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Ha cominciato ad invocarlo il Movimento 5 Stelle durante la campagna elettorale per le politiche del 2013. Poi, hanno auspicato la sua introduzione anche il ministro del lavoro Enrico Giovannini e alcune associazioni cattoliche come le Acli e le Caritas. Stiamo parlando del reddito minimo garantito (RMG), uno strumento di contrasto alla povertà assoluta che prevede l’assegnazione di un minimo di base a tutte le persone che dimostrino di trovarsi in uno stato di privazione materiale.

Il RMG non va confuso con l’indennità di disoccupazione, che è finanziato dai contributi di lavoratori e imprese e che presuppone una carriera lavorativa. Né con il reddito di base o di cittadinanza, che invece spetterebbe a tutti i cittadini a prescindere da occupazione e reddito.

L’adozione di una qualche forma di RMG (vedremo che le proposte avanzate sono diverse) nel nostro Paese è ritenuta indispensabile per due ragioni.

Primo: si tratta di uno strumento che esiste in quasi tutti i paesi europei, tranne il nostro e la Grecia. Dal Sozialhilfe tedesco al Revenue de solidarité active francese; dall’Income support britannico al Droit a l’integration sociale belga, dall’ Ingreso minimo de insercion spagnolo al Rendimento Social de insercao portoghese; la forma cambia, ma la sostanza si equivale: si tratta di una prestazione monetaria erogata a tutti gli individui o famiglie che si trovano in una situazione reddituale e patrimoniale ritenuta insoddisfacente per procurarsi il minimo vitale (alloggio, cure, spese alimentari, vestiario). L’importo dell’assegno oscilla attorno ai 400-500 euro mensili per persona (integrati quasi ovunque con le spese per l’affitto, il riscaldamento, l’assicurazione sanitaria e i trasporti pubblici) e prevede maggiorazioni a seconda del numero e l’età dei figli a carico. Inoltre, al trasferimento monetario si accompagna l’obbligo, da parte dell’utente, di frequentare corsi di reinserimento sociale e lavorativo.

In secondo luogo, la questione della povertà in Italia è più seria che altrove. Sia il numero degli individui in povertà relativa che quelli in povertà assoluta è aumentato pericolosamente negli ultimi anni. L’Istat calcola che gli individui relativamente poveri – cioè con redditi e consumi inferiori al 50% della media, pari a 990 euro mensili per una famiglia di due persone- sono ben 9 milioni, mentre quelli assolutamente poveri – cioè non in grado di accedere ad un paniere di beni che consentono di condurre un tenore di vita minimamente dignitoso – 5 milioni. Da notare che queste persone si trovano soprattutto nelle famiglie con tre o più componenti. Sono giovani disoccupati e soprattutto bambini. Ma le misure assistenziali contro il rischio povertà, in Italia – come le pensioni sociali, l’integrazione delle pensioni al minimo, la social card – oltre ad essere, complessivamente, di entità inferiore alla media europea, riguardano soltanto la componente anziana della popolazione.

Le proposte di RMG di cui si sta discutendo nel dibattito politico italiano sono essenzialmente tre. Differiscono per i costi, oltre che per le denominazioni.

Il Movimento Cinque stelle propone un reddito di “cittadinanza” (che in realtà è cosa ben diversa): un contributo mensile di 600 euro per tutti coloro che risiedono in Italia da almeno due anni e che hanno redditi inferiori alla soglia della povertà. L’erogazione della somma è condizionata alla ricerca attiva del lavoro. Il RMG in salsa grillina costerebbe 19 miliardi di euro, e verrebbe finanziato, secondo il Movimento, da un contributo di solidarietà sulle pensioni più elevate (già bocciato da Consulta e dall’ultima finanziaria) e da una patrimoniale. Il che lo rende difficilmente attuabile. Un altro punto debole della proposta, su cui ha recentemente richiamato l’attenzione Maurizio Ferrera, è l’idea di affidarsi esclusivamente al criterio del reddito disponibile per assegnare il contributo. Ciò infatti rischia di andare a beneficio degli evasori.

