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Una Nota diffusa dal Centro studi di Confindustria (CsC) denuncia che i salari reali italiani sono cresciuti, dal 2000 fino al 2014, più della produttività del lavoro (28% contro un misero 10,9%), con l’ovvia conseguenza di spostare quote di reddito a favore della componente lavoro (che include i contributi sociali) e a scapito dei profitti, con effetti negativi su investimenti e competitività internazionale. Il presidente Squinzi chiede che sia dato più spazio alla contrattazione aziendale per legare le retribuzioni alla produttività. La ricetta che egli propone non è nuova, ed è fondata sul pregiudizio che lo spaventoso arretramento nella capacità di produrre reddito che il nostro paese subisce da un ventennio, sia dovuto all’eccessivo costo del lavoro e alla scarsa flessibilità del mercato del lavoro, ostacolata dai sindacati.

Questa tesi, se si guarda alla storia economica (recente) del nostro paese, non è corroborata dai dati. I quali suggeriscono piuttosto che negli anni in cui la forza lavoro era maggiormente sindacalizzata (anni ’70-’80) e il mercato del lavoro più rigido[1], la produttività del lavoro (segnatamente nella manifattura, settore in cui è più facile misurarla) cresceva più che in Francia, Germania, Stati Uniti [2]. Uno dei più grandi economisti italiani contemporanei, Paolo Sylos Labini (Torniamo ai classici, Laterza, 2004, pp. 47 – 51), spiegava questo fenomeno attraverso il cosiddetto “Effetto Ricardo”: sindacati forti portano ad un aumento del costo del lavoro ( e una certa rigidità nei licenziamenti), che incentiva le imprese a sostituire lavoro con macchinari, che incorporano il progresso tecnologico e spingono all’insù la produttività del lavoro. Al contrario, sindacati indeboliti, proliferazione di contratti atipici, rimozione dei vincoli giuridici al licenziamento e afflussi di manodopera immigrata sottopagata rallentano l’accumulazione di capitale innovativo e frenano gli incrementi di produttività, come è accaduto in Italia nel corso degli anni Duemila.

Davide Bonazzi

Davide Bonazzi

Non è tutto. Per gli economisti mainstream che informano l’opinione pubblica, Il declino della produttività del lavoro italiana va addebitata ai seguenti fattori, tutti riguardanti il lato dell’”offerta”: individui inoccupabili e scansafatiche, bassa spesa in R&S, burocrazia elefantiaca, tassazione asfissiante, corruzione, giustizia civile lumaca, scarsa cultura imprenditoriale, etc).  Al contrario, un importante filone della letteratura economica – la tradizione classico-keynesiana, che va da Adam Smith a Nicholas Kaldor e Paolo Sylos Labini – ci ha mostrato che è la crescita del volume della produzione, che a sua volta dipende dalla domanda aggregata, che stimola gli aumenti dell’output per ora lavorata. In questa visione, la produttività del lavoro italiana è stagnante perché è insufficiente la domanda aggregata. E qui torniamo ai rilievi mossi da Confindustria: se le imprese non fanno margini, come fanno ad investire? Senza profitti, non possono ripartire gli investimenti, dice la saggezza convenzionale. Ma i profitti, in un’ottica macroeconomia, dipendono anch’essi dalla domanda aggregata (Kalecki,1954): interna (deficit pubblico, consumi e investimenti dei capitalisti) ed estera (esportazioni nette). In Italia, dagli anni Novanta, si è deciso di aggredire lo stock di debito pubblico a colpi di avanzi primari (complessivamente, circa 700 miliardi tra maggiori entrate e minori spese, al netto degli interessi), che hanno sottratto domanda interna all’economia, con il risultato di deprimere le spese delle famiglie e quindi gli investimenti delle imprese. In più, l’adesione acritica e frettolosa all’Unione monetaria europea ha fatto perdere quote di mercato alle imprese italiane, spostando il baricentro dell’Europa industriale nelle regioni centro-orientali: ne hanno risentito le esportazioni nette.

Il ragionamento finora condotto ci porta a conclusioni affatto diverse rispetto a quelle di Confindustria: se si vuole incrementare la produttività del lavoro (e i profitti delle imprese) deve mutare in modo profondo il quadro macroeconomico. Una redistribuzione del reddito favorevole alle fasce di reddito medio-basse, un piano di investimenti pubblici finanziati in deficit (sfruttando i bassi tassi d’interesse, regalo del Quantitative Easing di Draghi), la costruzione di un sistema monetario europeo ispirato ai principi cooperativi e anti laissez-faire del Piano Keynes di Bretton Woods sono passaggi non più rinviabili.

