni dal livello regionale al livello comunale, non consente di individuare con esattezza le responsabilità – né tantomeno le competenze – in seno all’ente locale nei confronti della popolazione giovanile. Questo spazio di indeterminatezza che viene a crearsi se da un lato consente agli enti locali inattivi di godere di una certa immunità in quanto non viene resa “obbligatoria” alcuna iniziativa, dall’altro permette alle amministrazioni più volenterose di agire in piena autonomia e con la massima flessibilità (Ranci, 1992).

Si apre così una nuova stagione favorevole allo sviluppo – prettamente locale – di politiche giovanili propriamente dette, poiché finalizzate all’offerta di servizi rivolti a una fascia specifica della popolazione a cui, ormai, viene riconosciuto il diritto di rappresentanza e di espressione di bisogni. Tuttavia, queste esperienze innovative si concretizzano, realmente, solo laddove vi è una certa sensibilità per questo tipo di tematiche, e ciò si verifica solo grazie all’iniziativa e all’intraprendenza esercitata dalle amministrazioni locali di alcuni grandi centri del Nord – come Torino, Bologna, Modena, Provincia di Milano, Forlì, Reggio Emilia, Padova (Ranci, 1992; Mesa, 2006). Questi centri, strutturano e realizzano i primi progetti di intervento in favore dei giovani in una situazione, come ci ricorda Ranci, caratterizzata da diversi ordini di fattori (1992): la mancanza di una programmazione integrata; la scarsa presenza nell’amministrazione pubblica di una cultura della progettualità; la difficoltà nello stabilire precise responsabilità istituzionali – in assenza di una programmazione centrale dello Stato; la generale carenza di risorse e i forti vincoli finanziari posti all’autonomia locale; e in ultimo, la persistenza di una struttura organizzativa settoriale o poco flessibile. Quest’insieme di fattori concorrono – in maniera congiunta – a frenare di molto le iniziative effettivamente realizzate, che vengono quindi promosse solo – come già accennato – sulla base di un forte volontarismo politico e personale degli amministratori locali.

In questo contesto vengono concepiti e realizzati i cosiddetti “progetti giovani” che, promotori di una forma inedita d’intervento (Mesa, 2006), riescono a combinare azioni di vario tipo – cultura, sport, spettacolo, informazione, uso del tempo libero, programmi di prevenzione – nel tentativo di unificare i diversi settori di intervento dell’ente locale all’interno di una linea comune, cercando, al contempo, di favorire la rappresentanza dei bisogni e delle istanze giovanili. Come sottolinea Ranci «alla base di questa proposta sta l’intuizione che una risposta efficace alla questione giovanile presuppone l’integrazione degli interventi, l’adozione di un approccio unitario e complessivo alla problematicità, la predisposizione di una funzione politica visibile anche all’esterno che assuma la responsabilità complessiva del progetto» (1992: 75-76).

Tali progetti sono legati ad una fase pioneristica dell’intervento locale, presentandosi, inizialmente, come un intervento di reazione alla profonda frattura tra istituzioni e mondo giovanile, generatasi negli anni precedenti. In questo senso, vi è la volontà di ricercare una modalità inedita di relazione con i cittadini. Si tratta, infatti, di una politica senza domanda: non si «attribuisce alcun ruolo – né di domanda né di collaborazione – ad attori rappresentativi del mondo giovanile. È sempre l’ente locale a “suscitare la domanda”, più che il mondo giovanile a esprimerla e a rivolgerla all’ente locale» (Ranci, 1992: 79). Benché nella fase iniziale si presenti in maniera preponderante questo aspetto, tale da configurare i diversi progetti in senso “dirigistico” – a fronte di un clima culturale e politico ancora immerso nelle tensioni degli anni di piombo – tuttavia, comincia a segnalarsi un nuovo modo di operare dell’ente locale, che va oltre una funzione meramente repressiva o assistenziale.

