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Nel saggio “I rischi della libertà”, il sociologo tedesco Ulrich Beck affronta l’ostica questione sul significato ultimo del termine modernità mettendo in luce come, al centro di essa, sia custodita un’antica – e al contempo attualissima – “fonte di senso” autonoma e vitale, identificabile nella libertà politica. Tale libertà, che prevede una «società dei cittadini», non comporta una crisi culturale, né tantomeno una caduta dei valori, bensì sancisce la cultura democratica di un individualismo universale che – trasformandosi in azioni e in vita quotidiana – mette in discussione i fondamenti della convivenza così come l’abbiamo intesa fino ad oggi.

In questo scenario, dove i giovani vengono identificati da Beck con l’espressione «figli della libertà», il discorso sulla caduta dei valori – ad essi solitamente associato – nasconde in realtà qualcos’altro: «ossia la paura della libertà, e anche la paura dei suoi figli, i quali devono combattere con i problemi del tutto nuovi e diversi posti dall’interiorizzazione di questa stessa libertà» (Beck, 2000: 42). Per questo motivo – così come per altri – i giovani hanno scoperto, per proprio conto, una cosa con cui possono gettare nel panico gli adulti: il divertimento, sia esso sotto forma di musica, di sport, di consumo o di semplice gioia di vivere. Ma, poiché – continua Beck – la politica per come essa viene praticata e rappresentata non ha nulla a che vedere con tutto questo – anzi viene percepita come nemica mortale del divertimento – i giovani possono sembrare impolitici, e tali essi stessi si considerano (2000). Tuttavia, nel loro essere impolitici c’è qualcosa di molto politico: «i figli della libertà si ritrovano e si riconoscono in una variopinta ribellione contro la monotonia e i doveri che devono assolvere senza apparente ragione e quindi senza partecipazione» (Beck, 2000: 44). Dunque, nel complesso, la sfera politica non appare in grado di garantire – diversamente dal passato – il raccordo tra istituzioni e mondo giovanile, in quanto fondata su valori e concezioni ideologiche e non su proposte concrete e finalizzazioni visibili (Ranci, 1992).

Mentre sino agli anni Settanta le politiche giovanili nel nostro Paese erano attuate in gran parte dalle strutture centrali dello Stato e del sistema politico, nei decenni successivi si verifica – in questo senso – una sorta di latitanza dello Stato, che tende ad aggravarsi a causa del mancato riconoscimento di un luogo deputato a occuparsi dei problemi attinenti il mondo giovanile (ciò che, diversamente, viene previsto in diversi Paesi europei). Tra gli anni Settanta e Ottanta, dunque, l’intervento pubblico verso i giovani, anziché concentrarsi sulla proposta di ambiti di partecipazione e di coinvolgimento diretto, cerca nuove forme – intraprendendo strade innovative – più vicine all’offerta dei servizi, creando opportunità direttamente fruibili dagli stessi. Come sottolinea Ranci, questo ruolo “di servizio” viene giocato in prima istanza non dalle istituzioni centrali quanto dall’ente locale – ed in particolare dalle Amministrazioni comunali – «nell’ambito di una più generale valorizzazione della loro centralità come luoghi deputati alla gestione delle politiche sociali»» (1992: 74).

Dal punto di vista normativo, la realizzazione e il consolidamento delle istituzioni regionali[1] – e l’accessorio riordino di competenze – forniscono agli enti locali la legittimità per intervenire in settori in un certo senso similari o particolarmente affini agli ambiti d’interesse giovanile, quali – ad esempio – lo sport, l’educazione, il tempo libero, la prevenzione del disagio, la cultura. Ma la legislazione che disciplina il trasferimento delle funzioni dal livello regionale al livello comunale, non consente di individuare con esattezza le responsabilità – né tantomeno le competenze – in seno all’ente locale nei confronti della popolazione giovanile. Questo spazio di indeterminatezza che viene a crearsi se da un lato consente agli enti locali inattivi di godere di una certa immunità in quanto non viene resa “obbligatoria” alcuna iniziativa, dall’altro permette alle amministrazioni più volenterose di agire in piena autonomia e con la massima flessibilità (Ranci, 1992).

Si apre così una nuova stagione favorevole allo sviluppo – prettamente locale – di politiche giovanili propriamente dette, poiché finalizzate all’offerta di servizi rivolti a una fascia specifica della popolazione a cui, ormai, viene riconosciuto il diritto di rappresentanza e di espressione di bisogni. Tuttavia, queste esperienze innovative si concretizzano, realmente, solo laddove vi è una certa sensibilità per questo tipo di tematiche, e ciò si verifica solo grazie all’iniziativa e all’intraprendenza esercitata dalle amministrazioni locali di alcuni grandi centri del Nord – come Torino, Bologna, Modena, Provincia di Milano, Forlì, Reggio Emilia, Padova (Ranci, 1992; Mesa, 2006). Questi centri, strutturano e realizzano i primi progetti di intervento in favore dei giovani in una situazione, come ci ricorda Ranci, caratterizzata da diversi ordini di fattori (1992): la mancanza di una programmazione integrata; la scarsa presenza nell’amministrazione pubblica di una cultura della progettualità; la difficoltà nello stabilire precise responsabilità istituzionali – in assenza di una programmazione centrale dello Stato; la generale carenza di risorse e i forti vincoli finanziari posti all’autonomia locale; e in ultimo, la persistenza di una struttura organizzativa settoriale o poco flessibile. Quest’insieme di fattori concorrono – in maniera congiunta – a frenare di molto le iniziative effettivamente realizzate, che vengono quindi promosse solo – come già accennato – sulla base di un forte volontarismo politico e personale degli amministratori locali.

In questo contesto vengono concepiti e realizzati i cosiddetti “progetti giovani” che, promotori di una forma inedita d’intervento (Mesa, 2006), riescono a combinare azioni di vario tipo – cultura, sport, spettacolo, informazione, uso del tempo libero, programmi di prevenzione – nel tentativo di unificare i diversi settori di intervento dell’ente locale all’interno di una linea comune, cercando, al contempo, di favorire la rappresentanza dei bisogni e delle istanze giovanili. Come sottolinea Ranci «alla base di questa proposta sta l’intuizione che una risposta efficace alla questione giovanile presuppone l’integrazione degli interventi, l’adozione di un approccio unitario e complessivo alla problematicità, la predisposizione di una funzione politica visibile anche all’esterno che assuma la responsabilità complessiva del progetto» (1992: 75-76).

Tali progetti sono legati ad una fase pioneristica dell’intervento locale, presentandosi, inizialmente, come un intervento di reazione alla profonda frattura tra istituzioni e mondo giovanile, generatasi negli anni precedenti. In questo senso, vi è la volontà di ricercare una modalità inedita di relazione con i cittadini. Si tratta, infatti, di una politica senza domanda: non si «attribuisce alcun ruolo – né di domanda né di collaborazione – ad attori rappresentativi del mondo giovanile. È sempre l’ente locale a “suscitare la domanda”, più che il mondo giovanile a esprimerla e a rivolgerla all’ente locale» (Ranci, 1992: 79). Benché nella fase iniziale si presenti in maniera preponderante questo aspetto, tale da configurare i diversi progetti in senso “dirigistico” – a fronte di un clima culturale e politico ancora immerso nelle tensioni degli anni di piombo – tuttavia, comincia a segnalarsi un nuovo modo di operare dell’ente locale, che va oltre una funzione meramente repressiva o assistenziale.

