Sviluppo e crescita: un sinonimo da ripensare

Pubblicato: luglio 6, 2015 da Federico Stoppa in Economia e Politica
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The Project Twins

Lo scorso giugno, quasi in contemporanea, sono apparsi due documenti di grande interesse sulla questione ecologica: Economics For a Full World  dell’economista Herman Daly e l’enciclica Laudato Si’ di Jorge Maria Bergoglio. Di quest’ultimo, la grancassa mediatica ha enfatizzato un generico messaggio d’ amore e rispetto per tutte le creature del pianeta; mentre la critica, radicale, all’ideologia della crescita economica, pur centrale nell’enciclica, è rimasta ai margini del dibattito pubblico.

Bergoglio stigmatizza il consumismo delle società opulente, benedendo la decrescita economica dei più ricchi in modo da disinquinare il Pianeta (Cap. V, par. IV, 189:198). Le sue parole non possono non interrogare l’economista sensibile ai problemi della disoccupazione e della diseguaglianze. Come conciliare, infatti, il segno meno nella produzione di beni e servizi con l’ incremento di benessere, di lavoro, di capabilities degli individui? La questione è cruciale.

Per la teoria macroeconomica keynesiana insegnata nei corsi universitari, il livello dell’ occupazione è determinato dal livello dell’attività economica, misurata dal Prodotto interno Lordo (PIL). Le imprese producono di più ( e assumono) se cresce la domanda di merci, se aumentano i consumi domestici e esteri. Viceversa, minori consumi portano, a catena, ad un crollo di produzione, licenziamenti, esplosione della disoccupazione: dinamica tristemente nota a noi italiani. Proporre una decrescita dei consumi danneggerebbe soprattutto i più poveri, negando loro un lavoro. Sarebbe politicamente perdente e socialmente insostenibile. Né aiuterebbe a disinquinare ambiente. I dati confermano che, nei paesi con livelli di PIL più elevato, le produzioni diventano sempre più efficienti e a minor impatto ambientale (si veda, a mo’ di esempio, quanto consumava un’automobile solo trent’anni fa rispetto ad oggi).

David Hubbs - Man Vs. Nature

David Hubbs – Man Vs. Nature

A queste (ragionevoli) argomentazioni tenta di rispondere il saggio di Herman Daly richiamato in precedenza. Il sistema economico, ricorda Daly, è un sottoinsieme aperto di un più ampio sistema chiuso, l’Ecosfera, ed è quindi soggetto alle leggi della termodinamica. Ciò implica che l’economia non produce né distrugge nulla, ma trasforma materia ed energia a bassa entropia in rifiuti, scarti e emissioni ad alta entropia. Più il sistema economico cresce all’interno dell’Ecosfera, più questo processo (irreversibile) di degradazione di materia ed energia aumenta, e si scontra con i limiti naturali delle risorse stesse, oltre che con la capacità portante (carrying capacity) del Pianeta. In quest’ottica, la crescita illimitata dei consumi e del PIL è in nessun modo auspicabile. Anche il progresso tecnologico non può fare miracoli: i guadagni d’efficienza che si ottengono diminuendo il consumo di una data risorsa per unità di prodotto, infatti, vengono poi più che compensati dal maggior sfruttamento della risorsa stessa a livello aggregato.

La contabilità basata sul PIL, continua Daly, non distingue lo sviluppo qualitativo (development) dalla crescita quantitativa (growth): non può perciò dirci quando la crescita (di persone e cose) oltrepassa la soglia di sostenibilità ecologica, mettendo così a repentaglio lo stesso sviluppo. Per quanto concerne il tema dell’occupazione, va rilevato che la relazione lineare tra crescita del PIL e aumento dei posti di lavoro ormai non sussiste più. La diffusione delll’automazione nei processi produttivi fa sì che l’aumento della produzione richiede e richiederà sempre meno lavoro umano, non solo nella manifattura ma anche nei servizi più avanzati (cfr. Brynjolfsson E., Mcafee A., The Second Age Machine, 2014).

Davide Bonazzi - Beegood x Giunti

Davide Bonazzi – Beegood x Giunti

Resta però l’esigenza di conciliare la tutela del lavoro e la difesa dell’ambiente, garantendo una vita dignitosa a tutti. Se la crescita del PIL non è più la soluzione per i paesi ricchi, l’alternativa potrebbe essere un’economia di “sviluppo senza crescita” così come viene declinata da Daly ( e auspicata da Bergoglio)? La tutela dell’occupazione dovrebbe passare da un’incisiva riduzione degli orari di lavoro nei settori a più alta produttività, e dallo sviluppo di posti qualificati in settori ad alta intensità di lavoro e bassa produttività (tipicamente i servizi di cura, la cultura, l’istruzione). La salvaguardia dell’ambiente dovrebbe essere raggiunta sia alterando i prezzi relativi dei beni con la tassazione – rendendo più costose le produzioni inquinanti e sussidiando quelle ad impatto ecologico più lieve – sia seguendo tre regole auree: a) il prelievo di risorse rinnovabili non deve eccedere la loro capacità di rigenerarsi; b) l’utilizzo di risorse non rinnovabili va sostituito con quelle rinnovabili; c) la produzione di scarti e rifiuti non deve superare la capacità di assorbimento della biosfera. Per garantire ua vita dignitosa a tutti, che preveda accesso al cibo, all’acqua, alle cure, all’istruzione, è necessario inoltre redistribuire la ricchezza (ripagando così il “debito ecologico” che i Paesi sviluppati hanno storicamente accumulato verso il Terzo Mondo).

É evidente l’enorme diffidenza ( al limite dell’ostilità ) che incontrano queste proposte tra le classi dirigenti del mondo sviluppato. Servirebbe una collaborazione più stretta tra i Paesi, mentre assistiamo ad un continuo fallimento dei summit dei grandi capi di Stato (specie sull’emergenza ambientale). Servirebbe un cambio di paradigma culturale, etico, una “conversione ecologica” delle stesse popolazioni, così come sollecitato dal pontefice. Di certo, interrogarsi sui veri fini dell’economia (la vita buona, la prosperità condivisa) diventa oggi più importante e urgente che scoprire nuovi mezzi tecnici per accrescere una ricchezza materiale che va sempre di più concentrandosi in poche mani.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Edna Arauz

 

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