Federico Stoppa

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Note:

[1]  All’inizio degli anni Ottanta, gli iscritti al sindacato erano pari, in Italia, al 49,6% del totale degli occupati contro il 34, 9% della Germania (Bohlto, 2011, p.33). Fino a metà degli anni Novanta, l’indicatore Ocse che misura la rigidità nella protezione legislativa del posto di lavoro registrava valori più elevati in Italia rispetto a Francia e Germania; ora le posizioni si sono invertite (Hassan e Ottaviano, 2011, fig.4)

[2] Hassan e Ottaviano, 2011, fig. 2

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Germany Italy

Dicembre 1963: l’alba del primo esecutivo di Centrosinistra “organico”. Il Partito Socialista entra per la prima volta nella stanza dei bottoni assieme alla DC. È un’occasione storica per cambiare il Paese. In quella straordinaria temperie politica e culturale, due giovani economisti di area liberalsocialista, Giorgio Fuà e Paolo Sylos Labini, pubblicano un libretto dal titolo Idee per la programmazione economica, una bussola utile ancora oggi per orientarsi tra riformismi autentici e posticci.

Per Sylos e Fuà, un programma di riforme volte a modificare la struttura economica del Paese deve avere tre pilastri: 1) una fotografia attendibile della situazione attuale; 2) la definizione di obiettivi di medio-lungo periodo (15 anni almeno); 3) gli strumenti operativi per realizzarli.

La diagnosi. Nel decennio 1952-62, la crescita del PIL pro capite italiano era stata tumultuosa – 6% all’anno – ma squilibrata a) nell’allocazione delle risorse per settore produttivo, b) nella distribuzione territoriale dello sviluppo, c) nella struttura dei consumi, d) nella distribuzione del reddito.

riformismiIl mercato del lavoro era segnato dal dualismo: troppe persone rimanevano sottoccupate nel settore dei servizi, segnatamente nel commercio. L’inefficienza nella rete di distribuzione dei beni, in particolare, manteneva alti i margini di profitto e frenava la discesa dei prezzi al dettaglio e, dunque, alterava le ragioni di scambio intersettoriali a svantaggio dell’industria, settore a più alta produttività media. I costi di tale inefficienza erano scaricati sui consumatori, specie quelli meno abbienti.

L’opulenza dei consumi privati coesisteva con lo squallore dei consumi pubblici, quali scuola, sanità, edilizia popolare, trasporti urbani ed extraurbani. Effetto, questo, dall’elevata disuguaglianza nei redditi personali; dell’emulazione da parte dei meno abbienti dello stile di vita dei più ricchi, fomentata dalla pubblicità; da una pubblica amministrazione non all’altezza del suo ruolo.

Gli obiettivi di medio-lungo termine. La piena occupazione delle forze di lavoro al più alto livello di rendimento e remunerazione possibile (quindi “eliminando nella misura del possibile l’occupazione precaria”, p.13). Lo sviluppo prioritario di alcune tipologie di consumi sociali che riguardavano l’istruzione, la ricerca scientifica, la pianificazione urbanistica, la manutenzione del territorio. Il miglioramento della distribuzione personale dei redditi e l’aumento della quota dei redditi da lavoro sul reddito nazionale. L’arresto dello spopolamento di alcuni territori e la congestione di altri, ridistribuendo coerentemente tra questi le attività produttive con investimenti adeguati.

Gli strumenti operativi. Una riforma fiscale ancorata a criteri di progressività sostanziali, che sfrondasse le esenzioni, che semplificasse norme e procedure, che combattesse l’evasione. Si doveva comporre prevalentemente di un’imposta personale sul reddito e una sui redditi di impresa, con delle precauzioni. Nel caso dell’imposta sul reddito, si suggeriva la tassazione progressiva del solo reddito speso, per favorire l’accumulazione di capitale produttivo; mentre l’imposta sulle società doveva discriminare tra profitti mandati a riserva e reinvestiti e quelli distribuiti, pesando maggiormente su quest’ultimi.

La politica dei redditi. Veniva esplicitata la golden rule da rispettare per favorire un’equa ripartizione del prodotto sociale tra capitale e lavoro evitando spirali inflazionistiche: i salari devono aumentare al tasso di crescita della produttività del lavoro; se questo non avviene, i profitti ( e le rendite) crescono troppo relativamente ai salari, e il peggioramento nella distribuzione del reddito deprime i consumi e riduce gli stessi investimenti, frenando produttività e sviluppo.

Concludeva il quadro la riforma urbanistica. Fuà e Sylos denunciavano un distacco progressivo tra sviluppo economico e pianificazione territoriale. La speculazione sulle aree agricole e urbane aveva fatto lievitare i prezzi degli alloggi e degli affitti e taglieggiato il salario reale. Si incoraggiava la riforma, poi abortita, dell’esponente DC Fiorentino Sullo che prevedeva l’espropriazione preventiva delle aree di espansione e la riassegnazione del diritto edificatorio ai privati dopo un’asta pubblica; meccanismo che avrebbe tagliato alla radice la rendita fondiaria parassitaria e arrestato la speculazione.