Nel corso degli anni Ottanta, infatti, l’orientamento integrazionista e direttivo delle prime esperienze diviene meno accentuato (Ranci, 1992): il rischio e/o il timore di un’eccessiva istituzionalizzazione dei progetti incoraggia l’autogestione o la gestione coordinata tra amministratori locali e aggregazioni giovanili. In questo modo, i progetti si differenziano internamente, si articolano in diverse varianti puntando sull’intervento parziale delle amministrazioni, che viene privilegiato ad un intervento globale o “calato dall’alto”. L’ente locale, dunque, attua una politica che mira a coinvolgere risorse ed energie presenti nel contesto locale, riconoscendo – e al contempo salvaguardando – le differenze delle identità e degli obiettivi appartenenti alle organizzazioni già attive sul territorio e disponibili a collaborare. Questo si verifica, in particolar modo, nei centri di più ridotte dimensioni – quali ad esempio le amministrazioni comunali di Modena, Vicenza, Lucca, Lecco ecc. – caratterizzati da un tessuto sociale più omogeneo e meno frammentato rispetto a quello presente nelle grandi aree metropolitane. Tali centri, disponendo di risorse più limitate – e di un apparato amministrativo più debole – predispongono un’offerta di supporto e di assistenza alle iniziative private esistenti, assumendo una funzione di stimolo e di incentivazione alle iniziative concrete del mondo associativo.

A seguito di tali dinamiche, che vedono la co-partecipazione nella realizzazione di azioni ed interventi, si delinea sempre più la tendenza – a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta sino ad oggi – nel definire progetti limitati e mirati su specifiche aree problematiche, rendendo così marginale la scelta di istituire “progetti giovani” in luogo di programmi limitati temporalmente e settorialmente – ma chiaramente definiti nelle finalità quanto nelle modalità e negli strumenti attuativi. Riscontrata, dunque, una ri-organizzazione in tali senso, «la “qualità” delle iniziative non viene più misurata sull’estensione degli interventi, quanto sulle procedure e il metodo utilizzato, sulla capacità di adottare una progettazione flessibile e una politica non accentratrice. Pur perdendo di visibilità pubblica, e pur senza assumere l’alto profilo istituzionale dei primi “progetti giovani”, l’intervento locale verso i giovani guadagna forse in concretezza e operatività» (Ranci, 1992: 77).

Tra le molteplici forme di intervento, che sono state avviate da principio nell’ambito dei progetti giovani, quella che ha conosciuto un maggiore ed importante seguito è, a tutt’oggi, il centro Informagiovani (Mesa, 2006). Si tratta dell’unico servizio pensato per i giovani, diffuso – almeno per via teorica – su tutto il territorio nazionale, anche se, per l’appunto, bisogna sempre tener conto della disparità, a livello di macro-aree regionali, per quanto riguarda l’attivazione e l’implementazione di servizi rivolti alla popolazione giovanile. I punti di forza di questo specifico servizio fanno riferimento (Mesa, 2006): all’elevato livello di riconoscimento e istituzionalizzazione; alle sue caratteristiche peculiari, che consentono di occupare – trasversalmente – tutti i campi d’interesse dei giovani nonché di svolgere – a seconda della configurazione specifica del servizio – una pluralità di funzioni (ad esempio: informazione; consulenza; ascolto; facilitazione dei processi d’aggregazione; sostegno di iniziative e progetti promossi da giovani per altri giovani ecc…). Il successo che ha segnato negli anni l’Informagiovani – assieme ad una sua crescita costante – è stata assecondato da una tendenza – peculiare dei Comuni medio-piccoli – a delegare esclusivamente a tali servizi la gestione del rapporto tra giovani ed istituzioni (Mesa, 2006). Infatti, soprattutto in questi Comuni – dove regna incontrastata l’assenza di un progetto complessivo per i giovani – l’Informagiovani rappresenta l’unico intervento pubblico confacente le politiche giovanili.

Come rileva Ranci (1992), risulta evidente che la diffusione – dove è avvenuta – delle politiche giovanili locali non può essere spiegata solo – e semplicemente – facendo riferimento alla volontà politica di alcuni amministratori “illuminati”. Benché alcuni di essi si siano segnalati per la loro intraprendenza – nell’adottare iniziative così incisive da trovare in seguito terreno fertile di sviluppo – la politica giovanile da implementare deve anche rendere conto delle «sue implicazioni in termini di risorse da gestire, di delineazione dei processi decisionali, di significati politico-pratici che essa assume» (Ranci, 1992: 79). Diversi fattori, dunque, di natura politica, sociale e culturale concorrono per determinare, in un dato momento storico, l’attuazione di una politica giovanile che diventa, in questo modo, un’opportunità interessante e vantaggiosa per le amministrazioni locali. Quindi, in una fase di debolezza dei movimenti giovanili, questo tipo di interventi può fungere da utile strumento di consenso e di legittimazione alle classi politiche locali, nonché può configurarsi come un mezzo particolarmente efficace per ottenere – a basso costo – vantaggi politico-amministrativi non indifferenti (Ranci, 1992).

Nuovo_DSC_2456-1D’altra parte, però, c’è da considerare come la logica tradizionale di funzionamento dell’ente locale non riconosca, al suo interno, una specificità di interessi e di bisogni alla popolazione giovanile. Proprio per questo motivo, lo sviluppo di una politica giovanile – che sappia rispondere al meglio ai nuovi bisogni emergenti – dovrebbe prevedere un maggiore coinvolgimento del potere locale nella programmazione e nella gestione del sistema di welfare (Ranci, 1992). Difatti, a meno che l’attenzione rivolta ai giovani non venga soddisfatta per via indiretta – mantenendo il vecchio modello attraverso l’assolvimento di competenze istituzionali, rivolte formalmente a tutta la popolazione – l’ente locale, introducendo il “parametro giovanile”, deve assumere un maggiore controllo sulla programmazione delle iniziative e sull’allocazione delle risorse. In questo modo, potrà sviluppare capacità nuove – non rientranti negli adempimenti procedurali delle competenze istituzionalmente previste – per soddisfare aspettative e bisogni particolari e per rispondere, al contempo, alla richiesta di servizi qualitativamente più moderni. Ecco perché – rispetto al passato – nelle esperienze più fruttuose ed innovative, si sono sviluppati interventi a carattere meno assistenzialistico, incentrati soprattutto sul campo culturale. Come precisa Ranci, «le politiche giovanili emergono nell’alveo di una maggiore sensibilità degli enti locali e dei servizi territoriali verso le tematiche del tempo libero e della prevenzione sociale. Di qui anche la caratterizzazione essenzialmente culturale e aggregativa degli interventi per i giovani, ma anche il carattere talvolta effimero delle iniziative avviate» (Ranci, 1992: 80).

