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Papa Francesco

Papa Francesco

È questo rifiuto che potrebbe dunque simboleggiare la Chiesa: ritornando alle origini, cioè all’opposizione e alla rivolta“. P. P. Pasolini, 1974

Il pontificato di Jorge Maria Bergoglio si sta distinguendo per prese di posizione sulle grandi questioni sociali del nostro tempo radicalmente alternative al pensiero unico neoliberista.  Nei suoi scritti e discorsi risaltano due aspetti: la critica ad una società economica i cui difetti più evidenti sono “ l’incapacità a provvedere alla piena occupazione e la distribuzione iniqua e arbitraria dei redditi e della ricchezza” (Keynes, General Theory, 1936) e la proposta di un suo superamento in direzione di un’economia sociale di mercato al servizio dell’uomo e del bene comune.

UN SISTEMA ECONOMICO RADICALMENTE INGIUSTO 

Per Francesco, l’attuale sistema sociale ed economico “è ingiusto alla radice” e “procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria”. Viene promossa una cultura che fa dell’esclusione e dell’indifferenza sociale il suo tratto distintivo. Un potere inedito, che non opprime più direttamente le membra più deboli del corpo sociale – anziani, giovani, donne – ma le lascia piuttosto marcire ai margini. In questa cornice, l’invito di Bergoglio è quello di far sentire, forte e chiaro, il nostro “No!” : no alla globalizzazione dell’indifferenza, no al denaro che governa invece che servire.  No a questa economia necrofila, per cui “un ribasso di due punti della borsa fa più notizia di un anziano morto assiderato per strada”.

LA DIFESA DELLO STATO DI DIRITTO SOCIALE 

Bergoglio è convinto che lo strumento più idoneo per combattere le iniquità distributive sia lo Stato di diritto sociale, in specie nelle tre voci dell’istruzione, dell’accesso alle cure e del diritto al lavoro. E’ una visione agli antipodi di quella della maggioranza dei centri studi economici e delle cancellerie internazionali, la cui Agenda di riforme prevede di sostituire il lavoro ben retribuito e tutelato con impieghi flessibili e sottopagati, appaltare al privato sanità e previdenza, appiattire l’istruzione sulla componente utilitaristica, strumentale al mercato. Nella convinzione che qualche goccia di PIL in più raggiunga anche i piani bassi, come recita la teoria della “ricaduta favorevole” (trickle-down). Secondo il Papa,  “questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante”. La crescita ha promesso pane per tutti ma finora ha dato solo pietre per i più svantaggiati. La giustizia sociale, conclude in Pontefice, esige profonde riforme che prevedano la ridistribuzione della ricchezza prodotta e una rinnovata attenzione alla “questione ecologica”.

DISOCCUPAZIONE E DIGNITA’ DEL LAVORO

Bergoglio interpreta la crescente disoccupazione europea come conseguenza di un sistema malato, incapace di creare lavoro perché costantemente a caccia di profitti a brevissimo termine.  Per il neoliberismo Il lavoro è infatti una variabile dipendente dai mercati finanziari e monetari; per la Dottrina sociale della Chiesa un veicolo di realizzazione della persona e di riconoscimento sociale. In quest’ultima accezione, una buona prestazione lavorativa non può ridursi a un mero dare per avere o per dovere, ma incorpora sempre un sovrappiù di creatività, di dono, di libertà – peculiare a ciascun individuo. Compito delle imprese è creare le condizioni affinché ciò si manifesti.

“NON CI SONO ALTERNATIVE” FALSO!

Se la teoria economica dominante rappresenta l’uomo come campione di opportunismo, la riflessione di Bergoglio – sulla scia di pensatori come Amartya Sen e Albert Hirschman – ci porta a considerare fattori che hanno un ruolo altrettanto importante degli interessi personali nel guidare le sue decisioni economiche: i codici morali e le passioni. Nell’epoca dei pensieri deboli, Egli sprona così i giovani a non scadere nel pessimismo e ad andare controcorrente, a giocare la vita per grandi ideali. “Lottate per questo, lottate. Non lasciatevi intrappolare dal vortice del pessimismo, per favore! Se ciascuno farà la propria parte, se tutti metteranno sempre al centro la persona umana, non il denaro, con la sua dignità, se si consoliderà un atteggiamento di solidarietà e condivisione fraterna, ispirato al Vangelo, si potrà uscire dalla palude di una stagione economica e lavorativa faticosa e difficile”.

Federico Stoppa

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REFERENZE BIBLIOGRAFICHE

Discorso pronunciato durante la visita a Lampedusa, 8 Luglio 2013 (link)

Evangelii Gaudium, Esortazione apostolica,  24 novembre 2013 (link)

Ai dirigenti e operai delle Acciaierie di Terni, 20 marzo 2014 (link )

Ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, 2 ottobre 2014 (link)

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 Le disuguaglianze nella distribuzione dei redditi sono solitamente misurate tramite il coefficiente (o Indice) di Gini, che è un numero compreso tra 0 ed 1. Valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione abbastanza omogenea, con 0 che corrisponde alla situazione in cui tutti percepiscono esattamente lo stesso reddito, e 1 che corrisponde alla situazione dove una persona percepisce l’intero reddito del paese mentre tutti gli altri hanno un reddito nullo.

