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Ines Massi – alfaprivativa.tumblr.com

Le multinazionali, i nostri pensieri scadenti, e la nostra vita commercializzata, l’illusione di partecipare, con un commento convinto intriso d’errori, l’inquinamento che incombe, come un simulacro, e gli iceberg, che scappano smilzi sciogliendosi per il troppo calore.

Il consumo, il consumo, e ancora il consumo, l’unica ragion d’essere, per nascondere lo stress, per placarlo, e stanarlo, e curarlo nei viaggi per farsi fighi, e le immagini afferenti, controproducenti, tante immagini come un rullo incantatore, ritoccate, photoshoppate, più vere del vero, che sostituiscono la realtà, un concentrato di iperreale che atrofizza il cervello, e lo placa, fra le troppe informazioni fasulle piene di pixel luminosi, e di contenuti privi di contenuto (le informazioni vere si attingono solo davanti alla macchinetta del caffè).

E la gavetta, l’esperienza tanto osannata, quella che serve solo per avere esperienza; il lavoro, il lavoro, e ancora il lavoro, che ha cambiato cifra, e che evapora dalle vecchie concezioni per diventare tabù, per essere lettera morta, per essere sfruttato da giganti senza volto che si impadroniscono di ogni cosa, e del sonno, l’ultima vera terra di conquista.

E i giovani, poveri questi giovani che se ne vanno, ma che vagabondi che sono questi giovani, e le loro famiglie abbandonate su se stesse, abituate ormai ad ascoltare le loro voci solo su WhatsApp.

E le giornate che diventano corte, e i troppi impegni che a volte non sai dove ti trovi, strade provinciali che diventano superstrade a quattro corsie, e le persone che contaminano mordono e fuggono, per sparpagliare in direzioni selvagge la concentrazione delle città.

Lo spazio è una questione relativa, il ricordo una ragione spaziale, e il tempo, beh, quello è solo una figura mentale: sono già due anni ormai che ho preso quel treno per andare al nord, quel nord dove mi attendeva un aereo per espatriare definitivamente, e vedevo mia mamma sul binario morto che mi salutava con gli occhi lucidi, dietro quel vetro che si animava per diventare mobile, pronto a risucchiare tutto ciò che avevo di più caro, ma quel preciso spazio sospeso, quella precisa immagine fissata nell’eternità del momento, mi ha restituito questo ricordo che ora è parte di me, che si destreggia in me come una pennellata mentale. E i ricordi sono cose vive, che si nutrono e danno nutrimento.

Cecia Bm – instagram.com

Per questo dovrei impegnarmi di più. Parlare di più la mia lingua, insegnarla, cercare d’infondere più passione che posso nel suo apprendimento. Far conoscere la mia cultura esaltando i miei limiti, farla trasudare, perché è troppo preziosa e quello che si fa per essa in patria è pari a zero.

Essere il più gentile possibile, andare oltre la diceria consunta che oggi le persone fanno tutte indiscriminatamente schifo. Non è vero: tutto dipende da quanto tu decida di non farti rispettare. Dovrei guidare di meno (anche se a volte è impossibile) e camminare di più; riprendere con disappunto tutti quelli che, parcheggiati, lasciano il motore acceso perché è più comodo e c’è l’aria condizionata: la terra è malata, e troppo poco spesso ci prendiamo cura di Lei.

Dovrei leggere di più, e ancora di più e di più ancora, perché non è mai abbastanza: i libri sono essenziali per la vita di tutti i giorni, e la storia che il tempo è poco e non ci si può dedicare è una cazzata infinita: prova a spegnere il cellulare e vedi come il tempo torna a dilatarsi (sono quelli che dicono di non avere tempo ad averne più di tutti).

Gli articoli veloci da spazzatura che si pescano su internet non servono a nulla, e anche se per caso ti lasciano qualcosa servono solo a farti dire “ma dove l’ho letto?”. La carta, invece, s’innamora tutte le volte della memoria, e viceversa.

Dovrei stare di più con la mia famiglia, impegnarmi di più per trovare un posto giusto che mi permetta di abbracciarla più spesso. Viaggiare di più e non mostrarlo, non deflorarlo, per nessuna appariscente ragione, perché è un’esperienza che è solo mia con chi condivido direttamente.

Dovrei cercare più proiezione che protezione. Lamentarmi di meno e muovermi di più, senza che il troppo movimento mi faccia dimenticare perché sto in movimento: il fermarsi non solo è necessario, ma mi consente di riappacificarmi con l’attesa.

Avere l’illusione positiva di pensarmi da qualche parte, di evadere per un momento con la mente in un altrove desiderato e magari sconosciuto, e far ingranare al meglio la giornata: intimi pensieri personali, piccoli desideri forieri di momentaneo sollievo.

Credere che ci sia un futuro, immaginarlo, farlo mio, pensare più spesso che ciò che chiamo “futuro” è quella cosa che sto calpestando in questo preciso momento. Perché è il non-essere ancora ma con una prospettiva, il futuro che ora non esiste ma che può essere immaginato, a renderci quello che siamo: esseri che, per darsi un senso nel flusso indistinto degli eventi, hanno bisogno di illusioni, di illusioni positive. E quando queste ci vengono estirpate da un presente acquitrinoso, un presente-limbo in cui noi stessi siamo gli attori che pensano di non poter più agire, allora non può esserci più immaginazione, e con essa nessun barlume di desiderio ormai reietto.

Poter credere allora in qualcosa che mi consenta di avere più occhi possibili su una stessa cosa, e rendermi così le strumentalizzate semplificazioni una scoperta continua, “perché è difficile notare quello che vedi tutti i giorni” (DFW).

Cercare di essere sempre corretto e di ammettere gli errori, perché l’errore è la cosa più bella che mi possa capitare. Dire meno “cosa”, e darle un nome. Arrabbiarmi di meno per tutte le ingiustizie del mondo, e cambiarle, perché si può, prima ancora che salga la furia cieca e paralizzante.

Scrivere di più, utilizzare più parole che posso, perché mi servono, perché ho bisogno di nominare ogni granello di sensazione che ho dentro, per liberarlo, e farlo respirare. E non è vero che servono più fatti che parole: spesso le parole vengono discriminate proprio per consentire ai fatti di essere più liberi nella loro brutalità: un’azione buona deriva da un pensiero sano, quindi da un vocabolario ricco e variegato.

E poi alla fine, senza fine, tenersi strette le persone che ami, averle al tuo fianco, mai oscurarle, perché sono loro in fondo che ti fanno sentire, realmente e immaginativamente, ogni gesto che sei.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Eduardo Salles

Eduardo Salles

Sei solo. Una luce blu, proveniente da uno schermo, illumina il tuo viso. Anche se illuminato, quel tuo viso mostra espressioni misteriose, quasi oscure: passa dalla concentrazione smisurata alla catalessi, e di nuovo alla concentrazione appena accentuata, fino a perdersi, perdersi nel nulla. Le tue dita sembrano morbose, umidicce, si muovono sudate come non mai, anche se non si tratta proprio di una loro istintiva propensione: sei tu che invece, senza accorgertene, sei voglioso di quel traffico senza senso.

Sei lì, che scorri, aspettando semplicemente una spia, una goccia rosso-sangue in quel mare blu che ti anestetizza, ti coagula per sempre, senza un perché. Forse sei in attesa di una “carica vitale” momentanea, evanescente, che dura giusto un attimo, solo il tempo di sapere chi ti manda a sapere qualcosa che stavi aspettando con ansia, dopo la tua ultima pubblicazione, dopo il tuo ultimo post, dopo la tua ultima posa appariscente immortalata in quel selfie, narcisisticamente idiota e avvenente, che dopo la “messa in pubblico” sarà così uguale a tutti gli altri che dopo un po’ farai fatica a riconoscere te stesso, in quella bolgia di visi così uguali e sorridenti, che si smarriscono irrimediabilmente all’unisono: sono tante immagini scorrevoli segnate da una scadenza di popolarità, e animate da un “nastro invisibile” che le risucchia, tutte quante.

In questi brevi minuti – che per te sono brevi ma che per il mondo là fuori sono lunghissimi-minuti-sprecati-di-non-vita – stai solo aspettando te stesso; stai scoprendo di conoscere un’altra versione di te. Stai visualizzando conferme rosse e numerate dai tuoi conoscenti, che ti permetteranno di osservarti nuovamente allo specchio, di rinnovarti, di sapere nuovamente chi sei, in una parola: attendi la tua rappresentazione, la tua immagine, e quella tua spasmodica ossessione per la bellezza che brami ormai a tutti i costi.