Più fattibile la proposta della Commissione Giovannini di erogare un Sostegno di Inclusione Attiva (SIA) ai più poveri. L’ammontare del trasferimento monetario sarebbe pari alla differenza tra reddito disponibile del soggetto beneficiario e la soglia di povertà assoluta calcolata dall’Istat, e verrebbe accompagnato con politiche di riqualificazione professionale per facilitare l’ingresso  nel mercato del lavoro. La prova dei mezzi sarebbe effettuata tenendo conto della dichiarazione ISEE, che include anche la situazione patrimoniale familiare dell’individuo. Il SIA costerebbe 7 miliardi, che potrebbero anche essere dimezzati se venisse rivista tutta l’intricatissima giungla degli assegni familiari e delle detrazioni IRPEF, che spesso vanno a beneficio dei nuclei più ricchi.

EndingPoverty_cover-clipInfine, le Acli puntano ad introdurre, nel quadriennio 2014-18, un reddito di inclusione sociale (RSI) che verrebbe assegnato gradualmente a tutte le famiglie in povertà assoluta (circa 1 milione e 725mila). L’importo sarebbe pari – come nel caso del SIA – alla differenza tra reddito disponibile e soglia di povertà assoluta Istat. La spesa pubblica totale dedicata crescerebbe nel corso del tempo, fino a raggiungere, a regime (cioè alla fine del quarto anno), la cifra di 6 miliardi di euro l’anno. Uno dei vantaggi del RSI è che andrebbe a sostituire le  (poche) prestazioni di contrasto al rischio povertà vigenti che, come abbiamo visto, riguardano solo alcune categorie di persone e non brillano per efficacia. Inoltre, Il RSI verrebbe gestito a livello locale attraverso l’impegno sinergico dei Comuni, Terzo Settore, Centri per l’Impiego e altri soggetti. Infine, le fonti di finanziamento verrebbero da minori spese pubbliche (specie per pensioni d’oro, trasferimenti alle imprese, servizi generali) e da maggiori imposte su una manciata di voci (tabacchi, giochi e lotterie, patrimoni, successioni).

La sacrosanta introduzione del reddito minimo garantito nel nostro paese non deve però far dimenticare che il flagello della povertà non si aggredisce solo ex post, attraverso misure assistenziali e compensative (come i trasferimenti monetari), ma soprattutto ex ante,  con il potenziamento di servizi pubblici cruciali come istruzione e sanità e con l’implementazione di politiche macroeconomiche dirette alla piena e buona occupazione. E’ questa l’idea di Welfare State che avevano William Beveridge e Hyman Minsky, e che oggi avrebbe difeso, con ostinazione, il grande economista Federico Caffè.

Federico Stoppa

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Formula della mia felicità: un si, un no, una linea diritta, uno scopo

Friedrich Nietzsche, Crepuscolo degli idoli

“Siate decisi a non servire più, ed eccovi liberi”

Etienne Le Boétie, Discorso sulla servitù volontaria

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Il destino di tutti i pensatori più avanti del loro tempo è quello di ricevere sputi mentre sono in vita e sperticati elogi, tributi e beatificazioni una volta resi inoffensivi dalla morte. Così è stato per Albert Camus, di cui oggi si celebra il centenario dalla nascita. In Francia, la gauche caviar erede del partito filosovietico di Jean Paul Sartre lo rivendica per il suo antifascismo; la destra gollista lo esalta per aver denunciato,  in piena guerra fredda, gli orrori dello stalinismo; i cristiani lo descrivono come un ateo “gentile”, sensibile alle questioni di fede. Per dipanare la nebbia che si è addensata su questo grande scrittore franco-algerino – premio Nobel per la letteratura nel 1957 – è molto utile leggere due belle biografie recentemente tradotte in italiano: Albert CamusUna vita per la verità di Virgil Tanase e L’ordine libertario. Vita filosofica di Albert Camus del filosofo francese Michel Onfray. Attraverso una ricca documentazione, i due autori smentiscono tutti coloro che tentano di fossilizzare il pensiero di Albert Camus in uno schema politico o dottrinario. E lo  restituiscono alla schiera ideale di quegli intellettuali eretici e libertari che, nel corso del Novecento,  si sono messi al servizio di coloro che subivano la Storia, non di quelli che la facevano:  gli Orwell, le Simone Weil, le Hannah Arendt.

