Archivio per dicembre, 2015

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Si sono spenti i riflettori sulla “Buona Scuola”. I dibattiti politici, spesso infuocati, che hanno caratterizzato la gestazione di una riforma così importante non hanno lasciato echi nelle orecchie dei più. Forse perché ci siamo abituati: da almeno quindici anni i governi che si avvicendano al potere cambiano le regole del gioco, scaricando sulla scuola un diluvio di norme. Così diverse, ma in realtà così simili: la direzione è quella di rendere la scuola pubblica più autonoma, più meritocratica, più digitale, più vicina al mondo del lavoro, meno dipendente dai finanziamenti pubblici e più accogliente verso quelli privati.

Il confine tra scuola e azienda si fa sempre più sfumato. L’autonomia degli istituti viene rafforzata con la figura del preside-manager, che ha la potestà di chiamare direttamente gli insegnanti (presunti) migliori, disfacendosi dei (presunti) mediocri. La meritocrazia è introdotta premiando i docenti che contribuiscono al “miglioramento della propria scuola, al successo formativo degli alunni, alla capacità di lavorare in team”[1]. I criteri per l’assegnazione dei bonus monetari saranno stabiliti, scuola per scuola, da comitati composti da insegnanti, presidi, genitori e studenti. La nuova scuola promette di traghettarci nelle magnifiche sorti e progressive della società della conoscenza con gli strumenti tecnologici più all’avanguardia, come i tablet, e nuovi piani dell’offerta formativa che daranno maggior spazio alle lingue straniere, alle competenze digitali, all’economia. Nella didattica, Il passaggio dal sapere al saper fare è sancito dal potenziamento, anche nei licei, dei tirocini formativi dentro le aziende.  Si spalancano le porte ai finanziamenti dei privati, che possono godere di un credito d’imposta del 65% in sede di dichiarazione Irpef per manutenére gli edifici scolastici – quasi la metà a rischio sismico –  in cui studiano i figli e per favorire progetti che puntano alla loro occupabilità.

La “Buona Scuola” è all’altezza delle emergenze che affronta il Paese? È lecito dubitarne. La meritocrazia dei premi e delle punizioni è un’arma spuntata contro la piaga dell’abbandono scolastico, che riguarda il 15% dei ragazzi italiani sotto i 25 anni, contro l’11,2% della media Europea;  non tiene conto dei fattori che influenzano maggiormente il rendimento scolastico, come le sperequazioni di reddito e d’opportunità tra famiglie e territori[2].  La modernità luccicante dei tablet[3] e la retorica della società della conoscenza si scontrano con l’analfabetismo di ritorno: l’incapacità di comprendere un articolo di giornale, di calcolare una semplice percentuale, di essere inseriti appieno nella cittadinanza attiva riguarda il 70% degli adulti italiani[4].  Che, nel confronto internazionale, si distinguono per la bassa partecipazione a programmi di formazione continua e per la modestissima spesa in consumi culturali – in media, solo il 7,1% del reddito, meno di quanto fanno i lettoni, i bulgari e i ciprioti. L’enfasi data a un modello scolastico che si adatti alle esigenze del mercato nasconde l’arretratezza di un sistema produttivo che investe poche briciole in ricerca e innovazione – lo 0,7% del PIL contro il 2% della Germania – e che, in assenza di flessibilità nel tasso di cambio della moneta, si illude di recuperare competitività abbassando il già relativamente contenuto costo del lavoro.  Viene da chiedersi a che cosa possa servire utilizzare tirocini formativi dentro le aziende in un Paese dove queste non fanno formazione e domandano personale sempre più povero di qualifiche[5]. La risposta è ovvia: ad abbattere costi e salari.

Nel profluvio normativo che ha sommerso il mondo dell’istruzione negli ultimi decenni, ci si è scordati che le più belle pagine della storia scolastica italiana sono state scritte nei territori, grazie alla creatività di educatori straordinari – da Mario Lodi a Don Lorenzo Milani. Solo successivamente si sono tradotte in leggi[6]. Dovremmo fare tesoro di quelle esperienze d’avanguardia. Ci hanno insegnato l’importanza della cultura umanistica e del pensiero critico per formare cittadini, per dare sostanza alla democrazia. Una scuola che sacrifica la cultura umanistica e il sapere critico sull’altare del progresso tecnologico e dell’ossessione per la crescita economica non è degna di questo nome[7]. Né va trascurata l’esigenza di rilanciare l’educazione tecnica e professionale –  che alimentò negli anni Ottanta il boom dei distretti industriali, assi portanti della nostra manifattura di qualità. Infine, per contrastare il  neoanalfabetismo degli adulti, la scuola deve darsi nuovi compiti: accogliere chi vuole continuare a studiare, anche dopo il diploma[8]. Ma “studio” è la parola tabù delle “riforme”. È tutto uno sbrodolamento di skills, employability, human capital, bonus. L’unico antidoto allo status quo è studiare[9]. In modo continuativo, permanente, dalla culla alla bara. Per migliorare se stessi e gli altri.

