Archivio per giugno, 2016

Susy Ninci

Susy Ninci

Alcuni linguisti affermano che voler apprendere la nostra lingua all’estero sia praticamente “un lusso”; che generalmente le nuove generazioni, qualora si trovino a cimentarsi con l’apprendimento di un’altra lingua (nel nostro mondo più che probabile), scelgono più una lingua “per fare” che per “essere” qualcosa di diverso; che l’italiano si studia più per passione che per necessità, e che dunque una sua eventuale scelta viene solo dopo, quando per esempio da adulti s’incominciano ad apprezzare le infinite e sterminate bellezze che il nostro Paese riserva in ogni angolo e occasione, e se ne vuole approfondire l’essenza, coglierne le ricche sfumature.

La verità è che, ormai, la mente di tutti è programmata solo sulle “obbligatorie necessità”: “Perché devo farlo? Qual è la sua utilità? A che mi serve dopo? Che ci faccio?” Tutte domande malate.

Perché invece non dovremmo lasciarci guidare dalle nostre passioni per scegliere i nostri fini? Cosa c’è di tanto sbagliato nell’insegnare ai ragazzi il rispetto per ciò che sentono e tengono dentro, piuttosto che inculcare loro che la legge economica vuole così? E che bisogna per forza rispondere ai dettami necessitanti di un “esterno freddo” che, alla prima occasione, (questo però non glielo si dice) li prenderà solo a pedate utilizzandoli come merce di scambio? Perché non incominciare a mostrare loro, sin da subito, che sono al contrario le ricchezze interiori, quelle che uno si costruisce col tempo, che alla fine pagano in ogni senso e per ogni dove? Perché non educare al culto delle persone, anziché seguire le cerimonie che appartengono al culto della carriera e degli oggetti?

È una riflessione che faccio quotidianamente con i miei studenti: per la maggiore giovani adulti, e tutti innamorati “della melodia, del suono”, del “¡cómo se escucha!”.

Per loro, la necessità della presenza della lingua italiana sul curriculum forse viene dopo.

Ad ogni modo, a latere di questo, c’è da dire che, quanto a “promozione” all’estero delle potenzialità e della ricchezza che la nostra lingua può offrire, siamo messi proprio male, insomma: anche qui non ci smentiamo mai! I tedeschi e i francesi ad esempio, da anni esperti promotori di quella che è forse la cosa più influente che si possa insegnare e diffondere (appunto una lingua), ci surclassano tranquillamente senza soluzione di continuità, così: col gomito fuori dal finestrino e il drink in mano.

Qualche giorno fa, terminata una lezione privata in un omologante e sempre-più-hipster Starbucks (che orrore: l’odore di quella calda e sporca brodaglia che chiamano caffè, unito all’immagine hi-tech del “creativo impegnato” che si sente così-tanto-diverso-dagli-altri che fa finta di lavorare indisturbato sopra un Mac scintillante, con quell’accessorio-standardizzato-di-barba-barbuta che ormai si trova dappertutto), dicevo, all’uscita da questo posto iper-condizionato (oltre che dall’aria, anche dalle arie della molta gente-che-se-la-crede), mi sono imbattuto in un ragazzo che ha cominciato a parlarmi spontaneamente, così, in italiano. Lo balbettava, sia chiaro, ma non aveva nessunissima intenzione di parlarmi in spagnolo, anche se aveva capito benissimo che con me poteva farlo. Ha continuato tranquillo, indisturbato: ho sentito che emanava una specie di esigenza di suoni. Mi parlava del suo amico italiano di Verona, che aveva la mamma olandese e il papà di origini sarde, e la nonna che in cucina è una maga, e discorreva di questa loro amicizia fatta di cibo viaggi scambi e culture, animate tra loro come un miracolo. È stato un attimo, un flash, neanche due minuti. Poi ancora una volta mi ha sorriso, mi ha stretto la mano, e mi ha salutato con un altisonante “Ciao”.