Nel corso degli anni Ottanta, infatti, l’orientamento integrazionista e direttivo delle prime esperienze diviene meno accentuato (Ranci, 1992): il rischio e/o il timore di un’eccessiva istituzionalizzazione dei progetti incoraggia l’autogestione o la gestione coordinata tra amministratori locali e aggregazioni giovanili. In questo modo, i progetti si differenziano internamente, si articolano in diverse varianti puntando sull’intervento parziale delle amministrazioni, che viene privilegiato ad un intervento globale o “calato dall’alto”. L’ente locale, dunque, attua una politica che mira a coinvolgere risorse ed energie presenti nel contesto locale, riconoscendo – e al contempo salvaguardando – le differenze delle identità e degli obiettivi appartenenti alle organizzazioni già attive sul territorio e disponibili a collaborare. Questo si verifica, in particolar modo, nei centri di più ridotte dimensioni – quali ad esempio le amministrazioni comunali di Modena, Vicenza, Lucca, Lecco ecc. – caratterizzati da un tessuto sociale più omogeneo e meno frammentato rispetto a quello presente nelle grandi aree metropolitane. Tali centri, disponendo di risorse più limitate – e di un apparato amministrativo più debole – predispongono un’offerta di supporto e di assistenza alle iniziative private esistenti, assumendo una funzione di stimolo e di incentivazione alle iniziative concrete del mondo associativo.

A seguito di tali dinamiche, che vedono la co-partecipazione nella realizzazione di azioni ed interventi, si delinea sempre più la tendenza – a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta sino ad oggi – nel definire progetti limitati e mirati su specifiche aree problematiche, rendendo così marginale la scelta di istituire “progetti giovani” in luogo di programmi limitati temporalmente e settorialmente – ma chiaramente definiti nelle finalità quanto nelle modalità e negli strumenti attuativi. Riscontrata, dunque, una ri-organizzazione in tali senso, «la “qualità” delle iniziative non viene più misurata sull’estensione degli interventi, quanto sulle procedure e il metodo utilizzato, sulla capacità di adottare una progettazione flessibile e una politica non accentratrice. Pur perdendo di visibilità pubblica, e pur senza assumere l’alto profilo istituzionale dei primi “progetti giovani”, l’intervento locale verso i giovani guadagna forse in concretezza e operatività» (Ranci, 1992: 77).

Tra le molteplici forme di intervento, che sono state avviate da principio nell’ambito dei progetti giovani, quella che ha conosciuto un maggiore ed importante seguito è, a tutt’oggi, il centro Informagiovani (Mesa, 2006). Si tratta dell’unico servizio pensato per i giovani, diffuso – almeno per via teorica – su tutto il territorio nazionale, anche se, per l’appunto, bisogna sempre tener conto della disparità, a livello di macro-aree regionali, per quanto riguarda l’attivazione e l’implementazione di servizi rivolti alla popolazione giovanile. I punti di forza di questo specifico servizio fanno riferimento (Mesa, 2006): all’elevato livello di riconoscimento e istituzionalizzazione; alle sue caratteristiche peculiari, che consentono di occupare – trasversalmente – tutti i campi d’interesse dei giovani nonché di svolgere – a seconda della configurazione specifica del servizio – una pluralità di funzioni (ad esempio: informazione; consulenza; ascolto; facilitazione dei processi d’aggregazione; sostegno di iniziative e progetti promossi da giovani per altri giovani ecc…). Il successo che ha segnato negli anni l’Informagiovani – assieme ad una sua crescita costante – è stata assecondato da una tendenza – peculiare dei Comuni medio-piccoli – a delegare esclusivamente a tali servizi la gestione del rapporto tra giovani ed istituzioni (Mesa, 2006). Infatti, soprattutto in questi Comuni – dove regna incontrastata l’assenza di un progetto complessivo per i giovani – l’Informagiovani rappresenta l’unico intervento pubblico confacente le politiche giovanili.

