Felice Casorati

Felice Casorati

Sono arrabbiato. Sono arrabbiato e incazzato, punto e basta. È inutile che ci giriamo attorno: siamo tutti raccolti qui, al capezzale di una bellezza fuori di testa, e non sappiamo cosa fare (quasi quasi prendo un’altra birra, giusto per temporeggiare, e aspetto che gli altri terminino rassegnati il loro giro tra i corridoi).

Budi Satria Kwan

Budi Satria Kwan

Sembra che tutto non debba cambiare mai. Qui tutto è sempre lo stesso. Forse, ogni tanto, cambiano i sensi unici delle strade, ma – come ben si saprà dalle scuole elementari – cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia mai. Il loro nuovo senso intrapreso verrà immediatamente risucchiato nella consuetudine, che da queste parti si radica a fondo, e farà di tutto per non mollarti più, in quei passi, in quel sole, e addirittura in quelle nuvole, che dovrebbero muoversi, salutare nella loro effimera presenza, ma che per il momento si piantano lì, e non ne vogliono proprio sapere di andarsene. Nuvole, sole, passi: il tempo non è mai esistito, ma tu fai finta che scorra lo stesso, proprio lì, accanto a te, esattamente quando l’onda del mare s’infrange sullo scoglio schizzando per aria, sbeffeggiando i frangiflutti.

Fai fatica a camminare spensierato, tutto l’asfalto è butterato da mini-medi-grandi-crateri, da evitare: la pioggia ha recato solo danni a quelle strade bisunte, bistrattate. Quelle strade. Continuamente rattoppate, coperta su coperta, tampone su tampone, solo per ridurre momentaneamente il danno; un po’ come si fa con i tossicodipendenti, quando si distribuisce loro le siringhe nuove di zecca. Si cerca, alla meno peggio, di limitare inutilmente il (loro?) danno. È la stessa cosa, non cambia nulla: si prolunga solo un’agonia annunciata, uno sguardo perso, sempre per quelle strade. Ah, quelle strade! Se fossero frequentate di più, e non si limitassero ad essere luogo di anonima circolazione fasulla…. Quanto più belle sarebbero.

Mentre cammini vai respirando un’asfissia deleteria, una mancanza di ossigeno che, anche nel peggiore dei casi, sarebbe di beneficio, perché potrebbe portare con sé quell’alito di speranza che riesce a strapparti un sorriso, una visione, un desiderio mai pensato… Manco quello ci resta più: il cielo sembra non voler fare più concessioni. Sono cambiati i tempi in cui ci si poteva prendere il lusso di camminare con la testa per aria, sotto un cielo inutilizzato…

Oggi, invece, cammini per le strade e vedi gente – per la maggiore – costantemente imbronciata, che si ostina a blaterare al vento fatti e tragedie apparentemente insolubili, e che appartengono solo alle proprie insignificanti e minute vite, tutte rigorosamente al singolare. E il vento se le porta vie tutte, tutte puntualmente con quei loro versi piagnucolosi, quelle loro storie da quattro soldi mangiucchiate da labbra pompose e raggrinzite, assieme. Ed è il delirio dell’io, del me riferito solo a me stesso, del “si fa a modo mio”, sempre e unicamente, ad ogni singola occasione raccontabile.

Che ci fosse mai una volta una specie di coralità, un teatrino audace e al contempo collettivo, una rappresentazione in piazza, dove tutti sono parte indispensabile del tutto e contribuiscono, nei loro rimandi complementari, ad elevarlo su ogni cosa, su ogni interesse, su ogni genere di pregiudizio, rivitalizzando quell’alterità che oggi risulta massacrata. Dov’è l’alterità? Che fine ha fatto? Da queste parti, forse, non ha neppure un nome per poter essere indicata col dito.

Frederick Marriot

Frederick Marriot

Sembra che questo “genere di cose” sia rinchiuso nei desideri reconditi di ognuno, lì, da qualche parte, e che non abbia mai accesso ad uno spazio adeguato per muoversi, per dire la sua, per esprimersi nella vita: stenta, tutte le volte, ad avere un riconoscimento per agire, per farsi allusione, quindi concretezza, e alla fine se ne rimane appollaiato lì, a marcire, come se ci fosse sempre bisogno di un’autorizzazione firmata da non so chi per animarlo e smuoverlo… È triste. È davvero tutto molto triste. C’è uno spreco sconsiderato di capitale umano che si potrebbe fare vita ludica a vita. Io credo molto in questa gente, ma questa gente crede troppo a ciò che la gente dice, affidandosi religiosamente a tutto ciò che annuncia perentoriamente il notiziario in TV, alla radio, sul web. Tutti i giorni. È solo lo straniero non regolarizzato che commette il misfatto più efferato, il connazionale è sempre innocente in queste occasioni, o risulta essere solo una sagoma sullo sfondo, che passa di lì per caso. Strano. I dati effettivi sulla criminalità (soprattutto sulla micro-criminalità, cioè quella che dà più fastidio ai cuori e morde più le pance) mostrano un quadro diverso dalla realtà. Forse si saranno sbagliati, i dati. Ma chi ci crede ai dati? Talvolta, sono così freddi… Meglio credere alle persone, no?