Vista quindi la mancanza di un intervento centralizzato da parte dello Stato, possiamo affermare che l’evoluzione delle politiche giovanili in Italia sia stata – e lo è tutt’ora – la storia di progetti e di interventi locali, nell’ambito dei quali il ruolo dei Comuni ha avuto un’importanza centrale, pur cambiando significativamente nel corso del tempo. Sul piano della governance (Mesa, 2008), si può dire, in definitiva, che le politiche giovanili abbiano rappresentato per i Comuni un utile terreno di sperimentazione di un ruolo più attivo – e quindi propositivo – nell’attivazione di interventi sul territorio.

In parallelo alla crescita dell’associazionismo e del terzo settore, il ruolo delle amministrazioni locali si è in un certo senso evoluto, passando dalla gestione diretta di servizi alla sperimentazione di forme di intervento co-gestite o affidate a terzi. Difatti, le leggi innovative in campo sociale, introdotte alla fine degli anni ’90 (L.285/97 e L.328/00), recepiscono pienamente la funzione di programmatore dell’ente locale, a cui viene ulteriormente attribuito l’importante compito di facilitare i processi partecipativi tra partner locali. Naturalmente assieme alle luci – in ragione di un maggior dinamismo caratterizzato dal ruolo dell’ente locale in termini promozionali – le ombre: la fase che si è aperta con l’istituzione dei Piani di Zona ha anche mostrato – e continua a farlo – le insidie legate alla dimensione locale della pianificazione, tra cui il concepimento – e la definizione – di un’agenda “debole” che, talvolta, mette in disparte le fasce giovanili, poiché ritenute poco emergenziali (Mesa, 2008).

Agli occhi dei giovani, si sa, la politica rischia di non essere più niente. Il suo farsi sociale può coesistere con la capacità di indicare qualcosa che valga la pena di pensare e sentire, ancor prima di provare a realizzarlo. Altrimenti prevarrà la figura di quella società stanca, in crisi di crescita e in deficit di risorse umane in grado di governare il futuro (Bonomi, 1997).[2]

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Il postmoderno è uno storyteller in riva al mare

[1] Tramite il D.P.R. 24 luglio 1977 n. 616.

[2] Bonomi, 1997 cit. in Tomasi L. (a cura di), Il rischio di essere giovani: quali politiche giovanili nella società globalizzata?, Milano, Angeli, 2000.

Bibliografia di riferimento

Beck U.,

2000, I rischi della libertà. L’individuo nell’epoca della globalizzazione, Bologna, Il Mulino.

Mesa D.,

2006, L’incerto statuto delle politiche giovanili in Colombo M., Giovannini G., Landri P. (a cura di), Sociologia delle politiche e dei processi formativi, Milano, Guerini Scientifica.

2008, Il ruolo dell’ente locale nell’evoluzione delle politiche giovanili in Italia in Colombo M., (a cura di), Cittadini nel welfare locale: una ricerca su famiglie, giovani e servizi per i minori, Milano, Angeli.

Ranci C.,

1992, Le politiche per i giovani in Italia, in Neresini F., Ranci C., Disagio giovanile politiche sociali, Roma, Nis.

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Fabrizio Carotti - Giovanile incoscienza

Fabrizio Carotti – Giovanile incoscienza

A differenza degli altri paesi europei, l’Italia non ha saputo sviluppare una coerente politica per i giovani quando ciò sarebbe stato possibile, cioè negli anni Sessanta. Concorsero a quell’inerzia tutta una serie di condizioni e ordini di fattori tipici del nostro Paese: le derive di un modello familistico tradizionale insieme alla delega al sociale-associativo; il timore di una direzione politica dei giovani che ricordasse la mobilitazione eterodiretta del passato regime; il non ancora avvertito logoramento del modelli scolastici istituzionalizzati.

Prima della metà degli anni ottanta, dunque, l’intervento dell’amministrazione centrale dello Stato italiano a favore delle politiche giovanili – considerate nell’accezione specifica[1] –  appariva insufficiente, se non assente. Le diverse competenze riguardanti i giovani – lavoro, istruzione, formazione, tempo libero – erano suddivise tra vari i ministeri, non trovando un raccordo sufficientemente organico in un quadro nazionale di riferimento.

Considerata tale premessa, si può affermare che – nel nostro Paese – è dunque risultato assente sia un organismo politico centrale che si occupasse in maniera specifica della questione giovanile, sia un progetto politico capace di implementare una forma d’intervento di tipo assistenziale. Come sostiene Ranci, «la mancanza in sede centrale di un piano coordinato di interventi ha comportato non solo disorganicità e frammentarietà delle iniziative, ma anche la tendenza a preferire il provvedimento-tampone a una seria programmazione a medio-lungo termine» (Ranci, 1992: 73). Prima di quel periodo, quindi, non si può parlare di una puntale e compiuta politica giovanile ma, al contrario, di una serie di interventi che hanno oltremodo privilegiato la necessità del controllo sociale, intervenendo solo laddove si fossero presentate le problematiche più urgenti, e potenzialmente pericolose, per l’ordine pubblico.

In seguito, nel 1986, venne istituito – presso il ministero degli Esteri – il Comitato italiano per l’Anno internazionale della gioventù. Con l’istituzione del Comitato, si ponevano le basi per l’attivazione di alcune connessioni, attraverso la formazione e il coordinamento di cinque gruppi di lavoro – pace, occupazione, formazione, ambiente, prevenzione del disagio giovanile – affidati ai rispettivi Ministeri[2] dell’epoca. Come precisa Pattarin, i lavori del Comitato hanno avuto il merito non solo di indicare l’esigenza di sviluppare politiche in ambito locale, ma di conferire, in questo modo, precise responsabilità a Comuni, Provincie, Regioni, introducendo logiche di decentramento amministrativo e di coordinamento. A prescindere da ciò, è da considerare indicativo come ancora una volta, tra i lavori delle diverse commissioni, quello riguardante la prevenzione del disagio abbia assunto una certa – quanto indiscussa – centralità. L’importanza riposta nella prevenzione del disagio, infatti, non solo ha dato seguito ad interventi legislativi di rilievo, ma ha contraddistinto – fissandone un’impostazione esclusiva – l’approccio alle problematiche giovanili per almeno tutto il decennio successivo.

Come evidenzia Tomasi, questa priorità si fondava su alcuni dati empirici che, nella seconda metà degli anni Ottanta, vedevano un elevato incremento della gravità dei reati contro il patrimonio e la persona, e un diffuso allarme sociale. È proprio in questo contesto che vengono varati due provvedimenti legislativi: il D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 sulla prevenzione/cura/riabilitazione delle tossicodipendenze; la legge 19 luglio 1991, n. 216 sui minori a rischio di coinvolgimento in attività criminose.