Come rileva Ranci (1992), risulta evidente che la diffusione – dove è avvenuta – delle politiche giovanili locali non può essere spiegata solo – e semplicemente – facendo riferimento alla volontà politica di alcuni amministratori “illuminati”. Benché alcuni di essi si siano segnalati per la loro intraprendenza – nell’adottare iniziative così incisive da trovare in seguito terreno fertile di sviluppo – la politica giovanile da implementare deve anche rendere conto delle «sue implicazioni in termini di risorse da gestire, di delineazione dei processi decisionali, di significati politico-pratici che essa assume» (Ranci, 1992: 79). Diversi fattori, dunque, di natura politica, sociale e culturale concorrono per determinare, in un dato momento storico, l’attuazione di una politica giovanile che diventa, in questo modo, un’opportunità interessante e vantaggiosa per le amministrazioni locali. Quindi, in una fase di debolezza dei movimenti giovanili, questo tipo di interventi può fungere da utile strumento di consenso e di legittimazione alle classi politiche locali, nonché può configurarsi come un mezzo particolarmente efficace per ottenere – a basso costo – vantaggi politico-amministrativi non indifferenti (Ranci, 1992).

Nuovo_DSC_2456-1D’altra parte, però, c’è da considerare come la logica tradizionale di funzionamento dell’ente locale non riconosca, al suo interno, una specificità di interessi e di bisogni alla popolazione giovanile. Proprio per questo motivo, lo sviluppo di una politica giovanile – che sappia rispondere al meglio ai nuovi bisogni emergenti – dovrebbe prevedere un maggiore coinvolgimento del potere locale nella programmazione e nella gestione del sistema di welfare (Ranci, 1992). Difatti, a meno che l’attenzione rivolta ai giovani non venga soddisfatta per via indiretta – mantenendo il vecchio modello attraverso l’assolvimento di competenze istituzionali, rivolte formalmente a tutta la popolazione – l’ente locale, introducendo il “parametro giovanile”, deve assumere un maggiore controllo sulla programmazione delle iniziative e sull’allocazione delle risorse. In questo modo, potrà sviluppare capacità nuove – non rientranti negli adempimenti procedurali delle competenze istituzionalmente previste – per soddisfare aspettative e bisogni particolari e per rispondere, al contempo, alla richiesta di servizi qualitativamente più moderni. Ecco perché – rispetto al passato – nelle esperienze più fruttuose ed innovative, si sono sviluppati interventi a carattere meno assistenzialistico, incentrati soprattutto sul campo culturale. Come precisa Ranci, «le politiche giovanili emergono nell’alveo di una maggiore sensibilità degli enti locali e dei servizi territoriali verso le tematiche del tempo libero e della prevenzione sociale. Di qui anche la caratterizzazione essenzialmente culturale e aggregativa degli interventi per i giovani, ma anche il carattere talvolta effimero delle iniziative avviate» (Ranci, 1992: 80).

Vista quindi la mancanza di un intervento centralizzato da parte dello Stato, possiamo affermare che l’evoluzione delle politiche giovanili in Italia sia stata – e lo è tutt’ora – la storia di progetti e di interventi locali, nell’ambito dei quali il ruolo dei Comuni ha avuto un’importanza centrale, pur cambiando significativamente nel corso del tempo. Sul piano della governance (Mesa, 2008), si può dire, in definitiva, che le politiche giovanili abbiano rappresentato per i Comuni un utile terreno di sperimentazione di un ruolo più attivo – e quindi propositivo – nell’attivazione di interventi sul territorio.

In parallelo alla crescita dell’associazionismo e del terzo settore, il ruolo delle amministrazioni locali si è in un certo senso evoluto, passando dalla gestione diretta di servizi alla sperimentazione di forme di intervento co-gestite o affidate a terzi. Difatti, le leggi innovative in campo sociale, introdotte alla fine degli anni ’90 (L.285/97 e L.328/00), recepiscono pienamente la funzione di programmatore dell’ente locale, a cui viene ulteriormente attribuito l’importante compito di facilitare i processi partecipativi tra partner locali. Naturalmente assieme alle luci – in ragione di un maggior dinamismo caratterizzato dal ruolo dell’ente locale in termini promozionali – le ombre: la fase che si è aperta con l’istituzione dei Piani di Zona ha anche mostrato – e continua a farlo – le insidie legate alla dimensione locale della pianificazione, tra cui il concepimento – e la definizione – di un’agenda “debole” che, talvolta, mette in disparte le fasce giovanili, poiché ritenute poco emergenziali (Mesa, 2008).

