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È negli anni Ottanta che si gettano le basi per la distruzione economica del nostro Paese. Tuttavia, quella che oggi viene descritta dai media mainstream come le causa di tale sfascio – l’esplosione del debito pubblico, frutto avvelenato della deriva clientelare dei partiti della Prima Repubblica – appare ad uno sguardo meno superficiale l’effetto di ben altre scelte politiche, che presero forma tra il 1979 e il 1981.

Nell’aprile 1979, malgrado l’opposizione del Partito Comunista (si rileggano gli interventi di Giorgio Napolitano e Luigi Spaventa), i dubbi di economisti keynesiani come Federico Caffè e le riserve della Banca d’Italia di Paolo Baffi, la maggioranza del parlamento italiano decise di votare a favore dell’ingresso dell’Italia nel sistema monetario europeo (SME), il primo sistema a cambi fissi tra le valute europee, antesignano dell’euro. Nello specifico, il cambio della lira poteva oscillare al di sopra o al di sotto del 6% rispetto a un parità prefissata con le altre valute europee (questa margine si assottiglierà fino al 2,5% dal 1990). Data la maggior inflazione registrata nel Paese rispetto ai maggiori concorrenti europei, la competitività dell’industria italiana si deteriorerà per tutto il decennio. Le esportazioni di merci non terranno il passo delle importazioni, e si accumulerà un deficit di parte corrente della bilancia dei pagamenti. Per mantenere in pareggio la bilancia dei pagamenti e difendere la parità del cambio, le autorità di politica monetaria dovettero attirare capitali esteri, utilizzando l’esca degli alti tassi d’interesse. Ciò espose il Paese alla crescita dell’indebitamento nei confronti dell’estero.

Nel febbraio 1981, una lettera del ministro del tesoro Nino Andreatta indirizzata all’allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, sanciva il “divorzio” tra politica monetaria e politica fiscale: la Banca d’Italia sarebbe stata esentata dall’acquistare, contro emissione di base monetaria, i titoli di debito pubblico non assorbiti dai privati nelle aste, di fatto rinunciando a calmierarne i tassi d’interesse. Da allora in avanti, lo Stato sarebbe stato costretto a finanziare il suo disavanzo sui mercati finanziari, alle condizioni (onerose) che imponevano questi ultimi.

Il combinato disposto di cambio forte e “divorzio” ebbe effetti positivi in termini finanziari – l’inflazione e il saldo primario tra entrate e uscite dello Stato migliorarono rapidamente – devastanti in termini reali e sulla distribuzione del reddito. La grande impresa iniziò una feroce ristrutturazione per ricostruire i profitti che il cambio forte e i maggiori costi interni non le permettevano più di ottenere. Il primo a farne le spese fu il sindacato, che subì un grande ridimensionamento di potere nelle fabbriche dopo la marcia dei quarantamila quadri FIAT di Mirafiori nell’ottobre del 1980 e il taglio della scala mobile nel 1984 (decreto di San Valentino del governo Craxi). A causa della debolezza del sindacato, la quota del reddito che andava al lavoro dipendente si restrinse a vantaggio dei profitti e delle rendite, che crescevano grazie ai tassi d’interessi reali positivi sui titoli di stato, mentre l’occupazione, specie nella grande impresa, crollava verticalmente. La crisi della grande impresa privata italiana si accentuò in quegli anni, condizionando negativamente il sentiero di sviluppo tecnologico e produttivo del Paese nei decenni successivi.

Un altro effetto perverso delle due scelte di politiche economica fu lo sviluppo incontrollato del debito pubblico. Alle origini della sua esplosione non ci fu, come afferma la vulgata dei media, una spesa pubblica primaria (specie di natura sociale) fuori controllo, che invece, nonostante il peso di sprechi e ruberie, si mantenne sempre al di sotto di Francia e Germania, né il difetto di entrate fiscali, che invece crebbero allo stesso tasso di crescita delle spese primarie; tanto che il saldo netto tra entrate e uscite migliorò rispetto agli anni Settanta. Ci fu invece la crescita, questa si inarrestabile, degli interessi passivi (dal 4,4% al 10,1% del prodotto nel decennio 1980 – 1990, circa il doppio di quanto registrato in Francia e Germania). Essa fu frutto dalla decisione della Banca d’Italia di Ciampi di tenere i tassi d’interesse a livelli abnormi, per due ragioni: vincolare il potere di spesa di una classe politica ritenuta inaffidabile e corrotta, e attirare i capitali esteri che consentivano di difendere il cambio forte della lira, in un contesto di perdita di competitività e di deindustrializzazione, risolvendo per questa via il conflitto distributivo a favore delle imprese.