Le diseguaglianze si possono misurare sia rispetto al reddito di mercato (nei redditi di mercato rientrano quelli da lavoro dipendente, da lavoro autonomo e i redditi da capitale) che rispetto al reddito disponibile dopo i trasferimenti da parte degli enti pubblici e il versamento delle imposte. Quest’ultimo è il reddito effettivo che le famiglie possono utilizzare per i loro piani di consumo e risparmio.

È  utile effettuare un confronto sull’evoluzione dell’indice di Gini per il reddito di mercato (prima di tasse e trasferimenti) e per il reddito disponibile in Italia, Francia e Germania.  Nei tre paesi considerati la disuguaglianza di reddito è andata aumentando dagli anni Novanta ad oggi. Il Gini per il reddito di mercato e il reddito disponibile in Italia è passato dallo 0,40 del 1991 allo 0,50 del 2010, con un incremento particolarmente significativo a metà degli anni Novanta e a metà degli anni Duemila. In Germania e in Francia si è assistito ad una dinamica analoga: entrambe avevano nel 2010 un indice di Gini pari a circa 0,50.

La crescita delle diseguaglianze di mercato nei Paesi Ocse è stata determinata[1] principalmente da tre fattori:

–  La globalizzazione delle merci e dei capitali e la rivoluzione informatica, che hanno accresciuto la domanda di lavoro altamente qualificato a scapito dei posti di lavoro nella fascia medio bassa del mercato del lavoro;

–  La liberalizzazione finanziaria, che ha peggiorato la situazione modificando la distribuzione del reddito a favore del capitale (profitti e rendite) e a svantaggio di salari e stipendi;

Le riforme implementate dai governi, che hanno segmentato il mercato del lavoro e la dispersione salariale, in specie tra lavoratori a tempo pieno e indeterminato e lavoratori atipici ad elevata flessibilità.

Nonostante il verificarsi di questi fenomeni, la redistribuzione dello Stato – attraverso le imposte, ma soprattutto mediante trasferimenti monetari e servizi in natura – mantiene ancora un ruolo fondamentale per limare le disparità di reddito nelle economie avanzate. Infatti, quando si guarda al reddito effettivamente disponibile dopo l’intervento dello Stato, gli indici di Gini scendono in tutti i paesi da noi considerati di circa un quarto. Nel nostro paese, però, la redistribuzione è meno efficace di Francia e Germania: l’indice di Gini per il reddito disponibile è infatti pari allo 0,34 in Italia, contro lo 0,30 riscontrato negli altri due paesi. L’efficacia dello Stato italiano nel contrastare le diseguaglianze si è andata riducendo nel corso del tempo, in particolare dalla metà degli anni Novanta. Durante questo periodo, l’indice di Gini cresce dallo 0,30 allo 0,35, per poi stabilizzarsi su tale soglia per tutto il primo decennio del Duemila.

Nell’insieme dei paesi dell’area Ocse, l’Italia detiene il settimo posto tra quelli con indice di Gini più elevato. Il nostro paese risulta molto più diseguale rispetto a grandi paesi europei come Francia e Germania,  e appena più egalitario di Stati Uniti e Regno Unito.

Si analizzino a questo proposito i dati riportati nella tabella 1, che riguardano un arco temporale che va da metà anni Ottanta fino ad oggi. Durante questo quarto di secolo, la crescita media annua del reddito disponibile delle famiglie italiane è stata pari allo 0,8%, la percentuale più bassa tra i paesi ivi considerati. Tuttavia, mentre i redditi del decile più povero della popolazione italiana rimanevano praticamente fermi (+0,2 in media all’anno), il 10% delle famiglie più ricche ha visto aumentare il proprio reddito di cinque volte tanto (+1,1% all’anno). Dinamiche simili di concentrazione dei redditi nelle fasce più abbienti delle famiglie si osservano solo negli Stati Uniti, nel Regno Unito ed in Germania.

 

Tab. 1: Reddito disponibile delle famiglie, crescita media annua in %, 1985-2010. Fonte: Ocse, Divided We Stand, 2011

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In Italia, le dinamiche appena descritte hanno esacerbato le differenze di reddito tra i decili delle popolazione: un individuo che apparteneva al 10% più ricco della popolazione aveva nel 2010 un reddito dieci volte superiore ad un individuo che apparteneva al 10% più povero. Nel 1985 tale rapporto era pari a 8. In Germania il decile più ricco della popolazione ha un reddito pari a 8 volte quello più povero e in Francia pari a 7 volte. La media Ocse è di 9 a 1.

 

Un importante strumento a disposizione degli Stati per migliorare le condizioni dei più poveri e ridurre le disuguaglianze è quello della spesa pubblica in servizi (in natura): principalmente, educazione, sanità, servizi alle famiglie e agli anziani, edilizia sociale, trasporti. In media, i Paesi Ocse destinano circa il 13% del Prodotto ai servizi e l’11% ai trasferimenti monetari. In Italia, invece, la struttura della spesa pubblica è sbilanciata sui trasferimenti in cash (17% del PIL), mentre ai servizi è dedicato il 12% del Prodotto.

 

Tab.2: Spesa pubblica in trasferimenti monetari e in natura, in % del PIL, anno 2007. Fonte: Ocse (2011, p.311)

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I servizi pubblici sono finanziati con la fiscalità generale e di conseguenza pesano maggiormente sulle classi contributive maggiori, quelle più abbienti, limitando in tal modo il gap tra decile più ricco e decile più povero della popolazione. In Italia, grazie al contributo dei servizi in natura, tale rapporto interdecile scende del 28%., percentuale più elevata della media Ocse (26%).