Se proposte nel contesto attuale, riforme di tale portata scatenerebbero l’anatema degli uomini della pratica al governo e dei loro scribacchini; come all’epoca caddero sotto il fuoco incrociato del liberismo economico di matrice confindustriale e delle velleità rivoluzionarie della sinistra comunista 1.

Il lettore potrà nondimeno misurare la distanza intellettuale che separa questa cultura riformista da quella dei nostri giorni, fatta di tecnocrati senza visione e spessore, intenti ad appiccicare impunemente l’etichetta di riforme strutturali sopra l’ennesimo tentativo di svalutazione del lavoro.

NOTE:

1“Ci fu un boicottaggio vero e proprio[..] Ci trovammo di fronte una pubblica amministrazione disgraziata, una destra economica ostile che scambiava la Programmazione per la pianificazione, la radicale diffidenza della sinistra e della Cgil che avrebbe potuto offrire maggiore aiuto se avesse messo da parte le farfallette rivoluzionarie” (P. Sylos Labini, Un Paese a civiltà limitata, 2006, pp.86-87)

Federico Stoppa

IlConte

IlConte

Tra le ermeneutiche prevalenti della pluriennale stagnazione economica dell’Italia c’è quella che attribuisce la caduta della produttività totale dei fattori all’insufficiente sforzo nel porre in essere innovazioni di processo[1] e di prodotto da parte delle imprese italiane. La mancata crescita dell’output per ora lavorata sarebbe così spiegata dalla debole dinamica degli investimenti produttivi.

Va sottolineato che la quota del Prodotto interno lordo italiano destinato agli investimenti fissi lordi è pari a circa il 21% (dati Banca Mondiale, 2008), valore pressoché identico a quello che rileviamo in Francia e di poco superiore al dato tedesco (19%). L’accumulazione del capitale è continuata in maniera sostenuta per gran parte del primo decennio del nuovo secolo: la crescita media annua è stata pari al 2%, contro l’1,2% della media dell’Eurozona. Tuttavia, se ci si concentra sulla composizione degli investimenti, si scopre che in Italia si è investito con più vigore in altri macchinari, attrezzature e immobili, mentre si sono trascurati gli asset intangibili (brevetti, ricerca e sviluppo, formazione), veri driver di crescita della produttività in un’economia avanzata (fig.1 e 2). Tale fenomeno di bassa accumulazione di capitale ad elevata tecnologia sembra trovare una spiegazione plausibile in quello che Paolo Sylos Labini (2004, p.33) ha definito “Effetto di Ricardo”, il quale sosteneva che “le macchine e il lavoro sono in costante concorrenza fra loro e spesso le prime non possono essere impiegate fino a quando non diventa più caro il lavoro”. In Italia, infatti, “dalla metà degli anni novanta, infatti, l’aumento della flessibilità nell’utilizzo del lavoro, la lunga fase di moderazione salariale e la rapida crescita dei flussi migratori hanno reso meno costoso l’impiego del lavoro rispetto al capitale. Ne è seguito un rallentamento dell’intensità di capitale nei processi produttivi (Brandolini e Bugamelli, 2009, p. 47).

Appare quindi appropriata la sintesi di Pierluigi Ciocca (2003, p. 4), secondo il quale nel nostro Paese ”è mancato un balzo all’insù degli investimenti – segnatamente in R&D – per il quale pure vi erano i mezzi finanziari. Superata la recessione del 1992-93 la quota dei profitti sul reddito nazionale, il saggio del profitto sul capitale investito, il rendimento degli attivi d’impresa sono tendenzialmente aumentati. Si sono situati su valori in media superiori a quelli degli anni precedenti la recessione”.

 

Fig. 1: Investimenti fissi lordi, var.medie % in Italia. Fonte: Istat, Conti nazionali

tabella investimenti 1

Fig. 2: Scomposizione investimenti fissi lordi, in % del totale. Fonte:Ocse

investimentiNonostante i processi di ristrutturazione che hanno avuto luogo all’interno del sistema produttivo italiano nella seconda parte del Duemila, la spesa in Ricerca & Sviluppo da parte delle imprese si è mantenuta su importi relativamente bassi. La spesa in R&S ammonta infatti allo 0,6% del Prodotto, contro l’1,1% della media UE, a 15 paesi, il 2% della Germania e l’1,5% della Francia (dati riferiti al 2010). Appare lontano il raggiungimento del target del 3% del PIL indicato dalla nuova agenda di crescita predisposta della Commissione Europea “Europa 2020. Considerando la sola industria manifatturiera, l’incidenza della R&S sul valore aggiunto nel 2007 era pari al 2,3% in Italia, contro il 7,4% della Germania e il 9,7% della Finlandia. Inoltre, i brevetti registrati all’Ufficio Brevetti Europeo (EPO) da parte dell’Italia nel 2001 ammontavano al 7,8% del totale, contro il 49,1% della Germania e il 16,1% della Francia.