Con l’avvento di questo mondo che chiamano “social”, ma che di “social” ha ben poco – data la frustrazione annessa alla solitudine esistenziale che ne deriva –, stai esplorando questo nuovo tipo di fenomeno soggettivo, squisitamente intimo e personale, che ha trovato terreno fertile per dispensare a te, come a tutti gli atri, solo fugaci “conferme” e “rassicurazioni”, senza però portare in dono quell’illusorio piacere individuale che perseveri meccanicamente, attraverso tutte queste tue azioni che cadono in quel buio virtuale – visto che quella frustrazione che si prova prima dell’atto non fa che aumentare con l’atto stesso e non accenna minimamente a calare.

Sei dunque letteralmente in fibrillazione, per ricevere una risposta ad una domanda che non c’è. Qual è la domanda? Ci sono solo risposte in questo schermo blu. Risposte inutili, scontrose, che sembrano voler spiegare tutto ma che in realtà non spiegano un bel niente. Sono solo tanti simulacri, tutti incolonnati, con i rispettivi e ridondanti vuoti che contengono. Alle volte i pensieri sono così pretenziosi che sembrano voler essere a tutti i costi profondi, da rimanerci secchi, così: distesi su piazzali rassegnati ma enormemente convinti di sé. E poi, subito sotto, tante frivolezze del primo mattino, la colazione dei campioni, il pranzo con la pietanza che si aspettava da tempo, il tanto atteso paesaggio del ritorno a casa, il ballo con i vestiti scintillanti, e tutte quelle bevute attorcigliate tra sorrisi e braccia barcollanti, e così via (“so it goes…”).

In questo scorrere fantasmagorico, la vita quotidiana è sempre presente ma ha poca riconoscibilità: viene quasi lasciata ai margini. La sua misera “visibilità” non fa che decelerare il suo battito cardiaco, fino all’estinzione. È la popolarità che vince indiscussa su questo schermo, e porta il segno dell’eccesso. Sono gli estremi eclatanti che contano qui, che dominano la scena: l’equilibrio non esiste, non ha alcuna giurisdizione. E allora se non hai un tuo profilo significa che non esisti. Se hai scattato una foto e non l’hai condivisa con gli altri vorrà dire che quella foto non è mai stata scattata. La gioia senza like è una gioia a cui manca qualcosa: è una gioia monca. Più like arrivano e più l’ego si gonfia, ma questa sensazione di essere primo tra i primi dura giusto un attimo, uno scroll, perché al prossimo giro bisogna ricominciare tutto da capo, e quella falsa ebbrezza di popolarità brevemente acquisita esigerà una nuova condivisione, un nuovo commento fuori luogo, un nuovo e sconosciuto contatto fasullo.

Se ti azzardi a scrivere un pensiero e questo non coglie una scia chiassosa di riscontro allora quel tuo pensiero cadrà nell’oblio, come se appartenesse a persone di serie b, a gente che nemmeno esiste. Più amici collezioni e più diventi qualcuno, anche se l’aumento smisurato di questa somma va a definire, necessariamente, la superficialità di tutte quelle interazioni appena stabilite; di tutte quelle relazioni strette e mai toccate con mano (anche se – evitando una ripetuta scenografia – la maggior parte delle parole che popolano questa frase andrebbero tutte rigorosamente virgolettate).

Jean Jullien

Jean Jullien

Essendo questo un mondo piuttosto confuso – e sfuggente e in divenire ad una velocità inimmaginabile – si presta tanto a invettive strampalate quanto a sbrigative conclusioni. La realtà è che non possiamo ancora dire tutto su questo – chiamiamolo così – “fenomeno sociale”. Quest’ultimo è, per dirla alla Durkheim, un “fatto sociale”, che esiste sì, e che influenza senza dubbio le nostre vite, mettendo mano alla costruzione attiva delle nostre biografie, ma non la fa esercitando la sua funzione in maniera completa e imperante. Questo perché la vita, là fuori, esiste ancora, e mantiene la sua indiscussa legittimità – anche se Bauman, da pessimista cronico qual è, sostiene che, ormai, quasi ogni componente del “reale” si plasmi e dipenda da ciò che accade nel virtuale, in maniera quasi del tutto univoca… Le cose non stanno proprio così. Tutto ciò che c’è di più intimo là fuori è anche parte interiore di noi, e ci appartiene in quel modo particolare che solo noi sappiamo percepire e conoscere, senza che il virtuale ci metta per forza il suo zampino. Quindi il peso dell’individualità – a fronte di questo “fatto sociale” – è sempre presente, e contribuisce attivamente alla sua perenne costruzione in uno scambio che è vicendevole, oltre che continuo. Questo mondo virtuale, perciò, difficilmente potrà avere ragione della complessità del mondo sociale che ci circonda: non potrà coincidere con esso e sostituirlo pienamente; non potrà mai cogliere tutte le sue infinite e “irrilevanti” sfumature. Un esempio.

In questo mondo virtuale dei social network sembra che, ormai, tutti sanno tutto su tutto, e di tutto; tutti, con uno scroll, sono diventati esperti dell’evanescente, della notizia che compare e che dura forse solo un giorno, o poco più. Allora, la domanda spontanea da porsi è: “tutti cittadini ultra-consapevoli o, piuttosto, accaniti (e persi) consumatori d’informazione?”.

Purtroppo quello che balza subito all’occhio è che questo sia diventato il regno del “so tutto io”, dove i singoli attori partecipano ad una “conversazione” che è prevalentemente dialettica; poche volte dialogica. Come ricorda Richard Sennett nel suo saggio “Insieme”, la nostra società – e a maggior ragione la società che va formandosi sui social – incentiva la prima per inibire la seconda. “Nella dialettica, come ci hanno insegnato a scuola, il gioco verbale di tesi e antitesi dovrebbe gradualmente costruire una sintesi; […] La meta è quella di arrivare alla fine a una definizione comune. E l’abilità del dialettico consiste nel saper cogliere il possibile punto d’incontro.” Diversamente, in una conversazione dialogica, “vi è uno slittamento di senso. Ecco perché nei dialoghi platonici la dialettica non assomiglia a un duello verbale; l’antitesi della tesi non è: «Brutto cretino, hai torto marcio!»; entrano in gioco, piuttosto, fraintendimenti, contraddizioni, viene messo sul tavolo il dubbio, e allora bisogna ascoltarsi con raddoppiata attenzione.” Dunque, in uno scambio dialogico, ognuno dice la sua senza però necessariamente arrivare ad un terreno comune: si parla, anche di cose apparentemente insignificanti, ma questo aiuta a prendere coscienza delle proprie opinioni e ad ampliare la comprensione reciproca. Ciò che non accade, invece, con un confronto dialettico (sui social), dove si tenderà ad eliminare, pian piano, le affermazioni che sembreranno via via irrilevanti, per arrivare poi alla sola sintesi che sarà proclamata come unica “verità”.

Nel mondo social è tutta una discussione dialettica estremizzata. L’osannata “caccia ai like” non fa che mettere in primo piano le affermazioni che si ritengono “più rilevanti” – più gonfiate di “popolarità” – scartando evidentemente tutto il resto (ma questo è del tutto normale, dato che stiamo parlando di un sistema ingegneristicamente concepito, e che quindi non terrà mai conto di tutte le variabili sociali coinvolte). Non si tratta quindi di una discussione tra chi cerca di comprendersi, ma al contrario: è una mera “conversazione” tra sordi. Per non parlare poi del fatto che qui sopra una vera comunicazione non potrà mai avere luogo. La comunicazione – come certo si saprà – riguarda anche (e soprattutto) sguardi, silenzi, attese, e il comprendere tutti questi dettagli “effimeri” al fine di mantenere viva la conversazione… Tutti elementi che, tramite questi mezzi, non possono né potranno mai esserci – a meno che non si intrattiene una conversazione su Skype avendo un collegamento limpido e lineare (ciò che accade raramente). Sui social, quindi, ci può essere solo una semplice condivisione di informazioni che sottrae però espressività al tutto.

È vero, in un mondo connesso e altamente globalizzato qual è il nostro, tutta questa tecnologia ci aiuta senza dubbio “a mantenere i contatti della nostra vita” – come recita un famoso slogan –, ma non potrà mai abbracciare la vita sociale per intero. La vita sociale è complessa per definizione, e la complessità è difficile da rendere intellegibile, soprattutto se la tecnologia ci priva della ricchezza emotiva a cui siamo (ancora) abituati nella vita reale.

