Arteaga, Coahuila, México

“- Perché sei andato via?

– Perché, tra le altre cose, il futuro dalle mie parti è sempre altrove, e credo proprio che questo luogo comune sia la semplificazione più complessa che io abbia mai dovuto vivere in tutta la mia vita…”

Ciao, mi chiamo Francesco, e se qualcuno mi dovesse fare la domanda di cui sopra risponderei esattamente allo stesso modo, perché è la stessa identica risposta che ho dato a me stesso tempo fa, e che continuo a darmi ancora adesso senza possibili variazioni.

Sono andato via quindi, e quel “via” si chiama Messico. La mia partenza è stata un mix di cose: raggiungere assolutamente una persona; frustrazione accumulata; disillusione reiterata; volontà di trovare un posto che mi facesse del bene; in una parola: cambiare vita. Ma sono partito senza pensarci troppo, perché o fai così o alla fine non parti più: era l’innocenza dell’atto che avevo bisogno di ripristinare dentro di me.

Quando vivevo in Italia, ero riuscito ad avere un incarico come ricercatore sociale (una cosa rarissima). Dopo tanto studio sudato, e svariate esperienze in giro per l’Europa e il mondo, finalmente ritornavo nella mia città più amata: Bologna. Mi avevano proposto un progetto di ricerca sociale che andava ad investigare le realtà degli asili nido presenti in un Comune limitrofe, per poi far emergere il tipo di qualità offerta dal Comune su quel tipo di servizi. Una cosa bellissima. Un’esperienza che non ha eguali nella mia lunga formazione. Dopo aver concluso i lavori infatti, mi diedero anche l’opportunità di curare una pubblicazione sulla ricerca stessa, in pratica: un libro di ricerca sociologica con sopra scritto il mio nome. Un sogno che si realizzava.

Purtroppo però viviamo in un mondo in cui il settore pubblico viene visto come il nemico numero uno da combattere (“perché è lento, perché spreca risorse, perché non è flessibile, perché in pratica non se ne può più”), e per questo motivo deve essere smantellato ad ogni costo, senza se e senza ma, a favore delle privatizzazioni selvagge senza quartiere; a favore di quel settore di mercato tanto decantato quanto tenuto a briglie sciolte perché è l’unico – dicono – in grado di fornire il servizio migliore in assoluto: perché è la sua indiscussa “mano invisibile” che poi sistemerà tutto quanto. Ma se questo settore non viene regolamentato a dovere, non potrà mai garantire l’uguaglianza delle opportunità: non potrà mai garantire l’uguaglianza dei diritti. Senza un settore pubblico forte, un Paese che si definisce tale può ritenersi solo allo sbando: non guarderà più tutti i suoi cittadini (o quello che ne resta) allo stesso modo, e solo chi potrà permetterselo potrà avrà accesso a certi servizi primari. In pratica, i diritti di tutti, e le garanzie universali, vengono soppiantati.

Così, visto il deserto di possibilità che si stagliava subito dopo quella mia esperienza – dove si cercava di salvare gli ultimi brandelli/rimasugli di un servizio pubblico ancora funzionante, (e parliamo della zona di Bologna, che qualche decennio fa era il fiore all’occhiello dell’Europa intera e punto di riferimento per quanto riguarda il comparto sociale) – mi sono ritrovato a mandare di nuovo curriculum per ogni dove, senza ovviamente ricevere risposta alcuna: un silenzio siderale, per vie telematiche e non.

Per sfogare dunque tutta la mia rabbia, e tramutarla in qualcosa di positivo, ho cominciato a scrivere e a buttare giù tutta la mia competente frustrazione, e con alcuni amici abbiamo aperto un blog parecchio impegnato (e piuttosto interessante) che di nome fa “Il Conformista”: un progetto interdisciplinare che osserva la complessità della realtà valorizzando le differenze, per poi metterle a sistema – fateci un giro se vi capita: contiene articoli che rimangono in testa. E per l’appunto quegli articoli, le letture appassionate e la continua ricerca innata, oltre a salvarmi la vita in un periodo di “pausa forzata”, hanno fatto da sfondo e da accompagnamento al mio passaggio oltre oceano.

Il cambiamento, ovviamente, non avviene mai d’incanto subito dopo che metti piede nell’altro paese (“la cosa più difficile è fare il primo passo”, dicono). Il cambiamento, al contrario, è un continuo costruirsi: è un continuo dialogo con se stessi. E quel primo passo esiste, certo, ma non è l’unico prima di una discesa libera; ce ne sono tanti altri dopo che te la fanno prendere bene o te la fanno prendere male, e il tutto dipende da quell’equilibrio sofisticato, da quel gioco infinito che si costruisce tra un prima e un dopo, tra quello che senti di essere e di portare dentro e quello che, pian piano e senza accorgertene, ti sta impercettibilmente trasformando.

Thomas Cristofoletti

Arrivato in terra straniera mi sono azzerato, mi sono “raschiato con un raschietto”: ho dovuto rifare tutto il percorso partendo dall’inizio. E così ho incominciato a lavorare in un pseudo-ristorante italiano come aiuto cuoco e lavapiatti (più come lavapiatti però). Le giornate passavano faticose, e l’adattamento alla nuova vita si scontrava con i dubbi, le perplessità, l’abbandono prematuro da parte del mio Paese, che ha speso così tanti soldi per formarmi da decidere poi di regalarmi senza rimpianti ad un altro paese, come se nulla fosse, come una risorsa già bella e pronta per l’utilizzo.

E di fatti, non è mancata occasione per farmi notare, e dopo alcuni mesi ecco il mio primo incarico come professore universitario d’italiano. Bastava una buona esperienza alle spalle (lauree, master e caterve di cose) e il fatto di essere madrelingua (cosa che qui, nell’insegnamento della lingua, scarseggia parecchio). Il resto, poi, è venuto da sé.

Dopo sei mesi di insegnamento, il direttore del centro di lingue – visti i risultati e i miglioramenti apportati ai corsi, e visto anche l’interesse suscitato negli studenti che ha incrementato di molto il numero d’iscrizioni – mi ha assegnato piena titolarità dell’insegnamento: ciò significava adottare un libro d’italiano per il centro di lingue, organizzare e pianificare tutti i livelli in cui si sviluppano i corsi, ed essere il responsabile che decide a che livello di conoscenza sei con la nostra amata lingua, per poi eventualmente firmarti una certificazione ufficiale dell’università.

(Ah, per inciso: insegnare la propria lingua è una delle cose più difficili che mi è capitato di fare nella vita: devi conoscere perfettamente te stesso, studiare come uno straniero la tua lingua perché certe cose “si dicono così e basta”, e riuscire a spiegarti nel modo più semplice che puoi: chi conosce veramente se stesso? perché “diciamo così”? come si fa a rendere la complessità di una lingua (e di un’intera cultura) intellegibile e interessante? Bisogna diventare degli attori: un insegnante di lingue è prima di tutto un attore, ed io, in questo ruolo, non mi ero mai cimentato).

Ovviamente non è stato tutto così semplice, e tuttora ancora non lo è. Non sono assolutamente un professore “a tempo pieno” assunto dall’università. Sono semplicemente “un libero professionista” che “offre servizi”. E per ritornare al nostro caro discorso sul settore di mercato, se non c’è domanda da parte di alcuni studenti curiosi io non posso avere delle classi mie; quindi, non posso avere il caro e tanto atteso stipendio alla fine del mese. Ecco perché ho dovuto, per necessità di sorta, guardarmi ancora una volta attorno, e cercare altro “di fisso” che mi aiutasse a pagare la sopravvivenza basilare.

Ora lavoro a tempo pieno in un’impresa metalmeccanica nel settore risorse umane, e sono professore all’università quando ci sono studenti con gli occhi grandi così per la curiosità. Lavoro tante ore al giorno (esco tutti i giorni di casa alle 7:30 di mattina, e ritorno verso le 9:30 di sera), e questa cosa non è buona (come in tanti dicono che sia). Quando ho qualche buco libero (raramente), vengo ricercato come risorsa scarsa da chi vuole viaggiare in Italia, e si crea quindi l’esigenza ad hoc di voler conoscere qualche espressione pratica da poter poi utilizzare come turista (in pratica, do anche lezioni particolari e su misura).

