Bugie Verdi. La green economy che distrugge l’ambiente

Pubblicato: agosto 7, 2014 da Federico Stoppa in Economia e Politica
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gabbry08 - Vallata a Colle dell'Orso

gabbry08 – Vallata a Colle dell’Orso

La green economy nuoce all’ambiente. Dai pannelli fotovoltaici alle auto elettriche, le tecnologie “pulite” consumano troppe risorse naturali, e per questo sono ” veleno per l’ecosistema” (p.19).  E’ la tesi, provocatoria, che Friedrich Schmidt-Bleek –  fondatore del Wuppertal Institute für Umwelt, Energie und Klima  – discute in “Grüne Lügen. Nichts für die Umwelt, alles furs Geschäft – wie Politik und Wirtschaft die Welt zugrunde richten” (Ludwig, München, 2014, pp. 301, euro 19; trad italiana: Bugie Verdi. Nulla per l’ambiente, tutto per il commercio – come politica e economia mandano in rovina il mondo).

La riflessione di Bleek muove dalla critica alle politiche ambientali del governo tedesco[1], concentrate esclusivamente su efficienza energetica e lotta alle emissioni di CO2, e cieche di fronte alla causa precipua del “degrado ambientale”[2]: il consumo eccessivo di risorse naturali che la nostra economia richiede (vedi i paragrafi “Grüne Politik?”, pp. 36-37 e “Die Energiewende:grüne Augenwischerei, pp.82-85).

Schmidt-Bleek introduce nei capitoli 3 e 4  i concetti di “zaino ecologico” e di “MIPS“, (intensità materiale e energetica del prodotto per unità di servizio), termini chiave del suo lavoro. Ogni bene, nel tragitto che percorre dalla “miniera” alla vendita, consuma una determinata quantità di Natura (acqua, suolo, materie prime biotiche e abiotiche, energia), non computata nel prezzo finale di mercato. Si parla, in proposito, di “zaino ecologico” (der ökologische Rucksack) delle merci, pari alla differenza tra kg di risorse naturali utilizzate per la sua produzione e peso del prodotto (in kg).  L’intensità materiale va calcolata considerando tutte le fasi di vita del prodotto (lebenszyklussweite materielle Intensität) – estrazione, produzione, distribuzione, uso, riciclo/smaltimento – e rapportata alla durata del servizio offerto dal bene. L’impronta ecologica di una merce sarà quindi tanto più bassa quanto minore è il suo zaino ecologico e quanto maggiore è la durata della sua vita utile e più intenso il suo utilizzo.

Nella nuova prospettiva delle “risorse”, tecnologie che appaiono eco-compatibili secondo il parametro delle emissioni di carbonio e del consumo di combustibili fossili, risultano dannose per l’ambiente. Prendiamo l’auto elettrica e quella a motore ibrido. In generale, nel Material Input complessivo di un’autovettura il consumo di carburante incide solo per il 15-20%. Concentrandoci solo sulle emissioni nocive di CO2 riconducibili a questo, ci si dimentica del restante 80%, responsabile dei maggiori danni all’ambiente.  Schmidt – Bleek può affermare a ragione che “Il prezzo ecologico dell’auto elettrica è notevolmente più elevato di quello delle vetture che vanno a benzina e diesel” (p.82), perché la sua produzione richiede materiali rari come rame e litio, che portano “sulle proprie spalle”, secondo le tabelle inserite in appendice al libro (pp. 260-287), zaini ecologici molto pesanti. Per ogni kilogrammo di rame prelevato, per esempio, vengono “disturbati” 500 kg di altri materiali. L’estrazione massiva di litio dai laghi salati di Cina e Sudamerica sconvolge inoltre l’equilibro di quegli ecosistemi, con effetti sistemici imprevedibili (p.65).

Ampie controindicazioni presentano anche l’utilizzo di biomassa come combustibile “pulito” e i pannelli fotovoltaici. La produzione di biocarburanti sottrae terreni per l’autosufficienza alimentare delle popolazioni del Sud America, mentre i pannelli fotovoltaici hanno ancora un’efficienza ecologica molto bassa: 1,8 kg di materiali naturali per kilowattora prodotto (pp.60-63).

