Il segmento invisibile dello Stato Sociale

Pubblicato: febbraio 11, 2014 da Francesco Paolo Cazzorla in Cultura, Economia e Politica
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Dawid Ryski - "Governement promises - pie in the sky"

Dawid Ryski – “Governement promises – pie in the sky”

Negli ultimi anni si è assistito a degli importanti cambiamenti sul fronte sociale. L’importante architettura del welfare state è andata in contro ad una crisi senza precedenti che, in un certo qual modo, ha cercato di mantenere quelli che in principio erano i suoi obiettivi e le sue funzioni caratterizzanti. Il problema principale, oggigiorno, è l’enorme squilibrio che si è venuto a creare tra bisogni e risorse disponibili, soprattutto legato all’incapacità di fondo del sistema di adattarsi ai nuovi bisogni che sono emersi e che si fanno sempre più pressanti.

Il fatto è che la società è in continuo cambiamento, e anche piuttosto velocemente. Alcuni dati demografici, accompagnati da importanti fenomeni sociali, hanno determinato l’aumento a dismisura della domanda di servizi e prestazioni. Solo per farsi un’idea si accenneranno, di seguito, alcuni mutamenti sociali oltremodo evidenti:

  • L’invecchiamento della popolazione ha certamente determinato un aumento della domanda sia di pensioni che di servizi sanitari e sociali; e questa domanda è legata alla sempre meno autosufficienza degli anziani dettata dalle loro condizioni di salute;
  • i mutamenti delle famiglie e del loro ruolo, assieme all’aumento dell’occupazione femminile, hanno consentito la crescita della domanda di servizi per l’infanzia e per il lavoro di cura;
  • è presente un’inedita domanda di interventi proveniente da un fenomeno che si consolida sempre di più e che appartiene al comparto delle nuove esigenze e dei nuovi bisogni afferente l’immigrazione della popolazione extra UE;
  • la crisi del mercato del lavoro e la precarietà delle professioni, oltre a comportare un alto livello di disoccupazione giovanile, mette in condizioni di “immobilità” numerosi nuclei familiari, i cui componenti – per ragioni che si legano o alla perdita di lavoro o alle difficoltà che si incontrano per trovarne uno nuovo – fanno richieste sempre maggiori in termini di agevolazioni e contributi sociali.

Bisogna sempre ricordare che l’invecchiamento della popolazione viaggia assieme al calo della natività, e tutto questo ha come conseguenza immediata la diminuzione del rapporto tra persone in età lavorativa e anziani e minori. «La redistribuzione intergenerazionale vede cioè calare coloro che producono ricchezza (le classi demografiche centrali) e aumentare coloro che devono fruire di sostegni (i minori, ma soprattutto gli anziani)» (Franzoni, Anconelli, 2003: 21).

Esiste una realtà, un mondo variegato, che di rado raggiunge la visibilità che meriterebbe, una visibilità fatta di attenzione, di comprensione e anche, perché no, di discussione costruttiva. Questa importante realtà è una realtà fin troppo spesso trascurata nel nostro Paese, un mondo fatto di localismi così specifici e così diversi tra di loro che è meglio lasciare ai “tecnici” le redini delle loro sorti, perché a quelli che dovrebbero informarsi, e a tutti cittadini che ne trarrebbero beneficio, non è dato sapere.

I servizi alla persona in Italia, lo dice il nome stesso, sono stati istituiti per tutelare i diritti di cittadinanza delle persone. È lo stesso diritto di cittadinanza che dovrebbe, con la parallela nascita dello Stato Sociale, legittimare l’erogazione di prestazioni di benessere.

I diritti soggettivi (diritti umani) erano già sanciti nella nostra Costituzione del ’48; solo negli anni ’70 e ’80, però, si sono sollevate delle rivendicazioni e dei movimenti politico-culturali che hanno portato all’attenzione della collettività tante e diverse situazioni in cui quegli stessi diritti dichiarati non venivano assolutamente garantiti, o poco più.

