Eduardo Salles

Eduardo Salles

Sei solo. Una luce blu, proveniente da uno schermo, illumina il tuo viso. Anche se illuminato, quel tuo viso mostra espressioni misteriose, quasi oscure: passa dalla concentrazione smisurata alla catalessi, e di nuovo alla concentrazione appena accentuata, fino a perdersi, perdersi nel nulla. Le tue dita sembrano morbose, umidicce, si muovono sudate come non mai, anche se non si tratta proprio di una loro istintiva propensione: sei tu che invece, senza accorgertene, sei voglioso di quel traffico senza senso.

Sei lì, che scorri, aspettando semplicemente una spia, una goccia rosso-sangue in quel mare blu che ti anestetizza, ti coagula per sempre, senza un perché. Forse sei in attesa di una “carica vitale” momentanea, evanescente, che dura giusto un attimo, solo il tempo di sapere chi ti manda a sapere qualcosa che stavi aspettando con ansia, dopo la tua ultima pubblicazione, dopo il tuo ultimo post, dopo la tua ultima posa appariscente immortalata in quel selfie, narcisisticamente idiota e avvenente, che dopo la “messa in pubblico” sarà così uguale a tutti gli altri che dopo un po’ farai fatica a riconoscere te stesso, in quella bolgia di visi così uguali e sorridenti, che si smarriscono irrimediabilmente all’unisono: sono tante immagini scorrevoli segnate da una scadenza di popolarità, e animate da un “nastro invisibile” che le risucchia, tutte quante.

In questi brevi minuti – che per te sono brevi ma che per il mondo là fuori sono lunghissimi-minuti-sprecati-di-non-vita – stai solo aspettando te stesso; stai scoprendo di conoscere un’altra versione di te. Stai visualizzando conferme rosse e numerate dai tuoi conoscenti, che ti permetteranno di osservarti nuovamente allo specchio, di rinnovarti, di sapere nuovamente chi sei, in una parola: attendi la tua rappresentazione, la tua immagine, e quella tua spasmodica ossessione per la bellezza che brami ormai a tutti i costi.

Con l’avvento di questo mondo che chiamano “social”, ma che di “social” ha ben poco – data la frustrazione annessa alla solitudine esistenziale che ne deriva –, stai esplorando questo nuovo tipo di fenomeno soggettivo, squisitamente intimo e personale, che ha trovato terreno fertile per dispensare a te, come a tutti gli atri, solo fugaci “conferme” e “rassicurazioni”, senza però portare in dono quell’illusorio piacere individuale che perseveri meccanicamente, attraverso tutte queste tue azioni che cadono in quel buio virtuale – visto che quella frustrazione che si prova prima dell’atto non fa che aumentare con l’atto stesso e non accenna minimamente a calare.

Sei dunque letteralmente in fibrillazione, per ricevere una risposta ad una domanda che non c’è. Qual è la domanda? Ci sono solo risposte in questo schermo blu. Risposte inutili, scontrose, che sembrano voler spiegare tutto ma che in realtà non spiegano un bel niente. Sono solo tanti simulacri, tutti incolonnati, con i rispettivi e ridondanti vuoti che contengono. Alle volte i pensieri sono così pretenziosi che sembrano voler essere a tutti i costi profondi, da rimanerci secchi, così: distesi su piazzali rassegnati ma enormemente convinti di sé. E poi, subito sotto, tante frivolezze del primo mattino, la colazione dei campioni, il pranzo con la pietanza che si aspettava da tempo, il tanto atteso paesaggio del ritorno a casa, il ballo con i vestiti scintillanti, e tutte quelle bevute attorcigliate tra sorrisi e braccia barcollanti, e così via (“so it goes…”).

In questo scorrere fantasmagorico, la vita quotidiana è sempre presente ma ha poca riconoscibilità: viene quasi lasciata ai margini. La sua misera “visibilità” non fa che decelerare il suo battito cardiaco, fino all’estinzione. È la popolarità che vince indiscussa su questo schermo, e porta il segno dell’eccesso. Sono gli estremi eclatanti che contano qui, che dominano la scena: l’equilibrio non esiste, non ha alcuna giurisdizione. E allora se non hai un tuo profilo significa che non esisti. Se hai scattato una foto e non l’hai condivisa con gli altri vorrà dire che quella foto non è mai stata scattata. La gioia senza like è una gioia a cui manca qualcosa: è una gioia monca. Più like arrivano e più l’ego si gonfia, ma questa sensazione di essere primo tra i primi dura giusto un attimo, uno scroll, perché al prossimo giro bisogna ricominciare tutto da capo, e quella falsa ebbrezza di popolarità brevemente acquisita esigerà una nuova condivisione, un nuovo commento fuori luogo, un nuovo e sconosciuto contatto fasullo.