Per quanto riguarda invece la diseguaglianza complessiva, i servizi pubblici contribuiscono a ridurre l’indice di Gini di circa il 20% nei Paesi Ocse. Nel caso specifico dell’Italia l’indice di Gini diminuisce notevolmente, dallo 0,32 allo 0,26.

 Tuttavia, secondo l’Ocse (2011, p.329), l’impatto redistributivo dei servizi pubblici in natura, in Italia, si è attenuato sensibilmente durante i primi anni duemila, a seguito dei tagli a cui sono stati sottoposti. In particolare, all’inizio del nuovo secolo essi contribuivano a ridurre le diseguaglianze di reddito di un quarto, mentre nel 2007 tale effetto perequativo era del 6% inferiore.

 

 Tab. 3: Impatto dei trasferimenti monetari (cash) e dei servizi pubblici (extended income) sulla riduzione delle diseguaglianze (Indice di Gini), anni 2000 e 2007. Fonte: Ocse (2011, p.329)

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Alla luce di queste considerazioni, si può concludere che il taglio della spesa pubblica per finanziare l’abbattimento della tassazione su imprese e famiglie – annunciato dall’attuale ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan –  avrà effetti negativi sulla distribuzione del reddito, e quindi deprimerà ulteriormente domanda e prodotto.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

I dati riportati nel testo sono estratti dal Rapporto Ocse “Divided We Stand: Why inequalities keeps rising” del 2011 e scaricabile al seguente link:

http://www.sozialministerium.at

 

Federico Stoppa 

 

 

 

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Leggendo i quotidiani, ascoltando i discorsi della gente nella metropolitana, o persino quelli degli amici, durante una cena, si è colpiti dalla straordinaria centralità, direi onnipresenza, che l’economia, il lavoro, hanno assunto nelle nostre vite, oscurandone quasi tutti gli altri aspetti. Banale costatazione, si dirà. E invece no: se si stacca per un attimo lo sguardo dai problemi del quotidiano, e si adotta una prospettiva di lungo termine, ci si dovrebbe aspettare piuttosto un minor interesse da parte nostra per le questioni legate alla sussistenza materiale.

Qualche dato per motivare questa tesi. L’ammontare di merci che noi fortunati occidentali abbiamo oggi a disposizione – misurata dal Prodotto lordo pro capite – è di circa cinque volte superiore a quella che avevamo agli inizi degli anni ’30 (Jackson, 2011). Per produrle occorre un numero sempre minore di persone. Prendiamo l’Italia: ancora negli anni Settanta, il 20% dei lavoratori era impiegato nel settore primario, ora è il 4%. Negli altri paesi OCSE tale quota oscilla oggi attorno al 2-3%.

Nel settore manifatturiero, dove si sono formate la classe operaia, la Sinistra, il Welfare previdenziale e assistenziale e una robusta classe media, gli occupati nei paesi sviluppati sono in media il 15% del totale. Nel dettaglio: in Italia sono un quarto della forza lavoro totale, una percentuale relativamente elevata. In Germania, il 18%; in Giappone il 16%, in Francia il 12%, negli Stati Uniti meno del 10%. Il peso dei “colletti blu” sul totale degli occupati è sceso drammaticamente dagli anni ’70 ad oggi: di circa 8 punti percentuali in Italia, addirittura di 13 punti negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, di 16 punti in Germania, 12 in Francia, 9,7 in Giappone. La globalizzazione e la Grande recessione hanno certo accelerato questo processo di deindustrializzazione, che però ha avuto inizio molto prima. E per un’altra ragione.

Quota occupati nel settore manifatturiero, in % del totale. Fonte: Ocse

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  Composizione % occupati in Italia. Fonte: Istat

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E’ stato infatti l’aumento senza soluzione di continuità della produttività del lavoro che ha permesso, grazie al progresso tecnologico, di produrre sempre più beni alimentari e manufatti con una quota declinante di persone. Prima in agricoltura, poi nelle fabbriche, le macchine hanno sostituito il lavoro dell’uomo, permettendogli di soddisfare bisogni fondamentali come mangiare, bere, vestirsi, curarsi, avere un tetto, disporre di beni di consumo durevole, affrancandolo (solo apparentemente, come vedremo) dalla maledizione biblica del lavorare con il sudore sulla fronte per sopravvivere. Un risultato straordinario.

John Maynard Keynes era sicuro che – di questo passo – entro il 2020 lo sviluppo della tecnologia ci avrebbe consentito di lavorare tutti per 3-4 ore al giorno. Secondo l’economista britannico, una volta risolto per sempre il problema economico, le popolazioni affluenti avrebbero potuto dedicarsi alle cose veramente importanti della vita: la cultura, l’arte, l’aiuto disinteressato di chi è in difficoltà.

In parte ciò si è realizzato. La maggior produttività del lavoro nel settore primario e secondario ha fatto crollare i prezzi dei beni alimentari e industriali. Tale fenomeno, assieme alle lotte sindacali e operaie dal basso, e alle riforme sociali dei governi socialdemocratici e cristiano democratici nel secondo dopoguerra dall’alto, hanno innalzato il nostro potere d’acquisto reale, e ci hanno consentito di lavorare di meno (le 40 ore, le ferie pagate, il sabato libero, la tredicesima, le pensioni)  [1].  Il maggior reddito reale si è trasformato in nuova domanda di beni e soprattutto, di servizi, generando nuova occupazione e nuovi lavori nel settore pubblico e privato. E’ cresciuta la classe impiegatizia, gli insegnanti, il personale ospedaliero, gli avvocati, i medici, i burocrati. E poi il turismo e l’industria del tempo libero, i ristoranti, le beauty farms. In sintesi: solo 1 persona su 5, nelle economie avanzate, è impegnata direttamente nella produzione di beni più o meno utili alla nostra sopravvivenza materiale. 