La vita di Albert Camus è una testimonianza di coerenza morale e difesa ostinata della verità. Laureato in filosofia, si considera un dilettante del campo. Da pensatore concreto, prova scarso interesse per i grandi sistemi di pensiero elaborati dai filosofi di professione nelle aule prive di ossigeno; preferisce il filosofo-artista Nietzsche agli algidi professori come Hegel. Per Camus la vera filosofia ha valenza pratica, non speculativa: deve insegnare a vivere e morire. “Io non sono un filosofo. Quello che mi interessa è sapere come bisogna comportarsi. E più precisamente come ci si può comportare quando non si crede in Dio o nella Ragione”. Nato e cresciuto in Algeria, è innamorato del Mare e della Luce meridiana, due temi ricorrenti nei suoi saggi. La povertà in cui trascorre l’infanzia, trasfigurata dal Sole del Mediterraneo e dall’odore degli assenzi, è una benedizione, un motivo per dichiarare eterna fedeltà alla gente che abita la sua Terra. La povertà, secondo Camus, diventa miseria solo quando è assente la Luce, quando manca l’abbraccio del clima meridionale: sotto i cieli color piombo del Nord Europa. Mentre in questi luoghi – Tipasa, Djemila, Algeri – ci si sentirà sempre in accordo con il Mondo, felici. “Spesso mi è stato detto: non esiste nulla di cui essere fiero. Si, qualcosa c’è: questo sole, questo mare, l’immenso scenario dove s’incontrano l’amore e la gloria nel giallo e nell’azzurro. E’ per conquistare questo che devo adoperare la mia forza e le mie risorse”. Parla così, il ragazzo edonista e dionisiaco dell’Estateche pensa, come il suo maestro Nietzsche, che il più grande peccato in assoluto sia non amare in toto questa vita, per sperarne un’altra. Esiste una volontà di vivere senza rifiutare nulla della vita, ed è la virtù che onoro di più in questo mondoC’è la bellezza e ci sono gli umiliati. Vorrei non essere mai infedele né all’una né agli altri”.

Negli anni Quaranta Camus lascia Algeri, la sua “Itaca”, per lavorare, da giornalista, a Parigi. Il suo morale è a pezzi. Si ammala di tubercolosi; forse gli restano pochi giorni da vivere. La città è fredda, invivibile, ostile. Non ci sono il sole e il mare, gli elementi da cui si sente protetto e da cui trae la sua forza. Al dolore causato dalla malattia personale si aggiunge l’angoscia per la peste collettiva che contagia l’Europa. La Peste della guerra e del nazismo. Gli uomini si uccidono con una ferocia mai sperimentata prima. Aver cacciato Dio dal mondo – come annunciato da Zarathustra Nietzsche – non ha portato al trionfo della giustizia e della solidarietà. Aver fatto tabula rasa di tutti i valori morali – nota Camus – ha condotto al nichilismo. Se Dio non c’è, tutto è permesso. Tutto si equivale, bene e il male sono intercambiabili e restano solo gli istinti più bestiali dell’essere umano – cioè la violenza e la volontà di prevaricazione – ad assegnare il torto e la ragione. Per uno come Camus, però,  non ci si può rassegnare all’idea che il mondo si divida in padroni e schiavi e genuflettersi di fronte ai vincenti, dando torto a chi è sommerso dallo spietato incedere della Storia. L’amor fati indifferente alle sorti dell’umanità dello Straniero è così sostituito dalla resistenza al presente dell’Uomo in Rivolta. Che rivendica, nell’assurdità dell’esistenza, la presenza di valori positivi, di doveri e di obblighi concreti verso l’umanità (Simone Weil) che non possono essere traditi.

