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Comprendere la mafia

Pubblicato: dicembre 4, 2015 da Filippo Gibiino in Cultura
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Il giudice Giovanni Falcone

Come ogni delitto anche il crimine mafioso ci porta, di primo acchito, a prendere le distanze da chi lo ha compiuto, che si tratti di una persona o di un’intera organizzazione. Questo nostro prendere le distanze dall’operato criminale è un fatto comprensibile che sottolinea ed esprime la nostra indignazione: non ci può essere tolleranza per le azioni più atroci. Ma se vogliamo combattere un fenomeno dobbiamo innanzitutto capirlo, e per capirlo dobbiamo sospendere temporaneamente il nostro giudizio per andare oltre quei sentimenti di sdegno che ci separano dalla mentalità criminale. Se non riusciamo in questa operazione la comprensione delle cose ci è preclusa. Edmund Husserl ha indicato lo stato di sospensione del giudizio con il termine epoché. Per il filosofo tedesco è necessario adottare uno stato di epoché se vogliamo cogliere la presenza dell’uomo e delle cose, ovvero ciò che si offre alla nostra esperienza prima di ogni riflessione. La psichiatria fenomenologica insegna a porsi davanti al paziente in questo assetto di non giudizio, per accogliere la sua presenza. Solo così possiamo entrare in empatia con le motivazioni e i sentimenti dell’altro e capirlo: questo vale per le emozioni positive come per quelle negative. Qualcosa di non dissimile caratterizza l’approccio di Giovanni Falcone nel suo lavoro investigativo. Conscio del fatto che per combattere la mafia bisognava penetrarne le dinamiche essenziali e averne una comprensione dall’interno, Falcone non ebbe paura a identificarsi con l’uomo d’onore per vedere il mondo con i suoi occhi. Il suo approccio gli permise di entrare in contatto con numerosi collaboratori di giustizia. Molti di loro, una volta arrestati, chiedevano esplicitamente di poter parlare con lui solo. Il magistrato palermitano sapeva quali parole usare, conosceva i rituali e i valori degli uomini d’onore, ne aveva studiato la gestualità, i silenzi giustapposti, carichi di significato. Falcone si era accorto che la mafia aveva attinto da alcuni valori della sicilianità, strumentalizzandoli per i suoi scopi criminali: la famiglia, la religione, l’orgoglio viscerale. Falcone ha utilizzato le sue doti empatiche per oltrepassare le apparenze ed entrare in contatto con le motivazioni e le emozioni profonde dei criminali. Ritengo che la sua capacità di contattare l’animo umano sia alla base del suo successo come magistrato, in quanto, come lui stesso ha scritto in Cose di cosa nostra, la sicilianità si caratterizza per una certa riservatezza che spinge le persone a celare in pubblico i propri sentimenti, e questo discorso vale ancor di più per la cultura mafiosa.

“Le affinità tra Sicilia e mafia sono innumerevoli e non sono certamente il primo a farlo notare. Se lo faccio, non è certo per criminalizzare tutto un popolo. Al contrario, lo faccio per far capire quanto sia difficile la battaglia contro Cosa Nostra: essa richiede non solo la specializzazione in materia di criminalità organizzata, ma anche una certa preparazione interdisciplinare. Torniamo alle affinità, al fatalismo, al senso sempre presente della morte ed altri tipo di comportamento sociale e individuale. La riservatezza, per esempio, l’abitudine a nascondere i propri sentimenti e qualsiasi manifestazione emotiva. In Sicilia è del tutto fuori luogo mostrare in pubblico quello che proviamo dentro di noi. Siamo lontani mille miglia dalle tipiche effusioni meridionali. I sentimenti appartengono alla sfera del privato e non c’è ragione di esibirli.”

Falcone rimase fino in fondo un magistrato e il fatto di identificarsi col mafioso non lo ostacolò, ma lo aiutò a delineare le indagini che gli permisero di assestare il colpo più grande mai inflitto a Cosa Nostra. Egli aveva capito che era necessario entrare in empatia anche con gli aspetti aggressivi e malvagi del mafioso. Sorprende quando si trovano nel suo libro termini propri del linguaggio della psicologia, come nel riferimento alla necessità di non proiettare il male al di fuori di noi:

“Gli uomini d’onore non sono né diabolici né schizofrenici. Non ucciderebbero padre e madre per qualche grammo di eroina. La tendenza del mondo occidentale, europeo in particolare, è quella di esorcizzare il male proiettandolo su etnie e su comportamenti che ci appaiono diversi dai nostri.”

Dobbiamo sottolineare che l’identificazione non può portare a una conoscenza completa di chi ci sta di fronte, in quanto esistono costantemente nell’altro zone d’ombra, differenze incolmabili, tratti distintivi del carattere, soprattutto se egli è un mafioso. L’incontro tra esseri umani si basa sul fatto che ci si possa sentire come l’altro e contemporaneamente diversi dall’altro. Cionondimeno l’approccio empatico-psicologico di Falcone fu innovativo nel suo campo e determinante nella vittoria di molte battaglie. Ecco spiegate alcune delle parole di Falcone tratte dal suo libro:

“Se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia”.

E’ interessante notare come, a seguito della pubblicazione del libro, le spiegazioni del magistrato furono largamente fraintese da parte dell’opinione pubblica. In un’intervista televisiva a Falcone datata 1992, anno della sua morte, il giornalista Corrado Augias dimostrò di aver confuso, in maniera imbarazzante, la comprensione di un fenomeno con la sua giustificazione e, peggio ancora, con la stima dello stesso:

“Augias: Dottor Falcone, ho detto prima che questo è un libro che mi è apparso scandaloso, volevo precisare il perché. Perché lei dimostra, in più punti, una profonda stima intellettuale nei confronti della mafia.

