Perché (r)esiste il modello di sviluppo italiano

Pubblicato: gennaio 22, 2016 da Federico Stoppa in Economia e Politica
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A-AQUILIBRISTA

Da sempre, in Italia, si dibatte su quale modello di sviluppo si adatti meglio alla nostra economia. Paradigmatico, in questo senso, è il confronto che si ebbe, nel 1947, durante le audizioni della Commissione economica della Costituente, tra Vittorio Valletta, storico amministratore delegato della Fiat, e l’ingegner Pasquale Gallo, commissario dell’Alfa Romeo, allora di proprietà del gruppo IRI[1]. Focus del dibattito era il tipo di specializzazione produttiva che l’Italia avrebbe dovuto adottare dopo la ricostruzione post-bellica. Valletta – certo mosso anche dagli interessi per la sua azienda – era persuaso che l’Italia dovesse produrre beni standardizzarti e di massa come gli altri grandi Paesi europei, ma a prezzi più bassi. Un modello di sviluppo che potremmo definire cinese, perché fonda il suo successo competitivo sul basso costo relativo della manodopera, sull’import di tecnologia da altri paesi e sulle economie di scala che solo grandi imprese possono raggiungere. L’ingegner Gallo, al contrario, sosteneva che l’Italia dovesse specializzarsi in produzioni affatto diverse da quelle degli altri Paesi: di nicchia, ad alto contenuto di creatività e di sapere artigianale. Dove è la qualità che conta, non il prezzo; dove la dimensione d’impresa non è più rilevante, ma lo è la capacità di assecondare le richieste di consumatori sempre più esigenti e desiderosi di identificarsi nei prodotti che comprano. Vinse la linea di Valletta per circa un ventennio, mentre le intuizioni dell’ing. Gallo riemersero, come un fiume carsico, negli anni Settanta.

Il modello di sviluppo indicato da Valletta sembrò, all’inizio, funzionare assai bene, tant’è che l’Italia conobbe, nel decennio 1953-63, il cosiddetto “miracolo economico”: il prodotto interno lordo crebbe, in media, del 6,3% annuo, senza innescare tensioni sui prezzi (tanto che il Financial Times attribuì alla Lira l’Oscar della valuta più stabile d’Occidente, nel 1958) e sulla bilancia dei pagamenti. La crescita fu trainata dagli investimenti in capitale fisso delle imprese e dalle esportazioni. Lo Stato diede il suo contributo attraverso la realizzazione di grandi infrastrutture (l’Autostrada del Sole Milano-Napoli, completata in soli 8 anni), l’edilizia popolare (il Piano Ina-Casa) e soprattutto attraverso il presidio delle imprese pubbliche nei settori strategici come il siderurgico, l’energia e le telecomunicazioni.  Il boom del Pil faticò però a tradursi in benessere generalizzato, come testimoniavano la miserabile condizione dei lavoratori nelle fabbriche del Nord-Ovest, la persistente arretratezza di vaste aree della penisola, l’incontrollata speculazione edilizia nelle città, la bassa partecipazione al mercato del lavoro da parte dei giovani e delle donne. Il tentativo di aggredire, con una vasta agenda di riforme, ognuno di questi problemi fu fatto nei primi anni Sessanta, dagli esecutivi di centro-sinistra, ma a parte la scuola media unificata e la nazionalizzazione dell’energia elettrica, costosissima per i contribuenti e assai profittevole per i grandi azionisti[2], i risultati furono nel complesso deludenti.

Negli anni Settanta, il modello di sviluppo fondato sulla grande impresa fordista e sul basso costo del lavoro andò in crisi. Le cause esogene furono il doppio shock petrolifero degli anni 1973 e 1979 – che decuplicarono il costo del petrolio – e la svalutazione del dollaro del 1971, oltre che la saturazione dei mercati dei beni di consumo durevole (elettrodomestici, automobili) e la conseguente caduta dei profitti in quei settori. Le cause endogene furono le tensioni che si verificarono nelle fabbriche, figlie dell’ “Autunno Caldo” del 1969 – migliaia di scioperi, insubordinazioni, rivendicazioni di migliori salari e di maggior tutele sul posto di lavoro da parte operaia – e che culminarono nell’approvazione parlamentare dello Statuto dei Lavoratori (1970), nell’adeguamento pieno dei salari  e delle pensioni all’inflazione (scala mobile) e, più in generale, nello spostamento rilevante nella distribuzione del reddito a vantaggio di operai e lavoratori dipendenti. Le grandi imprese reagirono affidando a imprese esterne – di piccola dimensione e localizzate fuori dal triangolo industriale Milano-Torino-Genova – alcune fasi del processo produttivo che prima svolgevano internamente, per risparmiare sui costi e soprattutto per aggirare il potere sindacale e le nuove norme sul reintegro obbligatorio dei lavoratori licenziati senza giusta causa.  A poco a poco, le piccole imprese si affrancarono dal dominio delle grandi, e, sfruttando le competenze “informali” che si erano sedimentate negli anni sul territorio, si specializzarono in produzioni “leggere”, ad alta intensità di lavoro: mobilio, ceramica, piastrelle, abbigliamento, tessile, agroalimentare, calzaturiero. Produzioni che avevano un taglio artigianale e che seppero intercettare i nuovi gusti delle classi medie, ormai pienamente sviluppate in Occidente, dando grande slancio alle esportazioni italiane negli anni Ottanta.  