Agli occhi dei giovani, si sa, la politica rischia di non essere più niente. Il suo farsi sociale può coesistere con la capacità di indicare qualcosa che valga la pena di pensare e sentire, ancor prima di provare a realizzarlo. Altrimenti prevarrà la figura di quella società stanca, in crisi di crescita e in deficit di risorse umane in grado di governare il futuro (Bonomi, 1997).[2]

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Sangu meu

Il postmoderno è uno storyteller in riva al mare

[1] Tramite il D.P.R. 24 luglio 1977 n. 616.

[2] Bonomi, 1997 cit. in Tomasi L. (a cura di), Il rischio di essere giovani: quali politiche giovanili nella società globalizzata?, Milano, Angeli, 2000.

Bibliografia di riferimento

Beck U.,

2000, I rischi della libertà. L’individuo nell’epoca della globalizzazione, Bologna, Il Mulino.

Mesa D.,

2006, L’incerto statuto delle politiche giovanili in Colombo M., Giovannini G., Landri P. (a cura di), Sociologia delle politiche e dei processi formativi, Milano, Guerini Scientifica.

2008, Il ruolo dell’ente locale nell’evoluzione delle politiche giovanili in Italia in Colombo M., (a cura di), Cittadini nel welfare locale: una ricerca su famiglie, giovani e servizi per i minori, Milano, Angeli.

Ranci C.,

1992, Le politiche per i giovani in Italia, in Neresini F., Ranci C., Disagio giovanile politiche sociali, Roma, Nis.

iñaki de luis - youth

iñaki de luis – youth

Stralci d’intervista a Marita Rampazi. 

Insegna Sociologia generale e Sociologia della globalizzazione all’università di Pavia.

Riassumiamo l’ipotesi di partenza che vorremmo discutere. Le nuove generazioni, nate e cresciute nell’incertezza, stanno sviluppando nuove modalità di fare esperienza che sono segnate da una dinamica di attraversamento continuo dei confini. In altre parole oggi sembra che per andare alla ricerca dell’appuntamento tra sé e il mondo sia necessario “sconfinare”. Come dire, non basta attraversare una volta per tutte la linea d’ombra, ma occorre disporsi a un processo di sconfinamento permanente. Pensa che sia un’ipotesi plausibile per comprendere alcuni fenomeni che caratterizzano il modo di essere al mondo dei giovani?

Il concetto di “sconfinamento” è molto suggestivo, tuttavia, ritengo che esso vada precisato, per evitare il rischio di cogliere solo una parte della realtà giovanile contemporanea, che è molto diversificata e connotata da forti ambiguità e ambivalenze. Per “sconfinare”, bisogna avere dei “confini” da attraversare, muovendo da un habitat definito e familiare, per proiettarsi in un “altrove” relativamente poco conosciuto, da esplorare e, se possibile, da conquistare. Tuttavia, non tutti, oggi, si trovano in tale condizione. Anzi, la principale difficoltà, soprattutto per i giovani, alla ricerca di un senso per il proprio esistere, consiste nel fatto che l’esperienza del confine sta diventando sempre meno “normale”. A seguito del progressivo sbiadire delle delimitazioni – fisiche, culturali, normativa – con cui la razionalità otto-novecentesca ha contribuito a dare visibilità e significato a luoghi, appartenenze, sfere dell’agire, le nuove generazioni si affacciano su un mondo, i cui orizzonti si sono enormemente dilatati, ma sono diventati anche più nebulosi nei loro significati. Il rischio, come ormai si rileva da più parti, è quello non solo di non sapere verso che cosa si sta andando, ma persino di non avere una chiara consapevolezza dei contorni del proprio qui e ora. I confini sono un vincolo, che può delimitare, talvolta ingabbiare. Contemporaneamente, tuttavia, essi sono una risorsa per dare qualche forma d’intelligibilità al mondo. Al loro interno, troviamo un certo ordine, certi significati, certe pratiche, la cui fisionomia si precisa proprio per il fatto di trovarsi al di qua della linea – fisica e/o immateriale – lungo la quale scorre il confine. Al di là, si trova ciò che è lontano, altro, rispetto a qualche tipo di definizione di sé, su cui poggia la rassicurante consapevolezza di esistere.