Se continuo così, tra un anno esatto, lo Stato messicano mi dà la residenza permanente… E anche a ragione, direi… Come già detto, ho due lavori: uno a tempo pieno e l’altro praticamente uguale (ricordiamolo ancora una volta: la lingua italiana è tra le più studiate al mondo). Pago regolarmente le tasse per ogni cosa che faccio, contribuendo al benessere di una collettività di soli privilegiati (perché lo sappiamo benissimo: quello che paghiamo a quell’entità che dovrebbe essere e rappresentare tutti, poche volte viene distribuito equamente). In più – cosa che spesso si dimentica – come ogni persona, sono un vero e proprio generatore di conoscenze: facendo quello che faccio, non sono solamente un numero per le statistiche, ma arricchisco continuamente il Paese in cui agisco con tutto il bagaglio che mi porto dietro. Allo stesso tempo, cresco e mi arricchisco a mia volta di rimando. Quindi, per così dire, sono (una risorsa e) un immigrato modello: una persona a posto e con le carte in regola.

Ecco, sarebbe bello se un giorno anche il mio Paese si degnasse anche lui di darmi la residenza permanente che mi spetta, ma non quella del passaporto (il passaporto è solo una carta ignorante che costruisce muri e denigra le complessità); sto parlando di quella che mi dovrebbe appartenere come persona, per quello che sono e voglio essere come italiano nel mondo. E non si tratta di un lamento. Se mi stessi lamentando, ora starei a casa in riva al mare a non fare nulla, a fare “la lotta armata al bar” tra una birra e l’altra. Più che altro, si tratta di parole concesse al vento, parole pregne di pensieri e osservazioni soggettivamente vissuti. Tutto qui. (L’obbiettività, se esistesse davvero, avrebbe già dato a molti – e non solo a me – quello che ci spetta da tempo: un minimo di riconoscenza).

Per questo penso sempre al mio Paese, e ad un mio probabile – e sempre più lontano – ritorno. Quando mio padre incontra qualcuno per strada che gli chiede di me, risponde con convinzione che “sì, sta lì, ma il suo posto dovrebbe essere qui” …

Ho rinunciato a tante cose per vedere questo cielo dalle “famose nuvole”: il sorriso inconfondibile di mamma, l’eterno abbraccio di papà, la birra l’estate con i miei insostituibili fratelli, il matrimonio siciliano di un altro fratello acquisito, le chiacchiere metafisiche alle due di notte sulle panchine di mare con gli amici di sempre, tanti incontri di altri amici sparsi per ogni dove, etc etc etc.

Ma qui al mio fianco ho la persona più preziosa e straordinaria che possa esistere, una persona che non ti toglie l’anima, ma te l’arricchisce con disinvoltura con le tante sfaccettature che più desideri per te, e ho anche i miei pittoreschi “alumnos”, che vedono in me un punto di riferimento che cerca di aprire le finestre giuste su un’altra cultura: la nostra.

Non si può avere tutto dalla vita, e chi lo vuole è solo un vile. Bisogna imparare ad essere il lavapiatti di se stessi, e quindi fare ordine, strofinare le cose che si hanno dentro, pazientare, fare pulizia distratta ma minuziosa, lavorare sulla temperatura dell’acqua, essere umili, farsi scorrere quell’acqua addosso, e chissà se un giorno quel mio stesso “essere in movimento” possa essere impercettibilmente paragonato alla qualità inconfondibile che hanno quelle nuvole: la radicale libertà di poter assumere tutte le forme che vogliono.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Questa storia è stata pubblicata anche su #ilnostroposto

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Suggestioni sul desiderio tra Fenomenologia e Psicoanalisi

Pubblicato: giugno 29, 2017 da Filippo Gibiino in Cultura

 

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Sempre più di frequente, nel mondo contemporaneo, si sente nominare impunemente la parola desiderio; tema sfuggente che assume forme ambigue e trasverse, tematica che ha coinvolto l’uomo fin dai più remoti e sperduti angoli della terra, in ogni epoca e cultura, capace di creare visioni del mondo diversificate e caleidoscopiche. Il desiderio è fonte di fraintendimenti e speculazioni che, attraverso queste poche righe, proveremo a conoscere e superare.

Partendo da alcune suggestioni suscitate da Antonello Correale, maestro di psicoanalisi e psicopatologia durante un seminario recentemente tenuto all’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti, tenteremo di tracciare vari percorsi che sono propri del desiderio; sentieri che accompagnano ogni uomo verso un destino comune che è stato magistralmente messo in luce da Freud, uno degli autori del Novecento più studiati e fraintesi dall’immaginario collettivo. Secondo Freud l’essere umano è un essere erotico, un soggetto che ricerca violentemente e disperatamente qualcosa e la stessa sessualità, letta con questa intonazione, non è un discorso superficiale e meramente legato al bisogno, ma è definisce un campo di azione altro: la sessualità è legata ad un qualcosa che è da essere ma anche da avere, un qualcosa che si tocca e si fa toccare, che manca e fa sentire mancanti, che genera meraviglia e tormento. La sessualità non è solo negli organi genitali e quindi strumento a servizio della specie.

Come si può leggere tra le righe, la tematica non si inscrive nella sola posizione del bisogno e infatti avere dei bisogno e desiderare non sono la stessa cosa, non sono dei sinonimi. Mentre il bisogno è alla base della vita psichica e fisica, in altri termini si potrebbe azzardare l’idea di descriverlo come un dispositivo che permette la sopravvivenza; il desiderio, dal canto suo, è qualcosa che non si raggiunge mai pienamente, nasce e si struttura con un termine e questo limite è legato al fatto che un soggetto non può mai fondersi totalmente con un altro soggetto/oggetto creando l’unità. Io e Tu sono separati e se questo può sembrare ovvio ad una prima analisi, forse rappresenta il tema di tutta una vita per molti di noi.

Possiamo dire, quindi, che la condizione di possibilità del desiderare è sentirsi continuamente mancanti e questa mancanza è ciò che si struttura come un presupposto fondamentale per essere desideranti. Il desiderio richiede un’apertura che affonda le sue radici nella modestia e nella capacità di porsi in reale ascolto dell’altro, delle altrui mancanze e di quelle proprie.

La fenomenologia, prendendo spunto dal suo fondatore Edmund Husserl, riferirebbe del desiderio in seno all’idea dell’intenzionalità: cioè che la nostra coscienza, o se si preferisce il nostro pensiero, è sempre su un oggetto, si potrebbe dire che la coscienza trabocca di oggetti e non può stare senza (per specificare bene il concetto, anche l’eremita sperduto tra le montagne è pieno di oggetti a cui è teso: Dio è un oggetto per la sua coscienza, i rumori della natura che lo circonda sono oggetti, la sua fame o sete sono oggetti).

Come si sposano l’intenzionalità fenomenologica ed il desiderio nell’accezione psicoanalitica? Se l’intenzionalità è l’essere sempre intonato a qualcosa –  aspirare a qualcosa seguendo l’immaginaria traiettoria di un dardo scagliato da un punto che ne raggiunge un altro a fine corsa –, il desiderio lo si può leggere come un andare verso qualcosa. Per questo, ricordando Freud, la sessualità non è solo riproduzione, ma è soprattutto corpo. Qui corpo non va letto nella sua derivazione meccanicistica, piuttosto vissuta. Il corpo per la psicoanalisi è patico ed erotizzato in tutte le sue parti (pelle, voce, occhi, mani, ecc…) e questa sfera erotica è precedente al linguaggio compreso intellettivamente, significa che ogni essere umano organizza la sua esperienza del mondo e degli altri a partire da queste coordinate calde e viscerali in cui io desidero l’altro che è innanzitutto corpo. Ma spieghiamo questo con un esempio: quando si ha fame non basta pensare al cibo e saziarsi, occorre sentire il cibo in bocca, masticarlo, sentirne la consistenza ed il sapore, ingoiarlo; quando ho il desiderio di condividere un tramonto con la persona che amo, non basta che me la immagini vicino, ho desiderio che lei si lì, con la sua carne, che si faccia sfiorare, abbracciare guardare nella sua umana presenza (presenza corporea e trascendentale).

