Archivio per novembre, 2014

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Il mondo spera, il mondo spara, il mondo spira.” (#Soliloquio)

Benché l’uomo abbia sempre avuto una smisurata capacità inventiva, la sua migliore invenzione è la non-invenzione, l’abilità cioè di trasmettere intatti e immutati da una generazione all’altra i modi fondamentali di fare le cose che egli ha appreso dalla generazione precedente. Il modo di concepire e allevare i bambini, di costruire le case, di pescare i pesci e di uccidere i nemici è identico per la maggior parte dei membri di una società: e questi modelli restano immutati per periodi di tempo relativamente lunghi…

Ora, lo so che ti sembra una cosa lontana, tanto lontana da sembrarti assolutamente normale; e so anche che il meccanismo della conoscenza pre-confenzionata ci salva dal caos e consente il quieto e normale svolgimento della vita quotidiana di tutti i giorni, del riconoscimento quasi immediato dello sviluppo dei rapporti tra di noi. Ma devi anche sapere che esistono le eccezioni, le variazioni, impregnate di inconsuete esplorazioni. La variazione è una presa d’atto, uno schiaffo che ti sveglia dal torpore quotidiano. Quasi come una farfalla, che col suo andamento leggero e spezzettato, ti svela imprevedibilmente nuovi cammini.

Quindi è inutile che ci stai a pensare: siamo nel bel mezzo di una formattazione sociale indefinita; un processo vitale costante e ripetuto che spazza via velocemente tutto ciò che forma. Quella forma per così dire, la stessa che ci consente di vedere il flusso zampillante della vita, muore in un istante, si sgretola dinnanzi alla vita ciecamente irrompente che relativizza ogni sua formazione, che le scetticizza tutte. E dunque lo sviluppo dello spirito è un eterno fallire la verità: “ciò che solo esiste e permane è la non permanenza, l’assoluta verità è che tutto è errore, l’assoluta permanenza è che tutto passa, l’assoluto è che tutto è relativo, l’assoluto è il relativo – chiamare ciò assoluto non è che un giuoco di parole” (Georg Simmel).

E allora, dato che è tutto lì, nella vita che zampillante rifiuta il concetto stesso di forma, immergiti in quella escrescenza, e raccogli le risposte che senti più vicine al tuo modo di essere. Lo so che il cambiamento è come un frastuono, e che le routine le abbiamo inventate fisiologicamente per distoglierci dal pensiero di pensare. Ma noi siamo fatti anche per questo. Ci siamo evoluti e siamo cresciuti grazie a questo. Riusciamo a comunicare oltre l’istinto tramite questo, attraverso il pensiero. E non c’è nulla di più autentico di un’intesa racchiusa in un batter ciglio, perché se è vero che è anche un riflesso fisiologico, può anche diventare altro – per mezzo della passione, della vicinanza, della complicità minuziosamente costruita – può diventare un rapporto sui generis, un codice tutto nostro che possiamo decifrare in segreto, solo io e te…

Quello che alla fine vorrei (semplicemente) dirti è che la semplicità delle selezioni che compiamo continuamente senza neppure accorgercene alla lunga si ingessano, e diventano forme fisse e convinte di sé, e in questo mondo governato da accelerazioni ripetute e repentine, tutto questo, tutto questo arresto nel mutamento del pensiero, non puoi assolutamente permettertelo.

Ed ecco che balza alla mente il rispetto per l’altro. Questo rispetto è senza dubbio una forma sofisticata d’amore, un amore per se stessi tutto particolare. Non è un processo facile. Come tutti i processi d’apprendimento merita costanza, dedizione, scocciature il più delle volte, ma il risultato su se stessi – assieme alla sorprendente dinamica compositiva di linguaggi e saperi che lo imbandiscono – è meravigliosamente appagante. Non basta sbirciare dalla finestra, scostare un attimino la tenda-merlettata-anti-mondo e vociferare “Sì, io ho rispetto!”…No, non funziona così. Bisogna aprire quella finestra, anche quando fa freddo, e bisogna far cambiare aria alla tua stanza, tutti i giorni. Poi, dopo aver saggiato il tempo, scenderai in strada, e percorrerai quel paesaggio visualizzato solo a distanza, immettendoti in quel territorio che non corrisponderà mai alla “mappa”, perché il nome dato ad una cosa non è quasi mai la cosa in sé. E allora bisogna saper veicolare su se stessi la “sensibilità per l’inaspettato”, che non è assolutamente una forma di tolleranza, perché quest’ultima presuppone sempre una sorta di latente prevaricazione sull’altro, come una specie di sentirsi-sempre-di-più. Si tratta, al contrario, di esplorare “fatti nuovi”, cercare “nuove connessioni tra i fatti”, che possono rendere sconosciuti perfino contesti familiari o, diversamente, rendere familiari contesti che a priori consideriamo lontani ed esotici. Si tratta di duro e puro allenamento, mentale e pratico, e sicuramente non concerne solamente il labiale…

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“Il pittore non deve dipingere quello che vede, ma quello che si vedrà.” Paul Valéry

Certo, ogni agire sociale è prima di tutto individualistico, personale e bisognoso delle necessità immediate. Ma queste ultime prendono forma e vivono solo in un senso sociale, che è organizzato e tacito, e permette la sorprendente coordinazione di diversità ed eterogeneità individuali mozzafiato; un bacino inesauribile di risorse preziose… Ecco: è esattamente il tipo di coordinazione sociale vigente che si è andata ad inceppare, che non funziona più, e che vivendo di una formattazione indefinita quanto sfuggente, non rende ai popoli un tipo di giustizia che si avvicina ad una che può essere definita umana. Troppo della ricchezza e delle ultime risorse rimaste viene accumulato in poche mani, sadiche e spietate. E troppo poco, viceversa, rimane sulle braccia di chi, stanco per aver lavorato onestamente una vita, si ritrova a dover combattere ancora, e ancora, solo per strappare un semplice sorriso di benessere alle persone care. Non va bene così. Le opportunità devono essere equamente distribuite. Le possibilità di redenzione personale devono trovare un comune accordo in una collettività che esalta le qualità del singolo, perché uniche e preziose per le assetate e bisognose comunità.

Chi detiene e pratica e preserva quelle qualità deve poterle spenderle localmente, affinché ci sia una ripercussione sana e positiva in senso globale. Pensare globalmente e agire localmente è una strada positiva, ma solo se i contesti in cui la si intraprende riconoscano le risorse dei soggetti, mettendole a sistema, valorizzandole e permettendone uno sviluppo cosciente. Evitando quindi una loro mortificazione, che arriva subito in senso “assistenziale” qualora quelle stesse risorse risultano impoverite e in deficit. Il puro assistenzialismo non serve a nulla, non costruisce proprio nulla: sperpera solamente quei pochi e ultimi aiuti rimasti. Quest’ultimi, al contrario, dovranno essere spesi per uno sviluppo personale e cosciente delle risorse personali, e ciò significa riattivare le risorse latenti dei soggetti, ed espanderle, e immetterle nel circuito di queste nostre comunità così tremendamente sfilacciate di legami sociali.

Non esistono solo le risorse economiche: bisogna estirpare dalla testa questo cancro onnipresente. Non è che solo da questo tipo di risorse si ricavano tutte le altre importanti alla vita. Non è che aumentando a dismisura questo tipo di beni materiali si ottiene poi automaticamente un benessere diffuso, condiviso. È una visione straordinariamente sbagliata questa. Le risorse umane, quelle spirituali per semplificare, creano col tempo anche le prime, ma ci vuole pazienza, lungimiranza, senso di devozione: occorre la canalizzazione di pratiche sane e decenti alla vita buona. Solo così, con il lavoro sociale – nel sociale – per il sociale si può avere la ghiotta probabilità di moltiplicare la ricchezza, una ricchezza fatta di testa e braccia che è però prima di tutto umana.

20140731_200217E dunque, un mondo in continuo divenire, un flusso velocissimo che spazza via ogni traccia appena improntata, e quello che salta fuori evidente da tutto questo tafferuglio informe è il livello di complessità raggiunta, percepita… Tale livello si è talmente intensificato anche nelle piccole cose che ormai la semplicità non sappiamo più nemmeno com’è fatta. Che cos’è la semplicità? Riusciamo oggi a darle un volto? Potrebbe essere uno sguardo d’intesa ricambiato, o una risata spontanea e genuina, oppure un sussurro all’orecchio solo per te, o ancora quel fresco vento che ti accarezza delicatamente, quando sei intento a contemplare gli attimi arancioni del giorno che si nasconde… “O quella grazia bruciante che tutto usurpa e giustifica e che, diversamente dall’anima umana (spesso accessibile a possesso), non è in alcun modo acquistabile, proprio come non possiamo annoverare tra i nostri beni i colori di nubi sfilacciate al tramonto sopra le case nere, o l’effluvio di un fiore che continuiamo a inalare con narici tese, fino allo stordimento, senza poterlo completamente estrarre dalla corolla…” (Vladimir Nabokov)

Quando all’improvviso spunta per qualche miracolo, quella semplicità ci ricorda che ci è mancata un sacco, e che ne vorremmo ancora: si può ancora oggi, con la vittoria e la supremazia dell’oggetto sul soggetto, riprodurla e farla durare? Si potrebbe emulare la complessità delle piccole cose e convertirla, di converso, in meccanismi altamente sofisticati di semplicità?
È piuttosto difficile a mio parere, ma se ci riuscissimo sarebbe una gran cosa: saremmo tutti più pieni e meno vuoti; penseremmo di più e, di conseguenza, ci sporcheremmo di più le mani senza delegare più nulla a nessuno o a nessun oggetto; avremmo più memoria e ricorderemmo molte più cose, aspetto fondamentale della vita che sta pian piano scomparendo; saremmo tante cose in più, sicuramente, per noi stessi e per gli altri, ma soprattutto, saremmo più liberi, liberi e autentici, per apprezzare la colma gratuità del mondo che curiosamente abbiamo a portata di mano, e che ci circonda ancora senza stancarsi mai…