Falcone: Conoscere un fenomeno non significa né condividerlo, né tantomeno stimarlo. Io mi sono sforzato di metterlo in luce per quello che mi è apparso, ma certamente non ne condivido le finalità.”

Filippo Gibiino

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Riferimenti

Giovanni Falcone, in collaborazione con Marcelle Padovani (1991), Cose di Cosa Nostra, Bur Rizzoli

Intervista a Giovanni Falcone di Corrado Augias, Babele 12 Gennaio 1992

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L’empatia per capire il male

Pubblicato: novembre 20, 2015 da Filippo Gibiino in Cultura
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Medea uccide uno dei figli – Seguace di Tiziano

 

Oggi il concetto di empatia è molto diffuso ed è associato perlopiù ad un atteggiamento di bontà e di disponibilità verso il prossimo. Ma tra empatia e bontà c’è una differenza sostanziale. L’empatia è prima di tutto la capacità di mettersi nei panni dell’altro, di sentire in prima persona cosa egli prova. In un secondo momento posso utilizzare queste percezioni per aiutarlo e quindi per fare del bene. Posso riconoscere la sofferenza nello sguardo dell’altro e decidere di prendermi cura del suo dolore, condividendolo con lui per rendergli quel fardello più sopportabile. Questa è una possibilità, ma non è l’unica. Per esempio posso entrare in empatia con una persona che mi è ostile e percepire il suo disprezzo verso me. Oppure posso percepire l’invidia che un amico prova verso un’altra persona, e capire che tra i due non corre buon sangue. In un precedente articolo avevo scritto del magistrato Giovanni Falcone che utilizzò l’empatia per entrare nel profondo della psicologia mafiosa. Falcone fece un salto di qualità rispetto ai suoi predecessori, perché riuscì a capire quali erano le motivazioni, le emozioni e i valori entro i quali l’affiliato a cosa nostra si muoveva. Questo servì a rendersi conto che il mondo della mafia era tutt’altro che pura irrazionalità e aveva le sue logiche, sulle quali Falcone applicò strategie vincenti. Una fra tutte fu l’utilizzo dei collaboratori di giustizia, uomini d’onore che a volte decidevano di parlare per modificare i rapporti di forza tra famiglie malavitose e danneggiare l’avversario.

Un discorso analogo si può fare per i terroristi dell’Isis. L’empatia può essere lo strumento per capire che non si tratta di pazzi, ma di combattenti intrisi di odio verso la nostra cultura liberale, che si muovono entro determinate logiche e valori da loro condivisi. La spiegazione della follia è fuorviante perché porta ad approcciare il fenomeno Isis da un livello individuale, senza cogliere il livello gruppale e ideologico entro cui ogni singolo terrorista si colloca. Il comandante americano in Medio Oriente, Michael Nagata, ha ammesso che “non abbiamo sconfitto le idee di Isis, in realtà non riusciamo nemmeno a comprenderle”. In questo caso l’empatia ci aiuta per capire l’odio e l’ira che muovono i terroristi contro i valori delle democrazie. Capire viene dal latino capere che significa tenere, afferrare, ed è necessario afferrare un fenomeno se lo si vuole contrastare o giudicare. L’ideologia dell’Isis alimenta e si nutre di un odio profondo, promettendo un riscatto dal mondo corrotto dei miscredenti, colpevoli di avere banchettato alle loro spalle. Quest’odio viscerale si può accostare a quello di Medea che uccide i propri figli per colpire indirettamente loro padre, Giasone. Quest’ultimo infatti dopo avere disprezzato e umiliato Medea, l’abbandona per sposare Glauce. La invita poi all’esilio e a deporre la sua ira, inutile dinanzi al volere del più forte. Medea aveva tradito il padre e ucciso il fratello pur di poter scappare e unirsi con Giasone, e a questo punto si abbandona all’odio più estremo per soddisfare il suo desiderio di vendetta. La sua furia punitrice è così potente che non teme la morte. Ecco le parole che Medea, nella rappresentazione di Seneca, pronuncia prima di uccidere i propri figli:

“Dove non vuoi, dove ti fa male, là ti colpirò. […] Abbandonati all’ira, svegliati dal torpore, ritrova nel profondo del tuo petto la violenza di un tempo. Tutto quello che hai fatto sinora vada sotto il nome di bontà. All’opera! Farò che sappiano come erano lievi e ordinari i crimini da me commessi per altri. Non fu che un preludio per del mio odio: che potevano osare di grande mani inesperte? O un furore di ragazza? Ora sono Medea, il mio io è maturato nel male”.

Come Medea, i terroristi coltivano un odio potente che trascende la paura della morte, e lo utilizzano per colpire un avversario più forte e meglio armato. L’ideologia dell’Isis ha la caratteristica di raccogliere e fomentare l’odio a livello collettivo e farne un valore riconosciuto a livello culturale. L’odio, per quanto estremo, fa parte della varietà dei sentimenti umani e può essere immagazzinato all’interno dei gruppi, grazie a una cornice ideologica. Diversamente, la nostra cultura tende a negarlo o a condannarlo, per ragioni che si possono rintracciare nella storia. Dopo l’esperienza dei totalitarismi del novecento, in cui l’ira veniva elicitata a livello sociale, le democrazie hanno costruito una cultura più “mite”, che ha rimosso l’odio dalla coscienza collettiva. Beninteso, l’ira e l’odio rimangono sentimenti possibili per i singoli e per i gruppi, ma la cultura democratica premia e diffonde risposte ritenute più nobili, come quelle basate sulla cooperazione, sul sostegno, sul confronto e sulla tolleranza. Anche per questi motivi ci è difficile entrare in empatia con una cultura dell’odio.

