Thomas Pynchon e il suo arcobaleno della postmodernità

Pubblicato: novembre 16, 2013 da Francesco Paolo Cazzorla in Cultura
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Diego Quiroga

Diego Quiroga

È ritenuto uno dei padri della letteratura post-moderna. Maestro indiscusso del virtuosismo canoro trasposto in parole. Thomas Pynchon. “Vive appartato e non compare mai in pubblico”—> questa è la sua biografia. Sappiamo poco o nulla di lui, solo che è noto per la sua scrittura complessa e labirintica e che non si è mai rivelato al proprio pubblico se non attraverso le sue opere. Forse si tratta di una specifica strategia editoriale che alimenta ancora più il mistero: esiste davvero? Qual è il suo volto? In alcune puntante dei Simpson, a mo’ di parodia, sono state fatte specifiche allusioni a questo colosso narrante: un personaggio in incognito viene rappresentato “mascherato” con una sacchetto di carta in testa, e quando scambia qualche battuta (nella versione americana), si vocifera, prende a prestito la vera voce dello scrittore.


Tralasciando la fiction e i diversi tentativi fantasiosi di definire una figura che è e resta aleatoria, penso non ci siano troppi dubbi a riguardo: questo scrittore americano esiste davvero. Eh sì, perché è uno personaggio che, tramite i suoi contributi romanzati, ha praticamente influenzato il nostro immaginario collettivo culturale e globalizzato a partire più o meno dagli anni 60’.

Per fare qualche esempio… È presente nei primi testi degli album dei Radiohead, e sappiamo tutti cosa ne è uscito fuori; influenza apertamente il famoso fumetto “V per vendetta”, poi diventato il celebre e visionario film. (Il suo primo romanzo, scritto nel 63’, si chiama per l’appunto “V”). Molti scrittori americani e non, contemporanei o dopo di lui, attingono sfacciatamente dalla sua opera. Un altro esempio: “Trainspotting” di Irvine Welsh, poi riproposto in quella pellicola cinematografica che è divenuta una delle più amate e ricordate della nostra generazione. Ricordate la celebre scena del film girata in uno dei peggiori cessi di Scozia? Quando Il Nostro si immerge nel water e si fa un bel giretto sguazzante in quell’acqua fetida?

Pynchon2


Bene. Quella scena è stata scritta per la prima volta da Pynchon nel suo “L’arcobaleno della gravità”, considerato uno dei suoi massimi capolavori. Il protagonista del romanzo si intrufola in un cesso di un bar perché è alla ricerca di una fisarmonica perduta e nel frattempo, incontrando diversi escrementi sparsi qua e là, formula una vera e propria casistica di merda risalendo ai legittimi proprietari. Questa mattone di romanzo, che mescola con arte smisurata realtà e fantasia, dà prova di quanto questo autore conosca la storia, e non una storia qualunque… La storia degli ultimi, dei dimenticati, fondando quella che è stata definita “la poetica del preterito”. In questo romanzo, gli anni della guerra fredda sono raccontati con una tale dovizia di particolari (sempre mescolati ovviamente alla “fantascienza” del romanzo) che il lettore non distratto può sempre ricostruire le cose come sono andate semplicemente documentandosi. Questo libro, inoltre, si presenta con una narrazione propriamente post-moderna: sbalzi temporali paurosi ripercorrenti le memorie gioiose e travagliate dei personaggi si manifestano in contesti de-spazializzati di un mondo in preda ad una guerra invisibile che logora gli animi. “Tutto ruota, comunque, attorno alla Zona, la Germania devastata e occupata, dove praticamente non c’è legge né ordine, e dove avvengono i più strani traffici e s’incontrano i più folli personaggi.” Ma la caratteristica più evidente della scrittura di Pynchon è la sua comicità: sembra di leggere dei fumetti bizzarri non illustrati. E poi tanto altro: esoterismo, psicologia, scienza nucleare, ingegneria missilistica, erotismo, feticismo e così via… Un romanzo enciclopedico dunque, come per tradizione vogliono essere incasellati i romanzi postmoderni. Un romanzo che, ad ogni modo e comunque vada dopo la lettura (in bocca al lupo!), lascia sicuramente qualcosa al lettore: un’esperienza letteraria unica, nulla da dire.

 

P.S. Se proprio sono riuscito a stuzzicarvi una recondita curiosità, incominciate a leggere “L’incanto del lotto 49”. Quest’ultimo libro è, caso stranissimo, uno dei pochi romanzi brevi che il nostro autore abbia mai scritto, perché il resto dei suoi romanzi sono letteralmente pluviali: bisogna armarsi di molta pazienza per terminarli a dovere, ma, posso dirvelo, ne vale davvero la pena… Breve ma intenso “L’incanto” è una bel concentrato di letteratura post-moderna che incasina la mente, e su questo non c’è ombra di dubbio.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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