L’utilità del sapere inutile, la necessità economica del dono

Pubblicato: dicembre 28, 2013 da Federico Stoppa in Cultura
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grizzleur / Flickr

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“Il compito della scuola e dell’università è preparare i ragazzi al mondo del lavoro.  Solo così possiamo sperare di sconfiggere – in futuro – le piaghe dell’abbandono scolastico e della disoccupazione giovanile. Dovremmo per questo istituire, nelle scuole secondarie, stage obbligatori in azienda”. “I neodiplomati vanno indirizzati verso percorsi di laurea dove avranno opportunità di trovare occupazione, non certo verso facoltà umanistiche come lettere, filosofia, scienze politiche, belle arti. Oppure, meglio che facciano gli idraulici, piuttosto che studiare”. “Finanziamo soltanto la ricerca applicata, che dà risultati misurabili in termini economici. Valutiamo severamente i nostri insegnanti attraverso parametri quantitativi, che tengano conto di quanto un professore contribuisce, con le sue pubblicazioni, agli introiti della facoltà”. “Semplifichiamo i programmi scolastici: basta latino, basta greco, basta lettura dei classici, basta libri; meglio optare per riassunti delle opere principali, fotocopie, belle slides colorate e animate. Invece che perdere tempo ad insegnare vecchie teorie, cari insegnanti, insistete sulle competenze pratiche che serviranno ai ragazzi nel mondo globalizzato, utilizzate una pedagogia incentrata sulle tre I: Inglese, Impresa, Internet”.

Quando l’oggetto di discussione è il binomio istruzione & mondo del lavoro, non c’è persona di buon senso che non ricorra, in ordine sparso, ad una delle tesi di cui sopra. Vi è un diffuso consenso sul fatto che scuola e università debbano modernizzarsi, diventando mere propaggini di un’azienda. La filosofia sottesa a questo ragionamento – esteso a tutto il variegato mondo della cultura – è l’utilitarismo: un museo, una scuola, una biblioteca, una materia scolastica è ritenuta meritevole di essere conservata a seconda del profitto monetario (utile) che genera.

Seguendo questa visione, tutti quei saperi e luoghi culturali che non hanno utilità “pratica” possono essere soppressi: l’arte, la musica, la letteratura, la filosofia, la storia, il cinema, il teatro. La cultura umanistica tutta. Ma anche la ricerca pura in ambito scientifico; si pensi a quei fisici, per esempio, che indagano la struttura fondamentale dell’Universo.  A che serve sprecare soldi pubblici per finanziare costoro, quando la popolazione annaspa nella più grande crisi economica dal dopoguerra?
Agli utilitaristi nostrani è vivamente consigliata la lettura di un libricino di Nuccio Ordine, dedicato appunto, come recita il titolo, all’ utilità del sapere inutile, gratuito, disinteressato.  In appendice è riportato un mini saggio di Abrahm Flexner, grande pedagogo e fondatore dell’Institute for Advanced Study di Princeton, che ha ospitato, tra gli altri, scienziati del calibro di Albert Einstein, Niels Bohr, Thorstein Veblen,  John von Neumann. Flexner ci fa riflettere su come apparirebbe oggi il nostro mondo senza l’apporto della useless knowledge: non solo un deserto d’immaginazione, fantasia, spirito critico e libertà spirituale, ma anche un luogo più povero in senso materiale. Infatti, alcune grandi innovazioni del secolo scorso non sarebbero state possibili senza il contributo decisivo di scienziati totalmente disinteressati ai risvolti pratici delle loro teorie. Si pensi alle ricerche sulle onde elettromagnetiche da parte di Maxwell e Rudolf Hertz, senza le quali non avremmo potuto disporre di uno strumento che ha rivoluzionato la comunicazione come la radio. O agli studi prettamente teorici di Michal Faraday sulla corrente elettrica e di Paul Ehrlich sulla batteriologia.  Come non ricordare poi i vari Galileo, Newton, Einstein, Heisenberg; tutta gente che non aveva alcuno scopo pratico nelle ricerca, né provava interesse a rincorrere carriere e denari. Erano solo spinti dalla santa curiositas e dal desiderio di squarciare il velo di Maya, che cela il vero volto del Cosmo. Ricercatori puri, filosofi nel senso alto del termine. Ma di grande beneficio per l’umanità.