Lo stesso mi capita spesso in classe. I miei studenti – a livello principiante – si cimentano, con un’assurda immediatezza, in dialoghi articolati con risultati a dir poco incredibili. È la lingua che li guida, la sua dinamicità: è la passione incorporata in essa che fa della nostra lingua una delle lingue più conviviali; una lingua – dicono – che, a differenza delle altre, “fa sentire tra amici”.

Sempre qualche giorno fa, mi ha colpito un articolo – condivisibile su molti punti – in cui si argomentava che l’italiano, come lingua, non sia una lingua “sexy”. Che non crede nelle proprie possibilità; che non crede nel proprio futuro: che sia una lingua destinata a non piacersi, con “una diffidenza viscerale, istintiva, paragonabile solo a quella che gli italiani provano verso la classe politica.” Difatti succede che in patria, quotidianamente – sia in buona che in mala fede –, attingiamo spudoratamente all’inglese per “dare alla comunicazione uno smalto, un pigmento, un aroma speciale”. E questo perché alla base – continuava l’articolo – vi è prima di tutto un problema di tipo sociale: “l’eccessiva propensione dell’italiano ai forestierismi dipende dalla fragilità della società italiana”. […] “… se l’italiano è una lingua che non ha fiducia in sé stessa, che non ripone in sé alcuna speranza o aspettativa, è perché la società italiana manca di coesione”.

“Come ha detto Claudio Marazzini – storico della lingua, docente all’università del Piemonte Orientale e presidente dell’Accademia della Crusca – l’Italia è «una nazione che non ha mai avuto confidenza con la propria lingua, in cui il consenso nazionalpopolare non è mai esistito, in cui il sentimento della dignità o potenza della nazione è stato sempre debole, e quando si è sviluppato ha avuto il marchio infamante del fascismo, che resta difficile da cancellare».”

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Ora. Noi italiani dovremmo prendere spunto da ciò che invece accade fuori dalle nostre mura, fuori dal nostro solito chiacchiericcio da bar nazionale, ponendoci alla giusta distanza per osservarci criticamente da un occhio esterno; sorprendendoci di quanto di positivo ci sia fuori dai nostri ingialliti e obsoleti giudizi, e incominciare ad adottare un’altra visione, un altro panorama, che parla di un mondo lontano completamente diverso, e che raffigura gente innamorata della nostra lingua a tal punto da trovare il primo pretesto utile per parlarla così, per strada, tra macchine pericolose e sfreccianti, non importa, che sia anche col primo sconosciuto che capita.

Dobbiamo incominciare a parlare di più la nostra lingua, a sentirla nostra, capire cosa ci dice di noi oltre ciò che (forse) già conosciamo, perché il nostro “aroma”, il nostro “smalto”, i nostri “pigmenti” non sono sicuramente da meno, anzi, sono invidiati con una potenza tale da far rabbrividire gente che, come noi, pur possedendo tutta questa ricchezza la cestina e la sostituisce indegnamente con un qualcosa che, spesso, neanche si conosce abbastanza, e che non fa, a mio modo di vedere, tutto questo “esser fighi” (leggi: utilizzo sconsiderato dell’inglese per ogni cosa).

Fa “figo” invece parlare l’italiano, perché è bello e non ce n’è per nessuno, e chi è all’estero come me può confermarvi tutti i vantaggi che comporta il parlare col nostro modo d’essere, con la nostra paraculata gestualità, con la nostra trasportante ironia, parlare cioè di tutto quello che ci contraddistingue come nessun altro, e che significa semplicemente parlare la nostra lingua, trasmettere quelle movenze così “sexy” e musicali della lingua italiana.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Filomena Fuduli Sorrentino, L’italiano è un lusso: intervista con il linguista Paolo Balboni, La voce di New York, 2015.

Mario Barenghi, L’italiano non è sexy, Doppiozero, 2016.

