“Paghiamo troppe tasse e la spesa pubblica è eccessiva” Falso!

Pubblicato: gennaio 15, 2014 da Federico Stoppa in Economia e Politica
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Maria-Laura Pătru

Maria-Laura Pătru

Il senso di questo fondamentale pamphlet di Innocenzo Cipolletta è racchiuso nelle seguenti frasi: “Vivere in un Paese che fornisce buoni servizi è meglio che vivere in un paese dove si pagano poche tasse. Per questo è necessario ribaltare l’opinione diffusa che paghiamo troppe tasse e sprechiamo troppi soldi in spesa pubblica inutile” (p.98).

Affermazioni del genere possono sembrare intollerabili provocazioni, in un Paese dove la pressione fiscale complessiva sfiora il 44% del prodotto interno lordo e si mangia il 65,8% dei profitti delle imprese, mentre le risorse pubbliche foraggiano cricche e mafie. Possono apparire macabre elucubrazioni per chi vive nell’Italia delle cinquantamila  imprese fallite dall’inizio della crisi e degli imprenditori che si suicidano perché non vengono pagati dalla Pubblica Amministrazione.

Tuttavia, se solo si ha la pazienza di leggere queste 100 pagine fino in fondo, si cambierà opinione. Cipolletta, economista ed ex direttore generale di Confindustria, non nega affatto la gravità della situazione attuale. Non ha nessuna intenzione di giustificare le malversazioni della politica. Riconosce che i dati medi sulla pressione fiscale non dicono molto, essendoci categorie molto tartassate e altre assai meno. Ritiene che i servizi pubblici vadano migliorati in efficienza e qualità. Quello che gli interessa, però, è sconfessare la bugia che, per pigrizia mentale o malafede, ci siamo voluti raccontare in questi anni: che allo Stato diamo, sotto forma di tasse e imposte, più di quanto riceviamo in servizi e trasferimenti. Non è così, per la maggior parte di noi.

Se esiste un disavanzo pubblico, cioè un saldo negativo tra entrate e spese; se la somma di questi disavanzi, nel tempo, ha alimentato uno stock di debito pari a 2000 miliardi di euro e una ricchezza privata di 8600 miliardi, è perché lo Stato ha dato (dà) molto senza chiedere in cambio altrettanto. Per accorgersene è sufficiente osservare la composizione del bilancio pubblico. I capitoli principali di spesa pubblica sono tre: sanità ed istruzione, pensioni e protezione sociale, interessi passivi. Sommati assieme valgono circa 580 miliardi, su un ammontare complessivo di 793 miliardi (Giarda, 2011).

Gli interessi passivi sul debito sono l’unico capitolo di spesa al quale l’Italia dedica una mole di risorse esageratamente superiore rispetto agli altri paesi europei (quasi 3 punti % di PIL in più, p.46). La loro crescita incontrollata, specie negli anni Ottanta, ha prodotto effetti perniciosi che scontiamo ancora oggi: l’esplosione del debito pubblico e, contestualmente, il formarsi di una ricchezza privata enorme e malamente distribuita (v. Calafati, 2007). Principali beneficiari degli interessi sui titoli pubblici sono stati per molto tempo le imprese e le famiglie italiane. Ora, invece, quasi la metà di questi flussi va a rimpinguare investitori esteri, contribuendo a peggiorare la nostra bilancia dei pagamenti e ad accrescere il timore reverenziale delle nostre classi dirigenti verso i mercati finanziari.

La sanità pubblica è, pur tenendo conto delle significative disparità territoriali, di buona qualità e pressoché gratuita. La scuola e l’università pubbliche, nonostante l’emorragia di risorse a cui sono sottoposte ( “l’Italia è l’unico paese nell’area OCSE che dal 1995 non ha aumentato la spesa per studente nella scuola primaria e secondaria”, p.63) restano di gran lunga migliori di quelle private. L’ammontare delle pensioni, fino al 1995, veniva calcolato non sulla base dei contributi effettivamente versati, ma sugli ultimi stipendi, allo scopo di garantire ai pensionati lo stesso tenore di vita di quando lavoravano. Era un sistema molto generoso. Come sappiamo, ora non è più così: le prestazioni pensionistiche sono proporzionali ai contributi versati.