Arrivati a questo punto però potrai benissimo dirmi che non è così, e che le cose non stanno in questo modo. Puoi anche insistere sul fatto che tutto questo, come lo vedo e sento io, non corrisponde davvero alla realtà… Ma proprio qui sta il punto: quella che tu ritieni falsa realtà è la mia percezione, e i filtri con cui tendo a vederla, a sentirla, potrebbero essere sfasati distorti o poco affidabili quanto vuoi, ma sono proprio quest’ultimi che mi permettono di sentire e di provare determinate cose in questo modo; sono proprio queste lenti, questa specie di sensori, che mi rendono me, nel modo particolare in cui esisto e sono al mondo…Perché la realtà per me, così come lo sarà probabilmente anche per te – ma immagino in maniera del tutto diversa, è e sarà sempre proprio questo: una collezione di istanti, catalogati in certo modo e sentiti e avvertiti in una particolare e distinta maniera. Ed è proprio la distinzione di alcuni istanti rispetto ad altri, la mia caratteristica messa a fuoco, e quindi l’importanza che attribuisco ad alcuni piuttosto che ad altri che segnano, e segneranno sempre, il discrimine tra me e te… Si tratta di quello che impatta su di me, di quello che mi colpisce e mi costruisce al contempo. E di tutto questo, di tutti gli effetti che in me produce, tu puoi farci ben poco se non nulla, perché alla fine è semplicemente ciò che sento io, e tu, col tuo essere e sentire diverso, difficilmente potrai cambiarlo… Dunque, quello che possiamo incominciare a fare è imparare a venirci più incontro, a comunicare meglio e a rispettarci di più, verbalmente o anche in silenzio se a volte vorrai, e vedrai che una seppur minima definizione a tutta questa informe-formattazione-in-corso possiamo cominciare a darla, lentamente, e a stenderla consapevolmente assieme, io e te.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Il postmoderno è uno storyteller in riva al mare

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“Non è necessario offrirsi agli altri: solo a coloro che si amano. Andare fino in fondo significa saper serbare il proprio segreto”. Ascolto l’ultimo disco di Francesco De Gregori, Vivavoce, e mi viene in mente questa frase di Albert Camus. Le canzoni di De Gregori non ti spiegano niente; piuttosto alludono, lasciano immaginare. Somigliano a un grande affresco, in cui ciascuno può cogliere un particolare diverso, tracciare un suo itinerario interpretativo, costruire una sua storia. Solo se si arriva in fondo alla sua discografia, mettendo assieme pazientemente i tasselli del mosaico musicale, il senso diventa via via più chiaro. Risaltano alcune figure principali.

Ci sono i centomila volti dell’Amore. Quello descritto in Cardiologia. “Che si gioca per vincere/ e non per partecipare/ che è ferito e non cade/ ma continua ad andare/ a sbattersi nel buio/ e a farsi vedere/ a sanguinare di nascosto/ e a pagare da bere/ a goccia a goccia”. L’amore sepolto nei fondali della mente e del cuore, che qualche volta riaffiora  (Atlantide, la dylaniana Non dirle che non è così).  L’amore benedetto, che è acqua nel deserto (“Deriva”) e lampada nella sera (“Bellamore”). L’amore prepotente ed effimero di “Dammi da mangiare” (Ci sono amori disordinati/ nei tuoi passati e nei miei passati/ e Notti come questa/ passate a rubare), quello che brucia in una notte (“Compagni di viaggio”, “Baci da Pompei”). L’amore che può essere riparo dalla tempesta (L’amore comunque) o maledizione (Ciao Ciao/ andarsene è un peccato però Ciao Ciao/ Bella donna alla porta che mi saluti /e baci abbracci e sputi/ e io che sputo amore..Ciao Ciao/ Bella ragazza che non m’hai capito mai). L’amore che si nasconde e si confonde, ma non si perde (Un guanto) e quello illogico di “Pezzi di vetro”(e non hai capito ancora come mai/ ma hai lasciato in un minuto tutto quel che hai); quello che insegna ma non si fa imparare di “Caldo e scuro”.

Candles_1C’è la coerenza verso sé stessi e i propri ideali. La convinzione che – nonostante pioggia e sole cambino spesso faccia alle persone – “se mi cercherai, sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai” (Sempre e per sempre). La stessa coerenza che è poi incompatibilità radicale con gli atteggiamenti opportunistici di alcune persone di successo, anche ex amici “che hanno perduto l’anima e le ali” (Pentathlon, Vecchi Amici). Una coerenza che però non sfocia mai nel moralismo e nel cinismo, ma che prevede la pietas verso gli avversari sconfitti (il Cuoco di Salò).  Ancora Camus: “Bisogna incontrare l’amore prima di aver incontrato la morale. Altrimenti, lo strazio”.

C’è l’Italia. Paese, oggi, “di pecore e pescecani/ di figli di donne di strada; di uomini tutti d’un pezzo/che tutti hanno un prezzo e niente c’ha valore; di dolcezza chiusa a chiave nei buchi neri delle città”. Eppure Paese con il maggior numero di persone che si dedicano al volontariato (cfr. Emmott, Good Italy, Bad Italy, 2012); persone che sanno stupirti,  rimanendo unite, con gli occhi asciutti nelle tante notti tristi della nostra Storia (Viva l’Italia). Eppoi la gente/ quando si tratta di scegliere e di andare/ te li ritrovi sempre con gli occhi aperti che sanno benissimo cosa fare/ quelli che hanno letto un milione di libri, insieme a quelli che sanno soltanto parlare/ ed è per questo che la Storia dà i brividi. (da “La Storia”).

C’è il Vangelo. La Donna Cannone, autentica imago Christi (voleremo in cielo in carne e ossa/non torneremo più), come il personaggio della Cattiva Strada (Senza dir niente lo seguì/ per la sua cattiva strada). Nell’”Agnello di Dio”, Cristo si confonde tra prostitute, ladri, spacciatori, militari; sempre scandaloso, senza posto dove stare, sempre in esilio, “condannato a morte per la vita” , ma “finché non troverà il suo posto al sole/ tutto questo mondo sarà prigione”.

C’è l’Apocalisse (nel senso biblico di Rivelazione) di “Futuro”, riuscita cover di Leonard Cohen, e quella di “l’aggettivo mitico”, spietata rassegna di una contemporaneità in cui la comunicazione, perduto qualsiasi ancoraggio ai contenuti, è arte della manipolazione e della menzogna, è “ l’ultimo rifugio dei vigliacchi”; in cui la guerra sanguinaria dei predatori si contrappone a quella serena degli aviatori; in cui l’economia reale non tiene il passo di quella virtuale (si abbassano le vetrine/ ma i prezzi continuano a scintillare). jack-kerouac-on-the-road-shellorz_h_partb

Sono tante le preghiere del cantautore romano. Dedicate a chi riesce a ritrovare la leggerezza dei gigli dei campi, l’allegria degli uccelli del cielo (a Pà); a chi dal fondo della miniera della tristezza trova ancora una voce per cantare (la ragazza e la miniera), anche se in modo improvvisato e stonato (il violino dei poveri è un ragazzino che al secondo piano piange ride e stona/ perché vada lontano/ fa’ che gli sia dolce anche la pioggia nelle scarpe/ anche la solitudine, in” Santa Lucia”)..

Il fil rouge della poetica di De Gregori- in continuità con i suoi amati Céline, Melville, McCarthy, Kerouac e Conrad – è però il Viaggio, la Strada. Dove si mescolano marinai, emigranti di oggi (Natale di seconda mano, Raggio di Sole) e di ieri (l’abbigliamento di un fuochista, Titanic, La ragazza e la miniera), straccioni, piloti d’aereo, ragazze appena maggiorenni (Ragazza del ’95), uomini semplicemente senza collari e padroni, armati solo della loro bussola interiore, pronti a rischiare la notte, il vino, la malinconia, la solitudine, pur di (in)seguire fino in fondo la loro Stella, la loro Follia, il loro Amore.“Che viaggiare non è solamente partire/partire e tornare/ma è imparare le lingue degli altri/imparare ad amare”..

Federico Stoppa

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Di Stefano Tomelleri, docente di sociologia all’Università di Bergamo.

L’ipotesi di questo breve saggio è che nel corso degli ultimi anni una vera e propria ideologia si stia diffondendo in modo acritico e subdolo nei più svariati contesti (educativi, sociali, assistenziali, sanitari, scolastici) della relazione di cura, intesa nella sua accezione più ampia. Educatori, insegnanti, operatori sociali e sanitari spesso denunciano con amarezza la loro totale impotenza e solitudine dinnanzi a una riduzione sistematica del valore delle loro professioni a mero fattore «economicistico». Più precisamente, i tanti professionisti della cura lamentano una progressiva erosione del legami sociali e della fiducia, causata dall’affermarsi di una specifica cultura del legame, che tende a degradare su un piano meramente strumentale e materiale la qualità delle relazioni interpersonali. L’ossessione per il risultato, il budget, la ricerca dell’ultimo tornaconto nel rapporto quotidiano con l’altro, gli incontri fuggenti, frammentati e frenetici sono alcuni dei tratti caratteristici di una ideologia diffusa e proliferante che qui chiameremo il «discorso del capitalista». Molti sono i contesti di vita quotidiana e professionale che possono essere portati a esempio degli effetti dirompenti di questo specifico discorso. Si pensi all’economia finanziaria, ai centri commerciali, alle intemperie consumistiche che invadono gli stili di vita delle nuove generazioni. Ma i luoghi delle relazioni di cura sono ancor più significativi per le loro implicazioni etiche, sociali e politiche. Negli ospedali, nei servizi sanitari, sociosanitari, sociali territoriali, nelle scuole, nella fitta trama di relazioni che compongono il welfare, si sta faticosamente elaborando la necessità di chiarire la natura di questo discorso.

