Non è vero che non c’è lavoro. È che non ci volete pagare

José Nascimento – @work

Ci avete tolto le prospettive, avete sradicato i nostri sogni sul nascere. Ci avete messo in mano un smartphone a basso costo con l’intento ben riuscito di neutralizzarci. Avete reso vane le nostre fatiche, i nostri progetti, le nostre idee. Avete distrutto i nostri spazi sociali, il nostro tempo libero (che è “libero” solo perché dipende da voi), regalandoci più spazio interconnesso – uno spazio morto e inerme se privo di realtà.

Senza dirci nulla, ci avete confiscato i nostri diritti, quelli per cui i nostri nonni hanno combattuto morendo. Ci avete allontanato dalle istituzioni; ci avete fatto credere che sono i primi “mostri” da combattere. Ci avete consegnato un mondo talmente surriscaldato e veloce in ogni suo ambito che tutte le esperienze che ci raccomandate di fare, “perché sennò non avremo successo”, sono futili, diventando un immondezzaio a campo aperto in cui, sperduti e soli, non riusciamo più a capacitarci.

Ci avete mandato per il mondo a scoprire le diversità, a trarne valore, a capire che sono ricchezza e punto di partenza per noi. Poi, invece, rispolverate senza indugio le etichette “noi” o “loro”, creando divisioni, fomentando paure, creando dal nulla comunità fantoccio. Ci avete sfruttato, manipolato, ricattato per due soldi. Ci avete costretto a servire ai vostri tavoli, a lavare i vostri piatti, a badare a notte fonda i vostri figli-oggetto, e il nostro curriculum, che nel frattempo era più chilometrico del vostro, andava linciato per la vergogna, manomesso, per omettere la nostra difficile realtà…

La “rivoluzione”, dunque, si inizia cominciando a dire con convinzione che “faccio questo – che ti porta sicuramente degli utili non indifferenti – se poi mi paghi”. La storia che bisogna lavorare sempre gratis, perché o fai così o danno il lavoro a qualcun altro, è un’invenzione creata ad hoc per farti diventare un agente economico – a tempo pieno – nel contesto del “capitalismo senza lavoro”. Questo ricatto funziona perché noi non siamo uniti, perché hanno fatto di tutto per farci credere che non abbiamo più nulla in comune. Il ricatto funziona e ci marcia alla grande perché noi, nelle nostre diversità di esperienze, non siamo in grado di articolare narrativamente (come singoli) e politicamente (come collettività) la nostra storia di sfruttamento comune.

Perché non sono le chiacchiere individualiste da bar (“mi sono fatto da solo”) che formano l’individuo nella sua tanto decantata “libertà” – che si crede poi, nella sua solitudine e nelle sue sterminate insicurezze, un essere narcisisticamente onnipotente, – ma sono le cose che appartengono a tutti, quelle generali, quelle universali, che ci danno veramente la libertà di sentirci degli individui potenziali (per se stessi e per la comunità). Perché, come dice Richard Sennett, “un regime che non fornisce agli esseri umani ragioni profonde per interessarsi gli uni degli altri non può mantenere per molto tempo la propria legittimità.” Ed io mi fido di lui.

Ma il problema oggi della gente è che quella gente, di cui parliamo (o sparliamo) in maniera tanto impersonale, siamo anche io, tu, lui, lei. E il fatto che il modo personale del parlare viene utilizzato per i successi, le cose belle e fighe che facciamo noi; per la manifestazione dei propri dolori come qualcosa di unico, irripetibile, una cosa letteralmente straziante – che può ovviamente solo capitare a noi nella nostra ormai pubblica realtà insulare –, ci dimostra ancor di più quanto quella gente sia diventata ormai un misero aggregato di individui solitari, vittime appunto di un isolamento forzato, di un’acquiescenza e un’impotenza tale da condurre irrimediabilmente a quello che molti ormai definiscono come “autismo sociale”. La costruzione, in altre parole, di una realtà propria, indiscussa, prima fra le altre, slegata e separata da tutto ciò che la circonda. Tante realtà spacchettate dunque, minute, dove il vincolo della fiducia reciproca è stato rimosso e debellato dall’auto-celebrazione di una illusoria e deleteria indipendenza.

Finché l’indipendenza verrà pensata come l’esatto contrario della dipendenza – e quest’ultima vissuta come una condizione vergognosa – continueremo a parlare in maniera impersonale di noi stessi. Perché è il sapere che là fuori c’è qualcuno che ha bisogno di me a rendermi affidabile. È il sapere che qualcuno può dipendere da me ad attivare la mia responsabilità nel rendere conto di qualcosa. La dipendenza non è un fatto ignobile; la dipendenza al contrario crea legame sociale facendomi presente all’altro, mettendolo nelle condizioni di essere risorsa e presenza per me.

“Avremo vinto”, quando saremo tutti orgogliosi di manifestare il nostro fallimento, perché è anche questo che ci rende umani: il sapere di essere finalmente indipendenti quando avremo delle persone sui cui veramente poter contare. E allora “la gente” saremo anche io, tu, lui, lei, noi, con tutti i nostri difetti, con tutte le nostre bellissime imperfezioni.

In tal caso, saremo in grado di riprenderci tutto. Andremo alla ricerca dei nostri punti comuni, della nostra coscienza comune, quella che vive sotto le macerie del precariato generalizzato. Costruiremo tutto daccapo. Placheremo la crescita forsennata e la porremo al servizio della sostenibilità umana e ambientale. Ci riprenderemo il nostro tempo, il nostro ozio, le nostre disparate identità collettive. Saremo più altruisti, penseremo più a largo raggio, avremo più cuore, più sensibilità, e più cervello, per una storia che si costruisce solo assieme agli altri.

I nostri doveri illumineranno ciò che ci spetta di diritto, e quei diritti che ci siamo guadagnati col sudore ce li riprenderemo, sì, ci riprenderemo ogni granello prezioso di noi, ogni misera e dannata cosa che ci avete sottratto.

E non è vero che non c’è lavoro. È che non ci volete pagare.

Ma perderete, prima o poi perderete.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Riferimenti

Richard Sennett, “L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale”, Feltrinelli, 1999.

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