Preme sottolineare come queste normative – mirate principalmente alle aree depresse del mezzogiorno – abbiano sortito degli effetti di natura ambivalente sul sistema delle politiche giovanili. Da un lato, infatti, furono utilizzate dagli enti locali per finanziare, metter a punto e dare avvio a progetti di prevenzione a favore dei giovani, dato che le risorse messe a disposizione a livello nazionale rappresentavano l’unica possibilità per dare continuità a certe esperienze già attivate o per attivarne di nuove. Dall’altro, tracciavano «una linea di demarcazione larga e netta fra normalità e devianza» (Tomasi, 2000: 56). Tale approccio, infatti, ancorava le politiche giovanili ad una prospettiva che vedeva gli adolescenti e i giovani eminentemente come soggetti a rischio, anziché come risorsa della società futura su cui investire. Alla base degli interventi finanziati – e dei progetti presentati – si poneva, quindi, non la condizione giovanile come tale, bensì il bisogno conclamato, la concentrazione della criminalità in certi territori, lo status di tossicodipendente, il rischio incombente di devianza ecc. Come sottolinea Mesa, con il passare del tempo, tale prospettiva avrebbe inoltre favorito «la diffusione di una rappresentazione “manichea” del mondo giovanile tendente a distinguere nettamente tra normalità e devianza a discapito di una visione più articolata, capace [al contrario] di ricondurre determinati atteggiamenti e comportamenti nell’ambito delle sperimentazioni e ricerche tipiche di una condizione di cambiamento individuale e sociale» (Mesa, 2006: 119).

Nella seconda metà degli anni Novanta, l’iniziativa più innovativa a livello nazionale – che si configura come vero e proprio spartiacque rispetto al periodo precedente – è rappresentata dalla legge n. 285, presentata dal Ministro per la solidarietà sociale nel febbraio del 1997. Approvata il 28 agosto e intitolata “Disposizioni per la promozione di diritti ed opportunità per l’infanzia e l’adolescenza”, tale legge promuove ed incentiva la progettualità degli enti locali sia nel campo del disagio conclamato, sia nel campo della partecipazione dei minorenni e della promozione dei loro diritti, prevedendo, in questo modo, una sorta di bilanciamento tra i due orientamenti.

La legge in questione, dunque, oltre a rifinanziare fino al 1999 la 216/91 sulla prevenzione della devianza e criminalità minorile, introduce un fondo nazionale per l’infanzia e l’adolescenza per finanziare anche – e in un’ottica innovativa – progetti e servizi rivolti alla ordinaria condizione di vita. Dunque, a differenza delle leggi dei primi anni Novanta, quest’ultima non incorpora un approccio emergenziale o riparatorio, ma parte dal presupposto di una positiva affermazione dei diritti del fanciullo. Seppur concepita per interventi rivolti esclusivamente ai minori, introduce, in definitiva, una nuova prospettiva d’intervento che fonda la sua azione su un approccio di tipo promozionale, oltre a dare avvio – per la prima volta – ad una nuova logica di lavoro sociale, basata sulla pianificazione locale degli interventi.

La logica di lavoro, sopra menzionata, promuoverà una cultura della pianificazione in campo sociale (sostituendo la logica della progettazione), anticipando quello che sarà il modello di lavoro adottato nella legge quadro del sistema integrato di interventi e servizi sociali (Legge-quadro n.328/00). Tale legge affida ad organismi locali di pianificazione (i cosiddetti Uffici di piano) la gestione dei diversi settori d’intervento con i relativi finanziamenti. Pur tuttavia, in questo contesto di forti mutamenti – che prevede un netto cambiamento di rotta nelle strategie di gestione del welfarele politiche giovanili non rientreranno in maniera organica nella pianificazione territoriale. Infatti «nell’articolato della L. 328/00 […] non si fa menzione degli interventi sui giovani in quanto tali perché non considerati in sé categoria a rischio o necessitante assistenza sociale» (Mesa, 2008: 80). Considerato che la legge in oggetto ha tra i suoi scopi quello di riorganizzare le diverse leggi di settore in materia di interventi sociali, e constatata inoltre la mancanza di una legge di settore sui giovani a livello nazionale – che dovrebbe prevedere un relativo fondo di finanziamento – anche un’inclusione teorica dei giovani nel sistema di pianificazione risulterebbe un’operazione difficilmente fattibile.

Dopo un lungo periodo di stasi – che registra nel complesso pochi interventi a favore dei giovani – nel maggio del 2006 viene istituito dal governo italiano il Ministero per le politiche giovanili e le attività sportive (Pogas). A tale ministero viene conferita la delega per le funzioni di competenza statale in materia di sport, e per le funzioni che concernono  l’indirizzo e il coordinamento in materia di politiche giovanili. La preoccupazione principale e, allo stesso tempo, una delle finalità prioritarie in seno agli interventi nazionali consiste nella rimozione degli ostacoli strutturali, che impediscono ai giovani di compiere il processo di transizione alla vita adulta.

“Dunque dal 2006, anno di costituzione del Ministero alla gioventù, sono state adottate logiche più promozionali ed innovative nel lavoro con i giovani. Inoltre sono stati elaborati sia un Piano Nazionale Giovani nel 2007 (presentato dalla Ministra Melandri e relativi risultati), che le Linee Guida nel 2008, da parte della Ministra Meloni. Interessante è il “Piano Operativo Nazionale 2007/2013 Per la gioventù”, pubblicato nel febbraio 2009 dal Ministero, nell’ambito dell’Obiettivo Convergenza (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale), per il rafforzamento delle capacità di Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. In questo documento sono ripresi gli obiettivi delle politiche giovanili fino al 2013, nell’ambito del Quadro Strategico Nazionale.
L’azione del Ministero per i primi anni è stata di slancio ad una nuova progettualità per colmare il gap con gli altri Paesi europei in questo ambito.
Il Fondo Nazionale per le Politiche Giovanili, istutuito a partire dal 2007, con 130 milioni di euro per i primi tre anni, ha permesso lo sviluppo di azioni di interesse nazionale, ma anche il coinvolgimento attivo delle Regioni in sede di Conferenza Unificata, dove avvengono le intese sulla ripartizione del Fondo tra Stato, Regioni, Province e Comuni. Questo Accordo viene rinegoziato annualmente e, nel 2013, l’Intesa del 17 ottobre ha visto la riduzione a circa 5,3 mln di risorse per il Fondo nazionale.” [Fonte: Politichegiovanili.it]

In questo modo si è verificato, a livello nazionale, un netto e sostanziale cambiamento di registro in materia di politiche giovanili, in quanto si tende a privilegiare un approccio più generale in luogo di quello specifico, adottato tradizionalmente nel contesto italiano. Infatti – come visto – gli interventi sono stati per lo più calibrati o sulla prevenzione delle devianza e della criminalità, oppure in seguito – cercando una sorta di contro-bilanciamento – anche sulla promozione dell’aggregazione e della partecipazione attiva alla comunità locale.