Per salvarsi allora da tutto questo bisogna immaginare un mondo diverso…

Un mondo in cui il sociale, ormai fallito, si tramuti in un individualismo costruttivo, dove la ricerca maniacale dell’immagine-ego sappia emanciparsi da quel deleterio vincolo post-industriale che consiste nel “costante bisogno di piacere”. Un mondo in cui venga ribaltata l’attuale cultura egemone, che priva quotidianamente della capacità di usare l’immaginazione, il linguaggio, il pensiero autonomo, per dare finalmente respiro a quella “semplicità complessa” in grado di spezzare il ritmo che esclude il pensiero. Un mondo pieno di valori supremi, in cui ci tocca decidere cosa adorare, anche se nove volte su dieci finiamo per adorare noi stessi. Un mondo in cui c’entra l’amore, e cioè quella “disciplina necessaria a far parlare quella parte di sé capace di amare, anziché quella parte di sé che vuole essere solamente amata” (David Foster Wallace).

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Richard Sennett, “Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione”, Feltrinelli, 2012.

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di David Foster Wallace

[traduzione di Roberto Natalini]

Trascrizione del discorso di David Foster Wallace per la cerimonia delle lauree al Kenyon college, 21 maggio 2005.

thisiswater3Un saluto a tutti e le mie congratulazioni alla classe 2005 dei laureati del Kenyon college. Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?” È una caratteristica comune ai discorsi nelle cerimonie di consegna dei diplomi negli Stati Uniti di presentare delle storielle in forma di piccoli apologhi istruttivi. La storia è forse una delle migliori, tra le meno stupidamente convenzionali nel genere, ma se vi state preoccupando che io pensi di presentarmi qui come il vecchio pesce saggio, spiegando cosa sia l’acqua a voi giovani pesci, beh, vi prego, non fatelo. Non sono il vecchio pesce saggio. Il succo della storia dei pesci è solamente che spesso le più ovvie e importanti realtà sono quelle più difficili da vedere e di cui parlare. Espresso in linguaggio ordinario, naturalmente diventa subito un banale luogo comune, ma il fatto è che nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti, i banali luoghi comuni possono essere questioni di vita o di morte, o meglio, è questo ciò che vorrei cercare di farvi capire in questa piacevole mattinata di sole. Chiaramente, l’esigenza principale in discorsi come questo è che si suppone vi parli del significato della vostra educazione umanistica, e provi a spiegarvi perché il diploma che state per ricevere ha un effettivo valore sul piano umano e non soltanto su quello puramente materiale. Per questo, lasciatemi esaminare il più diffuso stereotipo nei discorsi fatti a questo tipo di cerimonie, ossia che che la vostra educazione umanistica non consista tanto “nel fornirvi delle conoscenze”, quanto “nell’insegnarvi a pensare”.

Se siete come me quando ero studente, non vi sarà mai piaciuto ascoltare questo genere di cose, e avrete tendenza a sentirvi un po’ insultati dall’affermazione che dobbiate aver bisogno di qualcuno per insegnarvi a pensare, poiché il fatto stesso che siete stati ammessi a frequentare un college così prestigioso vi sembra una dimostrazione del fatto che già sapete pensare. Ma vorrei convincervi che lo stereotipo dell’educazione umanistica in realtà non è per nulla offensivo, perché la vera educazione a pensare, che si pensa si debba riuscire ad avere in un posto come questo, non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare. Se la vostra assoluta libertà di scelta su cosa pensare vi sembrasse troppo ovvia per perdere del tempo a discuterne, allora vorrei chiedervi di pensare al pesce e all’acqua, e a mettere tra parentesi anche solo per pochi minuti il vostro scetticismo circa il valore di ciò che è completamente ovvio.

Ecco un’altra piccola storia istruttiva. Ci sono due tizi che siedono insieme al bar in un posto sperduto e selvaggio in Alaska. Uno dei due tizi è credente, l’altro è ateo, e stanno discutendo sull’esistenza di Dio, con quell’intensità particolare che si stabilisce più o meno dopo la quarta birra. E l’ateo dice: “Guarda, non è che non abbia ragioni per non credere. Ho avuto anche io a che fare con quella roba di Dio e della preghiera. Proprio un mese fa mi sono trovato lontano dal campo in una terribile tormenta, e mi ero completamente perso e non riuscivo a vedere nulla, e facevano 45 gradi sotto zero, e così ho provato: mi sono buttato in ginocchio nella neve e ho urlato ‘Oh Dio, se c’è un Dio, mi sono perso nella tormenta, e morirò tra poco se tu non mi aiuterai’.” E a questo punto, nel bar, il credente guarda l’ateo con aria perplessa “Bene, allora adesso dovrai credere” dice, “sei o non sei ancora vivo?” E l’ateo, alzando gli occhi al cielo “Ma no, è successo invece che una coppia di eschimesi, che passava di lì per caso, mi ha indicato la strada per tornare al campo.”

È facile interpretare questa storiella con gli strumenti tipici dell’analisi umanistica: la stessa precisa esperienza può avere due significati totalmente diversi per due persone diverse, avendo queste persone due diversi sistemi di credenze e due diversi modi di ricostruire il significato dall’esperienza. Poiché siamo convinti del valore della tolleranza e della varietà delle convinzioni, in nessun modo la nostra analisi umanistica vorrà affermare che l’interpretazione di uno dei due tizi sia giusta a quella dell’altro falsa o cattiva. E questo va anche bene, tranne per il fatto che in questo modo non si riesce mai a discutere da dove abbiano origine questi schemi e credenze individuali. Voglio dire, da dove essi vengano dall’INTERNO dei due tizi. Come se l’orientamento fondamentale verso il mondo di una persona e il significato della sua esperienza fossero in qualche modo intrinseci e difficilmente modificabili, come l’altezza o il numero di scarpe, o automaticamente assorbiti dal contesto culturale, come il linguaggio. Come se il modo in cui noi costruiamo il significato non fosse in realtà un fatto personale, frutto di una scelta intenzionale. Inoltre, c’è anche il problema dell’arroganza. Il tizio non credente è totalmente certo nel suo rifiuto della possibilità che il passaggio degli eschimesi abbia qualche cosa a che fare con la sua preghiera. Certo, ci sono un sacco di credenti che appaiono arroganti e anche alcune delle loro interpretazioni. E sono probabilmente anche peggio degli atei, almeno per molti di noi. Ma il problema del credente dogmatico è esattamente uguale a quello del non credente: una certezza cieca, una mentalità chiusa che equivale a un imprigionamento così totale che il prigioniero non si accorge nemmeno di essere rinchiuso.

Il punto che vorrei sottolineare qui è che credo che questo sia una parte di ciò che vuole realmente significare insegnarmi a pensare. A essere un po’ meno arrogante. Ad avere anche solo un po’ di coscienza critica su di me e le mie certezze. Perché una larga percentuale di cose sulle quali tendo a essere automaticamente certo risulta essere totalmente sbagliata e deludente. Ho imparato questo da solo e a mie spese, e così immagino sarà per voi una volta laureati.

Ecco un esempio della totale falsità di qualche cosa su cui tendo ad essere automaticamente sicuro: nella mia esperienza immediata, tutto tende a confermare la mia profonda convinzione che io sia il centro assoluto dell’universo, la più reale e vivida e importante persona che esista. Raramente pensiamo a questa specie di naturale, fondamentale egocentrismo, perché è qualche cosa di socialmente odioso. Ma in effetti è lo stesso per tutti noi. È la nostra configurazione di base, codificata nei nostri circuiti fin dalla nascita. Pensateci: non c’è nessuna esperienza che abbiate fatto di cui non ne siate il centro assoluto. Il mondo, così come voi lo conoscete, è lì davanti a VOI o dietro di VOI, o alla VOSTRA sinistra o alla VOSTRA destra, sulla VOSTRA TV o sul VOSTRO schermo. E così via. I pensieri e i sentimenti delle altre persone devono esservi comunicati in qualche modo, ma i vostri sono così immediati, urgenti, reali.
Adesso vi prego di non pensare che io voglia farvi una lezione sulla compassione o la sincerità o altre cosiddette “virtù”. Il problema non è la virtù. Il problema è di scegliere di fare il lavoro di adattarsi e affrancarsi dalla configurazione di base, naturale e codificata in noi, che ci fa essere profondamente e letteralmente centrati su noi stessi, e ci fa vedere e interpretare ogni cosa attraverso questa lente del sé. Le persone che riescono ad adattare la loro configurazione di base sono spesso descritti come “ben adattati”, che credo non sia un termine casuale. Considerando la trionfale cornice accademica in cui siamo, viene spontaneo porsi il problema di quanto di questo lavoro di autoregolazione della nostra configurazione di base coinvolga conoscenze effettive e il nostro stesso intelletto. Questo problema è veramente molto complicato. Probabilmente la più pericolosa conseguenza di un’educazione accademica, almeno nel mio caso, è che ha permesso di svilupparmi verso della roba super-intellettualizzata, di perdermi in argomenti astratti dentro la mia testa e, invece di fare semplicemente attenzione a ciò che mi capita sotto al naso, fare solo attenzione a ciò che capita dentro di me. Come saprete già da un pezzo, è molto difficile rimanere consapevoli e attenti, invece di lasciarsi ipnotizzare dal monologo costante all’interno della vostra testa (potrebbe anche stare succedendo in questo momento).