Il confine non sembra dunque vissuto come risorsa?

In effetti, per molti giovani – e meno giovani – è urgente recuperare, quantomeno in via provvisoria, il senso del confine, elaborando strategie assai diverse nella loro natura e nei loro esiti. Da un lato, ad esempio, abbiamo soggetti dotati di elevate risorse di riflessività, che tentano di dare consistenza al proprio percorso di vita, orientando l’agire all’affermazione di valori relativamente sottovalutati dai grandi “racconti della ragione” del passato. Penso, ad esempio, al rispetto per la dignità della persona e per l’ambiente, alla tutela della qualità della vita, all’affermazione di forme nuove di socialità. Dall’altro lato, troviamo individui paralizzati dalla paura del vuoto, che si racchiudono nel guscio del proprio microcosmo quotidiano, senza capacità/opportunità di effettivo sconfinamento. È quanto accade a quegli adolescenti, il cui unico orizzonte di senso è rappresentato dall’appartenenza a una banda, a un gruppo chiuso di amici. Oppure, nei casi-limite, a quanti circoscrivono tale orizzonte alle mura della propria camera, sviluppando forme patologiche di rifiuto del mondo, come testimoniato dal fenomeno degli hikikomori. Fra queste due modalità polarizzanti, se ne intravede una terza, tipica di soggetti che definirei “accumulatori seriali”, i quali esasperano il mito contemporaneo dell’accessibilità, puntando sull’accumulo indiscriminato di contatti, informazioni, sensazioni, per supplire, con la quantità, all’inconsistenza qualitativa della propria condizione esistenziale. Per tornare alla domanda, quindi, penso che l’immagine dello sconfinamento permanente sia molto utile per sottolineare il dilatarsi delle possibilità, per i giovani contemporanei, di dare libero corso al desiderio di esplorare l’intero universo dei possibili, con la prospettiva, molto realistica, di dover continuare tale esplorazione per un lungo periodo di tempo. Si tratta di un desiderio che è sempre stato connaturato agli anni dell’adolescenza e della giovinezza, anche se, in passato, era proiettato verso orizzonti più limitati di quelli odierni e riguardava una fase della vita meno indefinita nella sua durata. Ciò che l’immagine dello sconfinamento permanente lascia in ombra, invece, è l’altro polo dell’ambivalenza che caratterizza la condizione giovanile: il rischio della paralisi o del girare a vuoto, in una condizione dove non è possibile sconfinare, dato che il punto di partenza è privo di consistenza. Per tenere conto di entrambe le polarità, solitamente, faccio ricorso alla metafora della navigazione, che mi è suggerita da alcuni scritti di Arjun Appadurai. Questo autore ragiona sulla diseguale distribuzione della “capacità di navigare”, quando s’interroga sulle differenti opportunità che i soggetti hanno di proiettarsi nel futuro, in un contesto denso di incertezze, che – ritengo di dover aggiungere – sembrano privare di senso il concetto stesso di progettualità.

Come navigare nella provvisorietà?

La capacità di navigare ci riporta a una questione cruciale: come ci si orienta e come si impara in assenza di punti di riferimento consistenti. Da più parti si parla di apprendimento multitasking per indicare il modo contemporaneo di esplorare il mondo, di accumulare e produrre conoscenza: dall’informalità al formale, dagli scambi sociali a distanza a quelli in presenza, dalle forme di iper-specializzazione degli interessi agli sconfinamenti più inattesi. Se questo è il modo di apprendere oggi, quali sono i rischi e le opportunità in gioco?