 

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Matteo Zannoni

Matteo Zannoni

La precarietà è un giorno pieno di alti e bassi; più bassi che alti. La precarietà è l’imprevedibilità di ciò che ti vuole sempre prevedibile. La precarietà è un’”inedita scomposizione della vita quotidiana”, una permeabilità sconsiderata tra tanti ruoli oscillanti, dove la mescolanza tra vita e lavoro fa saltare irrimediabilmente la dicotomia tra pubblico e privato. La precarietà è un affitto da pagare ogni dannato mese, vissuto come una condanna che è stata emessa senza giusto processo. La precarietà è un guardiano di te stesso, senza volto, che gestisce e controlla ogni tua singola mossa economica.

La precarietà è un tempo senza tempo: non sai mai se hai iniziato da un pezzo o se devi ricominciare tutto da capo. La precarietà è fare tutto purché si faccia qualcosa; o non fare nulla sperando in quel nulla. La precarietà sono due estremi lontani che si somigliano, che si somigliano tremendamente. La precarietà è uno specchio sempre uguale a se stesso, che, nel suo pallore, ha smesso di dire la sua verità. La precarietà sono una massa di giorni infiniti – “giornate “operose” che non hanno mai un vero inizio e una vera fine” – dove, ad un certo punto, uno di loro dà di matto e si diverte a fare il dittatore.

La precarietà sono gli stessi vestiti consunti, gli stessi vestiti per le stesse opportunità mancate, che al prossimo giro cedono, al prossimo lavaggio si sciolgono sicuramente. La precarietà non conosce regole, ma le impara strada facendo quasi sempre a suo discapito. La precarietà sono cumuli disordinati di pensieri accumulati; fiacche idee di ribellione contro un sistema che ridicolizza, sistematicamente, la volontà di emancipazione di soggettività rese infantili (bamboccioni; poco adattabili; viziati; perditempo; etc…).

La precarietà pare un presente senza vie d’uscita, un futuro senza-nome che non sa che farsene di un passato leso: il sacrificio imprudente di un tempo ormai perduto. La precarietà ti scava dentro, e come uno stillicidio ritmato logora, mestamente, la tua sete di certezza. La precarietà è per tutti i soggetti invisibili la vita contemporanea, la severa normalità di tutti i giorni, dove la difficoltà più grande è quella “di fare del mutamento un progetto”. Ma la precarietà è anche la visione spensierata di un giorno normale, scevra di allucinate e sempre complesse preoccupazioni. La precarietà è tutto ciò che devi sentirti dire, e tutto ciò che non vuoi sentirti dire.

La precarietà sono gli interminabili cambiamenti repentini, spazi intercambiabili con frequenti spostamenti di città e nazioni, di lingua e abitudini, con tutto ciò che concerne la conseguente demolizione delle relazioni affettive. La precarietà è la non-riconoscibilità per antonomasia: “instabilità del lavoro e contrattuale, mancato accesso alla distribuzione, mancato accesso alla cittadinanza, carenza di identità professionale, impossibilità di disporre del proprio tempo, tensione verso l’autonomia, scarsa mobilità sociale, iperqualificazione rispetto ai compiti assegnati, incertezza complessiva, trappola della povertà (o, meglio, della precarietà).” Lo stesso termine “precarietà” viene banalizzato, e generalizzato, e da chi dovrebbe essere preso in carico viene invece definitivamente rimosso (vedi Jobs act).

Joseph Wee - Precarious

Joseph Wee – Precarious

Allo stesso tempo però la precarietà è una soggettività numerosa, molteplice, una classe che non è classe in senso classico per via dei suoi contorni sfumati, ma che si presenta come una moltitudine sensata che vocifera una condizione. Condizione, questa, che “esalta il nostro essere sfaccettate creature sociali prima ancora che lavoratori o lavoratrici.” L’utilizzo della conoscenza e del linguaggio, delle emozioni e dei corpi, sono i tratti unificanti che accomunano persone lontane. “Il sorriso del precariato, la sua parola, è la cifra comune, in un supermercato, in un call center, per la badante che si occupa di un anziano, per il ricercatore che affronta l’ennesimo concorso, l’aspirante scrittore, la sex worker.”