Come ci suggerisce meravigliosamente Correale, il desiderio è però il punto di arrivo, perché spesso il desiderio resta bisogno. Un esempio ci aiuterà a comprendere questo percorso: un conto è assaporare un bicchiere di vino dentro il quale si sente il lavorio della pianta che ha estratto dal terreno il suo nutrimento, il paesaggio in cui erano immersi la vite e gli uomini che l’hanno lavorata, la storia di quel vitigno ed i suoi aromi armonici e melodiosi; un conto è riempirsi di vino fino allo stordimento per il bisogno di sentirsi riempiti, saltando ogni altra esperienza desiderante e immaginaria.

Perché può accadere che ci si fermi al bisogno? Il desiderio è presenza ed assenza dell’altro, domanda ed attesa della risposta, cesura che rivela una mancanza che anima una ricerca che nasce dalla consapevolezza che l’altro sfugge sempre, non è a portata di mano, non è lì per i miei bisogni. Se nella storia di vita una persona ha percepito le figuri di riferimento come troppo assenti, ragionevolmente potrà usare l’altro (oggetti e soggetti se si vuol fare questa distinzione seppur parzialmente errata perché anche il soggetto è considerabile benevolmente oggetto) per tappare quella cesura che è fonte di angoscia. Viceversa anche un’eccessiva ricerca di indipendenza dall’altro ha dei caratteri di scivolosità e pericolosità da evidenziare.

Correale ci lascia questa immagine: “il desiderio è un lutto – mancanza – tollerabile legata al fatto che l’altro non sarà mai totalmente a nostra disposizione”, distanza produttiva e produttrice di movimenti e tensioni che non si colmano mai. Non a caso Lacan afferma che l’uomo non può stare senza il piacere del ricercare qualcosa e, una volta trovato, fa esperienza che tale oggetto non lo saturerà mai del tutto generando una piacevole inquietudine che animerà una nuova ricerca.

Ora entriamo nel cuore dell’ambiguità della tematica, incontrando i due nemici che si fronteggiano al desiderare: da una parte la possessività e dall’altra il narcisismo. Il primo, il possesso, non permette accesso al desiderio perché è incarnata dalla frase “io ho bisogno di te”, che è diversa dal dire “io ti desidero”. Martin Buber ci ricorda che l’altro è sempre un rischio più o meno calcolabile, rischio di perdere qualcosa e prendere qualcosa dal Tu, ma il possesso vuole eludere questo rischio e tende ad usare l’altro come un oggetto capace di tappare le proprie mancanze. Il secondo, il narcisismo, è quando il soggetto si è messo dentro ad una grande bolla di sapone ed è tutto tranne che desiderante perché è tutto rivolto su se stesso. Possiamo dire che il narcisismo permette di completare la propria mancanza con un autocompletamento frutto della propria idealizzazione.

Ci lasciamo con un immagine del desiderio che è probabilmente quella che più lo afferra nel suo nucleo incandescente: la suggestione è quella di una continua attesa domandante e speranzosa, ricerca vertiginosa che non trova una vera quiete. Ma attesa e ricerca di cosa? Attesa della persona amata, ricerca di un continuo superamento che è l’anima del “so di non sapere” socratico, tensione verso la trascendenza consapevoli del fatto che l’estasi mistica è solo un qualcosa di momentaneo e passeggero: tutto immaginandoci come delle frecce scagliate da un arco che ci permette di percorrere infinite traiettorie, sospinti indefinitamente verso il non ancora noto.

Stefano Marini

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Riferimenti

Freud S.: Al di là del principio di piacere. 1920

Husserl E.: Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica. 1928

Recalcati M.: Ritratti del desiderio. 2012

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Quando facevo ricerca sociale, e conducevo interviste in profondità con soggetti significativi, il momento che preferivo di più in assoluto era quando spegnevo il registratore. Era allora che le ultime battute, gli sguardi complici, e i silenzi fragorosi delle persona che avevo dinnanzi valevano di più di tutte le parole spese durante l’intervista. Molto spesso, erano proprio quelle informazioni, recepite nel momento del commiato – quando ti congedi e ringrazi per il tempo che ti è stato offerto – ad arricchire la ricerca, creando spunti inediti e preziosi per le conclusioni.

Lo stesso capita davanti alla macchinetta del caffè coi colleghi, piuttosto che nelle riunioni programmate e formalizzate; o nel momento conviviale della pausa pranzo, quando ci ricordiamo, per un istante, di staccare gli occhi da quel cellulare sempre appiccicato alla mano. Questo perché la fiducia è un bene molto raro da conquistare, e lo si acquisisce solo col tempo, con la pazienza, con le condizioni utili che favoriscono un vero e proprio dialogo: e sono quindi presenti l’accoglimento, la comprensione, l’ascolto attivo che decidiamo di riferire all’altro. Tutte cose difficili da reperire, soprattutto quando siamo abituati ad avere qualsiasi cosa prontamente e come vogliamo fiondandoci senza limiti sul mercato dei consumi.

Uno dei miei professori a Bologna era fissato con questa metafora del “frigorifero aperto”. Diceva sempre che se un frigorifero rimane aperto per molto tempo, lavora il doppio e peggio di quanto dovrebbe normalmente: si surriscalda, e non adempie come dovrebbe alla sua funzione più importante: comincia a non raffreddare più nulla.

Con le persone è lo stesso: devono essere a loro agio, sentirsi sicure, trovarsi nel loro ambiente e nel proprio ambito di azione, o in un contesto a loro familiare: devono percepire, e sentire normalmente, che si possono fidare di te. Solo allora non avranno confini, e saranno in grado di offrirti tante cose inaspettate che non pensavi minimamente di ricevere.

Lo so che sembrano cose scontate da dire. Forse le ripetiamo così tante volte da banalizzarne l’importanza. Ma sono queste le chiavi per poter stare bene insieme, per edificare qualcosa di nuovo e longevo insieme agli altri. Sono queste le fondamenta per ricostruire le buone relazioni distrutte dall’egoismo organizzato. Sono questi gli antidoti alla solitudine, che spesso fingiamo di apprezzare oltremodo in assenza di qualcosa che non ri-conosciamo più. Un qualcosa che ci rende inconfondibilmente più umani, e che, ahimè, stiamo pian piano cancellando.

Spesso si dice infatti che nessuno ci ha mai regalato niente. Che quello che abbiamo fatto fino a qui lo abbiamo fatto da soli, con le nostre sole forze, senza lo sconto o l’aiuto di nessuno. E quando lo diciamo non ci pensiamo poi neanche tanto, perché ci sembra una cosa talmente normale da dire che tendiamo a trascurare l’altro, perché chi veramente vogliamo convincere su tutto questo siamo in realtà noi stessi.

Certo, spesso ci sono casi isolati in cui accade davvero, dove le persone veramente si costruiscono da sole, spinte dalle proprie motivazioni, dalle proprie credenze, dal proprio Io. E anche quando l’Io è veramente protagonista ci saranno sempre i “complici”, la gente attorno che conta, chi spalleggia a suo favore per avanzare. Insieme.

A ben guardare, la cultura del “mi sono fatto da solo” è una cultura talmente omologante e radicata, che non ci consente più di osservare la ricchezza delle relazioni che abbiamo di fianco, l’importanza di chi ci appoggia e di chi crede sempre in noi nonostante tutto. E quando per automatismo non le nominiamo più queste persone, preferendo il nostro Io, ci stiamo omologando al “globale” illusorio, a quel supermercato locale e globale assieme che ci vuole “liberi” a tutti i costi, senza vincolo alcuno, e capaci di poter fare tutto quello che vogliamo senza pensarci su un secondo: tanto, sempre, tutto è alla portata di tutti. Basta solo “la forza di volontà”. Ed è in questi termini che viene celebrata e venduta l’illusione della nostra unicità, della nostra diversità-etichetta, creata ad hoc da specialisti concepiti e arruolati per perseguire l’unico obiettivo che è rimasto in circolazione: la scaltrezza di saper vendere qualsiasi cosa (non per creare, non per dare sfogo alla loro tanto decantata “creatività”).

