Archivio per gennaio, 2016

Sulla natura umana

Pubblicato: gennaio 28, 2016 da Filippo Gibiino in Cultura
CasparusLX3-2

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Per la commemorazione del giorno della memoria, Rai Storia ha dedicato la puntata de Il tempo e la storia alla zona grigia teorizzata da Primo Levi. Nel corso della trasmissione si è detto che la vera natura umana viene svelata grazie al lager, in quanto una fetta degli internati ha perpetuato il trauma sugli altri prigionieri. Si rischia però di fare un’affermazione scivolosa, forse il risultato segretamente sperato dai nazisti. Secondo Primo Levi la natura umana viene “scoperchiata” dal funzionamento del lager, in quanto ogni inibizione e pudore viene a mancare e le persone diventano capaci di tutto. Infatti il prigioniero dei campi di concentramento è portato ad imbrogliare, a rubare e a uccidere pur di sopravvivere e di salvarsi la vita. Molti di questi prigionieri vanno a costituire quella parte che Levi chiama la zona grigia. Quindi chi si salva è certamente peggiore di chi viene sommerso.

Di contro l’uomo che vive fuori dai lager sarebbe protetto da “correttivi” quali la famiglia, il conto in banca, la solidarietà dei rapporti, che lo terrebbero al riparo dal compiere comportamenti abominevoli. A questo punto, viene da chiedersi se lo stesso lager non funzionasse a sua volta da “correttivo”, considerato che le regole imposte dai nazisti premiavano chi faceva la spia o chi calpestava senza pietà i propri simili. Anche se può suonare come un ossimoro, si può dire che i valori portati avanti nei campi erano valori profondamente antisociali.

Ovviamente lo stesso Levi era consapevole del fatto che la realtà che si costituiva nel campo di concentramento non fosse una realtà naturale, ma qualcosa di artificiale, intenzionalmente pensato e costruito. Ciononostante, parlare di natura umana è sempre difficile perché si rischia di scivolare ora verso l’idea che l’uomo sia “per natura” buono e altruista, ora verso una visione dell’uomo individualista, al limite malvagia o sadica. In ogni caso si rimane irretiti dentro un’ideologia, e non ci si accorge che l’uomo sia capace tanto di fare il bene, quanto il male. Non è un caso se i migliori film sull’olocausto, come Schindler’s List o La vita è bella, pongono in questo contesto infernale personaggi e azioni buone e positive. Vogliono ricordarci che anche nei momenti più bui della storia può esistere una luce che brilla nelle tenebre e una speranza per cui credere ancora nel genere umano.

 

Filippo Gibiino

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A-AQUILIBRISTA

Da sempre, in Italia, si dibatte su quale modello di sviluppo si adatti meglio alla nostra economia. Paradigmatico, in questo senso, è il confronto che si ebbe, nel 1947, durante le audizioni della Commissione economica della Costituente, tra Vittorio Valletta, storico amministratore delegato della Fiat, e l’ingegner Pasquale Gallo, commissario dell’Alfa Romeo, allora di proprietà del gruppo IRI[1]. Focus del dibattito era il tipo di specializzazione produttiva che l’Italia avrebbe dovuto adottare dopo la ricostruzione post-bellica. Valletta – certo mosso anche dagli interessi per la sua azienda – era persuaso che l’Italia dovesse produrre beni standardizzarti e di massa come gli altri grandi Paesi europei, ma a prezzi più bassi. Un modello di sviluppo che potremmo definire cinese, perché fonda il suo successo competitivo sul basso costo relativo della manodopera, sull’import di tecnologia da altri paesi e sulle economie di scala che solo grandi imprese possono raggiungere. L’ingegner Gallo, al contrario, sosteneva che l’Italia dovesse specializzarsi in produzioni affatto diverse da quelle degli altri Paesi: di nicchia, ad alto contenuto di creatività e di sapere artigianale. Dove è la qualità che conta, non il prezzo; dove la dimensione d’impresa non è più rilevante, ma lo è la capacità di assecondare le richieste di consumatori sempre più esigenti e desiderosi di identificarsi nei prodotti che comprano. Vinse la linea di Valletta per circa un ventennio, mentre le intuizioni dell’ing. Gallo riemersero, come un fiume carsico, negli anni Settanta.

Il modello di sviluppo indicato da Valletta sembrò, all’inizio, funzionare assai bene, tant’è che l’Italia conobbe, nel decennio 1953-63, il cosiddetto “miracolo economico”: il prodotto interno lordo crebbe, in media, del 6,3% annuo, senza innescare tensioni sui prezzi (tanto che il Financial Times attribuì alla Lira l’Oscar della valuta più stabile d’Occidente, nel 1958) e sulla bilancia dei pagamenti. La crescita fu trainata dagli investimenti in capitale fisso delle imprese e dalle esportazioni. Lo Stato diede il suo contributo attraverso la realizzazione di grandi infrastrutture (l’Autostrada del Sole Milano-Napoli, completata in soli 8 anni), l’edilizia popolare (il Piano Ina-Casa) e soprattutto attraverso il presidio delle imprese pubbliche nei settori strategici come il siderurgico, l’energia e le telecomunicazioni.  Il boom del Pil faticò però a tradursi in benessere generalizzato, come testimoniavano la miserabile condizione dei lavoratori nelle fabbriche del Nord-Ovest, la persistente arretratezza di vaste aree della penisola, l’incontrollata speculazione edilizia nelle città, la bassa partecipazione al mercato del lavoro da parte dei giovani e delle donne. Il tentativo di aggredire, con una vasta agenda di riforme, ognuno di questi problemi fu fatto nei primi anni Sessanta, dagli esecutivi di centro-sinistra, ma a parte la scuola media unificata e la nazionalizzazione dell’energia elettrica, costosissima per i contribuenti e assai profittevole per i grandi azionisti[2], i risultati furono nel complesso deludenti.