E quindi le code si fanno sempre più lunghe e fragorose, agli sportelli di un’amministrazione che dovrebbe essere più trasparente, più chiara, più telematica, in una parola, più veloce. Forse nel medioevo le cose giravano meglio, chissà! (I cavalli sono così eleganti dopotutto). Quella gente stipata, e in attesa di un numero luminoso che dovrebbe squillare tra molti altri numeri prima di lui, non fa che lamentarsi in continuazione, per ogni cosa che non va, per ogni presunto sgarro subito, per ogni cosa che deve essere solo e solamente dovuta, e non fa assolutamente nulla (sempre quella gente) per essere più comprensiva, più smorzante, più da “ti aiuto io se posso, dimmi cosa posso fare”, cercando soluzioni, promuovendone magari di altre, di più innovative, di sua spontanea ispirazione. E invece no, scatta e basta, come una molla che, seppur arrugginita, non delude mai nel suo sobbalzo gracchiante (e a volte anche graffiante – certe vecchie molle fanno davvero male, AHI!) In contro-risposta, dall’altra parte, avviene puntualmente l’erigersi della barricata, dei funzionari, degli impiegati tutti, che si murano dietro la procedura inattaccabile, e che utilizzano prontamente la “formulina magica” per ogni occasione, per ogni evenienza, per eludere lo scontato battibecco, e che fa più o meno sempre così: “Non dipende da me, non è di mia competenza… Queste sono le regole.” Questa è la magia! In Italia, forse, ci sono troppe regole, ed è questo un altro problema: la “gabbia d’acciaio”, che quelle regole provvedono ad allestire, non fa che intorpidire gli animi.

Dov’è finita la famosa partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica – tanto millantata da quei politicanti strozzati di falsità nelle loro sgargianti cravatte – che prevedeva il loro inedito e atteso coinvolgimento ai processi decisionali che li riguardavano più da vicino? Dov’è? Chi riesce a spiegarmelo? Io non so proprio da dove cominciare a cercare… Tutte chiacchiere. Chiacchiere e fuffa.

Questi personaggi giacca e cravatta – che fra un po’, una volta eliminati dalla scena politica, faranno carte false per approdare anche loro all’isola dei famosi – mi ricordano tanto quei “professionisti” che vanno a parlare nelle gremite sale delle università private, pagati profumatamente per non dire assolutamente nulla, per giocare con parole che neppure conoscono a fondo, giusto la patina, e per abbindolare a profusione un pubblico attento ma quasi sempre ignaro del raggiro; di quest’ultimo, il mal capitato pubblico se ne accorge solitamente verso la fine del corso, a giochi quasi fatti (si presuppone, in linea generale, che nella sfera di mercato i tanti soldi spesi conducano necessariamente alla qualità del prodotto acquistato, recando presumibilmente con sé quella cieca rassicurazione “scacciapensieri”. “Pago tanto quindi avrò il prodotto migliore”. Mi spiace, non è sempre una conseguenza logica, anzi – il mercato, per definizione, è sempre bello che incasinato: è capriccioso, come ultimamente lo è il tempo atmosferico: non affiderei a lui (al mercato) il destino “del mio avere” – ops! Volevo dire “del mio essere”, che sbadato!).

Cyril Croucher

Cyril Croucher

È un paese alle strette, o meglio, si sta allargando di molto: tutti partono o sono in procinto di, partire. Lo so perché sono uno fra questi. Le poche cifre che, ogni tanto, spiattellano i centri di ricerca a tale riguardo sono di gran lunga sottostimate. Al contrario: è un vero e proprio esodo di massa, e pochi ne parlano, perché? È per caso un fenomeno che crea scoramento? Strano. Non ci si preoccupa, invece, quando c’è da lanciare bombe di notizie macabre che appaiono scorrendo ogni giorno per tutti quelli schermi illuminati senza freni.