L’orgoglio del precariato, la sua potenza quindi, si concentra laddove si rende fruibile una libertà svincolata dalle gerarchie, dalle routine che durano una vita, fatte di orari fissi e di cartellini da timbrare. La cancellazione di questi vincoli conduce ad altri tipi di identificazioni, identità non più reperite sul lavoro ma nella sfera delle forme di vita. In questo modo, infinite possibilità si stagliano sugli orizzonti della precarietà, e questo perché la condizione che la contraddistingue ha nelle sue mani “il possibile accesso massivo alla conoscenza, attraverso processi di formazione sempre più larghi nonché attraverso l’utilizzo delle tecnologie da cui deriva una spinta irreprimibile verso l’autonomia”. Un’autonomia dunque che cresce e si sviluppa, anche grazie all’importante apporto delle nuove tecnologie, che “minimizzano le distanze, aiutano nella presa di parola, approfondiscono le possibilità di rispecchiamento e di collegamento.”

La precarietà, infine, è solitudine esistenziale. Ma è una solitudine attiva, che recita una personale litania per rimanere in vita, per legittimarsi oltre l’indifferenza generalizzata, nominata “solo per contrapposizione (gli atipici)”, e dove lo status di cittadinanza viene svuotato di senso ogniqualvolta slogan semplicistici promettono uno spazio di diritti che, nella realtà disegnata da quegli stessi slogan, non ha modo di esistere.

Ecco perché te ne stai lì seduto, a consumare te stesso, a immergerti nella momentanea pausa dai giochi, contemplando in lontananza le scie spettrali di un tramonto qualunque, e scegliendo consapevolmente di risollevarti un po’, di sentirti meglio, per assaporare, senza interferenze, l’elettrocardiogramma del giorno che muore.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Cristina Morini, Orgoglio precario. Stati impermanenti, Doppiozero, 2015.

david schweitzer

Leggo su Il Sole 24 ore che la metà degli italiani non ha mai sentito parlare di TTIP, il trattato sul commercio e gli investimenti che Stati Uniti e Unione Europea stanno negoziando in questi mesi. Una buona parte (il 35%) è contraria. La colpa non è della proverbiale ignoranza degli italiani, ma dei giornali, che solo ora (dopo ben 3 anni di trattative tra Commissione europea e Governo federale USA!)  cominciano a dedicare pagine di approfondimento ai contenuti del trattato.

Esso prevede, in sintesi, l’abbattimento definitivo delle barriere tariffarie sui flussi di merci che raggiungono le due sponde dell’Atlantico, la liberalizzazione degli investimenti nei servizi, l’armonizzazione degli standard tecnici e normativi in alcuni settori (farmaceutico, trasporti, telecom, agroalimentare), il completo accesso al succoso mercato degli appalti pubblici federali e locali statunitensi (ora aperto solo al 30% a causa del Buy American Act del 2009). Con benefici rilevanti per l’Europa: economici, sociali, geopolitici. Primo: sostegno alle esportazioni delle imprese (specie le piccole e medie), crescita del PIL, creazione di posti di lavoro. Secondo: prezzi più bassi per i consumatori senza sacrificare la qualità dei prodotti (specie nell’agroalimentare). Terzo: maggior integrazione delle economie occidentali per contenere l’avanzata del blocco russo-indo-cinese.