Negli anni Settanta, il modello di sviluppo fondato sulla grande impresa fordista e sul basso costo del lavoro andò in crisi. Le cause esogene furono il doppio shock petrolifero degli anni 1973 e 1979 – che decuplicarono il costo del petrolio – e la svalutazione del dollaro del 1971, oltre che la saturazione dei mercati dei beni di consumo durevole (elettrodomestici, automobili) e la conseguente caduta dei profitti in quei settori. Le cause endogene furono le tensioni che si verificarono nelle fabbriche, figlie dell’ “Autunno Caldo” del 1969 – migliaia di scioperi, insubordinazioni, rivendicazioni di migliori salari e di maggior tutele sul posto di lavoro da parte operaia – e che culminarono nell’approvazione parlamentare dello Statuto dei Lavoratori (1970), nell’adeguamento pieno dei salari  e delle pensioni all’inflazione (scala mobile) e, più in generale, nello spostamento rilevante nella distribuzione del reddito a vantaggio di operai e lavoratori dipendenti. Le grandi imprese reagirono affidando a imprese esterne – di piccola dimensione e localizzate fuori dal triangolo industriale Milano-Torino-Genova – alcune fasi del processo produttivo che prima svolgevano internamente, per risparmiare sui costi e soprattutto per aggirare il potere sindacale e le nuove norme sul reintegro obbligatorio dei lavoratori licenziati senza giusta causa.  A poco a poco, le piccole imprese si affrancarono dal dominio delle grandi, e, sfruttando le competenze “informali” che si erano sedimentate negli anni sul territorio, si specializzarono in produzioni “leggere”, ad alta intensità di lavoro: mobilio, ceramica, piastrelle, abbigliamento, tessile, agroalimentare, calzaturiero. Produzioni che avevano un taglio artigianale e che seppero intercettare i nuovi gusti delle classi medie, ormai pienamente sviluppate in Occidente, dando grande slancio alle esportazioni italiane negli anni Ottanta.  

Le piccole imprese si aggregarono in distretti, localizzati prevalentemente nel Nord-Est e nel Centro, versante adriatico: ciascuna delle piccole unità che componevano i distretti era specializzata in una fase del ciclo produttivo di un bene specifico e questo permetteva di mettere in comune un vasto patrimonio di saperi, professionalità, tecnologie[3]. Il modello distrettuale generava economie esterne. Cementava la coesione sociale. Favoriva la cooperazione. Includeva nelle fabbriche fasce di popolazione che prima ne erano escluse (giovani, donne), garantendo la diffusione territoriale di benessere e qualità della vita.  Era questo il modello di sviluppo italiano “senza fratture” sociali auspicato dall’Ingegner Gallo e raccontato con acume da Giorgio Fuà[4]: dove la competizione si gioca sulla qualità del prodotto e non sul costo del lavoro, consentendo alle merci italiane di essere vendute a un prezzo superiore alla altre sui mercati internazionali.  Beninteso, tale modello presentava anche dei limiti, tra i quali il basso livello di istruzione formale di imprenditori e lavoratori, l’assenza di laboratori dove fare ricerca e sviluppo, il sommerso, l’eccessiva dipendenza dal credito bancario e la specializzazione in produzioni caratterizzate da domanda lenta. È in particolare quest’ultimo aspetto da considerare per spiegare la crisi del modello, che inizia sostanzialmente all’inizio del nuovo secolo, quando si adotta la moneta unica europea e soprattutto quando entrano nel mercato mondiale quasi 3 miliardi di individui a bassissimo reddito (cinesi, indiani)[5]. La domanda di beni che esprimono questi nuovi paesi emergenti, che trainano la crescita mondiale, non riguarda le merci italiane, che sono beni di consumo di alta gamma e destinate a un pubblico facoltoso, ma si concentra sui beni strumentali made in Germany, energia, materie prime. Inoltre, questi paesi sono in grado di produrre scarpe, magliette, mobili a costi di gran lunga più bassi, spiazzando le produzioni italiane e mandando in crisi molti distretti.

Di fronte a questo scenario, vari politici ed esponenti della grande imprenditoria, riesumando l’impostazione di Valletta, hanno creduto che per mantenere competitiva la manifattura italiana si dovesse puntare sulla compressione del costo del lavoro, invece che su una seria politica industriale. Un errore fatale, una strategia perdente, da cui per fortuna hanno rifuggito le circa 4000 imprese di media dimensione (tra i 20 e 250 addetti) colonna portante del nostro export, scoperte da Fulvio Coltorti dell’Ufficio Studi di Mediobanca e definite pocket multinationals, multinazionali tascabili[6]. Queste imprese mantengono il loro cuore decisionale e produttivo nei territori e fanno prodotti altamente personalizzati per le esigenze dei clienti, in settori quali la meccanica di precisione, le componentistica industriale, il biomedicale, oltre che nel Made in Italy tradizionale[7]. Non competono sul costo del lavoro, ma sulla qualità delle produzioni. L’ampiezza del loro fatturato non è basato, come nelle grandi imprese, sulle quantità vendute, ma sulla capacità di imporre prezzi più alti dei concorrenti in mercati fortemente segmentati[8].  Se si guardano alcuni indicatori di competitività (valore aggiunto per addetto, margine di profitto lordo, costo del lavoro), si scopre che le performance delle medie imprese italiane risultano addirittura superiori alle imprese tedesche di analoga dimensione[9]. Motivo per cui, nonostante il combinato disposto di concorrenza asiatica e euro, l’Italia resista e continui ad essere il secondo paese manifatturiero di Europa e uno dei cinque paesi che possono vantare un attivo nel commercio estero dei beni manufatti[10].