Il «discorso del capitalista» 

L’espressione «discorso del capitalista» è dello psicoanalista Jacques Lacan. Si tratta di un vocabolario preciso che definisce il rapporto degli uni con gli altri, un discorso dello s-legame, della proliferazione della frammentazione e della precarietà della condizione esistenziale e sociale. Il «discorso del capitalista» non riguarda l’economia capitalista, ma una sua specifica interpretazione ideologica, né tanto meno si riferisce a un capitalista in particolare, ma appunto a un’ideologia diffusa nel senso comune, che interpella ciascuno di noi. Dopo due secoli di incontrastato sviluppo, J. Lacan intuisce che il capitalismo non è solo uno dei modi più potenti di trasformare la società, da feudale a industriale, da contadina a urbana, da nazionale a globale, ma è un discorso che può frantumare e pervertire le relazioni umane e gli altri discorsi (scientifico, medico, religioso, educativo, ecc.). Sono i discorsi, infatti, che segnano l’attribuzione di valore al nostro agire, al successo o all’insuccesso dei singoli soggetti e delle loro scelte. Specialmente in una società globale dell’informazione di massa e della conoscenza, l’identità personale, professionale e sociale è messa in crisi dall’informazione di cronaca e dalle proliferazioni di discorsi che vengono quotidianamente costruiti dai mezzi di comunicazione. Eppure, di solito, si tende a ignorare il fatto che quando facciamo un discorso, stiamo parlando del legame sociale che esiste tra di noi, lo stiamo costruendo, difendendo, presidiando. Nessun discorso è neutrale, ma è sempre estrinsecazione di un punto di vista, di un’azione specifica all’interno di un’interazione tra più persone. Raramente si allena la qualità mentale indispensabile per afferrare lo stretto nesso tra le vicende biografiche, gli scenari sociali e i discorsi quotidiani (Goffman, 1969).

Il «discorso del capitalista» è uno di quei discorsi che più di ogni altro impoverisce la complessità del presente e le nostre qualità mentali. Non è possibile in questa sede rendere conto della molteplicità degli esempi possibili in cui si declina il «discorso del capitalista» e i correlati processi di reificazione della realtà; si tratta delle derive dell’utilitarismo, la crisi della gerarchia, la mercificazione, la «liquefazione» dei rapporti e delle regole. Né, tanto meno, è possibile entrare nel merito di quale tipo di capitalismo stiamo parlando. Piuttosto, si può presentare una declinazione originale di questo discorso, attraverso un breve approfondimento di alcuni suoi tratti particolari e delle loro conseguenze sociali.

new-york-officeL’agire sociale ridotto a valore strumentale Esso indica la tendenza a trasformare il valore dell’azione sociale nel pervertimento dell’utile. L’utilità di un’azione diventa il principale parametro di attribuzione di valore, che annulla qualsiasi altra dimensione dell’agire. Bellezza, giustizia, solidarietà, evaporano, assumendo la fumosità retorica delle buone intenzioni. Nella relazione con l’altro diventa prioritario avere un congruo tornaconto e le relazioni sociali tendono ad assumere un valore strumentale.

L’enfasi sull’autonomia individualistica L’individuo e i suoi desideri diventano la misura di tutte le cose. L’agire sociale è sistematicamente ricondotto a motivazioni individualistiche, che considerano la relazione con l’altro un effetto secondario. L’individuo assume i tratti di un soggetto astratto, disancorato dai contesti locali e storici, sempre teso alla realizzazione consumistica dei suoi desideri illimitati e tutti legittimi, fintantoché rimangono confinabili nello scaffale di un centro commerciale. In nome di una non ben definita autonomia individualistica, è realizzabile tutto e il contrario di tutto, secondo la diffusa mentalità che l’individuo deve rendere conto solo a se stesso.

La performance a scapito della fiducia La rapidità e la velocità con cui si ottengono i risultati di successo è un altro valore prioritario dell’agire sociale. Il risultato di un’azione tende ad assumere maggiore importanza dell’azione e delle relazioni necessarie al suo raggiungimento. Ciò avviene spesso a discapito dei rapporti di fiducia e dei rapporti interpersonali. I contesti sociali in generale, e di cura in particolare, richiedono una velocità di esecuzione degli obiettivi imposti o sollecitati che lascia poco tempo per ritardi, eventi gratuiti, momenti di socialità, di ascolto, di condivisione, ecc. Sempre di più, ad esempio, i progetti educativi e sociali sono condizionati nella loro realizzazione dalla logica efficiente del risultato.

La riduzione del sapere a schemi standardizzati Un approfondimento a parte richiede il concetto di standardizzazione che durante gli ultimi anni, nei vari ambiti delle relazioni di cura, ha avuto una diffusione capillare. L’idea standard si basa sulla ferma certezza di poter separare nettamente i parametri generalizzabili, suscettibili di essere misurati e organizzati quantitativamente, come sono tipicamente gli indicatori numerici, dalle interferenze costituite dalle eccezionalità, singolarità o imprevedibilità. Da questo punto di vista, che presiede a una diffusa modalità di separare dualisticamente le scienze naturali da quelle sociali, le idiosincrasie intrinseche agli aspetti biografici, relazionali e culturali degli essere umani vengono messe tra parentesi. L’idea di fondo è che sulla realtà antropologica e sociale non si possa sviluppare una vera conoscenza scientifica, in quanto essa non è riconducibile nei parametri di prevedibilità controllabile, ovvero in una semiotica dell’evidenza dei dati oggettivi, che una mente onnisciente potrebbe cogliere in tutta la loro assoluta trasparenza. La dimensione esistenziale, sociale e antropologica, in questa rappresentazione, viene concepita unicamente in termini di pianificazione, di organizzazione formale e razionale del tempo e degli spazi, che diventano così principi normativi della società, utili a ridurre la realtà a schemi trasparenti, decifrabili e prevedibili che semplificano drasticamente la varietà culturale, religiosa, valoriale della condizione umana. La standardizzazione di procedure in ambito sanitario, ad esempio, è molto spesso chiaramente ispirata all’idea che la realtà sia governabile secondo schemi quantitativi e indicatori misurabili, operando una sistematica rimozione degli aspetti contingenti, casuali e caotici della condizione umana, che sono ritenuti marginali. La metafora del docile robot rende immediatamente il significato che si tende ad attribuire all’ottimizzazione della prestazione di cura. È l’inumano tecnologico riproducibile in modo seriale, dove la dimensione sociale e artigianale del lavoro rischia continuamente di essere ridotta a procedura standardizzabile e anonima (Sennett, 2009). L’umano del gesto tende a essere trasformato in una componente meccanica riproducibile, impersonale, volta alla veloce precisione di un gesto utile e puntuale, che non si deve permettere approssimazioni o improvvisazioni fuori dagli schemi protocollati.

hopper.chair-carLa diffusione di sfiducia e incertezza

L’incertezza diventa una condizione singolare delle relazioni sociali erose dal «discorso del capitalista». La società italiana, così come le altre società del capitalismo avanzato, è orientata a offrire molteplici possibilità di realizzazione personale, professionale, sociale, ma il prezzo da pagare per queste infinite opportunità sembra la diffusione di un’incertezza strutturale ed esistenziale. L’orizzonte di senso in cui viviamo è sempre più orientato a offrire infinite possibilità di scelta, ma le società appaiono incapaci di promuovere le condizioni di sicurezza sociale necessarie per realizzarle.

Una progressiva perdita delle tutele Le infinite possibilità di scelta si scontrano con una realtà selettiva e non sempre solidale. Le biografie individuali sono esposte agli effetti del «discorso del capitalista»: una crescente competizione, una progressiva perdita delle tutele garantite dal sistema di servizi sociali e dei modi tradizionali di interpretare l’azione. Il soggetto del «capitalismo societario» tipico dei primi decenni successivi alla seconda guerra mondiale (cfr. Magatti, 2009) si è emancipato da alcune costrizioni e dallo stato di indigenza economica, scoprendo nuove possibilità di realizzazione dei propri desideri e delle proprie potenzialità. Questo straordinario processo di liberazione soggettiva non era abbandonato a se stesso, perché importanti norme, istituzioni e strutture sociali garantivano alcune sicurezze fondamentali. I diritti di cittadinanza politica, civile e sociale e le garanzie crescenti per le condizioni dei lavoratori, sono stati dei punti di riferimento saldi e utili per pianificare le azioni individuali e per realizzare sempre nuovi propositi. Non si vuole con questo proporre un quadro idilliaco del «capitalismo societario», naturalmente. È fin troppo noto che le sue virtù stabilizzatrici avevano prezzi anche molto elevati. Nella tarda modernità del «capitalismo tecno-nichilista», per usare un’espressione di Mauro Magatti (2009) la situazione è però radicalmente cambiata. I punti di rottura all’epoca moderna sono sempre più distintamente visibili. A marcare una forte discontinuità tra modernità e tarda modernità è stato indubbiamente il processo di globalizzazione. Esso ha segnato una profonda accelerazione della crisi del welfare e della diffusione della concorrenza economica. Il legame tra liberazione dei desideri di autorealizzazione e nascita dello Stato moderno ha mantenuto un’efficacia considerevole fino a quando la mondializzazione dei mercati non ha trasformato in profondità i processi di costruzione delle identità sociali, i piani di realizzazione delle aspirazioni personali, il patto profondo implicito nel legame tra lo Stato, il territorio e i suoi cittadini.