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Tuttavia, nonostante questi dati attestino come il lavoro sia diventato meno urgente a causa della tecnologia, siamo molto lontani dal lavorare 15 ore a settimana come auspicava Keynes. Anzi, nelle nostre società non c’è stigma più grande di quello della disoccupazione, attribuita alla pigrizia dell’individuo e alla sua indisponibilità a sacrificarsi.

Per questo, negli anni passati abbiamo creato migliaia di lavori inutili, se non dannosi, soprattutto nel settore finanziario e amministrativo: solo per tenere la gente occupata e dargli un reddito da spendere, in modo da continuare a far girare la giostra dei consumi. Sottolinea il professor David Graeber : “non è del tutto chiaro se l’umanità soffrirebbe qualora sparissero tutti gli amministratori delegati, lobbisti, public relation managers, addetti al telemarketing, ufficiali giudiziari o consulenti legali. (Molti sospettano che il mondo, in loro assenza, potrebbe addirittura sensibilmente migliorare)”(On the phenomenon of bullshit jobs, Strike! Magazine, Agosto, 2013).

La domanda a questo punto è inevitabile: perché invece di realizzare l’(e)utopia keynesiana di un incremento del tempo dedicato ad attività piacevoli e ad alta utilità sociale, continuiamo a votare le nostre vite alla competizione esasperata, che crea ansia da prestazione, frustrazione, infelicità?

Una prima risposta concerne l’iniqua ripartizione dei guadagni di produttività. Se la maggior parte di questi se li prende il capitale, i lavoratori sono costretti a lavorare più ore per conservare lo stesso tenore di vita. Questo è quanto accaduto nelle economie avanzate negli ultimi trent’anni. Il lavoro ha lasciato sul campo ben 10 punti di PIL, intascato dai profitti e dalle rendite [2].

La concentrazione della ricchezza e dei redditi in poche mani fa si che la composizione dei beni e dei servizi che si producono e la struttura del mercato del lavoro siano giocoforza espressione delle preferenze dei più ricchi. Purtroppo le nuove elités politiche ed economiche non hanno i gusti raffinati di quelle del Rinascimento, che chiedevano cultura e arte. Piuttosto domandano gadgets tecnologici sempre più perfezionati, capi di abbigliamento à la page, cene in ristoranti esclusivi, hotel di lusso, nonché avvocati di grido, commercialisti, consulenti finanziari per gestire i loro ipertrofici patrimoni.

Seconda risposta: l’apparente insaziabilità dei bisogni non fisiologici. I consumi vistosi e lo stile di vita dei più ricchi mettono in moto un meccanismo di emulazione da parte della classe media e bassa, disposta a lavorare di più e anche ad indebitarsi pur di possedere i cosiddetti beni di status. Ciò traspare anche dagli ultimi dati Istat:  anche nel bel mezzo di una spaventosa crisi come questa, gli italiani rinunciano alle cure o risparmiano sul cibo, ma non all’ultima versione di cellulare o ai prodotti di bellezza (vedi Legrenzi, Frugalità, Il Mulino, 2014).

Resta il fatto che questo sistema è destinato prima o poi ad andare a sbattere contro un muro.

Infatti, chi genererà tutta la domanda di consumi necessaria per continuare a crescere e dare lavoro, se i salari sono sempre più bassi e l’era dell’indebitamento privato e pubblico è giunta alla fine? Quali meccanismi verranno inventati per farci continuare a lavorare, e quindi a desiderare e a spendere, se il progresso tecnico sostituirà nei prossimi anni con macchine super intelligenti la metà dei lavori attuali?

E pensare che mai come ora avremmo l’occasione di realizzare un antico sogno: servirci della tecnologia per liberare definitivamente il lavoro dalla sue componenti di alienazione, noia, ripetitività. Un lavoro che, lungi dal rappresentare soltanto una mera fonte di sopravvivenza o profitto per chi lo compie, sia diretto piuttosto alla piena realizzazione del sé.

In tedesco, la parola Beruf presenta la doppia accezione di professione lavorativa e vocazione. “Was bist du von Beruf?” può essere reso sia con “Che lavoro fai? che con “Qual è la tua vocazione?” [3].  E’ un retaggio dell’etica protestante, che compie nel XVI sec. una clamorosa riabilitazione del lavoro; non più spiacevole sudore sulla fronte che il credente deve evitare ad ogni costo per dedicarsi all’ascesi della preghiera, ma via maestra per raggiungere la pienezza della vita religiosa. Ciascuno di noi ha la sua vocazione, la sua chiamata, non solo i mistici e i preti, dice Lutero: rispondere a questa chiamata significa coltivare i propri talenti, far bene il proprio lavoro; il compito supremo che il cristiano ha su questa Terra. E aggiunge Primo Levi nella Chiave a Stella: “Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono”.