Passano proprio da qui, dal potenziamento di queste medie imprese, la tenuta e il successo futuro del modello di sviluppo italiano. Un modello di sviluppo inclusivo, fatto di innovazioni incrementali e coscienza territoriale, che abiura al feticismo della produttività e del Pil tipico del fordismo e ricerca semmai la pazienza e la meticolosità dell’artigiano. La rivincita dell’ingegner Gallo su Valletta, settant’anni dopo, è compiuta.

Federico Stoppa

Note bibliografiche:

[1] Cfr. G.Garofoli, Economia e politica economica in Italia, 2014, pp. 32-34.

[2] G. Crainz, Autobiografia di una Repubblica, 2009, pp. 86-87

[3] La letteratura sui distretti industriali italiani è sterminata. Un’ampia sintesi di tale letteratura si può leggere in S.Brusco e S. Paba, Per una storia dei distretti industriali italiani dal secondo dopoguerra agli anni novanta, saggio contenuto nel volume a cura di F. Barca Storia del capitalismo italiano, Donzelli, 2010, pp. 265-333

[4] G. Fuà, Industrializzazione senza fratture, 1984

[5] Ciò è testimoniato dal fatto che la quota di mercato dell’export italiano sul totale dell’export mondiale scende dal 4,5% del 1995 al 2,7% del 2014. Vedi Eurostat e Sintesi Rapporto ICE 2014-2015, p.14

[6] F. Coltorti et alt. Mid-sized Manufacturing Companies:The New driver of Italian Competitiveness,2013

[7]  Come afferma Antonio Calabrò:“è cambiata la composizione del nostro export di successo, a vantaggio di prodotti più carichi di innovazione in settori a maggior valore aggiunto..I settori tradizionali (tessile-abbigliamento- cuoio-calzature, mobili, gioielli) pesavano per il 70% del surplus commerciale manifatturiero  nel 1996, ma solo per il 35% nel 2012” (La morale del Tornio, 2015, p. 77).

[8] S. De Nardis, Imprese manifatturiere, produttività, esportazioni, in Patto per l’euro e la crescita. L’austerità conviene?, 2013

[9] Tutti i dati in S. De Nardis, Imprese manifatturiere, produttività, esportazioni,  2013, pp. 163-165

[10] M.Fortis, La rinascita parte dall’industria, Il Sole 24 Ore, 11/06/2012

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Giulio Bonasera

Giulio Bonasera

A Edna, per i consigli, le suggestioni

Più studio e più verrò pagato meno. Più mi specializzo e più contribuisco a confinarmi dentro una roba che capiranno solamente quei due o tre. Più faccio il bravo e l’onesto, e più le conseguenze delle mie azioni mi remeranno contro. Più sono innocente e innocuo e più c’è il rischio che venga ucciso. Più sono libero – godendo di diritti inalienabili – e più di fatto non lo sono. Più credo di elaborare dei pensieri miei intimi e personali, e più questi saranno il risultato di un incessante rumore di fondo, che ha fatto di infinite immagini scorrevoli il suo disturbo più assordante.

Più cerco il mio silenzio, e più mi ritrovo in mano il suo artefatto. Più credo di essere un cittadino consapevole e più divento un consumatore del nulla, un nulla che assomiglia inequivocabilmente a me stesso. Più mi dicono che – un domani – tutto potrà cambiare, e più questa affermazione nasconderà il suo più sicuro non-cambiamento. Più penso di aver individuato dei colpevoli a tutto questo, e più mi accanisco inutilmente su marionette pagate per farlo. Più mi vedo accerchiato da tutte queste contraddizioni, e più mi rendo conto che devo necessariamente imparare a conviverci.

E allora mi cerco, ma non mi trovo. Cerco da qualche parte un’uscita, e mi rendo mobile, mi sradico, proiettandomi ovunque sia, il posto non m’importa, pur di trovare una spicciola possibilità di lavoro che – dove sono al momento – si è dileguata: se c’è è riservata a quei pochi, ed è (anche) per questo che non mi viene assolutamente offerta. E quindi dovrò iniziare tutto daccapo, mi azzero, che importa, in un contesto che non è il mio, ed inizierò nuovamente a muovermi, piano piano, prima a piccoli passi, poi nuovamente con la mia testa, risvegliando minuziosamente tutte quelle mie singole percezioni che per troppo tempo ho permesso rimanessero assopite. Sì, troppo tempo: è questo il lastrico di vita in cui mi sono lasciato cullare dalla depressione, dove tra un’altalena e l’altra costantemente mi colpevolizzavo, ce l’avevo con me, e dove per tutto questo tempo ho pensato seriamente di non essere all’altezza, di non essere in grado di esperire ciò che le mie sensibilità volevano comunicare al mondo.

Quando finalmente ci riesci, riesci cioè a trovare quel tuo lavoretto semi-serio, che ti dura almeno quell’arco di tempo costituito da quei 3 mesi al massimo “di prova”, in cui sei quasi in grado (forse per miracolo) di pagare l’affitto di casa con i soli tuoi sforzi, senza beneficiare del welfare personale chiamato “mamma e papà”, allora significa che per un po’ puoi stare al caldo, e puoi tranquillamente espellere un po’ di quella robaccia che avevi iniziato ad accumulare su per la tua testa, (inconsapevolmente), in un angolo malriposto della tua mente, e che stava cominciando a crescere talmente tanto da cambiarti letteralmente i connotati: ti stava rendendo una persona che, assolutamente, non vuoi e non ti senti in alcun modo di essere. Ma non si può stare tranquilli. Quella robaccia cresciuta in testa rimane vivida, resta allerta, e a volte si incrosta così cocciutamente che devi fare doppia fatica per rimuoverla.

