Il cortocircuito tra sinistra e popolo sull’immigrazione

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Un dato che emerge con chiarezza dalle elezioni politiche dei principali paesi europei è la spaccatura dell’elettorato tradizionale della sinistra sulla questione immigrazione: tra la base operaia e popolare anti-immigrazione e il ceto medio benestante – dei dipendenti pubblici, specie nel settore dell’educazione, degli studenti internazionali, dei professionisti, degli intellettuali, dei lavoratori ad alte qualifiche – a favore dell’apertura incondizionata delle frontiere. In genere, nei milieu politici e culturali progressisti questa sgradevole evidenza empirica viene rimossa, o liquidata sbrigativamente in termini moralistici: è un dovere etico accogliere i più svantaggiati, mentre chi solleva obiezioni all’imperativo degli open borders è bollato come razzista e xenofobo (anche se i due termini, come ricorda Luca Ricolfi, non sono affatto la stessa cosa). È chiaro che un atteggiamento di questo tipo, rivelatore di superbia intellettuale e disprezzo morale verso chi la pensa diversamente, non fa che acuire il distacco tra il comune sentire delle classi più deboli e le forze politiche che dovrebbero rappresentarle, a tutto vantaggio dei movimenti di estrema destra.

Prima di giudicare, andrebbe fatto lo sforzo di comprendere gli effetti economici e sociali, profondamente asimmetrici, che l’immigrazione provoca sulle popolazioni ospitanti. È evidente, per esempio, che dietro la narrativa progressista (e sovente cattolica) dello scontro tra sostenitori dei diritti umani e biechi razzisti si nasconde in realtà un molto più prosaico conflitto di interessi: i ceti popolari, la forza lavoro meno qualificata, i disoccupati sono a favore di una regolamentazione dei flussi perché subiscono direttamente gli effetti più sgradevoli dell’immigrazione, come la concorrenza su abitazioni popolari, servizi pubblici e mercato del lavoro, oltre che la maggior insicurezza reale e percepita nelle periferie degradate e deindustrializzate; mentre i ceti urbani acculturati e benestanti (e le imprese) sostengono il liberismo migratorio perché ne ricavano solo benefici, come la possibilità di disporre di manodopera a basso costo specie nei servizi di cura della persona, agricoltura, edilizia e ristorazione.

La mediazione del conflitto d’interessi, in una democrazia, spetta alla politica. E la politica, specie se progressista, non dovrebbe muoversi sulla base di sentimenti di carità, ma su logiche di giustizia sociale (come più volte affermato dai vari Sanders, Corbyn, Lafontaine). Tutto questo cosa significa, in pratica? Si tratterebbe, per esempio, di rivendicare – contro le egualmente pericolose fantasie di chiusura o apertura totale – l’importanza di confini controllati politicamente da Stati-nazione democratici, senza i quali le migrazioni sono destinate ad accelerare e a mettere sotto stress il welfare, ad esacerbare la concorrenza sul mercato del lavoro e la “guerra tra poveri”, a spingere la diversità etnica e culturale fino al punto di rottura dei legami di fiducia e mutua cooperazione tra membri delle comunità (il cosiddetto “capitale sociale”), rendendo politicamente impraticabile la redistribuzione fiscale per tutelare i meno abbienti (cfr Putnam, 2007; Skidelsky, 2017).

Parimenti, andrebbe sottolineato il differente status giuridico dei migranti. Da una parte, i richiedenti asilo – perché in fuga da guerre o da dittature – ai quali va garantita accoglienza e protezione fino al cessato pericolo, evitando però di strumentalizzarli per ragioni di politica interna, come fatto dal governo tedesco nel 2015. Altra questione sono i migranti economici: qui si tratta di stabilire un numero massimo di ingressi – che devono avvenire in condizioni di sicurezza e legalità, spezzando così il business degli scafisti e delle varie mafie – sulla base delle specifiche strutture economiche dei paesi europei e dei loro diversi profili demografici (oltre che dei livelli di disoccupazione), promuovendo politiche di integrazione attiva per chi arriva: sociali, culturali, abitative, scolastiche, di orientamento professionale; politiche che – non nascondiamolo – sono costose e difficilmente attuabili, senza creare tensioni sociali, con gli attuali vincoli di bilancio.

Cruciale è pretendere che chi arriva sottoscriva senza reticenze i valori liberali europei (Stato di diritto, separazione tra sfera religiosa e politica, uguaglianza di genere) evitando che si producano – a causa di un’errata interpretazione del multiculturalismo – ghetti ed enclavi, brodo di coltura del terrorismo (Rampini, 2016). D’altra parte, occorre riconoscere che spesso chi emigra è la parte più giovane, dinamica e culturalmente attrezzata dei paesi poveri, che quindi porta via con sé le sue conoscenze e competenze, impoverendo ulteriormente chi è rimasto nel paese di origine (anche se le rimesse possono, entro certi livelli di emigrazione, attenuare questo effetto); per questo, in un’ottica progressista la libera circolazione della manodopera – uno dei pilastri del neoliberismo assieme alla libera circolazione dei capitali e delle merci non può essere un surrogato delle politiche di sviluppo dei territori periferici.