Il punto di partenza per edificare una nuova “civiltà del lavoro” sta nel comprendere che il problema economico, almeno nel Primo Mondo, è risolto, che siamo saturi di merci e non abbiamo bisogno di altre. Per questo, la crescita illimitata del PIL è un obiettivo stupido da perseguire, oltre che esiziale per la tenuta dell’ecosistema. Dovremmo invece concentrarci su come distribuire in modo più equo la ricchezza prodotta. Utilizzare gli incrementi di produttività per aumentare il tempo libero dei lavoratori e non per espellerli. Indirizzare l’innovazione e la ricerca verso produzioni a minimo contenuto di materia-energia e riequilibrare il rapporto tra beni pubblici e privati. Sviluppare posti di lavoro in settori a basso rischio d’automazione, capaci di creare soddisfazione e godimento sia per chi produce che per chi consuma: cultura, arte, cura della persona, artigianato. Promuovere quell’economia della partecipazione e della cooperazione che ci hanno descritto, nei loro lavori visionari, James Meade e Martin Weitzman. Sostituire un obsoleto Welfare monetario basato su pensioni e sussidi di disoccupazione e pensato per operai di grandi fabbriche fordiste e impiegati a tempo indeterminato, con un reddito di cittadinanza che ci tuteli dalla ciclotimia del capitalismo post-moderno [4].

Sono tutte cose fattibili. Ma dobbiamo liberare la nostra mente prigioniera. Bisogna guardare con occhi diversi alla produzione, al consumo, al risparmio, all’occupazione. Al futuro. Le lenti che abbiamo utilizzato finora sono da buttare. Va inventata una nuova saggezza per una nuova era. E, nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo seguire il consiglio di Keynes: apparire eretici, problematici e disobbedienti agli occhi di chi ci ha preceduto.

Federico Stoppa

NOTE:

[1] “Per (permetterci) una lavatrice nuova lavoriamo in media non più di 3 giorni (nel 1960: 27 giorni), per dieci uova solo 8 minuti (nel 1960: 51 minuti).  Spendiamo solo il 15% dei nostri bilanci familiari per gli alimenti […]nel 1970 era il 25%” Dieter Schnaas, Das Bedrohnte Idyll, in “Wirtschafts Woche”, April 2014.

[2] A questo proposito, è clamoroso quanto accaduto negli Stati Uniti dagli anni Ottanta in poi. Nonostante il pil pro capite statunitense sia cresciuto di tre volte in termini reali, quasi i due terzi di questa crescita sono andati all’1% più ricco della popolazione, che ora si appropria del 20% del reddito totale (contro il 10% negli anni ’80). Inoltre, la quota di reddito nazionale che va allo 0,01% delle famiglie più ricche americane è quadruplicata: dall’1% negli anni  ottanta al 5% attuale. (Cfr. Gallegati M., Stiglitz J., Se l’1% detta legge, in MicroMega, marzo 2013).

[3] Contrariamente,  nelle lingue neolatine, l’etimologia della parola “lavoro” conserva un connotato negativo: trabajo in spagnolo, travail in francese, che rimandano al travaglio, al dolore, alla sofferenza. Persino in qualche dialetto italiano come quello marchigiano (oltre che nell’immaginario comune), lavoro e fatica sono inscindibili.

[4] Per approfondire queste idee si rimanda all’ultimo libro di Mauro Gallegati, Oltre la siepe. L’economia che verrà, Chiarelettere, 2014, oltre che ai contributi di Tim Jackson, Prosperità senza Crescita. Economia per il pianeta reale, Edizioni Ambiente, 2011, e di Robert e Edward Skidelsky, Quanto è abbastanza, Mondadori, 2013.

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Dawid Ryski - "Governement promises - pie in the sky"

Dawid Ryski – “Governement promises – pie in the sky”

Negli ultimi anni si è assistito a degli importanti cambiamenti sul fronte sociale. L’importante architettura del welfare state è andata in contro ad una crisi senza precedenti che, in un certo qual modo, ha cercato di mantenere quelli che in principio erano i suoi obiettivi e le sue funzioni caratterizzanti. Il problema principale, oggigiorno, è l’enorme squilibrio che si è venuto a creare tra bisogni e risorse disponibili, soprattutto legato all’incapacità di fondo del sistema di adattarsi ai nuovi bisogni che sono emersi e che si fanno sempre più pressanti.

Il fatto è che la società è in continuo cambiamento, e anche piuttosto velocemente. Alcuni dati demografici, accompagnati da importanti fenomeni sociali, hanno determinato l’aumento a dismisura della domanda di servizi e prestazioni. Solo per farsi un’idea si accenneranno, di seguito, alcuni mutamenti sociali oltremodo evidenti:

  • L’invecchiamento della popolazione ha certamente determinato un aumento della domanda sia di pensioni che di servizi sanitari e sociali; e questa domanda è legata alla sempre meno autosufficienza degli anziani dettata dalle loro condizioni di salute;
  • i mutamenti delle famiglie e del loro ruolo, assieme all’aumento dell’occupazione femminile, hanno consentito la crescita della domanda di servizi per l’infanzia e per il lavoro di cura;
  • è presente un’inedita domanda di interventi proveniente da un fenomeno che si consolida sempre di più e che appartiene al comparto delle nuove esigenze e dei nuovi bisogni afferente l’immigrazione della popolazione extra UE;
  • la crisi del mercato del lavoro e la precarietà delle professioni, oltre a comportare un alto livello di disoccupazione giovanile, mette in condizioni di “immobilità” numerosi nuclei familiari, i cui componenti – per ragioni che si legano o alla perdita di lavoro o alle difficoltà che si incontrano per trovarne uno nuovo – fanno richieste sempre maggiori in termini di agevolazioni e contributi sociali.

