Visioni di Catalogna

Pubblicato: maggio 4, 2014 da Federico Stoppa in Le Città Invisibili
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barcelona

 

Alzi gli occhi al cielo glabro di Barcellona e la prima cosa che ti colpisce, venendo dal mare, è un Cristoforo Colombo di bronzo, che, dall’alto di un obelisco, indica con fierezza l’area del Port Vell, capolavoro d’architettura contemporanea, completato nel 1992.
A sua volta, Il colle del Montjuic, situato proprio accanto al porto, fa uno zoom mozzafiato sulla parte Nord della città, dove spiccano le oasi della Tradizione, come la Sagrada Famiglia.
In queste due prime istantanee si coglie l’essenza della città: il Passato che annuncia il Futuro, la Modernità che non dimentica la Tradizione, e le lascia spazio per esistere ancora.

L’andamento della capitale catalana è lento; la frenesia e l’ansia non hanno ancora nevrotizzato i suoi abitanti, né invaso le sue strade.
Gli orologi che guidano Barcellona sembrano essere quelli molli disegnati da Salvador Dalì nella “Persistenza della Memoria”, modellabili a seconda dei tempi biologici e umani, e non quelli rigidi, spietati a cui siamo abituati, che ci tengono in loro potere. 
In questo senso, è molto istruttivo farsi un giro in metropolitana verso le 9 del mattino.
Nessuna ressa per entrare, anche nelle stazioni principali, nessuna spinta per salire prima di altri, o per accaparrarsi il posto a sedere. Dagli atteggiamenti di questa gente traspare una tranquillità, una disponibilità, un ottimismo sorprendenti, che non possono non suscitare ammirazione e un pizzico d’invidia. Così come l’originalità di alcuni personaggi. 
Si va dalla sosia di Ingrid Betancourt che fa il soduku, al quadro che in attesa di raggiungere il posto di lavoro si legge una monografia del gruppo rock The Stooges; poi skateboarder, musicisti, prostitute che rincasano, lolite che mandano sms, turisti che per passare il tempo tra una fermata e l’altra scorrono le foto della serata appena conclusa, coppie gay e lesbo che si baciano appassionatamente di fronte a un nonno che, pur di non guardare, finge di leggere l’oroscopo sul giornale.

Las_Ramblas-BarcelonaLa Rambra è l’arteria principale della città catalana, collega il mare con il centro, Il Port Velll con Plaza Catalunya.
È solcata, ogni giorno, da milioni di scarpe, attraversata da milioni di facce. Alla mattina mette mostra i piccoli mercatini di souvenir, la creatività degli artisti di strada, banconi pieni di pesce che ancora si agita, carne, prosciutti, frutta di stagione a buon mercato. 
La notte diventa trasgressiva e puttana, si apre all’insegna del tutto è permesso. 
Qui puoi trovare un grande caleidoscopio di culture e razze. Ci sono venditori ambulanti magrebini che ti urlano, ad ogni passo che fai ,“Cerveza, 1 euro” e poi, per renderti piu allettante il pacchetto di vendita, ti promettono, recitando a bassa voce una specie di mantra, “crack, hashish, bamba” ; oppure trentenni mitteleuropei in giro da 10 anni che ti supplicano venti centesimi per una bevuta, e poi ti parlano della loro vita da precari per scelta col sorriso sulle labbra: vi presento Cristian, è nato orfano e parla cinque lingue, ha capelli biondi e un volto da angelo maledetto à la Kurt Cobain che gli dona una sfumatura di grazia e bellezza.

In piena Movida incroci finlandesi dalla carnagione diafana in passaggio interrail, turisti inglesi che sembrano in rapimento mistico di fronte ad ogni singola cozza della Paella, che fotografano e guardano più volte prima di ingurgitare; poi cleptomani di borsette e portafogli sempre in guardia, cleptomani di sguardi.
Le Pr al centro del vialone ti traghettano, come tante Virgilio in minigonna e jeans, nei gironi infernali della città, ossia i mille locali in cui sangria e chupitos scorrono giù che è un piacere; sotto le luci al neon, si muovono sinuose troiette e cubiste, con decine di chicos arrapati pronti a sbranarsi per conquistarne una.
Infine, prima che il sole entri nel palcoscenico e venga a curiosare su quanto è stato fatto, la Rambla si svuota.