A partire dagli anni Novanta si accentuerà, da parte dei principali organi di informazione italiani, una narrativa colpevolista, che attribuirà all’eccesso di spesa pubblica e di corruzione l’eccesso di debito pubblico degli anni Ottanta. Il tutto mettendo giovani contro vecchi, figli contro padri, sostituendo lo scontro generazionale alla vecchia contrapposizione tra capitale e lavoro. Tale narrativa, di matrice neoliberista, servì a far ingerire ai lavoratori italiani la pillola amara dell’austerità, che si concretizzerà sposando la costituzione materiale di Maastricht (1992). Da allora si ebbero drastici tagli di spesa previdenziale, privatizzazioni a prezzo di saldo delle industrie pubbliche, precarizzazione del lavoro, aumento della tassazione indiretta e sul lavoro , soppressione definitiva del meccanismo di tutela dei salari dall’inflazione, blocco del turnover nella pubblica amministrazione. Politiche che inflissero al Paese una stagnazione economica ventennale che culminerà, dal 2008, in una crisi economica più devastante, in termini di perdita di produzione e occupazione, di quella patita durante la depressione del 1929.

 

RIFERIMENTI

Sulla relazione tra cambio forte e crescita del debito pubblico in Italia negli anni dello SME si veda Augusto Graziani, I conti senza l’oste, Bollati Boringhieri, 1997 e Lo sviluppo dell’economia italiana, Bollati Boringhieri, 2000.

Per tutti i dati sulle principali grandezze macroeconomiche (PIL, tasso di inflazione e disoccupazione, etc) negli anni Ottanta si veda il contributo di Michele Salvati, Occasioni Mancate, Laterza, 2000.

Sulla dinamica della nostra finanza pubblica in una prospettiva storica si rimanda a Piero Giarda, Dinamica, struttura e governo della spesa pubblica: un rapporto preliminare, 2011 e al rapporto “Spesa dello stato dall’Unità d’Italia” a cura della Ragioneria dello Stato.

Sulle posizioni critiche di Federico Caffé sullo SME si rimanda al paper di Alberto Baffigi, L’economia del benessere alla sfida della tecnocrazia e del populismo: il pensiero democratico di Federico Caffé, 2016.

Sul “divorzio”tra Banca d’Italia e Tesoro si veda B. Andreatta, Il divorzio tra tesoro e bankitalia e la lite delle comari, Il Sole 24 ore, 26 Luglio 1991.

 

Federico Stoppa

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Ha cominciato ad invocarlo il Movimento 5 Stelle durante la campagna elettorale per le politiche del 2013. Poi, hanno auspicato la sua introduzione anche il ministro del lavoro Enrico Giovannini e alcune associazioni cattoliche come le Acli e le Caritas. Stiamo parlando del reddito minimo garantito (RMG), uno strumento di contrasto alla povertà assoluta che prevede l’assegnazione di un minimo di base a tutte le persone che dimostrino di trovarsi in uno stato di privazione materiale.

Il RMG non va confuso con l’indennità di disoccupazione, che è finanziato dai contributi di lavoratori e imprese e che presuppone una carriera lavorativa. Né con il reddito di base o di cittadinanza, che invece spetterebbe a tutti i cittadini a prescindere da occupazione e reddito.

L’adozione di una qualche forma di RMG (vedremo che le proposte avanzate sono diverse) nel nostro Paese è ritenuta indispensabile per due ragioni.

Primo: si tratta di uno strumento che esiste in quasi tutti i paesi europei, tranne il nostro e la Grecia. Dal Sozialhilfe tedesco al Revenue de solidarité active francese; dall’Income support britannico al Droit a l’integration sociale belga, dall’ Ingreso minimo de insercion spagnolo al Rendimento Social de insercao portoghese; la forma cambia, ma la sostanza si equivale: si tratta di una prestazione monetaria erogata a tutti gli individui o famiglie che si trovano in una situazione reddituale e patrimoniale ritenuta insoddisfacente per procurarsi il minimo vitale (alloggio, cure, spese alimentari, vestiario). L’importo dell’assegno oscilla attorno ai 400-500 euro mensili per persona (integrati quasi ovunque con le spese per l’affitto, il riscaldamento, l’assicurazione sanitaria e i trasporti pubblici) e prevede maggiorazioni a seconda del numero e l’età dei figli a carico. Inoltre, al trasferimento monetario si accompagna l’obbligo, da parte dell’utente, di frequentare corsi di reinserimento sociale e lavorativo.