Bisogna sempre ricordare che l’invecchiamento della popolazione viaggia assieme al calo della natività, e tutto questo ha come conseguenza immediata la diminuzione del rapporto tra persone in età lavorativa e anziani e minori. «La redistribuzione intergenerazionale vede cioè calare coloro che producono ricchezza (le classi demografiche centrali) e aumentare coloro che devono fruire di sostegni (i minori, ma soprattutto gli anziani)» (Franzoni, Anconelli, 2003: 21).

Esiste una realtà, un mondo variegato, che di rado raggiunge la visibilità che meriterebbe, una visibilità fatta di attenzione, di comprensione e anche, perché no, di discussione costruttiva. Questa importante realtà è una realtà fin troppo spesso trascurata nel nostro Paese, un mondo fatto di localismi così specifici e così diversi tra di loro che è meglio lasciare ai “tecnici” le redini delle loro sorti, perché a quelli che dovrebbero informarsi, e a tutti cittadini che ne trarrebbero beneficio, non è dato sapere.

I servizi alla persona in Italia, lo dice il nome stesso, sono stati istituiti per tutelare i diritti di cittadinanza delle persone. È lo stesso diritto di cittadinanza che dovrebbe, con la parallela nascita dello Stato Sociale, legittimare l’erogazione di prestazioni di benessere.

I diritti soggettivi (diritti umani) erano già sanciti nella nostra Costituzione del ’48; solo negli anni ’70 e ’80, però, si sono sollevate delle rivendicazioni e dei movimenti politico-culturali che hanno portato all’attenzione della collettività tante e diverse situazioni in cui quegli stessi diritti dichiarati non venivano assolutamente garantiti, o poco più.

Ecco perché, quelle poche volte in cui si parla di servizi alla persona, si fa subito riferimento alle molteplici condizioni del disagio più che alle garanzie che dovrebbero salvaguardare: le persone vengono trattate secondo principi e criteri collegati a ciò che li differenzia, invece che permettere loro di entrare in una dimensione dove si vede garantito ciò di cui tutti dovrebbero godere per diritto: dignità, rispetto, salute, istruzione, partecipazione, ecc. “I diritti soggettivi infatti non vengono garantiti da sanzioni come accade per il diritto di proprietà; sono tutelati solo se si creano le condizioni che consentono di esercitarli: i servizi sono stati chiamati a promuovere e mantenere queste condizioni” (Manoukian, 2013).

A fronte di cambiamenti prima riportati, e degli acclamati problemi che ne derivano, si è cercato di mettere in campo degli aggiustamenti che, in base ai casi, non andassero ad intaccare gli obiettivi e l’impostazione generale dello Stato Sociale (2003): ridefinizione di vecchi e nuovi obiettivi; ritorni sperimentali alla selettività degli utenti; nuovi mix tra copertura pubblica e privata, obbligatoria e volontaria, occupazionale, nazionale, locale ecc.; nuovi mix tra servizi pubblici e privati. A seguito di ciò, per quanto riguarda per l’appunto l’elargizione di prestazioni e servizi sociali, si sono venute a creare delle linee di tendenza che hanno disegnato, sul territorio italiano, una geografia a “macchia di leopardo”; ovvero si sono venute a creare delle situazioni di marcata differenza da regione a regione (e a volte anche all’interno di una stessa regione), che hanno condotto a luci e a punti di eccellenza in alcuni luoghi e a mancanze e a zone d’ombra in altri. Questi cambiamenti significativi (per dove sono effettivamente avvenuti) possono essere rintracciati nei seguenti punti (2003):

  • la collaborazione ormai consolidata tra pubblico e privato, con una particolare attenzione al privato sociale, in cui operano e agiscono diversi soggetti sociali come l’associazionismo di promozione sociale e non, il volontariato, e le cooperative sociali;
  • la riscoperta e la “rimobilitazione” della comunità e delle sue relazioni di mutuo-aiuto, che hanno permesso, e permettono tutt’ora, a famiglie e a singoli individui di costruirsi autonomamente risposte ai propri bisogni, puntando su un insieme di risorse e di relazioni di scambio che si fondano sulla fiducia reciproca e che migliorano la qualità della convivenza (community care) 1;
  • un equilibrio inedito tra servizi per tutti (secondo il principio universalistico) e la limitazione dell’accesso alle prestazioni in base a specifiche condizioni di bisogno e reddito (selettività).
Jack Daly

Jack Daly

Benché queste ri-definizioni portino al consolidarsi nei territori di innovativi approcci di rete rivolti ai servizi, rimangono ancora inevasi tanti bisogni sociali, e tutto questo perché le attese e le risposte vengono ricercate in sistemi lenti e ultra-burocratizzati, dove la miopia del non-intervento (soprattutto per mancanza di risorse) dipende da sistemi di pensiero desueti e non più rispondenti alla sfuggente e veloce realtà. Quindi, proprio per questo motivo, spesso ci si trova di fronte a Istituzioni più focalizzate sui loro adempimenti che realmente predisposte all’incontro con le persone. Ad esempio. In alcuni zone del nord Italia operano dei servizi nido per l’infanzia altamente innovativi, dove vi è una certa attenzione alle relazioni con i bimbi e con le famiglie. Alle volte però (non sempre) si rischia «di essere esclusivi, e i bambini che ne avrebbero più bisogno non è detto che li possano utilizzare. Poi abbiamo nidi che sono molto centrati sulla propria eccellenza, per cui accade un po’ come con i genitori affidatari: per mettere in evidenza e per confermare che sono dei bravi genitori o che i nidi sono eccezionali, si può anche fare in modo che il bambino venga indirizzato e trattato in modo da dimostrare queste prerogative, al di là delle sue esigenze e delle sue difficoltà» (Manoukian, 2013: 33).

