hideaki hamada

Quando facevo ricerca sociale, e conducevo interviste in profondità con soggetti significativi, il momento che preferivo di più in assoluto era quando spegnevo il registratore. Era allora che le ultime battute, gli sguardi complici, e i silenzi fragorosi delle persona che avevo dinnanzi valevano di più di tutte le parole spese durante l’intervista. Molto spesso, erano proprio quelle informazioni, recepite nel momento del commiato – quando ti congedi e ringrazi per il tempo che ti è stato offerto – ad arricchire la ricerca, creando spunti inediti e preziosi per le conclusioni.

Lo stesso capita davanti alla macchinetta del caffè coi colleghi, piuttosto che nelle riunioni programmate e formalizzate; o nel momento conviviale della pausa pranzo, quando ci ricordiamo, per un istante, di staccare gli occhi da quel cellulare sempre appiccicato alla mano. Questo perché la fiducia è un bene molto raro da conquistare, e lo si acquisisce solo col tempo, con la pazienza, con le condizioni utili che favoriscono un vero e proprio dialogo: e sono quindi presenti l’accoglimento, la comprensione, l’ascolto attivo che decidiamo di riferire all’altro. Tutte cose difficili da reperire, soprattutto quando siamo abituati ad avere qualsiasi cosa prontamente e come vogliamo fiondandoci senza limiti sul mercato dei consumi.

Uno dei miei professori a Bologna era fissato con questa metafora del “frigorifero aperto”. Diceva sempre che se un frigorifero rimane aperto per molto tempo, lavora il doppio e peggio di quanto dovrebbe normalmente: si surriscalda, e non adempie come dovrebbe alla sua funzione più importante: comincia a non raffreddare più nulla.

Con le persone è lo stesso: devono essere a loro agio, sentirsi sicure, trovarsi nel loro ambiente e nel proprio ambito di azione, o in un contesto a loro familiare: devono percepire, e sentire normalmente, che si possono fidare di te. Solo allora non avranno confini, e saranno in grado di offrirti tante cose inaspettate che non pensavi minimamente di ricevere.

Lo so che sembrano cose scontate da dire. Forse le ripetiamo così tante volte da banalizzarne l’importanza. Ma sono queste le chiavi per poter stare bene insieme, per edificare qualcosa di nuovo e longevo insieme agli altri. Sono queste le fondamenta per ricostruire le buone relazioni distrutte dall’egoismo organizzato. Sono questi gli antidoti alla solitudine, che spesso fingiamo di apprezzare oltremodo in assenza di qualcosa che non ri-conosciamo più. Un qualcosa che ci rende inconfondibilmente più umani, e che, ahimè, stiamo pian piano cancellando.

Spesso si dice infatti che nessuno ci ha mai regalato niente. Che quello che abbiamo fatto fino a qui lo abbiamo fatto da soli, con le nostre sole forze, senza lo sconto o l’aiuto di nessuno. E quando lo diciamo non ci pensiamo poi neanche tanto, perché ci sembra una cosa talmente normale da dire che tendiamo a trascurare l’altro, perché chi veramente vogliamo convincere su tutto questo siamo in realtà noi stessi.

Certo, spesso ci sono casi isolati in cui accade davvero, dove le persone veramente si costruiscono da sole, spinte dalle proprie motivazioni, dalle proprie credenze, dal proprio Io. E anche quando l’Io è veramente protagonista ci saranno sempre i “complici”, la gente attorno che conta, chi spalleggia a suo favore per avanzare. Insieme.

A ben guardare, la cultura del “mi sono fatto da solo” è una cultura talmente omologante e radicata, che non ci consente più di osservare la ricchezza delle relazioni che abbiamo di fianco, l’importanza di chi ci appoggia e di chi crede sempre in noi nonostante tutto. E quando per automatismo non le nominiamo più queste persone, preferendo il nostro Io, ci stiamo omologando al “globale” illusorio, a quel supermercato locale e globale assieme che ci vuole “liberi” a tutti i costi, senza vincolo alcuno, e capaci di poter fare tutto quello che vogliamo senza pensarci su un secondo: tanto, sempre, tutto è alla portata di tutti. Basta solo “la forza di volontà”. Ed è in questi termini che viene celebrata e venduta l’illusione della nostra unicità, della nostra diversità-etichetta, creata ad hoc da specialisti concepiti e arruolati per perseguire l’unico obiettivo che è rimasto in circolazione: la scaltrezza di saper vendere qualsiasi cosa (non per creare, non per dare sfogo alla loro tanto decantata “creatività”).

I regali, gli sconti, le sorprese, li riceviamo ogni giorno. Senza accorgercene. Quello che siamo non è altro che la risultante delle relazioni che abbiamo e che abbiamo avuto durante tutto l’arco della nostra vita. Le nostre esperienze sono pregne di relazioni, e se non le nominiamo per quello che sono, se non le riconosciamo per quelle componenti importanti che sono per noi, allora contribuiremo ad alimentare ciò che veramente vogliamo combattere: “La cultura dei predatori solitari”.

Siamo noi i singoli marchingegni di questa cultura che diciamo convintamente di disprezzare, e siamo noi stessi che la mettiamo costantemente in circolo….

Sarebbe bello fermarsi singolarmente, bloccare il meccanismo che dà vita a tutto questo, e pensare – per fare insieme – cosa è veramente importante per noi. Con chi conta per noi, con le relazioni “irrilevanti” che ci capitano anche, forse, senza un perché, lungo tutto il nostro cammino.

Perché oggi la vita è davvero complicata, e se non si comincia sul serio a far riferimento all’importanza invisibile che hanno per noi le relazioni siamo pressoché perduti; non potremmo minimamente affrontare con polso ciò che di arduo e inedito ci aspetta là fuori…

Ad un certo punto, infatti, ci si ritrova senza una direzione da seguire, in balia di pure estremizzazioni che ti dicono o da questa parte o dall’altra, altrimenti c’è l’oblio, il puro disinteresse, la sempre più crescente non-partecipazione. Ecco perché o hai tutto o non hai nulla. Un giorno hai due lavori, e il giorno dopo sei disoccupato. Un giorno ti senti euforico, giulivo e spensierato, e il giorno dopo sei in preda alle preoccupazioni più allucinate, su di un futuro inimmaginabile, su un futuro che non ha più nessun nome o indirizzo di riferimento se non quello di essere sconclusionato.

Non c’è via di mezzo quindi, non c’è equilibrio, e quando per una ragione qualsiasi riesci a trovarlo questo ti sembrerà la cosa più precaria e fragile che tu abbia mai vissuto.
E questa è “semplicemente” la vita di oggi. La vita guasta e difficile che ci hanno consegnato sotto forma di “spirito individuale”, pregna di possibilità globali e locali, ma così povera di accessi effettivi e giusti a quelle stesse possibilità; ingarbugliata e complicata allo sfinimento, ma rorida di comunicazione tecnologico-innovativa che riesce a riesumare vecchi tribalismi, che attiva neo-comunità del riconoscimento e dell’identificazione, che plasma quell’”essere-insieme banale” e distante sostenuto da informazioni eccessive e nauseabonde, che trasformano il privato in pubblico, e il pubblico in un’enclave abbandonata a se stessa.