Ecco perché, quelle poche volte in cui si parla di servizi alla persona, si fa subito riferimento alle molteplici condizioni del disagio più che alle garanzie che dovrebbero salvaguardare: le persone vengono trattate secondo principi e criteri collegati a ciò che li differenzia, invece che permettere loro di entrare in una dimensione dove si vede garantito ciò di cui tutti dovrebbero godere per diritto: dignità, rispetto, salute, istruzione, partecipazione, ecc. “I diritti soggettivi infatti non vengono garantiti da sanzioni come accade per il diritto di proprietà; sono tutelati solo se si creano le condizioni che consentono di esercitarli: i servizi sono stati chiamati a promuovere e mantenere queste condizioni” (Manoukian, 2013).

A fronte di cambiamenti prima riportati, e degli acclamati problemi che ne derivano, si è cercato di mettere in campo degli aggiustamenti che, in base ai casi, non andassero ad intaccare gli obiettivi e l’impostazione generale dello Stato Sociale (2003): ridefinizione di vecchi e nuovi obiettivi; ritorni sperimentali alla selettività degli utenti; nuovi mix tra copertura pubblica e privata, obbligatoria e volontaria, occupazionale, nazionale, locale ecc.; nuovi mix tra servizi pubblici e privati. A seguito di ciò, per quanto riguarda per l’appunto l’elargizione di prestazioni e servizi sociali, si sono venute a creare delle linee di tendenza che hanno disegnato, sul territorio italiano, una geografia a “macchia di leopardo”; ovvero si sono venute a creare delle situazioni di marcata differenza da regione a regione (e a volte anche all’interno di una stessa regione), che hanno condotto a luci e a punti di eccellenza in alcuni luoghi e a mancanze e a zone d’ombra in altri. Questi cambiamenti significativi (per dove sono effettivamente avvenuti) possono essere rintracciati nei seguenti punti (2003):

  • la collaborazione ormai consolidata tra pubblico e privato, con una particolare attenzione al privato sociale, in cui operano e agiscono diversi soggetti sociali come l’associazionismo di promozione sociale e non, il volontariato, e le cooperative sociali;
  • la riscoperta e la “rimobilitazione” della comunità e delle sue relazioni di mutuo-aiuto, che hanno permesso, e permettono tutt’ora, a famiglie e a singoli individui di costruirsi autonomamente risposte ai propri bisogni, puntando su un insieme di risorse e di relazioni di scambio che si fondano sulla fiducia reciproca e che migliorano la qualità della convivenza (community care) 1;
  • un equilibrio inedito tra servizi per tutti (secondo il principio universalistico) e la limitazione dell’accesso alle prestazioni in base a specifiche condizioni di bisogno e reddito (selettività).
Jack Daly

Jack Daly

Benché queste ri-definizioni portino al consolidarsi nei territori di innovativi approcci di rete rivolti ai servizi, rimangono ancora inevasi tanti bisogni sociali, e tutto questo perché le attese e le risposte vengono ricercate in sistemi lenti e ultra-burocratizzati, dove la miopia del non-intervento (soprattutto per mancanza di risorse) dipende da sistemi di pensiero desueti e non più rispondenti alla sfuggente e veloce realtà. Quindi, proprio per questo motivo, spesso ci si trova di fronte a Istituzioni più focalizzate sui loro adempimenti che realmente predisposte all’incontro con le persone. Ad esempio. In alcuni zone del nord Italia operano dei servizi nido per l’infanzia altamente innovativi, dove vi è una certa attenzione alle relazioni con i bimbi e con le famiglie. Alle volte però (non sempre) si rischia «di essere esclusivi, e i bambini che ne avrebbero più bisogno non è detto che li possano utilizzare. Poi abbiamo nidi che sono molto centrati sulla propria eccellenza, per cui accade un po’ come con i genitori affidatari: per mettere in evidenza e per confermare che sono dei bravi genitori o che i nidi sono eccezionali, si può anche fare in modo che il bambino venga indirizzato e trattato in modo da dimostrare queste prerogative, al di là delle sue esigenze e delle sue difficoltà» (Manoukian, 2013: 33).