***

Antoni Gaudì e Lionel Messi sono le due icone piu rappresentative di Barcellona; La Sagrada famiglia e il Camp Nou sono i due templi del Sacro e del Profano della città.

sagrada famLa prima ritaglia un enorme pezzo di cielo e hai bisogno di allontanarti per racchiuderla interamente nel tuo campo visivo, o nell’obiettivo di una fotocamera.
Sorge davanti a un McDonald e ad un altro paio di catene di fast food; le vie che la circondano sono piene di tavolini all’aperto e negozi, con turisti e indigeni indaffarati a scegliere l’aperitivo a base di Tapas o il McMenu’ piu economico, piuttosto che a godersi la straordinaria vista di quel gioiello ancora incompleto che sorge a pochi centimetri dal loro naso.
Nonostante ciò, anche vivendo in un’epoca come questa in cui il termometro spirituale segna ormai lo zero assoluto, non si può non essere colpiti dalla sconvolgente bellezza di quest’opera d’Arte.
Ogni singola forma che la costituisce rimanda a un fenomeno naturale. Che siano piante o animali, cereali o gusci di lumache, rami di alberi o spirali di conchiglie, onde, alghe, fossili marini: tutto, nel grande Tempio dell’Espiazione, è stato giustapposto, armonizzato, messo in equilibrio, grazie alla follia mistica del suo creatore, l’architetto catalano Antonì Gaudi.
La cattedrale è un ponte verticale tra Terra e Cielo. Basta osservare i suoi pinnacoli, che bussano direttamente al portone di casa di Dio, per rendersene conto.

barca-camp-nou-514Migliaia di devoti da ogni parte del globo, ogni anno, visitano il grande museo del Barça.
Si genuflettono davanti alle foto dei vari Cruyff, Stoichkov, Maradona, Luis Enrique, Ronaldo, Ronaldinho, Rivaldo, Messi; toccano gli scarpini e le maglie dei loro beniamini come se avessero virtu’ taumaturgiche, come i pellegrini fanno con le reliquie dei santi; si accalcano per fotografare la coppa dei campioni come se fosse una specie di Sacro Graal.
La coreografia del luogo di culto, l’interno del Camp Nou, non è comunque inferiore, in quanto ad impatto emotivo, a quello di altri monumenti o chiese, e so di bestemmiare.
Le tribune a ridosso del campo, senza barriere di alcun genere, ti trascinano direttamente nello spettacolo; e Lionel Messi e compagni non sono ologrammi o pedine virtuali dei videogiochi, che osservi da distanze siderali come nei nostri stadi, ma uomini in carne e ossa, che corrono, sudano, imprecano e lottano con te. Capisci quindi che la gigantesca scritta “Màs que un club” ricavata dai seggiolini della tribuna, non è un semplice slogan: nel Camp Nou il pubblico è veramente il dodicesimo giocatore in campo. E stando agli ultimi risultati del club catalano, è quello che fa differenza.

Al colle del Montjuic si arriva tramite teleferica o funicolare.
Quassù si ricompone il grande puzzle della città.
Ogni pezzo è indissolubilmente legato all’altro, come in un organismo vivente, pulsante unitario; La Sagrada familia con la nuovissima Torre Agbar, La Placa de Catalunya con la recente cittadella olimpica, l’architettura postmoderna, le neonate costruzioni edilizie, l’avvenente Port Vell e MareMagnum con i polmoni verdi come il Parc Guell e il Parco della Ciutadella.
Barcellona è un tutto più complesso che non si può ridurre alla somma delle sue componenti principali.