Hopper-Sunday-1926Le politiche preannunciano una vita carica di rischi La competizione interna alle relazioni intersoggettive, la concorrenza nel lavoro, nei percorsi di formazione e nell’accesso all’istruzione hanno reso incerta la capacità degli attori sociali di previsione rispetto alle scelte e alle azioni necessarie per soddisfare i desideri. Nessun sociologo ha espresso questo concetto meglio di Zygmunt Bauman: «L’aleatorietà dell’occupazione prodotta dalla competizione sul mercato era allora, come ancora oggi, la principale fonte di incertezza riguardo al futuro e di insicurezza della posizione sociale e dell’autostima che ossessionava i cittadini. Lo stato sociale cercò di proteggere i suoi sudditi soprattutto da questa incertezza, rendendo il lavoro più sicuro e il futuro più garantito. Ma (…) questo non è più il caso. Lo stato contemporaneo non può più mantenere la promessa del welfare state e i suoi esponenti governanti non hanno più interesse a riproporla. Le loro politiche preannunziano, al contrario, una vita più precaria e carica di rischi, che esige molta capacità di destreggiarsi mentre rende la pianificazione a lungo termine, per non parlare di progetti per un’intera vita, quasi impossibile» (Il disagio della postmodernità, Mondadori 2002)

Questa immagine dell’incertezza inchioda alla precarietà e alla flessibilità cronica, alla paura del futuro, alla disgregazione dei legami sociali e alla crisi delle relazioni di fiducia. Il desiderio di prevedere e controllare il futuro tende a trasformarsi in un’ossessione per la prevedibilità e per la pianificazione, che non tollera l’aleatorietà dell’esistenza e della storia. È quella «vita più precaria e carica di rischi», nella quale la pianificazione a lungo termine si è fatta letteralmente impossibile, ad alimentare negli attori sociali la diffusione endemica di quel sentimento individuale di frustrazione e di rivalsa che altrove ho chiamato risentimento (Tomelleri, 2004). Ciò crea spaesamento, ma innanzitutto sofferenza esistenziale verso un futuro che diventa sempre più difficile da prefigurare, in assenza degli altri con cui immaginarlo (Bauman, 1999).

L’operatore bloccato dal «discorso del capitalista» Quanto il «discorso del capitalista» sia corrosivo del legame sociale, lo si vede dalle riforme del sistema di welfare, dove la relazione di cura è progressivamente ridotta a prestazione seriale in una logica di domanda e offerta finalizzata all’«erogazione». La serialità della cura non ha inficiato la qualità dei servizi – che anzi stanno ottimizzando le proprie procedure alla luce di un ideale diffuso di efficienza tecnica – quanto la dimensione fiduciaria della relazione di cura. La crisi della fiducia tra operatori del welfare e cittadini dipende principalmente dal fatto che il «discorso del capitalista» è prima di tutto un discorso sullo s-legame, mentre le professioni di cura accadono sempre all’interno di un legame sociale e affettivo. Il gesto di cura in un’ottica economicistica tende invece a trasformarsi in un gesto seriale finalizzato a risolvere il disagio in tempi rapidi, mettendo in secondo piano le molteplici implicazioni sociali, culturali e relazionali che rendono il vissuto e la biografia di una persona un caso sempre unico e irripetibile (Illich, 2005).

Un compito di ricomposizione

La serialità dei gesti e delle procedure settoriali parcellizza i contesti sociali in una moltitudine di frammenti individualistici che richiedono un faticoso lavoro di ricomposizione per essere ristrutturati in un quadro concettuale unitario. È come se gli operatori dovessero continuamente ricomporre un puzzle di cui colgono tuttavia solo una minima parte, a causa della moltiplicazione di voci, spesso solitarie (pazienti, famigliari, manager, politici, giornalisti, avvocati, ecc.), e di relazioni s-legate.

L’esposizione a scelte manageriali perverse A partire da una serie di materiali sociologici raccolti nel corso di diversi anni di ricerche e di percorsi di formazione all’interno di strutture di cura, ambulatori di medicina di base, ospedali, aziende sanitarie locali, scuole, comunità per minori, istituti penitenziari, residenze per anziani, ecc. abbiamo constatato che gli operatori hanno spesso la sensazione che le loro attività professionali siano esposte a una serie di complotti e che i loro problemi e difficoltà risentano degli effetti a volte perversi dei cambiamenti organizzativi ed economici imposti dalla classe dirigente o da un sistema aziendalistico in cui non si riconoscono. La loro sensazione è di non riuscire a cogliere un legame sensato tra la vita quotidiana e i cambiamenti che li coinvolgono. Questa sensazione il più delle volte ha una conferma giorno per giorno: il lavoro sociale, l’esperienza formativa e professionale, l’azione terapeutica, sono circoscritte alla loro orbita operativa. I poteri di un professionista della relazione di cura sono proporzionati alla cerchia di persone che frequenta: i colleghi, gli utenti e i loro famigliari. Accade che rimanga spettatore o attore maldestro quando interagisce con gli altri saperi professionali, con i colleghi di altre realtà o ancor di più con i contesti di vita sociale estranei alla sua pratica professionale, tribunali, giornali, talk show, ecc. Secondo il caso, può trattarsi di malasanità, di tagli alla spesa, di riforme regionali, provinciali o locali oppure della diffusione di un virus quasi letale o fantomatico, o chissà cos’altro, alcuni professionisti rischiano di trovarsi immersi in un turbinio operativo, altri rischiano di perdere l’impiego. Ogni operatore sociale, ormai da alcuni anni, si sveglia ogni mattina sapendo che sarà oberato da protocolli, linee guida, ricettari aggiornati, montagne di carta, e che dovrà assistere a una scena primaria che si ripete secondo schemi di routine, a volte privi di senso, dove la sua scrivania è stracolma di richieste urgenti, che più o meno rapidamente aspettano di essere soddisfatte. Si fa sempre più strada la consapevolezza che molte delle trasformazioni avvenute nel passato recente (creazione delle aziende sanitarie territoriali, aziendalizzazione, esternalizzazione dei servizi) trascendono il mondo quotidiano e professionale.

Quale percezione dell’intreccio tra micro e macro? Di solito l’operatore non vede che i suoi problemi sono legati ai discorsi che concretamente si costruiscono nelle conversazioni quotidiane o mediatiche. Non attribuisce il suo malessere o il suo benessere ai discorsi sulla società in cui viviamo, alle teorie più o meno implicite della società. L’operatore (ma anche il cosiddetto «uomo comune»), raramente è consapevole delle complesse interdipendenze tra i discorsi che facciamo, il mondo vitale che abitiamo e le grandi trasformazioni storiche e sociali in cui viviamo. Non dobbiamo meravigliarci se gli operatori sociali e gli altri professionisti della relazione di cura sentono di non poter dominare e comprenderei molteplici mondi frammentati e settoriali in cui si ritrovano freneticamente e ripetutamente immersi. Non è una questione di mere competenze tecniche o cognitive. In questa nostra società della conoscenza e dell’informazione diffusa, i discorsi spesso superano la nostra capacità di assimilarli o di comprenderli nella loro unità. Non è nemmeno un problema legato a una specifica professione, o alle arti della speculazione filosofica, anche se spesso i tanti corsi di formazione tecnici sulla comunicazione esauriscono le limitate energie rimaste.

Nighthawks_by_Edward_Hopper_1942Uno sforzo di analisi critica

Ascoltando i racconti degli operatori abbiamo compreso che il «discorso del capitalista» è il discorso dominante. Non investe solo la dimensione delle pratiche professionali o dell’aziendalizzazione, ma più in generale riguarda l’ordine simbolico delle professioni. Non è l’unico discorso, però. Ciò vale per tutti quei medici, infermieri, operatori socio-sanitari, educatori professionali, assistenti sociali, insegnanti che quotidianamente cercano di discutere diversamente tra loro, con i loro utenti e i famigliari. Il problema è che il «discorso del capitalista» tende all’egemonia, marginalizzando o disgregando altri possibili discorsi sul legame sociale e sulla cura. Per resistere a questa deriva egemonica e ossessiva dobbiamo accogliere la possibilità, inedita rispetto al passato, di riconoscere e coltivare l’analisi teorica come competenza critica. Se vogliamo, possiamo immaginare l’incertezza come la rottura dell’ordine meccanico e seriale: un guasto imprevisto nel docile robot, la possibilità dell’improbabile. Questo sforzo di analisi critica e di immaginazione, non è richiesto solo agli operatori sanitari. Certo, la relazione di cura è forse oggi uno degli ambiti dove il «discorso del capitalista» fa emergere, in modo più crudo rispetto ad altri contesti, le sue spinte disgreganti il tessuto sociale. Eppure, anche al cosiddetto «uomo comune» oggi serve una buona dose di immaginazione relazionale e sociale per cercare una difficile ricomposizione dei molteplici frammenti biografici, spesso fragili e a volte solitari. Se vogliamo un nuovo progetto per il futuro dobbiamo abbandonare la mentalità neoliberistica, manipolatoria e consumistica e metterci alla ricerca di alleanze, sebbene faticose, e di legami sociali solidali, sempre meno scontati.