In tutto questo, l’equilibrio con se stessi e con le nostre relazioni è dunque fondamentale. Ma costa fatica, costa perseveranza, c’è di mezzo un’attesa priva di superficialità. Ma soprattutto un esercizio spregiudicato d’umiltà.

È il saper riuscire a coniugare il troppo che hai da gestire col nulla che d’improvviso può rimanerti in mano; è il saper costruire relazioni stabili – solide come radici – e aprirsi allo stesso tempo alle diversità, all’immigrato, alla possibilità di sposare un orientamento diverso dal tuo. È sradicare il radicale e masticarlo, pensarlo, farlo tuo. È saper essere te stesso con tutte le tue forze, ma anche quel bambino mai cresciuto che hai sempre avuto dentro, e che ha una voglia matta di mettere le mani nella sabbia per costruirci un castello. È saper vivere sapendo che si può essere felici abbastanza, ma solo quando, dopo aver lavorato sui nostri limiti senza necessariamente valicarli, avremo imparato cosa significa davvero elogiare la nostra propria imperfezione.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Volto, Esistenze, Mondi

Pubblicato: maggio 5, 2017 da Filippo Gibiino in Cultura
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Caravaggio – Giuditta e Oloferne, particolare

Il Volto. Quale tema desueto, forse apparentemente banale, è questo che si sta assemblando sotto il delicato pigiare dei tasti e della ancor più tenue e fragile coscienza umana. Come febbrile e surreale suggestione esso, in ogni dove e momento, suscita uno stupore difficilmente comprensibile: meraviglia e turbamento, ineffabile manifestazione dell’esistenza che racchiude in sé il mistero e la vertigine di ciò che è Altro, diverso, ignoto.

Il Volto è una presenza viva, espressione di un qualcosa che par essere inammissibile e vertiginoso. Esso cedendo spazio all’innamoramento, espressione quasi misterica del pathos, dona forma all’esistenza umana ed assume su di sé i caratteri di presenza immediata (a-priori), sfuggendo dal rapido susseguirsi di sentimenti e affetti. Il Volto dell’altro è lì, per ognuno, oltre ogni contratto e rimodellamento, capace di superare le innumerevoli determinazioni che spesso, il mondo gli imprime cosificandolo.

Come nella clinica, così in tutte le scienze dello spirito e – non di meno – nella plasticità del quotidiano esperire, il Volto è incarnazione di una presenza inattesa che non è svelamento ma rivelazione, capace di abilitare il manifestarsi dell’altro-da-sé oltre la forma che questi assume. Questa parafrasi compiuta a calco sul pensiero di Lévinas suggerisce l’esistenza di una rivendicazione di uno Spazio ed un Tempo da parte dell’altro, un intreccio inestricabile in cui esso è originariamente collocato. Ciò lo si può rendere tangibile con un’immagine: dal momento in cui nella stanza entra un Altro, avviene una ‘perturbazione’ dell’atmosfera fenomenica e gli oggetti appaiono gettati sullo sfondo, rispetto all’individuo che si pone in rilievo nell’esperienza. E come un corpo avente massa nello spazio interstellare – secondo quanto afferma la Teoria della Relatività Generale – è capace di creare un’illusione ottica che induce a far credere che la posizione delle Stelle dietro di esso, per chi osserva dalla Terra, sia spostata di poco quando la loro luce passa in sua prossimità, così l’Altro condensa attorno a sé una sorta di ‘gravità esistenziale’ che curva lo spazio ed il tempo attorno alla sua presenza, modificando permanentemente la percezione di ciò che ha alle sue spalle.

Cosa induce a comprendere questa immagine? Che il Volto è un’epifania che domina l’esperienza, mai trascurabile o relegabile sullo sfondo al pari di qualunque cosa inanimata. Il Volto dell’altro stravolge il piano solipsistico del rapportarsi con le cose del mondo; interroga perché, tramite esso, si vede e si è visti esponendosi al nuovo, al diverso, all’Infinito che viene da ogni dove – perché il Volto è infinità inafferrabile.

Il Volto, oltre ad uno spazio e ad un tempo, rivendica anche un altro aspetto: la Prossimità, che si esplicita nel nostro essere gli uni di fronte agli altri. Questa reciprocità si può intendere come una vocazione esistenziale, una chiamata ad una responsabilità inconfutabile e spaventosa che comporta un rischio, in quanto chiede una partecipazione mai superficiale con l’altro. E come potrebbe mai essere approssimativa ed al contempo autenticamente prossima la presenza di un Io dinanzi al Volto altrui quando quest’ultimo, mutando continuamente la sua forma tramite l’espressività, chiama ad un continuo dialogo e ad un insistente “sentire” la sua condizione esistenziale di uomo-viandante.

Ma cos’è l’espressività? Quel moto perpetuo di forme, solchi, luci ed ombre che si impongono sulla superficie più o meno regolare della pelle che, nuda difronte alla veracità di ciò che la circonda, rivela un piano altro e più profondo del vivere? L’espressività è mascheramento e spogliazione, linguaggio che cattura e irrompe nella quiete. E ancora, silenzio e parola, approssimazione e distanza, potere e vulnerabilità che accomuna Me e Te in bilico su un abisso che di follia risuona e sorveglianza sul proprio cammino, nel palpitare terribile e breve che col passo incerto permette di procedere.

Proprio sul Volto, sulla sua nuda apparizione, si gioca la partita dell’esistenza e nondimeno – necessariamente – della psicologia/psichiatria. Dice Lévinas che “il Volto, e con esso la sua pelle, è quella parte del corpo che maggiormente resta nuda, di una nudità dignitosa” che permette di giungere all’esperienza più immediata e primitiva con il Tu. Primitiva perché è precedente ad ogni parola, ad ogni gesto, antecedente di ogni categoria: il Tu può restare in silenzio, immobile e restare Tu, domanda, spaesamento. Il Tu resta Volto.

Buber sulla scia di Minkowski direbbe che il Volto che si incarna nel Tu non è solo un Esserci immediato, un “qui-e-ora”, ma anche un “da-dove” e un “verso-dove” a cui l’Io deve orientarsi se vuole che il Volto diventi una presenza spazio-temporale e prossimale fortissima. Fortissima ed al contempo velata perché il Tu è un luogo sconosciuto e unico in cui, come afferma Elizabeth Barrett Browing, posso esistere.

Come non ricordare poi Bruno Callieri che tra la pagine della sua esistenza e delle sue opere non smette mai di ricordare come il Volto dell’altro ci chiede sempre un azzardo, una scommessa, la partita di chi assume su di sé il massimo rischio dell’accostamento carne a carne, approssimazione alla persona che si ha dinanzi. Nudità a nudità, sguardo a sguardo, confronto in cui del Volto non si riconosce più la similarità con se stessi, ma l’essere rivolto – come te, come me – al morire, navigando a vista tra le pieghe opache dell’esistenza.