***

Sto aspettando d’imbarcarmi per tornare a casa, seduto su una panchina di legno a due passi dal mare. Mentre il sole di Catalogna m’incendia la faccia, arriva inaspettato un alito di vento che attenua la furia dell’estate e libera l’immaginazione. La mente diventa liquida, mi godo qualche istante di delirio onirico, appaiono fantasmi…

omaggio alla catalogna..Mi chiamo George Orwell, sono arrivato a Barcellona per combattere nella Guerra Civile, rapito dall’irresistibile scia del profumo d’Anarchia che avvolge questi luoghi.
L’atmosfera è straordinaria, e qui c’è penuria di pane e latte ma non d’entusiasmo.
Vedi bandiere rossonere che colorano le Ramblas, sedicenni un po’ ingenui che corrono ad arruolarsi nelle Caserme come se dovessero partecipare ad un torneo di Pelota, ragazze dal seno generoso che distribuiscono volantini sulla Rivoluzione, barbieri che tagliano baffi e capelli gratis e grandi industrie collettivizzate. Mai visto niente di simile. Anche se la mia indole poco idealista e molto pragmatica di anglosassone mi dice che tutto ciò non durerà, sento che la Storia ha riservato un posticino anche per me, ora e qui…

ernest-hemingway..Mi chiamo Ernest Hemingway, sono innamorato perso di questa terra, delle sue corride, del suo sole, della sua gente. Ho scritto storie di tori, di matador, di partigiani romantici emigrati qui dall’America, di donne gitane, di Vita e Morte.
Sono un premio Nobel, m’invitano nelle università a tenere conferenze, ho pass per i salotti buoni, gli editori mi offrono collaborazioni con i loro giornali a peso d’oro; tutto questo mi annoia e disgusta profondamente.
Soffro di depressione cronica da almeno un paio d’anni e neanche la vista di questo paesaggio, l’abbraccio di questo clima mi riescono piu’ a guarire o, perlomeno, a consolare.
Anche la compagnia del mio amico Jack D., ultimamente, è diventata assai sgradita al mio fegato.
L’unico scopo della vita, per quanto mi riguarda, è conquistarsi l’immortalità; ora che i miei romanzi me l’hanno garantita, ora che ho battuto definitivamente il Tempo, tolgo il disturbo.
Con permesso, ho il mio vecchio fucile di là che mi aspetta. La campana ha suonato, questa volta per me.

dalì..Sono nato in una città insignificante chiamata Figueres, 130 km da Barcellona.
Di professione faccio l’artista, anche se provo un odio viscerale nei confronti dei miei colleghi adepti dell’arte contemporanea, ovviamente ricambiato.
Considero Pablo Picasso un buffone, reso ancora piu ridicolo dalle sue pose da rivoluzionario, Andrè Breton un invasato; non ho la sensibilità estetica necessaria per capire le linee contorte di Joan Mirò.
Avido di dollari, mercenario, megalomane, erotomane, antidemocratico e con simpatie per i regimi autoritari e fascisti: ai miei critici non mancano di certo fantasia e buon gusto nel descrivermi, ma colgono solo in parte le mie qualità.
Molto sinteticamente, sono uno che ha capito prima degli altri che la vita non è altro che una tragicommedia patetica, e che non va mai presa troppo sul serio. L’importante è scegliersi una parte da recitare, sapersi calare in quel ruolo, onorarlo fino in fondo.
Personalmente, provo uno sconfinato piacere quando, al risveglio mattutino, m’accorgo di essere Salvador Dali.

Torno alla realtà. Sono le 21 e 30. Prima di fare il check in, percorro la passerella del porto per l’ultima volta. I marocchini aprono i loro fagotti, la Guardia Urbana per ora non si vede. I chioschi servono cialde con cioccolato fuso. Cuccioli di squalo tentano inutilmente di addentare pezzi di pane lanciategli dai passanti. Anatre scaltre allungano il becco e glieli sottraggono, e poi, tutte compiaciute, si mettono in posa per le foto di qualche bambino.

I turisti scendono dai taxi Seat color giallo e nero, e trascinano i loro trolley fino al terminal. Tanta gente parte, tanta gente arriva. Un ragazzino con la maglia azulgrana se ne va, triste. “El Pais” dà il benvenuto ad un nuovo campione in prima pagina. Disattivo la funzione Rec dal mio cervello. Colombo mi indica il mare. L’Ipod si accende su una canzone dei Negrita. Sa di tequila e sale, e di dolore andarsene.

 

F.S

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