Lettera da un emigrante

Bogdan Suditu – Mail

Questa lettera è stata scritta al candidato sindaco di Monopoli Nuccio Contento, in lizza per le imminenti elezioni comunali del 10 giugno 2018. Decidiamo di pubblicarla qui su Il Conformista perché il suo contenuto, seppur marcatamente contestuale e in riferimento ad un’importante cittadina del sud-est barese, parla di una visione di società differente da quella che si è imposta e si è andata costruendo in tutto il mondo negli ultimi decenni.

Gentile Nuccio,

mi chiamo Francesco e sono un ragazzo qualunque, un emigrato come tanti.

Qualche anno fa, per l’ennesima volta, ho fatto le valigie, ho recuperato il recuperabile, e sono partito per l’altrove. Quell’altrove, l’ultima volta, si è chiamato Messico, ed è una questione piuttosto lontana; complicata.

Non mi soffermerò sulle ragioni della mia partenza, del perché io sia qui nel momento in cui scrivo. Cercherò invece di mostrarti un punto di vista lontano; cosa si aspetta uno come me – che ha viaggiato molto e che ha avuto l’opportunità di confrontarsi e crescere con altri mondi – dalla sua città natale, nel prossimo futuro.

Come vorrei dunque la mia città quando finalmente ci farò ritorno? E il futuro, quello che di rado viene nominato, che faccia esattamente avrà?

Sono delle belle domande, piene di insidie, ma anche gravide di sogni. Gli stessi sogni che sono stati estirpati, sul nascere, alla mia generazione, prima ancora di aver avuto la possibilità di giocarseli, prima ancora di lanciare i dadi in attesa di un verdetto.

Sono un sociologo, mi piace sentirmi così, anche se nella vita faccio altro… Ma leggo con estrema avidità, scrivo quando posso, rifletto da quando ne ho memoria, e non smetto mai di essere terribilmente curioso su ciò che mi circonda.

Il “ciò che mi circonda”, oggi, è un qualcosa difficilmente definibile, e dai confini labili. Ospita il reale, certo, ma anche quell’altra enorme fetta che è il virtuale: privo di pause, senza attrito, con una caterva di immagini e video seducenti senza fine. Da lì, giocoforza, ho incominciato a sintonizzarmi sui primi dibattiti monopolitani; sulla tua figura pubblica, che pian piano emergeva come indiscussa protagonista di momenti partecipati, di volti e strette di mano concitati che cercavano di dare un nuovo senso alla politica. E poi, l’inizio della campagna elettorale, una folla insperata ad aspettare il tuo primo discorso; il prologo della musica, lo sventolio delle emozioni che albergavano in un’atmosfera sospesa e limpida, come se quelle persone si trovassero tutte raccolte nel bel mezzo di un momento religioso, che si faceva civico, che si faceva comunità.

Ecco, questa è la parola che più mi piace, “comunità”: avere qualcosa di comune da curare nelle diversità di ognuno; sapere che le diversità non sono il nemico, non sono il fantoccio su cui sfogare le proprie frustrazioni, ma sono il punto di partenza. E tutto questo presenta diverse e importanti implicazioni con la tanto sbandierata “libertà”. Riprendendo le parole di un mio professore che faccio mie, “senza gli altri, senza il contesto nel quale ognuno di noi è collocato, non si può essere liberi. L’altro non è soltanto un limite della mia libertà, ma anche la condizione che la rende possibile. Impariamo la libertà solo se qualcuno ci educa a essa.”

Educazione, libertà, senso civico, comunità, legame sociale, partecipazione, relazione, identità individuale e collettiva… Ho avuto la fortuna di formarmi in mezzo a queste parole, a questi concetti, a queste pratiche. La mia vita da studente che faceva pratica, ruotava attorno ad un contesto che lavorava e si batteva per il bene comune: per la vita buona, per una società decente.

Bologna, pur nelle sue mille contraddizioni, accoglieva ancora quel senso di responsabilità per la cosa pubblica, che drasticamente ha dovuto cedere il passo al settore egemonico della società: il mercato. E così non solo in tutto il mondo, ma anche a Monopoli, hanno cominciato a infiltrarsi le conseguenze di specifiche politiche che appartengono ad una visione della società per me completamente sbagliata, una società che si fonda sulla convinzione che l’intraprendenza individuale generi sempre benessere per tutti; una società che sperpera volutamente la credenza che bisogna lasciare libero il mercato affinché un contesto possa “rigenerarsi”. E che la rigenerazione sociale di quel contesto non è che una reazione automatica e “istintiva” alla ripresa economica. Nulla di più sbagliato. Questo provoca solo – come oggi è parecchio evidente – esclusioni di sorta, aumento delle povertà, emigrazione di massa, benessere per pochi.

Penso ad esempio al centro storico di Monopoli – mi dicono divenuto molto più caro rispetto a qualche anno fa. Potrebbe certamente essere accessibile per una camminata (seppur difficile nei periodi di flusso intenso), ma meno per una birretta da acquistare al bar; meno per viverci tranquillamente nel rispetto di tutti. La “gentrification”, “termine che indica l’insieme dei cambiamenti urbanistici e socio-culturali di un’area urbana”, ha cambiato il volto del centro storico, escludendo, con prezzi alti, chi prima ci abitava, e ospitando capitali “colonizzatori” che arrivano dall’esterno, che arrivano dal “globale”.

Ecco, al mio ritorno, vorrei abbracciare una Monopoli più inclusiva, non una meta turistica esclusiva. Vorrei che le influenze del globale siano gestite e amministrate per dar lustro a un cotesto locale identitario, e non a un nonluogo della “movida” privo di riferimenti, sradicato da qualsiasi rapporto con il contorno sociale. Vorrei una Monopoli più giovane, con più bambini, con più giovani coppie. Vorrei che i giovani contassero per davvero, e che questa frase non sia un mero slogan. Vorrei che l’economia e il sociale viaggiassero su binari paralleli, e che avessero la stessa importanza nella differenza delle loro pratiche. Vorrei la tradizione come traccia significativa per l’elaborazione sensata di un presente nuovo, non un presente allucinato e preda di un futuro che non c’è.

So che molte delle cose di cui parlo non sono altro che il precipitato di dinamiche sistemiche difficilmente controllabili, ma come ci insegna la grande sociologa ed economista Saskia Sassen, quello che noi chiamiamo globale consiste anche di specifici contesti locali che si aprono, che immettono nella rete globale significanze particolari, contributi singolari, modelli di prassi.

Quello che mi auguro per la mia città è che diventi un laboratorio di buone prassi dove uno spirito rinnovato di collaborazione sappia pazientemente tessere reti, e dove tutti i suoi protagonisti – il cui più importante è il cittadino – sappiano gestire, nei loro singoli saperi, la cultura comune di un coordinamento necessario.

Anche da lontano ho provato ad immaginarmi lì, di provare le stesse emozioni dei presenti di quel primo comizio che hai tenuto. Forse mai, prima di allora, la politica locale ha saputo trasmettermi qualcosa. Spero siano illusioni positive, come la luce intermittente delle stelle.

Un caro saluto e un grande in bocca al lupo,

Francesco Paolo Cazzorla

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