Fonte: Rivista Animazione Sociale, mensile per gli operatori sociali, N. 247, novembre 2010.

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Pompei. Tutto è metafisico in questa città, fino alla sua geometria sognante, che non è quella dello spazio, ma una geometria mentale, quella dei labirinti – poiché il congelamento del tempo è più acuto ancora nel calore del sud.

Magnifica è per la psiche la presenza tattile di queste rovine, la loro suspense, le loro ombre che ruotano, la loro quotidianità. Si coniugano la banalità della passeggiata e l’immanenza di un altro tempo, di un altro istante, unico, che fu quello della catastrofe. È la presenza micidiale, ma abolita, del Vesuvio che dà alle strade morte il fascino dell’allucinazione – l’illusione di essere qui e ora, alla vigilia dell’eruzione, e la stessa persona risuscitata duemila anni più tardi, per un miracolo di nostalgia, nell’immanenza di una vita anteriore.

Pochi luoghi lasciano una tale impressione d’inquietante stranezza (non meraviglia che Jensen e Freud vi abbiano ambientato l’azione psichica di Gradiva). È tutto il calore della morte quello che si sente qui, reso più vivo dai segni fossili e fuggitivi della vita corrente: i solchi nelle ruote nella pietra, l’usura delle vere dei pozzi, il legno pietrificato di una porta socchiusa, la piega della toga di un corpo sepolto sotto la cenere. Nessuna storia si interpone tra queste cose e noi, quella storia che dà il loro prestigio ai monumenti: esse si materializzano qui, immediatamente, nel calore stesso in cui la morte le ha prese.

Né la monumentalità né la bellezza sono essenziali a Pompei, ma l’intimità fatale delle cose, e il fascino della loro istantaneità come del simulacro perfetto della nostra propria morte.

Pompei è così una sorta di trompe-l’oeil e di scena primitiva: la stessa vertigine di una dimensione in meno, quella del tempo – la stessa allucinazione di una dimensione in più, quella della trasparenza dei minimi dettagli, come la visione precisa di alberi immersi vivi in fondo a un lago artificiale mentre, nuotando, quasi li sorvolate. Tale è l’effetto mentale della catastrofe: arrestare le cose prima che giungano alla fine, e mantenerle così nella suspense del loro apparire.

??????????Pompei nuovamente distrutta dal terremoto. Che cos’è questa catastrofe che si accanisce su delle rovine? Che cos’è
una rovina che ha bisogno di essere nuovamente smantellata e sepolta? Ironia sadica della catastrofe: essa attende in segreto che le cose, anche le rovine, riacquistino la loro bellezza e il loro senso per abolirle di nuovo. Essa veglia gelosamente e distrugge l’illusione di eternità, ma pure vi gioca, perché irrigidisce le cose in una seconda eternità. È questo, questa rigidità paralizzata, questa siderazione di una presenza grondante di vita a opera di un’istantaneità catastrofica, è questo che dava fascino a Pompei. La prima catastrofe, quella del Vesuvio, era riuscita bene. L’ultimo sisma è molto più problematico. Sembra obbedire alla regola del raddoppiamento degli eventi in un effetto parodistico. Ripetizione pietosa di un grande prima. Compimento di un grande destino attraverso il tocco di una divinità miserabile.

Ma forse ha un altro senso: sta ad avvertirci che non sono più tempi di crolli grandiosi e di resurrezioni, di giochi della morte e dell’eternità, ma di piccole frantumazioni, di annientamenti delicati, mediante slittamenti progressivi, e ormai senza domani, perché sono le tracce stesse ciò che questo nuovo destino cancella. Esso ci introduce all’era orizzontale degli eventi senza conseguenza, ove l’ultimo atto è messo in scena dalla stessa natura in un bagliore di parodia.

Jean Baudrillard

Fonte: Le strategie fatali, Feltrinelli, 2011.

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Possono darsi spazi pubblici senza sfera pubblica? E viceversa, può la sfera pubblica sussistere nello spazio astratto dei media e in quello virtuale supportato dalle nuove tecnologie senza legami con gli spazi delle relazioni faccia a faccia, casuali o organizzate?

La crisi della politica o più in generale della democrazia – non solo nel nostro Paese, è sovente declinata in termini di disaffezione da parte dell’opinione pubblica per i partiti e di scarsa affluenza elettorale. Per spiegare il fenomeno, altri osservatori pongono invece l’accento sulle trasformazioni della dimensione materiale, concreta, dell’agire politico; in particolare, il restringimento (o lo stravolgimento) dello spazio pubblico urbano, inteso sia come spazio fisico che relazionale, generato quindi tanto dalla pianificazione urbana quanto dalle pratiche sociali. Tra questi osservatori figura Chiara Sebastiani, docente dell’Università di Bologna e autrice del volume Una città una rivoluzione. Tunisi e la riconquista dello spazio pubblico (Pellegrini Editore, 2014).

In questa ricca intervista esclusiva per il Conformista, la prof.ssa Sebastiani – con un occhio rivolto alle vicende della Tunisia dopo le ultime elezioni, in specie alla questione islamica e femminile – ci aiuta a comprendere meglio lo stretto rapporto che esiste tra città pubblica e democrazia, ridimensionando, fra l’altro, il ruolo “salvifico” della Rete.

D: Per incominciare… Che cos’è per Chiara Sebastiani lo “Spazio pubblico”? Ci potrebbe dare una sua definizione di “tipo ideale”?

R: Uso l’espressione “spazio pubblico” (rifacendomi ad un paio di importanti pensatori come Juergen Habermas e Hannah Arendt), per designare uno spazio, concreto o astratto, accessibile a tutti, dove ci si tratta – per convenzione – da eguali anche se non lo si è, e dove si discute di questioni di interesse generale, usando argomenti e non posizioni precostituite. E’ lo spazio di formazione di un’opinione pubblica critica e autorevole, non manipolata. “Tipi ideali”, nel senso di “modelli” di spazio pubblico sono l’agorà greca e la piazza medievale. Nelle medine nordafricane il caffè e il barbiere, nei Balcani il bazar. Da notare che quando diciamo “tutti” intendiamo tutti coloro che una determinata società ritiene qualificati a comparire in pubblico. Inizialmente erano esclusi ovunque, o quasi, gli schiavi, gli stranieri, le donne. Quasi ovunque, oggi, si trovano ancora spazi pubblici che escludono le donne (non necessariamente per legge ma per costume). In alcune società esistono spazi pubblici separati per sesso, per esempio, in Nordafrica e Medio Oriente, il hammam.

D: Parliamo del dibattito culturale sull’Islam… Alla luce dell’esito delle ultime elezioni politiche, e vista quindi la sconfitta del partito di orientamento islamista moderato: quale carattere ha assunto, secondo Lei, la legittimazione delle trasformazioni in atto? Ci sono state delle cause particolari che hanno riproposto, sulla scena politica, la maggioranza del versante laico?

tunisia democracyR: Le ultime elezioni in Tunisia hanno innanzitutto consolidato le istituzioni democratiche: si è votato per la seconda volta in modo libero e trasparente, eleggendo un’assemblea legislativa “ordinaria”, legittimata dal voto popolare e destinata a restare in carica cinque anni. In secondo luogo le elezioni, con l’assetto tendenzialmente bipartitico che hanno dato al nuovo parlamento, hanno “sdoganato” – per quanto paradossale ciò possa sembrare – proprio Ennahdha, cioè quel partito islamista moderato che le opposizioni si proponevano di escludere dalla scena politica. La sconfitta di Ennhdha mostra che il suo elettorato non era costituito solo da uno zoccolo duro di sostenitori fideisti (il cosiddetto “voto di appartenenza”) ma anche da un elettorato di “opinione” di cui una parte, delusa, ha votato per il suo avversario, dando vita ad una “alternanza” propria di un sistema democratico. Inoltre, essendo comunque Ennhdha risultato il secondo partito in parlamento, i futuri assetti di governo e molte delle leggi (in particolare quelle che richiedono un voto a maggioranza qualificata) dovranno essere negoziate con quella forza politica.

E’ peraltro improprio parlare di “ritorno della maggioranza laica”: questa in Tunisia non è mai esistita e non esiste nemmeno oggi. Nel 2011 i partiti che si definivano “laico-modernisti” conobbero una pesante sconfitta; nel 2014 il vincitore, Nidaa Tounès, è un partito che rifiuta esplicitamente di definirsi “laico”. Più proprio è quindi parlare del successo di una formazione politica antislamista, creata ad hoc per riunire le forze che si oppongono all’islam politico.

Questa formazione ha attirato (in Tunisia dicono ha “syphonné” ha risucchiato) il voto di individui e gruppi con sensibilità diverse e motivazioni diverse. E’ stato un voto “voto-sanzione” nei confronti di Ennahdha degli elettori delusi e un voto strategico (o “voto utile”) di un’opposizione la cui precedente frammentazione aveva contribuito in buona parte al successo degli islamisti. Hanno votato Nidda Tounès coloro che aspettavano dalla rivoluzione un miglioramento delle loro condizioni di vita e hanno spesso visto un peggioramento (“non ci è arrivato nulla”), coloro che attentati terroristici, omicidi politici e lunga latenza delle forze dell’ordine hanno spaventato (“ai tempi di Ben Ali almeno si stava tranquilli”), coloro che si sono sentiti minacciati nel proprio modo di vita, soprattutto le donne (“volevano imporci il loro modello di società, ci avrebbero costrette tutte a portare il hijab“). Ai quadri di Nidda Tounès, partito in cui sono confluiti storici personaggi dell’epoca di Bourguiba e di Ben Ali – il leader Essebsi è stato ministro sotto ambedue – si attribuisce esperienza e competenza in virtù delle cariche pubbliche da loro occupate dall’Indipendenza ad oggi. Due parole sintetizzano le aspettative di quasi tutti gli elettori di Nidda Tounès: “sicurezza” (contro il terrorismo) e “stabilità” (per la ripresa economica).

