Storytelling pirata

Pubblicato: novembre 22, 2013 da Francesco Paolo Cazzorla in Cultura
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Martin Leon Barreto

Martin Leon Barreto

Ci stanno rubando l’immaginario. È un vero e proprio saccheggio che non conosce quartiere. Il blocco che la nostra immaginazione sta subendo è talmente sofisticato e pensato e applicato fin nei minimi dettagli che non riusciamo a renderci minimamente conto di cosa sta avvenendo e, perciò, per noi, resta sempre tutto uguale. E invece no. Quando accendiamo la tv, per esempio, inizia la trafila appassionata e “coinvolgente” delle storie, e scopriamo, molto spesso disinteressati (ma la nostra mente immagazzina lo stesso), come lo sgrassatore universale “Cif”permette a Cenerentola di arrivare prima al ballo; di come Banderas ci racconta i suoi metodi così famigliari e genuini da pasticciere dei bei tempi andati immerso in un “mondo buono”; di come, tutto ad un tratto, nell’ultimo spot dell’Enel Energia siamo divenuti, così, dal nulla, tutti quanti guerrieri di ogni e per ogni cosa, e ci viene anche chiesto, per giunta, di raccontare la nostra di storia, e tutto ciò con una voce che miscela premura e il piede di guerra al contempo… E fateci caso d’ora in avanti, l’elenco potrebbe benissimo continuare.
Stiamo vivendo quella che è stata definita la “narrative turn”, la svolta narrativa. Il libro di un intellettuale francese, un certo Christian Salmon (un tipo che ha fondato nel 1993, con la collaborazione di più di trecento intellettuali provenienti da tutto il mondo, il Parlamento internazionale degli scrittori) questo personaggio, dicevo, ci mette in guardia con una lucidità davvero disarmante in questo suo libro gradevole e dall’immediata lettura: “Storytelling – La fabbrica delle storie”. Che cos’è lo Storytelling? Non è sicuramente una pratica nuova, no, di sicuro, dato che stiamo parlando dell’arte di raccontare storie, che è nata quasi in contemporanea con la comparsa dell’uomo sulla terra e ha costituito un importante strumento di condivisione dei valori sociali. Bene. Di quest’arte se ne stanno impadronendo in molti ai “piani alti”, e tutto è incominciato all’incirca dalla metà degli anni novanta, quando la visibilità del brand dei diversi prodotti venduti sul mercato ha cominciato a vacillare e a non attecchire più come una volta sulle “sensibilità” del consumatore confuso. Diversamente, “lo scopo del marketing narrativo non è più semplicemente convincere il consumatore a comprare il prodotto, ma anche immergerlo in un universo narrativo, coinvolgerlo in una storia credibile. Non si tratta più di sedurre o di convincere, ma di produrre un effetto di credenza. Non di stimolare la domanda, ma di offrire un racconto di vita che propone dei modelli di comportamento integrati, i quali comprendono certi atti di acquisto, attraverso veri e propri ingranaggi narrativi”… “Le grandi narrazioni che hanno segnato la storia dell’umanità, da Omero a Tolstoj e da Sofocle a Shakespeare, raccontavano miti universali e trasmettevano le lezioni delle generazioni passate, lezioni di saggezza, frutto dell’esperienza accumulata. Lo storytelling percorre il cammino inverso: incolla sulla realtà racconti artificiali, blocca gli scambi, satura lo spazio simbolico di sceneggiati e di stories. Non racconta l’esperienza del passato, ma disegna i comportamenti, orienta i flussi di emozioni, sincronizza la loro circolazione. Lontano da questi «percorsi di riconoscimento», lo storytelling costruisce ingranaggi narrativi seguendo i quali gli individui sono portati a identificarsi in certi modelli e a conformarsi a determinati standard”… Salmon ci racconta tutto in questi termini, e non finisce qui…

Pensate questo epocale stravolgimento e applicatelo ai settori più oscuri dove viene applicato il potere di controllo sugli individui: l’ambiente di lavoro, la politica, il “cinema della guerra”, e così via… Dunque se quando siete a lavoro entra il vostro capo in ufficio e non comincia a parlarvi di statistiche, dati, cifre ma diversamente attacca a raccontarvi una storiella per “stimolarvi”, per “incoraggiarvi” o per “adeguarvi al perpetuo e vitale cambiamento necessario all’azienda”, non meravigliatevi: è tutto “normale”. Per non parlare poi della storie raccontate nelle campagne elettorali cosiddette “permanenti”, che tanto affascinano la gente che ne parlano in maniera spropositata ovunque si trovino, diventando in questo modo dei storyteller a tutti gli effetti, dei cantastorie… Insomma vi è una proliferazione inquietante di storie per ogni cosa, avverte Salmon, tanto da affascinarci e sedurci ma, alla lunga, renderci davvero rinsecchiti di storie propriamente nostre... Addirittura viene utilizzato nel linguaggio di strada ora che ci penso, quando in ambienti “particolari” si dice che quella partita “è proprio una bella storia zio, vai tranquillo…” Insomma, incominciate a fare anche voi questo giochino e vi renderete conto, come me, che è piuttosto difficile uscirne: le storie artificiali sono ovunque, e, tramite esse vogliono controllarci indiscriminatamente… “Per quale ragione si chiede ai lavoratori di un’impresa di rompere il silenzio [e quindi gli si chiede, diversamente, di raccontare la propria storia], dopo averglielo imposto per tanto tempo? Come spiegare loro che quello che fino ad allora era considerato una prova di obbedienza e di disciplina è diventato un freno al cambiamento e all’innovazione? Si tratta forse della promessa di una nuova democrazia sociale?” Macché… Io, da parte mia, apro un vero libro, dove c’è una vera storia in comunione con un’altra mente, convinto di quel suo genuino modo di comunicare solamente, solo con me, e non per controllarmi, ma per condividere, spargere l’immenso sapere… Voi fate quello che credete sia giusto per voi: vedetevi un vero film, osservate un quadro mozzafiato, qualsiasi altra sincera e appassionata storia, qualsiasi…

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

 

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