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Vent’anni dopo essermi laureato, sono riuscito lentamente a capire che lo stereotipo dell’educazione umanistica che vi “insegna a pensare” è in realtà solo un modo sintetico per esprimere un’idea molto più significativa e profonda: “imparare a pensare” vuol dire in effetti imparare a esercitare un qualche controllo su come e cosa pensi. Significa anche essere abbastanza consapevoli e coscienti per scegliere a cosa prestare attenzione e come dare un senso all’esperienza. Perché, se non potrete esercitare questo tipo di scelta nella vostra vita adulta, allora sarete veramente nei guai. Pensate al vecchio luogo comune della “mente come ottimo servitore, ma pessimo padrone”. Questo, come molti luoghi comuni, così inadeguati e poco entusiasmanti in superficie, in realtà esprime una grande e terribile verità. Non a caso gli adulti che si suicidano con armi da fuoco quasi sempre si sparano alla testa. Sparano al loro pessimo padrone. E la verità è che molte di queste persone sono in effetti già morte molto prima di aver premuto il grilletto.

E vi dico anche quale dovrebbe essere l’obiettivo reale su cui si dovrebbe fondare la vostra educazione umanistica: come evitare di passare la vostra confortevole, prosperosa, rispettabile vita adulta, come dei morti, incoscienti, schiavi delle vostre teste e della vostra solita configurazione di base per cui “in ogni momento” siete unicamente, completamente, imperiosamente soli. Questo potrebbe suonarvi come un’iperbole o un’astrazione senza senso. Cerchiamo di essere concreti. Il fatto puro e semplice è che voi laureati non avete ancora nessun’idea di cosa “in ogni momento” significhi veramente. Questo perché nessuno parla mai, in queste cerimonie delle lauree, di una grossa parte della vita adulta americana. Questa parte include la noia, la routine e la meschina frustrazione. I genitori e i più anziani tra di voi sapranno anche troppo bene di cosa sto parlando.

Tanto per fare un esempio, prendiamo una tipica giornata da adulto, e voi che vi svegliate la mattina, andate al vostro impegnativo lavoro da colletto-bianco-laureato-all’università, e lavorate duro per otto o dieci ore, fino a che, alla fine della giornata, siete stanchi e anche un po’ stressati e tutto ciò che vorreste sarebbe di tornarvene casa, godervi una bella cenetta e forse rilassarvi un po’ per un’oretta, per poi ficcarvi presto nel vostro letto perché, evidentemente, dovrete svegliarvi presto il giorno dopo per ricominciare tutto da capo. Ma, a questo punto, vi ricordate che non avete nulla da mangiare a casa. Non avete avuto tempo di fare la spesa questa settimana a causa del vostro lavoro così impegnativo, per cui, uscendo dal lavoro, dovete mettervi in macchina e guidare fino al supermercato. È l’ora di punta e il traffico è parecchio intenso. Per cui per arrivare al supermercato ci mettete moltissimo tempo, e quando finalmente arrivate, lo trovate pieno di gente, perché naturalmente è proprio il momento del giorno in cui tutti quelli che lavorano come voi cercano di sgusciare in qualche negozio di alimentari. E il supermercato è disgustosamente illuminato e riempito con della musica di sottofondo abbrutente o del pop commerciale, ed è proprio l’ultimo posto in cui vorreste essere, ma non potete entrare e uscire rapidamente, vi tocca vagare su e giù tra le corsie caotiche di questo enorme negozio super-illuminato per trovare la roba che volete e dovete manovrare con il vostro carrello scassato nel mezzo delle altre persone, anche loro stanche e di fretta come voi, con i loro carrelli (eccetera, eccetera, ci dò un taglio poiché è una cerimonia piuttosto lunga) e alla fine riuscite a raccogliere tutti gli ingredienti della vostra cena, e scoprite che non ci sono abbastanza casse aperte per pagare, anche se è l’ora-di-punta-di-fine-giornata. Cosi la fila per pagare è incredibilmente lunga, che è una cosa stupida e che vi fa arrabbiare. Ma voi non potete sfogare la vostra frustrazione sulla povera signorina tutta agitata alla cassa, che è superstressata da un lavoro la cui noia quotidiana e insensatezza supera l’immaginazione di ognuno di noi qui in questa prestigiosa Università. Ma in ogni modo, finalmente arrivate in fondo a questa fila, pagate per il vostro cibo, e vi viene detto “buona giornata” con una voce che è proprio la voce dell’oltretomba. Quindi dovete portare quelle orrende, sottili buste di plastica del supermercato nel vostro carrello con una ruota impazzita che spinge in modo esasperante verso sinistra, di nuovo attraverso il parcheggio affollato, pieno di buche e di rifiuti, e guidare verso casa di nuovo attraverso il traffico dell’ora di punta, lento, intenso, pieno di SUV, ecc.

Fish_by_PixtilA tutti noi questo è capitato, certamente. Ma non è ancora diventato parte della routine della vostra vita effettiva di laureati, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, anno dopo anno. Ma lo sarà. E inoltre ci saranno tante altre routine apparentemente insignificanti, noiose e fastidiose. Ma non è questo il punto. Il punto è che è proprio con stronzate meschine e frustranti come questa che interviene la possibilità di scelta. Perché il traffico e le corsie affollate del supermercato e la lunga coda alla cassa mi danno il tempo di pensare, e se io non decido in modo meditato su come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e infelice ogni volta che andrò a fare la spesa. Perché la mia naturale configurazione di base è la certezza che situazioni come questa riguardino solo me. La MIA fame e la MIA stanchezza e il MIO desiderio di andarmene a casa, e mi sembrerà che ogni altra persona al mondo stia lì ad ostacolarmi. E chi sono poi queste persone che mi ostacolano? E guardate come molti di loro sono repellenti, e come sembrano stupidi e bovini e con gli occhi spenti e non-umani nella coda alla cassa, o anche come è fastidioso e volgare che le persone stiano tutto il tempo a urlare nei loro cellulari mentre sono nel mezzo della fila. E guardate quanto tutto ciò sia profondamente e personalmente ingiusto.

Oppure, se la mia configurazione di base è più vicina alla coscienza sociale e umanistica, posso passare un bel po’ di tempo nel traffico di fine giornata a essere disgustato da tutti quei grossi, stupidi SUV e Hummers e furgoni con motori a 12 valvole, che bloccano la strada e consumano il loro costoso, egoistico serbatoio da 40 galloni di benzina, e posso anche soffermarmi sul fatto che gli adesivi patriottici e religiosi sembrano essere sempre sui veicoli più grandi e più disgustosamente egoisti, guidati dai più brutti, più incoscienti e aggressivi dei guidatori. (Attenzione, questo è un esempio di come NON bisogna pensare…) E posso pensare che i figli dei nostri figli ci disprezzeranno per aver sprecato tutto il carburante del futuro e avere probabilmente fottuto il clima, e che noi tutti siamo viziati e stupidi ed egoisti e ripugnanti, e che la moderna civiltà dei consumi faccia proprio schifo, e così via.

Avete capito l’idea. Se scelgo di pensare in questo modo in un supermercato o sulla superstrada, va bene. Un sacco di noi lo fanno. Tranne che il fatto di pensare in questo modo diventa nel tempo così facile e automatico che non è più nemmeno una vera scelta. Diventa la mia configurazione di base. È questa la modalità automatica in cui vivo le parti noiose, frustranti, affollate della mia vita da adulto, quando sto operando all’interno della convinzione automatica e inconscia di essere il centro del mondo, e che i miei bisogni e i miei sentimenti prossimi sono ciò che determina le priorità del mondo intero.