In tutto questo però è sempre mancata una visione ad ampio raggio, che tenesse conto delle variabili strutturali tipiche del mondo giovanile, e che oggi, più che mai, trova sempre più spesso ingenti difficoltà a compiere il passaggio all’età adulta. Nonostante ci siano stati questi ulteriori sviluppi – seguiti da significativi cambiamenti – sul terreno della politica nazionale, non esiste attualmente una legge quadro sulle politiche giovanili.

[1] Per politiche giovanili si identificano, per via generale, «tutte quelle azioni e norme, promosse o riconosciute dalle istituzioni politiche, mirate alla piena realizzazione dei diritti dei cittadini in età giovanile» (Mesa, 2006: 111). Tali politiche possono presentarsi – e quindi essere distinte – in due diverse accezioni (Mesa, 2006).

  • L’accezione specifica ha come finalità la partecipazione dei giovani alla vita sociale e civile della collettività e, per questo, fa riferimento a quegli indirizzi o provvedimenti che riguardano esclusivamente la categoria dei giovani. In questo modo si cerca di rispondere alle varie necessità che derivano dalla loro specifica condizione.
  • L’accezione generale, invece, tiene conto della valorizzazione – e con essa l’accrescimento – dell’autonomia individuale dei giovani nella prospettiva di un loro inserimento societario. Ecco perché, in quest’ottica, si fa riferimento a tutti quegli interventi che vengono attuati in diversi settori – come ad esempio le politiche dell’istruzione, le politiche dell’occupazione, della casa, della cultura – nell’ambito dei quali si prevedono delle specifiche attenzioni per i giovani, ma che di per sé non sono ad essi esclusivamente indirizzati.

Gli interventi e le azioni che rientrano nell’accezione specifica, pur non riuscendo ad esaudire per intero il campo delle politiche giovanili, consentono di mettere in luce gli aspetti peculiari di queste politiche (Mesa, 2006). Diversamente, poiché gli interventi generali rientrano in ambiti potenzialmente riferibili al resto della popolazione, viene sottratta loro quell’esclusività verso il mondo giovanile tipica dei primi. Per questo motivo, in questa trattazione, si concentrerà l’attenzione sull’evoluzione delle politiche giovanili facendo esclusivamente riferimento all’eccezione specifica.

[2] Come evidenzia Mesa, i Ministeri ai quali erano affidati i cinque gruppi di lavoro erano rispettivamente: Ministero degli Esteri, del Lavoro, della Pubblica istruzione, dell’Ambiente e degli Interni.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Bibliografia di riferimento

Tomasi L. (a cura di), 2000, Il rischio di essere giovani. Quali politiche giovanili nella società globalizzata?, Milano, Angeli.

Ranci C., 1992, Le politiche per i giovani in Italia, in Neresini F., Ranci C., Disagio giovanile politiche sociali, Roma, Nis;

2004, Politica sociale, Bologna, Il Mulino.

Pattarin E., 2002, Tratti di gioventù. Le politiche sociali giovanili, Roma, Carocci.

Mesa D., 2006, L’incerto statuto delle politiche giovanili in Colombo M., Giovannini G., Landri P. (a cura di), Sociologia delle politiche e dei processi formativi, Milano, Guerini Scientifica;

2008, Il ruolo dell’ente locale nell’evoluzione delle politiche giovanili in Italia in Colombo M., (a cura di), Cittadini nel welfare locale: una ricerca su famiglie, giovani e servizi per i minori, Milano, Angeli.

Middlestep - Stefano Frosini Foto

Middlestep – Stefano Frosini Foto

In Europa si cominciò a parlare di uno sviluppo di politiche per la gioventù, in senso proprio, soltanto verso la fine degli anni Sessanta. Prima di allora, infatti, gli interventi avevano specificamente riguardato – e quindi sostenuto – le tradizionali politiche educative e del lavoro. A ribaltare questo scenario accorse una profonda mutazione culturale dei servizi e dei programmi di intervento, che impose un approccio integrato, multisettoriale e orientato ai fabbisogni dell’utente, per rispondere “a tutto campo” alla domanda di inserimento sociale espressa dalle giovani generazioni.

I primi interventi a livello europeo si ritrovano nel 1972 con l’istituzione, da parte del Consiglio d’Europa, della Fondazione e del Centro Europeo della Gioventù a Strasburgo. Questi due organismi avranno lo scopo di promuovere iniziative europee di carattere culturale. Tali iniziative – di tipo transnazionale – assumeranno nel corso del tempo varie forme: esperienze di scambi culturali con giovani di altre nazioni; viaggi-studio in istituti scolastici e atenei esteri; stage presso aziende estere; esperienze di volontariato europeo ecc… In questo modo, da soggetti indistinti, i giovani divengono un target di politiche specifiche – e quindi utenti di servizi a tutti gli effetti – non solo in rapporto alla loro condizione di studenti o lavoratori, ma anche in riferimento, nel complesso, alla loro condizione sociale.

Dunque negli anni Settanta e Ottanta le risposte – prevalentemente del sistema politico – si concentrarono sulla concessione, ai giovani, dei diritti e delle prestazioni tipiche del complesso di cittadinanza moderno, prevedendo l’elargizione di risorse che avrebbero comportato la loro integrazione sociale, mediante servizi appositamente progettati. In quello stesso periodo, però, ci furono importanti cambiamenti che cominciarono a riguardare – da allora in avanti – un generalizzato distacco dei giovani dalla vita politica e civile. Questo scollamento sociale fu interpretato – e rappresentato anche da varie ricerche – come un riflusso nel privato, da parte delle giovani generazioni, che cominciò a mostrare i suoi primi segnali dopo il definitivo tramonto della fase storica precedente. Quest’ultima – rilevante per la protesta studentesca del ‘68 – fu segnata, com’è noto, dall’ipotesi, tutta giovanile, di poter trasformare in maniera radicale la società. I giovani, quindi, dopo un periodo caratterizzato da un forte impegno politico, ripiegano nella dimensione privata mostrandosi pragmatici, attenti allo studio e all’inserimento lavorativo, ma anche – e questo si rileva decisivo – apatici, narcisisti e indifferenti. Si assiste, in questo modo, ad un cambiamento di prospettiva: al centro delle preoccupazioni dei policy maker non sono presenti solo – e soprattutto – le problematiche dell’occupazione e dell’erogazione di servizi sociali; quello che allarma le opinioni pubbliche di tutta Europa è un costante – e sempre più accentuato – distacco dalla partecipazione sociale, che comporta una progressiva non-condivisione dei valori fondanti del “complesso della cittadinanza”. Saranno proprio questi mutamenti significativi che contribuiranno ad innescare la più recente riflessione europea sulla politiche giovanili.

