Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema

Messaggio lanciato dal Collettivo di Artisti audiovisuali Delight Lab.

State a casa! Per favore, cercate di rimanere a casa.

C’è poco da scrivere dopo un’esortazione del genere, eppure ce ne sarebbero di cose da scrivere, in un periodo come questo. Tappati come siamo in casa, con un virus invisibile lì fuori, in agguato, pronto a raggiungerci chissà dove, da qualche parte.

Cercare di dare un nome a tutto questo è pressoché impossibile; probabilmente, quando il fumo dell’insensatezza si diraderà, riusciremo prima a comporre dei suoni sfigurati, come dei balbettii, poi a correggerli in una sequenza riconoscibile, e in ultimo a dare un senso minimamente accettabile che sappia come livellare il nostro attuale stato d’angoscia.

Proprio così. Perché mentre la paura ha un oggetto/soggetto definito, una conformazione mentale dai tratti perlomeno identificabili, l’angoscia al contrario ci getta in un panico miope, ci deposita nel mezzo di una frustrazione latente e indefinita, quasi come se ci trovassimo su un percorso a ostacoli avvolto in una fitta nebbia, e dove immersi e immobili non riusciamo a capacitarci, non riusciamo proprio a distinguere nulla.

Eppure siamo a casa: cosa mai potrà succederci qui dentro, tra le quattro mura domestiche, attorno al nostro focolare? Forse proprio nulla, o forse tutto quanto: uno stravolgimento mentale e sociale così epocale che è ancora difficile immaginarne le fattezze.

A tal proposito mi viene in mente un’immagine captata di sfuggita sul web, con un grattacielo pieno di cemento conficcato nella notte stranamente silenziosa di Santiago del Cile, e sul grattacielo oscuro, a mo’ di pubblicità gigantesca srotolata dall’alto, una scritta maestosa, illuminata e lapidaria: “NO VOLVEREMOS A LA NORMALIDAD PORQUE LA NORMALIDAD ERA EL PROBLEMA” (“Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema”).

Poi, subito dopo, me ne viene in mente un’altra di immagine, sempre presumibilmente dal Cile, un’istantanea di un’altra scritta che imbratta gentilmente un muro di un palazzo magari ex-borghese, che, proprio nella sua distratta gentilezza, sembra rassicurarci in maniera quasi inequivocabile: “No era depresión era capitalismo” (non serve tradurre).

Ebbene, il popolo ha parlato ancora. Ha approfittato delle città deserte e silenziose ed è andato là fuori per farci recapitare dei messaggi importanti, che racchiudono delle prese di posizione sgravate di ulteriori commenti: alla fine lo abbiamo sempre saputo, e oggi più che mai la consapevolezza arriva diretta come un fuoco violento che ci esplode in faccia, e arriva a lambirci, a toccarci: siamo noi il cancro assoluto su questo pianeta, checché ne dicano gli affamati (insaziabili) di profitti… Le alternative esistono: c’è da cambiare. È arrivato il momento.

Quindi, se a detta di quella scritta srotolata dal cielo non si torna più alla normalità bisognerà di certo crearne una nuova, e le normalità non si cercano su internet; non sono delle app che con un click ci semplificano la vita sui nostri dispositivi digitali; non le troviamo belle pronte e sistemate sugli scaffali dei centri commerciali. Ci vuole del tempo per queste cose.

“Benché l’uomo abbia sempre avuto una smisurata capacità inventiva, la sua migliore invenzione è la non-invenzione, l’abilità cioè di trasmettere intatti e immutati da una generazione all’altra i modi fondamentali di fare le cose che egli ha appreso dalla generazione precedente. Il modo di concepire e allevare i bambini, di costruire le case, di pescare i pesci e di uccidere i nemici è identico per la maggior parte dei membri di una società: e questi modelli restano immutati per periodi di tempo relativamente lunghi…”

Si tratta perciò della costruzione di modelli sociali; modi di fare e di vivere che portano con sé la sapienza del tempo, che sa come imbandire rituali, costumi e valori culturali trasmessi di generazione in generazione. In altre parole, delle modalità di agire socialmente accettate e condivise, che dopo un po’ diventano “invisibili” e, quindi, date per scontato per chi le vive.

Per questo motivo, quando qualcosa non funziona come dovrebbe, o quando non funziona secondo delle regole scritte o non scritte, l’invisibilità si rende visibile, e comincia a cambiare i flussi dei comportamenti, le modalità d’interazione: l’agire sociale, per essere condiviso nuovamente, ha bisogno quindi di nuove regole, di nuovi approcci, di nuove e inedite modalità. Le stesse, per esempio, che ci troviamo oggi a vivere e a rispettare per l’emergenza del virus: “restiamo a casa” (già dopo alcune settimane non sembra più poi tanto strano: sembra essere riconosciuto e legittimato da tutti); o ancora, in fila fuori in attesa di entrare al supermercato: “esce uno ed entra un altro”; e altre modalità restringenti che ormai conosciamo tutti.