Filippo Gibiino

 

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Riferimenti

Remo Bodei (2010), Ira. La passione furente, Il Mulino.

Seneca, Medea, in Medea Fedra, Rizzoli (1989).

Adweek

Adweek

Perché oggi si collabora sempre meno? Dov’è finita la coesione sociale? Perché nelle nostre società le persone preferiscono la competizione sfrenata alla collaborazione reciproca? Eppure la collaborazione non è affatto l’opposto della competizione; anzi, molte volte si dimostra una strategia ottimale per competere assieme in vista di un obiettivo più grande. Competizione e collaborazione, infatti, sono entrambi processi dinamici.

Quest’ultima può essere definita – grossolanamente – come “uno scambio in cui i partecipanti traggono vantaggio dall’essere insieme”, e quindi dall’operare in sinergia per perseguire un fine comune. D’altra parte, come ci insegna il tribalismo umano – “che abbina la solidarietà per l’altro-simile-a-me con l’aggressività contro il-diverso-da-me” – la collaborazione non è solo di segno positivo. Le banche, ad esempio, funzionano un po’ come le bande criminali: attraverso favori sottobanco o insider trading, praticano un tipo di collaborazione che risulta positiva per chi la compie ma distruttiva per gli altri; una sorta di rapina legalizzata.

Richard Sennett, uno dei più importanti sociologi americani viventi, nel suo libro “Insieme”, sviscera il fenomeno chiarendone le cause strutturali, e spiega perché le società moderne tendano a “dequalificare” le persone nel praticare la collaborazione. Secondo Sennett, questa prassi sociale è innata nell’uomo, ma allo stesso tempo è una pratica che può e deve essere appresa, come se fosse un’abilità tecnica da imparare e padroneggiare col tempo. Come gli animali sociali – che operano assieme per realizzare ciò che non riuscirebbero a fare da soli – gli uomini, sin da bambini, mostrano l’istinto a mettersi insieme, per giocare e costruire qualcosa con l’apporto di tutti (come spesso accade con i castelli di sabbia).

Christopher Silas

Christopher Silas

Oggi quest’abilità è quanto mai necessaria, soprattutto per operare con gente che non conosciamo. In un mondo globalizzato come il nostro, le diversità sono ormai all’ordine del giorno, e sempre più spesso accade di dover cooperare con gente che non ci assomiglia affatto, che non ci piace, o che si pone in evidente contrasto poiché è portatore di interessi in conflitto con i nostri. Una sfida inedita e stimolante. Ma allora perché, a quest’innata abilità sociale, prevale il modello della competizione individualistica? O quello più spietato della chiusura di tipo tribale? Sennett individua principalmente tre cause, che si rifanno rispettivamente a motivazioni materiali, istituzionali e culturali.

La prima ha a che fare con il dilagare della disuguaglianza. Quest’ultima, come lui sostiene, è il più diretto dei fattori di indebolimento. Come certo si saprà – anche dalla più vicina esperienza quotidiana – la disuguaglianza è aumentata in maniera vertiginosa nell’arco dell’ultima generazione, sia nelle moderne società “avanzate” che in quelle in via di sviluppo. La classe media, asso portante delle società di qualche decennio fa, si sta letteralmente prosciugando, ed è come se la rappresentazione “a cipolla” delle società precedenti – tanto in voga negli anni passati nell’illustrare la società in classi – stesse assumendo velocemente la forma di una mongolfiera rovesciata: una mongolfiera che, nella vita reale, non sarà più in grado di volare.

Le abissali differenze economiche, quindi, creano molteplici – e altrettanto abissali – distanze sociali. “L’élite si colloca a una distanza incommensurabile dalla massa”; le aspettative e i problemi di un banchiere, ad esempio, non coincideranno mai con quelle di un muratore: difficilmente i due mondi si incontreranno o avranno qualcosa in comune. Divari di questo genere “provocano giustamente la rabbia della gente; e le reazioni di antagonismo irriducibile (“noi contro loro”) appaiono un esito perfettamente razionale.”

Come spiega Sennett nello specifico, questa disuguaglianza – che comporta evidenti ricadute materiali – può essere di due tipi: imposta o interiorizzata. La disuguaglianza imposta avviene nella più tenera età, e riguarda un fenomeno relativamente recente: la selezione nelle scuole in base alle presunte qualità dei bambini. La bontà di queste selezioni si scontra però con i loro effetti sperati, a causa di una molteplicità di fattori che sono propri della nostra epoca, come ad esempio: “il bisogno spasmodico della società di individuare precocemente il talento; l’ambiente familiare; la specializzazione della conoscenza”, e così via. In questo modo, quando un bambino entra nel mondo della scuola, le sue capacità innate di collaborare con gli altri bambini possono essere intaccate o inesorabilmente arrestate, essendo inserito (certamente non per sua volontà) in percorsi formativi differenti; in classi e in scuole differenti.