Oggi non è più possibile formulare progetti di vita, in senso tradizionale. Non si può, cioè, pensare di orientare la propria biografia al raggiungimento di tappe ben definite socialmente, poste in successione e finalizzate alla conquista di un determinato status adulto, da non mettere più in discussione alla fine della moratoria giovanile. Si possono, però, elaborare delle ipotesi circa il senso che vorremmo imprimere al nostro “divenire” di persone, che aspirano a lasciare una traccia di sé nella memoria del proprio habitat. E si può tentare di costruire un percorso che ci consenta di declinare tale idea di “divenire” in qualche tipo di agire concreto, entro la realtà in cui ci troviamo a dimorare, in un dato momento della biografia. L’importanza di questa sperimentazione non è affatto sminuita dalla consapevolezza che, in futuro, potrebbe rendersi necessaria una modificazione delle ipotesi iniziali sulla strada da imboccare, per tenere conto degli imprevisti che s’incontrano lungo il cammino. Questo significa che l’unica possibilità, oggi, di pensare al futuro in modo costruttivo è quella di formulare dei progetti “a geometria varabile”, muovendo da ipotesi, necessariamente provvisorie, da sottoporre alla prova della realtà, tramite concrete forme di agire responsabile.

Come coniugare tale progettualità accettandone la provvisorietà?

Prendiamo, ad esempio, l’incertezza per il proprio futuro lavorativo e per il riconoscimento sociale ad esso collegato, che può tradursi in un vissuto di precarietà, potenzialmente paralizzante ai fini della costruzione di sé come durata, vale a dire, come soggetti capaci di raccontarsi in una prospettiva di divenire. È quanto denunciava alla fine del secolo scorso Richard Sennett, rappresentando l’uomo flessibile come prigioniero di una sorta di paralisi temporale, appiattito su un quotidiano, talvolta caratterizzato da un iperattivismo frenetico, ma privo di significato per la biografia. Questa lettura, tuttavia, non è l’unica possibile. In alcuni casi, anziché all’idea di precarietà sembra più corretto riferirsi al concetto di provvisorietà e al suo statuto ambivalente. Da un lato, evoca fenomeni di sradicamento, disagio identitario, frammentarietà della narrazione di sé, fonte di potenziale neutralizzazione affettiva. Dall’altro lato, la non-fissazione, implicita nell’idea di provvisorietà, rimanda all’autonomizzazione del soggetto favorita dal processo di individualizzazione.

francesco bongiorni

Francesco Bongiorni

Più nomadi che vagabondi

Da questo punto di vista, torna ancora in primo piano ciò che Zygmunt Bauman definisce la “strategia post-moderna generata dall’orrore di essere legati e fissati”, attualizzando le metafore del vagabondo, del turista, del flaneur e del giocatore. Fra queste metafore, quella del vagabondo sembra coniugarsi perfettamente con il senso di provvisorietà connesso alla destrutturazione delle carriere e alla mobilità – spaziale e funzionale – implicite nel modo con cui si tende a interpretare, oggi, la flessibilizzazione del lavoro. Il vagabondare contemporaneo descritto da Bauman non riguarda scelte o sfortune dei singoli, ma il progressivo sbriciolarsi della strutturazione sociale dello spazio, l’assenza di luoghi “organizzati” in cui potersi stabilizzare. Si tratta di una condizione oggettiva di disancoraggio, che si coglie nell’esperienza diffusa di molti giovani, che al tempo stesso non risulta esaustiva. Più frequentemente, la provvisorietà, si lega a una situazione di nomadismo: una mobilità, nel quotidiano e/o nella dimensione biografica, caratterizzata da molteplici passaggi, e ritorni, entro luoghi che, agli occhi degli intervistati, mantengono precisi caratteri di “organizzazione”. Ripensando ad alcune ricerche sulla condizione giovanile, il nomadismo emerge come un tratto normale dell’esperienza possibile agli occhi dei giovani, soprattutto in relazione alla necessità di saper cogliere, ovunque si trovino, le opportunità formative e lavorative prospettate dal mercato. A differenza del vagabondo, il nomade non gira a caso. Egli sceglie un percorso disegnato da una finalità precisa: trovare le risorse che consentano di “crescere” ed, eventualmente, imbattersi nel “posto giusto” dove potersi stanziare. Nella misura in cui gli scenari stessi del quotidiano sono mutevoli e imprevedibili, la risposta alla domanda: “Chi e che cosa posso diventare?” – alla base del dilemma identitario – si può cercare solo per approssimazione successive, attraverso una continua negoziazione interpersonale dei significati delle scelte. L’importante, è “attrezzarsi” per saper gestire questa negoziazione, sfruttando le opportunità che si presenteranno volta a volta, nell’immediatezza della vita quotidiana.