In realtà, naturalmente, ci sono molti modi diversi di pensare in questo tipo di situazioni. Nel traffico, con tutte queste macchine ferme e immobili davanti a me, non è impossibile che una delle persone nei SUV abbia avuto un orribile incidente d’auto nel passato, e adesso sia cosi terrorizzata dal guidare che il suo terapista le ha ordinato di prendere un grosso e pesante SUV, così che possa sentirsi abbastanza sicura quando guida. O che quell’Hummer che mi ha appena tagliato la strada sia forse guidato da un padre il cui figlio piccolo è ferito o malato nel sedile accanto a lui, e stia cercando di portarlo in ospedale, ed abbia quindi legittimamente molto più fretta di me: in effetti sono io che blocco la SUA strada. Oppure posso sforzarmi di considerare la possibilità che tutti gli altri nella fila alla cassa del supermercato siano stanchi e frustrati come lo sono io, e che alcune di queste persone probabilmente abbiano una vita molto più dura, noiosa e dolorosa della mia.

Di nuovo, vi prego di non pensare che vi stia dando dei consigli morali, o vi stia dicendo che dovreste pensare in questo modo, o che qualcuno si aspetta da voi che lo facciate. Perché è difficile. Richiede volontà e fatica, e se voi siete come me, in certi giorni non sarete capaci di farlo, o più semplicemente non ne avrete voglia.

Ma molte altre volte, se sarete abbastanza coscienti da darvi la possibilità di scegliere, voi potrete scegliere di guardare in un altro modo a questa grassa signora super-truccata e con gli occhi spenti che ha appena sgridato il suo bambino nella coda alla cassa. Forse non è sempre così. Forse è stata sveglia per tre notti di seguito tenendo la mano del marito che sta morendo di un cancro alle ossa. O forse questa signora è l’impiegata meno pagata della motorizzazione, che proprio ieri ha aiutato vostra moglie a risolvere un orribile e snervante problema burocratico con alcuni piccoli atti di gentilezza amministrativa.

Va bene, nessuno di questi casi è molto probabile, ma non è nemmeno completamente impossibile. Dipende da cosa volete considerare. Se siete automaticamente sicuri di sapere cos’è la realtà, e state operando sulla base della vostra configurazione di base, allora voi, come me, probabilmente non avrete voglia di considerare possibilità che non siano fastidiose e deprimenti. Ma se imparate realmente a concentrarvi, allora saprete che ci sono altre opzioni possibili. Avrete il potere di vivere una lenta, calda, affollata esperienza da inferno del consumatore, e renderla non soltanto significativa, ma anche sacra, ispirata dalle stesse forze che formano le stelle: amore, amicizia, la mistica unità di tutte le cose fuse insieme. Non che la roba mistica sia necessariamente vera. La sola cosa che è Vera con la V maiuscola è che sta a voi decidere di vederlo o meno.

by Sarah McCayQuesta, credo, sia la libertà data da una vera educazione, di poter imparare ad essere “ben adattati”. Voi potrete decidere con coscienza che cosa ha significato e che cosa non lo ha. Potrete scegliere in cosa volete credere. Ed ecco un’altra cosa che può sembrare strana, ma che è vera: nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti non c’è posto per una cosa come l’ateismo. Non è possibile non adorare qualche cosa. Tutti credono. La sola scelta che abbiamo è su che cosa adorare. E forse la più convincente ragione per scegliere qualche sorta di dio o una cosa di tipo spirituale da adorare – sia essa Gesù Cristo o Allah, sia che abbiate fede in Geova o nella Santa Madre Wicca, o nelle Quattro Nobili Verità, o in qualche inviolabile insieme di principi etici – è che praticamente qualsiasi altra cosa in cui crederete finirà per mangiarvi vivo. Se adorerete il denaro o le cose, se a queste cose affiderete il vero significato della vita, allora vi sembrerà di non averne mai abbastanza. È questa la verità. Adorate il vostro corpo e la bellezza e l’attrazione sessuale e vi sentirete sempre brutti. E quando i segni del tempo e dell’età si cominceranno a mostrare, voi morirete un milione di volte prima che abbiano ragione di voi. Ad un certo livello tutti sanno queste cose. Sono state codificate in miti, proverbi, luoghi comuni, epigrammi, parabole, sono la struttura di ogni grande racconto. Il trucco sta tutto nel tenere ben presente questa verità nella coscienza quotidiana. Adorate il potere, e finirete per sentirvi deboli e impauriti, e avrete bisogno di avere sempre più potere sugli altri per rendervi insensibili alle vostre proprie paure. Adorate il vostro intelletto, cercate di essere considerati intelligenti, e finirete per sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere scoperti. Ma la cosa insidiosa di queste forme di adorazione non è che siano cattive o peccaminose, è che sono inconsce. Sono la configurazione di base. Sono forme di adorazione in cui scivolate lentamente, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi su quello che volete vedere e su come lo valutate, senza essere mai pienamente consci di quello che state facendo.

E il cosiddetto “mondo reale” non vi scoraggerà dall’operare con la configurazione di base, poiché il cosiddetto “mondo reale” degli uomini e del denaro e del potere canticchia allegramente sul bordo di una pozza di paura e rabbia e frustrazione e desiderio e adorazione di sé. La cultura contemporanea ha imbrigliato queste forze in modo da produrre una ricchezza straordinaria e comodità e libertà personale. La libertà di essere tutti dei signori di minuscoli regni grandi come il nostro cranio, soli al centro del creato. Questo tipo di libertà ha molti lati positivi. Ma naturalmente vi sono molti altri tipi di libertà, e del tipo che è il più prezioso di tutti, voi non sentirete proprio parlare nel grande mondo esterno del volere, dell’ottenere e del mostrarsi. La libertà del tipo più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificanti e poco attraenti. Questa è la vera libertà. Questo è essere istruiti e capire come si pensa. L’alternativa è l’incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito.

Lo so che questa roba probabilmente non vi sembrerà molto divertente o ispirata, come un discorso per questo di genere di cerimonie dovrebbe sembrare. In questo consiste però, per come la vedo io, la Verità con la V maiuscola, scrostata da un sacco di stronzate retoriche. Certamente, siete liberi di pensare quello che volete di tutto questo. Ma per favore non scartatelo come se fosse una sermone ammonitorio alla Dr. Laura. Niente di questa roba è sulla morale o la religione o il dogma o sul grande problema della vita dopo la morte. La Verità con la V maiuscola è sulla vita PRIMA della morte. È sul valore reale di una vera istruzione, che non ha quasi nulla a che spartire con la conoscenza e molto a che fare con la semplice consapevolezza, consapevolezza di cosa è reale ed essenziale, ben nascosto, ma in piena vista davanti a noi, in ogni momento, per cui non dobbiamo smettere di ricordarci più e più volte: “Questa è acqua, questa è acqua.”

È straordinariamente difficile da fare, rimanere coscienti e consapevoli nel mondo adulto, in ogni momento. Questo vuol dire che anche un altro dei grandi luoghi comuni finisce per rivelarsi vero: la vostra educazione è realmente un lavoro che dura tutta la vita. E comincia ora.

Auguro a tutti una grossa dose di fortuna.

Editing grafico a cura di Edna Arauz

beachcomber beachcombing - J'accuse

beachcomber beachcombing – J’accuse

Mi sento inutile, sono inutile, mi hanno reso inutile. Tutto il sapere che vado accumulando nella mia vita risulta scomodo, e viene sistematicamente riciclato in qualcosa di stantio, di marcio, da eliminare il prima possibile.

Paradossalmente, chi ha studiato poco o chi conosce lo stretto e necessario, chi non si fa troppe domande, e chi, per carità, opera in settori indispensabili alla macchina-mondo – ma del tutto estranei al  – ed esenti dal –  pensiero che dovrebbe azionarlo, può avere la facoltà o addirittura la capacità economica di comprarsi una casa, di avere una vita indipendente e autonoma. Chi lassù detiene il vero potere ha intenzione di legittimare solo quest’ultimi, perché chi al contrario ha troppo sapere da manifestare, da spendere per gli altri, risulta oltremodo scomodo, e deve essere messo assolutamente da parte: va oscurato… Male che vada in un futuro lontano – e vista la sua caparbia cocciutaggine – verrà arruolato come mercenario pluripremiato e profumato di soldi, un vero e proprio soldato addestrato al sistema economico attuale, e lì il suo pensiero cambierà di conseguenza, il suo cervello verrà estirpato, per essere sostituito con un altro più consono, ritagliato su misura, giusto in proporzione al denaro che gli verrà concesso.