Giulio Bonasera - How austerity kills

Giulio Bonasera – How austerity kills

Quando potrai dire di averla forse eliminata del tutto, quella brutta robaccia, allora sarà proprio in quel preciso momento che dovrai riattivarti, perché quel contratto di lavoro che avevi così sudato sarà bello che scaduto, e tu dovrai necessariamente (se pensi di voler ancora sopravvivere) incominciare tutto daccapo. Perché le cose cambiano, ed è così che vanno le cose; non puoi farci nulla. Dicono, che se non sei al passo con i tempi, in questo vortice di cambiamento continuo (cambiamento di che? A me sembra sempre tutto uguale), verrai espulso, in un batter d’occhio, senza pensarci, e a nessuno importerà se hai alle spalle quell’esperienza oppure quell’altra, se sai fluentemente questa lingua straniera piuttosto che quell’altra, etc., etc.: devi essere “il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, e quindi devi rendere te stesso una prestazione vivente, devi diventare una persona-prestazione; in una parola: devi essere malleabile, flessibile, pronto a tutto.

In effetti, uno dei tanti problemi dell’attuale lavoro associato alla “generazione ombra” – cioè quella generazione costantemente precaria e a cui è stato rubato ogni brandello di futuro – è che i giovani che le appartengono, e che si affacciano a questo-nuovo-mondo, devono costantemente dimostrare la loro più aperta disponibilità, la loro più “malleabile flessibilità elasticizzata”, senza riserve e a tutte le condizioni iper-immaginabili; devono in questo modo elargire la loro più grintosa ed “esilarante” voglia-di-voler-fare mai posseduta prima, fino all’abbattimento di ogni energia vitale, con disastrose ripercussioni emotive sia sul piano personale che sociale; insomma: devono aprirsi alla più completa predisposizione caratteriale, la quale deve necessariamente saper fare qualsiasi cosa (e anche la più specifica possibile) in breve tempo e in qualsiasi modo, – (in altri termini, devono “imparare a dare il culo”).

D’altra parte, invece, e cioè da parte di chi può dare un lavoro e non ha di questi problemi – assieme a tutta quella gente che, più fortunata, forse non conosce intimamente quelle conseguenze sociali e psicologiche che si celano dietro la prospettiva di un futuro inesistente – non vi è, dicevo, un minimo di apertura motivante, né una specie di minima comprensione empatica; c’è solo l’orrendo ed inequivocabile lascito che, perentoriamente, recita così: “Questo è. E se non ti sta bene tornatene pure a casa, tanto di altri come te ne trovo a palate: qui nessuno è indispensabile.” (Forse non proprio così, ma il concetto rimane quello e imperturbabile). È piuttosto facile rispondere a coloro che saranno già pronti a tacciare tali argomentazioni come “sconclusionatamente lamentevoli”: “la società è strutturalmente mutata in malo modo, e questo modo si è avviluppato soprattutto a causa vostra, e precisamente a seguito di quel vostro dannoso e maledetto pensiero unico”.

Viviamo nell’epoca del cambiamento forzato, di un qualcosa che è costantemente effimero e che non si lascia mai conoscere abbastanza. Anche se volessimo metterci d’impegno, il giorno dopo le nostre “acquisizioni” non varranno più: saranno già scadute (come i nostri innumerevoli contratti di lavoro – se si possono considerare tali). Viviamo in un tempo che è una specie di limbo, un crocevia trafficato a cui non gli è stato assegnato alcun nome. In questa specie di mondo sociale, virtuale e reale allo stesso tempo (non si riesce più a capire dove termina l’uno e inizia l’altro), il prematuro si spaccia per la verità, quella più in mostra, quella più visibile, quella con tanti like; le contraddizioni fanno a gara per essere accessibili a tutti, subito, immediatamente, in streaming: “La fiducia è un atto di fede che diventa obsoleto di fronte a informazioni facilmente disponibili. La società dell’informazione scredita ogni fede. La fiducia rende possibili relazioni con gli altri anche in mancanza di cognizioni precise su di essi: la possibilità di raccogliere in modo semplice e rapido le informazioni è nociva per la fiducia.” (Byung-Chul Han).

In questo modo, la generazione ombra impara a crescere nella disillusione: vive quest’epoca priva di illusioni positive, e comincia sin da subito a contare solo sulle proprie forze. È immersa quindi in un mondo in cui non è quasi più concepibile avere fiducia nel prossimo. Ecco perché avere fiducia in quelle istituzioni che dovrebbero avere il delicato compito di rappresentarla, di parlare per lei, di intervenire concretamente per promuovere e valorizzare il suo futuro (che è anche il futuro dell’intera società, tra parentesi) potrebbe essere poco più che un sogno.

Per risvegliarsi allora da questo torpore, intitolato “La nostra generazione è una generazione sfigata”, vi riporto brevemente un tratto della mia storia, del mio cammino, quello che mi sta succedendo da qualche mese a questa parte. È solo un’esperienza, e come tante altre può gettare luce su cose impreviste:

Vivo all’estero, da quasi un anno, e insegnando la lingua italiana ai miei studenti sto scoprendo tante cose nuove. Per esempio, quanto la nostra lingua sia allo stesso tempo comica, inamovibile, seria, completa, pura, mobile, scanzonata, immaginifica, sorprendente…

Ogni giorno, squarcio una sottile cortina data per scontata per addentrarmi in un mondo pieno zeppo di eccezioni, particolarità, regole smussate da singole situazioni irripetibili, che mi lasciano ogni volta sbigottito scolpendomi in viso un riso sordo; quel riso spontaneo e delicato che mi aiuta tutte le volte a comprendere meglio chi sono e da dove vengo. Un mondo, quello della lingua italiana, davvero allucinato, e che mi pare tanto un mix di personaggi a dir poco incredibili, tutti riuniti assieme per creare inconsapevolmente qualcosa di straordinario.