In un rapporto dell’Unicef del 2007[1], “si indagano le conseguenze della disuguaglianza sul piano dei comportamenti al di fuori delle norme formali che regolano la vita nell’aula scolastica. A un estremo troviamo la pratica del bullismo, all’altro l’uso di fare i compiti insieme fuori di scuola. Nei paesi esaminati, i dati del rapporto mostrano che le società con un alto grado di disuguaglianza interna suscitano in misura maggiore comportamenti bullistici nei ragazzi, mentre nelle società relativamente eque gli studenti mostrano una maggiore disponibilità a studiare con i compagni.” Pare, quindi, che la disuguaglianza in questione riduca la motivazione allo studio negli adolescenti più svantaggiati, e questo succede per tutta una serie di fattori, quali ad esempio le dimensioni delle classi, l’accesso ai libri, le risorse informatiche, etc. In queste condizioni, pochi di loro sono convinti di potercela fare nella vita. Ebbene, come direbbero Amartya Sen e Martha Nussbaum, nella “loro teoria delle capacità [capabilities]”, le molteplici e variegate capacità emotive e cognitive dei ragazzi subirebbero un arresto fatale – e quindi non uno sviluppo consono con le loro possibilità – a causa della diseguale distribuzione interna della ricchezza, assieme ai modelli familiari e all’organizzazione dell’istruzione.

Sarah Kindler

Sarah Kindler

Per analizzare il secondo tipo di disuguaglianza, quella cioè interiorizzata, Sennett fa invece riferimento ai comportamenti dei bambini e degli adolescenti in quanto consumatori. Secondo le sue argomentazioni, intorno ai dieci anni, il senso d’identità dei ragazzi viene plasmato non solo dalle istituzioni della società (vedi la scuola) ma anche dalla realtà economica in cui vivono. In una società dei consumi, non si può tralasciare il fatto che esiste soprattutto un mercato gigantesco rivolto ai consumatori più giovani, e che sin da questa età – con la commercializzazione di prodotti “fighi” e di massa – favorisce in loro un senso di inferiorità di status che può essere “alleviato” solo con l’acquisto ripetuto di svariati prodotti.  Questo tipo di acquisto – quasi da dipendenza –, dimostrerebbe agli altri il fatto di “valere”, così da non sentirsi più inferiori nei loro confronti: nascerebbe, dunque, una specie di confronto invidioso “(«Io sono meglio di te», che ha come altra faccia più subdola: «Tu non mi vedi, non conto niente ai tuoi occhi perché non mi consideri alla tua altezza»)”. Tale confronto può essere visto come una personalizzazione della disuguaglianza. Se è vero che tutto questo non può essere generalizzabile, è anche vero però che un consumo ossessivo – che rivitalizza e “aggiorna” le differenze di status – metterebbe in serio pericolo la pratica della collaborazione: i ragazzi, vivendo in questo tipo di contesto, finiscono per dipendere più dal possesso degli oggetti che dal rapporto con gli altri.

L’altro aspetto preponderante che Sennett prende in considerazione, e che si focalizza sugli aspetti istituzionali delle nostre società, riguarda in particolare le modificazioni avvenute nel mondo del lavoro. A carriere di lungo periodo, in un’unica azienda o istituzione, si è succeduta una pletora di assunzioni a tempo determinato, dove l’impiego flessibile e/o part-time caratterizza sempre di più un lavoro che, oltre ad essere a breve termine, cambia in continuazione. In questo modo, nella maggior parte delle organizzazioni lavorative, si dissolve quello che Sennett chiama “il triangolo sociale”, ovvero un insieme di legami informali presente nella vecchia economia, e che serviva a controbilanciare la rigidità e l’isolamento delle strutture formali (a questo proposito, si parlava di sistemi di produzione “senz’anima” che provocavano alienazione nei lavoratori).

Il triangolo sociale in questione, identifica i tre elementi che più di tutti caratterizzavano le relazioni informali vecchio stampo, e cioè: l’autorità guadagnata, il rispetto reciproco (e dunque la fiducia), e la collaborazione durante le crisi. Per spiegare a fondo l’attuale disperdersi di questi tre elementi, Sennett assume il mondo dei lavoratori di Wall Street – da lui esplorato e studiato – come una specie di paradigma del lavoro contemporaneo. Anche se risulta difficile paragonare certi aspetti di questo specifico lavoro con altri contesti lavorativi, l’analisi del sociologo americano si dimostra convincente quando parla di alcune caratteristiche proprie del lavoro odierno, e che si radicalizzano a causa dell’azione corrosiva del tempo: le aziende, ad esempio, per essere competitive sul mercato globale, devono muoversi rispetto ad un orizzonte di tempo sempre più breve, che le costringe a raggiungere risultati immediati cambiando continuamente le loro strutture (lavoratori compresi).

In questi nuovi contesti lavorativi, “le élite vivono in un empireo globale, svincolate dalla responsabilità nei confronti dei comuni mortali, specialmente in tempi di crisi economica.” Quello che prima era un potere legittimato dai dipendenti (l’autorità guadagnata) si sgretola. Questo perché sia la distanza insormontabile, che il tempo a breve termine, riducono sistematicamente le occasioni di incontro (e di confronto) che alimentavano quella tipica relazione reciproca tra diversi ruoli, dove il capo non solo indicava le direzioni da seguire ma, allo stesso tempo, stava ad ascoltare i pareri dei dipendenti, che sentendosi così riconosciuti si fidavano ciecamente di lui, legittimandolo (ciò che spesso avveniva nelle fabbriche con i capireparto). L’odierna mancanza di responsabilità dei capi nei confronti dei dipendenti, permette dunque al potere di abdicare all’autorità. Questo divorzio sancisce la concezione di un’azienda sempre più a compartimenti stagni, dove difficilmente i diversi settori sono in comunicazione tra di loro.