“Lavori solo per poco e fai qualcosa che non ti fa felice”: questo è il sentimento di coloro che si vedono perennemente rassegnati, che hanno da dire molto, ma che tra un po’, molto presto, verranno messi a tacere, e si vedranno uniformati alla flessibilità arrogante e deleteria del mondo che li circonda. Non fraintendetemi: la flessibilità ci dev’essere. L’incertezza e il cambiamento che la contraddistinguono sono la stabilità dei nostri giorni, su questo non si discute. Solo che, dal mio povero e insignificante punto di vista, quella concezione di flessibilità andrebbe concepita e trattata un tantino più umanamente, solo questo.

È tutta un’illusione, un’illusione di segno negativo: ci hanno educato e formato unicamente verso questo tipo d’illusione. Ci hanno fatto credere che la vita sia prima di tutto una guerra cruenta, una guerra di tutti contro tutti, senza pietà. Non ci hanno detto però che quella guerra non è altro che il riflesso giustificato di un sterminio interiore… Troppo spesso siamo stati educati alla malvagità che ci circonda, come se tutto, là fuori, sia costantemente un pericolo che bisogna per forza di cose affrontare: armati fino al collo per essere sempre pronti, preparati meglio degli altri, per sconfiggere il nemico più acerrimo di tutti: noi stessi. Lo stesso linguaggio scolastico, ormai, è inficiato da termini quali “debiti” o “crediti”… Quali assurdità: come se la partita della vita si consumasse (!) interamente tra gli scaffali di un freddo e inquietante supermarket. Non è sempre così. La logica di mercato non può in ogni occasione monopolizzare i nostri preziosi mondi vitali; non può sempre farlo attraverso i suoi più oscuri e beffardi meccanismi: alla lunga ne risulteremo tutti sterili, sterili umanamente. 

Al contrario, l’illusione positiva, quella che ci consente di immaginare, di costruire, di custodire dei segreti per noi stessi, e di creare un percorso desiderabile verso questa direzione, quest’illusione positiva e edificante di mondi possibili altrimenti non esiste più, ci è stata sottratta, ma non ce ne siamo accorti: “Quando è accaduto tutto ciò?” “Dov’è che si trova il punto di rottura?” “Da dove dovremmo ripartire?” Nessuno è in grado di rispondere. È stata completamente sradicata quell’illusione di segno positivo che ci consentiva di agire in maniera costruttiva, quella che ci permetteva di alimentare le care utopie che segnavano i nostri preziosi percorsi personali… Troppo spesso ci hanno estirpato i nostri sogni sul nascere… Nessuno, oggi, è in grado adeguatamente di insegnare la capacità di sognare. È questo che manca: la fervida immaginazione dettata da quei sogni aleatori ma così vividi: gelosi, curati e pieni di vita: la sana e lenta costruzione di una preziosità fatta con estrema cura; quel tatto per il dettaglio che può essere piacevolmente massacrante.

j'accuse 2Fin da quando ha cominciato a narrarsi e ad essere narrata, la storia è sempre stata un cimitero di utopie: ciononostante permetteva un cammino, consentiva di tracciare una direzione voluta o non voluta, ma necessaria; ora, invece, non esiste più nemmeno la storia. Quest’ultima era formata da avvenimenti significanti, importanti o poco importanti che fossero; accadimenti che segnavano dei punti di rottura rispetto ad un prima e a un dopo. Ora invece esistono solo “eventi”, monadi di eventi isolati che spuntano dal nulla, per affascinare ed estasiare, non avendo più con sé né cause a priori né conseguenze a posteriori. Con essi sono andati perduti quegli effetti di significato che potevano donare una luce, che potevano a loro modo creare una consapevolezza interiore, e che dettavano – seppur goffamente – il ritmo, ormai perso, del mondo in cui ci è capitato di vivere. Avvenimenti che non posso essere più chiamati come tali, perché ciò che creano con la loro nascita non fa che sparire nella loro fonte, viene risucchiato immediatamente nel momento stesso in cui si manifestano: sono satelliti privi di senso, che orbitano attorno al loro non-senso fino al punto di implodere in se stessi. Non esiste più una trasmissione di significato, quel saggio mistero che ci veniva tramandato tramite quelle illusioni positive che ci rendevano vivi, curiosi, pro-attivi, costantemente in movimento riflessivo verso noi stessi e verso l’alterità. Oggi c’è una distesa desertica di significato, una cementificazione dell’io che raggiunge una parvenza di felicità solo quando, acquistando un qualsivoglia oggetto, accede necessitante al mercato dei consumi (preferibilmente un oggetto dell’ultimo modello, non sia mai!).

Come si fa a fingere di essere felici in un mondo del genere? Purtroppo la mia testa funziona ancora, e fin troppo bene. Al contrario, sono proprio quelli più convinti delle loro idee che seguono, senza accorgersene, i dettami della massa informe. La pressione sociale è per chi crede di pensare ciecamente con la propria testa. Fra il credere e l’agire, però, c’è un enorme abisso. Bisognerebbe ascoltare gli isolati, quelli che lontano dai riflettori cercano con tutte le loro forze di rimanere al buio, di preservare una propria, seppur maltrattata, interiorità: “Elogio dell’ombra”. Borges era un Dio, un Dio prematuro e poco ascoltato. Anche Dave (DFW) lo è stato, a suo modo. Peccato che fosse un Dio costantemente sotto effetto di psicofarmaci. Se queste “soluzioni” non l’avessero strappato così prematuramente dalla vita oggi sarebbe stato di grande aiuto per tutti noi, per l’intera umanità; avrebbe sicuramente illuminato quelle sacche di buio che è necessario ascoltare, perlustrare, dove, senza pensarci due volte, bisognerebbe sporcarsi le mani…

Oser rêver, refuser de sombrer dans la morosité ambiante, est-ce folie ou lucidité? C’est peut-être bien une forme de courage que de refuser ce système passablement indifférent aux improductifs, aux petits, aux obscurs, aux sansgrade… Un acte de résistance à la schizophrénie d’une société dont le lobe droit ignore ce que fait le lobe gauche. Quel est ce monde qui d’un côté incite sa jeunesse à s’imprégner d’un morne docilité et de l’autre traumatise ses aînés en exigeant à tout bout de champ qu’ils soient porteurs de projets innovants, sous peine de jeter les uns et les autres aux oubliettes? La véritable innovation ne serait-elle pas de ne plus castrer l’imagination de ceux qui voudraient la repenser, la réinventer? Et si la seule manière d’être raisonnable était bel et bien de ne pas renoncer à ses rêves, à ce qu’on est?

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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David Foster Wallace world copyright Giovanni Giovannetti/effigie

David Foster Wallace
world copyright Giovanni Giovannetti/effigie

Un piccione, un piccione stava entrando dalla finestra. Strano, a volte questa città ne sembra sprovvista. Quando dormono, la notte, si posizionano sulle aste di ferro che trafiggono in alto i portici, e sembrano non muoversi mai: statue, simulacri ripiegati su se stessi: un accumulo muto di sporcizia sembrano lassù. Ma questa mattina c’è il sole, cosparso, e il sole con la sua onnipotenza spazza via ogni cosa: le nuvole veleggiano in un oceano blu e l’atmosfera sembra tutta leggermente accarezzata da anime riposate. Sarebbe bello ogni tanto spegnere il cervello e non curarsi del frastuono interiore: l’atto di spegnerlo significherebbe solo attivarlo su altri canali meno disturbati, solo questo. E va bene così.

Le persone possono essere compresenti anche senza esserlo: è una misteriosa fascinazione che ci fa ancora sperare, una connessioni di menti che dialogano da lontano, per dirsi semplicemente ciao, eccomi qui. Ma oggi quelle persone stanno quasi tutte male, un male interiore e generalizzato, senza prospettiva, e non fanno altro che riversare disperatamente il loro male su altre persone: a volte, davvero, non possono fare altrimenti. E allora si distanziano per non farsene ancora, bruscamente, e questo non è altro che un segno di indiscussa, anche se incontrovertibilmente contrastante, debolezza. “L’ingiustizia è una maestra rigida ma impareggiabile.” Probabile, caro Dave, probabile; come ogni cosa che sempre con l’occhiolino divertito e strizzato mi hai suggerito.