In secondo luogo, la questione della povertà in Italia è più seria che altrove. Sia il numero degli individui in povertà relativa che quelli in povertà assoluta è aumentato pericolosamente negli ultimi anni. L’Istat calcola che gli individui relativamente poveri – cioè con redditi e consumi inferiori al 50% della media, pari a 990 euro mensili per una famiglia di due persone- sono ben 9 milioni, mentre quelli assolutamente poveri – cioè non in grado di accedere ad un paniere di beni che consentono di condurre un tenore di vita minimamente dignitoso – 5 milioni. Da notare che queste persone si trovano soprattutto nelle famiglie con tre o più componenti. Sono giovani disoccupati e soprattutto bambini. Ma le misure assistenziali contro il rischio povertà, in Italia – come le pensioni sociali, l’integrazione delle pensioni al minimo, la social card – oltre ad essere, complessivamente, di entità inferiore alla media europea, riguardano soltanto la componente anziana della popolazione.

Le proposte di RMG di cui si sta discutendo nel dibattito politico italiano sono essenzialmente tre. Differiscono per i costi, oltre che per le denominazioni.

Il Movimento Cinque stelle propone un reddito di “cittadinanza” (che in realtà è cosa ben diversa): un contributo mensile di 600 euro per tutti coloro che risiedono in Italia da almeno due anni e che hanno redditi inferiori alla soglia della povertà. L’erogazione della somma è condizionata alla ricerca attiva del lavoro. Il RMG in salsa grillina costerebbe 19 miliardi di euro, e verrebbe finanziato, secondo il Movimento, da un contributo di solidarietà sulle pensioni più elevate (già bocciato da Consulta e dall’ultima finanziaria) e da una patrimoniale. Il che lo rende difficilmente attuabile. Un altro punto debole della proposta, su cui ha recentemente richiamato l’attenzione Maurizio Ferrera, è l’idea di affidarsi esclusivamente al criterio del reddito disponibile per assegnare il contributo. Ciò infatti rischia di andare a beneficio degli evasori.

Più fattibile la proposta della Commissione Giovannini di erogare un Sostegno di Inclusione Attiva (SIA) ai più poveri. L’ammontare del trasferimento monetario sarebbe pari alla differenza tra reddito disponibile del soggetto beneficiario e la soglia di povertà assoluta calcolata dall’Istat, e verrebbe accompagnato con politiche di riqualificazione professionale per facilitare l’ingresso  nel mercato del lavoro. La prova dei mezzi sarebbe effettuata tenendo conto della dichiarazione ISEE, che include anche la situazione patrimoniale familiare dell’individuo. Il SIA costerebbe 7 miliardi, che potrebbero anche essere dimezzati se venisse rivista tutta l’intricatissima giungla degli assegni familiari e delle detrazioni IRPEF, che spesso vanno a beneficio dei nuclei più ricchi.

EndingPoverty_cover-clipInfine, le Acli puntano ad introdurre, nel quadriennio 2014-18, un reddito di inclusione sociale (RSI) che verrebbe assegnato gradualmente a tutte le famiglie in povertà assoluta (circa 1 milione e 725mila). L’importo sarebbe pari – come nel caso del SIA – alla differenza tra reddito disponibile e soglia di povertà assoluta Istat. La spesa pubblica totale dedicata crescerebbe nel corso del tempo, fino a raggiungere, a regime (cioè alla fine del quarto anno), la cifra di 6 miliardi di euro l’anno. Uno dei vantaggi del RSI è che andrebbe a sostituire le  (poche) prestazioni di contrasto al rischio povertà vigenti che, come abbiamo visto, riguardano solo alcune categorie di persone e non brillano per efficacia. Inoltre, Il RSI verrebbe gestito a livello locale attraverso l’impegno sinergico dei Comuni, Terzo Settore, Centri per l’Impiego e altri soggetti. Infine, le fonti di finanziamento verrebbero da minori spese pubbliche (specie per pensioni d’oro, trasferimenti alle imprese, servizi generali) e da maggiori imposte su una manciata di voci (tabacchi, giochi e lotterie, patrimoni, successioni).

La sacrosanta introduzione del reddito minimo garantito nel nostro paese non deve però far dimenticare che il flagello della povertà non si aggredisce solo ex post, attraverso misure assistenziali e compensative (come i trasferimenti monetari), ma soprattutto ex ante,  con il potenziamento di servizi pubblici cruciali come istruzione e sanità e con l’implementazione di politiche macroeconomiche dirette alla piena e buona occupazione. E’ questa l’idea di Welfare State che avevano William Beveridge e Hyman Minsky, e che oggi avrebbe difeso, con ostinazione, il grande economista Federico Caffè.

Federico Stoppa