L’inutile può essere utile, mentre sovente il perseguimento del profitto fine a sé stesso nel campo dell’istruzione e della conoscenza porta al disastro, come ci hanno ammonito, nei secoli, filosofi come Aristotele e Platone, scrittori come Baudelaire, Leopardi, Gautier, Calvino, Hugo, Cioran, drammaturghi come Ionesco. E come testimoniano, ahinoi, le fallimentari riforme in ambito scolastico che si sono susseguite in Italia negli ultimi decenni – a cominciare dalla riforma Berlinguer del 2000. I frutti avvelenati di tali interventi non si contano più: scuole e università trasformate in aziende, con tanto di rivoluzione lessicale al passo con i tempi  (l’uso smodato dei vocaboli economici “crediti” e “debiti” nei piani di studio); la moltiplicazione delle sedi di studio e la concorrenza al ribasso tra gli atenei, attraverso il marketing pubblicitario, la semplificazione della didattica,  la distribuzione di lauree fittizie per attirare gli studenti (retrocessi oramai al rango di clienti);  la riduzione dei professori a scadenti manager-burocrati che passano ore e ore a organizzare consigli e a preparare tabelle per questionari inutili, invece che a formare e a formarsi. Si potrebbe continuare all’infinito.

Persino lo studio delle lingue antiche, che serviva “per conoscere direttamente la civiltà dei popoli, cioè per conoscere sé stessi” (Gramsci), sta per scomparire anche nei licei e sarà soppiantato dalle nuove lingue del commercio, inglese e cinese, con la motivazione che servono per lavorare nel mondo globale e fare soldi (e non per aprire la propria mente, viaggiare, scoprire la cultura dei paesi!).
“Solo i Fatti servono nella vita. Non piantate altro e sradicate tutto il resto. Solo con i fatti si plasma la mente di un animale dotato di ragione; nient’altro gli tornerà mai utile. In questa vita non abbiamo bisogno d’altro che di Fatti!”. La società di Coketown, descritta da Charles Dickens nel suo romanzo distopico Tempi difficili, dove “ciò che non si poteva tradurre in cifre o che non si poteva acquistare più a buon mercato e vendere al prezzo più alto, non esisteva e non avrebbe mai dovuto esistere” non è poi tanto diversa da quella che ci siamo affrettati a costruire con così tanta solerzia in questi anni. Una società informata dalla logica dell’Homo oeconomicus, che ragiona esclusivamente in termini di costi benefici di carattere pecuniario;  mentalità adottata non solo nelle scelte individuali, ma anche in quelle collettive, riguardanti la gestione dei beni culturali. In ossequio a questo principio, assistiamo rassegnati alla morìa di piccole biblioteche storiche e al depauperamento di quelle comunali; alla chiusura -per mancanza di fondi – di istituti di cultura che custodiscono la nostra memoria; all’orrenda visione di musei prestigiosi costretti, per attirare persone, ad ospitare sfilate di moda al loro interno e a vendere ogni sorta di gadgets e souvenir.

L’unico argine all’utilitarismo dilagante è, io credo, di tipo culturale: la diffusione capillare di idee diverse, che mettano in luce le contraddizioni teoriche e gli innumerevoli guasti prodotti in tutti i campi della società dal pensiero unico. Per questo sono importanti, oltre a quello di Ordine, i contributi della filosofa di Harvard Martha Nussbaum (v. Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Il Mulino, 2011), dove viene affermato con decisione che scuole e università devono tornare ad essere palestre di pensiero critico; luoghi dove non si acquisiscono solamente professionalità specifiche, ma dove si coltivano anche fantasia e immaginazione, e si costruiscono personalità aperte alla discussione ed empatiche nei confronti delle grandi problematiche sociali.

Inoltre, “occorre un’attitudine che non persegua l’utile, anzi, che addestri a quanto è più inutile. Cosicché l’arte, la religione, la scienza, si emancipino dal capitalismo. Solo la liberazione delle spirito delimita l’economia” (Alvi, 2011, p.293).  L’utilitarismo, nato come corrente filosofica, si è trasformato successivamente in dottrina economica, prescrivendo l’estensione dello scambio mercantile ad ogni sfera della vita sociale, perché “efficiente”. Gli economisti, oltre ad evidenziare la pervasività dei “fallimenti del mercato” (da Pigou a Stiglitz) e gli insostenibili costi ecologici e sociali generati dal laissez-faire (inquinamento, distruzione del capitale naturale, disoccupazione, disuguaglianze, vedi i fondamentali contributi di Kapp, 1950 e Polanyi, 1944), hanno sottolineato la necessità – per il buon funzionamento dello stesso capitalismo – del dono, come atto economico e non solo morale (distinto quindi dalla semplice carità).  Solo riconoscendo l’importanza di un atto asimmetrico che trascenda il calcolo capitalista – come il dono – può darsi un’economia sana.  