In questo giorni accorri spesso tra i miei pensieri, lo sai? Forse perché ho solo bisogno di ridere, e tu, a me, mi hai fatto sempre ridere un sacco. Quando ti leggevo, col tempo, hai fatto nascere in me una risata nuova, inedita, una risata che era un misto di stupore, di catartiche invenzioni, ma anche di cruda e spietata consapevolezza di ciò che ci gira attorno sbeffeggiandoci. Mi hai insegnato l’umiltà, quell’umiltà che ho incorporato sin da bambino, ma che ora si riflette lucida nei miei tentativi di riscoprirla. Quanto mi hai insegnato, forse da lassù non puoi capirlo, ma io cerco di spiegartelo lo stesso.

Quando parlo di te agli altri vivi in ogni mia parola, e questo non può che essere un autentico miracolo. Come quei miracoli che dispensavi sulle pagine quasi senza accorgertene, quasi senza volerlo, e che s’imprimevano nella mia mente con una tale forza da invadermi dolcemente l’essenza; esattamente come una delle tante melodie dei Sigur Ros: melodie tutte e sempre solo mie, così diverse ad ogni rivisitazione acustica, in base ai miei stati d’animo. Un potere comunicativo che hanno in pochi, un modo di sapersi connettere con un’altra mente che mi lascia sempre felice nel pensare a quel giorno, in cui, incuriosito come non mai, cercavo chi tu fossi, tra quei libri dai titoli così bizzarri che erano associati al tuo nome di saggista, professore, scrittore intimamente americano.
Le tue note, le tue mille e infinite note, sono mondi difficili e buffi da affrontare, da padroneggiare, per una mente inesperta come la mia, mannaggia a te. Sono oltremodo arzigogolati, e pregni di quella premura che sa tenderti però sempre la mano, ad ogni occasioni bislacca di interpretazione, per non abbandonarti mai. Grazie. Quanto volte ho sentito che parlavi solo a me; quante volte ho sentito di poter essere seduto su di una comoda poltrona per ascoltare le tue sterminate peripezie pirotecniche.
Avevi ragione, hai avuto ragione, tante volte. Ora che i miei occhi possono osservare quello che avevi prognosticato, questa società è come tu l’avevi immaginata tanto tempo fa. Come diavolo facevi? Ma si può sapere chi è che ti suggeriva le risposte? I manuali di sociologia che studiavo all’università, in comparazione a ciò che mi dicevi e mi raccontavi, erano una burla inutile e ripetitiva.

Forse ora starai ridendo di me, però io queste cose dovevo dirtele prima o poi. La gente è triste, come quando dicevi di aver scritto quel romanzo infinito pensando esattamente a loro: “non so come sia per voi e i vostri amici, ma so che la maggior parte degli amici miei è molto infelice”… “Succedono cose davvero terribili. L’esistenza e la vita spezzano continuamente le persone in tutti i cazzo di modi possibili e immaginabili.”
E quando per la prima volta mi hai fatto conoscere Lenore tutto da quel momento è cambiato; da quel momento in poi tutte le cose non erano più come le avevo lasciate prima. Hai inventato una donna che non si poteva non amare, coccolare nelle sue contraddittorie manifestazioni, e poi l’hai fatta scomparire, nel risucchio di quel tuo burrascoso cilindro magico di romanzo, affinché vivesse per sempre dentro di me, e mi portasse ad immaginare un mondo di felicità che manco t’immagini. All’inizio ho pensato che volessi semplicemente prendermi per il culo, poi ho capito che mi stavi solo facendo uno dei tuoi tanti doni: sei terribile. “Tocca le cose con considerazione e quelle saranno tue; le possederai; si muoveranno o resteranno ferme o si muoveranno per te; si distenderanno e apriranno le gambe e ti cederanno le loro più intime giunture. Ti insegneranno tutti i loro trucchi.” Sai quante volte ci penso? L’ho sempre fatto, per quanto mi è parso possibile, e continuerò a farlo, anche se quelle cose possono e si animano bruscamente contro di me saprò di aver fatto sempre la cosa giusta.

Ti scriverò ancora, sappilo, perché un contatto diretto con te ormai ce l’ho da tempo: ha contraddistinto questi miei ultimi quattro anni di vita, ed è stata una delle sensazioni più piacevoli, divertite, intellettualmente impegnate che io abbia mai provato. Ma soprattutto, come scrisse quel traduttore “pazzo” che si innamorò a ragione di te, e cocciutamente per un anno intero fu intento nel tradurti per la prima volta al resto del mondo intero, per la prima volta in un’altra lingua diversa dalla tua, e cioè la mia, sfidando ogni scetticismo su quello che potevi trasmettere a tutti quanti perché non gli credevano, e lui battagliando di sudore riuscì nell’intento di regalarci per quanto possibile l’animo, la ricchezza dei tuoi pensieri, beh ecco, vorrei salutarti riprendendo le sue magnifiche parole, perché lui, quel traduttore italiano, anche lui ricordandoti ha toccato inesorabilmente le corde nel mio animo frustrato, rifocillandolo però, e riempiendolo di un’aria nuova; un’aria sicura di speranza in quel tuo atto tragico, in quel tuo strascico grido d’aiuto:

Non starò a raccontarvi la vera e propria disperazione che quel 12 settembre del 2008 colpì me e molti altri dei suoi lettori e ci tenne per lunghi mesi in una morsa di dolore. Ognuno di noi ha un rapporto molto personale con la letteratura di David Foster Wallace. Come gli oracoli, sembra voler dire cose diverse a persone diverse. Ma oggi posso dire che non una delle sue parole ha cambiato significato, per me, dopo il suicidio. Mentre lo rileggo continuo a notare, anzi, quanto fosse frequente e potente il Comico, nella sua opera, e ci sono mattinate terse spazzate dal vento in cui sono sicuro di ritrovarmi a vivere dentro uno dei suoi giochi, d’essere un suo personaggio preso nella morsa d’una certezza ridicola e mordace, quella d’aver imparato a vivere da un suicida.

“Per sempre lassù”, e per sempre dentro di me. Ciao Dave, a presto (strizzatina mia, questa volta)

Un’intervista di Dave sull’ambizione

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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amorepostmoderno

Davide Bonazzi

L’amore si sa: è l’amaro dolce conduttore che fa muovere le nostre anime, in un verso o nell’altro, pur non riuscendo mai e poi mai a identificarne il significato, il senso che si cela dietro questa misteriosa fascinazione che ci fa volare di stupore, di incantamento al principio, ma che poi, quasi all’improvviso, ci schianta senza mezzi termini sul tappeto del rimpianto.“L’amore opera in segreto i suoi incanti, le nostre decisioni sono irrilevanti”; questo aforisma cerco di tenerlo sempre a mente, non si sa mai.

Ma non è propriamente sull’amore che vogliono discorrere, come fatto in sé, perché oltre ad una questione piuttosto difficile da spiegare, penso che ognuno di noi avrà sicuramente da dire la sua, e le diverse e “incazzose” versioni a riguardo saranno tanto diverse quanto diverse saranno le situazioni e le esperienze peculiarmente capitate a casaccio e senza un perché (che divertimento). E il bello di tutto questo sarà sempre e comunque il fatto che, come concetto, come miscela di sensazioni e di vissuto personale, questa “cosa” non potrà mai essere né catalogata né mai pienamente interpretata: è solo passibile di visioni puramente soggettive, e questo è, in un certo senso, il suo attraente e lontano mistero, la sua carica che ci invade fino al midollo per poi finire nel distruggerci.

Vorrei, invece, fare delle considerazioni sull’amore come esperienza sociale, e quindi cercare, nelle mie possibilità, di concentrarmi su come l’immaginario collettivo tenti di identificare un generico rapporto di coppia in un’ottica un po’ diversa, un po’ più ampia, nell’amplesso societario che ne riconosce la nascita e gli eventuali e controversi sviluppi. Ovvia, partiamo!

Lost by DavideBonazzi

Lost by Davide Bonazzi

L’età postmoderna, per come viene attualmente vissuta, può essere vista come un collage di esperienze, di tasselli che abbiamo l’opportunità di incollare sul nostro mosaico personale grazie alle miriadi di possibilità e/o potenzialità che ci vengono offerte o che abbiamo a nostra disposizione, chi più chi meno (“a ciascuno il suo”). Questo vissuto, non può che emergere in maniera impeccabile da un ambito che indaga, come nessun altro a mio parere, il mistero e il senso dell’essere umano: la letteratura. I romanzi, è risaputo, racchiudono il sentire umano dell’epoca a cui fanno riferimento; cercano di estrarne, per quanto possono, l’essenza. Per questo motivo, per avvicinarci di più alla società in cui viviamo, e per cercare di capirci qualcosa una dannata volta, dobbiamo in un certo senso affacciarci a quei particolari romanzi che, dalla critica o comunque da un lettore qualunque, vengono letti come “innovativi”, e dove si può chiaramente evincere lo scardinamento del romanzo tradizionale.