Complessivamente, sottolinea Cipolletta, i trasferimenti monetari e servizi considerati vanno a beneficio della maggior parte di noi cittadini tutti. E, punto fondamentale, costano meno di altri paesi. L’Eurostat certifica che la spesa pubblica italiana, scomputati gli interessi, è inferiore dell’1,6% rispetto a quella media dell’Eurozona. Inoltre, spendiamo nella media per gli stipendi pubblici (10,6% del PIL, p.47) e, udite udite, abbiamo 57 dipendenti pubblici per 1000 abitanti, contro i 63 della media europea (Ocse, 2011).

Tom-Saunders

Tom Saunders

Viene così confutato, dati alla mano, l’assunto per cui la spesa pubblica sarebbe appannaggio di pochi privilegiati (specialmente, la Casta politica e gli impiegati pubblici), mentre il resto dei cittadini non ne ricaverebbe che briciole e sarebbe spremuto dalla Stato “ladro” . Entra qui in gioco il fondamentale tema del prelievo fiscale. Secondo Cipolletta, non è vero che paghiamo troppe tasse. È vero che il totale delle entrate pubbliche raggiunge quasi la metà del PIL, ma di questi 684 miliardi solo 472 sono tasse effettive. Il resto sono contributi sociali, cioè accantonamenti obbligatori che poi vengono resi sotto forma di pensioni. Corretta in questo modo, la pressione fiscale italiana scende al 30% del PIL; valore inferiore a quanto si osserva in Belgio, Paesi scandinavi e persino in Gran Bretagna, e prossimo alla media europea.

Il carico fiscale non è elevato in sé, ma squilibrato: troppo alto sui redditi da lavoro, da pensione e sulle imprese, basso sulle rendite finanziarie, sui patrimoni e i consumi. Il risultato è che paga soprattutto chi ha la ritenuta alla fonte e non può evadere. Ragioni di equità richiederebbero, come spiegano bene gli economisti Piketty e Sanz (Per una rivoluzione fiscale, Editrice la Scuola, 2011), di spostare la tassazione dalle persone alle cose: ridurre Irpef e imposta sui profitti societari e aumentare quelle su patrimoni, rendite e consumi voluttuari e inquinanti. I redditi sono facili da occultare, mentre è più difficile nascondere una casa o un consumo. Alla luce di queste considerazioni, appare assolutamente sbagliata la scelta, dettata dalla destra berlusconiana e assecondata dalla sinistra, di eliminare la tassa municipale sugli immobili prima casa. Una decisione che tra l’altro ha sepolto per sempre il tanto agognato federalismo fiscale, con il quale si sarebbero dovuti responsabilizzare gli enti locali. La verità è che ad essi è stato concesso un ampio potere di spesa, ma non di imposizione, col paradosso di incentivarli a chiedere sempre più soldi allo Stato mentre non hanno alcun interesse a controllare le proprie uscite.

Il ragionamento di Cipolletta porta ad un’importante conclusione: le tasse che paghiamo, in rapporto ai servizi che ci vengono resi, non sono elevate. Quindi, perché si continua a tuonare contro una presunta “oppressione” fiscale? Tutti (politici, imprenditori, sindacalisti, cittadini) sono concordi nel voler abbattere la spesa pubblica per diminuire il carico fiscale. Dicono che va tagliata quella improduttiva : essenzialmente, i costi della politica (riduzione del numero dei parlamentari e degli stipendi, abolizione delle Province), i maxi stipendi dei dirigenti pubblici, le pensioni d’oro. Sacrosanto. Ma queste voci incidono assai poco sull’ammontare complessivo delle spesa pubblica. Se si vogliono generare risparmi consistenti per poter diminuire la pressione fiscale di molti punti percentuali bisognerà per forza intaccare la polpa della spesa: quel 71% dedicato a istruzione, sanità, protezione sociale. Cosa produrrebbe una simile decisione sulla nostra joie de vivre? Di sicuro, un peggioramento. Non conta tanto avere in tasca tot euro in più, se poi devi pagarti la scuola, la sanità, le maggiori tariffe dei trasporti. E per i più svantaggiati la disponibilità di servizi gratuiti fa la differenza. Chi vuole meno tasse e meno spesa, in definitiva, tifa per una società più diseguale (anche se non lo ammetterà mai).