Quelli di questi giorni però non sono dei nuovi modelli strutturati, sono solo delle parentesi momentanee, delle modalità di convivenza sociale utili a contenere un’emergenza che si è manifestata, e quando siamo in mezzo a una confusione, o ad una transizione, e sappiamo almeno di essere sicuri per la nostra incolumità (appunto, cercando di stare a casa il più possibile), ecco che arriva il momento della riflessione, una riflessione che si fa spazio per raggiungere le intercapedini della noia: la stessa noia che cancelliamo dalla nostra vita quotidiana vissuta spesso in fretta e furia; la stessa noia che abbiamo semplicemente paura di affrontare, e quindi rigettiamo alla prima occasione infarcendoci di casuale intrattenimento su qualsiasi schermo disponibile.

Nell’imparare ad affrontare la noia, però, si comincia ad esplorare quel dialogo con se stessi utile a capire e a vivere la vita assieme agli altri; un’introspezione che ci aiuta a definire chi siamo e chi vogliamo essere prima e dopo una qualunque interazione sociale. Dalla noia, quindi, nasce un’inevitabile apertura verso il prossimo, una curiosità, un consolidamento verso le nostre ragioni che si interfacciano e si intrecciano con le ragioni dell’altro. Scopriamo di essere l’altro partendo da noi stessi.

In questo difficile e lungo percorso, solo con l’aiuto di una solitudine sensata riusciremo (forse) a comprendere il perché ci fa così male una condizione di solitudine prolungata e marchiata dall’individualismo: perché siamo fatti per vivere nel sociale, per stare con e tra le persone: viviamo non solo per noi stessi ma anche per gli altri. E, tramite questo, cercheremo quindi di essere più consapevoli del fatto che il solo raggiungimento di fini meramente utilitaristici e personali, oltre che condurci in una landa desolata e triste, ci reca immancabilmente delle gratificazioni che risultano povere poiché non condivise.

Ci accorgiamo, in ultimo, che la tanto osannata ricerca della felicità, incitata nella nostra società dal prerequisito etico e culturale dell’individualismo, non ci dà poi quelle soddisfazioni che ci aveva promesso; al contrario, non fa che riempirci di mancanze ulteriori che ci renderanno più frustrati di prima, proprio perché il modello (puramente individualistico) su cui si fonda e trova legittimazione quella ricerca è un modello ingiusto e sbagliato per le nostre vite, e non ha nessunissima intenzione di andare incontro a quelle che sono le nostre esigenze basilari.

Ecco che, restando a casa, e passando del tempo immersi nella proficua noia della riflessione, viene a galla l’essenziale che avevamo smarrito, o di cui non siamo più abituati a tenerne conto. E l’essenziale, paradossalmente, può far sorgere a cascata tutta una serie di interrogativi impegnativi, come per esempio: sarà mai possibile che, riscoprendo le nostre primarie necessità umane, e curandoci di conseguenza dal non-essenziale che le ottenebra e le squalifica, si riesca davvero a traghettarci tutti insieme verso una nuova normalità oltre il virus?

È possibile che, facendo per esempio il pane o la focaccia in casa per le persone che si ama, si possano riscoprire nuove modalità di convivenza sociale da riprodurre anche là fuori, una volta che l’emergenza sia rientrata?

È davvero probabile immaginare un nuovo modello di società che riemerga dalle ceneri dello scossone che stiamo vivendo, e che riesca quindi a forgiare un nuovo individualismo costruttivo, all’insegna di una collettività che esalti l’individuo in maniera diversa, e cioè fatto di condivisioni per e in mezzo agli altri?

È possibile che da un isolamento collettivo e preventivo di questo genere possa nascere una nuova società fatta di individui non più remissivi ma finalmente attivi? che agiscano sul serio per un mondo più giusto, invece di reagire solamente a dei post pubblicati nevroticamente sui social network?

Sarà verosimile poter vedere l’acquiescenza collettiva delle menti (che solo sanno lamentarsi) trasformarsi e risvegliarsi – dal sonno profondo – in una potenza critica e riflessiva che scardini una volta per tutte uno status quo nefasto, costruito senza eccezioni su disuguaglianze e segregazioni sociali, disparità di genere, corruzione, differenze tra opportunità reali e percepite, disoccupazione cronica, disfacimento e smantellamento di un sistema pubblico ridotto all’osso, e chi ne ha più ne metta?

È possibile che la “ricerca della felicità”, da percorso unicamente individuale, diventi una storia collettiva connotata da presupposti etici che riguardino tutti?

Esiste ancora, in questo mondo interconnesso, qualcosa che ci possa accomunare?

È davvero possibile che ci sia una presa di coscienza su qualcosa che riconosciamo comune?