Occorre invece un pensiero fluido, laterale, che possieda un bagaglio ben accessoriato di disparate competenze che possano essere spendibili nelle singole situazioni e che, in un’ottica inter-disciplinare, cerchino il modo di lavorare assieme in maniera complementare. Lo spirito di collaborazione dunque farà la rete, pazientemente la tesserà, e tutti sapranno gestire, nei loro singoli saperi, la cultura comune del coordinamento necessario. «Questo è possibile se gli operatori riescono a prendere un po’ di distanza dal proprio servizio e forse anche dalla propria posizione professionale. […] Perché l’integrazione richiede un parziale allontanamento dalla propria collocazione stretta, dalla collocazione a cui ci si sente più legati e appartenenti. Non dico distaccarsi totalmente, ma allontanarsi» (Manoukian, 2013: 37).

Dunque si parla di spostamenti più che di veri e propri cambiamenti, che permettono il realizzarsi di “organizzazioni temporanee” orientate all’obiettivo, delle task force per intenderci: un gruppo dinamico non più operativo su singoli progetti (perché di progetti nel sociale se ne fanno tanti e rischiano così di essere dei soli e meri adempimenti), ma un’equipe di lavoro organizzata in rete verso una progettualità. E dunque sarà presente il consueto livello della quotidianità, della gestione dei singoli casi, e un altro livello più innovativo, più necessario, dove «l’attivazione di un coordinamento tra tutti i soggetti istituzionali [e non] permette un confronto serrato non solo sulle pratiche sociali […], ma anche e soprattutto sulle metodologie da attivare e sul metodo dei processi di rete da condividere […], con l’intento di poter costruire, all’interno delle differenze, una progettualità comune e condivisibile» (Amodio, 2006: 9). Dunque, la ricerca costante di modi di lavorare, di comunicare, di coordinarsi e controllarsi reciprocamente per situazioni ricorrenti e per tipologie di casi permetterà il riconoscersi, il ri-sperimentarsi, entro dei codici operativi e di senso che saranno un po’ diversi da quello di cui siamo abituati. Quindi, in ultimo, non basta definire solo i ruoli e le competenze istituzionali. Si tratta piuttosto di esaminare quello che c’è di operativo sul territorio in termini di vincoli e risorse, ciò che contraddistingue una situazione nel suo specifico assieme al complesso degli attori sociali implicati e che, proprio per questo, possono agire inter-attivamente (2013). Questo per consentire infine l’implementazione di interventi sociali mirati – e più rispondenti – alle reali istanze e necessità riscontrate e/o invocate nei singoli territori.

Certo, una maggiore consapevolezza e un continuo scambio su questi temi aiuterebbe non solo a far circolare le eccellenze e i tanti esempi di buone prassi che già si sperimentano in zone “motivate” del nostro Paese, ma questo stesso impulso conoscitivo potrebbe gettare una luce di speranza proprio su quelle tante altre zone d’ombra in cui è necessario, oltre che di una pratica consolidata e di uno spirito di intraprendenza sociale, prima di tutto di una paziente quanto rinnovata bonifica del senso civico.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Bibliografia

Amodio G. (a cura di),
2006, Tra virtuale e reale: itinerari attraverso le adolescenze, Roma, Carocci.

Bifulco L. (a cura di),
2005, Le politiche sociali: temi e prospettive emergenti, Roma, Carocci.

Carrà Mittini E.,
2008, Un’osservazione che progetta. Strumenti per l’analisi e la progettazione relazionale di interventi nel sociale, Milano, Led.

Colombo M., (a cura di),
2008, Cittadini nel welfare locale: una ricerca su famiglie, giovani e servizi per i minori, Milano, Angeli.

Franzoni F., Anconelli M.,
2003, La rete dei servizi alla persona: dalla normativa all’organizzazione, Roma, Carocci.

Olivetti Manoukian F.,
gennaio 2013, La tutela in un’ottica di territorio, Torino, Rivista Animazione Sociale, Gruppo Abele.

Nota

1. La cosiddetta community care (Colombo, 2008), consiste in un sistema di cura e di organizzazione di servizi alla persona regolato da servizi sociali di vario tipo e natura (pubblici, privati, terzo settore), e dai cittadini che usufruiscono di tali servizi. In questo modo, chi ha bisogno di un sostegno e/o di un aiuto lo riceve rimanendo nel proprio ambiente di vita, nel presupposto che gli interventi vengano concepiti e praticati come empowerment, ovvero mettendo i soggetti destinatari nelle condizioni di collaborare alla costruzione interattiva di un bene comune, tenendo conto del contesto relazionale in cui sono inseriti (Mittini, 2008).

 

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