Se ti azzardi a scrivere un pensiero e questo non coglie una scia chiassosa di riscontro allora quel tuo pensiero cadrà nell’oblio, come se appartenesse a persone di serie b, a gente che nemmeno esiste. Più amici collezioni e più diventi qualcuno, anche se l’aumento smisurato di questa somma va a definire, necessariamente, la superficialità di tutte quelle interazioni appena stabilite; di tutte quelle relazioni strette e mai toccate con mano (anche se – evitando una ripetuta scenografia – la maggior parte delle parole che popolano questa frase andrebbero tutte rigorosamente virgolettate).

Jean Jullien

Jean Jullien

Essendo questo un mondo piuttosto confuso – e sfuggente e in divenire ad una velocità inimmaginabile – si presta tanto a invettive strampalate quanto a sbrigative conclusioni. La realtà è che non possiamo ancora dire tutto su questo – chiamiamolo così – “fenomeno sociale”. Quest’ultimo è, per dirla alla Durkheim, un “fatto sociale”, che esiste sì, e che influenza senza dubbio le nostre vite, mettendo mano alla costruzione attiva delle nostre biografie, ma non la fa esercitando la sua funzione in maniera completa e imperante. Questo perché la vita, là fuori, esiste ancora, e mantiene la sua indiscussa legittimità – anche se Bauman, da pessimista cronico qual è, sostiene che, ormai, quasi ogni componente del “reale” si plasmi e dipenda da ciò che accade nel virtuale, in maniera quasi del tutto univoca… Le cose non stanno proprio così. Tutto ciò che c’è di più intimo là fuori è anche parte interiore di noi, e ci appartiene in quel modo particolare che solo noi sappiamo percepire e conoscere, senza che il virtuale ci metta per forza il suo zampino. Quindi il peso dell’individualità – a fronte di questo “fatto sociale” – è sempre presente, e contribuisce attivamente alla sua perenne costruzione in uno scambio che è vicendevole, oltre che continuo. Questo mondo virtuale, perciò, difficilmente potrà avere ragione della complessità del mondo sociale che ci circonda: non potrà coincidere con esso e sostituirlo pienamente; non potrà mai cogliere tutte le sue infinite e “irrilevanti” sfumature. Un esempio.

In questo mondo virtuale dei social network sembra che, ormai, tutti sanno tutto su tutto, e di tutto; tutti, con uno scroll, sono diventati esperti dell’evanescente, della notizia che compare e che dura forse solo un giorno, o poco più. Allora, la domanda spontanea da porsi è: “tutti cittadini ultra-consapevoli o, piuttosto, accaniti (e persi) consumatori d’informazione?”.

Purtroppo quello che balza subito all’occhio è che questo sia diventato il regno del “so tutto io”, dove i singoli attori partecipano ad una “conversazione” che è prevalentemente dialettica; poche volte dialogica. Come ricorda Richard Sennett nel suo saggio “Insieme”, la nostra società – e a maggior ragione la società che va formandosi sui social – incentiva la prima per inibire la seconda. “Nella dialettica, come ci hanno insegnato a scuola, il gioco verbale di tesi e antitesi dovrebbe gradualmente costruire una sintesi; […] La meta è quella di arrivare alla fine a una definizione comune. E l’abilità del dialettico consiste nel saper cogliere il possibile punto d’incontro.” Diversamente, in una conversazione dialogica, “vi è uno slittamento di senso. Ecco perché nei dialoghi platonici la dialettica non assomiglia a un duello verbale; l’antitesi della tesi non è: «Brutto cretino, hai torto marcio!»; entrano in gioco, piuttosto, fraintendimenti, contraddizioni, viene messo sul tavolo il dubbio, e allora bisogna ascoltarsi con raddoppiata attenzione.” Dunque, in uno scambio dialogico, ognuno dice la sua senza però necessariamente arrivare ad un terreno comune: si parla, anche di cose apparentemente insignificanti, ma questo aiuta a prendere coscienza delle proprie opinioni e ad ampliare la comprensione reciproca. Ciò che non accade, invece, con un confronto dialettico (sui social), dove si tenderà ad eliminare, pian piano, le affermazioni che sembreranno via via irrilevanti, per arrivare poi alla sola sintesi che sarà proclamata come unica “verità”.