John Holcroft

John Holcroft

Questo isolamento però non avviene solo tra la “massa” dei dipendenti e i più alti dirigenti. L’”effetto silos” – come viene chiamato nelle analisi manageriali – riguarda anche tutti gli altri lavoratori, che – sempre a causa del “tempo a breve termine” – non avranno il tempo necessario per conoscere a fondo il contesto in cui lavorano. Per questi motivi, non dimostreranno né una sufficiente lealtà né una certa identificazione verso di esso. Ecco perché le relazioni tra le persone si fanno sempre più superficiali, e i deboli legami con l’istituzione (o con l’azienda) accentuano oltremodo il loro isolamento: “la gente si fa gli affari propri, non si lascia coinvolgere in problemi che non la riguardano direttamente, in particolare non entra in relazione con quanti nell’istituzione svolgono compiti di altro genere.”

Tutto questo – come una specie di effetto a catena – disincentiva la collaborazione all’interno dei luoghi di lavoro, andando a logorare anche gli altri due lati del triangolo. Difficilmente, infatti, possono nascere relazioni di fiducia, e quindi di rispetto reciproco, tra lavoratori isolati che raramente lavorano assieme. In più c’è da considerare il fatto che l’effetto silos è mal visto da quasi tutti i dirigenti, poiché considerato come un ostacolo alla produttività. E allora si passa alla “burocratizzazione” della collaborazione, che consiste nella promozione di lavori di gruppo estemporanei; anzi nella loro imposizione: “Nella nuova economia tutto diventa più formale e regolato, anche la cooperazione. E più si chiede alle persone di cooperare, meno succede. Le vecchie teorie suggerivano che più le persone imparavano a collaborare fuori dall’ambiente di lavoro, più lo avrebbero fatto anche all’interno dell’azienda. Nel sistema moderno c’è una istituzionalizzazione della collaborazione che non porta a niente”. Anche qui, la collaborazione obbligatoria subisce l’azione corrosiva del tempo a breve termine.

Infatti, i lavori di gruppo creati ad hoc non sono altro che delle “simulazioni di solidarietà” dalla vita breve, dove tutti i partecipanti s’impegnano in una recitazione profonda affinché le loro prestazioni vengano giudicate positive dai superiori (e quindi, in questo modo, poter scalzare gli altri in termini competitivi). “Poiché le persone non hanno un vero coinvolgimento reciproco, essendo il loro rapporto una questione di alcuni mesi al massimo, quando c’è una crisi lo spirito di gruppo scompare di colpo e i partecipanti cercano di pararsi le spalle e di negare la propria responsabilità spostando la colpa su altri compagni.” In questi termini, dunque, viene a mancare la collaborazione durante le crisi, cioè un tipo di collaborazione fisiologica e informale che veniva a crearsi laddove le persone si conoscevano bene, e stabilivano rapporti di lunga durata: nei momenti di difficoltà sapevano su chi poter contare e su chi no, potendo allora ricorrere ad un aiuto spontaneo e reciproco.

L’isolamento nei luoghi di lavoro non è dovuto solo a fattori strutturali. Le persone sono isolate perché vi è, soprattutto, una specie di un’auto-imposizione: “Sono talmente sotto stress che non posso farmi coinvolgere nei problemi altrui”. Tali considerazioni, ci portano infine alla terza causa di indebolimento della collaborazione, una causa prettamente psicologica. Tale fattore riguarda l’angoscia tutta moderna per la differenza, e che s’intreccia a piene mani con l’omologazione culturale dettata dal consumismo globalizzato. Fin qui abbiamo visto la disuguaglianza strutturale e le nuove forme di lavoro. Queste due forze sociali, provocano a loro volta delle forti ripercussioni psicologiche sulle persone, che non riuscendo più a gestire situazioni sociali complesse tendono a chiudersi in se stesse. Nasce, dunque, una nuova tipologia caratteriale: il sé non collaborativo.

John Holcroft

John Holcroft

Secondo Charles Wright Mills, l’angoscia svolge una funzione molto importante nella formazione del carattere. Il carattere di una persona, infatti, si forma laddove vi è una gestione ambivalente tra i ruoli che la società impone e la libertà individuale rispetto a quei ruoli; tra rispetto e inosservanza, tra adesione e distacco: la forza interiore deriva principalmente da qui. Oggi, invece, le persone provano scarsa ambivalenza, scarso disagio interiore circa la mancanza di spirito di collaborazione, e anziché affrontare tali sfide preferiscono evitarle: si preferisce eliminare il problema alla radice piuttosto che comprenderlo e superarlo; si preferisce farsi gli affari propri invece di cimentarsi con l’impegno che deriverebbe da una sovraesposizione di stimoli. L’ansia più temuta, infatti, nasce proprio quando si ha a che fare con i bisogni altrui. E allora per ridurre quest’ansia – oltre a chiudersi nel proprio guscio subendo il cosiddetto “effetto tartaruga” – si ricorre alla neutralizzazione degli stimoli, alla noia volontaria che offre sia una certa familiarità che la consolante rassicurazione di una bassa stimolazione emotiva. “Il concetto può apparire controintuitivo, ma in realtà non lo è: chi mangia l’ennesimo hamburger industriale non sarà molto eccitato dal suo gusto, ma siccome questo gli è familiare lo trova tranquillizzante. Lo stesso vale per il tipo sedentario, sprofondato in poltrona davanti al televisore accesso a guadare distrattamente un programma che non gli interessa particolarmente.”