Come poter sospendere un discorso, quasi un dialogo, sul Volto? Come poter concludere questo viaggio teso al rinvenimento di questa esperienza basa in cui siamo immersi e verso cui tutti siamo chiamati irrimediabilmente?… E poi, mescolando ingredienti universali, atomi e molecole come un nuovo Big Bang, Junger ci scaglia sull’orlo del delirio, di una perplessità psicotica (Wahnstimmung)  che è esperienza radicale che ogni incontro autentico con il Volto ha in sé. Scrive Junger: “Sapeva bene che il naufragio era già avvenuto e che, adesso, si navigava su una zattera di rottami legati assieme… Una volta che quelle corde avessero ceduto, sarebbe rimasto solo l’abisso insondabile degli elementi – e chi avrebbe potuto affrontarlo?”.

Una sospensione, quasi un’attesa che si estende verso i confini del reciproco riconoscimento e poi, senza posa, superando questi limiti diretti verso il non più noto: questa è la meraviglia oscura che lascia emergere il Volto. Là dove cade ogni mezzo e ogni certezza cessa di imporsi tra l’Io ed il Tu, ecco si dischiude la possibilità degli “abissi”, del naufragio, di una dimensione fascinosa e terrifica posta tra estremi mai definitivi di salvezza e devastazione. Proprio lì si inizia a intravedere, tra le rovine dell’esistenza, il Volto dell’altro.

Stefano Marini

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Riferimenti

Ales Bello A., Ballerini A., Borgna E., Calvi L.: Io e Tu. Fenomenologia dell’incontro. Roma. 2008.

Lévinas E., Riva F.: L’Epifania del Volto. Milano. 2010.

Buber M.: Il cammino dell’uomo. Torino. 2004.

L’amore come fulcro della natura umana

Pubblicato: aprile 16, 2017 da Filippo Gibiino in Uncategorized
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Osvaldo Licini – Angeli primo amore

 

L’essere umano come animale relazionale

Noi esseri umani siamo animali relazionali, lo sappiamo dai tempi di Aristotele e ci viene ribadito con forza dalle attuali neuroscienze: il cervello infatti per svilupparsi e crescere necessita non solo di sostanze nutrienti, ma anche di empatia, di calore e affetto, in una parola di amore.

Per capire dove poggiano le basi della natura relazionale umana partiamo allora dalla nascita. Di cosa ha bisogno un neonato? In che stato si trova solitamente? In che rapporto si posiziona con l’altro? Il neonato è sempre in una situazione di totale dipendenza dalla madre, o da chi se ne prende cura. Ha bisogno dell’altro per soddisfare tutti i suoi bisogni primari. Possiamo affermare che nell’infanzia ha origine la nostra esperienza di dipendenza dall’altro, sana o patologica che sia. In entrambi i casi il bambino non può far altro che “innamorarsi” dell’adulto, verso cui ripone una fiducia pressoché assoluta. Non potrebbe fare altrimenti, pena la messa in gioco della sua sopravvivenza.

Nel caso di un’esperienza positiva con la madre il bambino svilupperà una dipendenza sana. Il neonato reca dentro di sé il bisogno innato di creare un legame con l’adulto, che viene costruito attraverso una vera e propria danza empatica fatta di contatto fisico, di sguardi reciproci, di gridolini, di giochi e di sorrisi. La creazione di questo legame è sostenuta a livello neurobiologico da “droghe” endogene, che ne fanno un’esperienza di piacere reciproco per la madre e per il bambino. Il fatto di provare piacere nelle relazioni è un fattore fondamentale per la crescita e per lo sviluppo, anche in età adulta.

Per certi versi questi elementi potranno sembrare ovvi, ma per lungo tempo in ambito accademico e non solo, si è sostenuto che il bambino si legasse alla madre in quanto bisognoso di nutrimento. In questo senso, Freud affermava che la scarica della pulsione della fame fosse primaria rispetto al legame di attaccamento. Con lo psicoanalista inglese John Bowlby, attratto da nuovi esperimenti in campo etologico che hanno messo in dubbio questa visione, il legame di attaccamento viene letto come un bisogno primario del bambino. Poco tempo prima, Renè Spitz, psicoanalista di origini austriache aveva osservato un interessante fenomeno che ci può dare la misura di ciò di cui parliamo. Spitz aveva condotto degli studi rigorosi presso diversi orfanotrofi, in cui al limite i neonati ricevevano esclusivamente cibo e cure minime. Nel suo libro più famoso, Il primo anno di vita del bambino, Spitz racconta la vicenda di un’infermiera che durante il turno si doveva occupare contemporaneamente di tredici bambini, causa carenze del personale dell’orfanotrofio. Aveva giusto il tempo per dar loro da mangiare, per cambiarli e poco più. Lo psicoanalista austriaco quindi aveva osservato che di questi bambini trascurati il 40% era morto entro un anno! Ai restanti non andava benissimo, in quanto la maggior parte di loro mostrava ritardi marcati nello sviluppo fisico e psichico.

Questo ci può dare la misura di quanto le cure e le attenzioni che passano attraverso le prime relazioni siano fondamentali, a partire dall’esperienza di essere visti per quello che siamo, e dall’esperienza di rispecchiamento con cui la madre capisce i nostri bisogni e a poco a poco ce li insegna. Come ha osservato lo psicoanalista Donald Winnicott, il bambino ritrova se stesso nel volto della madre, quando guarda quest’ultima che lo osserva. Tutte queste cure relazionali non passano attraverso le parole, ma attraverso diversi canali non verbali, che sono stati oggetto degli studi di psicologia degli ultimi decenni. Infatti, anche se non ha ancora sviluppato il linguaggio, il neonato è in grado di comunicare affettivamente con la madre con enorme competenza. Il bambino già dopo pochi mesi di vita è in grado di riconoscere chi lo tiene in braccio, attraverso il tipo di presa e gli odori, ma è anche capace di sentire se una madre è felice o turbata.

In sintesi è sano che il bambino dipenda dagli adulti, ed è altrettanto sano che questa dipendenza venga allentata quando non è più funzionale alla crescita e al processo di individuazione. Quindi la specie umana è una specie sociale, caratterizzata da spiccate doti cooperative e da relazioni di reciprocità affettiva. In una parola siamo animali interdipendenti. L’uomo non cessa mai di dipendere: passa da una dipendenza ad un’altra dipendenza più funzionale ai suoi bisogni. Abbiamo necessità di ripetere le esperienze dell’infanzia durante l’età adulta, ma declinandole in modi sempre più complessi e adeguati alla nostra crescita personale; ed è grazie all’amore che tutto questo può accadere. Citando direttamente le parole dello psicoterapeuta Nicola Ghezzani che si è occupato a fondo di questo tema: “L’amore è un processo circolare, che coinvolge due persone e arricchisce sempre l’umanità di entrambi: un processo di reciproche attenzioni e gratificazioni che consente a entrambi di maturare il loro potenziale umano.” (L’amore impossibile, 2015).