I regali, gli sconti, le sorprese, li riceviamo ogni giorno. Senza accorgercene. Quello che siamo non è altro che la risultante delle relazioni che abbiamo e che abbiamo avuto durante tutto l’arco della nostra vita. Le nostre esperienze sono pregne di relazioni, e se non le nominiamo per quello che sono, se non le riconosciamo per quelle componenti importanti che sono per noi, allora contribuiremo ad alimentare ciò che veramente vogliamo combattere: “La cultura dei predatori solitari”.

Siamo noi i singoli marchingegni di questa cultura che diciamo convintamente di disprezzare, e siamo noi stessi che la mettiamo costantemente in circolo….

Sarebbe bello fermarsi singolarmente, bloccare il meccanismo che dà vita a tutto questo, e pensare – per fare insieme – cosa è veramente importante per noi. Con chi conta per noi, con le relazioni “irrilevanti” che ci capitano anche, forse, senza un perché, lungo tutto il nostro cammino.

Perché oggi la vita è davvero complicata, e se non si comincia sul serio a far riferimento all’importanza invisibile che hanno per noi le relazioni siamo pressoché perduti; non potremmo minimamente affrontare con polso ciò che di arduo e inedito ci aspetta là fuori…

Ad un certo punto, infatti, ci si ritrova senza una direzione da seguire, in balia di pure estremizzazioni che ti dicono o da questa parte o dall’altra, altrimenti c’è l’oblio, il puro disinteresse, la sempre più crescente non-partecipazione. Ecco perché o hai tutto o non hai nulla. Un giorno hai due lavori, e il giorno dopo sei disoccupato. Un giorno ti senti euforico, giulivo e spensierato, e il giorno dopo sei in preda alle preoccupazioni più allucinate, su di un futuro inimmaginabile, su un futuro che non ha più nessun nome o indirizzo di riferimento se non quello di essere sconclusionato.

Non c’è via di mezzo quindi, non c’è equilibrio, e quando per una ragione qualsiasi riesci a trovarlo questo ti sembrerà la cosa più precaria e fragile che tu abbia mai vissuto.
E questa è “semplicemente” la vita di oggi. La vita guasta e difficile che ci hanno consegnato sotto forma di “spirito individuale”, pregna di possibilità globali e locali, ma così povera di accessi effettivi e giusti a quelle stesse possibilità; ingarbugliata e complicata allo sfinimento, ma rorida di comunicazione tecnologico-innovativa che riesce a riesumare vecchi tribalismi, che attiva neo-comunità del riconoscimento e dell’identificazione, che plasma quell’”essere-insieme banale” e distante sostenuto da informazioni eccessive e nauseabonde, che trasformano il privato in pubblico, e il pubblico in un’enclave abbandonata a se stessa.

In tutto questo, l’equilibrio con se stessi e con le nostre relazioni è dunque fondamentale. Ma costa fatica, costa perseveranza, c’è di mezzo un’attesa priva di superficialità. Ma soprattutto un esercizio spregiudicato d’umiltà.

È il saper riuscire a coniugare il troppo che hai da gestire col nulla che d’improvviso può rimanerti in mano; è il saper costruire relazioni stabili – solide come radici – e aprirsi allo stesso tempo alle diversità, all’immigrato, alla possibilità di sposare un orientamento diverso dal tuo. È sradicare il radicale e masticarlo, pensarlo, farlo tuo. È saper essere te stesso con tutte le tue forze, ma anche quel bambino mai cresciuto che hai sempre avuto dentro, e che ha una voglia matta di mettere le mani nella sabbia per costruirci un castello. È saper vivere sapendo che si può essere felici abbastanza, ma solo quando, dopo aver lavorato sui nostri limiti senza necessariamente valicarli, avremo imparato cosa significa davvero elogiare la nostra propria imperfezione.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Volto, Esistenze, Mondi

Pubblicato: maggio 5, 2017 da Filippo Gibiino in Cultura
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Caravaggio – Giuditta e Oloferne, particolare

Il Volto. Quale tema desueto, forse apparentemente banale, è questo che si sta assemblando sotto il delicato pigiare dei tasti e della ancor più tenue e fragile coscienza umana. Come febbrile e surreale suggestione esso, in ogni dove e momento, suscita uno stupore difficilmente comprensibile: meraviglia e turbamento, ineffabile manifestazione dell’esistenza che racchiude in sé il mistero e la vertigine di ciò che è Altro, diverso, ignoto.

Il Volto è una presenza viva, espressione di un qualcosa che par essere inammissibile e vertiginoso. Esso cedendo spazio all’innamoramento, espressione quasi misterica del pathos, dona forma all’esistenza umana ed assume su di sé i caratteri di presenza immediata (a-priori), sfuggendo dal rapido susseguirsi di sentimenti e affetti. Il Volto dell’altro è lì, per ognuno, oltre ogni contratto e rimodellamento, capace di superare le innumerevoli determinazioni che spesso, il mondo gli imprime cosificandolo.

Come nella clinica, così in tutte le scienze dello spirito e – non di meno – nella plasticità del quotidiano esperire, il Volto è incarnazione di una presenza inattesa che non è svelamento ma rivelazione, capace di abilitare il manifestarsi dell’altro-da-sé oltre la forma che questi assume. Questa parafrasi compiuta a calco sul pensiero di Lévinas suggerisce l’esistenza di una rivendicazione di uno Spazio ed un Tempo da parte dell’altro, un intreccio inestricabile in cui esso è originariamente collocato. Ciò lo si può rendere tangibile con un’immagine: dal momento in cui nella stanza entra un Altro, avviene una ‘perturbazione’ dell’atmosfera fenomenica e gli oggetti appaiono gettati sullo sfondo, rispetto all’individuo che si pone in rilievo nell’esperienza. E come un corpo avente massa nello spazio interstellare – secondo quanto afferma la Teoria della Relatività Generale – è capace di creare un’illusione ottica che induce a far credere che la posizione delle Stelle dietro di esso, per chi osserva dalla Terra, sia spostata di poco quando la loro luce passa in sua prossimità, così l’Altro condensa attorno a sé una sorta di ‘gravità esistenziale’ che curva lo spazio ed il tempo attorno alla sua presenza, modificando permanentemente la percezione di ciò che ha alle sue spalle.

Cosa induce a comprendere questa immagine? Che il Volto è un’epifania che domina l’esperienza, mai trascurabile o relegabile sullo sfondo al pari di qualunque cosa inanimata. Il Volto dell’altro stravolge il piano solipsistico del rapportarsi con le cose del mondo; interroga perché, tramite esso, si vede e si è visti esponendosi al nuovo, al diverso, all’Infinito che viene da ogni dove – perché il Volto è infinità inafferrabile.

Il Volto, oltre ad uno spazio e ad un tempo, rivendica anche un altro aspetto: la Prossimità, che si esplicita nel nostro essere gli uni di fronte agli altri. Questa reciprocità si può intendere come una vocazione esistenziale, una chiamata ad una responsabilità inconfutabile e spaventosa che comporta un rischio, in quanto chiede una partecipazione mai superficiale con l’altro. E come potrebbe mai essere approssimativa ed al contempo autenticamente prossima la presenza di un Io dinanzi al Volto altrui quando quest’ultimo, mutando continuamente la sua forma tramite l’espressività, chiama ad un continuo dialogo e ad un insistente “sentire” la sua condizione esistenziale di uomo-viandante.