Tutto questo, si accorda perfettamente con una visione del mondo che si vorrebbe sempre più neutra, e che al fondo ci vorrebbe tutti uguali: il desiderio di addomesticare le differenze profonde è caratteristico di una culturale omologante presente ormai in ogni cosa, “nell’abbigliamento, nell’architettura, nella diffusione dei fast food, nella musica pop, nelle produzioni cinematografiche, negli alberghi… un elenco infinito e globalizzato.” L’individualismo delle nostre società, che sta dietro alla chiusura in se stessi, non è legato dunque a un’idea di diversità. Al contrario: l’esperienza del soggetto si lega all’autocompiacimento, conformandosi a uno schema già noto; è come se, anziché evolversi, quell’esperienza si ripetesse meccanicamente. Diversamente, la capacità di gestire l’angoscia – e quindi far fronte ai problemi che derivano dalle differenze – è invece disposta a fare esperimenti, a dare via libera alla curiosità, e perciò ad aprirsi veramente al mondo. Sul piano filosofico, la differenza sostanziale consiste nel “contrapporre l’essere nel mondo, emotivamente coinvolto nei suoi mutamenti e nelle sue rotture, allo stato inautentico di essere congelato nel tempo”.

Antonio Rodriguez

Antonio Rodriguez

In definitiva, per poter riattivare una collaborazione sempre più ostacolata e indebolita non ci sono ricette o soluzioni “già pronte”. Guardare al passato con occhio nostalgico non servirebbe a nulla, poiché le società sono mutate quasi radicalmente. Per questi motivi Sennett, nel corso della sua trattazione, traccia una serie di percorsi alternativi e possibili, parlando ad esempio della necessità inderogabile di riscoprire la capacità dialogica, e cioè quel confronto piacevole tra persone che non deve giungere necessariamente ad un terreno comune, o ad un’accesa diatriba in cui spesso prevale il “feticcio dell’asseverazione” – e cioè il far trionfare a tutti i costi le proprie argomentazioni. Questa capacità, consiste invece nel piacere di condividere e dello stare insieme: uno scambio dialogico che crea uno spazio sociale aperto, in cui la discussione può imboccare direzioni imprevedibili. “Nelle normali conversazioni quotidiane, è questo il senso dell’espressione «lanciare la palla in mezzo al campo»; e l’esito di questo palleggio verbale può essere una sorpresa per tutti.” È necessario dunque riscoprire il rituale di una chiacchierata informale; bisognerebbe riconfigurare la formalità delle occasioni informali, che oggi mancano e diventano sempre più sporadiche; formalità intesa come rituale simbolico, ovvero quello specifico scambio sociale che sa donare emotività e senso alla prassi quotidiana. Il rituale però, per definizione, è un atto ripetitivo, formalizzato o meno che sia, e ha bisogno di un tempo prolungato: bisognerebbe, in questo, contrastare quel malefico agente corrosivo del tempo a breve termine.

Nell’incontro dialogico infine, l’empatia deve sostituire la simpatia. Se in quest’ultima vi è un atto immaginativo di identificazione che si configura poi in una specie di “abbraccio”, l’empatia, diversamente, presta maggiore attenzione all’altro e alle condizioni poste da lui: l’ascoltatore deve uscire da se stesso per poter accedere all’incontro, che ha come componente basilare la curiosità verso l’altra persona. Oltre a ciò, per dare spazio al dialogo, l’uso del condizionale è quanto mai necessario, proprio nelle sue formule dubitative del “Forse qui si potrebbe…”, “Avrei detto che…”, “Scusate, ma…”, che prefigurano una situazione in cui il dubbio, le contraddizioni e i fraintendimenti ampliano la comprensione di sé e quella reciproca (mettendole in discussione), portando quindi le persone ad essere meno sicure, perché, fondamentalmente, “la chiarezza è nemica della collaborazione”.

 

Pensieri in coda:

Lavorare con la resistenza, mai contro la resistenza, usare la forza minima, avere il tocco leggero, mettere da parte l’angoscia iniziale della non-riuscita e soffermarsi sul problema, volergli bene a quel problema, curarlo, volerlo sempre comprendere, perché è così che si fa, se vuoi davvero conoscere te stesso, vada come che vada, non metterlo mai da parte per evitarlo, non serve a niente, renderà sempre più gigante lui e sempre più piccolo te, che solitamente tendi a chiuderti in te stesso, ad omogeneizzarti, a renderti sempre più uguale a te stesso, e a tutti gli altri, che come te credono di essere diversi da tutti gli altri come te, in questa cultura globale, perché è la loro uguaglianza ad allontanarli il più possibile dal problema, dal disagio che ne deriva, perché il problema è sempre la differenza, e bisogna interrogarla, ogni volta che capita l’occasione, e chiederle come sta, sentire le sue ragioni, sedere insieme con lei al tavolo urbano, per confezionare un rituale casuale e disinteressato, che col tempo che sa aspettare saprà cibarsi del perfetto sconosciuto, perché un caffè urbano ritualizzato stacca la spina della velocità, in questo nostro tempo a breve termine, che divora ormai troppo e tutto quanto, e che non lascia altro tempo per scambi sensati, relazioni prolungate, dialoghi arricchenti, che possono tormentarci piacevolmente di tante difficili e inaspettate differenze, e distonie, e che aiutano la nascita del legame, germogliano l’emozione, eruttano l’imprevedibile.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Richard Sennett, “Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione”, Feltrinelli, 2012.