In generale, la propensione all’innovazione è correlata positivamente con i seguenti fattori: a) la dimensione dell’impresa[2]; b) la disponibilità ad attingere a fonti di finanziamento esterne all’impresa c) l’autonomia decisionale del management dalla proprietà; d) la presenza di capitale umano qualificato.

L’Italia appare carente in ciascuna delle voci sopra citate.

In particolare, per unità produttive piccole e frammentate, come quelle che formano il capitalismo molecolare italiano, risulta estremamente complicato sopportare elevati costi fissi in laboratori di ricerca, acquisizioni di licenze e brevetti, attività di marketing[3]. Infatti, esse risultano sottocapitalizzate, dipendenti dal credito bancario di breve termine, escluse da un efficiente mercato dei capitali, chiuse in sistemi di proprietà e controllo estremamente rigidi e poco propensi al rischio.

Alcuni dati possono meglio evidenziare quanto appena affermato.

Le passività. Nel 2006, la quota dei debiti a breve termine delle imprese era pari, complessivamente, al 56,8% dei debiti finanziari. Nello stesso anno, per le piccole e medie imprese (fino a 250 addetti) il peso del debito a breve termine saliva al 67% del totale delle passività.

Gli assetti proprietari e il management. L’Italia si caratterizza per una quota rilevante delle imprese a conduzione familiare sul totale (85,4%), di poco più elevata della Francia (80%) e più bassa della Germania (89%). L’anomalia italiana riguarda invece il management. Questo è nel 66% dei casi scelto per legami più o meno stretti con la proprietà familiare, contro il 28% dei casi in Germania e il 62% in Francia.

Per quanto concerne la specializzazione settoriale, Bugamelli (2012, p.13) evidenzia che l’innovazione è più concentrata nella manifattura, ed in particolare in settori quali la fabbricazione di apparecchi radiotelevisivi, per le comunicazioni, medicali e di precisione, nel settore farmaceutico, nelle macchine per ufficio e negli altri mezzi di trasporto. Mentre l’attività innovativa è più contenuta in settori quali il tessile e l’abbigliamento, il cuoio e le calzature, nei prodotti in legno e la metallurgia. Comparti che hanno un’incidenza cospicua nel valore aggiunto manifatturiero italiano. In particolare, i dati della Banca d’Italia dimostrano che il peso (sul totale del valore aggiunto manifatturiero) dei settori manifatturieri nei quali è minore l’attività innovativa è del 13,6% in Italia, del 5,2% in Francia e del 3% in Germania. Mentre i settori più propensi all’innovazione incidono per il 16,4% del valore aggiunto in Italia, per il 19,7% in Francia e per il 20,8% in Germania. Tuttavia, come dimostrano Brandolini e Bugamelli (2009), la specializzazione produttiva non è in grado di spiegare in maniera esaustiva la scarsa innovazione delle imprese italiane: il gap innovativo tra l’Italia e gli altri paesi avanzati riguarda tutti i settori.

D’altro canto, gli indicatori formali dell’attività d’innovazione – spesa in R & S e numero dei brevetti depositati – proprio per la natura peculiare del nostro sistema produttivo, sembrerebbero sottostimare lo sforzo innovativo delle imprese. Tale sforzo, secondo le indagini della Community Innovation Survey, risulterebbe sì inferiore alla Germania e ai paesi scandinavi, ma superiore a Francia e Spagna[4]. In sintesi, le imprese italiane introducono innovazioni di prodotto di tipo incrementale, volte a migliorarne la qualità, che richiedono però una minore disponibilità di risorse finanziarie e una dotazione di capitale umano meno qualificata rispetto a quella che sarebbero richieste per porre in essere attività formale di ricerca in laboratori e centri di ricerca.

Un assetto produttivo siffatto è vulnerabile per due ragioni. In primo luogo, esso è soggetto ad un vincolo di tipo tecnologico: l’upgrading dei processi di produzione avviene acquistando beni di investimento (macchinari) ad alto valore aggiunto importati da paesi esteri, in specie dal Centro-Nord Europa. Le imprese italiane, non avendo una capacità autonoma di generare innovazione, sono fortemente dipendenti da quella estera. Ciò incide negativamente sulla bilancia dei pagamenti (competitività) e la produttività. In secondo luogo, il sistema produttivo italiano, così com’è configurato, offre poche possibilità di impiego alle persone più qualificate, e dunque risulta per questo meno predisposto all’innovazione. Secondo l’associazione Almalaurea (2012), dal 2004 al 2008 – cioè prima della crisi – la quota degli occupati nelle professioni ad alta specializzazione sul totale in Italia è diminuito dal 19% al 17%, mentre è cresciuto in media nei 27 paesi dell’Unione Europea (dal 20% al 22%). Rispetto alla media europea, nel 2010 l’Italia aveva, sul totale degli occupati, un’incidenza maggiore delle persone che avevano giusto completato la scuola dell’obbligo o che possedevano addirittura un titolo di studio inferiore – 35,8% contro 22%- e un numero inferiore di diplomati (-2,1% rispetto alla media EU27) e soprattutto di laureati (-12% circa,)