Al contrario di quanto predica la vulgata degli oppositori, il TTIP non si sottrae alle procedure democratiche: prima di diventare operativo, va ratificato all’unanimità da Consiglio europeo, Parlamento europeo e parlamenti nazionali.  I meccanismi di arbitrato internazionale che dovranno dirimere le controversie tra grandi imprese e stati nazionali vengono resi equilibrati e trasparenti,  diradando i timori iniziali. Ogm e privatizzazione dei servizi pubblici locali sono fuori dal negoziato. Gli standard ambientali e sociali dell’Unione – come ha ripetuto la Commissione europea – non sono barattabili.

inthesetimes.com

Tutto bene, quindi? Le numerose voci contrarie al TTIP (associazioni ambientaliste, ONG, politici di spicco come Hollande, Sigmar Gabriel, fino a Bernie Sanders e Donald Trump) sono solo degli oscurantisti, nemici del free trade e del progresso? Se ci si accontenta dei grandi enunciati, si. Se si quantificano gli effetti del trattato sull’economia europea, però, qualche dubbio emerge. La Confindustria (favorevole all’accordo) stima una crescita media annua del PIL europeo dello 0, 48% nel decennio 2017-27 grazie al TTIP (Confindustria, 2015). Briciole. Cancellare del tutto i dazi sui prodotti Usa e Ue, già in media bassissimi, o armonizzare gli standard normativi, non paga. E l’occupazione? Una crescita del PIL così irrisoria, derivata esclusivamente dall’export, non crea posti di lavoro significativi: si dimentica, infatti, che l’economia europea è trainata dalla domanda interna, non dall’export. Produzione e occupazione crescono con la spesa per consumi e investimenti più che con la domanda estera. Difficile, inoltre, che, in piena deflazione, l’ulteriore ribasso dei prezzi sulle merci importate accresca il benessere dei consumatori. Dal punto di vista economico, il TTIP ha quindi un impatto trascurabile. Fa il solletico al mostro della disoccupazione. Non può certo contrastare lo scenario da stagnazione secolare a cui sembra affacciarsi l’Occidente (Summers, 2014).

Le ragioni del trattato transatlantico sono tutte (geo)politiche. Il blocco occidentale Ue-Usa (50% del Pil mondiale, 1/3 dei flussi commerciali globali, ma solo il 15% della popolazione mondiale) non è più egemone. Sta crescendo il peso demografico, economico, politico di altri paesi, spesso dittature che calpestano i diritti umani, come Cina e Russia. Il trattato transatlantico serve ad arginare la loro avanzata, a riportare la globalizzazione sotto le briglie della democrazia liberale. Ma difendere le istituzioni della democrazia in senso sostanziale (e non solo formale) passa necessariamente per la redistribuzione di redditi, lavoro, opportunità. Tema cruciale che il TTIP non sfiora neppure, ma al quale è sensibile, oggi, la maggioranza dei cittadini europei e americani, gravata da povertà, disoccupazione, perdita di speranze.  È questo il punto che le elités europee e americane liberali, ben educate, cosmopolite e sostenitrici del free trade  si ostinano ad ignorare. È questo il motivo per cui molti cittadini consegnano la loro rappresentanza parlamentare ai partiti xenofobi, nemici agguerriti della libera circolazione di merci e persone, simpatizzanti dichiarati del dispotismo russo (Trump, Salvini, Le Pen).

È tempo che i liberali rimettano in cima alla loro agenda politica la questione sociale. In caso contrario, i popoli non rigetteranno soltanto un semplice accordo commerciale, ma – cosa francamente più allarmante – la stessa democrazia.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Edna Arauz e Francesco Paolo Cazzorla

 

Riferimenti bibliografici

Calenda C., Sì all’accordo ma niente soluzioni al ribasso, Corriere della Sera, 30/05/2016

Cavestri L.,  Un italiano su due non ha mai sentito parlare del Ttip, Il Sole 24 Ore,31/05/2016

Confindustria,  Ttip: stato dell’arte e prospettive del negoziato, Position paper, Novembre 2015

Economist (the), Trade: at what price?, 2/04/2016

Summers L.  Reflections on the New Secular Stagnation Hypothesis, Vox, 2014

 

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