[1] Prospettiva sulla povertà infantile: un quadro comparativo sul benessere dei bambini nei paesi ricchi, Unicef Innocenti Research Centre, Firenze, 2007.

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Culture Movement – Vladislav Petrovskiy

Percepire e comprendere le emozioni altrui è un’esperienza che ci connette ogni giorno con gli altri. Entriamo in empatia con qualcuno quando siamo capaci di metterci nei suoi panni, non solo tramite un ragionamento o un’astrazione, ma soprattutto in virtù del fatto che possiamo sentire le stesse sensazioni vissute dall’altro.

Immaginiamo di essere seduti ad un bar insieme ad un amico o ad un’amica per un aperitivo. Subito dopo aver assaggiato del cibo, improvvisamente sul volto del nostro compagno compare un’espressione di disgusto: le sopracciglia si aggrottano, la fronte appare corrugata, compaiono grinze sul naso e il labbro superiore si alza aprendo la bocca che lascia fuoriuscire la lingua. All’istante siamo in grado di cogliere la situazione, senza ragionarci sopra, ed è probabile che ci sentiamo anche noi un po’ disgustati in quel momento. Più la nostra attitudine empatica è marcata, più tendiamo a rispecchiare il volto di chi abbiamo di fronte con la nostra espressione facciale. Subito dopo il nostro amico ci dirà di non aver particolarmente gradito quella tartina, confermando a parole quello che avevamo già colto da soli. Come facciamo a capire intuitivamente cosa sta provando chi ci sta di fronte? Come riusciamo ad entrare in empatia gli uni con gli altri? A partire dalla nostra capacità di provare empatia, che conclusioni possiamo trarre rispetto alla natura umana?

Intorno ai primi anni ’90 un gruppo di ricercatori dell’università di Parma ha scoperto una nuova tipologia di cellule cerebrali, da cui possiamo partire per tentare di rispondere alle domande appena esposte. La proprietà che ha destato sorpresa nei ricercatori è che questi neuroni, collocati nella porzione motoria della corteccia cerebrale, non si attivavano soltanto durante l’azione svolta in prima persona, ma anche quando vediamo la stessa azione eseguita da un altro. In virtù di tale proprietà queste particolari cellule furono chiamate neuroni specchio. La scoperta avvenne inizialmente nel cervello del macaco e solo più tardi si è dimostrato che questi neuroni sono presenti nell’uomo, con funzioni addirittura accentuate. Prima di queste ricerche si pensava che i neuroni della corteccia motoria si attivassero solamente per implementare il movimento del soggetto, mentre i neuroni specchio rispondono anche a stimoli visivi e uditivi. In pratica, tornando alla scena di prima, mentre osserviamo il nostro amico al tavolo che afferra il bicchiere, versa l’acqua e sposta il vassoio del cibo, nel nostro cervello si stanno attivando le stesse aree motorie necessarie a compiere quei gesti. Per essere più precisi i neuroni specchio sono stati individuati nella corteccia premotoria e nel lobo parietale inferiore, aree del cervello interconnesse tra loro.

Empathy2I ricercatori di Parma, guidati dal Prof. Giacomo Rizzolatti, hanno ipotizzato che la funzione di questo meccanismo stesse nella possibilità di comprendere implicitamente le intenzioni dell’altro a partire dalla semplice osservazione dei suoi gesti. So quel che l’altro sta facendo, per paragrafare il titolo del testo di Rizzolatti e Sinigaglia, proprio perché il mio cervello sta attivando le stesse aree cerebrali utilizzate dall’altro. Naturalmente esiste sempre uno scarto tra la mia personale attivazione cerebrale e quella dell’altra persona: il rispecchiamento non è mai perfetto e tiene conto della mente e della soggettività di chi osserva. Inoltre, più il nostro repertorio motorio è simile a quello della persona osservata, più la sovrapposizione delle aree motorie sarà marcata. In un esperimento (2005) è stato osservato che, una ballerina di danza classica riesce a rispecchiare dentro di sé l’osservazione di un balletto molto meglio di chi è estraneo a questa disciplina. Quindi i neuroni specchio sono essenzialmente neuroni motori che rispondono anche all’osservazione e al suono di azioni e movimenti. Queste cellule per via delle loro potenzialità risultano coinvolte nelle capacità umane di imitare ed apprendere. Quando parliamo di imitazione ci riferiamo alla ripetizione di un gesto secondo il patrimonio motorio che appartiene all’osservatore. In questo caso più l’azione osservata appartiene al patrimonio dei movimenti di chi osserva, più sarà facilitata la sua replica. Percezione ed esecuzione motoria hanno bisogno di incontrarsi in uno spazio comune di rappresentazione nel cervello, e il sistema dei neuroni specchio garantisce questo incontro.