Schmidt Bleek critica l’ottimismo naive di chi ritiene che la maggior incidenza dei servizi sul PIL nelle economie avanzate si traduca automaticamente in una de-materializzazione delle merci, tale da disaccoppiare la crescita economica dal consumo di risorse.  E’ un’illusione: le tecnologie dell’informazione e comunicazione sono tutte estremamente material intensive: la produzione di un computer richiede circa 1500 kg di materiali naturali,  uno smartphone di circa 150 grammi, 70 kg.

Una politica che punti seriamente a preservare le essenziali funzioni dell’ecosistema dovrebbe, per Schmidt Bleek, impegnarsi su due fronti: migliorare la produttività delle risorse (minimizzando l’input di materia-energia impiegato nell’intero ciclo di vita del prodotto)  di un fattore 10 nell’arco dei prossimi 30 anni da un lato, e ridurre il flusso di merci prodotte, aumentandone nel contempo la durata e l’intensità d’utilizzo, dall’altro. Ciò è fondamentale, perché se “si riducesse l’intensità materiale ed energetica di auto e telefonini, ma nello stesso tempo si aumentasse del doppio la loro produzione, l’effetto positivo di un minor zaino ecologico per unità di prodotto si annullerebbe”(p.70).

Per conseguire il primo obiettivo andrebbe reso decisamente più caro per le imprese l’utilizzo del fattore di produzione “natura”, oggi praticamente gratuito, a differenza del fattore “lavoro”, sul quale ricade un abnorme fardello fiscale. Una riforma fiscale ecologica tale da rendere più costoso il consumo di risorse naturali e più economico il lavoro, spingerebbe – attraverso il potere segnaletico dei prezzi – gli attori economici a orientare in senso sostenibile il sistema dell’estrazione delle risorse e della produzione, quello della logistica, dello smaltimento e del riciclo; oltre a combattere la piaga della disoccupazione.

Il secondo fine – il progresso sociale dissociato dalla crescita di merci (Fortschritt ohne Güterwachstum) – implica la realizzazione di una “società dei servizi” (Dienstleistunggesellschaft), fondata su un paradigma culturale radicalmente alternativo a quello dell’attuale società dello scarto (Wegwerfgesellschaft): “utilizzare, manutenere, riparare” in luogo di “produrre, possedere, gettare via ”. Si tratta di un passaggio epocale che trasformerà il mondo delle imprese – le quali venderanno sempre meno la proprietà di un bene (es. un’auto), e sempre più il servizio associato allo stesso (es. il trasporto individuale) – il mercato del lavoro, le scelte dei consumatori, le modalità di misurazione della ricchezza e del benessere delle nazioni.

La posta in gioco è, in ultima analisi, il nostro modello di sviluppo futuro. Tanti sembrano voler riproporre quello che ha appena fallito, solo con un packaging diverso, verde.

Federico Stoppa

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NOTE AL TESTO:

[1] La transizione energetica (Energiewende) è un punto nodale del patto di grande coalizione tra SPD e CDU e prevede, in estrema sintesi,  a) lo smantellamento delle centrali a carbone e nucleari,  e l’incremento del fabbisogno energetico coperto da fonti rinnovabili al 40/45% entro il 2025, 55%/60% entro il 2050; b) la riduzione, nel 2020, delle emissioni di CO2 del 40% rispetto al 1990.

[2]  Per “degrado ambientale” si intende il deterioramento o la perdita di alcuni servizi essenziali procurati dell’ecosistema, come a) la disponibilità di acqua e aria pulite, b) la formazione e la preservazione di terreni fertili, c) la protezione da radiazioni pericolose,  d) la salvaguardia della diversità delle specie.

APPROFONDIMENTI:

Intervista a Friedrich Schmidt-Bleek nel settimanale tedesco “Wirtschaft Woche”

Sito del Wuppertal Institute

Sito del Factor 10 Institute

Sito informativo sulla transizione energetica in Germania

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