Ed è questa particolarità esagerata che ci deve rendere orgogliosi. È questa musica sempre nuova, attiva, piena di sali e scendi, ripetuti e devianti, che ci deve rendere orgogliosi di quello che siamo. È questa comunione di alternative sempre possibili che ci deve dare manforte per superare quel buio inesorabile che, da troppo tempo, si è instillato dentro ciascuno di noi, e che non ci permette più di vedere quanto è fortunato, quanto è bello, essere italiani.

Questo per dire che anche nelle situazioni più ingessate, apparentemente più scontate (come appunto insegnare la propria lingua), è possibile cercare una nuova musica, un dettaglio insignificante che può svelare molteplici scenari mai visti, mai attraversati prima.

Giulio Bonasera - Unemployment

Giulio Bonasera – Unemployment

La nostra è una generazione che cambia spesso, anche forzatamente, ma che non ha alcun problema a farlo, perché ormai ci è abituata: abbiamo tutti i mezzi per gestire i cambiamenti più impensabili: ce li siamo costruiti da noi, volta per volta, attraverso le distanze liberatorie e strazianti, per mezzo di quei continui distacchi alle stazioni, grazie a quei lunghi abbracci condivisi negli aeroporti. In più sappiamo re-inventarci: sappiamo vestire diversi panni in luoghi differenti, mantenendo un’integrità e una consapevolezza di noi stessi che finisce ogni volta per arricchirsi. Ogni dannata volta.

Sappiamo come viaggiare leggeri: il viaggio come tema, come trasformazione, e come esperienza personale è diventato ormai parte integrante di una biografia in continuo movimento: lo spazio è diventato relativo e il tempo è un continuo riscoprire se stessi. In questo modo, ci prepariamo ad affrontare meglio le difficoltà che ci presenta la vita, che è diventata complessa e che ogni giorno ci presenta ostacoli “bizzarri” e “innovativi” (eufemismi, chiaro!).

La calma e la stabilità non le diamo mai per scontate, e questo è un gran vantaggio: la nostra unica certezza è l’incertezza, ecco perché riconduciamo tutto alla vita presente, e cerchiamo di dare il giusto senso ad ogni esperienza che viviamo, perché conosciamo perfettamente la loro volatilità, il loro essere delicato, che può rarefarsi senza dir nulla; che può sparire da un momento all’altro senza un perché. E allora viviamo intensamente, conoscendo tante persone preziose che magari un giorno diventeranno degli amici lontani, ma sempre presenti; amici che si connetteranno per te dietro uno schermo freddo, per quando non ce la fai, per quando ti senti solo, per quando hai bisogno di parlare con qualcuno.

Questo vissuto, ci porta a prendere più di petto le situazioni con cui abbiamo a che fare: ci permette di essere maggiormente schietti, sfrontati e sinceri, con noi stessi, e poi anche con gli altri. E in questo modo scopriamo le diversità, quelle che popolano il mondo, quelle che lo arricchiscono continuamente, anche se spesso è il mondo stesso a non rendersene conto, facendo di tutto per dividerle, per separarle da barriere. Abbiamo un modo di comunicare che sì, viene veicolato per la maggior parte del tempo dalle nuove tecnologie, ma è alternativo e sa come comportarsi con la diversità, cercando il modo migliore per interfacciarsi con essa. Se dovessimo un giorno avere dei figli sarebbero molto fortunati ad avere dei genitori come noi: mentalmente aperti a palla, pronti a tutto, e più curiosi dell’inaspettato apparentemente irrilevante.

Per concludere, penso che il tratto distintivo più importante che abbiamo in comune sia proprio quello di voler conoscere al meglio questa massa informe della diversità, di esserne curiosi, oltre che del concetto (facile per tutti) proprio di quella pratica “oscura” che la contraddistingue, e che di primo acchito ci intimorisce, ci spiazza, e ci suggestiona, ma che alla fine ci insegna a conoscere noi stessi dopo aver perfezionato la conoscenza degli altri.

Ecco perché, a lungo andare, sappiamo come coltivare la nostra imperfezione, che significa essenzialmente darsi dei limiti, sapere che non è importante valicarli, quanto invece lavorarci su. Perché non essere troppo rigidi con se stessi è un pregio, ed essere troppo calati nei nostri giudizi porta alla perdita e alla continua disattenzione di ciò che senza saperlo è prezioso, e ci passa accanto.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Weltwirtschaftskrise: Arbeitslose in den USA

Riprendere in mano un libro di teoria economica scritto ottant’anni fa; studiarlo a fondo, cercando chiavi interpretative per il capitalismo contemporaneo, e strumenti operativi in grado di emendarne i suoi peggiori difetti, che, allora come oggi, rimangono la disoccupazione di massa e la distribuzione iniqua e arbitraria di reddito e ricchezza. Scoprire l’attualità, la freschezza di un pensiero che il tempo non ha fiaccato. E contemporaneamente disfarsi di centinaia di articoli, papers, libri freschi di stampa ma già superati sul piano delle idee.  Scopo delle righe che seguono sarà di riportare alla luce la lezione del più grande economista del Novecento, John Maynard Keynes: che l’economia capitalistica è intrinsecamente instabile e che la teoria economica dominante nell’accademia, nei centri studi e nelle cancellerie internazionali, quella neoclassica[1], basata sull’equilibrio economico generale e sulla neutralità della moneta[2], non è in grado di spiegare i fatti economici più rilevanti del mondo in cui viviamo.