 

L’innamoramento

Quando ci innamoriamo facciamo l’esperienza di una relazione che appaga tutti i nostri bisogni: è come se tutte le mancanze, le carenze, le domande di affetto rimaste in sospeso, trovassero pienezza e risposta nell’incontro con l’innamorato. Per quanto tempo abbiamo aspettato questo momento, e con quanta intensità lo abbiamo desiderato!

Nel simposio di Platone è contenuto il racconto degli ermafroditi, esseri perfetti che gli dei punirono tagliandoli a metà e disperdendone le parti nel mondo. Platone ci suggerisce che l’amore nasce da una nostra intrinseca mancanza, che ci muove sempre alla ricerca di un altro che ci completi. Secondo Francesco Alberoni, l’innamoramento è reso possibile da un sovraccarico depressivo, infatti “nessuno si innamora se è, sia pure potenzialmente, soddisfatto di ciò che ha e di ciò che è.(Innamoramento e amore, 1979). Quando ci innamoriamo, non lo facciamo volontariamente (in inglese innamorarsi si traduce con fall in love) ma inconsciamente. Si innamora la parte più deprivata e accantonata del nostro io, che Ghezzani ha chiamato io antitetico (in quanto opposto ad un io ordinario), e che si forma a partire dai nostri bisogni che non hanno trovato spazio nella vita quotidiana e sono stati rimossi. Questa parte di noi, che reclama con vigore il suo spazio, trova rispecchiamento nell’incontro con l’altro, e precisamente con la sua stessa parte mancante.

Infatti, “L’oggetto amato ci rivela ciò che ci manca. […] Io scorgo nella persona di cui mi innamoro il suo intimo patire per qualcosa che non ha avuto e vedo che io sono proprio colui che può darglielo, vedo riflesso nello specchio del suo cuore che io soffro come lei di un bisogno che solo lei può appagare. […] È dunque l’io antitetico che si innamora: questa area dell’inconscio che ci impone di aprire le porte del reale a tutto ciò che dei nostri bisogni, desideri fantasie, progetti abbiamo voluto reprimere e dimenticare, perché squilibrati rispetto alla nostra esistenza quotidiana.” (L’amore impossibile, 2015).

Come nella relazione madre e bambino, anche qui è il piacere che ci guida verso l’altro e ci mostra che il nostro agire è positivo. L’innamoramento ci apre ad una nuova esperienza, che ci da la possibilità di vedere noi stessi e il mondo sotto una luce inedita. La realtà viene ricostruita a partire da nuovi significati che scaturiscono direttamente dalla relazione col nostro amato. In questo senso abbiamo la possibilità di dissolvere le nostre vecchie certezze, la nostra vecchia identità e di rinnovarci a partire dal nuovo incontro. Si tratta di una vera e propria esperienza di morte e rinascita. In quanto sociologo, Alberoni ha parlato di amore a partire dalla straordinaria somiglianza che intrattiene con i movimenti rivoluzionari collettivi. In effetti l’innamoramento reca in se la forza necessaria a scardinare le vecchie relazioni e i vecchi assetti della persona, per traghettarla verso nuovi progetti. L’incontro con l’amato spezza i legami sociali e ne crea di nuovi. Sarà comune a molti ricordare la propria esperienza di innamoramento associata a cambiamenti di vita, trasferimenti, rivoluzioni nelle scelte professionali e nelle cerchie di amici. È l’innamorato a renderci così forti e vitali, e in grado di mettere in discussione sistemi e istituzioni che non reggono più al passare del tempo. Ci innamoriamo solo se accettiamo di essere sconvolti dall’amore. Alla fine di questo processo non ci sono più i due individui di prima, ma due persone nuove che formano una coppia.

 

L’amore

L’amore si muove sempre nella direzione della libertà verso colui che amiamo e verso noi stessi. L’amore è assenza di potere sull’altro, e può essere inteso come la forma più intensa di personalizzazione di un rapporto, nel senso che coglie sempre l’individualità dell’altro e si muove per sviluppare il suo valore intrinseco. Nell’amore il bene dell’altro è innalzato a valore assoluto. Gli amanti si rinforzano l’un l’altro creando un legame ad alta intensità affettiva che tende ad escludere gli altri, o almeno a minimizzarli. Quindi, a differenza dell’innamoramento, in cui troviamo la risposta assoluta a tutti i nostri bisogni, nell’amore abbiamo il pieno riconoscimento dell’altro per quello che è in sé. L’intimità affettiva ci rivela l’amato nella sua verità, e la tenerezza ci fa accettare i suoi limiti e il suo lato oscuro. Questa conoscenza avviene col tempo, se abbiamo abbastanza dedizione per approfondire sempre più il rapporto: prima o poi entriamo in contatto con gli aspetti irriducibili dell’altro, che possono non piacerci e scontrarsi con le nostre aspettative rispetto alla coppia. Quest’esperienza fondamentale dell’amore, in cui viene a cadere l’immagine idealizzata dell’amato, può portare con sé una buona dose di delusione e dolore. Ghezzani ha descritto bene questi vissuti nel suo libro L’ombra di Narciso, a partire dalla delusione che possiamo provare verso l’idealizzazione di noi stessi, e che ci consente di accedere per rispecchiamento alla conoscenza più profonda dell’altro:

“Se riusciamo a sentire la delusione, quindi anche lo stesso odio, nei nostri confronti come un’opportunità che la vita ci offre per liquidare la nostra immagine idealizzata ed essere noi stessi fino in fondo, allora l’intelligenza delle nostre mancanze può rivelare una nuova e inattesa dimensione dell’amore: l’amore del destino. Capiamo che ciò che di noi ci è apparso brutto, debole, deforme, mostruoso ci era necessario per arricchire e ampliare la nostra umanità. Due sentimenti, allora, ci vengono in soccorso: la coscienza di colpa e la commozione. […] Nelle relazioni d’amore, dunque, un genuino senso di colpa aiuta a prendere atto del male che possiamo aver fatto e che possiamo ancora fare a coloro che amiamo; quindi ci aiuta ad avere col nostro lato oscuro un rapporto consapevole. Allo stesso tempo, la commozione ci aiuta a provare comprensione, tenerezza, amore per quelle parti di noi e della persona amata che non riusciamo a controllare con un semplice atto della volontà. Siamo esseri umani , quindi siamo ostinati e imprevedibili. Dobbiamo accettare la nostra complessità senza pretendere né di estinguerla né di domarla. […] La delusione e l’odio sono parte dell’amore, perché solo l’amore è in grado di trascenderli in una comprensione e commozione di grado superiore.”