Che tipo di apprendimento ciò comporta per le nuove generazioni?

Riprendo la metafora della navigazione, che mi sembra molto utile per ragionare sul nostro interrogativo. Per navigare, occorrono, in primo luogo, delle risorse materiali: una barca, o una nave, dotata delle attrezzature necessarie. Se la navigazione è finalizzata a individuare delle opportunità occupazionali sul mercato del lavoro globale, ad esempio, bisogna disporre delle condizioni materiali che ci consentono l’accesso a questo mercato. In primo luogo, bisogna poter viaggiare e saper usare Internet. Un giovane proveniente da un ambiente svantaggiato sarà esposto alla situazione paradossale di vivere entro un orizzonte culturale che gli dice: “Puoi accedere a ciò che vuoi, purché tu sia capace e determinato” e contemporaneamente, di sperimentare una situazione familiare e personale che lo priva degli strumenti indispensabili anche solo per tentare l’accesso. Banalmente, non si può viaggiare, neppure con voli low cost, se si vive ai limiti della sopravvivenza; non si possono usare le risorse di Internet, se non si dispone di un computer e di un sistema di connessione in rete. Inevitabilmente, in questo caso, il rischio di una paralisi della volontà, dovuta al senso d’impotenza e frustrazione. Una volta garantito il possesso di queste risorse materiali, occorre imparare a navigare.

Che cosa significa?

Significa avere al proprio fianco qualcuno che ci insegni i rudimenti della navigazione, sostenendoci nei nostri tentativi di far muovere la barca su cui ci troviamo. E significa anche disporre di una serie di mappe, fisiche e mentali, che ci consentano di cogliere il mutare delle condizioni del mare, dei venti, al fine di adeguare la nostra rotta a tali cambiamenti. Come è sottolineato nella domanda, i giovani sanno di doversi munire di tali “mappe”, accumulando e producendo conoscenza, allo scopo di essere “attrezzati” culturalmente per affrontare la navigazione in mare aperto. Tornando all’esempio precedente, bisogna sapere l’inglese, essere capaci di trovare i siti di domanda e offerta di lavoro e saperne valutare l’affidabilità, sviluppare le conoscenze e competenze soprattutto personali, oggi più apprezzate sui mercati internazionali. Tuttavia, questi stessi giovani percepiscono anche la difficoltà di dover elaborare e costruire tali mappe in modo relativamente autonomo, senza poter contare su carte e bussole già sperimentate e, soprattutto, senza avere al fianco qualche marinaio esperto che li sostenga nei primi, maldestri, tentativi di uscire dal porto. Per sintetizzare questo punto, fuori di metafora, è inevitabile che, di fronte all’incertezza degli orizzonti contemporanei, sia indispensabile dotarsi di “un’attrezzatura” ampia e diversificata, per rispondere prontamente alle opportunità e agli ostacoli che il caso, il destino, o semplicemente la vita, ci potrebbero proporre. Si tratta di un’attrezzatura che, tuttavia, non serve a nulla se non poggia sulla capacità riflessiva di leggere il mondo e interpretare il senso di quello che accade.