Come si vede, il dibattito culturale sulla natura dell’islam ha avuto un ruolo secondario in queste elezioni, rispetto a quelle del 2011. I fallimenti e gli errori del governo a maggioranza islamista che gli hanno fatto perdere consensi sono altri, alcuni quasi inevitabili. La performance economica non è stata negativa come sostengono gli oppositori, tenuto conto delle ricadute inevitabili della rivoluzione su settori chiave quali il turismo. Le più grandi difficoltà il governo le ha incontrate nel suo rapporto con l’apparato statale, un apparato “di regime” costruito da Ben Ali, e con il sindacato unico UGTT i cui quadri in larga parte provengono dalla sinistra marxista, gli uni e gli altri da sempre avversari dell’islam politico. All’interno dell’apparato statale Ennahdha non ha saputo costruire alleanze con quella parte di personale attaccato alla imparzialità e alla correttezza della funzione pubblica, preferendo piazzare uomini di sua fiducia nei posti chiave, né è riuscita a rassicurare quella parte importante del ceto medio intellettuale, gli insegnanti in primis, formati nella tradizione illuminista del bourguibismo e del laicismo francese. In quanto al terrorismo, in Tunisia esso può venire da frange islamiste radicali (tipo Brigate Rosse), da jihadisti qaedisti delle aree interne (che approfittano dell’ingente penetrazione di armi dalle frontiere libica e algerina), e da settori dello stato non convertiti alla rivoluzione. In questo contesto difficile da gestire per chiunque gli uomini di Ennahdha (che non avevano nessuna esperienza di governo essendone stati sempre esclusi) di errori ne hanno commessi una quantità ingente.

D: Ritornando alle considerazioni sullo spazio pubblico… Durante la lettura del suo libro ci siamo più volte chiesti: perché, in generale, il corpo nello spazio pubblico, dopo una prima “riconquista” in senso civico, finisce poi per diventare quasi sempre uno strumento strategico per il raggiungimento del potere politico? Quali condizioni e quali variabili di luoghi e pratiche occorrono affinché quello spazio pubblico valorizzi, e quindi faccia durare nel tempo, una sfera pubblica di tipo “civico-sociale”? (Anziché, unicamente, una sfera pubblica di tipo “politico”?)

Supporters-of-Beji-Caid-E-012R: In tutte le società patriarcali il corpo delle donne è sempre stato la posta in gioco di lotte per il potere politico e di competizioni per l’esercizio dell’egemonia culturale. Nel modo in cui appare e agisce nello spazio pubblico esso rinvia sempre simbolicamente a determinati assetti sociali e culturali sicché chi vuole conquistare una società e imporle la sua supremazia cerca di farlo conquistando e controllando il corpo delle donne. Ciò non avviene solo nelle forme brutali dello stupro etnico. I colonizzatori francesi in Algeria combatterono strenuamente il velo delle donne perché quello era il simbolo di una intera cultura e dei suoi valori. Oggi la battaglia ideologica è più sofisticata. In Tunisia i diritti delle donne sono stati invocati in funzione anti islamista ma rischiano di essere dimenticati non appena raggiunto l’obiettivo, come non mancano di sottolineare alcune leader del femminismo storico.

L’unico modo per impedire che lo spazio pubblico diventi spazio di lotta per il potere è un presidio costante dei cittadini. Affinché uno spazio pubblico sia davvero luogo di pratiche discorsive civiche e sociali che consentano la formazione di un’opinione pubblica libera e critica occorrono due cose. La prima è che esso abbia la sua base in una dimensione spaziale fisica, urbana, dove i rapporti sono faccia a faccia. In ultima analisi, la possibilità sempre presente – anche quando si frequentano spazi mediatici e virtuali – di ritrovarsi in uno spazio di compresenza fisica è l’unica garanzia contro le manipolazioni dell’opinione pubblica. La seconda è che questo spazio materiale – quali che siano le sue forme: strade e piazze, caffè e teatri, cinema e mercati –  sia “appropriato” dai cittadini, cioè venga investito, materialmente, simbolicamente, affettivamente, da pratiche spontanee o auto-organizzate che nascono dal basso, non da attività programmate dall’alto. Ciò peraltro è possibile soltanto se i cittadini conservano il gusto per l’incontro e il confronto tra sconosciuti, e finché apprezzano la possibilità di avere spazi in cui “tutti parlano con tutti” come dice una delle mie intervistate nel libro. Nelle nostre città lo abbiamo perso in gran parte. Basti guardare un qualsiasi potenziale “spazio pubblico”: ognuno è ripiegato sul proprio cellulare e isolato dalle proprie cuffie nelle orecchie. In Tunisia potrebbe perdersi o se i cittadini cedono alla paura della violenza o se si lasciano convincere dalle voci interessate che sostengono che la libertà d’espressione è conquista di poco conto a fronte dei problemi materiali del popolo. Lo spazio pubblico, infatti, si conserva solo nella misura in cui viene ricreato e praticato quotidianamente dai cittadini. Non distinguerei tra spazio “civico” e “politico”; ritengo che questa distinzione (che riduce il politico a lotta tra i partiti) abbia una forte connotazione ideologica e sia funzionale ad una depoliticizzazione della società che favorisca il dominio del mercato. “Politico” e “civico” derivano ambedue (l’uno in greco, l’altro in latino) dal termine “città” inteso non solo come habitat ma come comunità e come corpo che determina cosa è il bene comune.

D: Abbiamo visto come nel dibattito mass-mediatico si tenda oggi a ridurre la sfera pubblica al solo livello astratto e virtuale, senza tener conto delle “ragioni della strada”; (come è avvenuto, d’altronde, anche in occasione di questa particolare rivoluzione). Lo stesso Bauman afferma che “oggi qualunque forma di prossimità è destinata a misurare i propri pregi e difetti in base agli standard della prossimità virtuale” … Cosa risponde a queste affermazioni, considerata anche la “compressione” della sfera pubblica da Lei stessa constatata in Tunisia due anni dopo la rivoluzione? Il virtuale, da questo punto di vista (cioè considerando una presunta vitalità della sfera pubblica), sta davvero prendendo il sopravvento sul reale?

R: La sfera pubblica virtuale è fatta di individui (malgrado il grande uso del termine “community”); la sfera pubblica materiale costituisce un collettivo. Sono due tipi di spazi pubblici dotati di caratteristiche, pregi e difetti, molto diversi tra di loro. Una rivoluzione non può farsi online anche se la rete e le sue piattaforme possono essere utilissime per preparare una mobilitazione e per fornirle un appoggio logistico prolungato nel tempo. La presenza dei corpi nello spazio è il fondamento stesso della politica (altrimenti perché ci preoccuperemmo tanto dell’accesso delle donne agli spazi pubblici materiali?). La Rivoluzione tunisina si è fatta negli spazi, e molti di questi sono diventati simboli: l’avenue Bourguiba, la Kasbah di Tunisi, ma anche la Piazza dei Martiri di Kasserine, per esempio.

Il regime di Ben Ali è convissuto per anni con una sfera pubblica virtuale critica: sottoposta a censura, certo, ma spesso in grado di aggirarla. Il gesto che ha trasformato i sollevamenti di strada in rivoluzione – il suicidio di protesta con il fuoco di Bouazizi – non aveva nulla di virtuale. Due anni dopo la rivoluzione la sfera pubblica, più che “compressa”, si è frammentata. All’unità del popolo che ha voluto la cacciata di Ben Ali sono subentrati schieramenti politici con visioni contrastanti sul tipo di paese che si vuole costruire dopo la Rivoluzione. Tuttavia la libertà di espressione nelle strade è a tutt’oggi totale e in generale lo stesso si può dire per le associazioni e i media. La sfera pubblica oggi è più minacciata dalla disaffezione che dalla repressione. La svalutazione della libertà di espressione, la voglia di toglierla agli avversari, possono far venir meno quella che è stata la prima conquista del popolo e la più strenuamente difesa. Ma anche le illusioni sulla sfera virtuale hanno lasciato il posto a una visione più critica: molti oggi lamentano un eccesso di violenza verbale e insulti sulla rete.

Lo scenario possibile, in certi momenti realizzato, non si configura come “sopravvento del virtuale” ma piuttosto come riflusso: la gente si rifugia nel proprio spazio privato e da lì “partecipa” con il pc. Per contrasto, la campagna elettorale di queste legislative, e anche quella in corso per le presidenziali, sta rivalorizzando il contatto diretto, faccia a faccia.

An artist rendering of retail shops at the redeveloped World Trade Center, a New York landmarkD: Siamo arrivati alle conclusioni. Ci preme farle un’ultima domanda in riferimento al nostro contesto occidentale, più precisamente riguardo alla crisi della “città pubblica” e, più in generale, alla crisi delle democrazie… Quali sono, secondo lei, le maggiori cause che hanno portato allo “sfiatamento” della sfera pubblica nei classici “luoghi praticati”, come piazze, strade, biblioteche etc…? È possibile che incontri e pratiche di queste genere, se ancora esistono, debbano avvenire – giusto per generalizzare al massimo – nei centri commerciali? Quali sono i rimedi a queste scoraggianti tendenze?