Forse, questa storia così “strana” che stiamo vivendo in questi giorni ci sta insegnando tante cose al riguardo. O forse, lascerà semplicemente qualcosa di significativo, un marchio a fuoco nella memoria collettiva, senza però insegnarci nulla su come agire nel concreto. Gli scenari sono molteplici, e certamente i più grandi pensatori attuali non si stanno tirando indietro nel dire la loro su ciò che potrebbe succedere dopo.

Noam Chomsky per esempio, noto linguista e analista politico americano, afferma che dopo la fine di questa crisi (che, come lui sostiene, supereremo) le opzioni saranno due: o Stati più autoritari e brutali, o una ricostruzione radicale della società in termini più umani, preoccupati dei bisogni umani invece che del profitto privato. Come lui sostiene, “c’è la possibilità che la gente si organizzi, si impegni, come molti stanno facendo, e porti a un mondo molto migliore, che affronti anche gli enormi problemi che stiamo affrontando lungo la strada, i problemi della guerra nucleare, più vicina di quanto sia mai stata, e i problemi della catastrofe ambientale da cui non ci sarà ripresa una volta che saremo arrivati a quella fase, e che non è lontana, a meno che non agiamo con decisione”.

Secondo il filosofo Slavoj Zizek Il Coronavirus è “la morte del capitalismo e un’opportunità per reinventare la società”. Questa emergenza, secondo lui, è “un segno” che così come abbiamo vissuto fino ad ora non si può continuare, e auspica un cambiamento radicale: “forse un altro virus, ideologico e molto più benefico si diffonderà e si spera che ci infetti: il virus del pensiero di una società alternativa, una società al di là dello Stato-nazione, una società che si aggiorna nelle forme di solidarietà e cooperazione globale”. […] Man mano che il panico si diffonde sul Coronavirus, dobbiamo fare la scelta definitiva: o mettiamo in atto la logica più brutale della sopravvivenza del più adatto o parliamo di comunismo globale. […] Questo collasso economico è dovuto al fatto che l’economia si basa fondamentalmente sul consumo e sulla ricerca di valori promossi dalla visione capitalista, come la ricchezza materiale. Ma non dovrebbe essere così, non dovrebbe esserci una tirannia del mercato”.

Di altro parere è il filosofo e docente sudcoreano Byung-chul Han, che esprime il suo pensiero in questi termini:

“Il virus non vincerà il capitalismo. La rivoluzione virale non succederà. Nessun virus è capace di fare la rivoluzione. Il virus ci isola e ci individualizza. In qualche modo, ognuno si preoccupa solo della propria sopravvivenza. La solidarietà che consiste nel preservare le mutue distanze non è una solidarietà che permette di sognare una società diversa, più pacifica, più giusta. Non possiamo lasciare la rivoluzione nelle mani del virus. Speriamo che dopo il virus arrivi una rivoluzione umana. Siamo noi, persone dotate di ragione, che dobbiamo ripensare e limitare radicalmente il capitalismo distruttivo, assieme alla nostra illimitata e distruttiva mobilità, per salvare noi stessi e per salvare il nostro clima e il nostro bel pianeta.”

Come si sarà capito, c’è molta riflessione in questo momento nei traffici rallentati delle case chiuse, in quella noia che si dipana nel focolare domestico per cercare di non pensare all’incertezza strutturale, a quel qualcosa che potrebbe pregiudicare l’esistenza di un dopo. E quindi, per dirla tutta, questo articolo potrebbe non concludersi mai, di questi tempi.

Ecco perché, da tipo clemente quale sono, terminerò queste righe con un’ultima e amplificata domanda, congenitamente inconcludente:

Stiamo davvero pensando, restando a casa, a che tipo di mondo vogliamo dopo?

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

7 pensieri su “Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema

  1. Buongiorno, grazie per il suo commento.
    Certamente sarà come dice lei, ma è anche vero però che sono i consumatori che, alla fin fine, hanno la facoltà di scegliere (come cittadini, ormai, non hanno più voce in capitolo). I capitalisti hanno sicuramente tutto l’arsenale necessario per un “rabbonimento” su vasta scala; i consumatori invece, dopo un’emergenza del genere, potrebbero – chissà – risvegliarsi da una sonno profondo e scoprire di essere (ancora) umani.
    Saluti

  2. Diciamo così: nessuno può dire se usciremo da questa crisi più forti, più completi, più umani e più consapevoli, oppure più rincretiniti e desiderosi di essere condotti al guinzaglio da qualche Moloch planetario.

    Quello che è certo è che questa disavventura costituisce un’occasione assolutamente unica. In nessun altro scenario ci saremmo trovati obbligati ad avere del tempo per riflettere, e farci delle domande.
    Senza virus, la domanda là sopra avrebbe avuto una risposta sola, scontata.

    Così, almeno, una piccola percentuale di speranza di una ripresa dei sensi generale, c’è.
    Sta a noi (a ognuno di noi, singolarmente) non sprecarla.

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