Quindi attraverso l’amore si giunge a una forma di conoscenza sempre più profonda di noi stessi e dell’amato; conoscenza che non si basa tanto sull’utilizzo della ragione, quanto sul contatto e confronto con i propri sentimenti e con quelli altrui. La commozione ci permette di incontrare l’alterità e la diversità. L’amore introduce nella nostra vita la dimensione della trascendenza: solo chi ama davvero è capace di staccarsi da sé e dedicare la vita a qualcuno o a qualcosa. Infatti la capacità di amare non è da intendersi solo nei riguardi di un altro essere umano, ma anche di una passione, di un valore, di una fede. Solo quando la vita è dedicata a qualcosa che va oltre la nostra persona, acquista uno spessore di senso e di significato in grado di pacificare l’animo. Di contro la paura dell’amore è anche la paura di abbandonare i nostri piccoli egoismi, che ci offrono qualche sicurezza ma ci precludono di aprirci ad una dimensione trascendente della vita.

Filippo Gibiino

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Riferimenti

Francesco Alberoni (1979), Innamoramento e amore, Garzanti, Torino

John Bowlby (1989), Una base sicura, Raffaello Cortina, Milano

Nicola Ghezzani (2015), L’amore impossibile, Franco Angeli, Milano

Nicola Ghezzani (2017), L’ombra di Narciso, Franco Angeli, Milano

René Spitz (1962), Il primo anno di vita del bambino, Giunti, Firenze

 

Letta euro

Più che al pensiero, alla logica, per difendere il progetto europeo dai venti e dalle maree del populismo, nel suo ultimo libro Enrico Letta ricorre all’emotività, alla narrativa, all’aneddoto autobiografico (Letta, 2017).

L’espediente gli serve per contrapporre le angustie dei vecchi Stati nazionali, nei quali “si attraversava la frontiera e c’erano i controlli” e “si viaggiava portandosi dietro i pacchi di pasta, perché non si trovavano gli stessi prodotti in Francia e in Italia” (pp. 21-22)  alle meraviglie del mercato unico europeo,  dove “qualunque supermercato in Francia propone un’ampia scelta di pasta” (pp. 22) e che permette di viaggiare “prendendo i voli low cost, compagnie che non esisterebbero senza la liberalizzazione dei trasporti aerei promossa a livello comunitario” (p.23).

Indiscutibili benefici per i consumatori, ma non solo. Per l’ex premier, il progetto europeo “tratta ogni popolo con la stessa dignità[..]il contrario di un progetto imperiale” (p.27).

Su quest’ultima affermazione, si è tentati di chiudere definitivamente il libro. Tanta retorica, non uno straccio di idea.

A un certo punto, però, Letta sembra colto da un improvviso attacco di lucidità, quando afferma che la crisi del progetto europeo del dopoguerra coinciderebbe con l’introduzione dell’euro (pp. 46-47). Una moneta fatta per i tempi buoni, ma non “per l’inverno”, priva delle istituzioni giuste per funzionare. Che ha finito per creare, inevitabilmente, malumori e divisioni fra i popoli europei. Tutti lo sapevano, compresi i maestri di Letta e padri dell’euro Andreatta, Delors, Prodi, Padoa Schioppa, Ciampi, che però erano convinti che tale architettura istituzionale monca sarebbe stata completata, senza particolari problemi, dopo l’unificazione monetaria. Che lungimiranza!

Letta comunque difende a spada tratta la moneta unica, perché avrebbe permesso di abbattere un debito pubblico italiano fuori controllo (pp. 47-49). Si potrebbe obiettare all’ex premier che, negli anni Duemila, mentre diminuiva il debito pubblico, esplodeva – in Italia come in tutta la periferia europea – il debito privato, processo largamente favorito dai tassi d’interesse bassi portati dall’euro, con tutte le conseguenze che conosciamo bene:  bolle immobiliari, stagnazione della produttività, perdita di competitività, deteriorarsi dei conti con l’estero, crisi (Stiglitz, 2017).

Per l’ex premier, tuttavia, la disoccupazione di massa che sconvolge i paesi del Sud non può essere addebitata all’euro e alle politiche di austerità. Per individuare i veri colpevoli bisogna volgere lo sguardo altrove. Il progresso tecnologico, internet, la robotizzazione, che, secondo il mantra,“distrugge più posti di lavoro di quanti ne crea”; l’impreparazione dei Paesi europei di fronte all’irrompere della globalizzazione.

Tutti fenomeni che non si potevano evitare, non si potranno rallentare.  La disoccupazione, in questa visione, è un fenomeno “naturale”, non la conseguenza di scelte politiche ( “C’entrano poco la destra o la sinistra”, p.59).

La politica deve limitarsi a preparare la società a questi cambiamenti.  Con la mitica “formazione continua” per facilitare il passaggio da un mestiere all’altro (p.63).  O spingendo i giovani a farsi imprenditori di sé stessi, inventarsi nuovi mestieri, piuttosto che “inserirsi in un organigramma stabile, capace di creare certezze, come quello dell’impiegato o dello stipendiato” (p.59).  Al limite, può indennizzare i perdenti con un’ indennità di disoccupazione europea (p.106). L’unica agenda di riforme possibile, per Letta, è quella basata sulla primazia del mercato.

Nei capitoli finali del libro (pp.71-81), l’ex premier tocca di nuovo le corde dell’emotività, facendo appello all’unità europea per difendere i suoi valori nel mondo: la tutela dell’ambiente, dei diritti umani, e, tenetevi forte, il suo diritto del lavoro (quando poche righe prima aveva ricordato che il lavoro stabile, perno del diritto del lavoro europeo, è ormai una cosa del passato).

Verrebbe da concludere, sconsolati, che la distanza che si è creata tra gli intellettuali della sinistra europeista e la realtà è ormai incolmabile.

Non un’idea, né una riflessione, da parte di costoro, sull’evento che spiega buona parte della crisi europea di oggi: la grande trasformazione economica e politica che sconvolge l’Occidente tra gli anni Ottanta e Novanta. L’Europa che prende forma in quegli anni è parte del progetto neoliberista di ristrutturazione delle società europee, attraverso la redistribuzione di reddito e ricchezza dal basso verso l’alto e l’attacco alle conquiste sociali del trentennio keynesiano post-bellico (Gallino, 2012; Streek, 2013). Il progetto europeo diventa, con Maastricht, un dispositivo per globalizzare la società europea.  La liberalizzazione radicale dei movimenti dei capitali, delle merci, della manodopera, sancita dal Trattato, è funzionale a questo scopo.  Tutto questo, nella trattazione di Letta, non passa neanche sullo sfondo. Per l’ex premier il nemico dell’Europa è il sovranismo populista. Ma, più che una lotta contro venti e maree, quella di Letta rischia di essere una lotta contro i mulini a vento. La sovranità in Europa è de facto prerogativa della sola Germania. Gli altri Stati hanno perso di gran lunga la capacità di esercitarla, specie su temi decisivi, come quelli economici e sociali.

L’Europa ha subìto una crisi di rigetto in molti paesi perché la globalizzazione neoliberista, con la quale si è identificato il progetto europeo, è andata troppo oltre, a corrodere il sociale. L’autodifesa della società europea dal mercato si è manifestata in varie forme, spesso contraddittorie, dalla Brexit, al referendum costituzionale italiano, al crescente consenso verso partiti o movimenti fuori dal perimetro politico tradizionale.