R: Già Habermas attribuiva la dissoluzione della sfera pubblica alla sua “colonizzazione” da parte del mercato da un lato, dei partiti e delle istituzioni pubbliche dall’altro. Nel contesto attuale, che è quello del trionfo del mercato sul politico, alla “città pubblica” viene negata ragione di esistere nella misura in cui non genera reddito e non attira investimenti. Ciò è reso possibile dal fatto che i cittadini da tempo hanno rinunciato a difenderla e intere città (penso al centro storico di Venezia o di Firenze) che per secoli furono liberi comuni orgogliosamente difesi dai cittadini sono state abbandonate e svendute a forestieri arrivati non con le armi ma con il denaro.

Perché ciò sia avvenuto è stato necessario fare dell’individuo (non dell’uomo) il valore supremo, distruggendo le forme di solidarietà (si pensi alle trasformazioni dell’organizzazione del lavoro) e rendendo ogni aggregazione (in primis la famiglia) esclusivamente funzionale al consumo. Non stupisce quindi che oggi si moltiplichino spazi “pseudo-pubblici” come i centri commerciali che Bauman definisce “templi del consumo”.

Sembra insomma che capitalismo avanzato e democrazia di massa siano incompatibili con quella “sfera pubblica borghese” nata in Europa tre secoli fa. D’altra parte sono questi che hanno fatto dell’Europa il posto a cui tantissimi giovani oggi in Tunisia, malgrado la Rivoluzione o a causa di essa, guardano, aspirando disperatamente a viverci o a modellare il paese a sua somiglianza: per via del grandissimo benessere materiale, della enorme ricchezza culturale, della straordinaria bellezza e varietà dei suoi paesaggi e delle sue città, dell’infinita libertà di ciascuno di vivere, comportarsi e consumare come meglio crede. E occorre fare un grande sforzo di spostamento di prospettiva per capire che tutte queste affermazioni, oggi, sono vere e false al tempo stesso, corrispondono da un lato a realtà dall’altro a illusioni.

I “rimedi” in questa fase, in Europa (“Occidente” è termine che non regge più, il confine invisibile che passa attraverso la Manica, separando un mondo anglo-sassone da un mondo euro-continentale è assai più profondo di quello che attraversa il Mediterraneo), sono da un lato pratiche di resistenza e conservazione, dall’altro pratiche di apertura. All’interno, si tratta di conservare e trasmettere il più possibile tutti quei beni e valori elencati, più o meno come hanno fatto i monaci medievali dopo la dissoluzione dell’impero romano. All’esterno, si tratta di guardare a ciò che succede lungo quell’ “arco di crisi” a est e a sud dove un fiume in piena preme sulla fortezza Europa. Dalle mie parti (una delle mie tante parti) quando la piena del Po arriva a livelli minacciosi il Magistrato alle Acque può ordinare di tagliare l’argine in certi punti, permettendo un allagamento controllato di pezzi di territorio per salvare l’insieme da inondazioni disastrose.  Forse l’Europa ha meno da perdere ad aprirsi che ad insistere a difendersi chiudendosi.

Francesco Paolo Cazzorla

Federico Stoppa

Un ringraziamento alla Prof.ssa Chiara Sebastiani per la sua preziosa disponibilità nel rispondere alle nostre domande.

Un ringraziamento speciale a Francesca Bartoli dell’Ufficio stampa Comunicattive per aver reso possibile tutto questo.

Chiara Sebastiani: insegna Teoria della sfera pubblica e Politiche locali e urbane presso l’Università di Bologna.  Nata a Vienna, ha vissuto all’Aja, a Sidney e a Tunisi. Ha intrapreso la carriera universitaria di sociologa e politologa alla Sapienza di Roma, proseguita presso l’università della Calabria e approdata infine all’Alma Mater di Bologna. La ricerca sul campo è sempre stata una parte importante della sua attività: ha partecipato a indagini empiriche su larga scala – sui militanti e i quadri del Pci, sui lavoratori dell’Italsidier di Taranto, sulle donne nei governi locali – e ha svolto ricerca qualitativa indipendente. È autrice di La politica delle città (il Mulino 2007). Ha curato Conversazioni, storie, discorsi (con G. Chiaretti e M. Rampazi, Carocci 2001). Ha tradotto e curato l’edizione italiana della Sociologia della Religioni (2 voll., Utet 1988) di Max Weber.

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Pubblichiamo oggi, nel venticinquesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino (9 novembre 1989), un discorso che il grande filosofo della politica liberale Isaiah Berlin (1909 – 1997) tenne all’università di Toronto, nel Novembre 1994. Un elogio della tolleranza, dello scetticismo, del dubbio, del compromesso; virtù che i totalitarismi del ventesimo secolo hanno sistematicamente calpestato, trincerandosi sotto la perniciosa idea dell’ Unica Verità. Riteniamo che la riflessione di Berlin sia di grande utilità per resistere alle insidie del nostro presente, che provengono soprattutto da ideologie di stampo economico, non meno pericolose di quelle passate per la tenuta della “società aperta” (F.S.)

“Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi”. Con queste parole Charles Dickens iniziava il suo famoso racconto “le Due Città”. Questo, purtroppo, non può essere affermato a proposito del nostro terribile ventesimo secolo. Gli uomini si sono massacrati per millenni, ma le gesta di Attila, Gengis Khan, Napoleone ( che introdusse le stragi di massa in guerra), persino i massacri degli Armeni, diventano insignificanti di fronte alla Rivoluzione russa e alle sue conseguenze: l’oppressione, la tortura, gli assassinii che possono essere imputati a Lenin, Stalin, Mao, Hitler, Pol Pot, e la falsificazione sistematica delle informazioni che ha occultato la conoscenza di tali orrori per anni – sono incomparabili. Non sono stati disastri naturali, ma crimini umani deliberati– e qualunque cosa possano pensare coloro che credono nel determinismo storico, avrebbero potuto essere evitati.

Parlo con particolare emozione, giacché sono un uomo molto vecchio, e ho vissuto quasi l’intero secolo. La mia vita è stata pacifica e sicura, e quasi me ne vergogno se guardo a quello che è successo a così tanti esseri umani. Non sono uno storico, perciò non so parlare con autorità delle cause di questi orrori.  Ma forse un tentativo lo posso fare.

Dal mio punto di vista, gli orrori non sono stati causati da quelli che Spinoza chiamava normali sentimenti umani negativi – paura, avidità, odi tribali, gelosia, brama di potere – sebbene questi abbiano certamente giocato la loro parte. Sono stati causati, nel nostro tempo, dalle idee; o piuttosto, da una particolare idea. È paradossale che Karl Marx, che sminuì l’importanza delle idee in confronto alle forze economiche e sociali impersonali, possa aver guidato, tramite i suoi scritti, la trasformazione del ventesimo secolo, sia in direzione di quello che lui voleva, sia, per reazione, contro di ciò. Il poeta tedesco Heinrich Heine, in uno dei suoi famosi scritti, ci ha raccomandato di non sottovalutare il tranquillo filosofo seduto nel suo studio; se Kant non avesse cancellato la teologia, dichiarò, Robespierre non avrebbe potuto decapitare il re di Francia.

Heine predisse che i discepoli armati dei filosofi tedeschi – Fichte, Schelling, e gli altri padri del nazionalismo tedesco – avrebbero un giorno distrutto i grandi monumenti dell’Europa occidentale in un’ondata di fanatismo in confronto alla quale la rivoluzione francese sarebbe sembrata un gioco di bambini. Ciò potrebbe suonare ingeneroso nei confronti dei metafisici tedeschi, tuttavia l’idea centrale di Heine mi sembra valida: in una forma traviata, l’ideologia nazista aveva radici nel pensiero anti-illuminista tedesco. Ci sono uomini che uccidono e mutilano con coscienza tranquilla sotto l’influenza delle parole e degli scritti di alcuni di quelli che sanno con certezza che la perfezione può essere raggiunta.

Lasciatemi spiegare. Se siete veramente convinti che esista una qualche soluzione a tutti i problemi umani, che si possa concepire una società ideale che gli uomini possano raggiungere se solo facessero tutti gli sforzi necessari per conseguirla, allora voi e i vostri seguaci dovete credere che non esista prezzo troppo alto da pagare per aprire le porte di un tale paradiso. Solo gli stupidi e i malevoli resisteranno, una volta che tali semplici verità gli verranno poste davanti.  Coloro che resistono devono essere persuasi ; se non possono essere persuasi, devono essere fatte leggi per reprimerli; se questo non funziona, allora la coercizione, e se serve la violenza, dovrà inevitabilmente essere usata – e se necessario, anche il terrore e il massacro. Lenin lo credette dopo aver letto il Capitale, e coerentemente insegnò che se una società giusta, pacificata, felice, libera, virtuosa poteva essere creata tramite i mezzi che propugnava , allora il fine giustificava tutti i metodi che era necessario usare, proprio tutti.

La profonda convinzione alla base di questa visione è che le domande cruciali della vita umana, individuale e sociale, abbiano un’unica risposta vera che può essere scoperta. L’Idea può e deve essere implementata, e quelli che l’hanno trovata sono i leader la cui parola è legge. L’idea che possa esserci un’unica risposta vera a tutte le domande originali è una nozione filosofica molto vecchia. I grandi filosofi Ateniesi, gli Ebrei e i Cristiani, i pensatori del Rinascimento e della Parigi di Luigi XIV, i riformisti radicali francesi del diciottesimo secolo, i rivoluzionari del diciannovesimo – sebbene differiscano molto a proposito di quale fosse la risposta o i modi in cui scoprirla ( e furono combattute guerre sanguinose per questo) – erano tutti convinti di sapere la risposta, e che solo il vizio umano e la stupidità potessero ostruire la sua realizzazione.