Per superare questi handicap strutturali, l’Italia dovrebbe progettare una politica industriale e dell’innovazione lungimirante e di ampio respiro, con degli obiettivi precisi. In primo luogo, si dovrebbe favorire la capitalizzazione e l’internazionalizzazione delle imprese più dinamiche – attraverso il potenziamento di nuovi soggetti semi-pubblici come la Cassa Depositi e Prestiti – ed indirizzare gli investimenti delle imprese verso l’implementazione di prodotti a più alta intensità tecnologica e a minor impatto ambientale.

In secondo luogo, si dovrebbero sviluppare, mediante una gestione attiva e mirata della domanda pubblica, nuove tecnologie che riguardino priorità di interesse collettivo: il risparmio energetico, la messa in sicurezza del territorio, la salute e la mobilità sostenibile.

Infine, si dovrebbe dare vita a centri pubblici di ricerca di base ed applicata – sul modello tedesco del Fraunhofer – che scambino conoscenza e tecnologie con il mondo delle imprese.

Oltre ad una serie di politiche pubbliche ben congegnate, c’è soprattutto bisogno di un salto qualitativo di tipo culturale da parte del mondo dell’impresa. Se le imprese italiane non sono state finora capaci di rispondere agli straordinari cambiamenti tecnologici degli ultimi venticinque anni [..] ora, sono chiamate a uno sforzo eccezionale per garantire il successo della trasformazione, investendo risorse proprie, aprendosi alle opportunità di crescita, adeguando la struttura societaria e i modelli organizzativi, puntando sull’innovazione, sulla capacità di essere presenti sui mercati più dinamici. Hanno mostrato di saperlo fare in altri momenti della nostra storia. Alcune lo stanno facendo. Troppo poche hanno però accettato fino in fondo questa sfida. (Ignazio Visco, Considerazioni finali, 2013, p.10).

Federico Stoppa

 

NOTE:

[1] Le innovazioni di processo riguardano l’introduzione di nuovi macchinari che risparmiano lavoro per unità di prodotto o in generale l’implementazione di nuove combinazioni dei fattori produttivi. Si veda Bugamelli ed al. (2012, p.56). Un contributo imprescindibile per comprendere l’importanza dell’innovazione nell’economia capitalista è quello di Jospeh Schumpeter, Teoria dello Sviluppo economico (1912).

[2] In Italia, nel triennio 2008-11, il 64,1% delle imprese con 250 addetti e oltre ha introdotto innovazioni, contro il 47,1% delle imprese con 50-249 addetti e il 29,1% di quelle con 10-49 addetti. V. Istat, 2012 http://www.istat.it/it/archivio/74035.

[3] Cfr. Brandolini e Bugamelli (2009, p.27). Il 70% delle imprese innovatrici italiane giudica eccessivi i costi dell’innovazione. In particolare, il 64% lamenta la mancanza di risorse proprie disponibili per finanziare l’innovazione e il 58% dichiara di avere difficoltà nel reperire fonti di finanziamento esterne all’impresa. V. Istat (2012, p. 9).

[4] In particolare, “secondo i dati del CIS per il 2008, svolgeva un’attività innovativa di processo e di prodotto il 40% delle imprese italiane, una quota inferiore a quella di Germania e Danimarca (64%), ma superiore a Francia (35%) e Spagna (32%)” (Bugamelli, 2012, p.11).

Margnac - Olivetti's factory

Margnac – Olivetti’s factory

Riportiamo, di seguito, ampi stralci di un’intervista di Roberto Petrini all’economista Giorgio Fuà, apparsa nel 2000. Fuà è stato uno dei più grandi economisti italiani del secondo dopoguerra; ha lavorato per molti anni con Adriano Olivetti, Enrico Mattei e il premio Nobel Gunnar Myrdal; nel 1980 ha curato il rapporto Ocse sui problemi dei paesi europei a sviluppo tardivo (quelli oggi noti con il poco rispettoso acronimo PIIGS). Ha fatto parte, con Paolo Sylos Labini ed altri economisti,  della commissione per la programmazione economica in Italia, voluta dal primo centrosinistra (1962). Ha fondato, nel 1959, la Facoltà di Economia di Ancona in cui ha insegnato fino a poco prima della morte, avvenuta all’inizio del nuovo secolo. Alcune sue riflessioni contenute in questo dialogo ci appaiono di sconcertante attualità: la necessità di diffondere tra i giovani una mentalità lavorativa e imprenditoriale  che recuperi la dimensione creativa e personale del lavoro, contrapposta ad una visione del lavoro come male spiacevole ma “necessario” per produrre e acquistare sempre più merci; l’urgenza di adottare forme di partecipazione dei lavoratori alla gestione d’impresa e l’importanza di superare, almeno nelle società affluenti, l’ossessione del Prodotto Interno Lordo (PIL) come unico indicatore di “benessere” da massimizzare. (F.S).