Per ricostruire l’Europa si dovrebbe partire da qua. È inutile affidarsi alle suggestioni emotive, al potere effimero delle narrazioni.  Uno stratagemma a cui la sinistra europeista ci ha abituato, e che serve solo a coprire il vuoto di idee, e di pensiero (critico) che la contraddistingue ormai da troppi anni.

Federico Stoppa

RIFERIMENTI

Gallino L., La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, 2012

Letta E, Contro venti e maree. Idee sull’Europa e sull’Italia, Il Mulino, 2017

Stiglitz J. The Euro, Penguin Book, 2016

Streek W., Tempo guadagnato, Feltrinelli, 2013

 

 

Marina Muun - Democratic schools - Medium

Marina Muun – Democratic schools – Medium

Durante questi mesi, mi è capitato un gruppo di studenti davvero motivati: impazziscono per la nostra lingua, ne vanno avidi. Quando parlo, e cerco di farli immergere in un contesto diverso dal loro, hanno gli occhi grandi così dal desiderio di apprendere (e di ascoltarmi). E questo è un bene per me, perché, in tutta facilità, posso indirizzare la lezione verso uno svolgimento più dinamico e partecipativo: un piacevole ping-pong tra professore e studenti.

Tuttavia, mi rendo conto che la maggior parte delle domande che comunque nascono dalla loro curiosità sono frutto di disattenzioni impreviste: è come se fossero sintonizzati su canali differenti, avendo però difficoltà nel seguire quello principale a cui stanno assistendo; è come se fossero immersi in un grande ipertesto (una sfilza di pagine aperte), e fossero attratti da una marea d’informazioni che cliccano e sbucano da tutte le parti, senza che queste però riescano a fissarsi nelle loro menti in maniera risoluta.

È un po’ come quello che accade quando siamo su internet: “ci aggiriamo dappertutto, senza arrivare a nessuna esperienza; contiamo senza fine e non siamo in grado di raccontare. Si ha cognizione di ogni cosa, senza arrivare ad alcuna conoscenza.”

Mi accorgo di questa cosa perché, quando imperversano domande a scoppio ritardato (domande ripetitive solo per avere conferma), il più anziano del gruppo comincia a sbuffare, e a muovere il piede spazientito per le continue “interferenze”. È come se, quest’ultimo, fosse l’unico maggiormente sintonizzato sul “canale” della lezione in corso, e non riesca a comprendere bene il perché della continua disattenzione di tutti gli altri, che non riescono proprio a concentrarsi su un’unica cosa per un tempo più o meno prolungato: hanno bisogno di continue pause, di interruzioni, o di altri riferimenti isolati, come se avessero una necessità innata di spaziare liberamente, e di muoversi con facilità tra informazioni molto diverse tra loro. È stato quindi lo scarto generazionale che mi ha fatto riflettere sulla differenza dei loro atteggiamenti, e su come le dinamiche in classe riflettano perfettamente il loro differente modo di apprendere qualcosa.

Questo mi sembra un buon esempio per parlare dell’influenza del virtuale nel realtà di tutti i giorni – anche se i cellulari in classe sono momentaneamente fuori uso (durante la lezione, dovrebbero essere negli zaini e nelle borse; dovrebbero (!)). Questi episodi apparentemente “irrilevanti”, di domande che parlano della fatica dei ragazzi “di stare dietro ad un’unica cosa senza badare a tutte le altre”, ci possono illustrare indizi utili su come le nuove tecnologie stiano effettivamente modificando i nostri comportamenti, e in questo caso le modalità di apprendimento dei ragazzi in classe: abituati quotidianamente a muoversi e a saltare da una pagina all’altra per reperire più informazioni possibili, perdono fisiologicamente molto dal “sacco” che contiene le informazioni della realtà che stanno vivendo in quel momento (o della “pagina reale” in cui si dovrebbero trovare col corpo e la mente).

Se questi studenti trasudano una motivazione che poche volte ho visto in classe, d’altro canto avverto di quante cose si possano perdere per via dei loro continui cali di attenzione, e della memoria che vacilla facendo acqua da tutte le parti. Ovviamente, anch’io non sono esente da questa amnesia generalizzata. Come molte persone oggi, passo molte ore su internet, o smanetto ripetutamente col mio cellulare. Anch’io quindi – come i miei studenti – vivo in pieno questi nuovi tempi tecnologici.

Forte però di questa consapevolezza, cercherò in più occasioni – almeno in qualità di professore – di chiedere ai miei studenti se ogni tanto possono tentare di chiudere “qualche pagina” nelle loro menti, per concentrarsi solo su quello che stanno vedendo e ascoltando in quel momento dedicato; anche se so già che questo mio intento generoso si tradurrà, quasi certamente, in una richiesta velleitaria tutta in salita (anche perché questa difficoltà la comprendo perfettamente).

Editorial for Usbek & Rica on Behance

Editorial for Usbek & Rica on Behance

Probabilmente, tutto questo ha a che fare con il tempo di cui facciamo esperienza, che è per la maggiore un tempo presente e dilatato: un vero e proprio limbo in cui ci si trova quasi come imprigionati.

Quando infatti spiego in classe “il tempo presente”, lo faccio senza pensarci troppo: dopotutto, in quella sede, devo semplicemente illustrare le sue implicazioni grammaticali con la lingua. È quando torno a casa che le cose si complicano, dato che le sue implicazioni riguardano anche la mia vita e quella in generale, e il fatto inequivocabile di quanto esso abbia fatto piazza pulita tutto attorno, liquidando il passato (un vuoto mnemonico inesorabile) e non contemplando alcun genere di futuro (qualcuno oggi parla mai di futuro? che nome ha?). La vita attuale è talmente immersa in questo tempo (presente) che ci stanchiamo anche di viverlo, non prendendolo seriamente in considerazione, e lasciandolo sfumare come se nulla fosse: tanto ce n’è, ed è tantissimo.

Forse sarebbe meglio tornare in aula, e riprendere in mano “la grammatica del tempo”, riscoprendo così, con una leggerezza pensosa, la legittimità degli altri tempi: la ricchezza e le radici del passato; la visione e l’immaginazione del futuro. È come se la continua connessione che viviamo nel presente ci privasse sistematicamente di altre connessioni necessitanti per la nostra vita (passato e futuro); connessioni che, per loro natura, sono causa ed effetto del tempo in cui viviamo, ma che attualmente non sono disponibili.

Così tra un po’, quando terminerò di scrivere qui, riprenderò in mano il mio cellulare, e userò nuovamente le dita: il digitale significa sostanzialmente questo: toccare con le dita un presente prolungato e sempre disponibile. Tantissime immagini, quindi, scorreranno con facilità, perché è come se fossero trasparenti: sono immagini prive di sguardi (le posso toccare, ingrandire, posso fare quello che voglio – sono quasi costretto a fare quello che voglio).

In questo modo, il digitale cancella gli sguardi e crea uno spazio positivo, dove tutti si ritrovano insieme essendo isolati, creando così un regno sterminato dell’Uguale. Non deve dunque sorprendermi se, stando dall’altra parte del mondo, leggo la stessa roba con le stesse immagini con i medesimi commenti; solo le lingue cambiano: la roba che si ammucchia inutilmente rimane sempre la stessa.

