Debito pubblico, ricchezza privata, disuguaglianza: il caso Italia

Pubblicato: marzo 20, 2014 da Federico Stoppa in Economia e Politica
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Will Boyd

Will Boyd

L’Italia, lo si dimentica spesso,  non è soltanto un Paese con un alto debito pubblico, ma è anche un Paese che presenta una ricchezza privata molto elevata.

Secondo un recente studio della Banca d’Italia, infatti, la ricchezza delle famiglie italiane (al netto delle passività) ammonta a 8.542 miliardi di euro. La fetta più grande di questa torta è composta da beni reali come abitazioni e terreni (circa il 61%), mentre le obbligazioni private e dello Stato, i depositi bancari e postali, le azioni e le quote di fondi comuni costituiscono la parte rimanente (39%).

La grandezza di questa torta è del tutto ragguardevole, basti pensare al fatto che l’Italia, nonostante abbia meno dell1% della popolazione mondiale e il 3% del reddito totale, detiene il 5,7% della ricchezza mondiale complessiva. Questa è cresciuta sensibilmente nel corso dei primi anni Duemila, con un picco massimo nel 2007. Dopo di che è scesa lievemente, fino al 2010, a causa della crisi finanziaria, per poi risalire negli ultimi tre anni. Nel 1995 valeva 4,5 volte il flusso totale del reddito nazionale lordo. Nel 2010 valeva 5,6 volte il Pil.

La ricchezza media per cittadino è circa 143mila euro, quasi 8 volte il reddito disponibile, quella per famiglia 357mila euro. Sono valori tra i più elevati di tutti i paesi Ocse (le famiglie italiane risultano più ricche di quelle tedesche, francesi, americane e inglesi). Se sottraessimo alla ricchezza pro capite la quota del debito pubblico che grava su ogni cittadino (circa 30mila euro), troveremmo un valore un po’ ridotto (112mila euro) ma ancora del tutto ragguardevole (pari a circa 4 volte e mezza il PIL pro capite e a circa 6 volte il reddito disponibile medio).

Sulla sola base di questi dati nessuno potrebbe ipotizzare difficoltà nell’accesso al credito per lo Stato italiano (perché saremmo perfettamente in grado di restituire interamente i capitali presi in prestito), quindi non ci sarebbe alcun bisogno di misure di austerità.

Purtroppo nel nostro Paese la distribuzione della ricchezza è molto più concentrata della distribuzione del reddito disponibile, e questo rende molto difficile attuare una politica fiscale efficace. Nel 2012, l’indice di Gini per i patrimoni risultava pari a 0,64, contro lo 0,34 del reddito disponibile. Le attività finanziarie risultavano più concentrate di quelle reali, con un indice di Gini pari a 0,77 contro lo 0,62 delle attività reali. Il 10% delle famiglie italiane (circa 2 milioni di famiglie) possiede il 46,6% della ricchezza complessiva e il 27% del reddito totale. Il 50% delle famiglie più povere detiene invece meno del 10% della ricchezza totale. Nel periodo 1998-2012, è aumentata la percentuale di famiglie con ricchezza netta negativa, che ha raggiunto il 4,1 % del totale .

Questa disuguaglianza patrimoniale ha avuto un’impennata nel corso degli anni Novanta, per poi mantenersi stabile durante gli anni duemila e crescere ancora dopo la Grande Crisi. Oggi l’Italia è uno dei paesi Ocse in cui è maggiore la sperequazione nella ricchezza, nonostante l’elevata diffusione della proprietà dell’abitazione principale tra le famiglie italiane contribuisca ad attenuare, almeno per le attività reali, questo fenomeno di concentrazione[1]. Ben si capisce quindi che al caso dell’Italia possano applicarsi le conclusioni del fondamentale Rapporto curato nel 2009 da tre grandi economisti – Joseph Stiglitz, Amartya Sen, Jean Paul Fitoussi – che invitava gli analisti a tenere in grande considerazione – ai fini di una misurazione più precisa del benessere di una nazione – lo stock di ricchezza privata detenuto delle famiglie e la sua distribuzione.

Interessa in particolare lo stretto nesso esistente tra la distribuzione della ricchezza e la formazione del reddito. La distribuzione dei diritti di proprietà incide infatti sul potere contrattuale che ciascuna parte può esercitare sul mercato, dove si determina il livello del reddito [2]. Comprendere come si è formato lo stock di ricchezza in Italia significa pertanto valutare se l’attuale distribuzione dei diritti di proprietà nella società italiana sia o meno giustificabile.  In altre parole, si tratta di capire se tali diseguaglianze siano il frutto di capacità e meriti individuali o il lascito di fattori non direttamente ascrivibili a quest’ultimi.

Lo studio condotto dalla Banca d’Italia ci aiuta a fare un po’ di chiarezza in questo senso. L’indagine ha portato alla luce l’elevata incidenza che hanno avuto le eredità sulla formazione della ricchezza delle famiglie italiane[3]. Come sottolineato da D’Alessio (2012), le eredità e le donazioni, riguardando pochi fortunati, hanno contribuito ad accentuare le disparità patrimoniali tra le famiglie. Peraltro, tali disparità hanno assunto un peso rilevante anche a causa di determinati provvedimenti politici, come la riduzione dell’imposta di successione. Un ruolo analogo alle eredità nella formazione (e nella distribuzione) della ricchezza lo hanno avuto i capital gains, guadagni di conto capitale dovuti all’aumento dei prezzi delle attività che si è avuto la fortuna ( o l’abilità) di possedere in un determinato istante. Gli esempi in questo campo sono molteplici. Si pensi all’acquisto di un titolo finanziario prima che questo aumenti di valore (anche sfruttando informazioni privilegiate) o di un terreno che diventa improvvisamente edificabile.