Altro fattore. Ci sono tanti NEET… E chi saranno mai questi ora? Che cosa vogliono da noi? È semplicemente un acronimo inglese (tanto per cambiare), che sta per “Not (engaged) in Education, Employment or Training“, cioè quegli individui che non sono né impegnati nel ricevere un’istruzione né una formazione, o non hanno un impiego né lo cercano; o ancora, che non sono impegnati in altre attività assimilabili, quali ad esempio tirocini o lavori domestici etc.; dicevo, ci sono tutte queste persone (che sì, hanno un nome, ed è solo NEET!!), che se ne stanno a casa a non far nulla, TUTTO IL GIORNO, e continuano a consumare inesorabilmente le poche risorse che ci sono rimaste, come se non ci fosse un domani, e senza produrne di nuove, di risorse. Questi soggetti (queste persone (!)), continuano ad aumentare in maniera vertiginosa, e nessuno ne parla mai.

Ah, vero! La gente crede troppo ai giornali, come fa a credere anche a ste cose di cui i giornali accennano forse solamente? Ci sono troppe cose da credere, bisogna fare una selezione per sopravvivere: è la legge mentale. Io ci credo in questa gente (nei NEET), semplicemente perché – secondo le loro “argute” definizioni – dovrei essere, al momento, uno di loro; dovrei rientrare nello loro statistiche sconclusionate (ah, per la cronaca, sono uno di loro anche perché faccio un lavoro a nero (quindi sono “oscuro” e non figuro nelle loro statistiche)), come quasi tutte le persone della mia età che vogliono tirare avanti, e che cercano nel loro piccolo di far qualcosa; sempre per la cronaca – parte seconda, e sempre a proposito di statistiche che non servono a nulla, se non a romperti i coglioni mentre stai cercando di fare la tua vita – mi chiama “Alma laurea” (chi si è laureato in Italia sa per forza cos’è), e nella trafila nel suo inutile questionario telefonico mi fa la cruciale domanda concatenata: “Lei al momento svolge un’occupazione? E se sì, di che tipo?” Mia risposta (in pausa lavoro e in attesa di rientrare): “Sì, svolgo un’occupazione a nero e, per la precisione (“dato che siete precisi”, ho pensato), lo faccio indossando una felpa dell’Alma Mater Studiorum, sì, proprio quella comprata per farmi figo all’università… Posso andare ora? Abbiamo finito?”. Risultati dell’inchiesta: disastrosi. Ma non per i risultati in sé, quello è scontato. Parlo invece della loro utilità in termini di rinsavimento del fantomatico collegamento Università-Occupazione (o “mondo del lavoro”, come preferite).

untitled1E allora? Cosa succede? Succede che questo paese è in coma. È una bella ragazza con i capelli vaporosi e acciambellati sul cuscino, ben pettinati ogni giorno dalle vecchine sedute sulle sedie, e che si lascia impegnata in quel sonno misterioso e profondo lontano da tutti noi (soprattutto da noi giovani, che innamorati pazzi di lei siamo costretti a partire e dirle “ciao”, in lacrime, senza che lei abbia la premura di dirci nulla), e che anche se la smuovi leggermente lei non si muoverà da lì, mai, per nessuna ragione: sta bene come sta. Le puoi sussurrare all’orecchio, e raccontarle i tuoi desideri che hai in serbo per te e per lei da un sacco di tempo; ricordarle le gesta miracolose della sua storia, una storia che è a dir poco incredibile, forse la più bella di tutti i paesi che esistano al mondo. Puoi dirle che hai un assoluto bisogno di lei, ora, e che hai provato l’impossibile senza il suo aiuto, ma che ormai sei arrivato alla frutta, e non puoi proprio non chiamarla in causa. Nulla. Lei non ti risponderà mai: rimarrà lì, immobile, con il suo celestiale sorriso che ti prenderà per il culo. Quindi cos’altro dirvi: l’Italia è decisamente in coma, e non accenna minimamente a svegliarsi, a dare cenno alcuno.

E allora che si fa? Si stacca la spina e ci s’inventa, tutti insieme, una patria nuova? E da dove si comincerà mai? Come si incastrano i mattoni (e con cosa??) per mettere su un intero palazzo-Paese? È mai esistito un sistema-Paese-Italia? Mi chiedo. Forse si dovrebbe ricominciare guardando indietro al futuro, e guardando avanti al passato, assieme: due prospettive che si rimboccano le mani e se le stringono, vicendevolmente. Vi deve come essere una specie di sposalizio tra le due (tradizione e innovazione a braccetto: come sono belle messe insieme! Un unione di fatto!) Bisognerebbe rigenerare un welfare serio, pensando soprattutto a quelle nuove generazioni che non hanno (e non avranno) davvero nulla, e che non vengono minimamente considerate (che cosa sono le nuove generazioni? Di che cosa stiamo parlando? Mah!).