Ma cos’è l’espressività? Quel moto perpetuo di forme, solchi, luci ed ombre che si impongono sulla superficie più o meno regolare della pelle che, nuda difronte alla veracità di ciò che la circonda, rivela un piano altro e più profondo del vivere? L’espressività è mascheramento e spogliazione, linguaggio che cattura e irrompe nella quiete. E ancora, silenzio e parola, approssimazione e distanza, potere e vulnerabilità che accomuna Me e Te in bilico su un abisso che di follia risuona e sorveglianza sul proprio cammino, nel palpitare terribile e breve che col passo incerto permette di procedere.

Proprio sul Volto, sulla sua nuda apparizione, si gioca la partita dell’esistenza e nondimeno – necessariamente – della psicologia/psichiatria. Dice Lévinas che “il Volto, e con esso la sua pelle, è quella parte del corpo che maggiormente resta nuda, di una nudità dignitosa” che permette di giungere all’esperienza più immediata e primitiva con il Tu. Primitiva perché è precedente ad ogni parola, ad ogni gesto, antecedente di ogni categoria: il Tu può restare in silenzio, immobile e restare Tu, domanda, spaesamento. Il Tu resta Volto.

Buber sulla scia di Minkowski direbbe che il Volto che si incarna nel Tu non è solo un Esserci immediato, un “qui-e-ora”, ma anche un “da-dove” e un “verso-dove” a cui l’Io deve orientarsi se vuole che il Volto diventi una presenza spazio-temporale e prossimale fortissima. Fortissima ed al contempo velata perché il Tu è un luogo sconosciuto e unico in cui, come afferma Elizabeth Barrett Browing, posso esistere.

Come non ricordare poi Bruno Callieri che tra la pagine della sua esistenza e delle sue opere non smette mai di ricordare come il Volto dell’altro ci chiede sempre un azzardo, una scommessa, la partita di chi assume su di sé il massimo rischio dell’accostamento carne a carne, approssimazione alla persona che si ha dinanzi. Nudità a nudità, sguardo a sguardo, confronto in cui del Volto non si riconosce più la similarità con se stessi, ma l’essere rivolto – come te, come me – al morire, navigando a vista tra le pieghe opache dell’esistenza.

Come poter sospendere un discorso, quasi un dialogo, sul Volto? Come poter concludere questo viaggio teso al rinvenimento di questa esperienza basa in cui siamo immersi e verso cui tutti siamo chiamati irrimediabilmente?… E poi, mescolando ingredienti universali, atomi e molecole come un nuovo Big Bang, Junger ci scaglia sull’orlo del delirio, di una perplessità psicotica (Wahnstimmung)  che è esperienza radicale che ogni incontro autentico con il Volto ha in sé. Scrive Junger: “Sapeva bene che il naufragio era già avvenuto e che, adesso, si navigava su una zattera di rottami legati assieme… Una volta che quelle corde avessero ceduto, sarebbe rimasto solo l’abisso insondabile degli elementi – e chi avrebbe potuto affrontarlo?”.

Una sospensione, quasi un’attesa che si estende verso i confini del reciproco riconoscimento e poi, senza posa, superando questi limiti diretti verso il non più noto: questa è la meraviglia oscura che lascia emergere il Volto. Là dove cade ogni mezzo e ogni certezza cessa di imporsi tra l’Io ed il Tu, ecco si dischiude la possibilità degli “abissi”, del naufragio, di una dimensione fascinosa e terrifica posta tra estremi mai definitivi di salvezza e devastazione. Proprio lì si inizia a intravedere, tra le rovine dell’esistenza, il Volto dell’altro.

Stefano Marini

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Riferimenti

Ales Bello A., Ballerini A., Borgna E., Calvi L.: Io e Tu. Fenomenologia dell’incontro. Roma. 2008.

Lévinas E., Riva F.: L’Epifania del Volto. Milano. 2010.

Buber M.: Il cammino dell’uomo. Torino. 2004.

L’amore come fulcro della natura umana

Pubblicato: aprile 16, 2017 da Filippo Gibiino in Uncategorized
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Osvaldo Licini – Angeli primo amore

 

L’essere umano come animale relazionale

Noi esseri umani siamo animali relazionali, lo sappiamo dai tempi di Aristotele e ci viene ribadito con forza dalle attuali neuroscienze: il cervello infatti per svilupparsi e crescere necessita non solo di sostanze nutrienti, ma anche di empatia, di calore e affetto, in una parola di amore.

Per capire dove poggiano le basi della natura relazionale umana partiamo allora dalla nascita. Di cosa ha bisogno un neonato? In che stato si trova solitamente? In che rapporto si posiziona con l’altro? Il neonato è sempre in una situazione di totale dipendenza dalla madre, o da chi se ne prende cura. Ha bisogno dell’altro per soddisfare tutti i suoi bisogni primari. Possiamo affermare che nell’infanzia ha origine la nostra esperienza di dipendenza dall’altro, sana o patologica che sia. In entrambi i casi il bambino non può far altro che “innamorarsi” dell’adulto, verso cui ripone una fiducia pressoché assoluta. Non potrebbe fare altrimenti, pena la messa in gioco della sua sopravvivenza.

Nel caso di un’esperienza positiva con la madre il bambino svilupperà una dipendenza sana. Il neonato reca dentro di sé il bisogno innato di creare un legame con l’adulto, che viene costruito attraverso una vera e propria danza empatica fatta di contatto fisico, di sguardi reciproci, di gridolini, di giochi e di sorrisi. La creazione di questo legame è sostenuta a livello neurobiologico da “droghe” endogene, che ne fanno un’esperienza di piacere reciproco per la madre e per il bambino. Il fatto di provare piacere nelle relazioni è un fattore fondamentale per la crescita e per lo sviluppo, anche in età adulta.

Per certi versi questi elementi potranno sembrare ovvi, ma per lungo tempo in ambito accademico e non solo, si è sostenuto che il bambino si legasse alla madre in quanto bisognoso di nutrimento. In questo senso, Freud affermava che la scarica della pulsione della fame fosse primaria rispetto al legame di attaccamento. Con lo psicoanalista inglese John Bowlby, attratto da nuovi esperimenti in campo etologico che hanno messo in dubbio questa visione, il legame di attaccamento viene letto come un bisogno primario del bambino. Poco tempo prima, Renè Spitz, psicoanalista di origini austriache aveva osservato un interessante fenomeno che ci può dare la misura di ciò di cui parliamo. Spitz aveva condotto degli studi rigorosi presso diversi orfanotrofi, in cui al limite i neonati ricevevano esclusivamente cibo e cure minime. Nel suo libro più famoso, Il primo anno di vita del bambino, Spitz racconta la vicenda di un’infermiera che durante il turno si doveva occupare contemporaneamente di tredici bambini, causa carenze del personale dell’orfanotrofio. Aveva giusto il tempo per dar loro da mangiare, per cambiarli e poco più. Lo psicoanalista austriaco quindi aveva osservato che di questi bambini trascurati il 40% era morto entro un anno! Ai restanti non andava benissimo, in quanto la maggior parte di loro mostrava ritardi marcati nello sviluppo fisico e psichico.

Questo ci può dare la misura di quanto le cure e le attenzioni che passano attraverso le prime relazioni siano fondamentali, a partire dall’esperienza di essere visti per quello che siamo, e dall’esperienza di rispecchiamento con cui la madre capisce i nostri bisogni e a poco a poco ce li insegna. Come ha osservato lo psicoanalista Donald Winnicott, il bambino ritrova se stesso nel volto della madre, quando guarda quest’ultima che lo osserva. Tutte queste cure relazionali non passano attraverso le parole, ma attraverso diversi canali non verbali, che sono stati oggetto degli studi di psicologia degli ultimi decenni. Infatti, anche se non ha ancora sviluppato il linguaggio, il neonato è in grado di comunicare affettivamente con la madre con enorme competenza. Il bambino già dopo pochi mesi di vita è in grado di riconoscere chi lo tiene in braccio, attraverso il tipo di presa e gli odori, ma è anche capace di sentire se una madre è felice o turbata.