Un ultimo elemento da prendere in esame è l’alta incidenza dell’evasione ed elusione fiscale nella nostra economia[4], che provoca l’aumento fittizio di risparmi, i quali vengono sovente reinvestiti in attività reali o finanziarie che fruttano elevate rendite ai possessori[5].

Tutti gli aspetti finora analizzati consentono di formulare un giudizio ponderato sul grado di legittimità dell’attuale distribuzione della ricchezza in Italia. Se tale assetto distributivo – come risulta dall’evidenza empirica – dipende, per una parte non trascurabile, da circostanze, fattori esogeni rispetto allo sforzo e l’impegno individuale, allora è necessario affrontare con meno pudore il tema di un suo riequilibrio ai fini d’una maggiore equità e giustizia. Un tale impegno si imporrebbe anche solo per realizzare un’economia di mercato veramente funzionante, in cui venga in qualche modo ridimensionata l’attuale asimmetria di potere tra i contraenti nei mercati principali – con riferimento particolare a quello del lavoro, al mercato delle abitazioni,  a quello del credito.

 Federico Stoppa

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 [1] Nel 2008, il 72,4% degli italiani possedeva l’abitazione in cui viveva, percentuale superiore alla media dell’Area Euro (66,7%). Cfr. D’Alessio (2012, p.10) e Cnel-Istat (2013, p. 95)

[2]“Secondo stime riferite al 2002, i trasferimenti ricevuti sotto forma di eredità o donazioni rappresentano una quota consistente della ricchezza netta delle famiglie, valutabile tra il 30 e il 55 per cento a seconda se si attribuiscano al trasferimento anche i redditi nel tempo prodotti. Questa quota ha mostrato una tendenza alla crescita” D’Alessio (2012, p.17)

[3]La perdita di introiti derivanti dall’evasione e l’elusione è stimata in 120 miliardi all’anno. Per dare una dimensione del fenomeno, si possono ricordare i seguenti dati. Su 41 milioni e mezzo di contribuenti Irpef, l’entrata principale dello Stato, solo 28 milioni di pensionati e dipendenti (il 68% del totale dei contribuenti) ha pagato il 93,8% dell’imposta. Il 90% dei contribuenti ha dichiarato meno di 35mila euro, la metà addirittura meno di 15mila. Su 143mila contribuenti che hanno dichiarato più di 150mila euro, 125mila sono lavoratori dipendenti e pensionati. Cfr Santoro (2010) e Livadiotti (2014).

[4] È emblematico il caso del debito pubblico. Molti italiani, una volta riusciti a sottrarre i propri redditi al fisco, investivano tali risparmi in titoli di Stato, lucrando così interessi reali elevati. Questi comportamenti hanno contribuito a far accumulare ricchezza privata mentre il debito pubblico lievitava. Cfr. Crainz (2009, pp.127-182). Sul rapporto tra giustizia distributiva e debito pubblico italiano si veda Calafati (1997,2007).

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Banca d’Italia (2014), I bilanci delle famiglie italiane nellanno 2012 (link)

Calafati A. (1997) LItalia e il tabù della ricchezza, in “il Ponte” (link)

Calafati A. (2007) Oltre la crisi fiscale, in “Lo Straniero” (link)

Cnel-Istat (2013), Il Benessere equo e sostenibile in Italia

Crainz G. (2009), Autobiografia di una repubblica, Donzelli, Roma.

D’Alessio G. (2012) Ricchezza e disuguaglianza in ItaliaOccasional Paper Banca dItalia (link)

Fitoussi J.P Sen A.,. Stiglitz J. (2009),Report by the Commission on the Measurement of Economic Performance and Social Progress

Livadiotti S (2014) Ladri. Gli evasori fiscali e i politici che li proteggono, Bompiani, Milano

Santoro A. (2010) Levasione fiscale. Quanto, come e perché, Bologna, Il Mulino

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commenti
  1. Valentyna ha detto:

    oltre al fatto che mi piace la foto 🙂
    mi soffermerei più di tutto sull’evasione.. vengono messi all’angolo piccoli imprenditori o altrettanto piccoli, liberi professionisti ………………………………………………………………..immersi da queste figure.
    Non si dice -bidello-, si deve dire operatore scolastico non abilitato all’insegnamento… non si dice -disoccupato-, è un libero professionista, imprigionato peggio di un delinquente.
    Vengono ”spulciati” da capo a piedi (ed è anche facile dato che sono piccoli), mentre quelli GROSSI (anche di forma, non solo di fatto) fanno i loro porci comodi. Sono arrivata alla conclusione che l’Italia non si governa da sola, e l’UE se ne sbatte altamente, ci vuole un governo per il governo.. Spero che la Russia invada l’Italia… ahahaha 😛

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