Occorre invece un pensiero fluido, laterale, che possieda un bagaglio ben accessoriato di disparate competenze che possano essere spendibili nelle singole situazioni e che, in un’ottica inter-disciplinare, cerchino il modo di lavorare assieme in maniera complementare. Lo spirito di collaborazione dunque farà la rete, pazientemente la tesserà, e tutti sapranno gestire, nei loro singoli saperi, la cultura comune del coordinamento necessario. «Questo è possibile se gli operatori riescono a prendere un po’ di distanza dal proprio servizio e forse anche dalla propria posizione professionale. […] Perché l’integrazione richiede un parziale allontanamento dalla propria collocazione stretta, dalla collocazione a cui ci si sente più legati e appartenenti. Non dico distaccarsi totalmente, ma allontanarsi» (Manoukian, 2013: 37).

Dunque si parla di spostamenti più che di veri e propri cambiamenti, che permettono il realizzarsi di “organizzazioni temporanee” orientate all’obiettivo, delle task force per intenderci: un gruppo dinamico non più operativo su singoli progetti (perché di progetti nel sociale se ne fanno tanti e rischiano così di essere dei soli e meri adempimenti), ma un’equipe di lavoro organizzata in rete verso una progettualità. E dunque sarà presente il consueto livello della quotidianità, della gestione dei singoli casi, e un altro livello più innovativo, più necessario, dove «l’attivazione di un coordinamento tra tutti i soggetti istituzionali [e non] permette un confronto serrato non solo sulle pratiche sociali […], ma anche e soprattutto sulle metodologie da attivare e sul metodo dei processi di rete da condividere […], con l’intento di poter costruire, all’interno delle differenze, una progettualità comune e condivisibile» (Amodio, 2006: 9). Dunque, la ricerca costante di modi di lavorare, di comunicare, di coordinarsi e controllarsi reciprocamente per situazioni ricorrenti e per tipologie di casi permetterà il riconoscersi, il ri-sperimentarsi, entro dei codici operativi e di senso che saranno un po’ diversi da quello di cui siamo abituati. Quindi, in ultimo, non basta definire solo i ruoli e le competenze istituzionali. Si tratta piuttosto di esaminare quello che c’è di operativo sul territorio in termini di vincoli e risorse, ciò che contraddistingue una situazione nel suo specifico assieme al complesso degli attori sociali implicati e che, proprio per questo, possono agire inter-attivamente (2013). Questo per consentire infine l’implementazione di interventi sociali mirati – e più rispondenti – alle reali istanze e necessità riscontrate e/o invocate nei singoli territori.

Certo, una maggiore consapevolezza e un continuo scambio su questi temi aiuterebbe non solo a far circolare le eccellenze e i tanti esempi di buone prassi che già si sperimentano in zone “motivate” del nostro Paese, ma questo stesso impulso conoscitivo potrebbe gettare una luce di speranza proprio su quelle tante altre zone d’ombra in cui è necessario, oltre che di una pratica consolidata e di uno spirito di intraprendenza sociale, prima di tutto di una paziente quanto rinnovata bonifica del senso civico.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Bibliografia

Amodio G. (a cura di),
2006, Tra virtuale e reale: itinerari attraverso le adolescenze, Roma, Carocci.

Bifulco L. (a cura di),
2005, Le politiche sociali: temi e prospettive emergenti, Roma, Carocci.

Carrà Mittini E.,
2008, Un’osservazione che progetta. Strumenti per l’analisi e la progettazione relazionale di interventi nel sociale, Milano, Led.

Colombo M., (a cura di),
2008, Cittadini nel welfare locale: una ricerca su famiglie, giovani e servizi per i minori, Milano, Angeli.

Franzoni F., Anconelli M.,
2003, La rete dei servizi alla persona: dalla normativa all’organizzazione, Roma, Carocci.

Olivetti Manoukian F.,
gennaio 2013, La tutela in un’ottica di territorio, Torino, Rivista Animazione Sociale, Gruppo Abele.

Nota

1. La cosiddetta community care (Colombo, 2008), consiste in un sistema di cura e di organizzazione di servizi alla persona regolato da servizi sociali di vario tipo e natura (pubblici, privati, terzo settore), e dai cittadini che usufruiscono di tali servizi. In questo modo, chi ha bisogno di un sostegno e/o di un aiuto lo riceve rimanendo nel proprio ambiente di vita, nel presupposto che gli interventi vengano concepiti e praticati come empowerment, ovvero mettendo i soggetti destinatari nelle condizioni di collaborare alla costruzione interattiva di un bene comune, tenendo conto del contesto relazionale in cui sono inseriti (Mittini, 2008).