In sintesi è sano che il bambino dipenda dagli adulti, ed è altrettanto sano che questa dipendenza venga allentata quando non è più funzionale alla crescita e al processo di individuazione. Quindi la specie umana è una specie sociale, caratterizzata da spiccate doti cooperative e da relazioni di reciprocità affettiva. In una parola siamo animali interdipendenti. L’uomo non cessa mai di dipendere: passa da una dipendenza ad un’altra dipendenza più funzionale ai suoi bisogni. Abbiamo necessità di ripetere le esperienze dell’infanzia durante l’età adulta, ma declinandole in modi sempre più complessi e adeguati alla nostra crescita personale; ed è grazie all’amore che tutto questo può accadere. Citando direttamente le parole dello psicoterapeuta Nicola Ghezzani che si è occupato a fondo di questo tema: “L’amore è un processo circolare, che coinvolge due persone e arricchisce sempre l’umanità di entrambi: un processo di reciproche attenzioni e gratificazioni che consente a entrambi di maturare il loro potenziale umano.” (L’amore impossibile, 2015).

 

L’innamoramento

Quando ci innamoriamo facciamo l’esperienza di una relazione che appaga tutti i nostri bisogni: è come se tutte le mancanze, le carenze, le domande di affetto rimaste in sospeso, trovassero pienezza e risposta nell’incontro con l’innamorato. Per quanto tempo abbiamo aspettato questo momento, e con quanta intensità lo abbiamo desiderato!

Nel simposio di Platone è contenuto il racconto degli ermafroditi, esseri perfetti che gli dei punirono tagliandoli a metà e disperdendone le parti nel mondo. Platone ci suggerisce che l’amore nasce da una nostra intrinseca mancanza, che ci muove sempre alla ricerca di un altro che ci completi. Secondo Francesco Alberoni, l’innamoramento è reso possibile da un sovraccarico depressivo, infatti “nessuno si innamora se è, sia pure potenzialmente, soddisfatto di ciò che ha e di ciò che è.(Innamoramento e amore, 1979). Quando ci innamoriamo, non lo facciamo volontariamente (in inglese innamorarsi si traduce con fall in love) ma inconsciamente. Si innamora la parte più deprivata e accantonata del nostro io, che Ghezzani ha chiamato io antitetico (in quanto opposto ad un io ordinario), e che si forma a partire dai nostri bisogni che non hanno trovato spazio nella vita quotidiana e sono stati rimossi. Questa parte di noi, che reclama con vigore il suo spazio, trova rispecchiamento nell’incontro con l’altro, e precisamente con la sua stessa parte mancante.

Infatti, “L’oggetto amato ci rivela ciò che ci manca. […] Io scorgo nella persona di cui mi innamoro il suo intimo patire per qualcosa che non ha avuto e vedo che io sono proprio colui che può darglielo, vedo riflesso nello specchio del suo cuore che io soffro come lei di un bisogno che solo lei può appagare. […] È dunque l’io antitetico che si innamora: questa area dell’inconscio che ci impone di aprire le porte del reale a tutto ciò che dei nostri bisogni, desideri fantasie, progetti abbiamo voluto reprimere e dimenticare, perché squilibrati rispetto alla nostra esistenza quotidiana.” (L’amore impossibile, 2015).

Come nella relazione madre e bambino, anche qui è il piacere che ci guida verso l’altro e ci mostra che il nostro agire è positivo. L’innamoramento ci apre ad una nuova esperienza, che ci da la possibilità di vedere noi stessi e il mondo sotto una luce inedita. La realtà viene ricostruita a partire da nuovi significati che scaturiscono direttamente dalla relazione col nostro amato. In questo senso abbiamo la possibilità di dissolvere le nostre vecchie certezze, la nostra vecchia identità e di rinnovarci a partire dal nuovo incontro. Si tratta di una vera e propria esperienza di morte e rinascita. In quanto sociologo, Alberoni ha parlato di amore a partire dalla straordinaria somiglianza che intrattiene con i movimenti rivoluzionari collettivi. In effetti l’innamoramento reca in se la forza necessaria a scardinare le vecchie relazioni e i vecchi assetti della persona, per traghettarla verso nuovi progetti. L’incontro con l’amato spezza i legami sociali e ne crea di nuovi. Sarà comune a molti ricordare la propria esperienza di innamoramento associata a cambiamenti di vita, trasferimenti, rivoluzioni nelle scelte professionali e nelle cerchie di amici. È l’innamorato a renderci così forti e vitali, e in grado di mettere in discussione sistemi e istituzioni che non reggono più al passare del tempo. Ci innamoriamo solo se accettiamo di essere sconvolti dall’amore. Alla fine di questo processo non ci sono più i due individui di prima, ma due persone nuove che formano una coppia.

 

L’amore

L’amore si muove sempre nella direzione della libertà verso colui che amiamo e verso noi stessi. L’amore è assenza di potere sull’altro, e può essere inteso come la forma più intensa di personalizzazione di un rapporto, nel senso che coglie sempre l’individualità dell’altro e si muove per sviluppare il suo valore intrinseco. Nell’amore il bene dell’altro è innalzato a valore assoluto. Gli amanti si rinforzano l’un l’altro creando un legame ad alta intensità affettiva che tende ad escludere gli altri, o almeno a minimizzarli. Quindi, a differenza dell’innamoramento, in cui troviamo la risposta assoluta a tutti i nostri bisogni, nell’amore abbiamo il pieno riconoscimento dell’altro per quello che è in sé. L’intimità affettiva ci rivela l’amato nella sua verità, e la tenerezza ci fa accettare i suoi limiti e il suo lato oscuro. Questa conoscenza avviene col tempo, se abbiamo abbastanza dedizione per approfondire sempre più il rapporto: prima o poi entriamo in contatto con gli aspetti irriducibili dell’altro, che possono non piacerci e scontrarsi con le nostre aspettative rispetto alla coppia. Quest’esperienza fondamentale dell’amore, in cui viene a cadere l’immagine idealizzata dell’amato, può portare con sé una buona dose di delusione e dolore. Ghezzani ha descritto bene questi vissuti nel suo libro L’ombra di Narciso, a partire dalla delusione che possiamo provare verso l’idealizzazione di noi stessi, e che ci consente di accedere per rispecchiamento alla conoscenza più profonda dell’altro:

“Se riusciamo a sentire la delusione, quindi anche lo stesso odio, nei nostri confronti come un’opportunità che la vita ci offre per liquidare la nostra immagine idealizzata ed essere noi stessi fino in fondo, allora l’intelligenza delle nostre mancanze può rivelare una nuova e inattesa dimensione dell’amore: l’amore del destino. Capiamo che ciò che di noi ci è apparso brutto, debole, deforme, mostruoso ci era necessario per arricchire e ampliare la nostra umanità. Due sentimenti, allora, ci vengono in soccorso: la coscienza di colpa e la commozione. […] Nelle relazioni d’amore, dunque, un genuino senso di colpa aiuta a prendere atto del male che possiamo aver fatto e che possiamo ancora fare a coloro che amiamo; quindi ci aiuta ad avere col nostro lato oscuro un rapporto consapevole. Allo stesso tempo, la commozione ci aiuta a provare comprensione, tenerezza, amore per quelle parti di noi e della persona amata che non riusciamo a controllare con un semplice atto della volontà. Siamo esseri umani , quindi siamo ostinati e imprevedibili. Dobbiamo accettare la nostra complessità senza pretendere né di estinguerla né di domarla. […] La delusione e l’odio sono parte dell’amore, perché solo l’amore è in grado di trascenderli in una comprensione e commozione di grado superiore.”

Quindi attraverso l’amore si giunge a una forma di conoscenza sempre più profonda di noi stessi e dell’amato; conoscenza che non si basa tanto sull’utilizzo della ragione, quanto sul contatto e confronto con i propri sentimenti e con quelli altrui. La commozione ci permette di incontrare l’alterità e la diversità. L’amore introduce nella nostra vita la dimensione della trascendenza: solo chi ama davvero è capace di staccarsi da sé e dedicare la vita a qualcuno o a qualcosa. Infatti la capacità di amare non è da intendersi solo nei riguardi di un altro essere umano, ma anche di una passione, di un valore, di una fede. Solo quando la vita è dedicata a qualcosa che va oltre la nostra persona, acquista uno spessore di senso e di significato in grado di pacificare l’animo. Di contro la paura dell’amore è anche la paura di abbandonare i nostri piccoli egoismi, che ci offrono qualche sicurezza ma ci precludono di aprirci ad una dimensione trascendente della vita.