Ma su cosa costruire la Rivolta? Sul binomio Misura e Bellezza.  Termini che richiamano il pensiero greco, di cui Camus si dichiara “figlio indegno ma ostinatamente fedele”. Combattere per la Libertà è, come ogni vero artista sa, combattere per la Bellezza; l’estetica è importante tanto quanto l’etica: “Noi abbiamo esiliato la bellezza, i Greci per essa han preso le armi”. La Misura è riconoscimento di un limite che non si deve oltrepassare, di una regola morale che non si può violare senza cadere nell’arbitrio e nella violenza. “Per i Greci l’equità presupponeva un limite, mentre tutto il nostro continente spasima alla ricerca di una giustizia che vuole totale”. Questo è il punto nodale su cui la Rivolta camusiana diverge dalla Rivoluzione di matrice giacobina e marx-leninista che, subordinando la morale all’utile, i mezzi al Fine – una futura umanità redenta – legittima l’omicidio. I Rivoluzionari, in nome della Storia e del Progresso istituiscono tribunali in cui condannare a morte i presunti “reazionari”, i nemici politici. Ma così finiscono soltanto per sostituire il vecchio ordine con un altro, sovente più crudele e spietato. La lunga scia di sangue che va dal Terrore giacobino all’Arcipelago Gulag lo testimonia. Camus, in quasi totale solitudine, denuncia i crimini storici del marxleninismo scontrandosi con gli intellettuali organici al PC stalinista, in particolare Jean Paul Sartre. Quest’ultimo, da marxista, crede che basti rovesciare i rapporti di produzione per realizzare il regno della libertà della giustizia sulla Terra. Seguendo l’ antropologia roussoniana e marxiana, egli asserisce che l’uomo nasca buono ma venga corrotto da istituzioni come proprietà privata e capitalismo, che lo trasformano in un essere vile, egoista, bramoso solo di profitto e di potere. Ma una volta soppresse queste – ricorrendo, perchè no, anche alle ghigliottine e alle fucilazioni – l’uomo ritornerebbe d’incanto alla purezza originaria.

Camus, da socialista libertario, ritiene invece che i démoni del male, della guerra, della servitù sorgano dalla parte oscura della natura umana, non da forze esogene di tipo economico e materiale. Nel romanzo allegorico la Peste, egli presenta il fascismo non come nemico esterno e straniero ma come predisposizione latente del carattere umano, pronta a manifestarsi e a riprendere il sopravvento nei momenti di crisi. Ne consegue che la battaglia contro questo debba essere combattuta non sul campo dell’economia e della sociologia, ma su quello dell’etica e della cultura. Come? Sollecitando gli istinti positivi presenti in ciascun essere umano: l’empatia, la solidarietà, la mutua assistenza. Riconoscendo a ciascun uomo una dignità inviolabile. Aprendo agli altri l’orizzonte della nostra Rivolta personale (“Mi rivolto, dunque siamo”). Infine, prendendo coscienza di un destino comune, che ci porta a resistere insieme alla sofferenza, come nella Ginestra di Leopardi. Come afferma – nella Peste – il medico Rieux, alter ego di Camus, rivolgendosi al padre gesuita Panelux:” «Quello che odio, è la morte e il male, lei lo sa. E che lei lo voglia o no, noi siamo insieme per sopportarli e combatterli».  Il male, certo, non verrà mai estirpato definitivamente dal consesso umano. Gli innocenti continueranno a morire, anche in una società perfetta. Ma ingiustizia e sofferenza, agli occhi degli uomini in Rivolta, non cesseranno di apparire come scandalo, e non avranno l’ultima parola.