Possiamo fare diversi esempi.  
E’ economia del dono quella praticata all’interno della famiglia, con i genitori che pagano gli studi ai figli.  Fu economia del dono quella delle élites italiane del Rinascimento, che invece di investire in capitale “produttivo” (macchinari), hanno sprecato denaro in palazzi, chiese, arte, paesaggi, facendo dell’Italia la nazione più bella del mondo. Ancora, grandiosi esperimenti di economia del dono furono : il Piano Marshall, l’ingente trasferimento di risorse con cui gli americani fecero rinascere l’Europa occidentale nel secondo dopoguerra; la riforma dell’impresa ideata dall’utopista “concreto” Adriano Olivetti, che prevedeva l’obbligo di cessione dell’azienda alla Comunità locale alla morte del proprietario :1/3 al comune, 1/3 ai lavoratori, 1/3 all’università; l’emissione di denaro a scadenza teorizzata da Rudolf Steiner, con il quale sarebbero state finanziate, da parte di imprese e privati, le università, le scuole, gli ospedali. E’ economia del dono quella praticata dalle imprese sociali, dal mondo del no profit, molto attive anche nel nostro Paese. Infine, la pratica del dono e della condivisione è la cifra della Rete (v. Aime e Cossetta, il dono al tempo di Internet, Einaudi, 2010).

Se non rimetteremo al centro del nostro sistema economico e culturale il dono; se non torneremo a ridare il giusto spazio ad un’istruzione libera, a un sapere slegato da qualunque fine utilitaristico e giustificato solo dal piacere della conoscenza, non avremo futuro. “Se non si comprende l’utilità dell’inutile, non si comprende l’arte, e un paese dove non si comprende l’arte è un paese di schiavi e di robots, un paese di persone infelici, dove non c’è umorismo, non c’è il riso, c’è la collera e l’odio. (Eugène Ionesco)

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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commenti
  1. Sten881 ha detto:

    Mi trovo d’accordo con l’articolo del conformista online, l’unica cosa che non capisco è , se le frasi utilizzate all’inizio per indicare l’atteggiamento degli insegnanti verso il binomio scuola-istruzione sia un atteggiamento al quale si è arrivati , o al quale si arriverà, perchè non ho riscontrato molto spesso frasi del genere. Con i tempi che corrono è importante tenere a mente che non tutto quello che ha un riscontro economico immediato è bene e il resto male… ma c’è da dire che il mondo è cambiato è sempre più difficile, in un certo senso, che una teoria delle stringhe abbia un riscontro pratico, seppure è altamente affascinante. E’ cambiato il tempo di latenza fra sapere “inutile” (che non è inutile, è solo inutile all’economia) e riscontro economico. Una volta , con la teoria sulle onde elettromagnetiche di Maxwell e gli esperimenti nel (1888) di Heinrich Hertz, il tempo di latenza partiva dal 1860 (circa) e arrivava all’invenzione “utile”nel 1894 con i primi scritti di Marconi che si basavano su quello che aveva ipotizzato Tesla.
    Il tempo trascorso fra l’inutile e l’utile era di circa 40 anni.
    Oggi si parte dal non utile con una “teoria” delle stringhe nel 1968, e si arriverà a risultati concreti quando?? Nel 2100 ? Forse sono stato ottimista.
    Oggi molto è stato inventato, le cose che s studiano sono più complicate,infatti siamo al declino della società e delle menti, il top a mio avviso è già stato raggiunto.

  2. Federico Stoppa ha detto:

    Ti ringrazio per l’intervento.
    Le frasi che ho citato nell’incipit si rifanno al dibattito – internazionale, non solo italiano – sugli scopi dell’istruzione nella nostra società. Ne dà dettagliatamente conto Martha Nussbaum nel libro citato. Il mondo della politica e dell’imprenditoria insistono molto sull’aspetto professionalizzante della scuola, centrato sul paradigma delle tre I (Istruzione, Inglese, Impresa). Si vorrebbe facilitare l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, nei settori che offrono maggiori possibilità d’ occupazione.La cultura umanistica, che non offre vantaggi in termini pratici, ma serve soprattutto a formare la coscienza critica ed estetica del cittadino, è vista con sospetto. Per questo i programmi scolastici vanno verso un ridimensionamento del sapere “inutile”, come per esempio lo studio delle lingue classiche. E le facoltà umanistiche sono sempre meno frequentate (e sempre più disprezzate), e si lasciano andare tranquillamente al collasso biblioteche,istituti culturali, teatri, tutto il sapere che non alimenta la crescita del PIL. Anche la cultura scientifica, comunque, è inquinata da questa mentalità dell’utile a breve termine. Non so a cosa porterà la teoria delle stringhe, né la scoperta del bosone di Higgs; so soltanto che è bene che vi siano persone che si avventurano in questi campi, consapevoli che non avranno un gran ritorno dal punto di vista materiale. La molla che ha spinto le migliori menti alla ricerca è sempre stata di tipo speculativo: la soddisfazione di una propria curiosità personale. E’ questa attitudine che la scuola e l’università dovrebbe riuscire a trasmettere agli studenti. La passione. Chiudo ricordando che a inizio Ottocento i fisici pensavano di aver raggiunto il top della conoscenza: la fisica deterministica newtoniana sembrava dare una risposta a tutti i loro quesiti. Poi però arrivarono, nel Novecento, la relatività einsteiniana e i geni della meccanica quantistica. Quindi penso che ci sia spazio -fortunatamente – per molto altro ancora.

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