 

Il Golpe silenzioso

Pubblicato: dicembre 2, 2013 da Federico Stoppa in Economia e Politica
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Otto Dettmer

Otto Dettmer

La narrazione della crisi che sembra aver attecchito maggiormente nell’opinione pubblica europea è la seguente: abbiamo campato a lungo al di sopra dei nostri mezzi; gli Stati hanno contratto debiti per finanziare spese sociali crescenti ed insostenibili nel lungo termine, condannando le nuove generazioni ad un presente di disoccupazione e povertà. Bisogna rassegnarsi: il modello sociale europeo – pensioni generose, sanità e istruzione pressoché gratuite e universali, sostegni al reddito nei periodi di disoccupazione – che ha garantito, per circa un trentennio, ad un gran numero di individui degli standard di vita mai conosciuti prima, è definitivamente morto. Certo, i giovani subiscono oggi più di tutti – attraverso un drastico ridimensionamento delle loro opportunità di realizzazione professionale – le politiche di austerità fiscale; ma devono sapere che queste sono inevitabile conseguenza dell’ingordigia dei loro genitori e nonni, nonché dell’irresponsabilità di uno Stato sprecone che li ha viziati con elargizioni cospicue per acquisire consensi.

Questo racconto è indubbiamente seducente, ma non ha alcuna evidenza empirica. E’ servito ai governi per legittimare, a colpi di tagli e riforme dettate da organismi non eletti, lo smantellamento della democrazia sociale europea. Un vero e proprio Colpo di Stato, come lo chiama Luciano Gallino nel suo ultimo libro. Un progetto, in verità, portato avanti fin dai primi anni Ottanta dai governi dei maggiori Stati europei – pressati dei “fondamentalisti del mercato” (l’Ocse, Il Fondo Monetario Internazionale, la Commissione Europea) – attraverso la liberalizzazione dei movimenti di capitali e l’abbattimento di ogni vincolo regolativo dell’attività bancaria. Le conseguenze di tali decisioni sui bilanci pubblici e sulle democrazie europee sono state rilevanti.

L’imposizione fiscale è diventata dappertutto meno progressiva per non far fuggire i capitali o per attirare investimenti dall’estero[1]. L’erosione della base imponibile ha fatto si che il finanziamento dei programmi di spesa pubblica venisse attuato con il ricorso al debito e/o con il solo contributo fiscale delle classi medie, sgravando quelle ricche; da qui i malumori crescenti della popolazione verso lo Stato “vessatore” di cui si sono serviti i leaders populisti europei per conquistare consensi (Streek, 2013).

La deregulation finanziaria ha trasformato l’attività bancaria in un casinò. Le banche europee hanno creato fiumi di denaro dal nulla, senza alcun nesso con l’andamento dell’economia reale. Basti pensare che nei maggiori istituti finanziari europei il rapporto tra attivi e capitale proprio (quella che in gergo si chiama leva finanziaria) era, in media, di 30 a 1 (dati 2008 citati in Gallino, pp.117-18). Cioè: le esposizioni creditizie delle banche superavano di trenta volte le risorse che queste avevano in cassa! Così, appena le attività in cui avevano irresponsabilmente investito (soprattutto titoli derivati altamente rischiosi) hanno perso valore, gli istituti finanziari si sono ritrovati con un pugno di mosche in mano e con enormi buchi nei loro bilanci, prontamente ripianati dagli Stati con l’immissione di una gigantesca quantità di denaro. Nello specifico, tra ottobre 2008 e ottobre 2010 la Commissione Europea ha approvato 4600 miliardi di aiuti di Stato per il salvataggio del sistema bancario europeo. A causa di questi interventi emergenziali, nel biennio considerato (2008-10) il debito pubblico aggregato dei paesi Ue è passato da una media del 60% all’ 80% del PIL (dati Eurostat). Da notare che la spesa pubblica per le prestazioni sociali è invece da tempo inchiodata, nei paesi europei, intorno al 27% del PIL .

Altro che debito pubblico causato dall’eccessiva generosità dello Stato sociale, quindi[2]. Altro che Keynes. Il debito pubblico è originariamente lievitato a causa della selvaggia liberalizzazione del mercato dei capitali, che ha comportato la riduzione delle imposte ai più ricchi, e quindi la necessità per lo Stato di prendere a prestito denaro a tassi crescenti; poi, negli ultimi anni, è esploso a causa dalla scialuppa di salvataggio – piena di trilioni di euro – che gli Stati europei hanno gettato alle istituzioni finanziarie in agonia. La grande operazione di occultamento della realtà dei fatti che è stata fatta fino ad oggi è servita in ultima analisi per scaricare i costi della crisi sui ceti medi e bassi e portare avanti un Golpe silenzioso.

Federico Stoppa

phOrlandini

phOrlandini

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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[1] L’aliquota più elevata sui redditi è passata in Europa da una media del 70% negli anni Ottanta al 45% nel 2008; l’imposta sugli utili delle grandi società è scesa di un terzo nello stesso periodo (in Germania addirittura del 50%); infine, i governi europei hanno abolito o ridimensionato le imposte sui grandi patrimoni finanziari e sulle successioni (vedi Fitoussi, 2013, p.86 e Gallino, 2013, p.61).

[2] Anche l’ingente debito pubblico italiano, passato dal 58% al 124% del PIL in soli quindici anni (1980-1994) non è stato determinato, contrariamente a quanto recita la vulgata, da un eccesso di spesa pubblica, che al netto degli interessi è sempre stata al di sotto della media europea; ma alla spesa per interessi sul debito, superiore di circa 7 punti rispetto alla media dell’eurozona. Sulla crescita degli interessi pesò la scelta, fatta nel 1981 dalla Banca d’Italia, di non acquistare più i titoli di stato rimasti invenduti nelle aste pubbliche; lo Stato italiano è stato così costretto a finanziarsi sui mercati a tassi enormemente più elevati (vedi Moro, 2012 e Gallino, 2013, pp.179-80).