IL RUOLO DELL’INCERTEZZA 

L’innovazione profonda e radicale che John Maynard Keynes porta in dote alla teoria economica è di carattere metodologico; riguarda l’accento che egli pone sull’incertezza che caratterizza il contesto decisionale degli agenti economici . E che lo porta per questo a rifiutare l’approccio deterministico allo studio del sistema economico impiegato dalla teoria mainstream neoclassica.
L’incertezza è legata all’incapacità, da parte degli agenti economici, di fare previsioni attendibili su eventi futuri, per mancanza di conoscenza[3].
Ciò implica che non possiamo costruirci un ventaglio di probabilità misurabile per ogni evento che potrà accadere. E non possiamo quantificare ex ante l’impatto che un evento avrà su di noi né tentare di assicurarci contro di esso, poiché non abbiamo nemmeno idea se questo accadrà o meno.
Tuttavia dobbiamo prendere delle decisioni.
Le scelte in condizioni di incertezza dei soggetti economici (imprenditori, operatori finanziari, famiglie) e le fluttuazioni della produzione e dell’occupazione che ne derivano sono il fulcro dell’analisi che l’economista britannico proporrà nella sua opus magnum, la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, uscita il 4 febbraio 1936, in piena Grande Depressione.

MONETA E TASSO D’ INTERESSE

Un’importante cesura attuata dall’economista inglese con il pensiero economico dominante riguarda la differente funzione che egli attribuisce alla moneta nel sistema economico.
Per la teoria neoclassica, essa non ha alcun valore intrinseco.
Poiché è irrazionale lasciarla in forma liquida, gli individui la fanno circolare sempre, all’interno del sistema .
Nello specifico, la utilizzano per comprare beni e servizi oppure, quando i tassi d’interesse sono abbastanza alti, la prestano alle imprese, direttamente tramite i mercati, o indirettamente tramite gli istituti di credito.
Il meccanismo che tiene in equilibrio domanda e offerta di fondi , cioè i risparmi e gli investimenti, è il saggio d’interesse, che costituisce, secondo la teoria neoclassica, il premio per l’astensione dal consumo degli individui.
Se la moneta è quindi un semplice “velo”, è sempre spesa o investita dagli agenti economici, mai lasciata inattiva: mai tesaurizzata. Questo fa sì che venga verificata l’identità tra risparmi (S) ed investimenti (I) e che la domanda aggregata eguagli sempre l’offerta, portando il sistema all’equilibrio di piena occupazione. La legge di Say risulta così perfettamente confermata.
Keynes considera questa teoria valida solo per un’economia di baratto, nella quale non c’è dissociazione temporale tra la percezione del reddito e spesa dello stesso, scongiurando così l’eventualità di disequilibri tra domanda ed offerta.
Ma quella in cui viviamo, ci ricorda l’economista britannico, è un’economia monetaria di produzione, nella quale la moneta, oltre ad avere una funzione di mezzo di pagamento e di numerario, ha anche un ruolo importantissimo come riserva di valore.
Gli individui non domandano moneta solo per spenderla o investirla, ma anche per tesaurizzarla, lasciandola temporaneamente inutilizzata in attesa di tempi migliori.
Se così è, il reddito monetario che le famiglie e gli imprenditori percepiscono non si converte automaticamente in maggiori consumi ed investimenti; esiste anzi la concreta possibilità che vi siano risorse inutilizzate nel sistema. Ciò implica che l’equilibrio economico possa attestarsi ad un livello caratterizzato da insufficiente domanda aggregata e da sotto occupazione (vedi box 1).

Box 1: Keynes vs neoclassici

Equilibrio neoclassico (aggiustamento sui prezzi): S > I → tasso d’interesse↓ → I↑ → S = I (equilibrio di piena occupazione)
Equilibrio keynesiano (aggiustamento sulle quantità): S > I → ∆Scorte → ↓Investimenti → Occupazione↓ → Reddito ↓ → S↓ → S = I (equilibrio di sottoccupazione)

Da questa breve disamina emerge chiaramente come per Keynes la moneta non sia affatto“neutrale”, come pensavano i neoclassici, ma che invece essa incida direttamente sulle variabili reali (reddito e occupazione).
Resta ora da spiegare per quale ragione gli agenti economici decidano di nascondere sotto il materasso moneta perfettamente liquida ed infruttifera d’interesse. Secondo Keynes, abile psicologo del mercato, il movente è di tipo speculativo.
Non riguarda quindi la movimentazione dei flussi di reddito, ma l’allocazione intertemporale degli stock di ricchezza: le scelte di portafoglio degli operatori finanziari. Keynes adotta nella sua analisi il punto di vista dello speculatore professionista, il quale non acquista attività finanziarie per tenerle in portafoglio fino alla scadenza (come fa il cassettista), ma per cederle sul mercato con l’obiettivo di ottenere un guadagno.
Nel porre in essere le proprie scelte finanziarie, lo speculatore è guidato dalle proprie aspettative, soggette a incertezza fondamentale e per questo fortemente volubili.
Esse vengono influenzate dalla situazione in cui versa il sistema economico in un dato istante. Quando, specie durante una crisi, l’incertezza sull’andamento del mercato dei titoli aumenta, gli operatori preferiscono domandare moneta liquida per scongiurare possibili eventi avversi, come perdite in conto capitale. La moneta liquida, infatti, se da una parte non corrisponde un interesse, dall’altra non perde il suo valore nel tempo.
Così non è per le azioni o i titoli a reddito garantito. Il loro rendimento dipende infatti dal prezzo e dal tasso d’interesse, che sono soggetti a fluttuazioni. Agli speculatori non interessa tanto il rendimento attuale di un titolo, quanto quello futuro. Come affermato in precedenza, essi sperano di guadagnare dalla vendita futura del titolo o comunque di evitare le perdite. Quando si aspettano un rialzo del tasso d’interesse, che corrisponde ad un deprezzamento futuro del titolo, essi se ne liberano, acquistando moneta liquida.
Questa scelta, chiamata “preferenza per la liquidità” e la politica delle autorità monetarie determinano il tasso d’interesse, definito da Keynes “il premio per la rinuncia alla perfetta liquidità”. Nella teoria keynesiana, a differenza di quella neoclassica, il tasso d’interesse è quindi un fenomeno strettamente monetario. Esso influenza le decisioni di investimento degli imprenditori, come vedremo nel prossimo paragrafo.