Federico Stoppa

NOTE:

[1] https://labuonascuola.gov.it/documenti/LA_BUONA_SCUOLA_SINTESI_SCHEDE.pdf?v=0b45ec8

[2] Rapporto Bes 2015: Il benessere equo e sostenibile in Italia. Link

[3] Per una critica delle nuove tecnologie applicate al mondo della scuola si veda  A. Scotto di Luzio, Senza Educazione. I rischi della scuola 2.0, Il Mulino, 2015

[4] vedi PIAAC-OCSE- Rapporto Nazionale sulle competenze degli adulti 2014

[5] Nel 2007 i laureati che occupavano un posto di lavoro che non avrebbe richiesto una laurea erano il 14,2 per cento del totale. Nel 2012, erano saliti quasi al 20 per cento. 1 neoassunto su 3 in Italia ha qualifiche maggiori del lavoro che svolge. lhttp://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/07/20/ripresa-senza-qualita-il-capitale-umano-avvilito-dagli-anni-di-crisi10.html

[6] Si leggano le riflessioni di Walter Tocci, La scuola, le api e le formiche, Donzelli, 2015

[7] Sul rapporto tra cultura umanistica e democrazia vedi  M. Nussbaum, Non per profitto, Il Mulino, 2013

[8] Magari aggiornando la legge sulle 150 ore per il diritto allo studio e alla formazione che il sindacato italiano strappò negli anni Settanta. Vedi la testimonianza di Bruno Trentin,  Lavoro e Libertà, Donzelli, 1994

[9]Abbiamo solo un modo di cambiare le cose: metterci a studiare (…). Ti ribelli, spegni cellulari, computer, mail, messaggi, tivù, radio, carriere, piani finanziari, viaggi, relazioni. Spegni. Te ne vai. Tanti saluti. Pensi. Studi. Allora sì che lo studio diventerebbe il gesto più rivoluzionario che possiamo compiere”  P. Mastrocola, la passione ribelle, Laterza, 2015

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Comprendere la mafia

Pubblicato: dicembre 4, 2015 da Filippo Gibiino in Cultura
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Il giudice Giovanni Falcone

Come ogni delitto anche il crimine mafioso ci porta, di primo acchito, a prendere le distanze da chi lo ha compiuto, che si tratti di una persona o di un’intera organizzazione. Questo nostro prendere le distanze dall’operato criminale è un fatto comprensibile che sottolinea ed esprime la nostra indignazione: non ci può essere tolleranza per le azioni più atroci. Ma se vogliamo combattere un fenomeno dobbiamo innanzitutto capirlo, e per capirlo dobbiamo sospendere temporaneamente il nostro giudizio per andare oltre quei sentimenti di sdegno che ci separano dalla mentalità criminale. Se non riusciamo in questa operazione la comprensione delle cose ci è preclusa. Edmund Husserl ha indicato lo stato di sospensione del giudizio con il termine epoché. Per il filosofo tedesco è necessario adottare uno stato di epoché se vogliamo cogliere la presenza dell’uomo e delle cose, ovvero ciò che si offre alla nostra esperienza prima di ogni riflessione. La psichiatria fenomenologica insegna a porsi davanti al paziente in questo assetto di non giudizio, per accogliere la sua presenza. Solo così possiamo entrare in empatia con le motivazioni e i sentimenti dell’altro e capirlo: questo vale per le emozioni positive come per quelle negative. Qualcosa di non dissimile caratterizza l’approccio di Giovanni Falcone nel suo lavoro investigativo. Conscio del fatto che per combattere la mafia bisognava penetrarne le dinamiche essenziali e averne una comprensione dall’interno, Falcone non ebbe paura a identificarsi con l’uomo d’onore per vedere il mondo con i suoi occhi. Il suo approccio gli permise di entrare in contatto con numerosi collaboratori di giustizia. Molti di loro, una volta arrestati, chiedevano esplicitamente di poter parlare con lui solo. Il magistrato palermitano sapeva quali parole usare, conosceva i rituali e i valori degli uomini d’onore, ne aveva studiato la gestualità, i silenzi giustapposti, carichi di significato. Falcone si era accorto che la mafia aveva attinto da alcuni valori della sicilianità, strumentalizzandoli per i suoi scopi criminali: la famiglia, la religione, l’orgoglio viscerale. Falcone ha utilizzato le sue doti empatiche per oltrepassare le apparenze ed entrare in contatto con le motivazioni e le emozioni profonde dei criminali. Ritengo che la sua capacità di contattare l’animo umano sia alla base del suo successo come magistrato, in quanto, come lui stesso ha scritto in Cose di cosa nostra, la sicilianità si caratterizza per una certa riservatezza che spinge le persone a celare in pubblico i propri sentimenti, e questo discorso vale ancor di più per la cultura mafiosa.