Il 1985 fu proclamato dall’ONU anno internazionale della Gioventù e rappresentò, per la Comunità Europea e per gli Stati membri, un importante momento di sensibilizzazione. In quello stesso anno, infatti, il Consiglio d’Europa promosse la prima Conferenza Europea dei Ministri responsabili per la gioventù che, in conclusione dei lavori, approvò un documento che impegnava gli Stati membri ad istituire un Consiglio Nazionale della Gioventù, indipendente ed autonomo. In questa direzione fu compiuto uno dei primi passi verso i percorsi di partecipazione che si riveleranno, con il passare degli anni, uno dei cardini fondamentali delle politiche giovanili in Europa. In riferimento a ciò, il cambiamento di rotta – e la chiave innovativa delle politiche in favore dei giovani – consiste nell’attivazione di processi che facilitino, per l’appunto, la partecipazione dei giovani alle decisioni che li riguardano, anziché in un “pacchetto” determinato di diritti di cittadinanza da tutelare.

Dopo alcuni anni, nel 1990, la conferenza permanente dei poteri locali e regionali d’Europa adotta la “Carta di partecipazione dei giovani alla vita municipale e regionale”. Questo specifico documento, traccia gli indirizzi di riferimento per lo sviluppo delle politiche giovanili a livello locale, puntando sul valore strategico della città come luogo di iniziazione dei giovani alla partecipazione attiva alla vita pubblica. Dunque, in definitiva, anche a livello locale – così come in precedenza era stato auspicato a livello nazionale – viene prevista la costituzione di organismi di rappresentanza giovanile con lo scopo di accogliere modalità e forme di coinvolgimento, caratterizzate da gradi diversi di istituzionalizzazione.

Negli anni successivi, vengono avviati diversi programmi strutturali riguardanti la Gioventù sulla scia di quelli già implementati. Ad esempio: il programma a cadenza triennale “Gioventù per l’Europa”, lanciato per la prima volta nel 1989, viene riproposto – e quindi prorogato – fino ad attivare nel 2000 il nuovo programma “Gioventù”. Quest’ultimo include tutte le azioni finalizzate alla promozione dell’istruzione e della formazione informale divenendo, in questo modo, il principale programma non settoriale di politiche giovanili dell’Unione Europea. Sempre questo stesso programma comprende, tra gli altri, il Servizio Volontariato Europeo (SVE), istituito dalla Commissione Europea nel 1996 con «lo scopo di valorizzare le esperienze d’apprendimento interculturale dei giovani attraverso attività di volontariato di medio-lungo periodo a beneficio delle comunità locali» (Mesa, 2006: 114).

Nel 2001 viene redatto il “Libro bianco della Commissione Europea, un nuovo impulso per la gioventù europea”, che costituisce il nuovo documento programmatico d’indirizzo delle politiche giovanili a livello europeo. Tale documento rappresenta, inoltre, il momento di sintesi degli elementi raccolti in un lungo e articolato processo di consultazione di rappresentanze di giovani a livello comunitario. Frutto, dunque, di una consultazione durata quasi un anno, il Libro Bianco analizza somiglianze e differenze della gioventù europea (qui intesa come classe di età compresa tra i 15 e i 25 anni). Le somiglianze fanno riferimento sia agli avvicendamenti sempre più frequenti tra lavoro e studio, che ad un ritardo – sempre più marcato –  dell’accesso all’occupazione e della formazione di un nuovo nucleo famigliare. Le differenze, invece, riguardano la cosiddetta de-standardizzazione dei percorsi di vita giovanile e la conseguente “individualizzazione” dei percorsi di crescita.

A questo proposito, si sottolinea come il contesto sociale non riesce più a svolgere – o comunque lo fa in maniera diversa rispetto al passato – le funzioni di integrazione sociale. In modo particolare, le istituzioni politiche sono considerate chiuse ed autoreferenziali rispetto alla partecipazione e, inoltre, le forme associative tradizionali non sembrano più essere adeguate alla nuova condizione giovanile. Per questi – e per altri motivi – vengono ricercate, da parte dei giovani, forme di partecipazione più individualizzanti e meno formalistiche. In definitiva, l’analisi della condizione dei giovani è considerata fondamentale per la costruzione della cittadinanza europea, cioè del suo sistema di diritti e doveri e – in particolar modo – della sua identità.

A seguito di tali considerazioni, si può evidenziare come il Libro bianco sia strutturato in due differenti sezioni: nella prima vengono, per l’appunto, individuate le caratteristiche della condizione giovanile europea che, per il livello di problematicità ad esse correlate, si profilano come delle sfide da affrontare a livello politico; nella seconda parte, invece, si fa riferimento alle priorità delle politiche giovanili da perseguire su scala europea (Commissione Europea, 2001).

  • Le sfide individuate nel documento si rifanno principalmente a tre questioni: il problema del riequilibrio dei rapporti intergenerazionali a seguito del’invecchiamento pronunciato della popolazione europea; il problema del coinvolgimento dei giovani alla vita delle istituzioni pubbliche, con particolare riguardo al livello sovranazionale; il problema dell’integrazione dei giovani in società europee dai tratti sempre più pluralistici.
  • Per quanto concerne invece le priorità, esse delineano, nel complesso, la proposta di intervento della Commissione, che si indirizza principalmente verso due linee direttive: la prima prevede l’applicazione del metodo aperto di coordinamento nel campo più specifico della gioventù;[1] la seconda auspica una maggiore considerazione – e dunque un miglior inserimento – della tematica della gioventù all’interno delle altre politiche.

Inoltre, tra i temi ritenuti pertinenti all’ambito della gioventù – e che si prestano quindi al metodo di coordinamento prima citato – la Commissione Europea propone: la partecipazione, il volontariato, l’informazione, il miglioramento delle conoscenze sulla gioventù da parte dei poteri pubblici (Commissione Europea, 2001). In merito a ciò, come sostiene Mesa, «più che individuare obiettivi e strumenti innovativi, dunque, il Libro bianco ridisegna le azioni delineate dai programmi europei esistenti entro un quadro organico di priorità di interventi» (2006: 116).

In conclusione, dopo aver tratteggiato – per linee generali – l’evoluzione degli interventi per i giovani a livello europeo, si può cogliere sempre di più la progressiva definizione di un quadro transnazionale che, da un lato, pone come finalità di fondo lo sviluppo della cittadinanza attiva nelle politiche giovanili e, dall’altro, continua a prevedere – come suo metodo principale – la promozione della partecipazione dei giovani a tutti i livelli di governo. Quest’ultima considerazione comporta, nello specifico, un’attenzione particolare per quanto concerne il coinvolgimento attivo a livello transnazionale, dove è previsto il consolidamento di una struttura di consultazione di giovani su scala europea, a completamento di quelle già previste a livello nazionale e locale. «A livello comunitario ciò produrrà, a sua volta, un incremento del livello di accettazione delle istituzioni dell’Unione Europea da parte dei giovani. Quindi, la partecipazione dei giovani è un dei diritti sociali che l’Unione Europea dovrebbe rafforzare» (Iard, 2001).