GLI “ANIMAL SPIRITS” DEGLI IMPRENDITORI E L’INSTABILITÀ DEL CAPITALISMO

Keynes, sulla scia degli economisti classici, attribuisce all’imprenditore un ruolo predominante nel determinare l’andamento del sistema economico. In questo si discosta dalla tradizione neoclassica, per la quale è invece il consumatore ad essere sovrano. Nell’ottica keynesiana, invece, il consumatore ha un ruolo passivo. Lo schema logico proposto dall’economista inglese è il seguente: gli investimenti degli imprenditori determinano il livello del reddito e il volume dell’occupazione, mentre le famiglie decidono quanto risparmiare e quanto consumare del reddito disponibile. Per una “legge psicologica fondamentale” ( e per l’evidenza empirica), al crescere del reddito crescono anche i consumi, ma non tanto quanto il reddito. La propensione marginale al consumo della collettività, dC/dY , è minore di 1.
Fino a quando gli investimenti programmati dagli uomini d’affari saranno pari al risparmio desiderato delle famiglie, si raggiungerà un equilibrio di piena occupazione.
In un’economia povera, secondo Keynes, questa condizione si realizza facilmente, poiché la maggior parte del reddito è assorbita dal consumo. Gli investimenti che occorrono sono modesti, poiché il risparmio che si forma in un’economia di questo tipo è irrilevante.
La piena utilizzazione delle forze produttive è garantita facilmente.
Ciò non è più scontato in un’economia capitalista, nella quale il livello del reddito degli individui è elevato; di conseguenza, la componente del reddito destinata al risparmio tende anch’essa ad aumentare.
Per assicurare che quelle risorse che si formano nel sistema non rimangano inutilizzate, l’ammontare degli investimenti dovrà essere cospicuo, tale da eguagliare i maggiori risparmi.
Ma tutto questo potrà essere garantito dalla sola libera intrapresa privata? Keynes ci fornisce la risposta attraverso un’analisi delle scelte d’investimento dell’imprenditore.
Questi deve decidere, per esempio, se acquistare macchinari, cioè beni a fecondità ripetuta, per accrescere la capacità produttiva dell’impresa.
Si tratta di investimenti a medio-lungo termine, non facilmente liquidabili e che possono esporre l’impresa a perdite elevate.
L’imprenditore sa poco o niente di cosa gli riserverà il futuro; non è in grado di assegnare probabilità definite agli eventi che potranno verificarsi e di assicurarsi contro quelli sfavorevoli. Tale incertezza epistemica riguardo al futuro non gli consente di valutare correttamente la redditività dell’investimento attraverso un mero calcolo dei costi e dei benefici. Lo stesso tasso d’interesse sul denaro preso in prestito assume, nella trattazione keynesiana, un ruolo di secondo piano.
L’imprenditore, secondo Keynes, si affida invece alle sue aspettative di profitto, gli animal spirits, ossia ad una serie di intuizioni viscerali e considerazioni di lungo periodo sul successo dell’investimento. Derivando da componenti emotive più che razionali della natura umana, gli animal spirits sono discontinui, instabili, ciclotimici.
Durante i periodi di ottimismo, essi porteranno gli imprenditori ad investimenti copiosi, garantendo prosperità all’intero sistema economico. Viceversa, nei periodi di recessione prevarrà una sfiducia e un pessimismo che porterà gli uomini d’affari a comprimere drasticamente gli investimenti e a licenziare, aggravando così la crisi e ritardando la ripresa. In quest’ultima situazione, che Keynes aveva ben presente (ricordiamo che egli scrive in piena Grande Crisi), misure di politica economica come l’abbattimento del costo del denaro rischiano di non avere alcuna utilità per far emergere l’economia dal pantano nel quale è immersa. Infatti, gli individui potrebbero rendere inefficaci queste misure aumentando la propria preferenza per la liquidità, cioè risparmiando di più, poiché temono un futuro peggioramento delle condizioni del sistema.
La conclusione a cui perviene Keynes si colloca agli antipodi di tutto il pensiero economico precedente, con la significativa eccezione di Karl Marx: l’economia capitalista deregolamentata è intrinsecamente soggetta a fluttuazioni ed è sempre esposta al rischio di sottoutilizzare le risorse produttive.
In altri termini, la disoccupazione, lungi all’essere un’aberrazione provocata dall’irresponsabilità dei sindacati o alla generosità del welfare, come sostiene la scuola neoclassica, è un fenomeno strutturale, endogeno al capitalismo stesso. Per questo Keynes respinge il laissez faire estremo propugnato dagli economisti neoclassici ed invoca l’intervento dello Stato per correggere le storture del sistema.
Nello specifico, spese governative in deficit con cui finanziare investimenti pubblici e imposizione fiscale progressiva su redditi e successioni rappresentano gli strumenti più idonei per assorbire la forza lavoro inutilizzata e per rilanciare la propensione al consumo degli individui. Va ricordato però che Keynes, al contrario di quanto recita una sua vulgata oggi tornata di moda, non riteneva questi interventi la panacea di tutti i mali, né semplici ricette da applicare meccanicamente a prescindere dal contesto storico-culturale. La lezione più attuale dell’economista inglese, infatti, ci sembra essere questa, che l’economia politica è una scienza storico-sociale e il suo oggetto di studio è un sistema economico in continua evoluzione come il capitalismo.