La Rivolta non è un corpus di idee teoretiche disincarnate, uno di quei sistemi di pensiero astratti che Camus tanto aborriva. Al contrario, essa ha dato vita ad esperienze feconde; tutte con una collocazione geografica e politico-religiosa ben precisa: il Sud, il Mediterraneo, la Grecia, il cattolicesimo solare di San Francesco, il sindacalismo libertario spagnolo. Una tradizione che l’Europa tende a misconoscere, ieri come oggi. “La storia della Prima Internazionale, in cui il socialismo tedesco lotta senza posa contro il pensiero libertario dei Francesi, degli Spagnoli, degli Italiani, è la storia delle lotte tra ideologia tedesca e spirito mediterraneo. Comune contro Stato, federalismo solidale contro centralismo burocratico, società concreta contro società assolutista, sono allora le antinomie che traducono il lungo affrontarsi di misura e dismisura che anima la storia dell’Occidente. Forse il conflitto profondo di questi secoli è tra i sogni tedeschi e la tradizione mediterraneaL’Europa non è mai stata altrimenti che questo conflitto tra Meriggio e Mezzanotte. Beninteso, non si tratta di esaltare una civiltà contro l’altra, ma semplicemente di dire che esiste un pensiero cui il mondo di oggi non potrà più a lungo rinunciare”. E’ ingenuo riproporre oggi la forza di questo pensiero meridiano, la luce di questo Sole invincibile contro l’hybris del Dio mercato e di una Crescita economica incurante dei suoi limiti sociali ed  ecologici? Noi crediamo di no.

Il-sole-1921-by-Pippo-RizzoIn particolare, siamo persuasi che le intuizioni di Camus possano aiutarci ad immaginare un futuro diverso per l’Europa. Che, mentre scriviamo, continua ad essere percepita dai suoi cittadini come un Leviatano burocratico e un opprimente potere economico-finanziario. Ed in effetti, questa Europa non si regge su una Costituzione democratica, su una tavola di valori condivisi, ma solo un insieme di Trattati ratificati  – spesso malvolentieri – dai Paesi membriDichiarandosi agnostica sul piano dei valori, l’Europa ha scelto, come identità propria, la sola dimensione mercantile: la moneta, la finanza, la concorrenza spietata e al ribasso. Siamo così risprofondati nel regno del nichilismo e della volontà di potenza. Non c’è da stupirsi allora che chi risulta perdente dalla lotta economica venga lasciato al proprio destino, ad espiare le proprie colpe in solitudine. Gli altri, i vincitori, hanno ragione e possono dettare le proprie regole. Ecco la divisione manichea tra paesi virtuosi e viziosi.  Ecco l’austerità imposta ai “cattivi” come rito d’espiazione dei peccati. Ecco la convinzione che un unico modello economico e sociale vada bene per tutti i paesi, e debba essere adottato con le buone o con le cattive, con la persuasione o la spada. Ecco l’inevitabile avvelenamento dello spirito solidale ed europeista delle origini, lo scatenarsi della Peste sotto forma di nuovi xenofobismi e fascismi, la caccia a streghe e capri espiatori, l’illusione di salvarsi da soli con ritorni a passati oscuri. In questo scenario desolante e apparentemente senza sbocco,  che ne è dello Spirito della Rivolta? Esso vive in tutti quelli che ritengono che l’Europa si possa salvare solo tornando a pensarsi come Civiltà – non solo come unione monetaria – che ha le sue peculiari radici nel pensiero greco, nella giurisprudenza romana, nel cristianesimo dei monasteri, delle cattedrali, delle università, nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, nel Welfare State di Keynes e Beveridge. Questo straordinario patrimonio culturale e civile deve trovare lo spazio che merita in una vera Costituzione Federale, che punti inoltre a conservare le diverse  “anime”  e forme di vita dei popoli europei. Con attenzione particolare alla salvaguardia di quei valori tipicamente mediterranei – l’individualismo solidale, la misura,  l’armonia con la natura e la promozione della bellezza – che Camus ha ostinatamente difeso per tutta la vita e che oggi rischiano di venire schiacciati dall’egemonia teutonica: Il contributo più importante della nostra civiltà mi sembra sia quel pluralismo che è sempre stato il fondamento della nozione di libertà europea. Oggi per l’appunto è questo ad essere in pericolo ed è ciò che bisogna cercare di preservare”.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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