Gli sguardi, al contrario, irrompono su di noi, e ci mettono davanti la diversità, il rischio di una negatività necessaria. Senza sguardi è semplice gestire un finto controllo, ma diventa complicato parlare con noi stessi, salvaguardare le nostre preziose capacità auto-riflessive. Senza la possibile negatività del diverso (negatività intesa come scarto, come interruzione dal circolo d’auto-specchiamento di noi stessi; come slittamento semantico in grado di produrre qualcosa) ci disabituiamo a pensare, a pensare in maniera complessa. E possedere in mano tutte quelle immagini trasparenti per trarne furtivamente qualcosa non ci porta a nulla, se non ad un presente privo di sguardi veri; ad un presente privo di sguardo che si rivolge al passato o al futuro.

Al contrario, è uno sguardo prolungato sulle cose (altri sguardi, le stesse immagini con una data impressa, o le immagini di un futuro possibile) a condurci verso una soddisfazione più profonda del vedere, del percepire, con l’essere che si dipana in un racconto sensato senza la necessità inconvulsa di contare – ad esempio – il numero dei like.

Concludendo con le parole del filosofo sudcoreano Byung-Chul Han, “la cultura digitale rimanda al dito (digitus), che – soprattutto – conta. La cultura digitale si basa sul dito che conta: la storia, invece, è un racconto. La storia non conta: contare è una categoria poststorica. Né i tweet né le informazioni si combinano in un racconto: neppure il diario di Facebook racconta la storia di una vita, una biografia. È additivo, non narrativo. L’uomo digitale gioca con le dita nel senso che conta e calcola ininterrottamente: il digitale assolutizza il numerare e il contare. Anche gli amici su Facebook vengono soprattutto contati; ma l’amicizia è un racconto. L’era digitale totalizza l’additivo, il contare e il contabile. Persino le simpatie vengono contate sotto forma del “mi piace”. Il narrativo perde notevolmente di significato: oggi tutto viene trasformato in qualcosa di contabile, per poter essere tradotto nel linguaggio della prestazione e dell’efficienza. Così, tutto ciò che non è contabile cessa di essere.”

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Byung-Chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale, nottetempo, 2015.

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Brexit, l’esplodere dei flussi migratori, il perdurare della crisi economica e sociale nei Paesi Mediterranei, l’avanzata elettorale dei partiti xenofobi in Austria, Germania e Francia, la perdita di consenso dei partiti tradizionali: tutti episodi che stanno sconquassando l’Unione Europea, tanto da farne temere l’implosione.

Confusa e assediata dal precipitare degli eventi, l’intellighenzia progressista reagisce chiamando a raccolta tutti gli europeisti – difensori degli ideali di pace, fratellanza e cosmopolitismo incarnati dall’Unione – contro la nuova minaccia populista, sostenitrice di un’anacronistica quanto pericolosa sovranità nazionale.

È giunto il momento di ricordare alle forze progressiste, obnubilate da questo europeismo vacuo ed ideologico, che la matrice dell’Unione europea attuale è il Trattato di Maastricht del 1992.  E Maastricht non è affatto l’embrione di un’Europa politica e sociale come si è voluto far credere, ma un’involuzione di quel progetto. Ricostruire criticamente le tappe di quell’involuzione aiuterebbere a comprendere, da parte della sinistra culturale e politica europea, gli errori che la stanno condannando all’irrilevanza.

È dagli anni Ottanta che il progetto europeo, dopo aver tentato con il Piano Werner la via dell’unione politica, viene incanalato su binari completamente diversi (1). Responsabile della svolta è la Commissione Europea guidata dal socialista francese Jacques Delors – oggi santino riverito della sinistra europea – che spingerà per la liberalizzazione totale dei movimenti dei capitali (Atto Unico europeo del 1987), e l’istituzione di una moneta unica europea, da cui discendeva la rinuncia alla sovranità monetaria e agli strumenti di gestione del ciclo economico da parte degli stati membri (Rapporto Delors, 1989). Tutto ciò si concretizzerà nel febbraio 1992 a Maastricht: nascono Unione Europea e Unione Monetaria e si formalizzano i vincoli sui deficit e il debito pubblico in rapporto al prodotto e i criteri di rientro dall’inflazione.

La filosofia che informa il Trattato è quel liberalismo delle regole (ordoliberismo) che vede nei mercati liberi e concorrenziali, nella disciplina fiscale e nella stabilità monetaria gli unici strumenti in grado di promuovere crescita economica e occupazione. Si tratta di una filosofia economica e sociale che ha ispirato l’azione di governo dei conservatori tedeschi dalla fine della seconda guerra mondiale, ma che tra gli anni Ottanta e Novanta viene fatta propria anche dai partiti socialisti e socialdemocratici europei, che prima di allora avevano sposato le tesi di J.M. Keynes sull’importanza del ruolo economico dello Stato non tanto sul piano delle fissazione delle regole del gioco, ma soprattutto come stabilizzatore della domanda aggregata e veicolo di redistribuzione egalitaria di reddito e ricchezza.

Nell’agenda dei partiti socialisti europei (dal New Labour di Blair, all’Ulivo di Prodi, dalla SPD di Schroeder, al PS di Mitterand e Jospin e al PSOE di Zapatero), le politiche di sviluppo economico e giustizia sociale da perseguire con welfare ed investimenti pubblici vengono accantonate, per far spazio a quelle di liberalizzazione, seguendo l’assioma neoliberista per il quale deregolamentare i mercati (del lavoro, del credito, della finanza) e ridurre spesa sociale e tassazione sulle imprese porta a maggior dinamismo economico e quindi aiuta anche chi abita i gradini inferiori della società. Proprie di questa visione sono l’esaltazione acritica della globalizzazione e del multiculturalismo ai danni di stato nazionale e comunità, l’enfasi data ai diritti civili in luogo di quelli sociali, l’idea di una scuola che deve prima di tutto formare “capitale umano”, cioè competenze immediatamente spendibili sul mercato del lavoro.

Neanche la doppia crisi economica e sociale che ha travolto l’Eurozona dal 2010 ha modificato l’agenda della sinistra europea.  Al governo in Italia, Francia e Grecia, o stampella del governo conservatore in Germania, la sinistra ha scelto di rafforzare la stretta sui bilanci pubblici con il Fiscal Compact – introdotto nella Costituzione italiana nel 2012 – e attuato senza esitazioni le riforme strutturali imposte da Commissione e Banca Centrale, in primis quella del lavoro.  Mentre faceva macelleria sociale, ha continuato ad invocare “più Europa”, “Stati Uniti d’Europa” e altre formule prive di qualsiasi contenuto. Nel frattempo Il deficit di democrazia nelle istituzioni europee si aggravava, con un Consiglio europeo dominato dall’ideologia dell’austerity dei conservatori tedeschi, due organi “tecnici” non eletti, Commissione e Banca Centrale, che si intromettono nella scelte democratiche dei paesi membri prescrivendo le loro ricette neoliberiste, e  con l’unico organo eletto dai cittadini, il Parlamento, di fatto condannato alla marginalità.

