Capitalismo: istruzioni per l’uso

Pubblicato: dicembre 4, 2014 da Federico Stoppa in Economia e Politica
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La lunga e appassionata riflessione che il grande geografo e politologo inglese David Harvey svolge in “Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo” (Feltrinelli, 2014, pp. 332) ha un effetto rivitalizzante, terapeutico, per tutti coloro che, nonostante lo sconfortante stato del Mondo, non vogliono cedere all’apatia, al cinismo, alla rassegnazione, al fatalismo.

Harvey illumina le forze e le tendenze contraddittorie sottostanti alla dinamica capitalistica, provando su questa base a delineare un progetto politico alternativo a quello neo-liberista. Le contraddizioni qui analizzate sono diciassette e vengono raggruppate in tre tipologie: fondamentali, in movimento, pericolose.  Le contraddizioni che appaiono più rilevanti sono quelle tra valore d’uso e valore di scambio delle merci; tra appropriazione privata e ricchezza comune, tra produzione e realizzazione. Indagarne il meccanismo di funzionamento, andando oltre le apparenze del quotidiano, si rivela indispensabile non solo per comprendere il mondo in cui viviamo ma soprattutto per trasformarlo.

VALORE D’USO E VALORE DI SCAMBIO

La contraddizione fondamentale tra valore d’uso e di scambio viene chiarita da Harvey con l’esempio della casa. L’abitazione, come tutte le merci, ha un valore d’uso – offre protezione e riparo, costituisce il centro della vita affettiva e familiare, etc – ma soprattutto un valore di scambio. Il valore di scambio delle abitazioni ha acquisito sempre più importanza in Occidente dagli anni Ottanta in poi, tanto che l’epicentro degli ultimi terremoti economico – finanziari (Stati Uniti, 1928, 2008; Spagna, Irlanda, 2008; Giappone, 1990; Svezia, 1993; Cina, 2012)  è sempre stato il mercato immobiliare. 9788807105098_quarta.jpg.448x698_q100_upscale

Nel secondo dopoguerra, almeno nell’Europa socialdemocratica, l’accesso alla casa per un’ampia fascia della popolazione avveniva attraverso l’edilizia pubblica  (o attraverso misure come il controllo degli affitti): lo scopo era garantire il valore d’uso dell’abitazione anche a quelli sprovvisti di valore di scambio adeguato. Smantellando l’edilizia pubblica o rendendola marginale in molti paesi, il neo-liberismo ha affidato al mercato autoregolato l’offerta di abitazioni alla popolazione .

La casa è diventata prima una forma di risparmio – contraggo un mutuo trentennale e alla fine ne acquisisco la proprietà – e, negli ultimi anni, una fonte di guadagno speculativo:  le banche ne spingono sia l’offerta, sovvenzionando i costruttori, che la domanda, concedendo mutui anche a persone a reddito basso o nullo (subprime); la crescita dei prezzi delle case consente ai proprietari di ottenere un plusvalore finanziario (capital gain), che a sua volta può essere impiegato per consumi o per accendere altri mutui. Si forma una gigantesca bolla immobiliare che, quando scoppia, lascia insolventi molti debitori. Le case vengono pignorate. “Nel crollo recente del mercato immobiliare negli States, circa 4 milioni di persone hanno perso la loro casa per espropriazione forzata. Per loro il perseguimento del valore di scambio ha distrutto l’accesso all’abitazione come valore d’uso” (p.33).

In definitiva, la gestione della “questione delle abitazioni” attraverso la via del mercato – celebrata dai leader politici neoliberisti con la retorica del “tutti proprietari” – si è rivelata disastrosa dal punto di vista economico e sociale, distruggendo ricchezza ed esacerbando le iniquità distributive.

APPROPRIAZIONE PRIVATA E RICCHEZZA COMUNE

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Assegnare un valore di scambio a ciò che non lo ha è un tratto distintivo del capitalismo neo-liberista. Si tratta di un processo – ben visibile ovunque – che Harvey chiama “ appropriazione e accumulazione per espropriazione” e che si realizza prevalentemente con la trasformazione di lavoro, terra e moneta in merci fittizie. Perché fittizie? Perché – come spiegato magistralmente dallo storico dell’economia Karl Polanyi nel suo capolavoro “La Grande Trasformazione” (Einaudi, 1974,  pp. 93-94) – “Il lavoro è soltanto un altro nome per un’attività umana che si accompagna alla vita stessa, la quale non è prodotta per essere venduta ma per ragioni del tutto diverse, né può essere distaccato dal resto della vita, essere accumulato o mobilitato; la terra è un altro nome per la natura che non è prodotta dall’uomo, la moneta infine è soltanto un simbolo del potere d’acquisto che di regola non è affatto prodotto ma si sviluppa attraverso il meccanismo della banca e della finanza di Stato. Nessuno di questi elementi è prodotto per la vendita. La descrizione, quindi, del lavoro, della terra e della moneta come merce è interamente fittizia” ( p. 93-94).