BerlinQuesta è l’idea di cui ho parlato, e quello che voglio dirvi è che è falsa. Non solo perché le soluzioni date dalle differenti scuole di pensiero sociale differiscono, e nessuna di queste può essere dimostrata da metodi razionali – ma per una ragione ancora più profonda. I valori più importanti tramite i quali la maggioranza degli uomini ha vissuto – nella maggior parte dei luoghi e dei tempi – non sono sempre in armonia tra loro. Alcuni lo sono, altri no. Gli uomini hanno sempre desiderato la libertà, la sicurezza, l’uguaglianza, la felicità, la gioia, la giustizia, la conoscenza, e così via. Ma la libertà assoluta non è compatibile con la totale uguaglianza – se gli uomini fossero completamente liberi, i lupi sarebbero liberi di mangiare le pecore. La completa uguaglianza implica che le libertà umane devono essere represse in modo tale che ai più abili e ai più dotati non possa essere permesso di sopravanzare quelli che perderebbero inevitabilmente se fossero in competizione. La sicurezza, e chiaramente la libertà, non possono essere preservate se la libertà di sovvertirle è permessa. In effetti, non tutti cercano la sicurezza e la pace, altrimenti alcuni non avrebbero cercato la gloria in battaglia o in sport pericolosi.

La giustizia è sempre stata un ideale dell’uomo, ma non è completamente compatibile con la misericordia. Immaginazione creativa e spontaneità, di per sé splendide, non possono essere totalmente riconciliate con il bisogno di pianificare, organizzare, calcolare in modo attento e responsabile. La conoscenza, la ricerca della verità – il più nobile degli scopi – non può essere completamente riconciliata con la felicità o la libertà che gli uomini desiderano, poiché anche se so di avere qualche malattia incurabile questo non mi farà più felice o più libero. Devo sempre scegliere: tra pace ed eccitazione, o tra conoscenza e beata ignoranza. E così via.

Allora cosa deve essere fatto per arginare i sostenitori, certe volte veramente fanatici, di uno o dell’ altro di questi valori, ciascuno dei quali tende a calpestare gli altri, come i grandi tiranni del ventesimo secolo hanno calpestato la vita, la libertà, e i diritti umani di milioni perché i loro occhi erano fissi su un imminente futuro dorato?

Temo di non avere risposte sensazionali da offrire: so solo che se questi grandi valori umani per i quali viviamo devono essere perseguiti, allora vanno fatti compromessi, trade-offs, accordi se non vogliamo che accada il peggio. Tanta libertà per tanta uguaglianza, tanta libertà di espressione per tanta sicurezza, tanta giustizia per tanta compassione. La mia tesi è che alcuni valori si scontrano: i fini ricercati dagli esseri umani sono tutti generati dalla nostra comune natura, ma il loro perseguimento deve essere in qualche modo controllato – la libertà e la ricerca della felicità, lo ripeto, potrebbero non essere completamente compatibili, così come non lo sono la libertà, l’uguaglianza e la fraternità.

Perciò dobbiamo pesare e misurare, accordarci, fare compromessi, e prevenire l’annientamento di una forma di vita da parte delle rivali. So fin troppo bene che questa non è la bandiera sotto la quale giovani uomini e donne idealisti e entusiasti desidererebbero marciare– sembra troppo sciatta, ragionevole, troppo borghese, non impegna le emozioni generose. Ma credetemi, non si può avere tutto quello che si vuole – non solo in pratica, ma anche in teoria. Il rifiuto di ciò, la ricerca di una singola verità, l’imposizione di un ideale globale perché è l’unico e il solo vero per l’umanità, porta inevitabilmente alla coercizione. E quindi alla distruzione, allo spargimento di sangue – le uova sono rotte, ma l’omelette non è in vista, ci sono solo un numero infinito di uova, vite umane, pronte per essere rotte. E alla fine gli idealisti passionali dimenticano l’omelette, e vanno solo avanti a rompere le uova.

Noto con piacere che verso la fine della mia lunga vita sta venendo alla luce qualche positiva realizzazione. La razionalità e la tolleranza, abbastanza rare nella storia umana, non sono disprezzate. La democrazia liberale, nonostante tutto, malgrado il grande flagello moderno del fondamentalismo nazionalista, si sta diffondendo. Le grandi tirannie sono in rovina, o lo saranno – anche in Cina il giorno non è così lontano. Sono lieto che voi a cui parlo vedranno il XXI secolo, che sono sicuro che potrà essere un tempo migliore per l’umanità di quanto è stato il mio Secolo. Mi congratulo per la vostra buona sorte. Rimpiango di non poter vedere questo futuro più luminoso, che sono convinto che sta arrivando. Con tutto il pessimismo che ho diffuso, sono felice di concludere con una nota ottimistica. Ci sono veramente buone ragioni per pensare che sia giustificata.

 Isaiah Berlin

(traduzione di Federico Stoppa)

Fonte: The New York Review Of Books

Un ringraziamento ai lettori

Pubblicato: novembre 6, 2014 da Federico Stoppa in Cultura
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barbed fly

Cari lettori, cari amici,

è la redazione del Conformista che vi scrive.

Vi chiederete il perché di questa “messa in scena”, di questo post così diverso da tutti gli altri pubblicati fino ad oggi… Vogliamo semplicemente rendere omaggio a questo giorno, il 7 di novembre, data in cui questa sorprendente avventura ha avuto inizio, precisamente un anno fa. Non siamo abituati ad auto-celebrazioni e forse – come avrete potuto appurare durante le vostre continue e inaspettate letture – non siamo neanche troppo bravi nel farle. Ma questa occasione ci sembrava opportuna per tentare un approccio più diretto con tutti quanti voi e per potervi a nostro modo ringraziare, personalmente, uno ad uno.

La “messa in scena” serve a scacciare il fantasma dell’osceno, quell’osceno che ci circonda e ci accompagna ogni giorno; a scacciare la simultaneità esasperata, la “trasparenza” voluta per ogni cosa che obnubila le nostri menti, e che rende ogni tipo di informazione ed ogni tema accessibile ai soli specialisti… In altri termini un vero e proprio bombardamento informativo, una massa informe e auto-referenziale priva di una legittima durata per i suoi interlocutori: eventi mass-mediatici dunque, che stentano a decollare in una loro significanza per la collettività, e che il giorno dopo, sempre istantaneamente, sono pronti a scomparire nell’oblio della loro quantità senza senso, nel loro cumulo fascinoso utile solo ad estasiare, senza portare in dono quella vera illusione radicale di cui oggi, invece, avremmo assoluto bisogno.

Riprendendo il pensiero di Jean Baudrillard, un grande pensatore e sociologo francese recentemente scomparso, “questo concetto di illusione radicale presenta analogie con la cosmologia. Tutti sanno che la luce delle stelle necessita di un tempo lunghissimo per arrivare a noi; qualche volta la percepiamo solo quando la stella stessa è scomparsa. Questa distanza tra le stelle intese come fonte virtuale e la loro percezione in noi, questa mancanza di simultaneità, è una parte ineliminabile dell’illusione del mondo, quell’assenza nel cuore del mondo che costituisce l’illusione. E, in questo caso, questa alterazione è positiva, perché la percezione simultanea della luce di tutte le stelle equivarrebbe in assoluto alla luce del giorno, e ciò sarebbe insopportabile per noi. Tutte le energie vitali scaturiscono da questa fondamentale alternanza di giorno e notte e, più generalmente, da questa mediazione vitale. L’illusione è la legge generale dell’universo; la realtà è solo un’eccezione. […] Ciò è ancora più vero per gli esseri umani. Noi non siamo mai propriamente presenti a noi stessi, o agli altri. Quindi non siamo esattamente reali l’uno per l’altro, né lo siamo abbastanza per noi stessi, e questa radicale alterità è la nostra più grande fortuna – la nostra migliore possibilità di attrarre e di essere attratti dagli altri, di sedurre e di essere sedotti. Più semplicemente, è la nostra possibilità di vita…  

Comunicare qualcosa di sensato è diventato oggi estremamente complicato. Ci siamo resi conto, nella nostra attività, che non è mai facile avere un’idea solida riguardo a una questione, perché il giorno dopo tutto quanto viene nuovamente messo in discussione. Quelle bussole che permettevano un barlume di orientamento, di colpo posso perdere la loro qualità magnetica smarrendo il cammino tracciato.

Per questo abbiamo privilegiato tematiche che hanno poi dimostrato di saper resistere, inaspettatamente, alle minacciose intemperie della disinformazione. Tematiche troppo spesso oscurate e messe volutamente da parte o ignorate – perché scomode – dalla “saggezza convenzionale” dei giornali. Da parte nostra, c’è stato molto impegno, studio sudato, ma tutto questo – visti i risultati – ha pagato.

Noi crediamo in tutto ciò che è isolato, anche frustrato se vogliamo, ma ancora sorprendentemente e potenzialmente vitale. E la dimostrazione di questa vitalità è avvenuta soprattutto per merito vostro, che intenti a leggere e a condividere le pagine virtuali di questo blog (quanto vorremmo che avessero una concretezza cartacea!) avete contribuito a dare alito ad una speranza, ad una piccola ambizione che ci sorprende e ci riempie di una gioia e di una volontà propositiva ogni giorno che passa.

Grazie.