Professor Fuà, cominciamo dall’abc: chi è questo strano personaggio che passa sotto il nome di imprenditore?

I vecchi manuali di economia dicevano: è colui che combina i fattori produttivi (lavoro, capitale e terra). È una definizione poco suggestiva ed è molto insoddisfacente anche l’indicazione del criterio che guiderebbe l’imprenditore e cioè quello della massimizzazione del profitto.

Se il profitto non è sufficiente, come comunemente si ritiene, per qualificare e definire la figura dell’imprenditore, quali sono, o dovrebbero essere, i suoi scopi? Qualcuno potrebbe ricordare che l’imprenditore crea posti di lavoro e dedurne che si tratta di un compito già sufficiente. Non le pare?

Non occorre soltanto un imprenditore che crei posti di lavoro ma occorre un imprenditore che coinvolga i dipendenti in una avventura interessante. Che dia un senso al loro lavoro. Ricordo una frase di Adriano Olivetti, il quale si chiedeva: può l’impresa darsi uno scopo? La risposta implicita era sì. “Bisogna dare consapevolezza di fini al lavoro” diceva Adriano Olivetti. Ma ciò implica, aggiungeva, l’aver preventivamente risposto a una domanda che non esito a definire una delle domande fondamentali della mia vita, profondamente discriminante per la fede che presuppone e per gli impegni che implica. “Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? 0 non vi è, al di là del ritmo apparente, qualcosa di più affascinante, una trama ideale, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?”

Quale scopo? Coinvolgere i dipendenti, lavorare con soddisfazione, fare genericamente del bene? Lei cita Olivetti e parla addirittura di avventura. Sono concetti difficili da accettare al giorno d’oggi. Non crede?

Io credo che il lavoro in genere deve essere gratificante e coinvolgente: non deve essere soltanto una pena volta allo scopo di guadagnare  e, successivamente, acquistare merci e goderne nel tempo libero. Per creare questa condizione ci vogliono imprenditori leader come Adriano Olivetti, Enrico Mattei o come alcuni imprenditori marchigiani che conosco. Purtroppo non tutti gli imprenditori hanno le caratteristiche del leader: c’è chi si limita a comporre una combinazione favorevole di fattori di produzione; c’è l’inventore, come Guglielmo Marconi o Henry Ford; c’è chi accumula potere e ricchezza e persegue una strategia di piazzamento di capitali anche senza produrre alcunché. È sbagliata l’idea di vedere il compito dell’imprenditore come quello di produrre merce e il compito del lavoro come un mezzo per riuscire a consumare altra merce. È sbagliata l’idea che la gente che lavora nell’impresa debba avere come fine quello di fare tristemente la propria attività dentro l’impresa per guadagnare e potersi poi comprare altra merce di cui godrà nel tempo libero. Insomma, la cosa più importante è fondare un gruppo di persone che faccia con convinzione il proprio lavoro. È la cosa più importante perché ormai di merce ne produciamo abbastanza e il problema non è quello di produrne di più ma di produrla con piacere, non con sofferenza.

Questa non sembra l’opinione più diffusa. Se si pone la questione ad un passante, ma anche a qualche capitano d’industria, risponderà senz’altro: guadagnare, per consumare e godersi il tempo libero. Non è così?

Mica è giusto! Noi nel lavoro, e negli spostamenti ad esso connessi, passiamo la maggior parte della vita, almeno metà del tempo durante il quale siamo svegli. E se questa parte della nostra vita occupata da quello che chiamiamo lavoro e che serve per guadagnare ciò che poi si “gode” nel tempo libero, è penosa, il godimento diventa assai discutibile. In una situazione come quella che abbiamo appena ipotizzato, la parte creativa di noi, quella che ci dà maggiore soddisfazione, dispone di uno spazio sempre più limitato. Io continuo a sostenere che bisogna generare e produrre qualcosa che valga di per sé, che pensiamo che sia un bene e che ci piace. Tutti gli imprenditori che sono riusciti a creare una comunità appassionata al lavoro, che sono amati da chi ha avuto la fortuna di lavorare con loro, pensano che il loro prodotto contribuisce anche se in piccola parte a rendere migliore il mondo.

Oggi si impone la grande corporation, la multinazionale. È pensabile e realistico creare un clima del genere in strutture grandi e impersonali per definizione?