Per definizione, il romanzo propriamente postmoderno, quello che, nello specifico, ha il potere di ammaliarci per la sua “diversità inconsueta”, è un romanzo enciclopedico; ciò vuol dire che, al suo interno, si può trovare di tutto: accanto alla quantità smisurata di linguaggi e di invenzioni narrative dettate da una schizofrenia data per scontata, l’autore sviluppa la storia che vuole proporci, che non è altro che un insieme ingarbugliato di tante e infinitesime storie, tutte diverse le une dalle altre. A prima impatto ci si può ritrovare spiazzati, e non si riesce bene a cogliere dove l’autore voglia andare a parare. Tutto questo però permette di affermare che Il meta-romanzo, o il romanzo vecchio stampo (come volete), seppur nella sua indiscussa utilità nel rilevare le origini del pensiero e degli sviluppi umani, non attecchisce poi più di tanto l’immaginario che vuole, per sue necessità interne, concentrarsi consapevolmente nella perlustrazione del tempo presente.

Certo, poi c’è da prendere in considerazione la categoria dei “classici” che, non è un caso, vengono etichettati così proprio perché la loro potenza espressiva ha qualcosa che ha a che fare con la loro intramontabile attualità, ma questo è un altro discorso. Il romanzo postmoderno, diversamente, mette in luce quelli che sono gli “sperimentalismi” di questo mondo sociale, e non c’è nulla di più azzeccato di questo per leggere la riconfigurazione dell’epoca attuale. Viviamo, infatti, nell’epoca dei racconti diversissimi ma che, per necessità, devono legarsi l’uno l’altro in una narrazione collettiva se vogliono solo pensare di sopravvivere. Un po’ come succede nei romanzi di nuova generazione: l’autore cerca sempre, velatamente, di tessere un filo rosso generale che permetta di afferrare le redini della complessiva (e a volte davvero complicatissima) situazione narrativa. Declinato alle nostre vite, il no sense che ne deriva può essere attribuito proprio a questo: all’incapacità generalizzata di dare un senso logico-narrativo alle nostre diverse esperienze che facciamo, ai nostri racconti personali, di modo che possa avere anche solo una minima parvenza di un filo che riconosciamo come “conduttore”. E allora, le relazioni sociali diventano fiacche, evanescenti, legate solo alla provvisorietà del momento, all’esperienza specifica vissuta in quella circostanza. E ci ritroviamo ogni volta a ricominciare tutto da capo senza sapere il perché, senza comprendere pienamente perché ci barcameniamo così tanto (“ma io dico: chi me lo fa fare?”).

Ed ecco che arriviamo alle relazioni di coppia, tanto odiate quanto osannate. Non molti anni fa, una relazione di coppia era vissuta all’interno di un quadro narrativo solido, stabile, in cui si sapeva benissimo quali erano le tracce della trama da seguire: era solo necessario riempire quelle tracce, quei consigli prescrittivi dettati dalla società e compierli, metterli in atto nella propria vita, mettendoci del proprio come coppia, come un progetto costruito solo e sempre insieme; quindi il proprio progetto biografico era un duo, e questo comportava, in molti casi, il “sacrificio dell’individualità”. Di questi esempi, di “narrazione di coppia”, ne esistono ancora; certamente: il cambiamento e la rimodulazione di un’epoca non può buttare via l’acqua sporca assieme al bambino, e quindi lavarsi le mani di tutto quello che l’ha creata e quindi preceduta: non può spazzare con noncuranza il “tradizionale”; anzi. Quest’ultimo è vitale al cambiamento, all’innovazione che nasce e si costruisce per differenza (quanti amici che stanno per o sono già sposati avete?).

Day Trippers by Davide Bonazzi

Day Trippers by Davide Bonazzi

Fondamentalmente, le relazioni di coppia odierne si sfasciano dopo due secondi perché non vi è un progetto comune alla base. Sono due progetti individuali che viaggiano sì parallelamente ma che pensano solo a sé: in pratica sono votati al mero soddisfacimento dei bisogni personali che, per attualizzarsi, decidono di “fare coppia”. Di conseguenza, più andremo avanti e più il “vecchio” progetto pensato in comune non avrà più ragione di sussistere: la nostra condizione esistenziale individuale naviga troppo nell’incertezza già per noi come singoli, figuriamoci che cosa può succedere se due “incertezze di vita” decidono di mettersi insieme: esplodono nel no sense immediatamente, e si distanziano (dopo che, alla fine della fiera, si è fatto praticamente tutto insieme dopo i primi 3 mesi di indiscusso romanticismo; e voglio azzardare: ma la soglia di “sopportazione” di quel romanticismo, che appassisce come una rosa senz’acqua, potrebbe essere decisamente più bassa). E quindi che si fa? Bella domanda.

Penso che l’individualismo, con tutte le pecche di egocentrismo che si porta con sé, riservi anche delle conquiste e delle possibilità formidabili. Non possiamo più tornare indietro, assolutamente. Dobbiamo invece sempre guardare avanti con una sbirciatina arricchente che volge lo sguardo al passato, che ha sempre qualcosa da insegnarci (non si sbaglia per imparare? O si sbaglia e basta?). Dobbiamo cercare di re-inventarci, prendendo spunto dal passato ma senza troppi formalismi, e cioè dando respiro al formidabile potenziale che è in noi. La coppia, quindi, deve vivere delle sue risorse di individualità e cercare, al contempo, di costruire quel filo rosso che la distinguerà da tutte le altre (dalle altre coppie e dal mondo in generale); il ché non significa un vincolo insormontabile che trascura e annienta pian piano le risorse-soggetto. Una coppia vera, al passo con i tempi, deve infatti sempre conquistarsi l’evasione dalla sua auto-referenzialità; si deve, in altre parole, fare discorso nel mondo, esattamente come avviene nei romanzi postmoderni. Per sopravvivere in questa società nell’ambito di un rapporto duale, dobbiamo scrivere il nostro romanzo postmoderno di coppia, insieme, cooperando col nostro partner. Questo ci consentirà di vivere bene la nostra storia con l’aiuto di quel “materiale” grezzo che le singole individualità attingono dalle proprie esperienze e che, quindi, scelgono consapevolmente di condividere all’interno del loro nucleo amoroso.
Racconti diversi, dunque, diversissimi l’uno dall’altro, ma che poi cercano di fare un lavoro di auto-riflessione, prima con il suo protagonista e poi assieme all’altro protagonista parallelo: il nostro partner. Certo, i romanzi postmoderni sono anche celebri per confondere con queste strampalate comparse che incontriamo durante il loro percorso narrativo: alle volte ci sono sacchettate di personaggi che non si capisce più nulla. Vogliono solo metterci in guardia però: nel mondo, le comparsate ci devono essere e ci saranno sempre. Ma i personaggi principali, quelli che veramente hanno una cognizione di tutta la storia e sono collegati in qualche modo con tutti gli altri personaggi, si riducono a due o tre. Ecco, poiché la coppia, lo dice il nome stesso, prevede solo due personaggi – che sono, a livello societario, fondamentalmente il suo fulcro, il suo punto di partenza – dobbiamo diffidare dalle comparse che ci distolgono dal nostro percorso e che molte volte (birbantelli!) “utilizziamo” istintivamente in senso egoistico: queste devono solamente arricchire la coppia di nuovi spunti, di nuovi vissuti, e non traumatizzarle e dunque estinguerle. Nel rispetto del nostro partner, infatti, dobbiamo evitare di ricadere nella concezione dell’amore perseguito come “quantità”, come concetto consumistico di usa e getta.

Se si sceglie di stare con una persona, di amarla, bisogna inventare insieme e scrivere la propria storia fugando l’indefinito, il caos che ci sovrasta e che incombe su di noi rendendoci sempre e comunque spaesati. Dobbiamo evitare le tipiche situazioni di coppia dei nostri tempi e dove si narra, sistematicamente e in ogni occasione, che “Cominciarono soltanto a frequentarsi, in quel territorio crepuscolare che sta tra l’essere solo amici e quello che, qualunque cosa sia, non è amicizia” (DFW); situazioni in cui finisce poi tutto quanto, e bisogna ricominciare tutto da capo. Del resto, in certi casi sbagliati, potrebbe essere solo una salvezza. Ma non sempre: il nostro istinto “sano” saprà sempre ben consigliarci che, probabilmente, quella è la persona giusta per noi.

Un sano Amore a tutti.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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