E per quanto riguarda le emozioni? I dati hanno suggerito l’esistenza di un funzionamento simile a quello del meccanismo specchio. In uno studio, Bruno Wicker e colleghi (2003) hanno sottoposto alcuni volontari ad un esperimento di risonanza magnetica funzionale articolato in due sessioni. Nella prima condizione i soggetti erano direttamente esposti a odori maleodoranti, mentre nella seconda i partecipanti osservavano filmati video raffiguranti varie espressioni facciali, tra cui quella del disgusto. In entrambe le condizioni si attivava la stessa porzione dell’insula anteriore sinistra, l’area del cervello implicata nell’esperire il disgusto. Quindi la vista di un volto disgustato attiva in maniera automatica le stesse aree coinvolte nella risposta emotiva all’odore maleodorante.

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Gjon Mili – The juggler Stan Cavenaugh, 1941

Torniamo alla scena iniziale: è grazie al riutilizzo delle nostre aree dell’insula implicate nel provare disgusto in prima persona, che possiamo comprendere l’esperienza spiacevole del nostro amico. Per spiegare questo meccanismo che fa leva sul riutilizzo delle aree cerebrali, Vittorio Gallese ha parlato di teoria della simulazione incarnata: alla vista dell’altro che agisce e si emoziona il nostro cervello simula, cioè imita internamente l’esperienza dell’altro, proprio in termini di movimenti ed emozioni, e quindi in un formato di rappresentazione corporeo (non simbolico), detto incarnato. Inoltre l’attivazione dell’insula sarebbe responsabile di quelle risposte viscero-motorie tipiche del caso, che ci fanno chiudere lo stomaco alla sola vista di un amico che prova disgusto per del cibo avariato. Senza queste reazioni vissute nel corpo non potremmo esperire così vividamente cosa sta provando l’altra persona, potremmo al limite averne una percezione cognitiva, ma senza riuscire davvero a metterci nei panni dell’altro.

Questi meccanismi ci permettono di avere una comprensione di tipo esperienziale di ciò che sta succedendo, generando in noi “rappresentazioni interne degli stati corporei associati a quelle stesse azioni” (Gallese, Migone, Eagle, 2006) e sensazioni che stiamo osservando. Un siffatto tipo di comprensione non esclude e non preclude l’esistenza di un altro tipo di comprensione a carattere più razionale, tramite cui costruire inferenze e ipotesi. Tuttavia, senza la prima avremmo solo un’impressione sbiadita degli altri e di ciò che provano. A riprova del carattere immediato e automatico di questo meccanismo si noti che, durante l’esperimento condotto da Wicker, a nessuno dei partecipanti era stata data istruzione di immedesimarsi con le persone dai volti disgustati che venivano proiettate sullo schermo. Lo stesso vale per l’esempio del bar: per provare disgusto non abbiamo bisogno di nessuno sforzo, di nessun atto di volontà, alla semplice vista del nostro sfortunato amico siamo in grado di provare la stessa sua emozione.

empatia (1)La scoperta dei neuroni specchio non ha fatto altro che sottolineare, ancora una volta, la predisposizione sociale dell’essere umano, già individuata da filosofi e sociologi. Siamo fatti per entrare in connessione diretta con gli altri, a partire dall’architettura del nostro sistema cervello-corpo. È però vero che empatia non significa necessariamente bontà. Anche due spadaccini coinvolti in uno scontro possono dirsi in empatia tra loro, nel senso che sono profondamente connessi, sono nei panni dell’altro proprio per capire meglio quale sarà la sua prossima mossa o il suo prossimo tentennamento. In ogni caso i neuroni specchio ci dicono che siamo predisposti per metterci in contatto e confrontarci con l’altro. In un articolo Vittorio Gallese (2010) ha specificato che “non è possibile concepire se stessi come un Sé, senza radicare questo processo di valutazione nella relazione con l’altro. […] La nostra identificazione sociale con gli altri è una caratteristica costitutiva di ciò che significa essere umani”. Ci sviluppiamo come soggetti grazie a una costante interazione col mondo sociale. L’idea è che la persona si costituisca e si arricchisca sempre a partire dalle relazioni con l’altro, già dalla nascita. La mente nasce dalle primissime e fondamentali relazioni di accudimento e si alimenta di continui rispecchiamenti con i nostri simili. Ora sappiamo che anche nel nostro cervello esiste uno spazio neurale che rappresenta contemporaneamente le mie emozioni e quelle dell’altro, uno spazio che Gallese (2010) ha definito noi-centrico: “questo spazio diventa più ricco e sfaccettato, in relazione al più ampio spettro e significato dei rapporti interpersonali nel corso dello sviluppo”.

Filippo Gibiino

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Riferimenti

Ammaniti M., Gallese V. (2014), La nascita dell’intersoggettività. Lo sviluppo del Sé tra psicodinamica e neurobiologia, Raffaello Cortina Editore

Gallese V. (2010), Il sé inter-corporeo. Un commento a “Il soggetto come sistema” di Manlio Iofrida, Ricerca Psicoanalitica, 3

Gallese V., Migone P., Eagle N. M (2006), La simulazione incarnata: i neuroni specchio, le basi dell’intersoggettività ed alcune implicazioni per la psicoanalisi. Psicoterapia e scienze umane, 3

Rizzolatti G., Sinigaglia C. (2006), So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio, Raffaello Cortina Editore

Uddin L.Q., Kaplan J.T., Molnar-Szackacs I., Zaidel E., Iacoboni M. (2005), Self-face recognition activates a frontoparietal “mirror” network in the right hemisphere: an event-related fMRI study. NeuroImage, 25

Wicker B., Keysers C., Plailly J., Royet J-P., Gallese V.,Rizzolatti G. (2003), Both of us disgusted in my insula: The common neural basis of seeing and feeling disgust. Neuron, 40