Si può creare il clima di squadra anche nelle grandi multinazionali. Ricordo che alla Olivetti noi tutti ne eravamo fieri. L’idea che ci animava era semplice ma efficace: questa è un’impresa bella e facciamo un prodotto bello. Adriano si lamentava perché gli impiegati (in Italia ormai il 60 per cento dei lavoratori dipendenti lavora negli uffici) sono circondati da macchine e mobili brutti. Perché devono essere brutti? Il loro ambiente può essere gradevole. E Adriano Olivetti diceva: mi piace dare soddisfazione alla gente che lavora.

Va bene. L’impresa ideale è quella dove si lavora con godimento, si conta di migliorare il mondo, si mira a creare una squadra affiatata. Ma come si può raggiungere questo obiettivo?

Vuole delle “ricettine”? Ebbene, l’imprenditore deve pensare nel seguente modo: la gente che lavora con me la voglio migliorare, perché nel lavoro si passa gran parte della propria vita e il lavoro ci deve migliorare e non peggiorare. Insegniamo loro anche un po’ di filosofia e, se possiamo, facciamo loro apprezzare anche della musica buona. Facciamo vedere intorno a loro delle architetture belle: questo migliora e rende più civili coloro che lavorano con me. La prima regola è quella di amare il prodotto che si fa ed essere convinti che si tratta di una cosa buona. Se invece si dice: il prodotto mi serve solo per guadagnare e non importa se imbroglio il consumatore, come si può coinvolgere, appassionare, la gente?

Non vorrei costringerla, nel corso di una semplice conversazione, ad elaborazioni teoriche che comporterebbero un lavoro ben più ampio e meditato. Tuttavia, mi pare che al centro della sua critica al concetto di impresa ci sia l’obiettivo della massimizzazione del profitto. È così?

A me interessa proporre ai giovani un modello secondo il quale il lavoro è uno degli aspetti positivi della vita. Tra le fonti di soddisfazione della vita il consumo è secondario rispetto al lavoro. La creazione può dare molta più soddisfazione che la distrazione, divertirsi è distrarsi, cioè fare qualche cosa al di fuori di un’altra. Il lavoro può essere vissuto con passione e si dovrebbe anche cambiare nome al lavoro, se questo termine si associa ancora all’idea di “guadagnerai il pane con il sudore della tua fronte”.

Gli economisti hanno sempre sottolineato l’aspetto della fatica, anche perché semplificava il discorso. Il lavoro come mezzo e il consumo come risultato. Dunque: minimo mezzo, minimo lavoro, massimo consumo. Invece io, avendo visto intorno a me gli artigiani, i coltivatori, mio padre medico e tutta la famiglia appassionati al lavoro da cui non si volevano staccare un momento, credo che il lavoro possa essere la ragione e la passione di una vita e credo che non debba essere vissuto come una sofferenza.

E chi fa un lavoro faticoso?

Anche in campagna dove il lavoro era pesantissimo non si sarebbero tirati indietro, volevano farlo ancora anche da anziani.

E quello della catena di montaggio?

Una volta c’erano “Charlot” e “Tempi moderni”, oggi c’è il computer. Non cambia molto: forse il problema è di non continuare a chiamarlo lavoro, magari chiamiamolo attività.

C’è bisogno di una nuova etica del lavoro?

Stare in società o in un gruppo per produrre qualche cosa mi pare un punto importante della vita. Ma le ripeto ci vuole, e ci vorrà in eterno, un Mosè o qualcun altro che dica: “Ora vi mostro io come facciamo”. Io chiamo costui imprenditore. Ciò che mi colpisce di più è che la maggior parte dei miei studenti universitari non ha mai sentito o concepito l’idea di fare un lavoro indipendente. Arrivano all’università e mi dicono che dopo laureati cercheranno “un posto”.

Margnac - Olivetti Ivrea. Visite d'usine. Ektachrome, novembre 1970.

Margnac – Olivetti Ivrea. Visite d’usine. Ektachrome, novembre 1970.

Riepiloghiamo: il profitto non deve essere l’obiettivo, il consumo non è il fine principale della vita, bisogna lavorare con godimento. Il mercato, tuttavia, è spesso il luogo della competizione e della violenza. Si può sopravvivere sul mercato adottando questi criteri?

Perché no? Il mercato non è il luogo della violenza, è semplicemente quello della concorrenza. Non si può concorrere facendo cose buone? Non mi pare che ci sia un contrasto con l’idea di concorrenza. Il profitto non è un obiettivo, è semplicemente una delle condizioni perché una organizzazione di mercato o d’impresa possa vivere. Pensiamo al lavoro senza scopo di lucro: le organizzazioni di volontariato che hanno un ruolo crescente, le comunità per i tossicodipendenti, la Croce Rossa ecc. La vita di queste aziende, che si risolve in parte fuori dal mercato, è simile a quella delle imprese commerciali. Anche in questo caso ci vuole il leader, come Muccioli che fondò San Patrignano, come il Filo d’Oro di Osimo creato da un prete straordinario.

Eppure professore, nel linguaggio comune parole come profitto, lavoro e reddito vengono intese come addendi di una somma che alla fine dà come totale la crescita del benessere. Lei contesta questa impostazione?