Bisognerebbe inoltre essere consapevoli che l’accelerazione delle migrazioni – si stima che circa il 40% della popolazione dei paesi poveri, se potesse, lascerebbe la propria terra d’origine – non è una legge di natura, ma l’effetto di scelte geopolitiche scriteriate da parte delle élite politiche occidentali (le guerre “umanitarie” in Iraq, Afghanistan, Libia, Siria) e del crescente divario economico tra Nord e Sud del Mondo, di cui sono corresponsabili i pacchetti di riforme neo-liberiste (Structural adjustment Programs, SAP) che FMI e Banca Mondiale hanno imposto ai paesi africani negli anni ’80-’90 e le istituzioni arretrate e deboli che ad oggi frenano lo sviluppo di quei paesi (Chang,2010).

In ultima analisi, occorre rimediare con urgenza al cortocircuito che si è creato, in Europa, tra sinistra e popolo sul delicato tema dell’immigrazione. Prendere sul serio la richiesta di protezione dei ceti più fragili – proponendo soluzioni non demagogiche – è l’unica via per stroncare sul nascere i rigurgiti neofascisti che stanno riaffiorando ovunque nel Vecchio Continente.

Federico Stoppa

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Un pensiero su “Il cortocircuito tra sinistra e popolo sull’immigrazione

  1. l modo in cui l’Unione Europea si sta comportando con il problema dell’immigrazione, e quindi con le difficoltà che crea all’Italia, è una prova , piccola ma significativa, di un fenomeno molto più grande che domina nei rapporti internazionali: il fenomeno dell’occultamento della verità, del suo continuo, artificioso abbellimento, che giunge spesso fino alla pura e semplice menzogna.

    Intendiamoci: le relazioni fra gli Stati non hanno mai rappresentato il regno della verità. Per una ragione evidente: nell’ambito di quei rapporti, infatti, non esiste alcuna autorità indiscutibilmente riconosciuta e dotata di sufficiente potere, in grado di dare ragione a chi ce l’ha e di riparare i torti commessi a suo danno, magari con il necessario uso della forza.

    A ogni Stato, dunque, non resta che autotutelarsi come sa e può: nella sostanza, alla fine, cavarsela da solo. Ognuno, nella stragrande maggioranza dei casi, lo fa lasciandosi guidare dall’interesse nazionale. E, se necessario, usando più o meno qualunque mezzo: da quello estremo della guerra all’altro mezzo, meno feroce rappresentato dalla bugia e dalla dissimulazione.

    Ma su questa realtà antichissima si è innestato, a un certo punto, un fattore del tutto nuovo: l’ideologia dell’internazionalismo. Soprattutto per merito di Franklin Delano Roosevelt, il presidente che guidò gli Stati Uniti dal 1933 al 1945, e dei democratici americani che lo sostenevano, il prevalere degli Alleati nella Seconda guerra mondiale fu interpretato come una vittoria del bene sul male, destinata ad aprire una nuova era di pace, sviluppo e collaborazione fra popoli.

    Strumento principale di questa nuova era dovevano essere le Nazioni Unite (un nome quanto mai significativo) e insieme con esse tutta una rete di istituzioni volte alla cooperazione e all’aiuto internazionali, sulla base dell’affermazione generalizzata della democrazia. Siffatta convinzione, che in realtà era solo una speranza, fu fatta propria con particolare forza dalle nuove élite democratiche e dalle opinioni pubbliche, soprattutto europeo-continentali. Dopo la bufera bellica questa Europa (e l’Italia più di tutti) non voleva più sentir parlare di guerra, avvertiva che la sua influenza nel mondo si era ridotta a ben poco, era convinta che ormai la propria tradizione statale fosse esaurita.

    Naturalmente, poi le cose sono cambiate: anche nel vecchio continente Stati, interessi e ambizioni nazionali sono ritornati più o meno in auge. Nel frattempo, però, nei parlamenti, nei mass media, negli ambienti culturali, nello spirito pubblico in genere, si era affermata quell’atmosfera culturale che specialmente qui da noi dura tuttora. In forza della quale molti in Europa credono (e noi italiani più di tutti crediamo, o facciamo finta di credere) in un mucchio di cose assai dubbie o palesemente false.

    Ad esempio: che le organizzazioni internazionali funzionino, e che dunque l’Unesco protegga la cultura, la FAO salvi dalle carestie, l’aiuto allo sviluppo serva davvero allo sviluppo. O, anche, che l’Unione Europea sia realmente un’unione, cioè salda sulle cose che contano, e che i governi nostri “amici” lo siano sempre. Non è così, purtroppo. E se quello che sta accadendo in questi mesi c’insegnerà a essere un po’ più realisti, almeno sarà servito a qualcosa.

    NON SEMPRE L’UNIONE FA LA FORZA
    di Fausto Corsetti

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