Filippo Gibiino

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Riferimenti

Francesco Alberoni (1979), Innamoramento e amore, Garzanti, Torino

John Bowlby (1989), Una base sicura, Raffaello Cortina, Milano

Nicola Ghezzani (2015), L’amore impossibile, Franco Angeli, Milano

Nicola Ghezzani (2017), L’ombra di Narciso, Franco Angeli, Milano

René Spitz (1962), Il primo anno di vita del bambino, Giunti, Firenze

 

Letta euro

Più che al pensiero, alla logica, per difendere il progetto europeo dai venti e dalle maree del populismo, nel suo ultimo libro Enrico Letta ricorre all’emotività, alla narrativa, all’aneddoto autobiografico (Letta, 2017).

L’espediente gli serve per contrapporre le angustie dei vecchi Stati nazionali, nei quali “si attraversava la frontiera e c’erano i controlli” e “si viaggiava portandosi dietro i pacchi di pasta, perché non si trovavano gli stessi prodotti in Francia e in Italia” (pp. 21-22)  alle meraviglie del mercato unico europeo,  dove “qualunque supermercato in Francia propone un’ampia scelta di pasta” (pp. 22) e che permette di viaggiare “prendendo i voli low cost, compagnie che non esisterebbero senza la liberalizzazione dei trasporti aerei promossa a livello comunitario” (p.23).

Indiscutibili benefici per i consumatori, ma non solo. Per l’ex premier, il progetto europeo “tratta ogni popolo con la stessa dignità[..]il contrario di un progetto imperiale” (p.27).

Su quest’ultima affermazione, si è tentati di chiudere definitivamente il libro. Tanta retorica, non uno straccio di idea.

A un certo punto, però, Letta sembra colto da un improvviso attacco di lucidità, quando afferma che la crisi del progetto europeo del dopoguerra coinciderebbe con l’introduzione dell’euro (pp. 46-47). Una moneta fatta per i tempi buoni, ma non “per l’inverno”, priva delle istituzioni giuste per funzionare. Che ha finito per creare, inevitabilmente, malumori e divisioni fra i popoli europei. Tutti lo sapevano, compresi i maestri di Letta e padri dell’euro Andreatta, Delors, Prodi, Padoa Schioppa, Ciampi, che però erano convinti che tale architettura istituzionale monca sarebbe stata completata, senza particolari problemi, dopo l’unificazione monetaria. Che lungimiranza!

Letta comunque difende a spada tratta la moneta unica, perché avrebbe permesso di abbattere un debito pubblico italiano fuori controllo (pp. 47-49). Si potrebbe obiettare all’ex premier che, negli anni Duemila, mentre diminuiva il debito pubblico, esplodeva – in Italia come in tutta la periferia europea – il debito privato, processo largamente favorito dai tassi d’interesse bassi portati dall’euro, con tutte le conseguenze che conosciamo bene:  bolle immobiliari, stagnazione della produttività, perdita di competitività, deteriorarsi dei conti con l’estero, crisi (Stiglitz, 2017).

Per l’ex premier, tuttavia, la disoccupazione di massa che sconvolge i paesi del Sud non può essere addebitata all’euro e alle politiche di austerità. Per individuare i veri colpevoli bisogna volgere lo sguardo altrove. Il progresso tecnologico, internet, la robotizzazione, che, secondo il mantra,“distrugge più posti di lavoro di quanti ne crea”; l’impreparazione dei Paesi europei di fronte all’irrompere della globalizzazione.

Tutti fenomeni che non si potevano evitare, non si potranno rallentare.  La disoccupazione, in questa visione, è un fenomeno “naturale”, non la conseguenza di scelte politiche ( “C’entrano poco la destra o la sinistra”, p.59).

La politica deve limitarsi a preparare la società a questi cambiamenti.  Con la mitica “formazione continua” per facilitare il passaggio da un mestiere all’altro (p.63).  O spingendo i giovani a farsi imprenditori di sé stessi, inventarsi nuovi mestieri, piuttosto che “inserirsi in un organigramma stabile, capace di creare certezze, come quello dell’impiegato o dello stipendiato” (p.59).  Al limite, può indennizzare i perdenti con un’ indennità di disoccupazione europea (p.106). L’unica agenda di riforme possibile, per Letta, è quella basata sulla primazia del mercato.

Nei capitoli finali del libro (pp.71-81), l’ex premier tocca di nuovo le corde dell’emotività, facendo appello all’unità europea per difendere i suoi valori nel mondo: la tutela dell’ambiente, dei diritti umani, e, tenetevi forte, il suo diritto del lavoro (quando poche righe prima aveva ricordato che il lavoro stabile, perno del diritto del lavoro europeo, è ormai una cosa del passato).

Verrebbe da concludere, sconsolati, che la distanza che si è creata tra gli intellettuali della sinistra europeista e la realtà è ormai incolmabile.

Non un’idea, né una riflessione, da parte di costoro, sull’evento che spiega buona parte della crisi europea di oggi: la grande trasformazione economica e politica che sconvolge l’Occidente tra gli anni Ottanta e Novanta. L’Europa che prende forma in quegli anni è parte del progetto neoliberista di ristrutturazione delle società europee, attraverso la redistribuzione di reddito e ricchezza dal basso verso l’alto e l’attacco alle conquiste sociali del trentennio keynesiano post-bellico (Gallino, 2012; Streek, 2013). Il progetto europeo diventa, con Maastricht, un dispositivo per globalizzare la società europea.  La liberalizzazione radicale dei movimenti dei capitali, delle merci, della manodopera, sancita dal Trattato, è funzionale a questo scopo.  Tutto questo, nella trattazione di Letta, non passa neanche sullo sfondo. Per l’ex premier il nemico dell’Europa è il sovranismo populista. Ma, più che una lotta contro venti e maree, quella di Letta rischia di essere una lotta contro i mulini a vento. La sovranità in Europa è de facto prerogativa della sola Germania. Gli altri Stati hanno perso di gran lunga la capacità di esercitarla, specie su temi decisivi, come quelli economici e sociali.

L’Europa ha subìto una crisi di rigetto in molti paesi perché la globalizzazione neoliberista, con la quale si è identificato il progetto europeo, è andata troppo oltre, a corrodere il sociale. L’autodifesa della società europea dal mercato si è manifestata in varie forme, spesso contraddittorie, dalla Brexit, al referendum costituzionale italiano, al crescente consenso verso partiti o movimenti fuori dal perimetro politico tradizionale.

Per ricostruire l’Europa si dovrebbe partire da qua. È inutile affidarsi alle suggestioni emotive, al potere effimero delle narrazioni.  Uno stratagemma a cui la sinistra europeista ci ha abituato, e che serve solo a coprire il vuoto di idee, e di pensiero (critico) che la contraddistingue ormai da troppi anni.

Federico Stoppa

RIFERIMENTI

Gallino L., La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, 2012

Letta E, Contro venti e maree. Idee sull’Europa e sull’Italia, Il Mulino, 2017

Stiglitz J. The Euro, Penguin Book, 2016

Streek W., Tempo guadagnato, Feltrinelli, 2013

 

 

Marina Muun - Democratic schools - Medium

Marina Muun – Democratic schools – Medium

Durante questi mesi, mi è capitato un gruppo di studenti davvero motivati: impazziscono per la nostra lingua, ne vanno avidi. Quando parlo, e cerco di farli immergere in un contesto diverso dal loro, hanno gli occhi grandi così dal desiderio di apprendere (e di ascoltarmi). E questo è un bene per me, perché, in tutta facilità, posso indirizzare la lezione verso uno svolgimento più dinamico e partecipativo: un piacevole ping-pong tra professore e studenti.