La bandiera che dovremmo impugnare, se fossimo cittadini consapevoli, non è quella del “meno tasse” ma quella dei “migliori servizi”. Difendere la spesa pubblica e migliorare la sua funzione redistributiva – ancora troppo debole, nel nostro Paese – pretendendo che al suo essenziale e non particolarmente gravoso finanziamento contribuiscano tutti, in modo progressivo, senza ridurre la pressione fiscale generale.

Questi appelli, mi rendo conto, resteranno solo grida nel deserto finché, in questo Paese, non ricostruiremo un discorso pubblico adeguato, come fummo capaci di fare nel dopoguerra. Come allora, viviamo in tempi calamitosi e davanti a noi non rimangono che due strade: sprofondare definitivamente nella barbarie, adeguandoci alla lotta di tutti contro tutti per accaparrarsi quel poco che rimane, o cominciare a intraprendere un percorso condiviso, certo difficile, di lotta alle insostenibili diseguaglianze che stanno compromettendo la nostra convivenza civile.

Federico Stoppa

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commenti
  1. Cipolletta muove dall’assunto che le nostre tasse servano a finanziare i servizi (raramente impeccabili) che lo stato rende alla collettività.

    Ma è impossibile che le tasse possano pagare alcunchè, visto che sono soldi che il governo ha precedentemente immesso nella collettività e che poi si riprende indietro in percentuale inferiore.

    Se uno stato spende 100 e incassa 60 di imposte e tasse, come può ragionevolmente erogare servizi efficienti e funzionali che richiedono spesso anche costi superiori ?

    Sarebbe, quindi, da chiedere a Cipolletta se le tasse possano avere una diversa funzione da quella implicitamente accettata, soprattutto nella logica di uno stato a moneta sovrana.

    Il disavanzo pubblico è uno stock di ricchezza che lo stato ha il dovere di creare a favore della sua collettività e della quale costituisce strumento per la regolamentazione dei loro interessi. E si badi che questo ragionamento non costituisce – in alcun modo – l’alibi per giustificare spese parassitarie” e/o improduttive.

    Fino a quando lo stato non sarà seria e corretta controparte di quel “contratto” che ha stipulato coi suoi cittadini, a cui non dà risoluzione ai numerosi problemi, non potrà esigere alcunchè.

  2. opap ha detto:

    giusto l’assunto che pagare le tasse non è un male, e che la ridistribuzione della ricchezza attraverso il prelievo fiscale permette una società più eguale…
    difatti non bisogna spendere meno, bisogna spendere meglio…poichè gli sprechi che vengono nell’articolo liquidati come pochi soldi sono in realtà tanti (basta vedere gli sprechi nella sanità e la differenza tra costi e servizi tra diverse regioni) e spesso vanno a rimpolpare la ricchezza di pochi e non vengono usati per creare ricchezza e crescita per il paese…
    detto ciò proprio in un periodo di crisi e deflazione più che abbassare le tasse, che porterebbe magari il cittadino a risparmiare i soldi in più piuttosto che consumarli, bisognerebbe investire le risorse in modo proficuo per la crescita e aumento dell’occupazione..

  3. Andrea ha detto:

    Arrivo tramite gliAltri. Per adesso mi limito a scrivere che questo è davvero un posto interessante. Adesso me lo studio un po’. ciao

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