 

[1] Il metodo aperto di coordinamento – in questo caso facendo riferimento alle indicazioni del Libro bianco – consiste in una modalità specifica per promuovere la cooperazione e lo scambio delle pratiche migliori, concordando obiettivi e orientamenti comuni agli Stati membri. Tale metodo, inoltre, prevede il regolare controllo dei progressi compiuti per il conseguimento degli obiettivi comuni, consentendo agli Stati membri di comparare le proprie iniziative e di trarre insegnamento dalle esperienze altrui.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Fonte: Queste Itituzioni

Sebastian Tory-Pratt

Sebastian Tory-Pratt

La conclamata questione del “fenomeno giovanile” si ripropone, sugli scenari urbani, come vecchia e nuova problematica sociale. Si pensava, infatti, che l’urbanizzazione, in concomitanza con l’aumento del livello della qualità della vita, avrebbe addolcito i costumi e che l’educazione, assieme ad una formazione prolungata, avrebbe allontanato cattive abitudini – spesso pericolose – tipiche degli individui in giovane età. Il paradosso attuale è che gli ordini di fattori crescono insieme.

Considerata, quella giovanile, una categoria di per sé ambivalente, in quanto depositaria di speranze e paure ma anche di problemi e di risorse, tuttavia l’attenzione sociale tende a focalizzarsi maggiormente sulle preoccupazioni, le inquietudini che ad essa fanno inequivocabilmente riferimento: si allude, in prima istanza, alle  «incognite che emergono dal presentarsi all’interno dello spazio sociale di un soggetto politico che si pone progressivamente in posizione di esplicita opposizione nei confronti dei valori riconosciuti e legittimanti dalla società» (Merico, 2002: 5).

Difatti, i riflettori della politica – e del senso comune – si accendono sui giovani segnalando in loro un problema sociale quando i meccanismi di controllo perdono efficacia o, comunque, non sono più in grado di modificarsi in relazione alle trasformazioni sociali. In conseguenza di ciò, vengono attivati tutta una serie di dispositivi atti alla conoscenza di questo mondo, proprio perché ne emerge un problema di governabilità e di controllo del comportamento, ma anche delle potenzialità del mutamento ad esso correlate. In questo senso, quando ci si rapporta alla diversità del mondo giovanile, si coglie appieno la contrarietà dei punti di vista che nascono dalle considerazioni elaborate a riguardo. Infatti, da un lato si sedimentano i timori dovuti alla percezione dell’emergere di una frattura interna alla società, dall’altro questa stessa frattura è ritenuta capace di svolgere un ruolo decisivo nel processo di innovazione, perché – in questa precisa ottica – i giovani sono considerati risorse indispensabili per l’arricchimento della società.

Dopotutto, a prescindere dalla divergenza di tali vedute, e per poter dialogare efficacemente con le nuove generazioni, come sostiene Rinaldi, le istituzioni pubbliche necessitano di una conoscenza accurata delle specificità, delle potenzialità e delle problematiche dei giovani e dei loro stili di vita, in luogo di una visione riduttiva ed omologante che si presta a facili strumentalizzazioni. A questo proposito, infatti, nella maggioranza dei casi, i giovani vengono costruiti e si costruiscono come categoria monolitica, come un gruppo autonomo per differenza da… comportando, in questo modo, lo sviluppo della percezione – divenuta ormai dominante nel senso comune – di una «sostanziale segregazione giovanile, nei tempi, nei luoghi, nelle forme di espressione e di identità» (Merico, 2002: 4).

Per cogliere appieno il perché si è giunti a tale interpretazione, si cercherà ora di approfondire come, con il passare del tempo, e a seguito di significativi mutamenti sociali, la caratterizzazione dell’età giovanile abbia assunto una tale – e questo tipo di – rilevanza nell’immaginario sociale e collettivo. La questione di cosa si debba intendere per giovinezza ha proposto molteplici soluzioni, anche tra loro discordanti, e questo porta ad affermare che non è stata trovata a tutt’oggi – o, come sostiene Merico, forse non si potrà mai trovare – una risposta univoca ed universale al suddetto quesito. In certe situazioni, tuttavia, si opta per soluzioni per così dire temporanee, necessarie – ad esempio – per costruire ed individuare una popolazione di riferimento nell’ambito di una ricerca empirica.

Il problema, infatti, non è esente da difficoltà interpretative: c’è chi ritiene che gli individui diventino adulti per il solo fatto che il tempo scorre (punto di vista biologico); chi invece concepisce il passaggio d’età come una tacca convenzionale definita socialmente (punto di vista culturale/sociale). Per i primi, quindi, basterebbe semplicemente assecondare i naturali ritmi di crescita per consentire il passaggio all’età adulta; diversamente, per i secondi questo passaggio è del tutto contingente, quindi dipendente da qualche variabile sociale o culturale e, per questo, manipolabile. Detto ciò, come sostiene Merico, si può affermare in definitiva che – per linee generali – la giovinezza debba essere intesa in primo luogo come una costruzione sociale: si è giovani perché la società o la cultura alla quale si appartiene individua delle esigenze specifiche e le assegna ad una fase della vita.

Il riconoscimento di una specificità interna all’età giovanile è il risultato di un processo molto lungo, il quale si è determinato – e continua a determinarsi – in maniera progressiva. Tuttavia, è possibile individuare ciò con l’avvento della società moderna e, dunque, nella transizione dall’epoca preindustriale e a quella industriale.

Nelle società precedenti, infatti, per la grande maggioranza di coloro che erano anagraficamente giovani, non esisteva una fase della vita chiamata giovinezza, dotata di caratteristiche sociali definite. La transizione tra l’età infantile e l’età adulta era un processo graduale senza soluzioni di continuità: «i ruoli adulti venivano appresi ed esperiti precocemente quasi sempre attraverso l’imitazione dei modelli familiari o parentali» (Cavalli, 2002: 54).

In queste società pre-moderne, tuttavia, l’assenza della gioventù era riferibile solamente alle classi sociali minoritarie e/o marginali. Difatti, l’attribuzione di determinate caratteristiche a questa fase della vita era una prerogativa – se non un privilegio esclusivo – delle classi superiori, nelle quali la giovinezza si configurava come un periodo di semidipendenza e di attesa: scandiva un processo incrementale del tutto prevedibile, che avrebbe consentito agli individui di transitare nel mondo adulto. Si trattava «di un processo non sempre lineare, anzi pieno di turbamenti, talvolta portatore di conflitti tra generazioni, ma comunque processo nel senso di complesso di pratiche sociali, norme e comportamenti che [avevano] una finalizzazione precisa» (Cavalli, 2002: 57), cioè l’accesso a posizioni adulte appartenenti ai ceti più abbienti.

In seguito, i processi di innovazione caratteristici della società moderna, hanno determinato profonde trasformazioni nella strutturazione dei legami sociali e nelle forme di riproduzione della società. Uno degli effetti più significativi di tali mutamenti sociali è riscontrabile nell’aumento della complessità sociale. Infatti le nuove generazioni, per essere incluse nella società – e per affrontare la complessità che essa comporta – devono acquisire competenze e conoscenze che non sono più tramandate all’interno delle famiglie, ma «diventano l’oggetto di un processo di apprendimento che si svolge all’interno di istituzioni specializzate (le scuole primarie e secondarie, l’università)» (Merico, 2004: 24). Per questo motivo, la giovinezza diviene un periodo specifico della vita, in cui vengono apprese regole e ruoli della società, e si diffonde dagli strati sociali più elevati della popolazione sino ad interessare l’intera società. In un certo senso, viene democratizzata una fase della vita che si estende trasversalmente alle classi sociali.