Pure, il processo di commodification – complice la crisi fiscale dello Stato in molte economie avanzate – ha subìto un’impennata negli ultimi decenni: dai fenomeni di land grabbing in Africa e Sud America da parte della Cina, all’inflazione di diritti di edificabilità concessi ai grandi immobiliaristi sul suolo agricolo e urbano;  dalla cancellazione delle normative sul controllo dei flussi internazionali dei capitali, alla cessione della sovranità monetaria a organismi non soggetti a controllo democratico e ossessionati dall’inflazione come le banche centrali; dalla creazione di mercati per scambiare diritti di inquinamento, alla costruzione di un mercato del lavoro atomistico, individualistico, spietatamente concorrenziale; in cui i moventi del lavoro delle persone si riducono alla sete di profitto o al “timore della fame”.  La conseguenza è stata “ la crescita continua del potere dei redditieri non produttivi e parassitari, non semplicemente dei proprietari delle terre e di tutte le risorse che vi si trovano, ma dei possessori di beni patrimoniali, dei potentissimi detentori di bond, dei possessori di potere monetario indipendente e dei detentori di brevetti e diritti di proprietà che sono semplicemente esclusive sul lavoro sociale svincolate da ogni obbligo di mobilitarlo per usi produttivi” [..] mentre sulle persone incombe minaccioso un forte senso di alienazione universale. Questo costituisce una delle contraddizioni più pericolose, assieme a  quelle della crescita composta senza fine e del degrado ambientale, per il perpetuarsi del capitale e del capitalismo” (p.243).

PRODUZIONE E REALIZZAZIONE

capitalism isn't workingKarl Marx e John Maynard Keynes ci hanno insegnato che la ragione che muove il capitale non è la produzione di merci che soddisfino i bisogni delle persone, ma di valori di scambio che procurino sempre più denaro ai produttori. Ma questa logica alimenta un’altra contraddizione fondamentale – quella tra produzione e realizzazione – che spesso sfocia in una crisi. Ogni impresa, infatti, cerca di comprimere il più possibile il costo del lavoro: inibendo il sindacato, delocalizzando gli impianti dove la manodopera è meno cara e il fisco meno esoso, ricercando continuamente innovazioni tecnologiche che sostituiscano lavoro morto (macchinari) a lavoro vivo. Tale strategia, se può far spuntare margini di guadagno elevati nel breve termine, si scontra però con il limite della domanda di mercato nel medio-lungo termine. Infatti, se i lavoratori sono costi per la singola azienda, sono tuttavia anche potenziali clienti e quindi fonti di ricavo.  Se però il loro potere d’acquisto crolla, le merci rimangono dentro i magazzini, invendute. I profitti calano; le imprese licenziano ancora; ma così la domanda consumo cala ulteriormente; fino a generare fallimenti di massa. Lo Stato può intervenire trasferendo capacità di spesa ai lavoratori, creando lavoro e pagando stipendi, pensioni, sussidi di disoccupazione: compensando così il crollo della domanda privata (consumi + investimenti + esportazioni nette) con quella pubblica. La spesa pubblica in deficit è in questo caso perfettamente funzionale all’accumulazione capitalistica, al sostegno dei profitti privati. E’ la soluzione keynesiana alla crisi del capitalismo, che ha garantito all’Occidente tassi di crescita elevati nel trentennio 1945-75, prima di perdere la sua forza propulsiva. Il paradigma neoliberista – egemone dagli anni Ottanta in poi – stigmatizza invece il ruolo economico dello Stato ( a parte quando si fa garante dei “diritti acquisiti” dei più ricchi e quando è militare) e punta sulla finanza, sul debito privato, per sostenere la domanda di merci: è l’economia dei mutui subprime e delle carte di credito, delle bolle finanziarie e immobiliari, del consumismo sfrenato; rivelatesi iniqua e insostenibile.  Oggi, segnatamente in Europa, il pensiero economico dominante è quello degli ordoliberali tedeschi, per cui il debito privato e soprattutto il debito pubblico costituiscono peccato mortale (nella lingua tedesca, il termine “die Schuld” è sia “colpa” che “debito”). Non essendo forse perfettamente al corrente che mettere fine al debito equivale a condannare a morte il capitalismo.

FINE DEL CAPITALISMO?

Nell’epilogo del libro, Harvey sviluppa idee interessanti per una prassi politica alternativa, all’insegna di un nuovo umanesimo che liberi “potenzialità, capacità, e poteri umani” (p.279). L’orizzonte verso cui tendere è un sistema economico dove l’offerta di valori d’uso adeguati per tutti (casa, istruzione, sicurezza alimentare, assistenza sanitaria, accesso ai trasporti, etc) abbia la precedenza sulla loro offerta attraverso un sistema di mercato orientato alla massimizzazione dei profitti, che concentra i valori di scambio nelle mani di pochi privati e distribuisce i beni sulla base delle possibilità di pagarli. Proposte concrete in questo senso sono quelle di istituire una moneta che funga da lubrificante degli scambi ma non da riserva di valore (il modello è la stamped money di Silvio Gesell);  implementare un reddito di base per garantire il risparmio e sconfiggere la povertà; tutelare i beni comuni attraverso nuovi regimi giuridici che superino la dicotomia Stato-privato; dar vita a imprese che innovino le modalità e soprattutto i fini della produzione. In queste proposte c’è più Polanyi che Marx, più l’Olivetti del “socializzare senza statizzare” che Keynes. Nell’idea di contromovimento di Polanyi, infatti, è la società – non lo Stato – che organizza contrappesi istituzionali alla mercificazione di terra, lavoro e denaro.  Questa società si trova, oggi, nella realtà –  magmatica, frammentata e alienata – di chi produce e riproduce la vita urbana. Soggetti che devono trovare il modo di parlarsi, di ricompattarsi, per riprendere in mano il loro destino.  Poiché, oggi più che mai, “l’innovazione politica sta nel comporre in modo diverso possibilità politiche già esistenti ma fin qui isolate e separate” (p. 220).

Federico Stoppa

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