Federico Stoppa

 

NOTE AL TESTO:

[1] Il progetto di ricostruire l’economia politica come scienza fisico-matematica, sul modello della meccanica classica e dell’astronomia,  ha inizio negli anni ’70 dell’Ottocento, con la rivoluzione marginalista e la scuola neoclassica.  S’incomincia a parlare, nella scienza economica, di curve di domanda ed offerta, di prezzi d’equilibrio, di homo oeconomicus (soggetto razionale capace di prendere delle decisioni sulla base di preferenze coerentemente ordinate, per massimizzare la propria utilità personale) e più in generale di utilizzare modelli desunti dalle scienze naturali per spiegare fenomeni sociali.  I principali pensatori neoclassici (come Leon Walras, Stanley Jevons, Alfred Marshall, Karl Menger etc), cercano di dimostrare, ricorrendo massivamente alla matematica, l’assoluta superiorità del mercato autoregolato e del laissez faire su qualsiasi sistema alternativo, in termini di efficienza produttiva e stabilità. Le crisi, secondo questo approccio, non sono congenite al sistema, ma anomalie provocate da fattori esogeni (come le richieste salariali eccessive da parte dei sindacati, che fanno si che il salario non raggiunga il livello ottimale, causando disoccupazione) e comunque destinate a dissolversi nel lungo periodo, quando il sistema raggiungerà l’equilibrio di piena occupazione. Questa concezione teorica sarà sostanzialmente condivisa, in tempi più recenti, dai monetaristi, dai nuovi classici, e anche – pur se con qualche modifica – dai cosiddetti nuovi keynesiani.

[2] Questo ragionamento è alla base della moderna teoria quantitativa della moneta, formulata dall’economista inglese Irving Fisher(1867-1947). La teoria quantitativa individua una relazione diretta tra stock di moneta immessa nel sistema economico e livello dei prezzi. Ciò significa che un aumento dell’offerta di moneta deciso dalle autorità di politica economica sarà comunque utilizzata dagli individui per domandare beni di consumo e d’investimento, facendone rialzare i prezzi, causa l’impossibilità di aumentare la produzione nel breve periodo da parte delle imprese. In sintesi, gli economisti neoclassici, sostengono che la moneta non influisca direttamente sulle variabili reali del sistema, come reddito ed occupazione, ma solo sui prezzi. Milton Friedman (1912- 2006) e la scuola monetarista di Chicago, negli anni ’70 del Novecento, faranno propria questa tesi per contrastare le politiche attuate dai governi e dalle banche centrali occidentali per sostenere la domanda aggregata. Armati di nuovi modelli teorici, come la curva di Phillips rivisitata in un contesto di lungo periodo e alla luce delle aspettative acceleratrici sui prezzi,  i monetaristi dimostrano come sia velleitario, da parte delle autorità di politica economica, combattere la disoccupazione con interventi congiunturali, quali l’incremento della spesa pubblica e dello stock di moneta all’interno del sistema. Queste politiche hanno effetto sulle variabili reali solo nel breve periodo, ma al costo di un’inflazione sempre più alta.  Nel lungo periodo, invece, esse alimentano soltanto l’inflazione, senza nessun effetto sulla disoccupazione, che rimane al suo livello di equilibrio, “naturale”. Gli stessi agenti economici imparano a tener conto dell’intervento pubblico nell’economia, scontandone gli effetti in anticipo, come affermano i teorici delle aspettative razionali. Così, le uniche misure che le autorità di politica economica dovrebbero mettere in campo per contrastare la disoccupazione sono, secondo i monetaristi, riforme strutturali  volte a ridurre le frizioni nel funzionamento del mercato, dal lato dell’offerta; in particolare, combattere le rigidità del mercato del lavoro, riducendo il potere dei sindacati e la spesa sociale per la disoccupazione; incentivare la mobilità dei lavoratori dai settori in declino a quelli in espansione attraverso la riqualificazione professionale.

[3] L’opera in cui Keynes sviluppa la sua concezione della probabilità e dell’incertezza è il Trattato sulla Probabilità, scritto nel 1921. Nella sua opera, l’economista britannico distingue tra situazioni nelle quali gli individui sono in grado ex ante di assegnare probabilità numeriche agli eventi che accadranno (es. il gioco dei dadi) e situazioni nelle quali questo non è possibile, perché le nostre conoscenze attuali sono insufficienti anche per definire lo spazio degli eventi che ci riserberà il futuro; tali situazioni contraddistinguono in particolare l’ambito economico e finanziario. Per prendere le loro decisioni, gli agenti economici si affidano perciò a “convenzioni”, come quella di supporre che “la situazione attuale durerà a tempo indeterminato”. Tuttavia, come spiega lo stesso Keynes: “Una valutazione convenzionale, che si sia stabilita come risultato della psicologia di massa di un grande numero di individui ignoranti, è esposta a cambiamenti violenti in seguito a un mutamento di opinioni”

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