Contro la retorica delle riforme

Pubblicato: dicembre 10, 2013 da Federico Stoppa in Economia e Politica
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Sebastian Thibault

Sebastian Thibault

Una retorica insopportabile sta inquinando il dibattito politico italiano e internazionale dei nostri giorni.

Secondo questa retorica, l’Italia sarebbe oggi in difficoltà perché incapace di fare le riforme “di struttura”. Un paese rimasto immobile per molto tempo, ostaggio di veti e corporazioni. Da qui il suo (meritato) declino economico.

Ma è proprio vero? In mezzo a tanto conformismo, è una fortuna imbattersi in un agile libro di Marco Simoni, un economista della London School Of Economics: Senza alibi. Perché il capitalismo italiano non cresce più (Marsilio, 2012, pp.248). L’Autore ci mostra, dati alla mano, che il nostro Paese di interventi in questi anni ne ha fatti eccome, in tutti i settori. Eppure, questo è stato proprio il periodo della sua crescita zero. Possibile?

Abbastanza sorprendentemente, le riforme sono state tutte a favore del mercato, della concorrenza, della lotta ai monopoli e alle corporazioni. Seguendo quasi alla lettera le prescrizioni dei grandi sacerdoti del liberismo.

Il mercato del lavoro è stato massivamente deregolamentato (Pacchetto Treu e Legge 30): L’Employment strictness protection Index, un indicatore dell’Ocse che misura la rigidità nella regolamentazione del mercato del lavoro, attesta che  l’Italia ha un mercato del lavoro più flessibile di quello tedesco e francese (Tridico, 2013, p.7). Il potere del sindacato “corporativo” è stato drasticamente ridimensionato: agli inizi degli anni Novanta il tasso di sindacalizzazione dei lavoratori del settore privato era pari al 40% del totale; oggi è il 19%.

Il settore bancario, prima quasi interamente nelle mani dello Stato, è stato privatizzato nei primi anni Novanta (legge Amato e Testo Unico Bancario). Le banche sono state trasformate in società per azioni e quotate in Borsa:  hanno potuto ingrandirsi ed internazionalizzarsi. Tra fusioni ed acquisizioni, gli istituti bancari si sono così dimezzati, passando da 44 a 27.

Il Testo Unico della Finanza (1998), noto come legge Draghi, ha aggredito quelli che erano considerati “difetti” del nostro capitalismo: le ridotte dimensioni e la scarsa capitalizzazione delle imprese, associate al carattere familiare della proprietà delle stesse. La legge ha reso più facile la pratica delle scalate societarie ostili in Borsa in modo da favorire il ricambio proprietario, e ha irrobustito le tutele dei diritti dei soci di minoranza, seguendo il modello americano.

Il mercato dei beni e dei servizi è stato liberalizzato. Dopo Tangentopoli, i governi di centrosinistra e centrodestra hanno posto in essere un piano di privatizzazioni di società pubbliche per circa 136 miliardi di euro, secondo solo, in Europa, a quello di Margaret Thatcher nella Gran Bretagna degli anni ‘80; hanno aperto alla concorrenza il settore elettrico, le telecomunicazioni, le ferrovie, il trasporto aereo, le poste. Persino nella pubblica amministrazione ci sono stati decreti su decreti di semplificazioni. Sono stati ridotti i poteri dello Stato centrale a vantaggio degli enti locali, con la riforma del titolo V della Costituzione nel 2001.

E ancora: si sono implementate riforme del diritto societario e fallimentare (2003), varie riforme fiscali che hanno ridotto le aliquote su persone e società, riforme previdenziali che hanno segnato il passaggio dal metodo retributivo a quello contributivo, e l’allungamento dell’età pensionabile (Amato, Dini, Fornero).

In definitiva: le riforme ci sono state, e non di poco conto. Eppure, il nostro paese ha fatto registrare performance scadenti in termini di crescita del prodotto interno lordo, tasso di occupazione, produttività del lavoro, equità sociale.

Simoni smentisce altri alibi che vengono solitamente usati per giustificare la minor crescita: l’elevato costo del lavoro e il peso del Mezzogiorno.  In Italia – almeno nella manifattura – il costo unitario del lavoro è del 30% inferiore rispetto a quello tedesco.  Né vale accusare il Sud Italia, visto che tra il 1996 e il 2006 è cresciuto di circa mezzo punto percentuale più del nord, e si badi: senza l’aiuto di trasferimenti di risorse dallo Stato centrale!

Di chi è la colpa, allora? Simoni sostiene che sia mancata una visione politica chiara: le riforme sono state incoerenti e contraddittorie. Hanno cercato di trapiantare nel Belpaese, di volta in volta, pezzi di modello americano, tedesco e francese, senza mai guardare alla realtà specifica dell’economia italiana e le sue caratteristiche peculiari. Risultato: hanno creato un capitalismo Frankestein senz’arte né parte.

Possiamo aggiungere un’ulteriore considerazione: le riforme sono state fatte in condizioni emergenziali, con l’acqua alla gola, senza alcun dibattito pubblico sugli effetti che queste avrebbero avuto nel tessuto sociale.   Sono state spesso giustificate con la brutale espressione “ce le chiede l’Europa”. Quasi sempre, inoltre, le riforme hanno seguito lo Spirito dei Tempi, che un giorno ci faceva prendere come modello il “dinamico” mercato del lavoro americano, poi il mercato finanziario inglese e  infine la Spagna della crescita drogata dal debito privato degli anni 2000 (Viva Zapatero!). Recentemente ci si è infatuati della flexicurity danese e della cogestione tedesca.

Dobbiamo smetterla di importare acriticamente brandelli dei vari capitalismi stranieri. Bisogna rigettare quella che l’economista anconetano Giorgio Fuà chiamava ” l’ideologia di un unico cliché di sviluppo e di vita, al quale ci si aspetta che tutti i paesi si conformino” e tornare a riflettere su quali politiche assecondino meglio la traiettoria di sviluppo del nostro Paese.

Per questo, più che di un governo del fare, avremmo bisogno di un governo del pensare.

Federico Stoppa

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