Le piccole imprese si aggregarono in distretti, localizzati prevalentemente nel Nord-Est e nel Centro, versante adriatico: ciascuna delle piccole unità che componevano i distretti era specializzata in una fase del ciclo produttivo di un bene specifico e questo permetteva di mettere in comune un vasto patrimonio di saperi, professionalità, tecnologie[3]. Il modello distrettuale generava economie esterne. Cementava la coesione sociale. Favoriva la cooperazione. Includeva nelle fabbriche fasce di popolazione che prima ne erano escluse (giovani, donne), garantendo la diffusione territoriale di benessere e qualità della vita.  Era questo il modello di sviluppo italiano “senza fratture” sociali auspicato dall’Ingegner Gallo e raccontato con acume da Giorgio Fuà[4]: dove la competizione si gioca sulla qualità del prodotto e non sul costo del lavoro, consentendo alle merci italiane di essere vendute a un prezzo superiore alla altre sui mercati internazionali.  Beninteso, tale modello presentava anche dei limiti, tra i quali il basso livello di istruzione formale di imprenditori e lavoratori, l’assenza di laboratori dove fare ricerca e sviluppo, il sommerso, l’eccessiva dipendenza dal credito bancario e la specializzazione in produzioni caratterizzate da domanda lenta. È in particolare quest’ultimo aspetto da considerare per spiegare la crisi del modello, che inizia sostanzialmente all’inizio del nuovo secolo, quando si adotta la moneta unica europea e soprattutto quando entrano nel mercato mondiale quasi 3 miliardi di individui a bassissimo reddito (cinesi, indiani)[5]. La domanda di beni che esprimono questi nuovi paesi emergenti, che trainano la crescita mondiale, non riguarda le merci italiane, che sono beni di consumo di alta gamma e destinate a un pubblico facoltoso, ma si concentra sui beni strumentali made in Germany, energia, materie prime. Inoltre, questi paesi sono in grado di produrre scarpe, magliette, mobili a costi di gran lunga più bassi, spiazzando le produzioni italiane e mandando in crisi molti distretti.

Di fronte a questo scenario, vari politici ed esponenti della grande imprenditoria, riesumando l’impostazione di Valletta, hanno creduto che per mantenere competitiva la manifattura italiana si dovesse puntare sulla compressione del costo del lavoro, invece che su una seria politica industriale. Un errore fatale, una strategia perdente, da cui per fortuna hanno rifuggito le circa 4000 imprese di media dimensione (tra i 20 e 250 addetti) colonna portante del nostro export, scoperte da Fulvio Coltorti dell’Ufficio Studi di Mediobanca e definite pocket multinationals, multinazionali tascabili[6]. Queste imprese mantengono il loro cuore decisionale e produttivo nei territori e fanno prodotti altamente personalizzati per le esigenze dei clienti, in settori quali la meccanica di precisione, le componentistica industriale, il biomedicale, oltre che nel Made in Italy tradizionale[7]. Non competono sul costo del lavoro, ma sulla qualità delle produzioni. L’ampiezza del loro fatturato non è basato, come nelle grandi imprese, sulle quantità vendute, ma sulla capacità di imporre prezzi più alti dei concorrenti in mercati fortemente segmentati[8].  Se si guardano alcuni indicatori di competitività (valore aggiunto per addetto, margine di profitto lordo, costo del lavoro), si scopre che le performance delle medie imprese italiane risultano addirittura superiori alle imprese tedesche di analoga dimensione[9]. Motivo per cui, nonostante il combinato disposto di concorrenza asiatica e euro, l’Italia resista e continui ad essere il secondo paese manifatturiero di Europa e uno dei cinque paesi che possono vantare un attivo nel commercio estero dei beni manufatti[10].

Passano proprio da qui, dal potenziamento di queste medie imprese, la tenuta e il successo futuro del modello di sviluppo italiano. Un modello di sviluppo inclusivo, fatto di innovazioni incrementali e coscienza territoriale, che abiura al feticismo della produttività e del Pil tipico del fordismo e ricerca semmai la pazienza e la meticolosità dell’artigiano. La rivincita dell’ingegner Gallo su Valletta, settant’anni dopo, è compiuta.

Federico Stoppa

Note bibliografiche:

[1] Cfr. G.Garofoli, Economia e politica economica in Italia, 2014, pp. 32-34.

[2] G. Crainz, Autobiografia di una Repubblica, 2009, pp. 86-87

[3] La letteratura sui distretti industriali italiani è sterminata. Un’ampia sintesi di tale letteratura si può leggere in S.Brusco e S. Paba, Per una storia dei distretti industriali italiani dal secondo dopoguerra agli anni novanta, saggio contenuto nel volume a cura di F. Barca Storia del capitalismo italiano, Donzelli, 2010, pp. 265-333

[4] G. Fuà, Industrializzazione senza fratture, 1984

[5] Ciò è testimoniato dal fatto che la quota di mercato dell’export italiano sul totale dell’export mondiale scende dal 4,5% del 1995 al 2,7% del 2014. Vedi Eurostat e Sintesi Rapporto ICE 2014-2015, p.14

[6] F. Coltorti et alt. Mid-sized Manufacturing Companies:The New driver of Italian Competitiveness,2013

[7]  Come afferma Antonio Calabrò:“è cambiata la composizione del nostro export di successo, a vantaggio di prodotti più carichi di innovazione in settori a maggior valore aggiunto..I settori tradizionali (tessile-abbigliamento- cuoio-calzature, mobili, gioielli) pesavano per il 70% del surplus commerciale manifatturiero  nel 1996, ma solo per il 35% nel 2012” (La morale del Tornio, 2015, p. 77).

[8] S. De Nardis, Imprese manifatturiere, produttività, esportazioni, in Patto per l’euro e la crescita. L’austerità conviene?, 2013

[9] Tutti i dati in S. De Nardis, Imprese manifatturiere, produttività, esportazioni,  2013, pp. 163-165

[10] M.Fortis, La rinascita parte dall’industria, Il Sole 24 Ore, 11/06/2012

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