“Le affinità tra Sicilia e mafia sono innumerevoli e non sono certamente il primo a farlo notare. Se lo faccio, non è certo per criminalizzare tutto un popolo. Al contrario, lo faccio per far capire quanto sia difficile la battaglia contro Cosa Nostra: essa richiede non solo la specializzazione in materia di criminalità organizzata, ma anche una certa preparazione interdisciplinare. Torniamo alle affinità, al fatalismo, al senso sempre presente della morte ed altri tipo di comportamento sociale e individuale. La riservatezza, per esempio, l’abitudine a nascondere i propri sentimenti e qualsiasi manifestazione emotiva. In Sicilia è del tutto fuori luogo mostrare in pubblico quello che proviamo dentro di noi. Siamo lontani mille miglia dalle tipiche effusioni meridionali. I sentimenti appartengono alla sfera del privato e non c’è ragione di esibirli.”

Falcone rimase fino in fondo un magistrato e il fatto di identificarsi col mafioso non lo ostacolò, ma lo aiutò a delineare le indagini che gli permisero di assestare il colpo più grande mai inflitto a Cosa Nostra. Egli aveva capito che era necessario entrare in empatia anche con gli aspetti aggressivi e malvagi del mafioso. Sorprende quando si trovano nel suo libro termini propri del linguaggio della psicologia, come nel riferimento alla necessità di non proiettare il male al di fuori di noi:

“Gli uomini d’onore non sono né diabolici né schizofrenici. Non ucciderebbero padre e madre per qualche grammo di eroina. La tendenza del mondo occidentale, europeo in particolare, è quella di esorcizzare il male proiettandolo su etnie e su comportamenti che ci appaiono diversi dai nostri.”

Dobbiamo sottolineare che l’identificazione non può portare a una conoscenza completa di chi ci sta di fronte, in quanto esistono costantemente nell’altro zone d’ombra, differenze incolmabili, tratti distintivi del carattere, soprattutto se egli è un mafioso. L’incontro tra esseri umani si basa sul fatto che ci si possa sentire come l’altro e contemporaneamente diversi dall’altro. Cionondimeno l’approccio empatico-psicologico di Falcone fu innovativo nel suo campo e determinante nella vittoria di molte battaglie. Ecco spiegate alcune delle parole di Falcone tratte dal suo libro:

“Se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia”.

E’ interessante notare come, a seguito della pubblicazione del libro, le spiegazioni del magistrato furono largamente fraintese da parte dell’opinione pubblica. In un’intervista televisiva a Falcone datata 1992, anno della sua morte, il giornalista Corrado Augias dimostrò di aver confuso, in maniera imbarazzante, la comprensione di un fenomeno con la sua giustificazione e, peggio ancora, con la stima dello stesso:

“Augias: Dottor Falcone, ho detto prima che questo è un libro che mi è apparso scandaloso, volevo precisare il perché. Perché lei dimostra, in più punti, una profonda stima intellettuale nei confronti della mafia.

Falcone: Conoscere un fenomeno non significa né condividerlo, né tantomeno stimarlo. Io mi sono sforzato di metterlo in luce per quello che mi è apparso, ma certamente non ne condivido le finalità.”

Filippo Gibiino

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Riferimenti

Giovanni Falcone, in collaborazione con Marcelle Padovani (1991), Cose di Cosa Nostra, Bur Rizzoli

Intervista a Giovanni Falcone di Corrado Augias, Babele 12 Gennaio 1992

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