È vero. Nell’ottica abituale degli economisti, il lavoro viene considerato per la sua capacità di produrre merci (quindi di contribuire al prodotto nazionale, al PIL) e per quella di procurare al lavoratore un guadagno, che significa poi capacità di acquistare merci.  Ma il lavoro ha anche un altro aspetto, in quanto può procurare a chi lo compie un senso di alienazione, pena, o, al contrario, un senso di soddisfazione. Ho scritto nel mio libro “Crescita economica. Le insidie delle cifre” (Il Mulino, 1993) che il lavoro può risultare più interessante se chi lo fa è posto nella condizione di sentirsi partecipe della gestione dei successi dell’operazione produttiva in cui viene impiegato, se ha modo di riconoscere nel prodotto una propria creazione. Oggi nei paesi ricchi è probabilmente più urgente studiare le vie per restituire interesse al lavoro, piuttosto che le vie per aumentare di qualche punto percentuale la quantità della merce prodotta o il potere d’acquisto ottenuto come retribuzione per ora di lavoro erogata. Eppure noi economisti continuiamo a dedicare tanti studi alla produttività e al salario, ma quasi nessuno alla soddisfazione del lavoratore. Dunque, aggiungo ora, dovremmo studiare più attentamente come su questa soddisfazione influiscano la forma giuridica, la dimensione e la modalità di organizzazione dell’impresa. Dovremmo esplorare meglio la praticabilità di un sistema di partecipazione dei lavoratori agli utili e alla gestione dell’impresa e gli eventuali vantaggi che esso offrirebbe non solo dal punto di vista del livello di occupazione, produzione e retribuzione (vantaggi già indicati da economisti come Martin Weitzman), ma anche dal punto di vista dell’integrazione sociale e dell’autorealizzazione che si possono ottenere attraverso il lavoro.

È il solo modo di dirigere un’impresa?

Non sto dicendo che si può dirigere un’impresa soltanto così. Una organizzazione produttiva si può dirigere anche in altro modo, in questo caso tuttavia si paga un prezzo: chi ci lavora si sente estraneo. Spero che si possa insegnare ai giovani che non si fa l’imprenditore per fare più soldi possibile. È una comune avventura che ci appassiona tutti, se l’obiettivo ci piace. Non misureremo il nostro successo con quanto abbiamo guadagnato o con che rapidità abbiamo vinto un concorso.

La scuola dovrebbe dedicare più attenzione al compito di far riflettere i giovani sull’importanza delle insoddisfazioni e delle soddisfazioni non valutabili in moneta che possono accompagnare il lavoro.

La maggior parte dei miei studenti, interrogati su quali requisiti dovrebbe avere un lavoro per attrarli, rispondono in prima battuta che l’ideale è trovare un posto sicuro, che procuri il massimo di reddito e il minimo di preoccupazione possibile, e il massimo di tempo libero. È una risposta del tutto in linea con la mentalità consumistica, propagata dai mezzi di comunicazione di massa, recepita e trasmessa dalle famiglie, e non contrastata dalla scuola. Apre una prospettiva squallidissima: prendendo questa via, i giovani finirebbero con lo svendere metà del proprio tempo di vita in una routine tediosa per pagarsi qualche svago o lusso nella modesta quota di ore di veglia restante.

La scuola fa troppo poco per indirizzare l’interesse dei giovani verso lavori indipendenti e verso le attività imprenditoriali. Andiamo verso un mondo in cui quasi tutti i giovani puntano sulla prospettiva che qualcuno dia loro un posto (nel senso di impiego), mentre scarseggiano quelli che si preparano a creare (inventare) un posto di lavoro almeno per sé e possibilmente anche per gli altri, perché a troppo pochi ne è stata suggerita l’idea. Ma affinché ci siano occasioni di lavoro occorre che il sistema economico funzioni, e per funzionare normalmente il sistema esige l’opera di imprese; è improbabile allora che la funzione di guidare un’impresa possa essere svolta in modo soddisfacente da soggetti impersonali. Occorre ancora una volta la persona dell’imprenditore.

C’è il rischio di un declino dello spirito imprenditoriale?

Certamente. Se scarseggiano nuove leve di imprenditori, chi fornirà tutti i posti di lavoro desiderati? Lo Stato, altri enti, nuovi carrozzoni? Penso che il punto che sto toccando costituisca una seria minaccia al benessere collettivo, non dico del momento presente, ma degli anni che verranno. In una prospettiva di lungo termine, la carenza di capacità imprenditoriali potrebbe rivelarsi uno degli aspetti più gravi del problema dell’occupazione (o della disoccupazione), che oggi è tornato al centro dell’attenzione generale.

da R.Petrini, Uomini e Leader, Considerazioni e ricordi di Giorgio Fuà,  Centro studi Piero Calamandrei, Jesi 2000.

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