Le appartenenze di una generazione poligama

Un’altra dimensione che ci sembra interessata dagli sconfinamenti riguarda i processi di partecipazione. Come stanno cambiando le modalità di sentirsi parte? Sono davvero tramontate le dinamiche di affiliazione, le appartenenze esclusive? Siamo forse di fronte a una generazione poligama?

Tutti gli osservatori concordano sul fatto che, oggi, non abbia più senso parlare di appartenenze esclusive. Per certi versi, questo è vero, ma, per altri, non mi sembra che cose le stiano così. Di fronte alla progressiva destrutturazione della vita pubblica, troviamo, da un lato, giovani che cercano di ricostruire un senso dell’essere insieme in un progetto condiviso, facendo leva su grandi ideali universali di giustizia, equità, rispetto e, dall’altro, altri soggetti che si chiudono in una difesa strenua e acritica di identità tradizionali, intese come l’unico baluardo possibile contro la dissoluzione della propria identità. Certo, per i primi, le affiliazioni sono vissute come forme di identificazione non necessariamente durevoli: ciò che dura è il valore, mentre l’affiliazione è transuente, soggetta al rapido mutamento degli scenari, locali, nazionali e internazionali, nei quali si proietta la propria volontà di azione. Riferendoci ad essi, possiamo effettivamente parlare di poligamia, mentre i secondi sono soggetti a pericolose tentazioni integraliste, o al vuoto del cinismo e del disincanto. D’altra parte il concetto di poligamia e in particolare di poligamia di luogo emergeva già in una ricerca realizzata qualche anno fa sulla costruzione dello spazio-tempo dei giovani, per segnalare una precisa strategia di stabilizzazione di un’immagine di sé coerente, indipendentemente dalla frammentarietà del contesto.

Come comporre questa poligamia?

Si tratta di un fenomeno che sottintende una temporalità giostrata fra più “tavoli” fortemente organizzati e connotati dal punto di vista identitario: analoga, a ben vedere, a quella che caratterizza la doppia presenza femminile. Il tratto distintivo della poligamia di luogo non è tanto la provvisorietà, quanto la sovrapposizione di spezzoni di vita, ciascuno dei quali ha una propria logica temporale e una specifica valenza etica. Questo concetto è stato coniato da Ulrich Beck in relazione alla fine dell’esclusività delle identificazioni territorialmente fondate – quella nazionale, in particolare. La non esclusività cui allude Beck deriva dall’accresciuta mobilità geografica fra stati e continenti diversi, innescata dalla globalizzazione economica, che ha spostato sino ai limiti del globo i confini dell’agire professionale di numerose categorie di soggetti e oggi produce i suoi effetti ben oltre la sfera dell’economia e del lavoro. Gli individui sono così in condizione di potersi costruire percorsi identitari che si alimentano in una pluralità di identificazioni con contesti culturalmente assai diversificati. Nella ricerca che citavo abbiamo trovato alcuni casi di poligamia di luogo à la Beck, tuttavia, la declinazione più interessante di tale metafora riguarda il modo in cui si organizza la vita quotidiana: un patchwork, per riprendere un concetto di Laura Balbo che si compone e ricompone ogni giorno, “tenendo insieme” la pluralità di contesti, tutti egualmente importanti, nei quali si vivono lo studio e/o il lavoro – spesso distribuito fra più “lavoretti” svolti contemporaneamente – , l’intimità con il/la partner, lo “stare con” gli amici e i famigliari, l’andare in palestra – un appuntamento importantissimo, da non mancare –, il volontariato e così via. La riduzione a unità di questi frammenti è possibile, a condizione di potersi ritagliare un po’ di tempo per sé, in cui “riannodare le fila”, “ritrovarsi” in un processo di costante autoriflessione.

Fonte: Gennaio 2014, Rivista Animazione Sociale, Gruppo Abele, Torino.