Errore straordinario questo, dato che sono l’unica ricchezza che ancora ci rimane, considerata l’instabilità del tipo di elettricità che alimenta ancora quelle macchine che la mantengono in vita, la nostra-patria-in-coma (i due tipi di elettricità che, per il momento, ci stanno salvando il culo dall’inevitabile baratro sono, nella fattispecie, le rendite patrimoniali e il “welfare dei nonni”, l’unico welfare ancora rimasto in Italia – per chi non lo sapesse, il “welfare dei nonni” è, riduttivamente, la paghetta che ti dà tua nonna (o tuo nonno) per comprarti un gelato, o per farti un viaggetto in provincia; rendendolo invece un tantino più complesso, questo welfare può essere indicato come l’aiuto che i nonni danno a genitori entrambi lavoratori con figli, e che non possono permettersi di pagare le rette degli asili nido perché rincarate a dismisura… I nonni, quindi, colmano un vuoto siderale di un welfare che non c’è (o se c’è è gestito malissimo, perché c’è uno spreco di risorse che va in tasca a chi non dovrebbe andare), e che non potrebbe essere colmato da quei genitori (e sono tanti oggi) che non riescono assolutamente a conciliare i tempi di cura con i tempi di lavoro (perché negli altri Paesi ci riescono? Sono così diversi da noi?) Questo welfare quindi, quello cioè messo-in-pratica-dai-nonni, è l’unico welfare ancora vigente in Italia; chiusa parentesi lunghissima, scusate)…

… Dicevo dell’instabilità di questi due tipi di elettricità, e cioè: le rendite patrimoniali, pian piano, se le prenderanno tutte gli stranieri-coi-soldi, e che sono talmente innamorati del nostro bel Paese da fare pazzie inimmaginabili: ci stanno letteralmente saccheggiano, e noi non ce ne accorgiamo perché abbiamo un immediato (e disperato) bisogno di soldi (vedi i cinesi che si presentano nei locali con valigette stracolme di contante). Quindi non facciamo che vendere al miglior offerente le nostre inestimabili proprietà.

Per quanto riguarda invece i nostri nonni (cioè gli anziani), è vero il fatto che sono tantissimi, ma prima o poi moriranno, come tutti noi, quindi gli effetti immediati che, nello specifico, subiranno le famiglie in loro mancanza saranno a dir poco disastrosi. Si potrà dire che, al contrario, con la loro morte, la spesa socio-sanitaria potrà respirare un po’, dato che in loro assenza diminuirà sensibilmente… Ma io di questo non ne sarei così sicuro, dato che l’Italia in prima fila, assieme alla “cattiva-mamma-Europa”, si appresta a diventare, tra pochi decenni (ma in realtà ne siamo già immersi fino al collo), il territorio con il più alto tasso di anzianità al mondo, relativamente al numero complessivo della popolazione che vi abita, naturalmente (!)…

Gatto Bravo

Gatto Bravo

I panni dunque sono sciorinati, e c’è un profumo che pervade l’aria da far invidia a tutte le bolle di sapone di tutte le lavanderie di tutto quanto il mondo intero: da queste parti, nei centri storici dimenticati da Dio, è uno degli odori più benefici e più rilassanti di tutti. Per non parlare poi delle fragranze tipiche di quei pranzi domenicali interminabili, con i loro succulenti ragù, le loro fritture fantasiose, le polpette saltellanti e gioiose su per i pendii di ciotole traboccanti, che indicano, da lontano, quelle sontuose parmiggiane di melenzane, armoniose e campeggianti su quelle tavole rigogliosamente imbandite: tutti questi odori si legheranno nelle stradine, quelle più nascoste, dove i vicoli della tua infanzia saranno raggiunti da quella brezza marina che ti mancherà, oh sì che ti mancherà…

Ti lascerò, a malincuore, mentre sei posata su quel letto eterno, e mentre chi rimane qui non farà altro che violentarti ancora, abusare di quel poco che ti rimane, per prendersi l’ultimo bagliore di bellezza che c’è sempre in te, nonostante il tuo stato precario di salute, nonostante gli scandali che ti vedono come protagonista a causa loro, nonostante tu stia diventando sempre di più la terra di nessuno.

Partirò, mi informerò, studierò ancora e sempre di più, e ti porterò la cura, te lo prometto: dovessi lambiccarmi il cervello sino all’esaurimento. Ti porterò tutto quello che ti occorre, affinché i tuoi occhi possano incontrare nuovamente i miei, ancora una volta, giusto per ricordarmi che effetto fa. Ma ora scusami, devo andare.

Ciao mia bella ragazza, ciao mia bella Italia.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Il postmoderno è uno storyteller in riva al mare

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