Nel mondo social è tutta una discussione dialettica estremizzata. L’osannata “caccia ai like” non fa che mettere in primo piano le affermazioni che si ritengono “più rilevanti” – più gonfiate di “popolarità” – scartando evidentemente tutto il resto (ma questo è del tutto normale, dato che stiamo parlando di un sistema ingegneristicamente concepito, e che quindi non terrà mai conto di tutte le variabili sociali coinvolte). Non si tratta quindi di una discussione tra chi cerca di comprendersi, ma al contrario: è una mera “conversazione” tra sordi. Per non parlare poi del fatto che qui sopra una vera comunicazione non potrà mai avere luogo. La comunicazione – come certo si saprà – riguarda anche (e soprattutto) sguardi, silenzi, attese, e il comprendere tutti questi dettagli “effimeri” al fine di mantenere viva la conversazione… Tutti elementi che, tramite questi mezzi, non possono né potranno mai esserci – a meno che non si intrattiene una conversazione su Skype avendo un collegamento limpido e lineare (ciò che accade raramente). Sui social, quindi, ci può essere solo una semplice condivisione di informazioni che sottrae però espressività al tutto.

È vero, in un mondo connesso e altamente globalizzato qual è il nostro, tutta questa tecnologia ci aiuta senza dubbio “a mantenere i contatti della nostra vita” – come recita un famoso slogan –, ma non potrà mai abbracciare la vita sociale per intero. La vita sociale è complessa per definizione, e la complessità è difficile da rendere intellegibile, soprattutto se la tecnologia ci priva della ricchezza emotiva a cui siamo (ancora) abituati nella vita reale.

Per salvarsi allora da tutto questo bisogna immaginare un mondo diverso…

Un mondo in cui il sociale, ormai fallito, si tramuti in un individualismo costruttivo, dove la ricerca maniacale dell’immagine-ego sappia emanciparsi da quel deleterio vincolo post-industriale che consiste nel “costante bisogno di piacere”. Un mondo in cui venga ribaltata l’attuale cultura egemone, che priva quotidianamente della capacità di usare l’immaginazione, il linguaggio, il pensiero autonomo, per dare finalmente respiro a quella “semplicità complessa” in grado di spezzare il ritmo che esclude il pensiero. Un mondo pieno di valori supremi, in cui ci tocca decidere cosa adorare, anche se nove volte su dieci finiamo per adorare noi stessi. Un mondo in cui c’entra l’amore, e cioè quella “disciplina necessaria a far parlare quella parte di sé capace di amare, anziché quella parte di sé che vuole essere solamente amata” (David Foster Wallace).

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Richard Sennett, “Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione”, Feltrinelli, 2012.

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commenti
  1. Francesco ha detto:

    Incredibilmente vero, ma a parte il “paradosso” di scriverlo su un blog (social o sbaglio?) ovunque ci sia bisogno e solitudine c’è tanto amore in potenza… E poi ogni cosa esista esiste e basta. Un abbraccio.

  2. Francesco Paolo Cazzorla ha detto:

    Hai ragione Francesco. Penso che, con “l’amore in potenza” per ogni dove, non siamo poi ancora così perduti. Per quanto riguarda il “Paradosso”, se non scriverlo qui, dove? (Speriamo un giorno si recuperi, per le cose importanti, l'”esclusività” della carta, perché la trasparenza e la quantità esorbitante di “informazione straccia” sta annientando la conoscenza, il sapere che conta, che non hanno più modo di sedimentarsi). E poi, Carl Gustav Jung diceva che “solo il paradosso è capace di abbracciare, anche se soltanto approssimativamente, la pienezza della vita”…
    Ricambiamo l’abbraccio. Grazie per il tuo prezioso intervento e a presto.

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