Gioventù (pellicola) per lubats

Gioventù (pellicola) per lubats

Con la modernità, dunque, nasce una nuova definizione di giovinezza, che trova una propria collocazione strutturale nei processi formativi e nella temporanea esclusione dal mondo del lavoro. In questo modo, la segregazione delle giovani generazioni – nelle istituzioni ad esse dedicate – consente l’emergere di un processo di autoriconoscimento interno alla giovinezza stessa che accresce l’importanza della funzione svolta dal gruppo dei pari, e che sottrae i giovani da una condizione di dipendenza nei confronti dei genitori. Questo processo però, che comporta dunque una sostanziale indipendenza e distanza dei giovani dai modelli culturali dominanti, per la prima volta prevede – ritornando alla questione da cui si è partiti – una sorta di stigmatizzazione del mondo giovanile inteso come problema sociale. A questo proposito, come sostiene Hareven (1976), la scoperta di un’età non è legata semplicemente alle forme di elaborazione del sentire comune, ma deve essere ricondotta alle profonde trasformazioni intervenute nel contesto sociale che, a fronte dell’angoscia indotta dall’incertezza e/o indeterminatezza del mutamento sociale, inducono ad istituire particolari forme di controllo.

Le ricerche condotte in passato sui giovani tendevano, prevalentemente, a rappresentare il loro mondo come un’entità sociale fortemente omogenea al suo interno e, al contempo, particolarmente diversa rispetto alle altre età della vita. «Tale processo di omologazione dei vissuti ha finito per trascurare o, al contrario, per estremizzare le differenze e le diseguaglianze interne al medesimo universo giovanile» (Merico, 2004: 81). Come sostengono più autori, il mondo giovanile di oggi non può più essere rappresentato tramite l’ausilio di tale modello – cioè come una categoria omogenea e coerente – ma bisogna render conto che, per una sua intrinseca complessità, esso manifesta i tratti di un universo eterogeneo e molteplice.

Tale molteplicità, oltre a definirsi in base alle classiche variabili di genere, età, classe socio-economica e appartenenza territoriale, viene dedotta ulteriormente in funzione delle modalità di consumo di beni e servizi, di gestione delle attività del tempo libero, di fruizione dei prodotti dell’industria della moda e della cultura e, in ultimo, di utilizzo delle nuove tecnologie. In aggiunta a tali criteri, secondo Rinaldi, l’eterogeneità dei giovani deve essere ricondotta anche alla loro capacità di negoziazione di una specificità identitaria autonoma, dovuta, nello specifico, alla combinazione – tipica di una società post-moderna – tra le accresciute capacità riflessive del soggetto e l’incertezza e/o l’imprevedibilità del contesto socio-economico. In questo mutato contesto, quindi, «il profilo identitario che ne emerge appare ricco di sfumature contrastanti, dove si alternano capacità di adeguamento ad una realtà che lascia spazio ad infinite opportunità di scelta, con difficoltà palesi a gestire i processi decisionali quando questi si presentano come opzioni esistenziali definitive» (Buzzi, 2007).

Nel merito di quest’ultima considerazione, occorre sottolineare come alcune evidenti trasformazioni della società (vedi fenomeni come: prolungamento generalizzato della scolarizzazione; incremento dei livelli di disoccupazione; diffusione del lavoro precario, permanenza prolungata nella casa dei genitori; differimento della costituzione di un nuovo nucleo familiare) hanno comportato un effetto complessivo di allungamento costante e generalizzato del tempo necessario per entrare a far parte – a tutti gli effetti e definitivamente – del mondo adulto. Il procrastinare continuamente le scelte determinanti che consentono l’accesso al mondo adulto vede, quindi, l’età giovanile odierna non più come un processo che scandisce di per sé delle tappe certe e prevedibili che condurranno a quel mondo ma, diversamente, come una condizione allungata con delle proprie e peculiari caratteristiche. Come sostiene Cavalli «mentre un processo è un complesso di pratiche tese verso un esito prevedibile, una condizione è una situazione di attesa di un esito imprevedibile. Questa imprevedibilità dipende dal numero praticamente illimitato di esiti possibili, alcuni sufficientemente noti (e, spesso, indesiderabili), altri vagamente percepiti, altri ancora del tutto ignoti ma di cui si avverte comunque la remota esistenza» (Cavalli, 2002: 37).

Questa condizione, può essere vissuta dai giovani in modi diametralmente diversi: da un lato può essere subita in maniera passiva; dall’altro sfruttata come opportunità. Il primo caso produce la difficoltà e/o l’incapacità del soggetto di formulare un progetto di vita e, quindi, di cogliere e mettere in atto le strategie per realizzarlo. Nel secondo caso, invece, la possibilità di rimandare il proprio ingresso nell’età adulta è vista, per l’appunto, come un’opportunità di sperimentazione e ricerca di un inserimento atto alle proprie condizioni, per non abbassare il livello delle proprie aspettative. In questo modo si avrà «un confronto attivo con la realtà sociale per renderla trasparente e per tracciare in essa la traiettoria del proprio divenire» (Cavalli, 2002: 59).

In conclusione, come sostiene Rinaldi – in un’ottica di valorizzazione dei giovani e tenendo conto delle trasformazioni che essi subiscono e devono fronteggiare – risulta tangibile il rischio che i giovani diventino sempre più invisibili e si ritaglino spazi sempre più privati per esprimere la loro vera identità. Questo perché – nella maggior parte dei casi e nelle forme di intervento che li riguardano specificatamente – si continua ad ignorare uno scambio e/o una comunicazione che contempli tanto le critiche quanto i molteplici contributi che possono derivare dall’universo giovanile.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Bibliografia di riferimento

Buzzi C., Cavalli A., de Lillo A., 2007, Rapporto giovani: sesta indagine dell’istituto Iard sulla condizione giovanile in Italia, Bologna, Il Mulino.

Cavalli A., 2002, La gioventù: condizione o processo? in Merico M. (a cura di), Giovani come. Per una sociologia della condizione giovanile in Italia, Napoli, Liguori.

Merico M.,

2002, Giovani come. Per una sociologia della condizione giovanile in Italia, Napoli, Liguori. 2004,

2204, Giovani e società, Roma, Carocci.

Prandini R., Melli S. (a cura di), 2004, I giovani capitale sociale della futura Europa: Politiche di promozione della gioventù in un welfare societario plurale, Milano, Angeli.

Rinaldi E., 2008, I giovani tra bisogni, stili di vita e partecipazione in Colombo M., (a cura di), Cittadini nel welfare locale: una ricerca su famiglie, giovani e servizi per i minori, Milano, Angeli.