Tuttavia, mi rendo conto che la maggior parte delle domande che comunque nascono dalla loro curiosità sono frutto di disattenzioni impreviste: è come se fossero sintonizzati su canali differenti, avendo però difficoltà nel seguire quello principale a cui stanno assistendo; è come se fossero immersi in un grande ipertesto (una sfilza di pagine aperte), e fossero attratti da una marea d’informazioni che cliccano e sbucano da tutte le parti, senza che queste però riescano a fissarsi nelle loro menti in maniera risoluta.

È un po’ come quello che accade quando siamo su internet: “ci aggiriamo dappertutto, senza arrivare a nessuna esperienza; contiamo senza fine e non siamo in grado di raccontare. Si ha cognizione di ogni cosa, senza arrivare ad alcuna conoscenza.”

Mi accorgo di questa cosa perché, quando imperversano domande a scoppio ritardato (domande ripetitive solo per avere conferma), il più anziano del gruppo comincia a sbuffare, e a muovere il piede spazientito per le continue “interferenze”. È come se, quest’ultimo, fosse l’unico maggiormente sintonizzato sul “canale” della lezione in corso, e non riesca a comprendere bene il perché della continua disattenzione di tutti gli altri, che non riescono proprio a concentrarsi su un’unica cosa per un tempo più o meno prolungato: hanno bisogno di continue pause, di interruzioni, o di altri riferimenti isolati, come se avessero una necessità innata di spaziare liberamente, e di muoversi con facilità tra informazioni molto diverse tra loro. È stato quindi lo scarto generazionale che mi ha fatto riflettere sulla differenza dei loro atteggiamenti, e su come le dinamiche in classe riflettano perfettamente il loro differente modo di apprendere qualcosa.

Questo mi sembra un buon esempio per parlare dell’influenza del virtuale nel realtà di tutti i giorni – anche se i cellulari in classe sono momentaneamente fuori uso (durante la lezione, dovrebbero essere negli zaini e nelle borse; dovrebbero (!)). Questi episodi apparentemente “irrilevanti”, di domande che parlano della fatica dei ragazzi “di stare dietro ad un’unica cosa senza badare a tutte le altre”, ci possono illustrare indizi utili su come le nuove tecnologie stiano effettivamente modificando i nostri comportamenti, e in questo caso le modalità di apprendimento dei ragazzi in classe: abituati quotidianamente a muoversi e a saltare da una pagina all’altra per reperire più informazioni possibili, perdono fisiologicamente molto dal “sacco” che contiene le informazioni della realtà che stanno vivendo in quel momento (o della “pagina reale” in cui si dovrebbero trovare col corpo e la mente).

Se questi studenti trasudano una motivazione che poche volte ho visto in classe, d’altro canto avverto di quante cose si possano perdere per via dei loro continui cali di attenzione, e della memoria che vacilla facendo acqua da tutte le parti. Ovviamente, anch’io non sono esente da questa amnesia generalizzata. Come molte persone oggi, passo molte ore su internet, o smanetto ripetutamente col mio cellulare. Anch’io quindi – come i miei studenti – vivo in pieno questi nuovi tempi tecnologici.

Forte però di questa consapevolezza, cercherò in più occasioni – almeno in qualità di professore – di chiedere ai miei studenti se ogni tanto possono tentare di chiudere “qualche pagina” nelle loro menti, per concentrarsi solo su quello che stanno vedendo e ascoltando in quel momento dedicato; anche se so già che questo mio intento generoso si tradurrà, quasi certamente, in una richiesta velleitaria tutta in salita (anche perché questa difficoltà la comprendo perfettamente).

Editorial for Usbek & Rica on Behance

Editorial for Usbek & Rica on Behance

Probabilmente, tutto questo ha a che fare con il tempo di cui facciamo esperienza, che è per la maggiore un tempo presente e dilatato: un vero e proprio limbo in cui ci si trova quasi come imprigionati.

Quando infatti spiego in classe “il tempo presente”, lo faccio senza pensarci troppo: dopotutto, in quella sede, devo semplicemente illustrare le sue implicazioni grammaticali con la lingua. È quando torno a casa che le cose si complicano, dato che le sue implicazioni riguardano anche la mia vita e quella in generale, e il fatto inequivocabile di quanto esso abbia fatto piazza pulita tutto attorno, liquidando il passato (un vuoto mnemonico inesorabile) e non contemplando alcun genere di futuro (qualcuno oggi parla mai di futuro? che nome ha?). La vita attuale è talmente immersa in questo tempo (presente) che ci stanchiamo anche di viverlo, non prendendolo seriamente in considerazione, e lasciandolo sfumare come se nulla fosse: tanto ce n’è, ed è tantissimo.

Forse sarebbe meglio tornare in aula, e riprendere in mano “la grammatica del tempo”, riscoprendo così, con una leggerezza pensosa, la legittimità degli altri tempi: la ricchezza e le radici del passato; la visione e l’immaginazione del futuro. È come se la continua connessione che viviamo nel presente ci privasse sistematicamente di altre connessioni necessitanti per la nostra vita (passato e futuro); connessioni che, per loro natura, sono causa ed effetto del tempo in cui viviamo, ma che attualmente non sono disponibili.

Così tra un po’, quando terminerò di scrivere qui, riprenderò in mano il mio cellulare, e userò nuovamente le dita: il digitale significa sostanzialmente questo: toccare con le dita un presente prolungato e sempre disponibile. Tantissime immagini, quindi, scorreranno con facilità, perché è come se fossero trasparenti: sono immagini prive di sguardi (le posso toccare, ingrandire, posso fare quello che voglio – sono quasi costretto a fare quello che voglio).

In questo modo, il digitale cancella gli sguardi e crea uno spazio positivo, dove tutti si ritrovano insieme essendo isolati, creando così un regno sterminato dell’Uguale. Non deve dunque sorprendermi se, stando dall’altra parte del mondo, leggo la stessa roba con le stesse immagini con i medesimi commenti; solo le lingue cambiano: la roba che si ammucchia inutilmente rimane sempre la stessa.

Gli sguardi, al contrario, irrompono su di noi, e ci mettono davanti la diversità, il rischio di una negatività necessaria. Senza sguardi è semplice gestire un finto controllo, ma diventa complicato parlare con noi stessi, salvaguardare le nostre preziose capacità auto-riflessive. Senza la possibile negatività del diverso (negatività intesa come scarto, come interruzione dal circolo d’auto-specchiamento di noi stessi; come slittamento semantico in grado di produrre qualcosa) ci disabituiamo a pensare, a pensare in maniera complessa. E possedere in mano tutte quelle immagini trasparenti per trarne furtivamente qualcosa non ci porta a nulla, se non ad un presente privo di sguardi veri; ad un presente privo di sguardo che si rivolge al passato o al futuro.

Al contrario, è uno sguardo prolungato sulle cose (altri sguardi, le stesse immagini con una data impressa, o le immagini di un futuro possibile) a condurci verso una soddisfazione più profonda del vedere, del percepire, con l’essere che si dipana in un racconto sensato senza la necessità inconvulsa di contare – ad esempio – il numero dei like.

Concludendo con le parole del filosofo sudcoreano Byung-Chul Han, “la cultura digitale rimanda al dito (digitus), che – soprattutto – conta. La cultura digitale si basa sul dito che conta: la storia, invece, è un racconto. La storia non conta: contare è una categoria poststorica. Né i tweet né le informazioni si combinano in un racconto: neppure il diario di Facebook racconta la storia di una vita, una biografia. È additivo, non narrativo. L’uomo digitale gioca con le dita nel senso che conta e calcola ininterrottamente: il digitale assolutizza il numerare e il contare. Anche gli amici su Facebook vengono soprattutto contati; ma l’amicizia è un racconto. L’era digitale totalizza l’additivo, il contare e il contabile. Persino le simpatie vengono contate sotto forma del “mi piace”. Il narrativo perde notevolmente di significato: oggi tutto viene trasformato in qualcosa di contabile, per poter essere tradotto nel linguaggio della prestazione e dell’efficienza. Così, tutto ciò che non è contabile cessa di essere.”

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Byung-Chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale, nottetempo, 2015.