Se questa è l’Europa reale, non c’è allora da stupirsi se i movimenti di estrema destra, che della battaglia contro questa Europa hanno da sempre rivendicato il copyright, abbiano acquisito consensi tra le classi più deboli, aiutati certo anche dalla crisi dei migranti.

Oggi è assai difficile, da parte delle forze progressiste, recuperare il terreno perduto,non solo dal punto di vista politico ma soprattutto da quello culturale. Significherebbe mettere in discussione i dogmi di Maastricht – libera circolazione di merci e capitali, autonomia della politica monetaria, pareggio di bilancio e moneta unica. Significherebbe rottamare, una volta per tutte, l’europeismo ideologico degli ultimi vent’anni (2) e riconquistare spazi di sovranità nazionale, specie nella politica economica. Vasto programma, direbbe il generale De Gaulle.

NOTE AL TESTO:

(1) Così Antonio Calafati: “Il progetto europeo come stava prendendo forma era un ostacolo per il progetto politico neo-liberista che si stava consolidando. Doveva essere una de-costruzione lenta tuttavia, poi le cose sono precipitate. Il pensiero liberale classico non è stato capace di reagire [..]Troppo lontano il pensiero liberale europeo dal riconoscere e comprendere le logiche, la forza e i meccanismi del neo-liberismo. Troppo ottimista sulla solidità della base economica dei paesi europei, del tutto incapace di riflettere sulle implicazioni dell’unificazione monetaria”. (Messinscene europeiste, 23/08/2016).

(2) Si veda, dello stesso autore, il post “Sovranità (Nazionale)” del 8/11/2015: “I liberali non hanno alcuna voglia di capire che cosa sta accadendo veramente al “progetto europeo”. Ma sanno dirci, ora, che quando sapremo parlare tutti l’inglese (quando?), allora sì che il “progetto europeo” lo potremo realizzare. Quando sapremo parlare tutti l’inglese!”

Federico Stoppa

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La compulsione della forza

Pubblicato: ottobre 11, 2016 da Filippo Gibiino in Cultura
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Paul B.

Da sempre gli esseri umani hanno cercato di uscire da una condizione di passività ed impotenza aumentando il loro controllo sulla realtà. Si può affermare che gli uomini cerchino di rovesciare la loro debolezza trasformandola in potenza sulla natura e sull’altro. Fin dall’antichità molti popoli hanno utilizzato la loro forza e il loro potere per imporsi su altri. Possiamo guardare tutte le grandi opere architettoniche ed ingegneristiche come la prova tangibile e il simbolo di questa constatazione. Come specie abbiamo costruito piramidi, grattacieli, navi gigantesche e armi con immense capacità distruttive. Proprio in questi giorni si sta diffondendo la notizia di un progetto statunitense che prevede di colonizzare Marte a partire dall’anno 2025…

Aumentare il potere sulla realtà è una strategia che viene messa in atto anche dal singolo individuo, oltre che dalla collettività in generale. Nel saggio “Al di la del principio del piacere”, Freud descrive il gioco del suo nipotino Ernst di diciotto mesi, che dalla sponda del suo lettino si intrattiene lanciando un rocchetto e tenendo stretto in mano il filo a cui è legato. Il piccolo, mentre lancia il rocchetto, emette un suono che corrisponde alla parola tedesca “fort” (via), e quando lo ritira a sé pronuncia la parola “da”(qui). Freud intrepreta questo gioco come il tentativo del bambino di rappresentare simbolicamente e controllare l’esperienza spiacevole della mamma che si allontana da lui per poi tornare. Infatti nel gioco è il piccolo Ernst a lanciare il rocchetto e successivamente a riportarlo a sé. L’esperienza vissuta è quella di poter affrontare la situazione spiacevole della separazione senza esserne in balia, e più in generale di avere una forma di potere sulla realtà. In sostanza per Freud il bambino passerebbe “dalla passività dell’esperire all’attività del giocare”.

Ecco quindi che diventare soggetti attivi è un’ottima soluzione per uscire da uno stato di difficoltà e di minorità. Questo è anche il modo più efficace di superare un trauma e può capitare che una persona possa eccellere in un ambito in cui precedentemente si è trovato a disagio. Tutti noi utilizziamo efficacemente strategie che rispondono alla modalità appena descritta. Succede quando reagiamo alle difficoltà e ci mettiamo a lavorare per raggiungere un risultato, oppure quando usciamo da una situazione di sopruso e facciamo sentire i nostri diritti. Alla fine ci sentiamo capaci e sicuri di noi stessi. Tuttavia questa strategia può diventare dannosa, nel momento in cui viene applicata in maniera coatta a qualsiasi situazione che ci metta di fronte a sentimenti spiacevoli. Quando questo accade la persona non riesce più ad entrare in contatto con la debolezza, la paura, e la tristezza proprie ed altrui. In modo automatico e compulsivo ogni sofferenza, prima ancora di essere percepita come tale, viene soffocata da un atteggiamento attivo e sfrontato. Si tratta di una caratteristica molto diffusa nella realtà contemporanea caratterizzata da un dimensione narcisistica e ipomaniacale. È come se si volesse espellere la dimensione della debolezza dal dominio dell’umanità. In questi casi il dolore e l’impotenza non sono più tollerate in noi e negli altri, e ogni esperienza di perdita deve essere schiacciata dalla forza.

Invece nella vita si tratta di imparare lentamente a sviluppare la capacità di tollerare situazioni di impotenza, che non sempre possono essere rovesciate nel breve termine. Questo ci permette di aprirci ai nostri sentimenti di paura, tristezza, solitudine, e ci consente di entrare in contatto con i medesimi sentimenti che si dischiudono nell’incontro con l’altro. È in questo momento che finalmente riusciamo a cogliere l’umanità in maniera più completa, nella sua dimensione di impotenza e necessità, e non solo in quella di potenza (che non cessa di esistere). Così facendo ci possiamo avvicinare all’altro e a noi stessi con uno sguardo di pietas, nell’antica accezione del termine di compassione e accettazione. Ciò produce un atteggiamento di benevolenza verso noi stessi, verso i nostri limiti, verso le nostre debolezze, e verso le mancanze del prossimo. È uno sguardo che rincuora. Al contrario, nel caso in cui siamo obbligati ad un uso compulsivo della forza, tutti i difetti suscitano in noi solamente pietà, nell’accezione corrente del termine che mette in risalto il disprezzo e l’indecenza. Il primo tipo di sguardo, quello della pietas, possiede paradossalmente una forza liberatoria rispetto ad una retorica dominante che ci esorta in maniera conformistica e fobica ad oltrepassare i nostri limiti. La vera forza sa accogliere la debolezza, non la teme.

Filippo Gibiino

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Riferimenti

 

Al di là del principio del piacere (1920), Sigmund Freud